di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2022
Lo ha stabilito la Corte costituzionale, con la sentenza n. 30 depositata ieri, dichiarando parzialmente incostituzionale l'articolo 47-quinquies della legge sull'ordinamento penitenziario. La detenzione domiciliare speciale, come avviene già per quella ordinaria, può essere applicata in via provvisoria dal magistrato di sorveglianza a fronte al rischio di un rilevante danno per il figlio piccolo del detenuto che, per esempio, nelle more della decisione del tribunale potrebbe essere collocato in un istituto.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 4 febbraio 2022
Quattro minuti di standing ovation, 52 applausi. Da Letta a Meloni, alla ricerca del passaggio preferito. Gelo sulle carceri. La sorte impedisce a Matteo Salvini di spellarsi le mani per il discorso inaugurale del presidente che non voleva rieleggere e che si è rassegnato a votare solo all'ultimo momento. A fermarlo sulla porta di Montecitorio è il Covid.
Risulta positivo, come altri 25 grandi elettori. Si rifarà più tardi, telefonando al neo-rieletto, complimentandosi per "lo splendido e convincente intervento". Va da sé che al leghista la parte che più è piaciuta è quella sulla giustizia, le bacchettate impietose dispensate al potere giudiziario: "Ho applaudito in generale e alcuni passaggi, come la necessità di una profonda riforma della giustizia, in particolare".
Non che Salvini si scosti dal comportamento generale. Tutti, generali e colonnelli, si sforzano di evidenziare il passaggio che più gli aggrada. Per Matteo Renzi, come per il leghista, è l'affondo sulle toghe: "Grande discorso, specie sulla giustizia". Enrico Letta si scalda per i numerosi riferimenti all'ingiustizia sociale: "La frase più forte è: 'Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono il freno alla crescita'".
Giuseppe Conte si entusiasma per le sciabolate contro la precarietà e a favore della tutela dell'ambiente. Persino Giorgia Meloni, pur ribadendo il giudizio negativo sulla rielezione di Mattarella ammette di aver "condiviso diversi passaggi". E li elenca: dalla lotta alle diseguaglianze alle donne, ma con particolare enfasi sulla giustizia, sui "mancati diritti del parlamento e segnatamente delle opposizioni" e persino sull'immigrazione, perché parlare di lotta contro la tratta degli esseri umani implica, a suo parere, "una significativa discontinuità con il presidente precedente".
L'ironia è evidente ma va anche detto che sorella Giorgia non è isolata. I parlamentari hanno applaudito 52 volte, in un paio d'occasioni scattando in piedi. La standing ovation per l'avvio del secondo mandato è durata quattro minuti. Applausi a volte molto convinti, come quando Sergio Mattarella ha difeso il parlamento dall'invadenza dell'esecutivo. Altre volte battimani d'ordinanza, perché chi mai oserebbe non applaudire quando un capo dello Stato denuncia razzismo e antisemitismo?
Ma sull'immigrazione l'applauso si segnala per fiacchezza e diventa incandescente solo quando il presidente cita il traffico di carne umana, argomento che si presta a essere piegato a piacimento, anche da chi in materia la pensa all'opposto di Mattarella. Solo in un'occasione i parlamentari tengono le mani a posto, tutti nessuno escluso: quando il presidente denuncia il sovraffollamento delle carceri qualche isolata mano plaude ma quando arriva addirittura a ricordare la necessità di risocializzare i detenuti l'aula bollente si raggela. Non applaude nessuno e il segnale non potrebbe essere più eloquente. Neppure più desolante.
Il gioco consistente nell'esaltare questo o quel passaggio permette a tutti di chiudere gli occhi sul significato della seconda parte del discorso, nella quale Mattarella si è tenuto sulle generali non per retorica ma perché, attentissimo com'è a rispettare rigorosamente i limiti del mandato, non si sarebbe mai permesso di suggerire alla politica come legiferare in materia di precariato o di immigrazione. Ma non ha neppure sciorinato un elenco di buoni propositi: ha delineato un orizzonte complessivo e omogeneo, una visione che non si dovrebbe trattare come spezzatino nel quale pescare il boccone preferito scartando il resto.
Nella soddisfazione generale, forse il meno contento del discorso è stato il presidente del consiglio Mario Draghi, che nel pomeriggio al Quirinale, come da prassi, ha consegnato le dimissioni del governo nelle mani del capo dello Stato, che le ha rifiutate. Pieno appoggio del presidente, nel suo discorso a Montecitorio, sulla politica economica. Ringraziamenti sinceri. Ma sullo stile di governo le bacchettate sono state sonore.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 febbraio 2022
Sono passati due mesi dalla nuova norma ma gran parte dei giornali e delle procure continuano a sbattere "il mostro in prima pagina". Ecco cosa è successo a Bari.
