Il Mattino, 4 febbraio 2022
Trentadue proposte di patteggiamento per le posizioni "più marginali" sono state avanzate dal Procuratore Aggiunto di Santa Maria Capua Vetere Alessandro Milita nel corso dell'udienza preliminare sui pestaggi ai danni dei detenuti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020; 108 gli imputati tra agenti della Polizia penitenziaria e funzionari del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria).
Milita ha proposto pene da un anno e otto mesi a due anni con la condizionale per quegli agenti "responsabili di condotte di lieve gravità", che ora dovranno decidere se accettare la proposta, poi sarà il giudice per l'udienza preliminare Pasquale D'Angelo ad avere l'ultima parola.
Restano fuori gli imputati di peso come gli ufficiali della Polizia Penitenziaria Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Anna Maria Costanzo, o l'ex provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone La scelta della Procura, ha spiegato Milita, ha lo scopo di snellire un procedimento già peraltro corposo, visto che con gli imputati, sono un centinaio le parti civili che questa mattina lo stesso gup, sciogliendo la riserva, ha autorizzato a partecipare al processo: accanto agli 89 detenuti vittime dei pestaggi (gli ultimi tre si sono costituiti stamani), il magistrato ha ammesso anche il garante nazionale e quello regionale dei detenuti, le quattro associazioni che avevano fatto richiesta di costituirsi (Antigone, Carcere possibile, Agad onlus, Abusi in divisa), ed enti come l'Asl e il Ministero di Grazia e Giustizia; D'Angelo deciderà invece nell'udienza calendarizzata per il 15 febbraio se autorizzare una ventina di parti civili che ne hanno fatto richiesta - tutti detenuti tranne un'associazione - a citare lo stesso Ministero retto da Marta Cartabia come responsabile civile; il gup ha concesso tempo fino all'otto febbraio alle parti civili per depositare richiesta e farsi autorizzare a citare il Ministero per le condotte degli agenti.
di Otello Lupacchini
Il Riformista, 4 febbraio 2022
I più alti incarichi della magistratura sono stati bocciati dal Consiglio di Stato. Bocciata anche la nomina del procuratore di Roma. Eppure la magistratura ormai priva di credito si autocelebra. Il peccato di origine del corretto ragionatore è il gusto sia per il metodo sia per l'obiettività, sicché paga per questo con costanti frustrazioni e vivendo spesso la vita di un intellettuale proscritto. Ma non è questa una buona ragione per astenersi dal trattare temi scottanti, come le concioni tenute nel corso delle cerimonie inaugurali dell'anno giudiziario in Cassazione e presso le Corti d'appello. Occorre, dunque, se si abbiano a cuore dignità e reputazione, disattendere il consiglio di Francesco Guicciardini (Ricordi, Garzanti, Milano 1999, 25 p. 38), di guardarsi "da fare quelli piaceri agli uomini che non si possono fare senza fare equale dispiacere a altri: perché chi è ingiuriato non dimentica, anzi reputa l'ingiuria maggiore; mentre chi è beneficiato non se ne ricorda o gli pare essere beneficiato manco che non è".
Al netto delle bétises di chi rivendica di aver "buttato il sangue" accompagnate da stucchevoli geremiadi per "la gente (cioè magistrati, ndr.) che se ne sta scappando perché non ce la fa più" o per "le sezioni di polizia giudiziaria ridotte allo stremo e nessuno lo dice con forza e quando qualcuno lo dice con forza è chiamato pazzo", per quanto flebile, ancora non s'è spenta l'eco dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, là dove, per un verso, ci si è profusi in iperbolici ringraziamenti al presidente della Repubblica uscente, ma tosto rientrato, segnalatosi per un'intensa opera di moral suasion, sebbene, purtroppo, obiettivamente inefficace, ma anche per non aver mai preso attiva posizione, come gli avrebbero imposto le prerogative dell'alto ruolo di garante della Costituzione e di presidente del Consiglio superiore della magistratura, di fronte ai gravi "scandali" che hanno investito l'organo di autogoverno e ai reiterati deragliamenti di taluni settori della magistratura, rispetto alla funzione istituzionale assegnatale, tali da aver minato irrimediabilmente sia la tenuta costituzionale dei rapporti fra i poteri dello Stato sia la credibilità del "terzo potere"; mentre, per l'altro, si è gareggiato, tra presidenti di corte e procuratori generali, ad autocelebrarsi, riconoscendosi reciprocamente, senza alcun imbarazzo, i meriti per i risultati asseritamente conseguiti. Di certuni fra costoro colpiscono la sordità alla logica e la mancanza di immaginazione, là dove, tuttavia, meticolosi e pazienti come formiche fabbricatrici, hanno un modo quasi ingegnoso di elaborare il vuoto intellettuale; una struttura mentale, insomma, che predispone all'intrigo poliziesco, tanto che c'è tra di essi chi ha fatto carriera come cacciatore d'opinioni sospette.
