di Michela Marzano
La Repubblica, 7 febbraio 2022
Le manifestazioni degli studenti e la lettera del ministro dell'Istruzione. Dopo due anni di pandemia e lockdown e Dad e mascherine, non è possibile non riconoscere le difficoltà dei ragazzi e non prenderli sul serio. Oggi, ancora più del passato, i giovani necessitano riconoscimento.
Il ministro Bianchi ha ragione: i nostri studenti e le nostre studentesse hanno bisogno di essere ascoltati. E quando dico che ne hanno bisogno, intendo dire proprio questo; non ho sbagliato termine quando ho scritto "hanno bisogno", invece di "meritano". Certo, tutte e tutti meritiamo ascolto. Anche semplicemente perché l'ascolto è una manifestazione di rispetto e ogni persona, in quanto tale, merita di essere rispettata. Le ragazze e i ragazzi, però, oltre a meritarlo, ne hanno proprio bisogno. Lo necessitano perché, oggi ancora più del passato, necessitano riconoscimento. E dopo due anni di pandemia e lockdown e Dad e mascherine, non è possibile non riconoscere le loro difficoltà e non prenderli sul serio.
E quindi? Quindi il ministro Bianchi ha torto quando, invece di ascoltare le studentesse e gli studenti che sono scesi in piazza venerdì scorso, come dice di voler fare, si limita a garantire ascolto ai temi che hanno posto. Ascoltare i più giovani, d'altronde, significa evitare di propinare loro una serie di buoni propositi o di inutili luoghi comuni. Ascoltarli vuol dire fare spazio all'interno di sé stessi alla loro alterità, anche se l'alterità, per definizione, disturba e scombussola. Ma l'ascolto è proprio questo. Altrimenti si tratta di altro, magari di un'interessante riflessione ad alta voce oppure di considerazioni generiche sull'alternanza scuola-lavoro e sugli esami di maturità: frasi fatte che ripetono cose note, già dette, già scritte, già contestate, già riscritte. Peccato, ad esempio, che il ministro non abbia speso nemmeno una parola su tutte quelle esperienze di alternanza scuola-lavoro che si traducono con un nulla di fatto in termini educativi. Peccato che non abbia sentito l'esigenza, per non dire il dovere, di nominare Lorenzo Parelli. Peccato, infine, che entrambe queste mancanze denotino proprio un'assenza di ascolto.
Gentile ministro, posso permettermi di dirle chissenefrega che "il governo si è sempre impegnato in modo caparbio per riportare la scuola in presenza"? Posso aggiungere che le ragazze e i ragazzi che sono scesi in piazza venerdì del suo "riteniamo giusto accompagnare tutti ad una nuova fase senza paura" non sanno che farsene? Sa di che cosa hanno davvero paura le nostre ragazze e i nostri ragazzi? Sa che, quando dice che la prova scritta di italiano serve "a esprimere sé stessi", sembra che li stia prendendo in giro?
Si sono espressi venerdì, signor ministro. E lei non li ha ascoltati. Forse perché troppo impegnato a immaginare l'ennesima (utile? necessaria?) riforma della scuola. Forse perché, quando ci si focalizza sui temi, le persone vengono cancellate. Oppure è stata la bella immagine della "scuola al centro della nostra democrazia", "al passo con i tempi" e "senza diseguaglianze" che l'ha distratta e le ha impedito, ancora una volta, di vedere e riconoscere e capire le studentesse e gli studenti? Loro hanno paura, sì. Ma ancora più che delle prove scritte dopo due anni di pandemia, lockdown, Dad e mascherine, loro hanno paura di essere trasparenti. E hanno ragione. Nella sua lettera, signor ministro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono trasparenti.
di Massimiano Bucchi
Corriere della Sera, 7 febbraio 2022
Ormai davanti ai più diversi fatti di cronaca si accantona l'idea che esistano già leggi e strumenti per sanzionare e soprattutto per ridurre la frequenza di certi comportamenti, tutelando le potenziali vittime. Ormai il cortocircuito tra cronaca, opinione pubblica e politica è più prevedibile di una macchinetta stimolo-risposta.
Un incidente stradale mortale causato da guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di stupefacenti; un'aggressione a ragazze o ragazzi di origine ebraica, una vittima di violenza domestica; la reazione è sempre la stessa: la rabbia, l'indignazione, l'individuazione di tendenze generali da contrastare con nuove leggi e iniziative educative. Dopo qualche giorno il caso specifico, le responsabilità individuali non interessano più a nessuno. Si è individuato e nominato un nuovo problema sociale, la coscienza civile e sociale si ritiene assolta. Si accantona così l'idea che esistano già leggi e strumenti per sanzionare e soprattutto per ridurre la frequenza di certi comportamenti, tutelando le potenziali vittime.
Che cosa resterà nella coscienza delle giovani che hanno aggredito la coetanea ebrea? E dei loro genitori? Qualcuno proverà a spiegare loro direttamente la gravità di ciò che hanno commesso? La scuola le obbligherà a leggere qualche libro che le aiuti a capirlo? Nulla di tutto questo: si diranno (e i loro genitori diranno) che hanno fatto solo una stupidaggine, hanno aderito inconsapevolmente a una tendenza del loro tempo. Tendenza contro la quale si faranno fiaccolate e lunghe discussioni e poi, forse, tra qualche anno, un'iniziativa a scuola di fronte alla quale sbadiglieranno.
A quasi nessuno viene il dubbio che le leggi ci sono: i comportamenti in questione sono già individuati chiaramente come criminali. Ma una giustizia che permette di guidare liberamente a chi è già stato condannato per guida in stato di ebbrezza o che lascia un soggetto già responsabile di episodi di violenza nella stessa abitazione della convivente è una giustizia che ha smarrito il proprio senso, e quindi l'espressione di una società che ha smarrito il proprio senso.
