di Liana Milella
La Repubblica, 4 febbraio 2022
Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati: "Non leggo un rimprovero nelle parole del capo dello Stato, dopo Palamara molto è stato fatto". "Non tiriamo per la giacca il presidente. Che pronuncia parole inequivoche sui valori irrinunciabili per una democrazia quali l'autonomia e l'indipendenza dei giudici. Premessa ineludibile di ogni discussione e riforma della giustizia". Così il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia alle parole di Mattarella.
Un duro richiamo all'ordine per la magistratura?
"Io non leggo le parole del presidente come un rimprovero ai giudici. E lo dico perché tutti noi abbiamo già fatto tesoro e messo a frutto i suoi numerosi moniti precedenti. Oggi raccomanda, non solo a noi, ma anche al Parlamento, di tenere alta l'attenzione sulla centralità e delicatezza della funzione giudiziaria perché è il potere che tocca più da vicino i diritti delle persone".
Eh sì, però vi chiede di superare le logiche dominanti di appartenenza delle correnti...
"E io sono d'accordo con lui. Ma dico subito che dopo il caso Palamara, cioè dal 2019, la magistratura ha preso coscienza del problema, ha avviato in più sedi - la procura di Perugia, il Csm, la stessa Anm - gli accertamenti sulle degenerazioni correntizie. E posso dire con serenità che c'è piena consapevolezza degli errori commessi che comunque hanno riguardato solo una parte della magistratura, mentre quella di gran lunga maggioritaria non solo era immune da quei vizi, ma ne è stata anche vittima".
Eppure Mattarella cita decisioni giudiziarie "arbitrarie e imprevedibili". Qui siamo ben oltre le correnti....
"Non ci vedo un rimprovero, ma piuttosto la sottolineatura di un valore, la prevedibilità delle decisioni giudiziarie, soprattutto in tempi, e non solo in Italia, in cui la discrezionalità dei giudici è ampia e tende ad espandersi".
Fino all'arbitrio?
"Certamente no, ci mancherebbe. I giudici sono attenti nel fare un buon esercizio dell'ampio potere di interpretazione delle leggi, in un sistema complesso dove il pericolo di apparire a volte arbitrari va scongiurato".
Mattarella intravvede diffidenza dei cittadini contro di voi.
"I magistrati lavorano per garantire la fiducia verso la giustizia. Si tratta di un lavoro duro, svolto ogni giorno con puntualità e rigore, affrontando anche vicende oggetto di una esasperata attenzione mediatica che favorisce conclusioni sommarie e giudizi affrettati rispetto all'esame assai più approfondito e penetrante che si svolge nelle aule di giustizia".
E allora perché il presidente critica proprio le "decisioni arbitrarie o imprevedibili"?
"Non allestirei un processo su parole in cui non leggo un'accusa su fatti specifici, bensì l'esortazione alle toghe, ma anche ai partiti, a non dimenticare che la fiducia nella giustizia è un bene supremo della democrazia".
Eppure il centrodestra vive la riforma del Csm come una rivalsa contro di voi.
"È qui che le parole del presidente sono fondamentali, quando dice che la giustizia non dev'essere il luogo in cui ci si divide per fazioni, l'una che applaude e l'altra che mugugna, ma un settore da presidiare soprattutto con le buone riforme e le necessarie risorse".
Non vede che il centrodestra, ma anche la sinistra, vuole una riforma del Csm punitiva?
"Il timore c'è, e se così dovesse essere, resterebbero del tutto inascoltate proprio le parole di Mattarella che al Parlamento dice di non usare la giustizia come terreno di scontro".
di Conchita Sannino
La Repubblica, 4 febbraio 2022
Adesso sulla giustizia si fa sul serio. Arriva fermo e netto, ieri, dal suo discorso d'insediamento, il messaggio del Presidente Sergio Mattarella indirizzato sia al governo sia alla maggioranza. "Occorre che venga recuperato un profondo rigore. I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia", scandisce il Capo dello Stato, chiedendo che le riforme "giungano con immediatezza a compimento".
Seguono non solo applausi di Draghi e dei ministri - la titolare della Giustizia Marta Cartabia, su tutti - ma anche la standing ovation dei Grandi elettori. Gli stessi che, proprio tra le forze di maggioranza, continuano tuttavia a dividersi sul sistema elettorale anti-correnti, per accedere a Palazzo dei Marescialli, e sul futuro della magistratura.
Le parole di Mattarella trovano invece immediata e "profonda" condivisione da parte della Guardasigilli. La quale, proprio ieri in un un incontro col premier, avvenuto a ridosso del giuramento del presidente, aveva fatto sapere di essere pronta a dare il via al processo riformatore. Anzi - ecco l'elemento che trapela - già a dicembre la ministra aveva recapitato a Palazzo Chigi il suo schema di proposta. D'altro canto: i tempi sono strettissimi, a maggio prossimo bisognerà aver finito, se si vuole che l'elezione del nuovo Csm, prevista a luglio, avvenga con la nuova legge elettorale. Già Mattarella, lo scorso novembre, intervenendo alla Scuola superiore di Scandicci, aveva messo in guardia dal pericolo di fallire il traguardo, parlando del "rischio di dovere indire le elezioni " del Csm, la prossima estate, "con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili ". Ma se l'iter non è andato avanti, è il ragionamento in via Arenula, lo si deve al cammino frenato dell'esecutivo degli ultimi due mesi: percorso impervio per le fibrillazioni legate alla partita del Quirinale.