Proprio in relazione alle cerimonie inaugurali, per vero ormai da tempo, si stigmatizza come nulla possa giustificare tanta pompa e magniloquenza e si ventila, comunque, che meglio sarebbe, se non sopprimerle, almeno sospenderle fintanto che le cose della giustizia, in questo Paese, non andranno un poco meglio. Scorrendo le orazioni che in questi ultimi anni persone importanti e competenti hanno pronunciato, verrebbe da pensare che le insufficienze degli apparati di giustizia siano determinate da impulsi provenienti da un altro pianeta: le disfunzioni evidenziate, seppure lo siano state, vengono attribuite un po' al legislatore, un po' alla burocrazia e, comunque, mai la magistratura censura sé stessa, tendendo piuttosto a tessere gli elogi dei suoi uomini.
Se le cose non vanno bene, infatti, la colpa è di altro o di altri, come la scopertura di organico o addirittura il numero eccessivo degli avvocati. Nei discorsi d'occasione, finalmente, gli "alti magistrati" non mancano mai di sottolineare la necessità di custodire l'indipendenza dell'Ordine giudiziario e di rassicurare circa il massimo impegno di giudici e procuratori per fornire un servizio di qualità, celere, efficiente. Non v'è, tuttavia, chi non veda come, quest'anno, qualche più grave vicenda sarebbe stata degna, non dico di essere dibattuta, ma almeno di essere segnalata da persone di grande esperienza maturata sul campo all'attenzione di chi vorrebbe "sapere", attraverso analisi sincere, responsabili, consapevoli, abbandonando almeno per una volta gli ameni pascoli dell'astrazione concettuale o categoriale o, anche, numerica e statistica. Il pensiero corre ad esempio all'annullamento, disposto da recenti sentenze del Consiglio di Stato, delle nomine, effettuate nel 2020 dal Consiglio superiore della magistratura, del primo presidente e del presidente aggiunto della Corte di cassazione, che ha aperto a varie questioni, facendo perdere di vista principi fondamentali che invece meritano di essere ribaditi.
Non è questa la sede per contestare metodo e merito della reiterazione, da parte del Consiglio superiore, delle nomine annullate, la cui inusitata celerità appare, del resto, comprensibile, dato il momento: come avrebbe potuto aver luogo la cerimonia inaugurale, con una Corte di cassazione acefala? Certo, non si può pretendere che a porre la questione fosse uno dei destinatari degli effetti dell'annullamento, prima, e della reiterazione della nomina annullata, poi, ma, a fronte delle plurime decisioni del Consiglio di Stato nel senso di annullare le nomine a incarichi giudiziari direttivi disposte dal Consiglio superiore, fra cui la clamorosa bocciatura della nomina del procuratore della Repubblica di Roma, qualcuno si sarebbe dovuto interrogare magari sull'idoneità delle regole di funzionamento dell'organo di autogoverno, nonché delle norme che presiedono alle valutazioni che esso deve compiere, per garantire in modo soddisfacente la realizzazione dell'interesse pubblico che deve perseguire.
Né il Parlamento, che di tale normativa è l'autore e che delle necessità di modifiche e aggiornamenti deve farsi carico, né il governo, al cui interno siede il ministro della Giustizia, e prima ancora il capo dello Stato, che del Consiglio superiore è presidente, si son posti il relativo problema. La questione, peraltro, è stata posta, sebbene in termini tutt'altro che esatti, da Vladimiro Zagrebelsky (La Stampa, 18 gennaio 2022), secondo il quale, "i rapporti e le competenze di organi di vertice nella architettura dello Stato" meriterebbero maggiore "prudenza", intesa come "ritegno da parte di tutti (che) conta più dell'esito di astratte considerazioni giuridiche, la cui naturale e opportuna elasticità lascia appunto spazio alla prudenza".
Prospettazione brutale per un duplice ordine di motivi: innanzitutto, perché l'applicazione della legge non deve arretrare di fronte agli "organi di vertice", quando sia previsto il controllo giurisdizionale sugli atti di questi organi; in secondo luogo, perché l'evidente richiamo a limiti non scritti della giurisdizione proviene da un sostenitore della prevalenza, nello Stato di diritto costituzionale, della giurisdizione stessa.