Lo si vede dolorosamente dalle parole che escono immancabilmente dai parenti delle vittime. Tutti chiedono "giustizia": una parola che la società e il sistema giudiziario dovrebbero essere in grado di tradurre non come "vendetta" ma come capacità di tutelare e proteggere altre potenziali vittime da quegli stessi pericoli.
Ma questo comporterebbe l'assunzione di responsabilità individuali specifiche (da parte dei genitori, degli educatori, degli operatori giudiziari). Molto più comodo, purtroppo, sbandierare parole d'ordine e buone intenzioni generiche per assolvere sé stessi e la propria coscienza. Come cantava tristemente De Andrè, "Prima pagina, venti notizie/Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa/Si costerna, s'indigna, s'impegna/Poi getta la spugna con gran dignità".
di Filippo Colombo
dire.it, 7 febbraio 2022
Aumentano le persone che si rivolgono ai servizi per le dipendenze. Sono 4.400 le persone che si sono rivolte ai Servizi dipendenze dell'area di Milano delle Asst Nord Milano, Santi Paolo e Carlo, Fatebenefratelli Sacco e Gom Niguarda, di cui 4 mila solo a Milano città. Più di 3.215 in relazione all'uso di sostanze illecite, tra cui 1608 per l'uso di cocaina, 1166 per l'uso di eroina, 596 per problemi legati all'utilizzo di alcol, più di 182 per il gioco d'azzardo.
Solo nel mese di gennaio, come ha spiegato Riccardo Gatti, coordinatore del dipartimento interaziendale dipendenze dell'asst Santi Paolo e Carlo, Fatebenefratelli e Sacco, Niguarda, Nord Milano - Cinisello e Sesto San Giovanni, in commissione a Palazzo Marino, sono arrivati 98 nuovi pazienti. "Se guardiamo i nuovi arrivi di gennaio per fasce di età quella 18-24 anni è la più alta di tutte - ha spiegato - incidono quindi sui nuovi arrivi le fasce di popolazione giovane.
Arrivano più persone giovani perché ci sono più persone di quell'età che hanno problemi, hanno problemi di salute e legali e quindi arrivano ai nostro servizi. Così come arriva anche un gruppo piccolo di minori, insieme a persone di tutte le età". Il 72% delle persone in cura per problemi di dipendenza arrivano dal territorio, il 28% vengono assistiti nelle carceri di San Vittore, Bollate, Opera e nel carcere minorile Beccaria.
di Nicole Nasi
reggionline.com, 7 febbraio 2022
L'esposizione è stata realizzata nell'ambito dell'omonimo progetto rieducativo rivolto alle persone in carcere che ha come tema centrale la violenza contro le donne. Visitabile sino al 14 febbraio alla biblioteca in via Rivoluzione d'Ottobre.
"Liberi Art" è il titolo della mostra allestita presso la biblioteca Marco Gerra in via Rivoluzione d'Ottobre e che sarà visibile fino al 14 febbraio. Una rassegna di 28 opere realizzate da 13 detenuti, nell'ambito di un progetto rieducativo e dell'artista Anna Protopapa, dell'associazione Gens Nova Emilia Romagna, volontaria degli Istituti Penitenziari. Attraverso l'arte e i diversi linguaggi espressivi, i 13 detenuti che vi hanno preso parte, sono riusciti ad esprimere il proprio potenziale creativo realizzando opere che affrontano temi come il contrasto alla mafia, l'inclusione, la religione, la guerra, la giustizia e la libertà.
"Ha dato loro la possibilità di dare voce alla cittadinanza riguardo un fenomeno che è dilagante ed è la violenza sulle donne - spiega Protopapa - per i detenuti è molto importante, in quanto comunque, questo ha permesso loro di scoprire anche questo linguaggio non verbale". Tanti i quadri che colpiscono sia per la tecnica usata sia per il forte messaggio. "La prima opera che vediamo anche qui alle spalle è stata ispirata all'Enciclica di Papa Francesco 'Fratelli tutti'. Ovviamente è un'opera che ho voluto portare ai detenuti del carcere di Reggio Emilia per far accogliere quello che è il messaggio universale della fratellanza e dell'amicizia".
"Anche questo è molto significativo in quanto purtroppo la violenza sulle donne non guarda il colore, la nazionalità, ma colpisce tutte le donne del mondo" aggiunge la curatrice. I detenuti hanno realizzato un quadro ispirato alla storia di Saman Abbas, la ragazza di Novellara scomparsa dalla primavera scorsa. Saman aveva denunciato i genitori per sottrarsi a un matrimonio forzato.
"Quando purtroppo abbiamo appreso la scomparsa, la notizia, di Saman ha molto colpito tutti i detenuti e quindi abbiamo pensato di realizzare e dedicare questa semplice opera a Saman Abbas". È possibile visitare la mostra fino al prossimo 14 febbraio prenotandosi all'indirizzo
di Alessandra Rossi
Il Secolo XIX, 7 febbraio 2022
Laurearsi in carcere non è una favola a lieto fine: è un diritto. E in Liguria è anche un progetto giovane rispetto a realtà come Firenze o Torino. Ma cresce di anno in anno, nonostante il Covid e nonostante l'assenza di un garante per i diritti dei detenuti. La prima convenzione tra Università di Genova e Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria (Prap) risale al 2016, quando nasce il Pup, Polo universitario penitenziario: gli iscritti si contavano sulle dita di una mano.
Nel settembre scorso la convenzione col Prap di Piemonte, Liguria e Valle D'Aosta è stata rinnovata, inserendo nuove carceri: La Spezia e Sanremo. Oggi, al secondo anno di pandemia, con le difficoltà per il mondo dello studio che questa situazione ha comportato, gli iscritti in Liguria sono aumentati: ben 35. La maggior parte riguarda detenuti di Marassi (22), a seguire Pontedecimo (7 nella sezione maschile e 3 nella femminile) e infine a Sanremo (3).
