di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2022
Lo ha deciso la Corte di cassazione con la sentenza n. 3546 depositata oggi. Nel giudizio di adottabilità del minore, rientra anche la valutazione del comportamento della madre nei confronti del compagno violento. Un atteggiamento troppo remissivo o comunque l'incapacità di staccarsi definitivamente da un contesto inadatto al bambino può giocare un ruolo decisivo nella perdita della potestà genitoriale. La Corte di cassazione, sentenza n. 3546 depositata oggi, ha così definitivamente respinto il ricorso di una madre contro la decisione della Corte di appello di Roma che aveva valorizzato il comportamento "irrimediabilmente abbandonico" dei genitori. E il fatto che il piccolo avesse assistito "per anni a reiterati maltrattamenti fisici all'interno dell'abitazione familiare, agiti contro la madre dal padre, senza che quest'ultimo manifestasse alcuna concreta volontà di resipiscenza e di recupero, avendo continuato, anche dopo il collocamento del figlio in casa famiglia a fare uso di alcolici, a picchiare la compagna e a sottrarsi a qualsiasi percorso presso il Serd e i servizi sociali".
Con riferimento alla madre, invece, il giudice di secondo grado ha messo in evidenza, e la Cassazione lo ha confermato, che la madre aveva lasciato che il minore "vivesse a lungo in un clima violento, senza compiere alcuna seria iniziativa per offrirgli una vita accettabile".
"La stessa - prosegue la decisione - aveva chiesto l'intervento delle istituzioni solo quando si era trovata a non avere alternative e, puntualmente, ogni volta, era tornata dal compagno, portando con sé il bambino, che ha iniziato a vivere serenamente solo quando è stato inserito, da solo, in una casa famiglia, mentre la madre è tornata dal suo compagno violento, mettendo, nei fatti, la relazione di coppia al di sopra degli interessi del bambino".
In conclusione, con riferimento alla figura materna, per la Cassazione la decisione di secondo grado "risulta essere stata adottata in conformità alle norme che individuano i presupposti per la dichiarazione dello stato di adottabilità, con una motivazione esauriente circa la impossibilità di seguire una strada diversa dall'adozione piena nell'esclusivo interesse del minore".
di Davide Conti
Il Manifesto, 5 febbraio 2022
Leggere la storia. Da Piazza Fontana a Piazza della Loggia e alla stazione di Bologna: tanti gli elementi storici emersi di connessione tra gruppi neofascisti e ufficiali dell'Alleanza atlantica.
L'ultima inchiesta sulla strage fascista di Brescia del 28 maggio 1974 ha condotto gli inquirenti sulla soglia d'ingresso di Palazzo Carli a Verona, sede del comando Nato. Li ha portati lì un testimone all'epoca interno agli ambienti di Ordine Nuovo (On), il gruppo fondato da Pino Rauti responsabile dell'eccidio di Piazza Fontana come di quello a Piazza della Loggia.
Per raccontare la storia delle stragi in Italia si deve partire dal "principio di realtà", crudo ma efficace, espresso dal generale Mario Arpino in commissione parlamentare stragi: "C'era una parte politica che per noi - i militari - era quasi rappresentante del nemico. Allora era così". Quella era la cornice storico-politica: la Guerra Fredda tra blocchi militari contrapposti.
In quel quadro in Italia emerse il fenomeno dello stragismo con una continuità e una violenza senza pari nell'Europa dell'epoca. Il Paese era zona di frontiera geopolitica, inserito nella Nato ma "abitato" dalla contraddizione irriducibile: la presenza del più grande partito comunista d'Occidente, fondatore della Repubblica.
I caratteri anticomunisti dell'eversione 1969-1974 indicano quanto le stragi siano "figlie" della divisione bipolare del mondo e come sia ineludibile discutere il ruolo della Nato nel nostro Paese, ovvero un'alleanza militare strumento della Guerra Fredda in funzione anti-sovietica.
Nei decenni che hanno visto il lento singhiozzare dei processi per le "stragi di Stato" sono emersi molti elementi di connessione tra gruppi neofascisti e ufficiali della Nato. L'inchiesta del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana ha mostrato come i dirigenti di On, Carlo Digilio (che fabbricava le bombe), Sergio Minetto e Giovanni Bandoli fossero legati al capitano del comando Nato di Verona David Carret. I rapporti dei capi ordinovisti con i servizi segreti -agli atti della commissione parlamentare stragi- configurano On come gruppo inquadrato nei cosiddetti "Stati Maggiori Allargati" ovvero un ambito operativo anticomunista "misto" militari-civili delineato nel convegno dell'Istituto Pollio di Roma nel 1965 (finanziato dal ministero della Difesa) in cui venne teorizzata la strategia stragista.
Vertici delle forze armate sono stati condannati per fatti relativi alle stragi (Gianadelio Maletti, capo del controspionaggio del Sid, per favoreggiamento di Marco Pozzan e Guido Giannettini per Piazza Fontana); riconosciuti referenti dei gruppi neofascisti (il generale Giuseppe Aloia commissionò a Rauti e Giannettini l'opuscolo provocatorio "Le mani rosse sulle forze armate"); individuati come responsabili di apprestamenti militari anticomunisti (il generale Giovanni De Lorenzo con il "Piano Solo" del 1964).