E questo, con buona pace della "legalità", intesa come la massima garanzia di libertà, essendo imposto a tutti il pieno rispetto della legge, che è il vero "strumento del popolo", la cui fonte può stabilire o modificare, direttamente od indirettamente, i diritti fondamentali dei cittadini e le regole di convivenza e di comportamento, ma il cui significato è coniugato secondo il wishful thinking dei suoi aedi.
Esemplare, in questo senso, per restare sui discorsi d'occasione della cerimonia d'inaugurazione dell'anno giudiziario, il ragionamento del massimo vertice della magistratura inquirente, allorché, "con sguardo severo e grave tuono", ribadito, secondo una ritualità ormai stantia, che "la magistratura non può inseguire il consenso e occorre che la sua azione sia ispirata all'alto insegnamento del presidente della Repubblica: le sue decisioni non devono rispondere né alle correnti di opinione, ma soltanto alla legge", tradendo platealmente, però, subito dopo questo monito del capo dello Stato, allineandosi alla corrente di pensiero più retriva, forcaiola e antilegalista, ha finalmente dichiarato che ergastolo ostativo e regime di cui all'art. 41-bis dell'Ordinamento penitenziario "non sono carcere duro, ma strumenti per impedire che i mafiosi continuino a comandare dal carcere, come avveniva prima del 1992".
Non sono più i tempi in cui era, purtroppo, dato assistere a dialoghi del tipo: "Da dove venite, Mademoiselles?", "Mamma, veniamo dall'aver visto ghigliottinare. Oh! Mio Dio, quanta fatica quel povero boia". Tuttavia, mutatis mutandis, il monito conclusivo del procuratore generale della Cassazione, "Chi dimentica la propria storia è destinato a riviverla", soprattutto per il cipiglio con cui queste parole sono state pronunciate, riporta alla memoria una triste vicenda che G. Lenotre, Le Tribunal révolutionnaire, Perrin, Paris, 1908, offre, per dirla con Salvatore Satta (Il mistero del processo, 1949), come un "mistero doloroso" alla contemplazione del giurista: 2 settembre 1792, mentre il tribunale rivoluzionario, costituito da pochi giorni e con al suo attivo soltanto tre teste, giudicava il maggiore Bachmann, della guardia svizzera del re, un'orda di sanculotti eccitati da qualche mestatore, forzava i cancelli, e armata di scuri, di pugnali, di picche, trascinava i prigionieri trovati in mezzo al cortile davanti a un improvvisato tribunale del popolo, facendone orribile scempio.
Con urla disumane, essendo corsa la voce tra la folla inferocita che gli svizzeri del re erano nella sala delle udienze, un'orda di scalmanati, i cenci e le armi grondanti di sangue, era balzata su per le scale e aveva attraversato i vestiboli per comparire sulla soglia dell'aula, determinata a farsi giustizia da sé. Era stato allora che il presidente Lavau, con poche, ma energiche parole, aveva intimato all'orda di massacratori "di rispettare la legge e l'accusato che (era) sotto la sua spada", intendendo dire: "Lasciatelo stare, ci pensiamo noi ad ammazzarlo".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2022
Antigone è stata ammessa come parte civile nel procedimento penale per le torture avvenute il 6 aprile del 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Si va finalmente a processo.
Il 16 aprile di quell'anno, in pieno lockdown, Antigone aveva denunciato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria quanto aveva appreso da parenti di persone detenute in una serie di racconti perfettamente coerenti e combacianti, depositando quattro giorni dopo un esposto in Procura contro la polizia penitenziaria per tortura e percosse e contro i medici per omissione di referto, falso e favoreggiamento. Nulla si mosse fino al settembre successivo, quando si diffuse la notizia dell'esistenza di un video - reso pubblico nei mesi seguenti - che documentava le brutali violenze. Immagini salvate di nascosto da un magistrato di sorveglianza senza che i protagonisti - che tenteranno di falsificare quella che credevano essere la sola copia esistente - ne fossero a conoscenza.
Lo scorso settembre la procura di Santa Maria Capua Vetere ha depositato l'atto di chiusura delle indagini. Vi si racconta di un carcere trasformato in teatro di guerra, una guerra punitiva dichiarata unilateralmente da chi dovrebbe rappresentare le istituzioni. Le vittime sono 177, gli indagati 120, i capi di imputazione 85. Una persona è morta. Altro che mele marce.