Ed è appunto un faccia a faccia operativo quello che, in mattinata non a caso, assorbe per un'oretta Draghi e Cartabia. Sul tavolo, c'è la road map con cui bisognerà incidere su un fronte considerato prioritario. Si riparte concretamente tra due settimane: ma solo dopo il confronto indispensabile da aprire, in Consiglio dei ministri, sulla "bozza" Cartabia, la Guardasigilli depositerà i suoi emendamenti in Commissione Giustizia alla Camera - dove intanto mercoledì prossimo si riprende il lavoro sull'ergastolo ostativo. Poi, si comincerà a discutere del "nuovo" del Csm. Che dovrebbe andare in aula a marzo.
Una riforma che non solo dovrà ridisegnare il sistema elettorale per l'organo di autogoverno, ma anche sciogliere i troppi aspetti irrisolti su cui grava il corto circuito tra magistratura e politica: il tema delle cosiddette "porte girevoli", i livelli di verifica per poter andare fuori ruolo, il tema dei consigli giudiziari. Sul voto per il parlamentino di Palazzo dei Marescialli si va verso un maggioritario "temperato": escluso il sorteggio che avevano chiesto a gran voce Fi e Lega, perché considerato dalla ministra incostituzionale.
D'altro canto, come più volte ha sottolineato Cartabia, a debellare storture e degrado delle dinamiche correntizie - che serpeggiavano da qualche lustro, poi esplose nella paradigmatica vicenda dell'ex leader Anm, Luca Palamara, il pm oggi radiato - non potrà mai servire solo un "nuovo sistema" di votazioni, quanto quella "rigenerazione" etica e culturale già invocata da Mattarella. Parole che solo due settimane fa, all'inaugurazione dell'Anno giudiziario, la ministra aveva rievocato con forza, esortando unità d'intenti sulla riforma del Csm ritenuta "ineludibile ", per avviare la "nuova stagione di fiducia". E questo nonostante la consapevolezza che certi processi siano "scomodi e impopolari", ma allo stesso tempo "urgenti e indifferibili" - precisava Cartabia - per promuovere il reale "rinnovamento".
Ventre a terra, insomma. La primavera dovrà segnare la svolta. Anche perché incombono - al netto del pronunciamento della Corte Costituzionale - i referendum sulla giustizia voluti dalla Lega. Che includono anche i quesiti sulla responsabilità diretta dei magistrati e sulla separazione delle carriere.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 febbraio 2022
Giustizia. Maggioranza ancora divisa. Dalla ministra una reazione anticipata ai richiami del capo dello stato. "Ora riparta l'esame". Mattarella parlava, Cartabia applaudiva. Se si cerca un commento della ministra della giustizia alla lunga parte del discorso del presidente che ha preso di petto la giustizia, non si ottiene molto. Se non che la reazione della guardasigilli è stata preventiva, nel senso che ieri mattina, prima del giuramento di Mattarella, è stata a palazzo Chigi e ha incontrato il presidente del Consiglio Draghi. Per fare il punto ancora una volta sulla riforma del Csm, "urgente" e "ineludibile" come ha più volte detto il capo dello Stato.
Eppure è una riforma in ritardo, visto che dopo gli scandali che ne hanno messo a rischio la tenuta, il Consiglio superiore dovrà essere rinnovato a luglio. Non può finire, dicono tutti, che il nuovo Csm venga eletto con le vecchie regole. I tempi sono stretti. Anche se la parte che riguarda il Csm è fuori dalla delega al governo ed è dunque di diretta applicazione, servirà qualche settimana per i regolamenti. Tanto che già si sente parlare di slittamento a settembre della elezione.
Cartabia ha dato più di un segnale di una certa irritazione quando, parlando in parlamento per l'apertura dell'anno giudiziario, ha scaricato su palazzo Chigi la responsabilità dell'attesa. Lei ha cominciato a lavorare alle modifiche del vecchio testo Bonafede addirittura a luglio scorso. Poi la corsia veloce l'hanno presa le riforme dei codici di procedura penale e civile. E a fine 2021, qualcosa ha consigliato a Draghi di rallentare.
Che fosse stata l'intenzione di non scottarsi con la giustizia nel momento in cui pensava di traslocare al Quirinale, o fosse stata la volontà di proteggere la sua ministra dai malumori della maggioranza considerandola una buona candidata per palazzo Chigi al posto suo, la causa della prudenza del premier è la stessa. La riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario è ancora materia incandescente per la maggioranza. Non c'è intesa neanche sul punto di partenza, il criterio base della nuova legge elettorale per la componente togata del Consiglio. Forza Italia e Lega hanno raccattato dalla polvere la bandiera grillina del sorteggio, il Pd resta contrario.
Molta confusione c'è anche nella magistratura, visto che un referendum-sondaggio promosso un po' a malincuore tra i suoi iscritti dall'Associazione nazionale magistrati (e tenutosi all'ombra della rielezione di Mattarella) ha visto prevalere il no al sorteggio non in modo travolgente. Netta invece la preferenza per un sistema elettorale proporzionale, anche se va detto che l'affluenza è rimasta bassa: ha votato più o meno un magistrato su due.
Ieri intanto, mentre Cartabia incontrava Draghi, la commissione giustizia della camera che ha in carico la riforma ha preparato il suo calendario dei lavori, rinviando all'altra settimana la questione (non che l'argomento che la precede sia meno impegnativo del Csm per la maggioranza, visto che anche sulle modifiche all'ergastolo ostativo imposte dalla Corte costituzionale circolano idee assai diverse).
Nel suo discorso Mattarella ha parlato anche delle carceri: "Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti, questa è anche la migliore garanzia di sicurezza". Cartabia, raccontano, ha apprezzato assai questo passaggio, così come il rigoroso richiamo alle responsabilità della magistratura. "Il richiamo alla dignità dei detenuti è altrettanto importante di quello alla necessaria e urgente riforma del Csm - dice il capogruppo Pd in commissione giustizia, il deputato Alfredo Bazoli - mi auguro che le forze politiche raccolgono l'appello a non trasformare la giustizia in un terreno di scontro politico".