La più importante figura dell'intelligence italiana Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati, è indicato dalla nuova inchiesta sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 come uno dei mandanti del massacro. A lui è intitolata una sala della sede Nato di Bruxelles.
Junio Valerio Borghese per il suo "governo" aveva redatto un programma -agli atti dell'inchiesta sul golpe dell'8 dicembre 1970- che prevedeva l'aumento dell'impegno finanziario e militare dell'Italia nella Nato e una politica filo-atlantica nel Mediterraneo con le dittature di Grecia, Spagna e Portogallo.
La commissione Pike del Congresso Usa denunciò nel 1976 i finanziamenti illeciti della CIA alle attività anticomuniste in Italia. 800.000 dollari giunsero a Vito Miceli (capo del SID) e da lui ai gruppi dell'estrema destra e al Msi, come raccontò nel 1993 a "La Stampa" il missino Giulio Caradonna "I soldi del Dipartimento di Stato, che vennero attraverso il generale Miceli allora capo del Sid e quindi alta autorità della Nato, li portò Pierfrancesco Talenti direttamente ad Almirante".
Tale complessa dinamica fu sintetizzata dalla formula "strategia della tensione", per rappresentare la combinazione di due fattori: la destabilizzazione della vita civile attraverso l'uso anonimo della violenza e la stabilizzazione politica in senso reazionario come risposta alla democrazia conflittuale disegnata dalla Costituzione.
Si aggiornò il conflitto continuità/rottura che aveva già informato il carattere della transizione dell'Italia del dopoguerra. La "continuità - scrive Claudio Pavone - non è sinonimo di immobilismo", essa tende ad esprimersi come un moto dinamico e forte di fronte alle spinte innovatrici di rottura (quelle presenti nell'Italia degli anni '43-45 e '60-'70) per garantire il perdurare degli equilibri storici e degli assetti sociali dati. La Costituzione antifascista e non anticomunista fu il principale obiettivo di questo moto.
Nei "giorni del Quirinale" appena trascorsi è stata evocata con animosità (da stampa e politici) una guida istituzionale saldamente "atlantista". Obliando il significato di quel termine in Italia negli anni della Guerra Fredda e dimenticando che presidenti della Repubblica e del Consiglio giurano fedeltà alla Carta del 1948 dove non si menzionano alleanze militari e invece si rifiuta la guerra.
Varcando la soglia dei comandi Nato a Verona si troverà, forse, qualcuna delle prove che Pasolini non aveva quando spiegava "cos'è questo golpe". Si potrebbe dare, così, soluzione anche all'altro cruccio del poeta: "Il problema è questo: i giornalisti e i politici pur avendo delle prove, e certamente degli indizi, non fanno i nomi".
Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2022
Provvedimento chiesto dalla Procura e concesso dal gip nei confronti di un vice ispettore della polizia penitenziaria solo indagato: avrebbe chiesto ai detenuti di ritrattare le accuse in sede di processo.
Il processo agli agenti di polizia penitenziaria e ai funzionari coinvolti nelle violenze perpretate ai danni dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere nell'aprile di due anni fa è alle prime battute. Di ieri la notizia che il giudice ha ammesso 100 parti civili (gli imputati complessivamente sono invece 108). Di oggi invece quella relativa alla sospensione dal servizio di uno degli indagati per presunte minacce nei confronti di detenuti per "costringerli" a ritrattare le accuse.
Si tratta di un vice-ispettore della Polizia penitenziaria imputato nel processo per le violenze commesse il 6 aprile 2020 ai danni di detenuti, che avrebbe avvicinato e minacciato, ricorrendo anche alla violenza, alcuni reclusi vittime dei pestaggi per indurli a rendere dichiarazioni a suo favore. L'accusa è contestata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, che ha chiesto e ottenuto dal gip la sospensione del poliziotto per la durata di sei mesi per il reato di intralcio alla giustizia. L'agente non era stato raggiunto nel giugno scorso dalle 52 misure cautelari emesse nei confronti di poliziotti e funzionari del Dap, ed essendo solamente indagato aveva continuato a lavorare nel carcere dove l'anno prima aveva preso parte alle violenze, a stretto contatto con alcuni dei detenuti che avevano denunciato i pestaggi.
di Damiano Aliprandi
IL Dubbio, 5 febbraio 2022
Lo ha deciso il gup al processo per i pestaggi del 6 aprile 2020 a Santa Maria Capua Vetere, ammettendo il ministero della Giustizia, i garanti e le associazioni che si sono costituite. L'udienza di giovedì scorso, si è conclusa con il Gup, Pasquale D'Angelo, che ha ammesso la costituzione di parte civile del ministero della Giustizia, del Garante Nazionale e del Garante dei detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello, dalle cui denunce è partita l'inchiesta della procura sammaritana, e ha ammesso tutte le associazioni come Yairahia Onlus, Antigone, A.C.A.D. e il Carcere possibile onlus, compreso enti come l'Asl.