C'è un prima e c'è un dopo, rispetto alle violenze di Santa Maria Capua Vetere. Il prima è l'indifferenza, la retorica insopportabile delle poche mele marce di una nazione che fino al 2017 non poteva incriminare per tortura i propri funzionari in assenza di una legge che la punisse in modo espresso, il senso di impunità e strafottenza verso la legalità ostentato dai poliziotti nelle conversazioni intercettate, il silenzio assordante dei tanti che quel giorno erano in istituto pur senza aver partecipato al pestaggio. Di tutti loro, come ovvia prassi omertosa di sistema, altro che mele marce, dimostrando con ciò stesso che l'uso della violenza in carcere non è un'eccezione.
Il dopo è la reazione pubblica indignata, l'inchiesta, la presa di posizione del governo, la visita della ministra della Giustizia Marta Cartabia e del premier Mario Draghi a Santa Maria Capua Vetere, le loro parole inequivocabili, l'istituzione di una commissione ministeriale per l'innovazione penitenziaria la cui presidenza è stata affidata al prof. Marco Ruotolo, la consapevolezza che nelle carceri è necessaria una rivoluzione antropologica e normativa, una formazione condivisa del personale su una pena costituzionalmente orientata.
Il processo per tortura farà il proprio corso. Un vero e proprio maxi-processo, con centinaia di parti coinvolte. E ci saranno anche gli avvocati di Antigone. Nel frattempo l'attuale capo dell'Amministrazione Penitenziaria ha preannunciato le dimissioni, alla luce della pensione oramai vicina. Chi prederà il suo posto (perché non un direttore di carcere? Perché non un professore universitario? Non è mai accaduto prima. Perché dare per scontato che debba essere sempre e solo un magistrato?) dovrebbe ripartire da quel video.
Senza farsi condizionare dalle corporazioni, dovrebbe prendere con nettezza tutte le misure volte a bandire ogni forma di violenza dai luoghi di detenzione: videocamere che riprendano anche i luoghi più oscuri (le scale, le sezioni di isolamento), registri che certifichino tutte le operazioni di perquisizione, procedimenti disciplinari effettivi verso chi è coinvolto in attività illegali e violente. Tutto questo non è contro le forze dell'ordine. Tutto questo è a tutela dei poliziotti onesti. Ogni contrarietà dei sindacati di polizia penitenziaria sarebbe inammissibile e li porrebbe ai limiti della legalità interna e internazionale.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Eva Ciuk
rainews.it, 4 febbraio 2022
Graziano Pujia, da poco alla guida della casa circondariale di Trieste, illustra gli obiettivi per il suo triennio. Ripensare gli spazi, riallacciare i rapporti con il volontariato e i partner istituzionali, creare opportunità di lavoro e formazione con il nuovo forno e con la cucina nella sezione femminile.
Sono questi alcuni degli obiettivi del nuovo direttore che guiderà la casa circondariale di Trieste per almeno 3 anni: Graziano Pujia, 57 anni, ha alle spalle esperienze strutture con caratteristiche diverse, dal Regina Coeli a Roma al carcere di massima sicurezza di Sassari che ospita anche terroristi islamici. Positivo il giudizio del nuovo direttore sulla tutela sanitaria in carcere ad eccezione dell'emergenza pandemica. Al momento nessun detenuto è positivo.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 4 febbraio 2022
Il "fattaccio" capitò l'8 febbraio scorso in una delle camere di sicurezza che in tribunale sono riservate ai detenuti in attesa di partecipare all'udienza. C'è uno di loro che si accende una sigaretta (vietato) e comincia a fumare in un luogo non consentito.
L'assistente capo della polizia penitenziaria se ne accorge. Chiede insistentemente all'ospite di consegnargli l'accendino, lui si rifiuta. Parte un ceffone. Forte, molto forte. Perché il detenuto finisce con il viso contro il muro della stanza. Riporterà un trauma facciale (tre giorni di prognosi) e denuncerà tutto.
Il poliziotto risponde di lesioni aggravate dall'abuso di potere. Ma il pm Giovanni Caspani, titolare dell'inchiesta, ha chiuso le indagini sollevando accuse anche ad altri colleghi del presunto poliziotto "violento". Già, perché - secondo l'ipotesi formulata dal pm - dopo quanto avvenuto si sarebbe cercato di "coprire" i fatti, stravolgendoli ai fini di assicurare l'impunità all'indagato principale di questa storia difeso dal legale Gianluca Orlando. I protagonisti? Suoi colleghi.
Sono stati dunque indagati - e figurano nell'avviso di conclusione indagine notificato ieri dalla procura ai diretti interessati - l'assistente capo, difeso dall'avvocato Attilio Molinengo e il sostituto commissario e coordinatore del nucleo operativo della polizia penitenziaria, che risponde anche di frode in processo penale e depistaggio.