"La convenzione garantisce al detenuto, indipendentemente dalla posizione giuridica o dalla sezione detentiva, un diritto fondamentale: la risocializzazione - spiega il professor Renzo Repetti, delegato del Rettore per il Pup - Quel che facciamo, come docenti, è seguirli in carcere con lezioni, colloqui, materiale didattico ed esami. Ora è ovviamente tutto on line". E le difficoltà non mancano, se aggiunte all'assenza di un garante dei diritti dei detenuti che potrebbe individuarle con più facilità e aiutare a risolverle. La sensazione è che, allo stato attuale, i docenti diventino per i detenuti uno dei pochi, forse gli unici, raccordi con il mondo esterno: "Credo che la Liguria sia un po' indietro: è forse l'unica regione in Italia rimasta senza garante. E anche se i rapporti con le direzioni delle carceri sono ottimi - osserva Repetti - risentiamo di quest'assenza, perché manca una figura terza con cui relazionarsi".
Un problema che evidenzia anche Antigone: "Il garante è fondamentale per tutti: detenuti, associazioni, amministrazione penitenziaria - dice Alberto Rizzerio, referente ligure dell'associazione - Se un detenuto vuole fare una segnalazione, non sa a chi rivolgersi". Per Rizzerio, si tratta di una figura importante "anche in termini di prevenzione". L'occhio attento di Antigone ha passato al setaccio anche il capitolo "studio" negli istituti penitenziari liguri che, dice Rizzerio, "risulta abbastanza garantito a tutti. Dal 2016 abbiamo assistito alla crescita di iscritti, poi stabilizzata a causa della pandemia. Il Covid, con le sue misure restrittive, ha messo in difficoltà tutte le attività per i detenuti". Eppure il Pup resiste e si sviluppa sugli stessi tracciati dell'Università "fuori": "Il lavoro è tale e quale a quello svolto in ateneo, senza favoritismi. Solo l'aspetto della tassazione è differente. Certo - ammette Repetti - forse si è meno formali, ma gli esami si svolgono davanti a commissioni ufficiali e i voti sono meritati".
Una delle differenze però balzate all'occhio di Repetti, è proprio il momento della valutazione: "Farò circa 180 esami l'anno e quando gli studenti in ateneo prendono 30, è come se si aspettassero quel voto. Dai detenuti invece ho visto sempre reazioni cariche d'entusiasmo, anche davanti a un 24: una felicità che raramente ho incontrato fuori dal carcere". L'altro aspetto che il docente ha colto è "la forte solidarietà: tra iscritti si aiutano, magari prestandosi appunti o dispense".
Chi studia in carcere ha generalmente tra i 25 e i 30 anni, ma non è raro trovare 50-60enni. Degli attuali 35 iscritti, gli stranieri sono il 31%: arrivano dall'Europa dell'est, dal Sudamerica e qualcuno dall'Africa. Prediligono scienze politiche o della formazione, storia o filosofia. Difficilmente si opta per discipline tecniche, per via della frequenza. C'è anche chi si dedica alla Conservazione dei beni culturali o a Scienze del Turismo. Il rapporto con gli studenti detenuti è molto buono: "Ci si affeziona - spiega Repetti - anche perché, preparando esami o tesi, molti parlano anche dei loro problemi". Per non disperdere il lavoro di questi 6 anni, l'Università rilancia e nei prossimi mesi coinvolgerà il mondo del volontariato: con la cooperativa La Comunità permetterà a giovani - iscritti e non - di fare da tutor ai detenuti.
di Sara Gandolfi
Corriere della Sera, 7 febbraio 2022
In un film la storia del fondatore della ong Open Arms che soccorre i migranti. "Perché Italia, Spagna e Malta sanno come portare fuori dalla Libia il petrolio e non chi fugge?". "Un giorno, nel 1988, andai a trovare la mia fidanzata. Il portinaio era al suolo, stava soffrendo un infarto, e non sapevo cosa fare. Suonai tutti i citofoni per cercare un medico, ai tempi non esistevano i cellulari, nessuno rispondeva. Lo caricai sull'auto e lo portai all'ospedale. Arrivò morto.
Mi dissero che se gli avessi fatto le manovre di rianimazione forse si sarebbe potuto salvare. Fu così che mi iscrissi al corso di primo soccorso, perché non mi succedesse mai più di lasciare morire una persona senza provare a salvarla". Oscar Camps aveva 23 anni e quel giorno cominciò la sua avventura di "socorrista".
Prima per la Croce Rossa, poi imprenditore di una società di bagnini nella sua Badalona, in Catalogna, e infine fondatore di Open Arms, la Ong che negli ultimi sei anni ha salvato più di 62.000 vite nel Mediterraneo. Vite di migranti. Oggi la sua storia è diventata un film, Open Arms - La legge del mare (tra le comparse, circa un migliaio di rifugiati siriani, iracheni e afghani). Comincia quando Camps, nel 2015, vede la foto di Aylan Kurdu, il bimbo di tre anni morto su una spiaggia di Lesbo.
Tutti videro quella foto, si commossero, e poi dimenticarono. Tu invece sei partito. Cosa è scattato?
"Pensai a quanti Aylan dovevano essere morti in quel mare senza essere fotografati. A quanto lavoro dovevano avere i soccorritori in Grecia e in Turchia. Invece scoprii che nessuno stava aiutando quelle persone. C'erano dei volontari senza alcuna conoscenza delle tecniche di salvataggio, medici senza alcuna organizzazione alle spalle. Decisi di mettere a disposizione la mia esperienza, dovetti legalizzare amministrativamente l'aiuto che stavo portando per non essere espulso. Così è nata Open Arms, da due volontari siamo diventati cinque, poi otto".
Continui a pensare, come denuncia il film, che i guardiacoste non fanno bene il proprio lavoro?
"Lo farebbero se non ci fossero i politici. Il loro lavoro è proteggere la vita in mare, attenendosi alle convenzioni e al diritto internazionali, e in certi periodi lo hanno fatto. Perlomeno in Italia, fino a marzo 2018, la Guardia costiera coordinava tutte le operazioni di salvataggio, anche di imbarcazioni civili e di organizzazioni umanitarie. Dopo le elezioni, però, ci sono state decisioni politiche che hanno bloccato qualsiasi intervento in acque internazionali e a noi è venuto a mancare il coordinamento della guardia costiera".
