di Sonia Ricci
Il Domani, 9 febbraio 2022
La legge sul fine vita, ovvero le norme sull'aiuto medico fornito ai pazienti con malattie irreversibili che decidono di morire tramite suicidio, è bloccata dalle divisioni interne alla maggioranza e al parlamento. Le norme dovrebbero essere discusse dall'aula della Camera questa settimana, per poi passare al Senato, ma il governo non ha inserito il tema tra le sue priorità. Inoltre Lega e Fratelli d'Italia annunciano un'opposizione durissima e i tempi per avere una legge si prospettano molto lunghi. Senza dimenticare che il 15 febbraio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sulla richiesta di un referendum sull'eutanasia legale.
Il ministro della Salute Roberto Speranza ha provato a velocizzare l'iter presentando un decreto ministeriale che prevede che i pareri sulle procedure di suicidio volontario dovranno essere rilasciati dai comitati etici regionali, organismi istituiti dalla legge Lorenzin che solitamente si occupano delle sperimentazioni in ambito sanitario.
La decisione è arrivata dopo il caso di "Mario". Il paziente di 43 anni tetraplegico che si è visto rifiutare dall'Asl delle Marche, nell'agosto 2020, l'accesso alle procedure di suicidio assistito, prima che un tribunale imponesse all'azienda sanitaria di procedere con l'iter facendo riferimento alla sentenza della Corte costituzionale del 2019 che ha depenalizzato l'aiuto al suicidio.
Il decreto di Speranza cerca di risolvere la discrasia tra ciò che ha previsto la sentenza della Corte e il vuoto normativo attuale. Ma in mancanza di una legge fatta dal parlamento rappresenta solo un lieve progresso nella regolamentazione della materia. Il decreto potrebbe comunque accelerare l'iter della richiesta di suicidio assistito, evitando ai malati parte delle trafile burocratiche e i ricorsi di fronte ai tribunali.
È di questo parere Marco Cappato, ex europarlamentare dei Radicali e attivista dell'associazione Luca Coscioni che si è occupata del caso di "Mario" e che sostiene che si tratti solo di "un piccolo passo avanti" perché contribuirà "a superare quei pretesti burocratici che vengono utilizzati per impedire ai malati l'esercizio dei loro diritti". Ma più in generale l'impostazione delle azioni del governo e del parlamento rimane sbagliata, dice, perché "la sentenza della Corte è già legge, immediatamente applicabile, e dunque quello che Speranza avrebbero dovuto chiarire che c'è un dovere del sistema sanitario di adempiere e rispettare la richiesta dei malati".
L'iniziativa del ministro è sbagliatissima, ma per i motivi opposti, anche secondo 70 associazioni cattoliche (tra le quali Alleanza cattolica, Amci, Pro Vita e famiglia, Centro studi Livatino, Cism e Movimento per la vita) che, come riportato dall'agenzia Sir, l'organo d'informazione della Cei, hanno firmato un documento accusando Speranza di scavalcare il parlamento e di "stravolgere la funzione dei comitati etici".
Il decreto Speranza prende spunto proprio dalla cosiddetta "sentenza Cappato", con cui la Consulta si è pronunciata sul caso dell'ex europarlamentare, accusato del reato di aiuto al suicidio per aver accompagnato Fabiano Antoniani, più noto come dj Fabo, a morire in Svizzera. La sentenza ha escluso la punibilità per chi aiuta un paziente a suicidarsi a patto che siano rispettate alcune condizioni. Quattro i criteri fissati dai giudici. Non è punibile colui che agevola "l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale" (il primo) e affetta da una patologia irreversibile, "fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili" (il secondo), ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (il terzo). I primi tre criteri, insieme alle modalità di esecuzione, devono essere "verificati da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente" (il quarto).
La norma arriva dopo alcuni mesi dal caso di "Mario" (nome di fantasia ndr). Nel 2020 il paziente ha chiesto all'Asl delle Marche di valutare la sussistenza delle condizioni enunciate dalla Corte ed evitare di doversi recare in Svizzera dove il suicidio medico è legale.