Dalle risultanze delle indagini condotte dalla procura l'assistente capo, poco dopo i fatti, avrebbe intimato al detenuto di non denunciare alcunché: "Formulava delle minacce alla parte offesa - si legge agli atti - dicendogli che non gli sarebbe convenuto parlare perché diversamente avrebbe avuto problemi in carcere durante la sua detenzione". Infine: "Lo avrebbe fatto trasferire dal padiglione in cui era detenuto ad altro settore".
Il collega avrebbe, dopo i fatti, stilato un resoconto falso di quanto avvenuto. Nell'informativa diretta al comandante del reparto scriveva "che aveva parlato con il detenuto e che gli era sembrato tranquillo, che avrebbe negato la consegna dell'accendino cercando di nasconderlo sotto la mascherina che in seguita gli sarebbe stata tolta". Riferisce ancora Picerno che "il detenuto avrebbe negato di aver sbattuto la testa contro il muro". Altre bugie avrebbe raccontato sostenendo che "nel tentativo di afferrare la mascherina del detenuto il collega gli avrebbe toccato il viso con la mano causandone la caduta per terra degli occhiali da vista". Troppo, secondo il magistrato. Presunti tentativi di depistaggio di cui dovranno rispondere davanti a un giudice.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 4 febbraio 2022
Lo sfogo del garante Pietro Ioia: "Abbiamo detenuti come bestie, adesso che c'è il Covid è ancora peggio, stanno ancora più chiusi nelle celle. Non ci sono posti per isolare i positivi al Covid, non c'è spazio. E se in un carcere non c'è spazio non può funzionare. Se un carcere non ha spazio i detenuti escono peggio di prima perché accumulano solo rabbia, rabbia verso le istituzioni.
Ed è a loro che rivolgo il mio appello, alle istituzioni: aiutateci perché i detenuti sono esseri umani e hanno bisogno di vivere nelle carceri, di cambiare vita, di potersi sentire uomini e non bestie e non criminali". Quello di Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli è un appello accorato e arrabbiato, che viene fuori come un fiume in piena, uno sfogo alla frustrazione di vedere che le cose non cambiano mai, nonostante il suo perenne impegno.
Da due anni Ioia è il garante dei detenuti di Napoli. Entra ed esce dalle carceri del territorio cittadino, parla con i detenuti, i loro familiari, si interfaccia con gli altri garanti come Emanuela Belcuore, della provincia di Caserta e Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. Tiene il pugno della situazione e non nega un orecchio e una spalla a nessuno. Costante è la sua attività per cercare di risolvere i problemi in carcere ma lui dice "è solo una goccia in un oceano". Per Ioia ci vorrebbe una rivoluzione, una riforma come quella di cui si parla tanto e che poi non arriva mai.
"Noi garanti dobbiamo garantire che un detenuto deve stare bene in carcere ma il detenuto non sta bene - continua il suo sfogo - Io raccolgo tutte le lamentele dei detenuti e i temi sono sempre gli stessi. Non mi è mai capitato che un detenuto mi dicesse 'si sta bene qua' oppure 'questa cosa è migliorata'. Non sta migliorando nulla nelle carceri. Andiamo sempre a peggiorare. Per il Governo, per le Istituzioni, sembra che il carcere sia l'ultima ruota. Non se ne fregano proprio. Noi garanti ma cosa garantiamo? Cosa possiamo garantire?".
"Faccio appello al Garante Nazionale (Mauro Palma, ndr) a Rita Bernardini (Presidente di Nessuno Tocchi Caino, ndr), al Presidente della Repubblica affinché ci ricevesse e ci desse una direzione su come dobbiamo fare con le carceri - continua Ioia - C'è gente che soffre, gente malata, persone di 88 anni ancora recluse. In questi due anni ho parlato con i direttori delle carceri, con i comandanti degli agenti penitenziari, ma non è migliorato nulla. Non si può migliorare un carcere super affollato, non c'è niente di migliore".