A Lesbo morivano a dieci metri dalla costa. Avete iniziato a salvarli dalla riva, poi però vi siete spinti al largo, fin nelle acque internazionali fra Libia e Italia. Vi hanno accusato di essere i "taxi" della migrazione illegale verso l'Europa, dicono che senza la vostra presenza non tenterebbero la traversata...
"Credi che un medico in un carcere italiano non curi un serial killer? Ne ha diritto anche lui. Così come queste persone hanno diritto di essere salvate in mare. E' un obbligo internazionale. Dovremmo lasciarle morire solo perché forse la loro posizione amministrativa in Europa sarebbe irregolare? E poi in acque internazionali non ha senso parlare di "migranti", sono persone in pericolo e devono essere salvate. Questo è il mio lavoro, quando ho deciso di essere un bagnino ho scelto di proteggere la vita in mare, in mia presenza non posso permettere che qualcuno muoia".
Un "lavoro"?
"E' il mio lavoro, il mio obbligo e la mia vocazione. Ho scelto questo lavoro come un chirurgo ha scelto di operare, e opererà qualsiasi persona che ha bisogno di assistenza medica perché ha aderito a un codice professionale".
Perché operate in Italia e non nella "vostra" Spagna?
"La Spagna ha un servizio civile di salvataggio in mare, non militare come la Guardia costiera italiana, e funziona molto bene. Non risponde alla politica. Per questo non portiamo le barche nel sud della Spagna perché già c'è una loro flotta là, che salva la gente e la porta in Spagna, dov'è il porto sicuro più vicino, non in Marocco. Nel tratto di Mediterraneo, fra Libia e Italia, Lampedusa è il porto sicuro più vicino. La Spagna è a quattro giorni di navigazione".
Nel 2015 hai detto "l'Unione europea non esiste". Lo pensi ancora?
"E' un Mercato comune, non una Unione. Sono solo interessi economici, importano solo le grandi lobby che controllano l'energia, il petrolio, i laboratori... E' aberrante. Ci indigniamo quando negli Stati Uniti la polizia uccide un uomo in strada e poi in Europa finanziamo i gruppi armati libici perché facciano quello stesso lavoro sporco fuori dalle nostre frontiere. Abbiamo politici senza principi morali e di etica".
Non salvi nessuno dei grandi leader?
"Non è il mio lavoro giudicare i politici, ma mancano statisti coraggiosi. Abbiamo politici mediocri e codardi, e molto opportunisti. Intanto l'Europa invecchia, in Spagna tra un decennio mancheranno 5-6 milioni di lavoratori".
La cancelliera tedesca Merkel all'inizio accolse gli immigrati...
"Nel 2014, la Germania era il Paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone. I politici tedeschi dissero che servivano un milione di giovani. E guarda caso l'anno dopo circa 900.000 migranti da Lesbo andarono in Germania. Invece di prendere un ferry che costava 10 euro, dovettero però affidarsi alla mafia e pagare più di 1.000 euro il passaggio, e ne morirono tanti annegati. Tutta l'Unione Europea guardò dall'altra parte per alcuni mesi, fino al marzo 2016, quando firmò l'accordo con la Turchia. Non so se lo decise Merkel, la Grecia o Bruxelles ma quell'accordo con Erdogan ci costa 6 miliardi di euro e pagare queste false democrazie significa sottomettersi all'estorsione. Il re del Marocco Mohammed VI sta facendo lo stesso con la Spagna, e accade anche con Libia".
Non parliamo del processo in corso in Italia, però una volta hai detto che se Salvini fosse con te in mare anche lui salverebbe le vite dei migranti. Lo pensi davvero?
"Si, senza dubbio. Salvini ha deciso di guadagnarsi da vivere diventando un personaggio, lo fanno molti politici oggi per catturare voti. Ma dietro il personaggio c'è una persona. Se salisse su una delle nostre barche e vedesse una donna con suo figlio che sta affogando allungherebbe il braccio per salvarle la vita.... È un comportamento umano, non una decisione politica. Quando tiri fuori un politico dalla sua bolla, dal suo ufficio con aria condizionata e segretario, e lo metti in prima linea, smette di essere politico e torna ad essere una persona".
Sei rimasto in contatto con qualcuno dei migranti che hai salvato?
"Pochi, forse due o tre che mi seguono sui social. Non consiglio al mio staff e ai volontari di simpatizzare..."
Perché?
"Tutti loro hanno alle spalle una tragedia, se ascolti il racconto della loro vita ti spaventi, vuoi aiutarli. Ma ci sono altre organizzazioni sul territorio pronte a farlo. Il nostro sforzo deve concentrarsi sul salvare le vite in mare".
La legge del mare per te è superiore a qualsiasi altra legge?
"Certamente. È una legge morale ed è una delle più antiche nella storia dell'uomo. Ha funzionato per secoli, perché non dovremmo più seguirla?".
Non sei mai stanco?
"La scorsa settimana ho avuto un incidente in moto e mi sono procurato un paio di fratture al piede. Ho comprato una stampella speciale per poter continuare a camminare e a lavorare perché dobbiamo preparare la barca per uscire. Stanco non è la parola giusta. Ho 58 anni e finché avrò la forza continuerò a fare quello che mi dice la coscienza. Potrei fare come alcuni amici imprenditori che per due mesi all'anno navigano nei Caraibi. Io invece ne passo tre o quattro navigando nel Mediterraneo a dare una mano a chi è in pericolo".
Tua figlia Esther, come racconta il film ti ha seguito in questa avventura. Non hai mai pensato di evitarle esperienze così dure?