Ma già Salvini, costretto dal tampone a dover chiamare al telefono Mattarella per fargli le congratulazioni, fa sapere di avergli detto: "Grazie, ma se le istituzioni resteranno ferme saranno i cittadini italiani a tradurre in realtà concreta quel che Lei ha chiesto oggi, con i referendum".
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 febbraio 2022
Vertice Draghi-Cartabia, poi il Capo dello Stato interviene ed evoca pure il ruolo degli avvocati. Masi (Cnf): "Ci conforta, ora pari dignità". A volte basta la parola, anzi il pensiero. È stato sufficiente sapere che ieri pomeriggio Sergio Mattarella avrebbe giurato e pronunciato un messaggio alle Camere. Prima ancora di ascoltarne i richiami, ieri mattina Mario Draghi e Marta Cartabia si sono incontrati a Palazzo Chigi e si sono detti: "Ora la riforma del Csm non può più aspettare". Sapevano che il presidente della Repubblica avrebbe messo, sul punto, anche loro con le spalle al muro. E si sono anticipati col lavoro, diciamo. Poche ore dopo, in Aula, Mattarella dirà, a proposito del ddl sui magistrati: "È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento".
Il Capo dello Stato produce dunque un effetto quasi magico: scongela la legge sull'ordinamento giudiziario prima ancora di intervenire in Aula. Dove poi pronuncia parole così nette da chiudere ogni possibilità di fuga. Da inchiodare la politica refrattaria. La riforma del Csm, a questo punto, dovrà essere vagliata dal Consiglio dei ministri in tempi rapidissimi. Anche per lasciare al Parlamento l'agio di discuterla. Le Camere, ha pure rammentato Mattarella, vanno sempre "poste in condizione di esaminare e valutare con tempi adeguati" gli atti dell'esecutivo.
Il presidente della Repubblica fa una premessa di metodo: "Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire". Certo. Poi però pronuncia un "ma" che suona come l'urlo di un allenatore nello spogliatoio di una squadra messa sotto scacco per tutto il primo tempo del match: "...ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra democrazia". Ricorda che nella giustizia, prima delle zuffe, vengono "gli interessi della collettività". E soprattutto dà, alla politica, un suggerimento: fate sparire le "logiche di appartenenza" dall'orizzonte del Csm. Pensate piuttosto alle aspettative di "efficienza e credibilità" coltivate dalle persone.
L'ampio passaggio dedicato dal Presidente alla giustizia non lascia scampo, insomma: la riforma delle toghe va completata con urgenza in modo che il Csm "possa svolgere appieno la funzione che gli è propria", valorizzare "le indiscusse alte professionalità su cui la magistratura può contare". In altre parole, va premiato il merito anche nei tribunali. E non è trascurabile che nel chiedere di realizzare, in concreto, le riforme, il Capo dello Stato si rivolga non solo ai magistrati, ma anche alla "avvocatura". Un importantissimo pro memoria sul coprotagonismo del Foro nella giurisdizione. In termini di responsabilità ma anche di peso istituzionale. Non a caso, la presidente del Cnf Maria Masi dichiara, in una nota diffusa poco dopo, che "confortano le dichiarazioni" di Mattarella, "nel richiamare insieme avvocatura e magistratura a dare impulso al processo riformatore per restituire alla giustizia la centralità e la credibilità che deve esigere". Il vertice dell'istituzione forense aggiunge: "L'avvocatura c'è ed è naturalmente disponibile al richiamo, ma confidiamo anche nel riconoscimento a una pari dignità, condizione più volte evocata dal Presidente, nel ruolo e nelle funzioni, e di essere finalmente ascoltati e non semplicemente "sentiti". È indiscutibile l'importanza della scelta compiuta dal Capo dello Stato: evocare l'avvocatura al pari dei magistrati.
È un solenne riconoscimento che meriterebbe di riflettersi nella riforma sull'avvocato in Costituzione. Ma nelle parole di Mattarella c'è ovviamente anche un richiamo severo per la magistratura. Che attraverso il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia reagisce così: siamo pronti a dare "attuazione" ai richiami del Colle. Lo faremo, aggiunge Santalucia, nel segno della "Costituzione" che, puntualizza, deve essere il "faro anche per il legislatore nel dare corso alle riforme". Anche i magistrati amministrativi, per voce dell'Anma, si dicono "pronti alla sfida". Certo è che Mattarella, a proposito di toghe, Csm e principi della Carta, lascia soprattutto un promemoria: ad essere fuori dal "dettato costituzionale" sono appunto quelle "logiche di appartenenza" impadronitesi del Csm. Non spetta al presidente della Repubblica indicare o suggerire le riforme, per carità. Ma quel passaggio sembra almeno una buona ipotesi di lavoro.
di Corrado Giustiniani
Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2022
L'immagine parrà irriverente, perché riferita alla quinta carica dello Stato. Ma è un fatto che i presidenti della Corte costituzionale si susseguono a una velocità da cinema muto. Dall'inizio del 2000 fino ad oggi ne sono entrati e usciti dalla porta di Palazzo della Consulta in 24, compresi due facenti funzione. E ben 15 di loro sono rimasti in carica per meno di un anno. Fra questi l'attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia, che durò nove mesi, e Giuliano Amato, nominato il 29 gennaio scorso, che saluterà tutti il prossimo 18 settembre: otto mesi scarsi, 232 giorni compresi i week-end. Statisticamente, il più veloce di tutti sembra essere stato Mario Rosario Roselli, il terz'ultimo presidente, che si fermò alla Consulta a quattro giorni dai tre mesi di mandato, seguito a ruota da Giovanni Maria Flick, con tre mesi e quattro giorni, e da Giuseppe Tesauro, tre mesi e nove giorni.