"A volte mi sembra che nemmeno le Istituzioni siano interessate ad aggiustare le carceri - continua ancora il garante napoletano - e non hanno capito che il carcerato riguarda tutti, non solo lui e la sua famiglia, ma tutta la società perché dal carcere si esce più incattiviti. Un carcere che stai dentro e se malato e non ti possono curare, non ci sono spazi rieducativi, non ci sono attività sportive, sono carceri che non servono, si possono anche chiudere. Così esci dal carcere peggio di prima, più arrabbiato, più criminale e dopo vai a commettere altri reati. Non serve un carcere che non ha tutte le cose previste dall'articolo 27 della Costituzione. Se non viene rispettata la Costituzione di cosa parliamo? Le carceri sono abbandonati a loro stessi e il problema è del Governo, è centrale, e se la politica non fa qualcosa noi avremo sempre i criminali per strada, dei ladri dei stupratori, degli assassini. La società non ha bisogno di questa gente, ha bisogno di persone che escono dal carcere cambiate, altrimenti non è servito a niente".
"Quando vedi che pure i direttori delle carceri non riescono a fare nulla - conclude Pietro Ioia - capisci che il problema è centrale. Una riforma della Giustizia che non si fa da anni, si parla solo ma poi non la attuano. Oggi la giustizia è vendetta, non è giustizia e noi vogliamo una vera giustizia, una vera riforma.
Una vera giustizia per l'essere umano, per chi esce dal carcere, per chi subisce e commette il reato. Vedo celle affollate e poliziotti in sottorganico che osservano anche 400 detenuti in contemporanea da soli. È uno stress enorme anche per loro.
Non ci sono abbastanza educatori e nemmeno psichiatri. Ci sono detenuti malati mentali e i poliziotti penitenziari si sostituiscono agli psichiatri, ma sono solo esseri umani e aiutano per umanità. Vedo nelle carceri distruzione, povertà e malattia, vedo anche rabbia contro la penitenziaria che non ha colpe... ci vuole con urgenza una riforma della Giustizia".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 4 febbraio 2022
È un grido di dolore che si ripete ogni anno, una via di mezzo tra la disperazione e la rassegnazione: la disperazione di chi è in carcere e subisce tutte le conseguenze negative, i diritti negati, le attese in tempi non sempre ragionevoli che il sistema provoca, la rassegnazione di chi ogni anno elenca dati e statistiche, cause ed effetti, ben sapendo che poco o nulla cambierà. Parliamo del settore dell'esecuzione della pena, il tribunale di Sorveglianza.
A Napoli è davvero uno dei luoghi dove la giustizia affanna di più, dove le carenze e le disfunzioni del sistema giudiziario si incrociano con le criticità del sistema penitenziario. Risultato? Attese interminabili e diritti negati. Ovviamente per chi è in carcere, per chi sconta una condanna che dovrebbe avere un fine riabilitativo e non solo privativo, per chi è in quella sorta di discarica sociale che chiamiamo istituti di pena.
"Va ancora una volta rilevato come in molti istituti il numero dei ristretti è superiore alla capienza regolamentare fissata dalla direzione generale - si legge nell'ultima relazione sullo stato dei fatti presso il Tribunale di Sorveglianza di Napoli per cui a breve bisognerà eleggere un nuovo presidente - Sovraffollamento che comporta gravi problemi di gestione del quotidiano, carenze nel trattamento rieducativo dei ristretti e nell'assistenza sanitaria degli stessi, nonché notevoli difficoltà di convivenza tra i detenuti, acuitesi in questo anno a causa della naturale tensione dovuta al timore di contagio Covid e delle ben note vicende che si sono susseguite negli istituti penitenziari" ha evidenziato il presidente facente funzioni Angelica Di Giovanni consegnando nell'annuale relazione di bilancio di fine anno.
"Resta inoltre elevata la presenza negli istituti di soggetti con problematiche di tipo psichiatrico non adeguatamente assistiti per la loro specifica patologia e in più casi trattenuti in istituto carcerario nonostante la prevista destinazione in Rems o assegnati ad una casa di lavoro pur essendo stati in origine prosciolti per infermità di mente, e ciò a causa della carenza di ricettività delle Rems e/o dell'inadeguatezza dei servizi di salute mentale territoriali".
Lo denunciano da tempo immemorabile i garanti e i penalisti più impegnati sul fronte della condizione penitenziaria e dei diritti dei detenuti. I diritti in carcere sono negati. Importa a qualcun altro? Non si riesce a garantire nemmeno il più elementare dei diritti, quello alla salute. "Si evidenzia la particolare situazione vissuta dal settore assistenza sanitaria penitenziaria del distretto che specificamente e insieme a tutti gli altri circuiti penitenziari paga lo scotto di una inequivoca confusione logistica e istituzionale per una carenza di univocità e uniformità di informazione prima e di formazione dopo".