In questi giorni siamo tornati a scrivere in merito alla nuova norma sulla presunzione di innocenza in vigore dal 14 dicembre. Ci siamo chiesti se realmente sia cambiato qualcosa nella comunicazione delle Procure e delle forze di polizia giudiziaria. Le risposte sono state molteplici: se per un verso ci sono stati dei mutamenti, dall'altro verso è difficile talvolta stabilire se si stia eludendo la norma. Ad esempio la norma prevede di non dare alle inchieste nomi lesivi della presunzione di innocenza. Ma se un nome viene dato, e però all'interno del comunicato non ci sono i riferimenti degli indagati, si è contra legem?
Discutendo con magistrati, avvocati, giornalisti abbiamo anche capito che la nuova norma non è la panacea di tutti i mali, come vedremo appunto in questo pezzo, prendendo in esame un aspetto che è stato criticato da molti, persino dai magistrati. Dopo il monitoraggio di un copioso numero di comunicati della Guardia di Finanza, oggi vogliamo cimentarci, infatti, in un altro esercizio: prendere una notizia pubblicata sui maggiori siti di informazione e vedere se la presunzione di innocenza dell'indagato è rispettata.
Badiamo bene: se è rispettata come principio culturale, perché purtroppo la nuova legge non interviene nel caso che stiamo per discutere. Lo spunto ce lo offre una nota agenzia della redazione di Bari: "Abusi in ambulanza su una studentessa, arrestato - Ai domiciliari un paramedico volontario", questo il titolo. All'interno dell'articolo vengono pubblicati stralci dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip. Precisiamo che non c'è un comunicato ufficiale della Procura né della polizia giudiziaria. Ne deriva che l'ordinanza di custodia cautelare, atto pubblico, può essere finita nelle mani del giornalista o tramite l'avvocato difensore dell'indagato - ipotesi improbabile - o tramite cancellieri, agenti della Pg, magistrati della procura, avvocato di parte civile.
Per l'avvocato Giuseppe Belcastro, co-responsabile, insieme a Luca Brezigar, dell'Osservatorio Informazione Giudiziaria dell'Unione Camere Penali, "è sicuramente una criticità il fatto che la nuova norma non abbia anche previsto espressamente il divieto di pubblicazione dell'ordinanza di custodia cautelare. Se da un lato è giusto informare i cittadini quando qualcuno viene privato della libertà personale, tuttavia la pubblicazione degli stralci o dell'intera ordinanza del gip rappresenta una lesione del diritto alla riservatezza, all'onore e alla presunzione di innocenza dell'indagato". Il motivo è cristallino, ma non per molti: "vengono resi pubblici dei dettagli lesivi della immagine dell'indagato che però potrebbero essere smentiti in fase processuale o anche già in fase di indagine. Andando oltre il dato dell'arresto e della motivazione si rischia sempre di creare il 'mostro' da prima pagina. E se poi viene assolto?". Non sappiamo perché nei vari articoli usciti non sia stato interpellato l'avvocato difensore dell'uomo ai domiciliari. Questa omissione, secondo l'avvocato Belcastro, "rende quanto meno parziale la narrazione dei fatti, tenendo però a mente che il difensore deve comunque sempre attentamente valutare se e come intervenire sui media. Il dovere della stampa è fare una cronaca della vicenda, non fornire una visione parziale della stessa".
Ma addentriamoci nell'articolo. Il pezzo inizia e prosegue usando molte volte termini ipotetici: l'uomo "avrebbe abusato dentro un'ambulanza di una studentessa universitaria approfittando del fatto che la ragazza si era sentita male per aver bevuto troppo ad una festa. Un paramedico volontario, Gaetano Notaro di 36 anni, è agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata". E ancora: la "presunta violenza sarebbe avvenuta", "la presunta vittima ha deciso di denunciare circa due settimane dopo il fatto, rivolgendosi ad un centro antiviolenza".
Secondo l'analisi dell'avvocato Belcastro "fino ad un certo punto l'articolo è stato continente, utilizzando verbi e aggettivi appropriati per un contesto probatorio che deve essere ancora definito. Tuttavia, proseguendo con il racconto e aggiungendo ulteriori dettagli estrapolati dall'ordinanza del gip ("La ragazza, scrive il giudice, "ha descritto i particolari dell'abuso subito, descrivendone lucidamente ogni dettaglio, anche i più umilianti" e non ci sono elementi per "ipotizzare che siano frutto di intenti calunniosi", ndr) si è andati oltre.
Non dobbiamo scordare che queste valutazioni del gip saranno verosimilmente oggetto di ricorso al Tribunale del Riesame e persino della Corte di Cassazione. Insomma, se un Gup non archivierà, si andrà a processo e solo lì emergerà la verità processuale. Il processo è un fatto complesso e delicato: occorre anche saper attendere". Questo è solo un esempio di come la strada da fare sia ancora molta, perché "trovare in edicola le ordinanze di custodia cautelare non significa salvaguardare il giusto processo", ha detto in un recente convegno sul tema Luca Brezigar. Se avete segnalazioni da farci sia su casi come questi o direttamente lesivi della nuova norma scriveteci pure.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 febbraio 2022
Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati: "Non leggo un rimprovero nelle parole del capo dello Stato, dopo Palamara molto è stato fatto". "Non tiriamo per la giacca il presidente. Che pronuncia parole inequivoche sui valori irrinunciabili per una democrazia quali l'autonomia e l'indipendenza dei giudici. Premessa ineludibile di ogni discussione e riforma della giustizia". Così il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia alle parole di Mattarella.