"Abbiamo avuto un'adolescenza difficile ma mai ho influenzato le sue scelte. Le ho finanziato gli studi universitari che non ha voluto proseguire, ha scelto Open Arms e presto diventerà capitano di una nostra barca. Non sono mai intervenuto. É stata lei, con la sua testardaggine, a volerlo".
Ne sei contento?
"Prima di Open Arms c'era un'enorme distanza fra noi due che ora non c'è più".
Come si può fermare questa gente che preferisce morire nel Mediterraneo piuttosto che rimanere nei propri paesi di origine?
"Non so, io non sono uno statista. Sono solo un "socorrista". I governi di Italia, Spagna e Malta sanno come portar fuori il petrolio dalla Libia, però non sanno come portar fuori in sicurezza queste persone che fuggono? Finché saremo solo un Mercato comune che antepone il business ai diritti umani, continueremo così".
di Paolo Riva
Corriere della Sera, 7 febbraio 2022
Il fenomeno della contenzione meccanica è ancora troppo diffuso nei reparti. La campagna nazionale contro i lacci per i malati e la bozza del governo per superare la pratica.
Elena Casetto, Giuseppe Casu, Franco Mastrogiovanni, e, ultimo in ordine di tempo, Wissem Ben Abdellatif. Sono tutte persone la cui morte è collegata alla pratica della contenzione meccanica. Casetto è deceduta a causa di un incendio divampato nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Bergamo, dove era ricoverata, legata. Casu, all'ospedale di Cagliari, è mancato dopo essere stato bloccato per sette giorni. All'ospedale di Vallo della Lucania, Mastrogiovanni è morto nel letto al quale era stato legato per 87 ore. Infine, lo scorso novembre, il cittadino tunisino da poco arrivato in Italia Ben Abdellatif è morto dopo essere stato contenuto per molte ore, sia all'ospedale di Ostia sia al San Camillo di Roma. Questi casi sono i più gravi, ma la pratica è molto diffusa in Italia. E, proprio per i suoi effetti negativi, in molti chiedono che venga superata.
In concreto, la contenzione meccanica utilizza dei messi fisici, come lacci e cinture, per limitare i movimenti di una persona. Viene utilizzata per prevenire danni fisici al paziente stesso o ad altre persone, e il personale sanitario che sceglie di servirsene dovrebbe usarla solo in situazioni di emergenza, come ultima risorsa. Eppure, stimava nel 2013 un articolo scientifico dello psichiatra Vittorio Ferioli, "nei reparti psichiatrici per acuti, in Italia, avvengono in media 20 contenzioni ogni 100 ricoveri".
Se consideriamo che, secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2019, i ricoveri in psichiatria sono stati 96.510 in un anno, non si tratta di pochi casi. Secondo il Comitato nazionale di bioetica, però, "la contenzione rappresenta in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona" e, per questo, deve avvenire solo "in situazioni di reale necessità e urgenza, in modo proporzionato alle esigenze concrete, utilizzando le modalità meno invasive e per il tempo necessario al superamento delle condizioni che abbiano indotto a ricorrervi".
Il Comitato si è espresso sulla questione nel 2015, ma lo scorso dicembre è intervenuta sul tema anche la Corte Europea dei diritti dell'uomo. Grazie al ricorso di un quattordicenne che venne legato al letto per sette giorni, il tribunale ha messo per la prima volta sotto sorveglianza l'Italia su questa pratica, imponendo al governo di rispondere a dei quesiti sul fenomeno e sull'esistenza o meno di protocolli. Una sentenza della Corte potrebbe portare a quel che, da tempo, chiede "...e tu Slegalo subito", la campagna nazionale per l'abolizione della contenzione meccanica in psichiatria promossa dal Forum Salute Mentale e sostenuta da numerose realtà della società civile.
"L'uso delle fasce, dei letti di contenzione, sopravvissuto alla chiusura dei manicomi, è la prova più chiara e scandalosa di quanto sia ancora viva l'immagine del matto pericoloso. In molti dei luoghi della cura si lega ma si fa di tutto per non parlarne. Salvo quando capita l'incidente". Come quelli drammatici di Casetto, Casu, Mastrogiovanni e Ben Abdellatif.
Eppure, esistono realtà che riescono a curare i pazienti senza bisogno di legarli. Dal 2006, in Italia, opera il Club Spdc- No Restraint che riunisce i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc, appunto) che non usano la contenzione e tengono aperte le porte dei loro reparti. Le adesioni sono ventuno e vanno da Trento a Grosseto, da Terni a Matera, da Caltanisetta a Ravenna, Parma, Modena e Mantova. Senza contare Trieste, la città in cui operò Franco Basaglia.
Proprio in Friuli-Venezia Giulia, lo scorso novembre si è tenuto un convegno degli Spdc- No Restraint. L'iniziativa, intitolata "Verso servizi liberi da contenzione" è stata organizzata tra Trieste e Gorizia, una scelta simbolica, dal momento che fu proprio a Gorizia, nel 1961, che Basaglia pose il problema delle persone legate in manicomio. Il rivoluzionario psichiatra si rifiutò di avvallare con la propria firma di medico questa pratica. "E mi no firmo", disse, dando idealmente il via al percorso che portò nel 1978 alla legge 180, cui si deve la chiusura dei manicomi. Oltre quarant'anni dopo, la contenzione è considerata da più parti come "un residuo" di quella "cultura manicomiale" che la 180 voleva superare. A farlo definitivamente, potrebbe contribuire una bozza di accordo stilata dal Ministero della Salute, per il "definitivo superamento della contenzione meccanica in tutti luoghi della salute mentale in un triennio". Il documento contiene sette raccomandazioni: è stato redatto a giugno e ora si attendono i pareri di Comuni e Regioni.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 7 febbraio 2022
La femminista rapita dalla polizia segreta e riapparsa in carcere dopo dieci giorni. Nessuna accusa. Amira Osman conosce i suoi aguzzini: venti anni fa l'avevano arrestata perché indossava i pantaloni, dieci anni fa l'hanno processata perché girava senza velo, dieci notti fa sono andati a prenderla con i kalashnikov spianati nella casa della sorella Amani: una trentina di uomini del famigerato Gis, la polizia segreta sudanese, hanno portato via una donna sulla sedia a rotelle senza permetterle di portare con sé le medicine (è affetta da una semiparalisi in seguito a un incidente). Come ai tempi del dittatore Al Bashir, quando centinaia di oppositori erano tenuti prigionieri e torturati nelle "prigioni fantasma".