Una "confusione" che dura da tanto, troppo tempo. Possibile che in tanti anni non si sia riusciti a risolvere il problema? Possibile che si lascino migliaia di persone in una condizione che è al di sotto di ogni limite di vivibilità? In Campania, infatti, si fa riferimento a una popolazione di 6.065 detenuti, 3.800 dei quali rientrano nella sfera di competenza del Tribunale di Sorveglianza di Napoli. Una popolazione vastissima, divisa soprattutto tra la casa circondariale di Poggioreale (2.219 detenuti su una capienza regolamentare disponibile di 1.517) e il centro penitenziario di Secondigliano (1.183 su una capienza di 1.071). Ancora critico anche il tema della tutela della salute mentale: risultano attive quattro Rems (tre nel Casertano e una nell'Avellinese) e persistono difficoltà di raccordo con i dipartimenti di salute mentale delle Asl e i servizi sociali del territorio, "spesso non adeguatamente attrezzati per la predisposizione di piani terapeutici individuali idonei a consentire la dimissione e il reinserimento in società degli internati in tempi rapidi".
di Luca Cereda
vita.it, 4 febbraio 2022
"Nordic walking", "taijiquan", il tennis tavolo, gli scacchi, pallavolo e ovviamente calcio. Questi sono alcuni degli sport che il Csi porta nel carcere di Vicenza attraverso il progetto "Csi, Carcere Sport Insieme". Enrico Mastella: "Dentro il carcere abbiamo portato anche l'arte".
"Il rapporto tra il dentro e il fuori, tra il Csi e il carcere San Pio X di Vicenza è iniziato nel '96. Abbiamo iniziato con lo sport: dal tennis tavolo e allo yoga, ma anche i corsi di formazione sportiva, dalla dieta alla traumatologia. E poi abbiamo portato le scuole all'interno e il carcere all'esterno organizzando attività nelle suole o nelle parrocchie: dopo l'attività sportiva, in un clima informale, si parla di carcere e si entra in contatto con esso", spiega Enrico Mastella, già presidente Csi Vicenza e responsabile del progetto CSI Carcere / Sport / Insieme.
Oltre allo sport, ripartito l'estate scorsa, continuando i progetti di Csi in carcere, i volontari dell'associazione arancioblu hanno constatato che erano molto "fredde" le sale colloqui della Casa Circondariale di Vicenza: "È nata così l'idea di coinvolgere un'esperta di arte terapia che già stava lavorando in alcune carceri lombarde per abbellire i locali. Un'iniziativa realizzata negli ultimi mesi del 2021 grazie al progetto finanziato dalla Regione del Veneto che ha coinvolto le persone detenute", spiega Mastella.
Tra le attività sociali che i volontari di Csi - tutti formati appositamente per entrare in carcere - propongono nella casa circondariale vicentina, ci sono quelle sportive, ma esiste anche un servizio di accoglienza per le famiglie delle persone detenute finalizzato all'animazione soprattutto dei bambini in visita ai padri con la famiglia. Essendo il carcere veneto solo maschile. "Ecco perché conosciamo bene l'area adibita ai colloqui. Ed ecco perché ci siamo accorti, anche su sollecitazione dell'Amministrazione Penitenziaria - continua Mastella - che le sale erano imbiancate e pulite, ma molto asettiche. Da qui l'idea di coinvolgere l'artista Valeria Pozzi che già stava lavorando su progetti simili e con l'arteterapia in carcere e lavora in particolare con le persone detenute a Piacenza, Cremona, Mantova e Lodi e ora anche a Vicenza".
Pozzi non ha solo dipinto le pareti della sala colloqui del carcere, ha proposto ai detenuti corsi di arte terapia e in questo caso applica le teorie della cromoterapia agli ambienti. Insomma un progetto che ha una doppia valenza: coinvolgere le persone detenute e rendere belli gli ambienti della Casa circondariale.
Nelle sale colloqui sono stati utilizzati colori come il verde salvia e il giallo ocra per rendere armonioso l'ambiente e smussare le tensioni, offrendo serenità. Soprattutto per i bambini a cui non è sempre facile spiegare quella situazione. E poi con l'aiuto di un gruppo di 8 persone detenute Valeria Pozzi ha realizzato dei "trompe l'oeil" che con i loro paesaggi "aprono delle finestre sul mondo".
"L'attività del Csi di Vicenza non si ferma a migliorare le situazioni delle sale colloqui. In primavera riprenderanno i corsi sportivi interrotti a fine anno per la pandemia e i volontari sono già al lavoro per programmare gli incontri delle persone detenute in visita nelle scuole superiori della provincia", chiosa Enrico Mastella. E fuori dal carcere - dal 2003 con il progetto carcere e scuola "Carcere lungo" - il Csi vicentino continua a lavorare, creando legami sportivi tra chi sta dentro e fuori: "Non solo. Portiamo dentro, in accordo con la direzione, gli studenti dell'ultimo anno delle superiori di Vicenza, e abbiamo un percorso di incontro con i detenuti, con i responsabili dell'area trattamentale e con l'amministrazione.