Un duro richiamo all'ordine per la magistratura?
"Io non leggo le parole del presidente come un rimprovero ai giudici. E lo dico perché tutti noi abbiamo già fatto tesoro e messo a frutto i suoi numerosi moniti precedenti. Oggi raccomanda, non solo a noi, ma anche al Parlamento, di tenere alta l'attenzione sulla centralità e delicatezza della funzione giudiziaria perché è il potere che tocca più da vicino i diritti delle persone".
Eh sì, però vi chiede di superare le logiche dominanti di appartenenza delle correnti...
"E io sono d'accordo con lui. Ma dico subito che dopo il caso Palamara, cioè dal 2019, la magistratura ha preso coscienza del problema, ha avviato in più sedi - la procura di Perugia, il Csm, la stessa Anm - gli accertamenti sulle degenerazioni correntizie. E posso dire con serenità che c'è piena consapevolezza degli errori commessi che comunque hanno riguardato solo una parte della magistratura, mentre quella di gran lunga maggioritaria non solo era immune da quei vizi, ma ne è stata anche vittima".
Eppure Mattarella cita decisioni giudiziarie "arbitrarie e imprevedibili". Qui siamo ben oltre le correnti....
"Non ci vedo un rimprovero, ma piuttosto la sottolineatura di un valore, la prevedibilità delle decisioni giudiziarie, soprattutto in tempi, e non solo in Italia, in cui la discrezionalità dei giudici è ampia e tende ad espandersi".
Fino all'arbitrio?
"Certamente no, ci mancherebbe. I giudici sono attenti nel fare un buon esercizio dell'ampio potere di interpretazione delle leggi, in un sistema complesso dove il pericolo di apparire a volte arbitrari va scongiurato".
Mattarella intravvede diffidenza dei cittadini contro di voi.
"I magistrati lavorano per garantire la fiducia verso la giustizia. Si tratta di un lavoro duro, svolto ogni giorno con puntualità e rigore, affrontando anche vicende oggetto di una esasperata attenzione mediatica che favorisce conclusioni sommarie e giudizi affrettati rispetto all'esame assai più approfondito e penetrante che si svolge nelle aule di giustizia".
E allora perché il presidente critica proprio le "decisioni arbitrarie o imprevedibili"?
"Non allestirei un processo su parole in cui non leggo un'accusa su fatti specifici, bensì l'esortazione alle toghe, ma anche ai partiti, a non dimenticare che la fiducia nella giustizia è un bene supremo della democrazia".
Eppure il centrodestra vive la riforma del Csm come una rivalsa contro di voi.
"È qui che le parole del presidente sono fondamentali, quando dice che la giustizia non dev'essere il luogo in cui ci si divide per fazioni, l'una che applaude e l'altra che mugugna, ma un settore da presidiare soprattutto con le buone riforme e le necessarie risorse".
Non vede che il centrodestra, ma anche la sinistra, vuole una riforma del Csm punitiva?
"Il timore c'è, e se così dovesse essere, resterebbero del tutto inascoltate proprio le parole di Mattarella che al Parlamento dice di non usare la giustizia come terreno di scontro".
di Conchita Sannino
La Repubblica, 4 febbraio 2022
Adesso sulla giustizia si fa sul serio. Arriva fermo e netto, ieri, dal suo discorso d'insediamento, il messaggio del Presidente Sergio Mattarella indirizzato sia al governo sia alla maggioranza. "Occorre che venga recuperato un profondo rigore. I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia", scandisce il Capo dello Stato, chiedendo che le riforme "giungano con immediatezza a compimento".
Seguono non solo applausi di Draghi e dei ministri - la titolare della Giustizia Marta Cartabia, su tutti - ma anche la standing ovation dei Grandi elettori. Gli stessi che, proprio tra le forze di maggioranza, continuano tuttavia a dividersi sul sistema elettorale anti-correnti, per accedere a Palazzo dei Marescialli, e sul futuro della magistratura.
Le parole di Mattarella trovano invece immediata e "profonda" condivisione da parte della Guardasigilli. La quale, proprio ieri in un un incontro col premier, avvenuto a ridosso del giuramento del presidente, aveva fatto sapere di essere pronta a dare il via al processo riformatore. Anzi - ecco l'elemento che trapela - già a dicembre la ministra aveva recapitato a Palazzo Chigi il suo schema di proposta. D'altro canto: i tempi sono strettissimi, a maggio prossimo bisognerà aver finito, se si vuole che l'elezione del nuovo Csm, prevista a luglio, avvenga con la nuova legge elettorale. Già Mattarella, lo scorso novembre, intervenendo alla Scuola superiore di Scandicci, aveva messo in guardia dal pericolo di fallire il traguardo, parlando del "rischio di dovere indire le elezioni " del Csm, la prossima estate, "con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili ". Ma se l'iter non è andato avanti, è il ragionamento in via Arenula, lo si deve al cammino frenato dell'esecutivo degli ultimi due mesi: percorso impervio per le fibrillazioni legate alla partita del Quirinale.