Finalmente ieri si sono avute sue notizie, dopo le pressioni della famiglia e una protesta davanti alla sede dell'Onu a Khartoum. Amira è nel carcere di Omdurman. Sollievo (perché è in vita) e indignazione per il suo rapimento: sono almeno una settantina le persone come lei, prelevate dagli sgherri mascherati della giunta militare che il 25 ottobre si è ripresa per intero il potere in Sudan, ponendo fine al percorso di governo congiunto con la società civile che sarebbe dovuto sfociare l'anno prossimo in elezioni democratiche.
Osman, ingegnere civile, è figura storica della resistenza sudanese e fondatrice dell'associazione "No all'oppressione delle donne", a lungo perseguitata per le sfide femministe e i suoi "abiti indecenti" sotto il vecchio regime. Ora gli stessi generali che sostenevano Al Bashir (prima di farlo arrestare nel 2019 sull'onda delle proteste popolari) hanno ripreso i vecchi metodi.
Arresti senza mandato, desaparecidos. E le donne, ancora in prima fila nelle proteste contro il golpe, pagano un prezzo altissimo al loro coraggio. Così l'attivista Eman Mirghani nelle scorse settimane è scomparsa dal ministero della Salute dove lavorava, alla luce del giorno, attirata all'esterno dalla telefonata di una finta collega bisognosa di aiuto. La scrittrice Zeinab Mohammed Salih sulla Bbc condanna i misfatti della polizia segreta di cui Osman è l'ultima vittima. Sollievo e indignazione: Amira è "riaffiorata" ieri nel carcere di Omdurman, e solo dopo la denuncia dei familiari. Nessuna accusa, ma la motivazione è chiara. Osman ha tuonato contro le sistematiche violenze delle forze di sicurezza contro le donne durante le manifestazioni: botte, offese e stupri.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 7 febbraio 2022
Negli ultimi trenta giorni uccisi altri 4 cronisti. Sono 147 quelli assassinati negli ultimi vent'anni. Più di quanti ne siano caduti in Vietnam (66), durante tutta la Seconda guerra mondiale (68) o in Iraq (71). Stragi di mafia e stragi di stato che si confondono. Le inchieste sulle uccisioni di giornalisti in Messico si aprono e si chiudono velocemente, non ci sono mai testimoni, c'è un'inerzia degli apparati investigativi che sembra favorita dall'alto. Dopo ogni delitto c'è sempre qualcuno che tende a banalizzare, a sporcare la vittima, a depistare. L'ha fatto recentemente anche il portavoce del presidente Jesus Ramirez, prima il solenne proclama "che gli assassini verranno assicurati alla giustizia" e poi un velenoso tweet. Il direttore del giornale online Monitor Armando Linares, dopo l'omicidio dell'editorialista Roberto Toledo, ha commentato: "Sappiamo da dove viene tutto questo".
Non c'è mai un colpevole per un giornalista che muore ammazzato in Messico. Mai. Sicari e mandanti restano sempre impuniti, ignoti. Li sequestrano di giorno per strada, di sera quando escono dalle redazioni, li abbattono con la pistola, li bruciano. O li fanno a pezzi a colpi d'ascia, con una sega elettrica, poi li avvolgono in teli di plastica e li sotterrano in fosse comuni. Cadaveri che non si trovano più.
Negli ultimi vent'anni ne hanno uccisi 147. Più di quanti ne siano caduti in Vietnam (66), durante tutta la Seconda guerra mondiale (68) o in Iraq (71). Il Messico è il cimitero dei giornalisti. Terra di mattanza per chi scrive o chi denuncia, stragi di mafia e stragi di stato che si confondono, narcotrafficanti e governatori corrotti, la vita dei reporteros vale meno di niente. In questo 2022 sono già quattro i colleghi uccisi. Nella prima settimana di gennaio il direttore del sito Inforegio José Luis Gamboa Arenas, accoltellato al porto di Veracruz. Nella seconda settimana di gennaio Lourdes Maldonado Lopez di Televisa, a Tijuana. Nella terza settimana di gennaio Margarito Martinez, fotografo, anche lui a Tijuana. L'ultimo è stato l'editorialista del giornale online Monitor Roberto Toledo, a Zitacuaro nel Michoacan. Nel 2021 se ne sono andati per mano violenta altri nove cronisti, nel 2020 otto. Tutte esecuzioni annunciate. Pedinati, minacciati, alcuni di loro avevano chiesto protezione direttamente al presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. Mai ricevuta una risposta. Sono soli i giornalisti messicani, carne da macello.
Inchieste chiuse velocemente - Le inchieste sulle loro uccisioni si aprono e si chiudono velocemente, non ci sono mai testimoni, c'è un'inerzia degli apparati investigativi che sembra favorita dall'alto. Come se fosse una disposizione, una direttiva da eseguire. Dopo ogni delitto c'è sempre qualcuno che tende a banalizzare, a sporcare la vittima, a depistare. L'ha fatto anche il portavoce del presidente, Jesus Ramirez.
Prima il solenne proclama "che gli assassini verranno assicurati alla giustizia" e poi un suo tweet per precisare velenosamente che Roberto Toledo "non era neanche un giornalista". Da ventidue anni commentava sul portale Monitor le ruberie e le scorrerie degli amministratori di Morelia, la capitale del Michoacan. Il suo direttore Armando Linares si è limitato a commentare: "Sappiamo da dove viene tutto questo". Tutti sanno tutto di tutti ma i giornalisti messicani continuano a morire. Otto anni fa, nel 2014, con il regista Massimo Cappello abbiamo girato il Messico per ricostruire la cronaca di un massacro, un reportage su carta e un documentario.