Accertando le responsabilità individuali si farà luce anche sulle pratiche violente - Il gup ha quindi accolto le richieste avanzate dai legali che rappresentano persone fisiche, sodalizi o enti che hanno in qualche modo interesse a costituirsi in giudizio contro i 108 imputati, per la maggioranza agenti della polizia penitenziaria protagonisti di quella che venne definita "un'orribile mattanza" avvenuta il 6 aprile del 2020 al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ricordiamo che Antigone, ha lavorato nel corso di quest'anno, coordinandosi con l'Ambasciata d'Italia ad Algeri e con l'Ambasciata algerina in Italia, per consentire anche ai familiari di Lamine Hakimi, il ragazzo algerino deceduto il 4 maggio del 2020 nel carcere F. Uccella di Santa Maria Capua Vetere, di costituirsi parte civile. Secondo l'avvocata Simona Filippi e Luigi Romano, presidente di Antigone Campania (rispettivamente difensori della madre e del padre di Lamine Hakimi, il detenuto morto nel carcere pochi giorni dopo aver subito il pestaggio), sarà un processo molto impegnativo in cui si dovrà considerare ogni aspetto della vicenda anche precedente e successiva ai pestaggi, specie in virtù delle condotte che avrebbero posto in essere numerosi imputati al fine di ostacolare l'accertamento di quanto accaduto. I legali sono consapevoli che attraverso l'accertamento delle responsabilità individuali degli imputati si farà luce anche sulle pratiche violente che hanno attraversato il mondo penitenziario soprattutto nel corso del primo lockdown.
Il garante campano Ciambriello: "Apprezzo la serenità e il senso di giustizia del magistrato" - Il garante regionale Samuele Ciambriello, alla notizia della sua ammissione come parte civile, ha così commentato: "Il Giudice ha ritenuto giusti e validi gli argomenti esposti dal mio difensore Francesco Giuseppe Piccirillo, nonostante le numerose opposizioni sollevate e argomentate dai difensori degli imputati. Mi sento di apprezzare la serenità e il senso di giustizia che ha dimostrato il magistrato Pasquale D'Angelo, nei cui confronti devo esprimere la mia ammirazione e gratitudine". Ricordiamo che Ciambriello, appena ha ricevuto notizia dei pestaggi da parte dei familiari e testimonianze dirette, subito ha denunciato la notizia di reato in procura. Soddisfatta anche l'associazione Yairahia Onlus per l'ammissione come parte civile. "La nostra costituzione di parte civile ai sensi e per gli effetti degli artt. 74 e ss. c.p.p., nei confronti di tutti gli imputati, e per tutti i capi di imputazione contestati (tortura, perquisizione personale arbitraria, abuso di autorità contro detenuti, maltrattamenti, lesioni personali pluriaggravate, falsità in atti, calunnia, favoreggiamento, omessa denuncia, omicidio colposo ed altro, commessi dal 6 aprile 2020) - scrive in un comunicato l'associazione Yairahia-, è stata legittimamente riconosciuta per l'impegno profuso a difesa dei diritti dei detenuti, anche in rete con altre associazioni, attraverso azioni concrete, denunce pubbliche e formali ponendo all'attenzione delle autorità competenti e della società civile l'esistenza di abusi e situazioni di criticità segnalate direttamente dai detenuti o dai loro familiari, in quasi 20 anni di attività".
Il legale dell'associazione, l'avvocata Caterina Calia, nell'udienza odierna sostituita dall'avvocato Paolo Conte, ha rimarcato che la vicenda di Santa Maria Capua Vetere si caratterizza per la cruda ed inaudita violenza esercitata nei confronti dei detenuti, commessi da pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni, in un momento di particolare fragilità stante la paura data dall'emergenza covid19. Ad avviso di Yairahia Onlus, questo rappresenta un maggiore disvalore sociale e penale, perché "il potere violento, e gratuito, è stato esercitato nei confronti di persone loro affidate e, di fatto, assolutamente inermi ed indifese in quanto soggette alla gerarchia degli agenti e dei funzionari che li hanno offesi, minacciati e colpiti, provocando lesioni fisiche anche gravi e, nel caso di Lamine Hakimi, persino la morte". Ha anche ricordato il pesante interrogativo sugli altri 13 detenuti morti. Tredici persone la cui morte è stata prontamente imputata a overdose di metadone prima ancora che venisse effettuata una autopsia; 9 persone sono morte nel solo carcere di Modena e tranne che per la morte di Sasà Piscitelli per la morte di 8 di loro è stata disposta l'archiviazione.