Ed è appunto un faccia a faccia operativo quello che, in mattinata non a caso, assorbe per un'oretta Draghi e Cartabia. Sul tavolo, c'è la road map con cui bisognerà incidere su un fronte considerato prioritario. Si riparte concretamente tra due settimane: ma solo dopo il confronto indispensabile da aprire, in Consiglio dei ministri, sulla "bozza" Cartabia, la Guardasigilli depositerà i suoi emendamenti in Commissione Giustizia alla Camera - dove intanto mercoledì prossimo si riprende il lavoro sull'ergastolo ostativo. Poi, si comincerà a discutere del "nuovo" del Csm. Che dovrebbe andare in aula a marzo.
Una riforma che non solo dovrà ridisegnare il sistema elettorale per l'organo di autogoverno, ma anche sciogliere i troppi aspetti irrisolti su cui grava il corto circuito tra magistratura e politica: il tema delle cosiddette "porte girevoli", i livelli di verifica per poter andare fuori ruolo, il tema dei consigli giudiziari. Sul voto per il parlamentino di Palazzo dei Marescialli si va verso un maggioritario "temperato": escluso il sorteggio che avevano chiesto a gran voce Fi e Lega, perché considerato dalla ministra incostituzionale.
D'altro canto, come più volte ha sottolineato Cartabia, a debellare storture e degrado delle dinamiche correntizie - che serpeggiavano da qualche lustro, poi esplose nella paradigmatica vicenda dell'ex leader Anm, Luca Palamara, il pm oggi radiato - non potrà mai servire solo un "nuovo sistema" di votazioni, quanto quella "rigenerazione" etica e culturale già invocata da Mattarella. Parole che solo due settimane fa, all'inaugurazione dell'Anno giudiziario, la ministra aveva rievocato con forza, esortando unità d'intenti sulla riforma del Csm ritenuta "ineludibile ", per avviare la "nuova stagione di fiducia". E questo nonostante la consapevolezza che certi processi siano "scomodi e impopolari", ma allo stesso tempo "urgenti e indifferibili" - precisava Cartabia - per promuovere il reale "rinnovamento".
Ventre a terra, insomma. La primavera dovrà segnare la svolta. Anche perché incombono - al netto del pronunciamento della Corte Costituzionale - i referendum sulla giustizia voluti dalla Lega. Che includono anche i quesiti sulla responsabilità diretta dei magistrati e sulla separazione delle carriere.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 febbraio 2022
Giustizia. Maggioranza ancora divisa. Dalla ministra una reazione anticipata ai richiami del capo dello stato. "Ora riparta l'esame". Mattarella parlava, Cartabia applaudiva. Se si cerca un commento della ministra della giustizia alla lunga parte del discorso del presidente che ha preso di petto la giustizia, non si ottiene molto. Se non che la reazione della guardasigilli è stata preventiva, nel senso che ieri mattina, prima del giuramento di Mattarella, è stata a palazzo Chigi e ha incontrato il presidente del Consiglio Draghi. Per fare il punto ancora una volta sulla riforma del Csm, "urgente" e "ineludibile" come ha più volte detto il capo dello Stato.
Eppure è una riforma in ritardo, visto che dopo gli scandali che ne hanno messo a rischio la tenuta, il Consiglio superiore dovrà essere rinnovato a luglio. Non può finire, dicono tutti, che il nuovo Csm venga eletto con le vecchie regole. I tempi sono stretti. Anche se la parte che riguarda il Csm è fuori dalla delega al governo ed è dunque di diretta applicazione, servirà qualche settimana per i regolamenti. Tanto che già si sente parlare di slittamento a settembre della elezione.
Cartabia ha dato più di un segnale di una certa irritazione quando, parlando in parlamento per l'apertura dell'anno giudiziario, ha scaricato su palazzo Chigi la responsabilità dell'attesa. Lei ha cominciato a lavorare alle modifiche del vecchio testo Bonafede addirittura a luglio scorso. Poi la corsia veloce l'hanno presa le riforme dei codici di procedura penale e civile. E a fine 2021, qualcosa ha consigliato a Draghi di rallentare.
Che fosse stata l'intenzione di non scottarsi con la giustizia nel momento in cui pensava di traslocare al Quirinale, o fosse stata la volontà di proteggere la sua ministra dai malumori della maggioranza considerandola una buona candidata per palazzo Chigi al posto suo, la causa della prudenza del premier è la stessa. La riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario è ancora materia incandescente per la maggioranza. Non c'è intesa neanche sul punto di partenza, il criterio base della nuova legge elettorale per la componente togata del Consiglio. Forza Italia e Lega hanno raccattato dalla polvere la bandiera grillina del sorteggio, il Pd resta contrario.