Al tempo i colleghi morti erano poco più di ottanta, nella conta delle vittime non abbiamo inserito gli editori e gli stampatori di giornali, anche loro nel mirino dei killer. Silencio, il titolo del documentario. Silencio perché nessuno deve parlare, nessuno deve ascoltare dalla Baja California sino al Belize. Anche una piccola verità è una condanna in quello sterminato paese che sopravvive nel terrore.
Le piste "passionali" - Le loro storie sono tutte uguali, cambia solo il luogo, la data. Armando Rodríguez Carreón, cronista di nera per El Diario de Juárez, aveva pubblicato un articolo su un nipote del procuratore locale che aveva frequentazioni con uno dei capi di un cartello della droga. Prima qualche avvertimento, poi un sicario è entrato una sera dentro il garage di casa sua e gli ha sparato in mezzo agli occhi davanti alla figlia di otto anni. L'inchiesta sul suo omicidio era seguita da un agente federale che appena si è avvicinato ai mandanti è stato ucciso. Lo ha sostituito un altro agente federale e, dopo un mese, è stato assassinato anche lui. Mandanti sconosciuti, altri tre omicidi finiti in archivio.
Siamo andati a raccontare la vita e la morte di Regina Martinez, corrispondente del settimanale Proceso da Xalapa, la capitale dello stato di Veracruz. La notte del 28 aprile del 2012 l'hanno trovata morta nella sua casa, torturata e strangolata. Regina, negli ultimi suoi articoli, aveva citato nove poliziotti coinvolti nel commercio di stupefacenti. Le indagini hanno preso la consueta piega messicana - ben conosciuta anche da noi in Sicilia o in Calabria - della pista privata. Prima hanno detto che Regina era stata uccisa casualmente durante una rapina, poi "per motivi passionali". Sesso e corna. Il Proceso ha mandato a Veracruz uno dei suoi inviati migliori, Jorge Carrasco, ma dopo qualche settimana l'ha richiamato in redazione. Gli hanno fatto sapere che avrebbero ucciso le sue due figlie se avesse continuato a fare domande su Regina.
Mandante il capo della polizia - A Città del Messico abbiamo incontrato una delle giornaliste più famose, Anabel Hernandez, autrice del best seller La terra dei Narcos, inchiesta sui signori della droga, in Italia è stato pubblicato nel 2014 da Mondadori. Per sfuggire alle ritorsioni Anabel ha vissuto negli Stati Uniti per lungo tempo, adesso è in Europa. Un paio di mesi dopo l'uscita del suo libro è diventata ufficiale la notizia che Genaro Garcia Luna, il capo della polizia messicana, aveva ingaggiato alcuni agenti per assassinarla. Il suo racconto sulla mattanza dei giornalisti: "Il sessanta per cento delle aggressioni in Messico avvengono per volere delle autorità. Non provengono dai cartelli della droga, non provengono dai trafficanti di persone, non provengono dai piccoli spacciatori. Provengono dalle autorità federali, da poliziotti o da militari, o dai governatori, dalle polizie statali e perfino dai sindaci".
E aggiungeva: "Proprio perché sono una giornalista, io ho più paura delle autorità, degli assassini di giornalisti con l'uniforme della polizia che dei sicari che sono per la strada". Dall'inferno di Città del Messico siamo scesi fino alle spiagge bianche della Riviera Maya, dove tutto deve sembrare quieto, tranquillo, divertente. E dove i cartelli della droga hanno come soci camorristi napoletani e mafiosi calabresi che riciclano i proventi della cocaina nel lusso di Cancun o a Playa del Carmen, una sorta di Little Italy dove i nostri connazionali sono proprietari di residence, hotel, terreni. Nessuno indaga.
Ma lì al sud, per quanto può valere nello scenario messicano, i giornalisti stanno più al riparo. Più affari e meno sangue. Con Cappello non avevamo ancora finito di montare il documentario e nello stato di Sinaloa hanno ucciso José Antonio Gamboa Uria, il direttore della Nueva Prensa. Non sapevamo ancora quando il film sarebbe stato visto in Italia e a Città del Messico hanno ammazzato il fotoreporter Ruben Espinosa e a Veracruz il cronista di Televisa Juan Heriberto Santos Cabrera. È un elenco che bisogna sempre aggiornare, non si chiude mai. I giornalisti messicani sono cadaveres andantes, cadaveri che camminano.
Nell'inferno del Tamualipas - Il viaggio in Messico è cominciato ed è finito sopra Monterrey, sulle strade deserte del Tamaulipas dove ci ha accompagnato Diego Enrique Osorno, un giovane talento del nuevo periodismo latino-americano. Ha scritto dalla "frontera chica", un territorio che comprende cinque municipalità confinanti a sud con il Nuovo Leon e a nord con il Texas. Per i giornalisti messicani è la zona più infame di tutte. Ci sono interi paesi che si sono svuotati, abbandonati dalla popolazione intimorita, Matamoros, Nueva Laredo, San Fernando. C'è Ciudad Mier che nel 1990 faceva seimila abitanti e oggi ne ha poco più di novecento. Ogni attività e ogni spazio è in mano ai poliziotti e ai militari complici dei trafficanti. È qui che lavora Diego Osorno. La sua casa, un pian terreno nel quartiere antico di Monterrey, ha sette vie di fuga.