Presentate 32 proposte di patteggiamento per le posizioni "più marginali" - Nel frattempo, sempre nel corso dell'udienza preliminare di giovedì, trentadue proposte di patteggiamento per le posizioni "più marginali" sono state avanzate dal Procuratore Aggiunto di Santa Maria Capua Vetere. La scelta della Procura, ha spiegato Milita, ha lo scopo di snellire un procedimento già peraltro corposo, visto che con gli imputati, sono un centinaio le parti civili che, com'è detto, lo stesso gup, sciogliendo la riserva, ha autorizzato a partecipare al processo. Il gup D'Angelo deciderà invece nell'udienza calendarizzata per il 15 febbraio se autorizzare una ventina di parti civili che ne hanno fatto richiesta - tutti detenuti tranne un'associazione - a citare lo stesso ministero retto da Marta Cartabia come responsabile civile; il gup ha concesso tempo fino all'otto febbraio alle parti civili per depositare richiesta e farsi autorizzare a citare il ministero per le condotte degli agenti.
Il sistema penitenziario attende la riforma. Senza dimenticare il sovraffollamento - Da un lato le violenze, dall'altro le criticità che possono riportare all'esasperazione. Mentre la giustizia fa il suo corso, rimane il problema del sistema penitenziario che ancora attende nell'essere riformato. Molte cose - per ora - si possono fare anche senza passare dalla via legislativa, ma - come elaborato da Antigone - attraverso una modifica del regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario. Una strada che ha suggerito anche la Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario guidata dal professor Marco Ruotolo. E poi c'è il sovraffollamento. Ci sono ancora migliaia di detenuti con pene al di sotto dei tre anni e che, perciò, potrebbero accedere alle misure alternative alla detenzione. Così come giace da tempo la proposta di legge a firma del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata speciale. Proposta ancora disattesa, per questo è in corso una staffetta del digiuno per tenere accesa la "fiammella della nonviolenza" portata avanti da Rita Bernardini del Partito Radicale. Da ricordare, che tutto è partito dall'input dato dalle detenute del carcere Le Vallette di Torino. Esempio di nonviolenza, che punta al dialogo con le istituzioni per rendere più umano e civile il sistema penitenziario. Solo così, si rende anche più civile il nostro Paese.
di Marcello Pesarini
Ristretti Orizzonti, 5 febbraio 2022
Al Cinema Azzurro di Ancona, uso ad accompagnare film di tematica sociale con introduzioni ad hoc, o discussioni post proiezione, il 2 febbraio Marcello Pesarini ha parlato di Antigone e delle carceri prima del bellissimo film Ariaferma.
L'intento era quello di inquadrare l'azione dell'associazione, nata nel 1992 da una costola de Il Manifesto, nelle battaglie per i diritti civili post anni 70 (divorzio, aborto, legge Basaglia) e nella proiezione che ha avuto facendosi parte civile contro la tortura, il sovraffollamento, e nell'introduzione degli sportelli e dei rapporti annuali.
Dopo un breve inquadramento storico, si è proseguiti sul peso della qualificazione dei volontari e del rapporto con le istituzioni.
Interessante è stato raffrontare le iniziative dell'associazione Osservatorio Permanente sulle Carceri, che già si relazionava con Antigone nazionale per poi costituirsi in Antigone Marche attorno al 2010, in particolare con il progetto Punto d'Incontro dei detenuti, con il cammino della Commissione Ruotolo, istituita dalla Ministra Marta Cartabia.
I risultati del progetto Punto d'Incontro erano molto significativi, sia sulle richieste in campo sanitario, sia sui rapporti con la direzione, ed è interessante notare che alcuni ricavati nel 2003 vengono ora riproposti nelle modifiche del regolamento penitenziario della Commissione Ruotolo. Le risultanze del progetto, incluse in un libro bianco che non ha visto la luce per un incontro non doverosamente approfondito fra i politici della Regione Marche, pur partner dell'iniziativa, e gli operatori nella traduzione del lavoro in ambito istituzionale, si ritrovano oggi fra le proposte per dare dignità e consapevolezza sia ai detenuti che agli agenti di Polizia Penitenziaria.
L'intervento si è concluso con un invito a rapportarsi con Antigone Marche e nell'augurio che il diverso approccio legislativo del Governo, il crescente impiego di interventi a livello nazionale di Giustizia Riparativa e di attività d'apertura al mondo esterno e viceversa, coincidano con maggiore attenzione all'importanza della Giustizia del Paese, anche attraverso investimenti mirati ad una maggiore agibilità sia del personale giudiziario pedagogico che quello addetto alla sicurezza. Il pubblico ha potuto poi riscontrare nella pellicola numerose assonanze con le dinamiche prima esposte.
La Repubblica, 5 febbraio 2022
Calendario di attività culturali congiunte tra Ateneo e Istituti Penitenziari di Parma: didattica ma non solo, in un orizzonte ampio. Presentate le nuove linee guida per la collaborazione tra Università e Carceri italiane. È ricco il programma delle attività dei prossimi mesi del Polo Universitario Penitenziario (PUP) di Parma, frutto dell'intensa collaborazione tra Università e Istituti Penitenziari di Parma.
Un programma naturalmente incentrato sulla didattica, cioè sulle attività didattiche in carcere a favore delle persone detenute, ma non solo, in un orizzonte più ampio che è anche quello che guida l'intesa tra Ateneo e Carcere.