Inizialmente la Asl ha risposto con un diniego e così "Mario" ha deciso di rivolgersi a un tribunale. Dopo una prima sentenza negativa, e un successivo ricorso, il tribunale di Ancona ha ribaltato la decisione del giudice precedente imponendo all'Asl di procedere con la relazione dei medici per attestare la presenza delle quattro condizioni previste dalla Corte. La relazione dell'azienda sanitaria è stata esaminata dal comitato etico regionale che ha sospeso il parere precisando che mancava la definizione del processo di somministrazione del farmaco eutanasico. Una decisione definitiva deve ancora essere presa.
Il decreto di di Speranza non eviterà tutte le lungaggini del processo, né obbligherà medici e comitato a dare il via libera alle richieste, ma assegnando i parerei ai comitati, e quindi sgombrando il campo da possibili ambiguità, eviterà probabilmente ai pazienti come "Mario" di doversi rivolgere ai giudici per sollecitare le Asl. Rappresenta un segnale anche nei confronti del parlamento che sul tema promette una legge dal 2018 ma ancora non ha fatto nulla.
Tenendo conto di quello che hanno già deciso i giudici costituzionali, mancano delle norme per imporre tempi certi e sanzioni alle Asl inadempienti. "Se un malato scrive alla Asl di competenza per chiedere l'aiuto medico per la morte volontaria, quanto tempo ha la Asl per fare le visite? E il comitato etico quanto tempo ha per potersi esprimere?", si chiede Cappato. La legge in discussione in parlamento non fissa queste regole eppure sarebbero necessarie.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 9 febbraio 2022
La ministra alla commissione Segre: contro i crimini d'odio i reati previsti non bastano. "Il vento dell'antisemitismo è tornato a soffiare e non solo in Italia, ma in tutta Europa", denuncia la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Un vento velenoso e sempre più forte come si capisce dall'ultimo rapporto dell'Agenzia europea dei diritti fondamentali (Fra) che per il solo 2020 ha registrato 3.520 casi di antisemitismo. "Mille di più di quelli stimati, e di questi 101 sono avvenuti in Italia", spiega la ministra. Nel mirino di chi insulta, quasi sempre nascosto dietro un computer, ci sono però anche Rom, musulmani e migranti. "Con gli ebrei sono le minoranze più spesso bersaglio dei discorsi d'odio", avverte Cartabia.
La ministra della Giustizia parla di fronte alla commissione straordinaria per il contrasto a razzismo e antisemitismo presieduta dalla senatrice Liliana Segre e dalle sue parole si capisce come il nostro ordinamento sia quanto meno insufficiente per contrastare i reati di odio, come la propaganda e l'incitamento alla discriminazione razziale, religiosa e di genere. Del resto i numeri parlano chiaro: in cinque anni, dal 2016 al primo semestre del 2021, i procedimenti contro questi reati "sono stati non più di 300 - spiega - concentrati nei distretti giudiziari del Nord e delle città di Roma (16,2%) e Milano (4,85%). Nell'80% dei casi si concludono con l'archiviazione e nei pochi casi di rinvio a giudizio prevale la condanna (40%). Il resto si conclude con assoluzioni o non doversi procedere". Numeri che Cartabia non esista a definire "davvero esigui".