Non era questo l'auspicio dei padri costituenti, che all'articolo 135 della Carta hanno scritto: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dell'ufficio di giudice". Ma come si è ottenuta questa vorticosa rotazione, autogestita dai quindici giudici della Corte: inducendo un presidente a dimettersi, per poi eleggerne un altro? Niente affatto. Viene più semplicemente scelto al vertice un giudice che di lì a poco concluderà i nove anni del suo mandato. Essere vicini alla scadenza è una buona ragione, oltre al tuo valore e al tuo prestigio, per essere papabile. Dell'articolo 135 della Costituzione, si valorizza dunque soltanto quel "fermi in ogni caso i termini di scadenza dell'ufficio di giudice". Un unico presidente, in questo scorcio di secolo, aveva la prospettiva di concludere un mandato pieno: Alessandro Criscuolo, eletto il 12 novembre 2014, per poi dimettersi però dopo quindici mesi e restare fra i giudici della Corte fino alla scadenza dell'11 novembre 2017.
Ma quali sono le ragioni di una simile volatilità della carica? Certamente il prestigio di guidare l'organismo che fa da guardiano alla nostra Costituzione, di essere accanto al presidente della Repubblica in tutte le circostanze più importanti, di decidere i giudici relatori di ciascuna causa, di fissare il calendario dei lavori, di far valere il proprio voto come doppio, nel caso in cui in un giudizio via sia parità di voti. E magari di guadagnarsi un futuro ancora più glorioso. Anche se la nostra "Corte dai presidenti corti" è tuttora dominata dalle chiome bianche, e quasi tutte di sesso maschile. Va poi detto che non sempre vi sono giuristi che si staccano nettamente sugli altri, tanto è vero che i presidenti vengono scelti in diversi casi con un piccolo scarto di voti (non Giuliano Amato, eletto all'unanimità).
Ma vi è pure un'altra ragione, di carattere economico, che incentiva la corsa alla presidenza. Il tetto Renzi di 240 mila euro l'anno, peraltro appena ritoccato dal governo Draghi, venne applicato alla Corte con un margine di vantaggio: 362 mila euro per i giudici, da aggiungere alla pensione di cui eventualmente già godono, e 432 mila per il presidente, che ha una sua indennità di rappresentanza. Queste somme, fra le più alte al mondo (siamo al doppio di quanto percepiscano i giudici americani e al 50 per cento in più di quelli britannici), si trasformano al termine dei nove anni in liquidazione e pensione. Ma perché anche l'indennità di rappresentanza incida sull'assegno di quiescenza, è necessario, spiegò in passato l'ufficio stampa della Corte costituzionale, che il presidente sia stato in carica per un anno o più. E questo almeno limita i danni di un costume che è assolutamente necessario correggere.
di Luca De Vito
La Repubblica, 4 febbraio 2022
La Cassazione accoglie il ricorso del pm contro la corte d'Appello di Milano: il complice di Battisti dovrà andare in carcere. Fu condannato per concorso morale nel delitto del maresciallo Santoro. Il 20 aprile ci sarà l'udienza per l'estradizione.
La pena inflitta a Luigi Bergamin non è prescritta. A deciderlo è stata la Corte di Cassazione che ha così tenuto il punto in quella che sembrava ormai una partita chiusa per la giustizia italiana, dopo che la Corte d'Assise d'Appello di Milano aveva dichiarato la pena estinta per avvenuta prescrizione: se quindi l'ideologo dei Pac (Proletari armati per il comunismo), condannato a 16 anni e 11 mesi per concorso morale nel delitto del maresciallo Antonio Santoro nel 1978, tornerà in Italia, dovrà scontarla.
Attualmente Bergamin, 73 anni, si trova in Francia dove lo scorso 21 aprile si era consegnato alle autorità con altri nove ex terroristi rossi per i quali Macron aveva avviato la procedura di estradizione. Bergamin era stato condannato in via definitiva nel 1991 oltre che per il delitto Santoro anche per quello dell'agente della Digos Andrea Campagna assassinato nel 1979, ma in questo secondo caso la pena si era già prescritta nel 2008. Adesso si attende l'udienza per l'estradizione, prevista il 20 aprile.
Il punto giuridico su cui si era annodata la questione, riguarda un'istanza presentata dalla pm Adriana Blasco al tribunale di sorveglianza lo scorso febbraio in cui si chiedeva la dichiarazione di "delinquente abituale" per Bergamin. Un escamotage per interrompere la prescrizione che sarebbe arrivata l'8 aprile. Accolta dal tribunale, la dichiarazione era arrivata il 30 marzo, troppo tardi secondo la corte d'Appello mancando i 15 giorni per l'impugnazione da parte della difesa di Bergamin. La corte d'Assise d'Appello milanese, presieduta da Ilio Mannucci Pacini, nel maggio del 2021 aveva quindi stabilito che erano "trascorsi non solo più di quarant'anni dai gravissimi fatti di reato per cui Bergamin è stato ritenuto responsabile, ma soprattutto più di trenta anni dall'irrevocabilità della pronuncia di condanna" ed era quindi "ormai decorso il termine massimo".
Proprio su questo punto la pm Blasco aveva fatto ricorso in Cassazione, che ieri ha dato ragione alla procura e annullato la prescrizione. "Loro hanno sempre detto di essere in guerra e i crimini di guerra, come sono gli omicidi dei terroristi, non si prescrivono - ha detto Maurizio Campagna, fratello di Andrea - Dunque ben venga questa decisione e ora che venga estradato e che sconti la pena".