Le attività del primo semestre dell'anno sono state presentate questa mattina nella sede dell'Università, in una conferenza stampa in cui sono intervenuti il Rettore Paolo Andrei, il Direttore degli Istituti penitenziari Valerio Pappalardo, la docente Vincenza Pellegrino, Delegata del Rettore ai Rapporti tra Università e Carcere, Maria Clotilde Faro, responsabile dell'Area Giuridico Pedagogica degli Istituti penitenziari, Annunziata Lupo, funzionaria giuridico pedagogica, ed Enrica Pizzarotti, Presidente della Fondazione Pizzarotti, che finanzia alcune delle attività. Nel corso dell'appuntamento sono intervenuti anche Valentina Civale, studentessa tutor, e Annalisa Margarita, studentessa del gruppo del laboratorio di sociologia culturale teatrale in carcere.
La conferenza stampa è stata anche l'occasione per presentare le nuove linee guida sul diritto allo studio in carcere elaborate dalla Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari - Cnupp con il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria.
Il calendario è ricco e articolato, e va nella direzione del rafforzamento del PUP come polo culturale tout court, incentrato naturalmente sulle attività didattiche ma non limitato ad esse.
Laboratori teatrali di sociologia culturale: i venerdì degli studenti in carcere - Due laboratori con studenti detenuti e con studenti e studentesse esterni/e, condotti dalla docente Unipr Vincenza Pellegrino, sociologa culturale e delegata del Rettore ai Rapporti tra Università e Carcere, e da Vincenzo Picone, drammaturgo e regista teatrale, e realizzati in collaborazione con la Fondazione Pizzarotti.
Il tema dell'anno 2022 sono Le polarità. Il concetto di polarità è ampiamente trattato dalle scienze sociali, dalla filosofia, dalla psicologia, dalla pedagogia e dalla sociologia. Cosa sono i processi culturali di "polarizzazione"? In che modo generare polarità aiuta la concettualizzazione e in che modo reitera conflitti sociali e identitari? Il lavoro di analisi sarà a partire da alcune polarità scelte dagli stessi partecipanti, tra cui Dentro\Fuori, Ombra\Materia, Vivi\Morti, Io\Noi-Voi. A giugno è prevista una serie di mise en espace dei materiali emersi dai laboratori, incontri aperti alle famiglie dei detenuti e ad altri pubblici, grazie al progetto in essere con il finanziamento di Fondazione Pizzarotti.
Seminari di approfondimento: i lunedì degli studenti in carcere - Grazie alla costituzione del Tavolo di Lavoro di Ateneo PUP Unipr, diversi docenti sono stati coinvolti nella didattica in carcere insieme ad alcuni dei loro studenti\esse. I seminari sono rivolti a studenti detenuti ma aperti anche a persone detenute interessate a pensare e discutere insieme, secondo l'ottica della sensibilizzazione al senso della formazione, della cultura, dello studio.
Il titolo degli appuntamenti di questa primavera è Cibo, letteratura, società. A tutto ciò si aggiunge il consueto Open Day in carcere, incontro di orientamento con introduzione ai corsi Unipr per detenuti diplomati.
Il Pup di Parma fa parte della rete dei Poli esistenti in alcuni Atenei italiani, i quali, seguendo l'esempio dell'Università di Torino, negli anni hanno avviato progetti analoghi per garantire il diritto allo studio universitario a studenti detenuti e oggi sono riuniti in una Conferenza nazionale (la Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari - Cnupp) istituita presso la CRUI. La specificità del Polo Universitario di Parma è quella di accogliere studenti detenuti in regime di alta sicurezza, presentandosi quindi come una sfida particolare nel panorama nazionale.
Oltre agli esami, alle sedute di laurea e agli incontri con i docenti, all'interno dell'Istituto Penitenziario si tengono incontri di orientamento e brevi cicli di lezioni in presenza di studenti detenuti e non, sempre nel pieno rispetto delle condizioni che permettano la sorveglianza. Per accompagnare gli studenti-detenuti nel percorso di studio e assisterli nell'espletamento di tutte le attività connesse alla carriera universitaria, è prevista la presenza di tutor, studenti iscritti all'Università alle lauree magistrali o a Corsi di Dottorato. Per l'Università di Parma la referente docente del Polo universitario è Vincenza Pellegrino, e referente amministrativa è Annalisa Andreetti.
frosinonetoday.it, 5 febbraio 2022
Vincenzo Capaldi (Cds Cassino) e Walter Bianchi (presidente Dike): "Dietro le sbarre ci sono persone con diritti da tutelare e con storie da ascoltare. Attraverso il dialogo e la riflessione è possibile elaborare la responsabilità del reato e immaginare nuovi percorsi di vita".
Incontri laboratoriali tenuti nell'area dedicata alle attività trattamentali con un gruppo di detenuti a cura di una equipe multidisciplinare. Un percorso di dialogo e confronto attraverso il cinema e il linguaggio universale delle immagini. Una relazione fitta e costante con il personale del carcere cassinate culminata in una serie di interviste. Un diario di viaggio sotto forma di blog dove raccontare, passo dopo passo, l'evoluzione del progetto.