Intorno fanno buona guardia lo zio Gerónimo Gonzáles Garza e una mezza dozzina di suoi amici, tutti sordomuti. Una volta erano anche loro mojados, cioè "bagnati", clandestini che entravano negli Stati Uniti attraversando a nuoto quel fiume che dalla parte americana si chiama Rio Grande e da quella messicana Rio Bravo. Lo proteggono loro Diego, i compagni dello zio. L'amico Osorno un giorno ci ha portato a vedere le ville sfarzose dei sindaci messicani, quelle costruite con i soldi rubati. Di mattina quei sindaci sono in Messico a fare i sindaci, al tramonto ritornano nelle loro residenze negli Stati Uniti. Sono a pochi chilometri, al di là del fiume, nella contea di Starr. In una piccola città hanno investito il frutto di anni e anni di corruzione. Una piccola città del Texas che si chiama Roma.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 7 febbraio 2022
Una storia che ripropone ancora una volta l'idea di garantismo all'italiana. Lo scorso 31 gennaio, il giudice per le indagini preliminari Alfonso Sabella ha disposto l'archiviazione del procedimento per omicidio volontario a carico dei cosiddetti "due marò" (in realtà, fucilieri della Marina militare italiana), accusati di aver ucciso due pescatori indiani il 15 febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala, nell'India meridionale. Il Gip ha accolto la richiesta della Procura che ha ritenuto non sufficienti le prove raccolte. Resta un grande problema: chi ha provocato quelle morti?
È certo che una pista alternativa era emersa, ma non le si è dato seguito. Infatti, in quello stesso tratto di mare in cui navigava l'Enrica Lexie, con a bordo Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, si trovava un'altra imbarcazione, battente bandiera greca. Quest'ultima, secondo l'ufficio marittimo della Camera di Commercio Internazionale, avrebbe subito un tentativo di abbordaggio a due miglia e mezzo dalla costa indiana, lo stesso giorno dell'incidente che ha coinvolto l'Enrica Lexie. Questa e la nave greca presentavano sagoma e colore simili, differenziandosi solo per la forma del fumaiolo.
L'abbordaggio venne smentito dalle autorità greche e nessuna seria indagine è stata mai condotta (dopotutto, si trattava di due lavoratori del mare di un Paese dove - notoriamente - i poveracci muoiono come mosche). Ma la vicenda dei due militari è significativa anche perché ci parla delle bislacche peripezie del garantismo italiano. Per l'archiviazione del procedimento contro Latorre e Girone, Giorgia Meloni ha gioito: questo ha alimentato la falsa rappresentazione di una vicenda giudiziaria che sarebbe stata appannaggio di una destra contrapposta a una sinistra compattamente indifferente.
In effetti è vero che, poco dopo quel fatto tragico, Fratelli d'Italia offrì una candidatura a Massimiliano Latorre, ma, svanita questa ipotesi, il sostegno si limitò a qualche dichiarazione tonitruante di retorica patriottica. Ancor peggio a sinistra, dove - avendo introiettato lo stereotipo di Latorre e Girone come simboli della destra - il silenzio è stato pressoché totale.
Tuttavia, poco meno di un anno fa, fu proprio Repubblica, con un titolo di prima pagina, a sollevare l'interrogativo: e se fossero innocenti? E fu proprio l'avvocato Fabio Anselmo, noto per aver sostenuto le cause di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, conclusesi con le condanne dei responsabili di quei delitti, a dare slancio all'iter giudiziario. (A proposito, su quelle due morti "di sinistra", la destra, da Matteo Salvini a Carlo Giovanardi, ha saputo solo esibirsi in oltraggi e bassezze). Questo dovrebbe bastare a liberare la discussione sull'amministrazione della giustizia e sulle garanzie per gli imputati dalla contrapposizione destra/sinistra. E non perché queste ultime siano, come usa futilmente dire "categorie obsolete": bensì perché è vero, proprio vero, che il garantismo non abita stabilmente né a destra né a sinistra.
Anche perché il garantismo ha il suo essenziale statuto fondativo nel principio della separazione dei poteri, dei ruoli e delle competenze. Di conseguenza, come è potuto accadere che, per la Presidenza della Repubblica, venisse indicato il nome di Elisabetta Belloni, direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza? Preciso che, di Belloni, sono amico, oltre che estimatore, ma il solo fatto di formulare quella proposta - troppo blandamente contestata anche a sinistra - rappresenta una sgrammaticatura istituzionale e una espressione di analfabetismo democratico. Non troppo dissimile, per altro, da ciò che portò l'allora incaricato Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a proporre un pubblico ministero (Nicola Gratteri) per il dicastero della Giustizia. Per capirci: non sarebbe forse singolare indicare come Presidente del Consiglio il Capo di Stato Maggiore dell'esercito, fosse anche il più onest'uomo della terra?
Tutto ciò la dice lunga sulla confusione che domina il discorso pubblico in materia di garantismo. Basti pensare che ancora Fratelli d'Italia, nell'ultimo scrutinio per il Quirinale, ha indirizzato i propri voti sull'ex magistrato Carlo Nordio che rappresenta, come ha scritto Alessandro Barbano sull'Huffington Post, "l'opposto della logica securitaria e marcatamente giustizialista" del partito di Meloni. La quale, nelle scorse settimane, è arrivata a sollecitare la modifica dell'art. 27 della Costituzione, dove si afferma che "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato", sulla base del seguente sofisticato ragionamento: "A me che tu hai avuto una buona condotta in carcere o che hai partecipato a programmi di rieducazione non frega niente".
D'altra parte Salvini, in una delle sue mirabolanti trasfigurazioni, ha dichiarato di voler "federare liberali, garantisti e cattolici". Avete letto bene: i garantisti vengono evocati dal segretario di un partito che meno garantista di così non si può. Quello, per andare alle origini, del cappio mostrato in aula, nel marzo del '93, dal deputato Luca Leoni Orsenigo e quello del "chiudere la cella e buttare via la chiave" (del Salvini di ieri, oggi e presumibilmente domani).
In ogni caso, lo sappiamo, acquisire una cultura garantista è un'impresa ardua, a destra, a sinistra e al centro. E la vicenda dei due fucilieri italiani costituisce un test particolarmente eloquente in proposito. Succederà mai che, per dirne una, a "portare le arance" all'ex sindaco detenuto, siano i consiglieri dell'opposizione?
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