Molta confusione c'è anche nella magistratura, visto che un referendum-sondaggio promosso un po' a malincuore tra i suoi iscritti dall'Associazione nazionale magistrati (e tenutosi all'ombra della rielezione di Mattarella) ha visto prevalere il no al sorteggio non in modo travolgente. Netta invece la preferenza per un sistema elettorale proporzionale, anche se va detto che l'affluenza è rimasta bassa: ha votato più o meno un magistrato su due.
Ieri intanto, mentre Cartabia incontrava Draghi, la commissione giustizia della camera che ha in carico la riforma ha preparato il suo calendario dei lavori, rinviando all'altra settimana la questione (non che l'argomento che la precede sia meno impegnativo del Csm per la maggioranza, visto che anche sulle modifiche all'ergastolo ostativo imposte dalla Corte costituzionale circolano idee assai diverse).
Nel suo discorso Mattarella ha parlato anche delle carceri: "Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti, questa è anche la migliore garanzia di sicurezza". Cartabia, raccontano, ha apprezzato assai questo passaggio, così come il rigoroso richiamo alle responsabilità della magistratura. "Il richiamo alla dignità dei detenuti è altrettanto importante di quello alla necessaria e urgente riforma del Csm - dice il capogruppo Pd in commissione giustizia, il deputato Alfredo Bazoli - mi auguro che le forze politiche raccolgono l'appello a non trasformare la giustizia in un terreno di scontro politico".
Ma già Salvini, costretto dal tampone a dover chiamare al telefono Mattarella per fargli le congratulazioni, fa sapere di avergli detto: "Grazie, ma se le istituzioni resteranno ferme saranno i cittadini italiani a tradurre in realtà concreta quel che Lei ha chiesto oggi, con i referendum".
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 febbraio 2022
Vertice Draghi-Cartabia, poi il Capo dello Stato interviene ed evoca pure il ruolo degli avvocati. Masi (Cnf): "Ci conforta, ora pari dignità". A volte basta la parola, anzi il pensiero. È stato sufficiente sapere che ieri pomeriggio Sergio Mattarella avrebbe giurato e pronunciato un messaggio alle Camere. Prima ancora di ascoltarne i richiami, ieri mattina Mario Draghi e Marta Cartabia si sono incontrati a Palazzo Chigi e si sono detti: "Ora la riforma del Csm non può più aspettare". Sapevano che il presidente della Repubblica avrebbe messo, sul punto, anche loro con le spalle al muro. E si sono anticipati col lavoro, diciamo. Poche ore dopo, in Aula, Mattarella dirà, a proposito del ddl sui magistrati: "È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento".
Il Capo dello Stato produce dunque un effetto quasi magico: scongela la legge sull'ordinamento giudiziario prima ancora di intervenire in Aula. Dove poi pronuncia parole così nette da chiudere ogni possibilità di fuga. Da inchiodare la politica refrattaria. La riforma del Csm, a questo punto, dovrà essere vagliata dal Consiglio dei ministri in tempi rapidissimi. Anche per lasciare al Parlamento l'agio di discuterla. Le Camere, ha pure rammentato Mattarella, vanno sempre "poste in condizione di esaminare e valutare con tempi adeguati" gli atti dell'esecutivo.
Il presidente della Repubblica fa una premessa di metodo: "Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire". Certo. Poi però pronuncia un "ma" che suona come l'urlo di un allenatore nello spogliatoio di una squadra messa sotto scacco per tutto il primo tempo del match: "...ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra democrazia". Ricorda che nella giustizia, prima delle zuffe, vengono "gli interessi della collettività". E soprattutto dà, alla politica, un suggerimento: fate sparire le "logiche di appartenenza" dall'orizzonte del Csm. Pensate piuttosto alle aspettative di "efficienza e credibilità" coltivate dalle persone.
L'ampio passaggio dedicato dal Presidente alla giustizia non lascia scampo, insomma: la riforma delle toghe va completata con urgenza in modo che il Csm "possa svolgere appieno la funzione che gli è propria", valorizzare "le indiscusse alte professionalità su cui la magistratura può contare". In altre parole, va premiato il merito anche nei tribunali. E non è trascurabile che nel chiedere di realizzare, in concreto, le riforme, il Capo dello Stato si rivolga non solo ai magistrati, ma anche alla "avvocatura". Un importantissimo pro memoria sul coprotagonismo del Foro nella giurisdizione. In termini di responsabilità ma anche di peso istituzionale. Non a caso, la presidente del Cnf Maria Masi dichiara, in una nota diffusa poco dopo, che "confortano le dichiarazioni" di Mattarella, "nel richiamare insieme avvocatura e magistratura a dare impulso al processo riformatore per restituire alla giustizia la centralità e la credibilità che deve esigere". Il vertice dell'istituzione forense aggiunge: "L'avvocatura c'è ed è naturalmente disponibile al richiamo, ma confidiamo anche nel riconoscimento a una pari dignità, condizione più volte evocata dal Presidente, nel ruolo e nelle funzioni, e di essere finalmente ascoltati e non semplicemente "sentiti". È indiscutibile l'importanza della scelta compiuta dal Capo dello Stato: evocare l'avvocatura al pari dei magistrati.