Per contrastare la "piramide d'odio" che parte dalle offese verbali ma può degenerare in "aggressioni fisiche, molestia sessuale, violenza" e perfino morte, in Europa ci si sta muovendo. Il 4 febbraio scorso i ministri della Giustizia dell'Ue riuniti a Lille hanno valutato la possibilità di modificare l'ex articolo 83 del Trattato sul funzionamento dell'Unione per inserire anche l'incitamento all'odio tra i reati di rilevanza europea, al pari di terrorismo, tratta degli esseri umani e corruzione. La strada è però in salita, e per più di un motivo. Tanto per cominciare, anche se dal 2008 l'ordinamento europeo stabilisce che le manifestazioni di razzismo e xenofobia devono essere punite con sanzioni penali efficaci, gli Stati membri hanno adeguato le normative nazionali senza alcun coordinamento. "Ad esempio - spiega infatti Cartabia - 20 Stati membri hanno norme penali per l'incitamento all'odio per orientamento sessuale, 17 per motivi di genere, 14 per motivi di disabilità, 6 per motivi di età. 8 Stati membri hanno definito il reato di incitamento all'odio senza specificare i motivi, in modo da proteggere qualunque gruppo minoritario".
A complicare le cose ci sono poi i passaggi necessari per arrivare alla modifica dell'ex articolo 83, una procedura che, oltre alla Commissione europea, prevede un passaggio al parlamento europeo ma soprattutto il voto unanime da parte del Consiglio Ue. "Cosa niente affatto scontata", sottolinea la ministra. Una volta superato questi scogli, la Commissione potrà presentare una proposta di direttiva che parlamento e Consiglio Ue potranno approvare a maggioranza qualificata. "Riparleremo di questa proposta nel prossimo vertice Gai previsto per i primi di marzo dove speriamo di poter fare dei passi avanti", prosegue Cartabia.
Per quanto riguarda l'odio online, il principio alla base della normativa europea sui servizi digitali (Digital Service Act) è chiaro: ciò che è illecito offline deve essere illecito anche online, Vi è, ha proseguito Cartabia, "la necessità di collaborare con le piattaforme perché online il tema dei discorsi d'odio tende ad esasperarsi". Al vertice di Lille si è "interloquito con i rappresentanti delle principali piattaforme, Google, Meta, mentre Twitter non si è presentata, per sviluppare azioni integrate", per contrastare gli hate speech. "Coinvolgere le piattaforme è decisivo non per delegare tutto ma per agire in maniera tempestiva".
Per la titolare della Giustizia, comunque, reprimere non è sufficiente: "Il diritto penale serve - è la conclusione - perché stigmatizza determinati comportamenti, ma non basta. Per contenere questo tipo di fenomeni, oltre al diritto penale serve educare, prevenire, riparare".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2022
La ministra della Giustizia audita alla Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di razzismo. Tra il 2016 e il primo semestre 2021, i procedimenti iscritti non superano le 300 unità. "Contro i discorsi d'odio non si può puntare solo sulla repressione, ma bisogna anche educare, prevenire e riparare". A sottolinearlo è la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, in audizione davanti alla Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza, ricordando che "l'applicazione delle norme penali non ha svolto una grande funzione di deterrenza fino a oggi".
La Guardasigilli ha fornito i numeri relativi alla repressione negli ultimi 5 anni: "tra il 2016 e il primo semestre 2021, i procedimenti iscritti non superano le 300 unità tanto nella forma di propaganda e istigazione, quanto in quella dell'aggravante. Le iscrizioni sono concentrate in pochi distretti, soprattutto del nord Italia. E le percentuali maggiori si registrano nelle grandi di città di Roma e Milano".
Ancora "guardando ai flussi dei definiti dalle sezioni gip/gup e dibattimentali si può osservare che: nell'80% dei casi l'iscrizione è definita per archiviazione; nei pochi casi di rinvio a giudizio prevale la condanna (circa il 40%). La maggior parte dei procedimenti per altri reati aggravati da finalità di odio razziale si risolve con l'inizio dell'azione penale, ma appena la metà di questi si conclude con una condanna aggravata".
Si tratta di "numeri davvero esigui", ha evidenziato la ministra, dai quali emerge "che il livello di denunce è davvero molto basso: a fronte dei fatti che leggiamo i numeri che arrivano davanti alle corti sono davvero irrisori" e "anche quando si arriva davanti ai giudici c'è la difficoltà a stabilire se un determinato discorso si configuri come propaganda o istigazione all'odio e a ravvisare un nesso di causalità tra la parola e la commissione del reato di odio. Il numero delle condanne - ha concluso Cartabia - non dà prova di uno strumento che porta a un impatto significativo della sanzione penale".