I legali di Bergamin invece annunciano nuovi ricorsi alla corte Europea dei diritti dell'uomo.Per l'avvocato Giovanni Ceola si tratta di una decisione "politica che muta l'indirizzo giurisprudenziale, richiamato dalla Corte d'Assise di Milano, di un provvedimento a Sezioni Unite del 1989".
Irene Terrel, avvocata francese di Bergamin ha aggiunto: "Sono totalmente stupefatta. Non si può parlare di delinquenza abituale per dei fatti successi oltre 40 anni fa e non si può tornare su una prescrizione che era già acquisita. Non esiste la retroattività. Trovo questa decisione scandalosa. Ha prevalso la ragione di Stato che ha superato il principio di giustizia. È inaccettabile".
di Annalisa Costanzo
Il Dubbio, 4 febbraio 2022
La nuova vita del 17enne che diede fuoco all'auto di un clochard, che rimase ucciso. Ha pianto e si è anche disperato in questi anni, al ricordo di quella vita spezzata. Uno stupido e dannato scherzo iniziato "per noia", insieme all'amico13enne, costato però la vita ad Ahmed Fdil, clochard marocchino di 64 anni. Non la dimenticherà mai quella fredda e cupa serata del 13 dicembre del 2017, quando le fiamme si levarono alte nel piccolo centro di Santa Maria di Zevio, nel veronese, e che per colpa sua uccisero "il baffo".
Dopo l'omicidio, il processo è stato sospeso ed è stata disposta la messa in prova. L'allora 17enne, unico imputato per l'omicidio Ahmed, si è rimboccato le maniche ed ha lavorato sodo, su se stesso soprattutto, per non sprecare quell'unica possibilità di redenzione che il giudice gli ha concesso. Un giudice che ha deciso di interpretare alla lettera l'articolo 27 della Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non alla sua espulsione dalla società. Proprio come la stessa procura aveva richiesto.
In questi ultimi quattro anni di "messa alla prova", ha lavorato al servizio della comunità, si è occupato anche dei disabili, li ha fatti sorridere qualche volta, si è affezionato a loro. Ha proseguito gli studi. Si è diplomato e adesso vorrebbe diventare uno chef. Ha poi seguito il percorso di psicoterapia così come disposto dal giudice, ha portato avanti la massa in prova e le relazioni dei servizi sociali su di lui sono state un fiume d'inchiostro positivo. I sensi di colpa lo accompagneranno per il resto della sua vita, ma adesso è un uomo libero.
Oggi ha 21 anni, ma in quella comunità protetta che lo ha visto diventare uomo ci è entrato quando aveva appena 17 anni, pochi giorni dopo che per noia, con un fazzoletto "rubato" da una pizzeria, insieme ad un amico 13enne, diede fuoco alla vecchia Fiat Bravo dove Ahmed stava riposando. Ahmed - come dirà in processo uno dei periti - è stato arso vivo, morendo inghiottito dalle fiamme. Anche se, ancora, non è chiaro come un fazzoletto incendiato abbia potuto scatenare quel fuoco mortale.
Quando nel 2017 per noia bullizzava il 64enne, l'allora 17enne non era di certo un ragazzo facile da gestire. Proveniente da uno stato dell'Europa orientale, non era riuscito ad integrarsi nella comunità veronese. Aveva stretto amicizia con un altro straniero, quel 13enne proveniente dal nord Africa con cui passava molte ore della giornata, compresa quella del 13 dicembre 2017. Un omicidio, due colpevoli e "nessun giorno di carcere per quei ragazzi", dice il nipote della vittima. Il 13enne, infatti, era troppo piccolo per essere imputabile.
L'unico ad essere processato fu dunque il 17enne. Maria Teresa Rossi, giudice di quel difficile processo, tenendo conto della giovane età dell'imputato, ha deciso però di escludere la misura detentiva in carcere ed ha scelto di applicare la legge dell'ordinamento italiano che prevede l'affidamento in prova ai servizi sociali. Il tribunale di Verona ha dunque puntato sul recupero del reo e, viste le positive relazioni dei servizi sociali, non ha fallito.
"Chapeau a chi ha capito che poteva tentarci ed a chi dopo, assistenti sociali e comunità, ha lavorato con e sul ragazzo", dichiara al Dubbio il suo avvocato, Giovanni Bondardo, raccontando la storia di un processo minorile in cui "la messa alla prova ha funzionato". Grazie alla parte pubblica, "che ha lavorato - dice - bene e salvato un ragazzo. Gli assistenti sociali hanno fatto un buon lavoro. La struttura che lo ha avuto in affidamento ha lavorato molto bene. Il ragazzo si è impegnato e adesso è cambiato completamente - conclude l'avvocato Bondardo.
È un'altra persona". Non è stato facile per il ragazzo. Gli incontri con la madre venivano monitorati dagli assistenti sociali. Ogni respiro veniva rivelato, ogni passo valutato. Due volte alla settimana faceva volontariato in una struttura che si occupa di pet therapy. Niente cellulari, niente vita sociale fuori dalla comunità. E, dopo gli anni trascorsi dentro quella zona protetta, il ventunenne, mesi fa, ha potuto riabbracciare la madre, con la quale adesso vive, sempre nel veronese. Da uomo libero ha ripreso a sognare. Vuole una vita normale. Non dimentica e non dimenticherà mai quel che ha fatto.
Nessun abitante di quel piccolo centro dell'hinterland veronese, d'altronde, ha mai dimenticato l'orribile morte toccata a Ahmed Fdil. Si era ben ambientato nella comunità veronese il 64enne marocchino, capelli brizzolati e quei baffoni neri per i quali si era aggiudicato il dolce soprannome de "il baffo". Una vita dignitosa la sua, fino alla perdita del lavoro che l'ha costretto a vivere in macchina. Era così diventato un senzatetto e aveva scelto la sua Fiat Bravo come nuova abitazione, non immaginando però che per la noia di due ragazzini quell'auto sarebbe divenuta la sua tomba.