È un solenne riconoscimento che meriterebbe di riflettersi nella riforma sull'avvocato in Costituzione. Ma nelle parole di Mattarella c'è ovviamente anche un richiamo severo per la magistratura. Che attraverso il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia reagisce così: siamo pronti a dare "attuazione" ai richiami del Colle. Lo faremo, aggiunge Santalucia, nel segno della "Costituzione" che, puntualizza, deve essere il "faro anche per il legislatore nel dare corso alle riforme". Anche i magistrati amministrativi, per voce dell'Anma, si dicono "pronti alla sfida". Certo è che Mattarella, a proposito di toghe, Csm e principi della Carta, lascia soprattutto un promemoria: ad essere fuori dal "dettato costituzionale" sono appunto quelle "logiche di appartenenza" impadronitesi del Csm. Non spetta al presidente della Repubblica indicare o suggerire le riforme, per carità. Ma quel passaggio sembra almeno una buona ipotesi di lavoro.
di Corrado Giustiniani
Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2022
L'immagine parrà irriverente, perché riferita alla quinta carica dello Stato. Ma è un fatto che i presidenti della Corte costituzionale si susseguono a una velocità da cinema muto. Dall'inizio del 2000 fino ad oggi ne sono entrati e usciti dalla porta di Palazzo della Consulta in 24, compresi due facenti funzione. E ben 15 di loro sono rimasti in carica per meno di un anno. Fra questi l'attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia, che durò nove mesi, e Giuliano Amato, nominato il 29 gennaio scorso, che saluterà tutti il prossimo 18 settembre: otto mesi scarsi, 232 giorni compresi i week-end. Statisticamente, il più veloce di tutti sembra essere stato Mario Rosario Roselli, il terz'ultimo presidente, che si fermò alla Consulta a quattro giorni dai tre mesi di mandato, seguito a ruota da Giovanni Maria Flick, con tre mesi e quattro giorni, e da Giuseppe Tesauro, tre mesi e nove giorni.
Non era questo l'auspicio dei padri costituenti, che all'articolo 135 della Carta hanno scritto: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dell'ufficio di giudice". Ma come si è ottenuta questa vorticosa rotazione, autogestita dai quindici giudici della Corte: inducendo un presidente a dimettersi, per poi eleggerne un altro? Niente affatto. Viene più semplicemente scelto al vertice un giudice che di lì a poco concluderà i nove anni del suo mandato. Essere vicini alla scadenza è una buona ragione, oltre al tuo valore e al tuo prestigio, per essere papabile. Dell'articolo 135 della Costituzione, si valorizza dunque soltanto quel "fermi in ogni caso i termini di scadenza dell'ufficio di giudice". Un unico presidente, in questo scorcio di secolo, aveva la prospettiva di concludere un mandato pieno: Alessandro Criscuolo, eletto il 12 novembre 2014, per poi dimettersi però dopo quindici mesi e restare fra i giudici della Corte fino alla scadenza dell'11 novembre 2017.
Ma quali sono le ragioni di una simile volatilità della carica? Certamente il prestigio di guidare l'organismo che fa da guardiano alla nostra Costituzione, di essere accanto al presidente della Repubblica in tutte le circostanze più importanti, di decidere i giudici relatori di ciascuna causa, di fissare il calendario dei lavori, di far valere il proprio voto come doppio, nel caso in cui in un giudizio via sia parità di voti. E magari di guadagnarsi un futuro ancora più glorioso. Anche se la nostra "Corte dai presidenti corti" è tuttora dominata dalle chiome bianche, e quasi tutte di sesso maschile. Va poi detto che non sempre vi sono giuristi che si staccano nettamente sugli altri, tanto è vero che i presidenti vengono scelti in diversi casi con un piccolo scarto di voti (non Giuliano Amato, eletto all'unanimità).
Ma vi è pure un'altra ragione, di carattere economico, che incentiva la corsa alla presidenza. Il tetto Renzi di 240 mila euro l'anno, peraltro appena ritoccato dal governo Draghi, venne applicato alla Corte con un margine di vantaggio: 362 mila euro per i giudici, da aggiungere alla pensione di cui eventualmente già godono, e 432 mila per il presidente, che ha una sua indennità di rappresentanza. Queste somme, fra le più alte al mondo (siamo al doppio di quanto percepiscano i giudici americani e al 50 per cento in più di quelli britannici), si trasformano al termine dei nove anni in liquidazione e pensione. Ma perché anche l'indennità di rappresentanza incida sull'assegno di quiescenza, è necessario, spiegò in passato l'ufficio stampa della Corte costituzionale, che il presidente sia stato in carica per un anno o più. E questo almeno limita i danni di un costume che è assolutamente necessario correggere.
di Luca De Vito
La Repubblica, 4 febbraio 2022
La Cassazione accoglie il ricorso del pm contro la corte d'Appello di Milano: il complice di Battisti dovrà andare in carcere. Fu condannato per concorso morale nel delitto del maresciallo Santoro. Il 20 aprile ci sarà l'udienza per l'estradizione.