È questa la fotografia capace di restituire il senso che ha attraversato "Storiediriscatto", il progetto a cura del Centro dei Diritti e della Solidarietà - OdV e dell'Associazione Dike con il contributo della Regione Lazio svoltosi nella Casa circondariale di Cassino.
"Con questo percorso abbiamo voluto e potuto conoscere i bisogni dei detenuti e le loro necessità personali", racconta Vincenzo Capaldi, presidente del CDS di Cassino. "Attraverso le nostre attività laboratoriali, abbiamo attivato emozioni nel personale detenuto. L'obiettivo era favorire un cammino di riflessione e analisi rispetto la responsabilità del reato, dei suoi effetti sulla vittima e sulla società per immaginare, allo stesso tempo, nuovi percorsi di vita". Il medium cinema è stato lo strumento con cui il gruppo di lavoro fatto di assistenti sociali, psicologi, educatori e comunicatori ha scelto di stabilire un canale di relazione con il personale detenuto.
"Scegliere un film per una visione collettiva all'interno di un luogo di detenzione è un atto che richiede particolare sensibilità perché necessario a gettare un ponte fra le attrici e gli attori in gioco", racconta Walter Bianchi, presidente dell'associazione Dike. "Dietro le sbarre ci sono persone con diritti da tutelare e con storie da ascoltare. E da ascoltare c'è anche la voce di chi all'interno di un carcere svolge la propria attività professionale. Per questo abbiamo dedicato parte della nostra attività di comunicazione a delle interviste al personale del penitenziario cassinate che ci ha permesso di svolgere il nostro lavoro".
di Linda Laura Sabbadini*
La Repubblica, 5 febbraio 2022
L'aggravarsi delle diseguaglianze minaccia la coesione sociale del Paese, porta più criminalità e diminuzione della sicurezza, con conseguente aumento dei costi. La garanzia di un alto livello di coesione sociale crea maggiore fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle sue istituzioni.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo bellissimo discorso al Parlamento ha lanciato un grande monito. "Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di crescita". È proprio così. È ora che la politica lo assuma come un suo centro di gravità permanente. Tanto più che le diseguaglianze minacciano oltre che la crescita anche la nostra democrazia.
Siamo la settima economia mondiale ma combattiamo con le mani legate dietro alla schiena. Cosa sarebbe l'Italia se il Nord, una delle aree più ricche d'Europa, fosse affiancato da un Meridione in grande sviluppo? Cosa sarebbero le risorse umane italiane se liberassimo la forza, l'innovazione, la creatività delle donne che oggi sono tagliate fuori, dal mercato del lavoro specie al Sud, ma non solo? Quale sarebbe la crescita se riuscissimo a dare condizioni salariali adeguate e lavoro di qualità ai giovani? Avremmo più famiglie con più redditi, più consumi e la domanda interna sarebbe più forte.
Al contrario, l'aggravarsi delle diseguaglianze minaccia la coesione sociale del Paese, porta più criminalità e diminuzione della sicurezza, con conseguente aumento dei costi. La garanzia di un alto livello di coesione sociale crea maggiore fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle sue istituzioni.
La situazione dal punto di vista delle diseguaglianze è critica e non lo è da oggi. La povertà assoluta è balzata nel 2012, raddoppiando, in seguito al crollo dell'occupazione avvenuto nel 2009. Da allora non è mai stata recuperata ed è peggiorata nel 2020. È più alta al Sud, tra i minori e i giovani, tra gli immigrati. Più permarremo in questo stato, più diventerà povertà strutturale. Più sarà difficile sradicarla.
Il tasso di occupazione femminile è al 50,5% nel mese di dicembre 2021. Dagli ultimi dati disponibili a livello europeo risultiamo penultimi in Europa, ultimi per le donne di 25-34 anni. I salari femminili sono più bassi e il lavoro precario e il part time involontario più alto. E ciò denuncia un sottoutilizzo e svalorizzazione del capitale umano femminile, specie in presenza di figli. Il Fondo Monetario internazionale ha già evidenziato che questo aspetto incide sulla produttività, perché fa sì che la selezione dei talenti avvenga escludendo la metà del mondo, quella femminile. La Banca d'Italia aveva stimato una crescita del Pil di 7 punti se il tasso di occupazione femminile fosse arrivato al 60%.
I giovani di 25-34 anni devono ancora recuperare quasi 7 punti di tasso di occupazione rispetto a dicembre 2007 e molti di più per arrivare allo stesso numero di occupati di allora. Troppo tempo ci mettiamo per recuperare i baratri delle diseguaglianze. Sono passati 14 anni. Sono i giovani i più coinvolti in lavori precari e a ricevere più bassi salari. Il loro peso tra gli occupati diminuisce e così il loro potere contrattuale. Sono meno di un quarto del totale e ciò va a detrimento dell'innovazione, della flessibilità, degli skill necessari alle nuove sfide per la crescita.