Per giorni, dopo quel 13 dicembre, procura e investigatori sono stati convinti che si trattasse di un incidente. Nell'immediatezza l'omicidio non era stato preso in considerazione. Santa Maria di Zevio, però, è un piccolo centro e, come in tutte le piccole comunità, la verità ha preso velocemente a passare di bocca in bocca, spingendo i carabinieri ad indagare. E a capire che Ahmed era benvoluto da tutti, tranne che da un gruppo di ragazzetti che in lui vedevano la valvola di sfogo della loro noia. La verità poi scoperta dai militari dell'Arma fu agghiacciante.
"Abbiamo preso le salviette, poi siamo andati nel parcheggio dove c'era il baffo", raccontarono i due ragazzini ormai smascherati, per poi iniziare a rimpallare le accuse su chi avesse acceso e lanciato dentro la macchina quel fazzoletto infuocato. "L'ha lanciato lui", "no, lui". Fino ad ammettere: "Siamo andati lì perché non avevamo niente da fare", con l'intenzione, dissero, di fare uno scherzo a baffo. Uno scherzo che ha ucciso un uomo e cambiato per sempre le loro vite.
Il Mattino, 4 febbraio 2022
Trentadue proposte di patteggiamento per le posizioni "più marginali" sono state avanzate dal Procuratore Aggiunto di Santa Maria Capua Vetere Alessandro Milita nel corso dell'udienza preliminare sui pestaggi ai danni dei detenuti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020; 108 gli imputati tra agenti della Polizia penitenziaria e funzionari del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria).
Milita ha proposto pene da un anno e otto mesi a due anni con la condizionale per quegli agenti "responsabili di condotte di lieve gravità", che ora dovranno decidere se accettare la proposta, poi sarà il giudice per l'udienza preliminare Pasquale D'Angelo ad avere l'ultima parola.
Restano fuori gli imputati di peso come gli ufficiali della Polizia Penitenziaria Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Anna Maria Costanzo, o l'ex provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone La scelta della Procura, ha spiegato Milita, ha lo scopo di snellire un procedimento già peraltro corposo, visto che con gli imputati, sono un centinaio le parti civili che questa mattina lo stesso gup, sciogliendo la riserva, ha autorizzato a partecipare al processo: accanto agli 89 detenuti vittime dei pestaggi (gli ultimi tre si sono costituiti stamani), il magistrato ha ammesso anche il garante nazionale e quello regionale dei detenuti, le quattro associazioni che avevano fatto richiesta di costituirsi (Antigone, Carcere possibile, Agad onlus, Abusi in divisa), ed enti come l'Asl e il Ministero di Grazia e Giustizia; D'Angelo deciderà invece nell'udienza calendarizzata per il 15 febbraio se autorizzare una ventina di parti civili che ne hanno fatto richiesta - tutti detenuti tranne un'associazione - a citare lo stesso Ministero retto da Marta Cartabia come responsabile civile; il gup ha concesso tempo fino all'otto febbraio alle parti civili per depositare richiesta e farsi autorizzare a citare il Ministero per le condotte degli agenti.
di Otello Lupacchini
Il Riformista, 4 febbraio 2022
I più alti incarichi della magistratura sono stati bocciati dal Consiglio di Stato. Bocciata anche la nomina del procuratore di Roma. Eppure la magistratura ormai priva di credito si autocelebra. Il peccato di origine del corretto ragionatore è il gusto sia per il metodo sia per l'obiettività, sicché paga per questo con costanti frustrazioni e vivendo spesso la vita di un intellettuale proscritto. Ma non è questa una buona ragione per astenersi dal trattare temi scottanti, come le concioni tenute nel corso delle cerimonie inaugurali dell'anno giudiziario in Cassazione e presso le Corti d'appello. Occorre, dunque, se si abbiano a cuore dignità e reputazione, disattendere il consiglio di Francesco Guicciardini (Ricordi, Garzanti, Milano 1999, 25 p. 38), di guardarsi "da fare quelli piaceri agli uomini che non si possono fare senza fare equale dispiacere a altri: perché chi è ingiuriato non dimentica, anzi reputa l'ingiuria maggiore; mentre chi è beneficiato non se ne ricorda o gli pare essere beneficiato manco che non è".
Al netto delle bétises di chi rivendica di aver "buttato il sangue" accompagnate da stucchevoli geremiadi per "la gente (cioè magistrati, ndr.) che se ne sta scappando perché non ce la fa più" o per "le sezioni di polizia giudiziaria ridotte allo stremo e nessuno lo dice con forza e quando qualcuno lo dice con forza è chiamato pazzo", per quanto flebile, ancora non s'è spenta l'eco dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, là dove, per un verso, ci si è profusi in iperbolici ringraziamenti al presidente della Repubblica uscente, ma tosto rientrato, segnalatosi per un'intensa opera di moral suasion, sebbene, purtroppo, obiettivamente inefficace, ma anche per non aver mai preso attiva posizione, come gli avrebbero imposto le prerogative dell'alto ruolo di garante della Costituzione e di presidente del Consiglio superiore della magistratura, di fronte ai gravi "scandali" che hanno investito l'organo di autogoverno e ai reiterati deragliamenti di taluni settori della magistratura, rispetto alla funzione istituzionale assegnatale, tali da aver minato irrimediabilmente sia la tenuta costituzionale dei rapporti fra i poteri dello Stato sia la credibilità del "terzo potere"; mentre, per l'altro, si è gareggiato, tra presidenti di corte e procuratori generali, ad autocelebrarsi, riconoscendosi reciprocamente, senza alcun imbarazzo, i meriti per i risultati asseritamente conseguiti. Di certuni fra costoro colpiscono la sordità alla logica e la mancanza di immaginazione, là dove, tuttavia, meticolosi e pazienti come formiche fabbricatrici, hanno un modo quasi ingegnoso di elaborare il vuoto intellettuale; una struttura mentale, insomma, che predispone all'intrigo poliziesco, tanto che c'è tra di essi chi ha fatto carriera come cacciatore d'opinioni sospette.