La pena inflitta a Luigi Bergamin non è prescritta. A deciderlo è stata la Corte di Cassazione che ha così tenuto il punto in quella che sembrava ormai una partita chiusa per la giustizia italiana, dopo che la Corte d'Assise d'Appello di Milano aveva dichiarato la pena estinta per avvenuta prescrizione: se quindi l'ideologo dei Pac (Proletari armati per il comunismo), condannato a 16 anni e 11 mesi per concorso morale nel delitto del maresciallo Antonio Santoro nel 1978, tornerà in Italia, dovrà scontarla.
Attualmente Bergamin, 73 anni, si trova in Francia dove lo scorso 21 aprile si era consegnato alle autorità con altri nove ex terroristi rossi per i quali Macron aveva avviato la procedura di estradizione. Bergamin era stato condannato in via definitiva nel 1991 oltre che per il delitto Santoro anche per quello dell'agente della Digos Andrea Campagna assassinato nel 1979, ma in questo secondo caso la pena si era già prescritta nel 2008. Adesso si attende l'udienza per l'estradizione, prevista il 20 aprile.
Il punto giuridico su cui si era annodata la questione, riguarda un'istanza presentata dalla pm Adriana Blasco al tribunale di sorveglianza lo scorso febbraio in cui si chiedeva la dichiarazione di "delinquente abituale" per Bergamin. Un escamotage per interrompere la prescrizione che sarebbe arrivata l'8 aprile. Accolta dal tribunale, la dichiarazione era arrivata il 30 marzo, troppo tardi secondo la corte d'Appello mancando i 15 giorni per l'impugnazione da parte della difesa di Bergamin. La corte d'Assise d'Appello milanese, presieduta da Ilio Mannucci Pacini, nel maggio del 2021 aveva quindi stabilito che erano "trascorsi non solo più di quarant'anni dai gravissimi fatti di reato per cui Bergamin è stato ritenuto responsabile, ma soprattutto più di trenta anni dall'irrevocabilità della pronuncia di condanna" ed era quindi "ormai decorso il termine massimo".
Proprio su questo punto la pm Blasco aveva fatto ricorso in Cassazione, che ieri ha dato ragione alla procura e annullato la prescrizione. "Loro hanno sempre detto di essere in guerra e i crimini di guerra, come sono gli omicidi dei terroristi, non si prescrivono - ha detto Maurizio Campagna, fratello di Andrea - Dunque ben venga questa decisione e ora che venga estradato e che sconti la pena".
I legali di Bergamin invece annunciano nuovi ricorsi alla corte Europea dei diritti dell'uomo.Per l'avvocato Giovanni Ceola si tratta di una decisione "politica che muta l'indirizzo giurisprudenziale, richiamato dalla Corte d'Assise di Milano, di un provvedimento a Sezioni Unite del 1989".
Irene Terrel, avvocata francese di Bergamin ha aggiunto: "Sono totalmente stupefatta. Non si può parlare di delinquenza abituale per dei fatti successi oltre 40 anni fa e non si può tornare su una prescrizione che era già acquisita. Non esiste la retroattività. Trovo questa decisione scandalosa. Ha prevalso la ragione di Stato che ha superato il principio di giustizia. È inaccettabile".
di Annalisa Costanzo
Il Dubbio, 4 febbraio 2022
La nuova vita del 17enne che diede fuoco all'auto di un clochard, che rimase ucciso. Ha pianto e si è anche disperato in questi anni, al ricordo di quella vita spezzata. Uno stupido e dannato scherzo iniziato "per noia", insieme all'amico13enne, costato però la vita ad Ahmed Fdil, clochard marocchino di 64 anni. Non la dimenticherà mai quella fredda e cupa serata del 13 dicembre del 2017, quando le fiamme si levarono alte nel piccolo centro di Santa Maria di Zevio, nel veronese, e che per colpa sua uccisero "il baffo".
Dopo l'omicidio, il processo è stato sospeso ed è stata disposta la messa in prova. L'allora 17enne, unico imputato per l'omicidio Ahmed, si è rimboccato le maniche ed ha lavorato sodo, su se stesso soprattutto, per non sprecare quell'unica possibilità di redenzione che il giudice gli ha concesso. Un giudice che ha deciso di interpretare alla lettera l'articolo 27 della Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non alla sua espulsione dalla società. Proprio come la stessa procura aveva richiesto.
In questi ultimi quattro anni di "messa alla prova", ha lavorato al servizio della comunità, si è occupato anche dei disabili, li ha fatti sorridere qualche volta, si è affezionato a loro. Ha proseguito gli studi. Si è diplomato e adesso vorrebbe diventare uno chef. Ha poi seguito il percorso di psicoterapia così come disposto dal giudice, ha portato avanti la massa in prova e le relazioni dei servizi sociali su di lui sono state un fiume d'inchiostro positivo. I sensi di colpa lo accompagneranno per il resto della sua vita, ma adesso è un uomo libero.