Negli anni abbiamo coinvolto più di 40 scuole del territorio per un totale di 13mila studenti entrati in carcere più gli altrettanti studenti", spiega il responsabile del progetto CSI Carcere / Sport / Insieme. "Ne abbiamo fatta di strada - afferma ancora Enrico Mastella - da quando entrammo per la prima partita di calcio con gli ex giocatori del Vicenza di Gibì Fabbri: tra questi l'amico compianto Paolo Rossi che ha sempre condiviso a pieno lo spirito del Csi non facendo mai mancare la sua presenza anche nelle partite in carcere con le persone detenute.
Dando loro una speranza per ricostruirsi una vita una volta pagato il debito con la giustizia. Con gli ex calciatori del Vicenza giocammo anche noi dirigenti Csi. L'altra compagine era composta da persone detenute: a molti non pareva vero di giocare con un campione del Mondo come Pablito".
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 4 febbraio 2022
Una struttura teatrale stabile in carcere. La prima al mondo di questo tipo. Dal "sacco" del 1472 alla battaglia del 1944, Volterra è stata protagonista di eventi di cruciale importanza per i destini dell'Italia. Fra le vestige del passato c'è la Fortezza, edificio di matrice medicea, da secoli adibita a casa di reclusione.
Al suo interno i detenuti vengono coinvolti in progetti che ne favoriscano la crescita personale. Fra le varie iniziative, oggi se ne è realizzata una delle più ambiziose: un teatro all'interno della struttura carceraria.
Armando Punzo, direttore della Compagnia della Fortezza, è soddisfatto del risultato raggiunto: "Sin dall'inizio della mia esperienza all'interno del carcere, ho ritenuto di trovarmi in un luogo straordinario. Già dai primi spettacoli abbiamo ottenuto riconoscimenti importanti. Col trascorrere degli anni e col progredire del lavoro si è fatta sempre più impellente l'esigenza di avere all'interno della Fortezza una struttura teatrale stabile.
I detenuti, alcuni dei quali con enormi capacità, hanno bisogno di professionalizzarsi, formarsi ai diversi mestieri del teatro. In questi anni, abbiamo comunque creato dei percorsi, fra cui vere e proprie tournée, partecipazioni a kermesse, organizzando nella Fortezza il festival Volterra Teatro. Alcuni dei miei attori hanno avuto l'opportunità di continuare questo cammino anche fuori dalle mura del carcere, dimostrando che è possibile trovare una realizzazione lavorativa partendo dal suo interno".
"Sono certo che il bando attiri professionisti che possano realizzare il progetto - prosegue il regista-, tenendo conto delle peculiarità storiche dell'edificio e delle esigenze del teatro. Una volta completata l'opera, potremo permetterci di lavorare sulle attività anche nei mesi invernali e rivolgerci a quelle realtà, penso agli studenti, ad esempio, che raggiungiamo attualmente con minore frequenza. L'idea sarebbe quella di creare una autentica stagione teatrale, agevolati anche dal posizionamento stesso della struttura, che sarà infatti immediatamente raggiungibile senza necessità di percorrere i cortili interni".
Il bando per la progettazione che sarà presentato nei prossimi giorni in una conferenza stampa dedicata, è consultabile sul sito del Ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili. Le domande possono essere presentate entro le ore 10 del prossimo 28 febbraio.
L'Unione Sarda, 4 febbraio 2022
È stato eletto alla terza votazione. Classe 1947, il presidente dell'associazione Alzheimer di Sassari è il nuovo Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Gianfranco Favini è stato eletto questo pomeriggio dal Consiglio Comunale alla terza votazione assoluta, la seconda della seduta, con 20 preferenze, che valgono il superamento del quorum richiesto della maggioranza assoluta, fissato a 18.
Nelle precedenti due votazioni era invece necessaria la maggioranza dei due terzi, vale a dire 25 voti. Il Consiglio comunale ha poi votato favorevolmente all'esecuzione immediata dell'incarico, quindi da questo momento Gianfranco Favini è anche operativamente il nuovo garante dei detenuti per il carcere di Bancali. Sostituisce Antonello Unida, revocato il 16 dicembre del 2021 in seguito alle sue posizioni di carattere no-vax che hanno trovato vasta eco a livello nazionale.
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