Proprio in relazione alle cerimonie inaugurali, per vero ormai da tempo, si stigmatizza come nulla possa giustificare tanta pompa e magniloquenza e si ventila, comunque, che meglio sarebbe, se non sopprimerle, almeno sospenderle fintanto che le cose della giustizia, in questo Paese, non andranno un poco meglio. Scorrendo le orazioni che in questi ultimi anni persone importanti e competenti hanno pronunciato, verrebbe da pensare che le insufficienze degli apparati di giustizia siano determinate da impulsi provenienti da un altro pianeta: le disfunzioni evidenziate, seppure lo siano state, vengono attribuite un po' al legislatore, un po' alla burocrazia e, comunque, mai la magistratura censura sé stessa, tendendo piuttosto a tessere gli elogi dei suoi uomini.
Se le cose non vanno bene, infatti, la colpa è di altro o di altri, come la scopertura di organico o addirittura il numero eccessivo degli avvocati. Nei discorsi d'occasione, finalmente, gli "alti magistrati" non mancano mai di sottolineare la necessità di custodire l'indipendenza dell'Ordine giudiziario e di rassicurare circa il massimo impegno di giudici e procuratori per fornire un servizio di qualità, celere, efficiente. Non v'è, tuttavia, chi non veda come, quest'anno, qualche più grave vicenda sarebbe stata degna, non dico di essere dibattuta, ma almeno di essere segnalata da persone di grande esperienza maturata sul campo all'attenzione di chi vorrebbe "sapere", attraverso analisi sincere, responsabili, consapevoli, abbandonando almeno per una volta gli ameni pascoli dell'astrazione concettuale o categoriale o, anche, numerica e statistica. Il pensiero corre ad esempio all'annullamento, disposto da recenti sentenze del Consiglio di Stato, delle nomine, effettuate nel 2020 dal Consiglio superiore della magistratura, del primo presidente e del presidente aggiunto della Corte di cassazione, che ha aperto a varie questioni, facendo perdere di vista principi fondamentali che invece meritano di essere ribaditi.
Non è questa la sede per contestare metodo e merito della reiterazione, da parte del Consiglio superiore, delle nomine annullate, la cui inusitata celerità appare, del resto, comprensibile, dato il momento: come avrebbe potuto aver luogo la cerimonia inaugurale, con una Corte di cassazione acefala? Certo, non si può pretendere che a porre la questione fosse uno dei destinatari degli effetti dell'annullamento, prima, e della reiterazione della nomina annullata, poi, ma, a fronte delle plurime decisioni del Consiglio di Stato nel senso di annullare le nomine a incarichi giudiziari direttivi disposte dal Consiglio superiore, fra cui la clamorosa bocciatura della nomina del procuratore della Repubblica di Roma, qualcuno si sarebbe dovuto interrogare magari sull'idoneità delle regole di funzionamento dell'organo di autogoverno, nonché delle norme che presiedono alle valutazioni che esso deve compiere, per garantire in modo soddisfacente la realizzazione dell'interesse pubblico che deve perseguire.
Né il Parlamento, che di tale normativa è l'autore e che delle necessità di modifiche e aggiornamenti deve farsi carico, né il governo, al cui interno siede il ministro della Giustizia, e prima ancora il capo dello Stato, che del Consiglio superiore è presidente, si son posti il relativo problema. La questione, peraltro, è stata posta, sebbene in termini tutt'altro che esatti, da Vladimiro Zagrebelsky (La Stampa, 18 gennaio 2022), secondo il quale, "i rapporti e le competenze di organi di vertice nella architettura dello Stato" meriterebbero maggiore "prudenza", intesa come "ritegno da parte di tutti (che) conta più dell'esito di astratte considerazioni giuridiche, la cui naturale e opportuna elasticità lascia appunto spazio alla prudenza".
Prospettazione brutale per un duplice ordine di motivi: innanzitutto, perché l'applicazione della legge non deve arretrare di fronte agli "organi di vertice", quando sia previsto il controllo giurisdizionale sugli atti di questi organi; in secondo luogo, perché l'evidente richiamo a limiti non scritti della giurisdizione proviene da un sostenitore della prevalenza, nello Stato di diritto costituzionale, della giurisdizione stessa.
E questo, con buona pace della "legalità", intesa come la massima garanzia di libertà, essendo imposto a tutti il pieno rispetto della legge, che è il vero "strumento del popolo", la cui fonte può stabilire o modificare, direttamente od indirettamente, i diritti fondamentali dei cittadini e le regole di convivenza e di comportamento, ma il cui significato è coniugato secondo il wishful thinking dei suoi aedi.
Esemplare, in questo senso, per restare sui discorsi d'occasione della cerimonia d'inaugurazione dell'anno giudiziario, il ragionamento del massimo vertice della magistratura inquirente, allorché, "con sguardo severo e grave tuono", ribadito, secondo una ritualità ormai stantia, che "la magistratura non può inseguire il consenso e occorre che la sua azione sia ispirata all'alto insegnamento del presidente della Repubblica: le sue decisioni non devono rispondere né alle correnti di opinione, ma soltanto alla legge", tradendo platealmente, però, subito dopo questo monito del capo dello Stato, allineandosi alla corrente di pensiero più retriva, forcaiola e antilegalista, ha finalmente dichiarato che ergastolo ostativo e regime di cui all'art. 41-bis dell'Ordinamento penitenziario "non sono carcere duro, ma strumenti per impedire che i mafiosi continuino a comandare dal carcere, come avveniva prima del 1992".