Oggi ha 21 anni, ma in quella comunità protetta che lo ha visto diventare uomo ci è entrato quando aveva appena 17 anni, pochi giorni dopo che per noia, con un fazzoletto "rubato" da una pizzeria, insieme ad un amico 13enne, diede fuoco alla vecchia Fiat Bravo dove Ahmed stava riposando. Ahmed - come dirà in processo uno dei periti - è stato arso vivo, morendo inghiottito dalle fiamme. Anche se, ancora, non è chiaro come un fazzoletto incendiato abbia potuto scatenare quel fuoco mortale.
Quando nel 2017 per noia bullizzava il 64enne, l'allora 17enne non era di certo un ragazzo facile da gestire. Proveniente da uno stato dell'Europa orientale, non era riuscito ad integrarsi nella comunità veronese. Aveva stretto amicizia con un altro straniero, quel 13enne proveniente dal nord Africa con cui passava molte ore della giornata, compresa quella del 13 dicembre 2017. Un omicidio, due colpevoli e "nessun giorno di carcere per quei ragazzi", dice il nipote della vittima. Il 13enne, infatti, era troppo piccolo per essere imputabile.
L'unico ad essere processato fu dunque il 17enne. Maria Teresa Rossi, giudice di quel difficile processo, tenendo conto della giovane età dell'imputato, ha deciso però di escludere la misura detentiva in carcere ed ha scelto di applicare la legge dell'ordinamento italiano che prevede l'affidamento in prova ai servizi sociali. Il tribunale di Verona ha dunque puntato sul recupero del reo e, viste le positive relazioni dei servizi sociali, non ha fallito.
"Chapeau a chi ha capito che poteva tentarci ed a chi dopo, assistenti sociali e comunità, ha lavorato con e sul ragazzo", dichiara al Dubbio il suo avvocato, Giovanni Bondardo, raccontando la storia di un processo minorile in cui "la messa alla prova ha funzionato". Grazie alla parte pubblica, "che ha lavorato - dice - bene e salvato un ragazzo. Gli assistenti sociali hanno fatto un buon lavoro. La struttura che lo ha avuto in affidamento ha lavorato molto bene. Il ragazzo si è impegnato e adesso è cambiato completamente - conclude l'avvocato Bondardo.
È un'altra persona". Non è stato facile per il ragazzo. Gli incontri con la madre venivano monitorati dagli assistenti sociali. Ogni respiro veniva rivelato, ogni passo valutato. Due volte alla settimana faceva volontariato in una struttura che si occupa di pet therapy. Niente cellulari, niente vita sociale fuori dalla comunità. E, dopo gli anni trascorsi dentro quella zona protetta, il ventunenne, mesi fa, ha potuto riabbracciare la madre, con la quale adesso vive, sempre nel veronese. Da uomo libero ha ripreso a sognare. Vuole una vita normale. Non dimentica e non dimenticherà mai quel che ha fatto.
Nessun abitante di quel piccolo centro dell'hinterland veronese, d'altronde, ha mai dimenticato l'orribile morte toccata a Ahmed Fdil. Si era ben ambientato nella comunità veronese il 64enne marocchino, capelli brizzolati e quei baffoni neri per i quali si era aggiudicato il dolce soprannome de "il baffo". Una vita dignitosa la sua, fino alla perdita del lavoro che l'ha costretto a vivere in macchina. Era così diventato un senzatetto e aveva scelto la sua Fiat Bravo come nuova abitazione, non immaginando però che per la noia di due ragazzini quell'auto sarebbe divenuta la sua tomba.
Per giorni, dopo quel 13 dicembre, procura e investigatori sono stati convinti che si trattasse di un incidente. Nell'immediatezza l'omicidio non era stato preso in considerazione. Santa Maria di Zevio, però, è un piccolo centro e, come in tutte le piccole comunità, la verità ha preso velocemente a passare di bocca in bocca, spingendo i carabinieri ad indagare. E a capire che Ahmed era benvoluto da tutti, tranne che da un gruppo di ragazzetti che in lui vedevano la valvola di sfogo della loro noia. La verità poi scoperta dai militari dell'Arma fu agghiacciante.
"Abbiamo preso le salviette, poi siamo andati nel parcheggio dove c'era il baffo", raccontarono i due ragazzini ormai smascherati, per poi iniziare a rimpallare le accuse su chi avesse acceso e lanciato dentro la macchina quel fazzoletto infuocato. "L'ha lanciato lui", "no, lui". Fino ad ammettere: "Siamo andati lì perché non avevamo niente da fare", con l'intenzione, dissero, di fare uno scherzo a baffo. Uno scherzo che ha ucciso un uomo e cambiato per sempre le loro vite.
- Santa Maria Capua Vetere. Violenze nel carcere, la Procura propone 32 patteggiamenti
- La risibile prosopopea delle toghe che sviolinano sul Titanic giustizia
- Santa Maria Capua Vetere. Antigone sarà parte civile nel processo per le violenze sui detenuti
- Trieste. Il nuovo direttore del Coroneo: creare opportunità per i detenuti
- Torino. Schiaffi a un detenuto, inchiesta sui poliziotti: "Indagini depistate"