La popolazione straniera si trova in una situazione particolarmente critica. Il calo dell'occupazione l'ha particolarmente colpita e nel 2020 la povertà assoluta ha raggiunto circa un terzo delle famiglie con stranieri. Vogliamo trovarci anche da noi delle banlieue come quelle francesi?
Le diseguaglianze territoriali continuano ad essere elevate. Il Mezzogiorno è lontano dal Nord su tutti i fronti. Economico, del lavoro, della formazione, dell'uso di internet, della situazione di donne, giovani, bambini, anziani, disabili, della disponibilità di infrastrutture economiche e non parliamo di quelle sociali.
Abbiamo l'opportunità del Pnrr e non solo di questo. Sfruttiamola veramente per ridurre le diseguaglianze, investiamo di più su questo. Non si tratta di carità ma di azioni necessarie anche per la crescita economica che ci collocheranno fra le democrazie evolute, capaci di garantire ai loro cittadini condizioni di vita degne. Abbiamo bisogno che per qualsiasi intervento e azione si tenga conto della sua potenza redistributiva. Con meno diseguaglianze la nostra crescita avanzerà e la nostra democrazia si rafforzerà.
*Direttora centrale Istat
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 5 febbraio 2022
L'inutilità del carcere nella cover di Fabrizio De André di Giovanni Truppi e Vinicio Capossela a Sanremo. "Per quanti voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti" sono tra i versi più spesso citati della storia della musica italiana. Presi a sorta di massima, è aforisma compendio di Storia di un impiegato: un circolo che si chiude sul finire del quarto concept album di Fabrizio De André. Giovanni Truppi, in gara al 72esimo Festival di Sanremo, ha scelto il brano Nella mia ora di libertà per la serata delle cover, la quarta di venerdì 4 febbraio. E ha scelto di cantarla con Vinicio Capossela, per la prima volta sul palco dell'Ariston.
Il più istrionico, enciclopedico, eclettico cantautore della sua generazione. E anche quello più prossimo a De André, il mostro sacro, considerato inavvicinabile. Di origini campane, Calitri in Alta Irpinia dove ha creato lo SponzFest, come Giovanni Truppi, che è nato a Napoli ed è in gara con la sua Tuo padre, mia madre, Lucia. "Ho scelto questa canzone - ha spiegato a Repubblica quest'ultimo - perché credo nelle sue parole e me ne sento rappresentato. Credo fortemente, come dice De André, che siamo tutti coinvolti, anche perché siamo collegati tra noi più di quanto riusciamo a realizzare: ce lo dicono la biologia e la fisica, ce lo ha detto Jung e ce lo dicono la storia e l'economia. Quando penso a questo mi sembra evidente che se una persona ha fame è perché il suo pezzo di pane l'ha preso (metaforicamente) qualcun altro e il fatto che cerchi di sopravvivere, anche rubando, mi sembra la cosa più normale del mondo".
Nella mia ora di libertà chiude dunque il disco più politico di De André. Pieni anni di piombo, la contestazione, il sogno di un mondo nuovo, gli ideali che distorcono e sfociano nella violenza. Le ossessioni, le convulsioni, la ribellione di una generazione nell'uomo in rivolta, un giovane impiegato, ispirato da un canto del Maggio Francese alla rivoluzione. Il travet che non rinuncia al suo individualismo e che tramite incontri in piazza e viaggi onirici - sogna di far saltare con l'esplosivo i simboli del potere e della borghesia - attraversa la contestazione per approdare al terrorismo.
Il trentenne diventato bombarolo piazza il suo tritolo. Sbaglia e fa saltare in aria un chiosco di giornali e non il Parlamento. Ferito nell'orgoglio e umiliato, dal carcere vede la sua donna intervistata. Verranno a chiederti del nostro amore è il capolavoro del disco, unico brano portato in tour anche nei decenni successivi. L'uomo ormai è solo in carcere e riflettendo intorno alla sua ora d'aria cui decide di rinunciare evolve la sua protesta individuale in una lotta collettiva. Chiedendosi "qual è il crimine giusto per non passare da criminali", i detenuti decidono di sequestrare i secondini proprio durante l'ora di libertà.
La canzone è una miniera di versi, spesso presi alla maniera di aforismi, citati di continuo. "Di respirare la stessa aria d'un secondino non mi va" nell'incipit, "se fossi stato al vostro posto ma al vostro posto non ci so stare", "Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d'obbedienza fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni", "Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame".
La critica fu ingenerosa con il disco scritto con Giuseppe Bentivoglio. Giorgio Gaber parlò di "un linguaggio da liceale che si è fermato a Dante, che fa dei bei temini, ma non si riesce a capire se sia liberale o extraparlamentare". A proposito del suo fervore anarchico il cantautore genovese disse: "Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo ... In realtà vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità". Il valore del disco è stato pienamente riconosciuto solo a partire dagli anni '90.