Non sono più i tempi in cui era, purtroppo, dato assistere a dialoghi del tipo: "Da dove venite, Mademoiselles?", "Mamma, veniamo dall'aver visto ghigliottinare. Oh! Mio Dio, quanta fatica quel povero boia". Tuttavia, mutatis mutandis, il monito conclusivo del procuratore generale della Cassazione, "Chi dimentica la propria storia è destinato a riviverla", soprattutto per il cipiglio con cui queste parole sono state pronunciate, riporta alla memoria una triste vicenda che G. Lenotre, Le Tribunal révolutionnaire, Perrin, Paris, 1908, offre, per dirla con Salvatore Satta (Il mistero del processo, 1949), come un "mistero doloroso" alla contemplazione del giurista: 2 settembre 1792, mentre il tribunale rivoluzionario, costituito da pochi giorni e con al suo attivo soltanto tre teste, giudicava il maggiore Bachmann, della guardia svizzera del re, un'orda di sanculotti eccitati da qualche mestatore, forzava i cancelli, e armata di scuri, di pugnali, di picche, trascinava i prigionieri trovati in mezzo al cortile davanti a un improvvisato tribunale del popolo, facendone orribile scempio.
Con urla disumane, essendo corsa la voce tra la folla inferocita che gli svizzeri del re erano nella sala delle udienze, un'orda di scalmanati, i cenci e le armi grondanti di sangue, era balzata su per le scale e aveva attraversato i vestiboli per comparire sulla soglia dell'aula, determinata a farsi giustizia da sé. Era stato allora che il presidente Lavau, con poche, ma energiche parole, aveva intimato all'orda di massacratori "di rispettare la legge e l'accusato che (era) sotto la sua spada", intendendo dire: "Lasciatelo stare, ci pensiamo noi ad ammazzarlo".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2022
Antigone è stata ammessa come parte civile nel procedimento penale per le torture avvenute il 6 aprile del 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Si va finalmente a processo.
Il 16 aprile di quell'anno, in pieno lockdown, Antigone aveva denunciato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria quanto aveva appreso da parenti di persone detenute in una serie di racconti perfettamente coerenti e combacianti, depositando quattro giorni dopo un esposto in Procura contro la polizia penitenziaria per tortura e percosse e contro i medici per omissione di referto, falso e favoreggiamento. Nulla si mosse fino al settembre successivo, quando si diffuse la notizia dell'esistenza di un video - reso pubblico nei mesi seguenti - che documentava le brutali violenze. Immagini salvate di nascosto da un magistrato di sorveglianza senza che i protagonisti - che tenteranno di falsificare quella che credevano essere la sola copia esistente - ne fossero a conoscenza.
Lo scorso settembre la procura di Santa Maria Capua Vetere ha depositato l'atto di chiusura delle indagini. Vi si racconta di un carcere trasformato in teatro di guerra, una guerra punitiva dichiarata unilateralmente da chi dovrebbe rappresentare le istituzioni. Le vittime sono 177, gli indagati 120, i capi di imputazione 85. Una persona è morta. Altro che mele marce.
C'è un prima e c'è un dopo, rispetto alle violenze di Santa Maria Capua Vetere. Il prima è l'indifferenza, la retorica insopportabile delle poche mele marce di una nazione che fino al 2017 non poteva incriminare per tortura i propri funzionari in assenza di una legge che la punisse in modo espresso, il senso di impunità e strafottenza verso la legalità ostentato dai poliziotti nelle conversazioni intercettate, il silenzio assordante dei tanti che quel giorno erano in istituto pur senza aver partecipato al pestaggio. Di tutti loro, come ovvia prassi omertosa di sistema, altro che mele marce, dimostrando con ciò stesso che l'uso della violenza in carcere non è un'eccezione.
Il dopo è la reazione pubblica indignata, l'inchiesta, la presa di posizione del governo, la visita della ministra della Giustizia Marta Cartabia e del premier Mario Draghi a Santa Maria Capua Vetere, le loro parole inequivocabili, l'istituzione di una commissione ministeriale per l'innovazione penitenziaria la cui presidenza è stata affidata al prof. Marco Ruotolo, la consapevolezza che nelle carceri è necessaria una rivoluzione antropologica e normativa, una formazione condivisa del personale su una pena costituzionalmente orientata.
Il processo per tortura farà il proprio corso. Un vero e proprio maxi-processo, con centinaia di parti coinvolte. E ci saranno anche gli avvocati di Antigone. Nel frattempo l'attuale capo dell'Amministrazione Penitenziaria ha preannunciato le dimissioni, alla luce della pensione oramai vicina. Chi prederà il suo posto (perché non un direttore di carcere? Perché non un professore universitario? Non è mai accaduto prima. Perché dare per scontato che debba essere sempre e solo un magistrato?) dovrebbe ripartire da quel video.
Senza farsi condizionare dalle corporazioni, dovrebbe prendere con nettezza tutte le misure volte a bandire ogni forma di violenza dai luoghi di detenzione: videocamere che riprendano anche i luoghi più oscuri (le scale, le sezioni di isolamento), registri che certifichino tutte le operazioni di perquisizione, procedimenti disciplinari effettivi verso chi è coinvolto in attività illegali e violente. Tutto questo non è contro le forze dell'ordine. Tutto questo è a tutela dei poliziotti onesti. Ogni contrarietà dei sindacati di polizia penitenziaria sarebbe inammissibile e li porrebbe ai limiti della legalità interna e internazionale.
*Coordinatrice associazione Antigone
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