Capossela ha paragonato De André alla Bibbia, che si può leggere in chiesa come in carcere e, al Corriere del Mezzogiorno, ha aggiunto, senza dimenticare le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Una canzone di grande radicalità che sottolinea come non ci sia possibilità di conciliazione tra detenuto e detentore. La nostra società ha sempre più bisogno di punizione. Calano i reati ma crescono esponenzialmente le detenzioni, in condizioni di precarietà e sovraffollamento, che riguardano soprattutto gli strati più deboli. La società punisce soprattutto quelli che la disparità sociale sulla quale si regge ha condannato a stare in basso. Non dimentichiamo cosa il Covid abbia poi significato per la popolazione carceraria, in termini di perdita di diritti, a partire da quello più importante che a prescindere dal covid in carcere è già profondamente sacrificato: il diritto all'affettività".
di Chiara Saraceno
La Stampa, 5 febbraio 2022
Le motivazioni delle migliaia di studenti che ieri sono scesi in piazza a protestare in diverse città d'Italia sono diverse e non tutte necessariamente condivise dai manifestanti. Quella che ha fatto da detonatore alla protesta iniziata già nei giorni scorsi è stata la morte di Lorenzo Parelli, il 18enne "schiacciato" da una putrella in una fabbrica di Udine nel suo ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro: un evento drammatico che non solo, ancora una volta, ha mostrato quanto sia carente la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro e l'osservanza delle norme di sicurezza, ma ha anche evidenziato la faciloneria con cui una attività che dovrebbe essere formativa, di apprendimento e organizzata come tale, viene invece lasciata alle decisioni organizzative dell'azienda, nei contenuti e nei modi, al di là dell'impegno che mettono molti docenti nel cercare occasioni interessanti per i loro studenti e di singoli lavoratori che nelle aziende si assumono seriamente la responsabilità di fare da tutor agli studenti.
Solo dopo questa disgrazia ministro dell'Istruzione e quello del Lavoro hanno preso l'iniziativa di sedersi insieme attorno a un tavolo per mettere a punto un protocollo che definisca sia il carattere squisitamente formativo dell'esperienza (che quindi è improprio chiamare alternanza scuola-lavoro, come se si trattasse di due cose, attività, separate), sia le condizioni in cui può e deve essere svolta. Dietro alla protesta per la morte di Lorenzo, quindi, c'è anche quella per uno strumento introdotto senza cura per le modalità di attuazione. Questa richiesta di rispetto e di ascolto delle loro buone ragioni rende tanto più incomprensibile e inaccettabile che gli studenti scesi in piazza subito dopo la morte di Lorenzo siano stati presi a manganellate: un'azione non giustificabile con la scusa degli "infiltrati", avanzata dalla ministra dell'Interno, cui ha fatto seguito un altrettanto incomprensibile silenzio del ministro dell'Istruzione. Come se la protesta degli studenti per un fatto grave che riguarda la scuola e la loro esperienza come studenti non avesse la stessa dignità e legittimità della protesta, per motivi analoghi, dei lavoratori dopo un incidente sul lavoro. Anzi viene criminalizzata a priori. Questa insensibilità alle buone ragioni degli studenti, al loro disagio in una scuola non sempre in grado di coinvolgerli e di innestare gli apprendimenti necessari nell'esperienza viva, disagio che si è amplificato in questi lunghi anni della pandemia, non può che aumentare il senso di estraneità rispetto a una scuola di cui si perde il senso.
Un rischio tanto più grande quanto più gli studenti non trovano in loro stessi, in famiglia, nell'ambiente che li circonda, in singoli insegnanti, un di più di senso e di motivazione. A mio parere è proprio da questa estraneazione, perdita di senso di ciò cui dovrebbe servire la scuola - l'apprendimento come processo di acquisizione e arricchimento di competenze e capacità, di desiderio di imparare, di curiosità per ciò che non si sa - che nasce una delle motivazioni forti, ma anche problematiche, della protesta di ieri: il rifiuto dei due scritti per l'esame di maturità, in nome di un apprendimento che non ci sarebbe stato a causa di Dad e quarantene varie. Senza negare le difficoltà affrontate dagli studenti in questi due anni, per altro in modo fortemente diseguale a seconda delle risorse di cui disponevano in famiglia oltre che della capacità dei loro insegnanti di innovare le loro modalità didattiche, mi sembra una dichiarazione di sconfitta e di incapacità che dovrebbero invece rifiutare. Dovrebbero chiedere di essere valutati per la loro capacità di costruire argomentazioni e sviluppare riflessioni (tema di italiano), per quanto hanno appreso della materia principale in base al programma effettivamente svolto (il secondo scritto sarà tagliato su misura di ogni classe). Non di essere trattati da poveretti che hanno perso tempo senza apprendere nulla. È già stato sbagliato farlo lo scorso anno. Proseguire con la stessa modalità è un' (auto) dichiarazione di sconfitta che gli studenti non dovrebbero fare né accettare. Chiedano, se necessario, più tempo, più sostegno all'apprendimento per chi è maggiormente in difficoltà, esami orali non nozionistici ma che consentano di esprimere gli apprendimenti sostanziali. Ma, per favore, non si dichiarino in partenza sconfitti.