Cartabia ha poi ricordato che la Commissione europea ha presentato un'iniziativa finalizzata ad estendere l'elenco dei reati dell'UE (articolo 83, paragrafo 1, del TFUE) per includervi i reati di incitamento all'odio ed ai crimini ispirati dall'odio, a causa della razza, della religione, del genere o dell'orientamento sessuale. "Si tratta di un segnale davvero forte, perché l'UE ha una competenza limitata in materia penale".
L'ordinamento europeo è già intervenuto su tema con la decisione quadro del 2008 (2008/913/GAI), che stabilisce che le gravi manifestazioni di razzismo e xenofobia devono essere puniti con sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive in tutta l'UE, tuttavia - ha aggiunto Cartabia - "non esiste armonizzazione delle normative nazionali: piuttosto i singoli stati membri offrono differenti risposte". Ed ha fornito una fotografia della situazione: 20 stati membri hanno norme penali per l'incitamento all'odio per orientamento sessuale, 17 per motivi di genere, 14 per motivi di disabilità, 6 per motivi di età. 8 Stati membri hanno definito il reato l'incitamento all'odio senza specificarne i motivi, in modo da proteggere qualunque gruppo minoritario.
"Se la proposta venisse approvata - ha proseguito - i reati d'odio sarebbero equiparati ad altri gravissimi reati". Tuttavia siamo ancora nella prima fase quella in cui il Consiglio è chiamato ad approvare la proposta all'unanimità. Superato questo scoglio, la Commissione potrà presentare una proposta di direttiva da approvare, in co-legislazione, dal Consiglio e Parlamento con una maggioranza qualificata.
Ma è in corso anche un altro "fondamentale" negoziato europeo, quello contro il fenomeno dell'odio on line. Il Digital Services Act si fonda su un principio fondamentale: "ciò che è illecito offline deve essere illecito anche online". In questa direzione va anche il Codice di condotta volontario approvato nel 2016 dai giganti del web: Facebook, YouTube, Tik Tok e altri. "Ma - ha aggiunto il Ministro -, come ha detto il commissario Reynders, 'ora dobbiamo accelerare'. E in questa partita, il coinvolgimento delle piattaforme è decisivo". Nel 2021 infatti i service provider, che hanno scelto di aderire al Codice, hanno controllato l'81% dei contenuti segnalati come illegali nell'arco di 24 ore, procedendo al blocco degli account nel 62,5% dei casi.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 9 febbraio 2022
Il canto partigiano risuona al cospetto del presidente egiziano Abedl Fatah Al Sisi. Il regime vuole far dimenticare i suoi 60 mila prigionieri politici in cella e proclama il 2022 anno dei diritti umani. Ai giornalisti vengono mostrate le nuove strutture carcerarie per sostituire gli edifici sovraffollati. Ma è silenzio su chi le riempia.
L'undici gennaio, durante la cerimonia di apertura del World Youth Forum organizzato a Sharm el Sheik, in platea hanno risuonato note familiari a milioni di persone. "Una mattina mi son svegliato, o Bella ciao Bella ciao Bella ciao ciao ciao...", ha cantato un gruppo proveniente dall'Africa. In prima fila, nel mezzo di una platea visibilmente soddisfatta dell'esibizione, il presidente egiziano Abdel Fatah Al Sisi.
L'omaggio alla canzone partigiana resa famosa in tutto il mondo dalla serie Casa di Carta di Netflix è solo l'ultimo, ma non certo il più paradossale, tentativo del regime egiziano di presentare al mondo un'immagine diversa da quella che le organizzazioni non governative di tutto il mondo denunciano da anni: a undici anni dalla rivolta di piazza Tahrir, più di 60mila persone secondo le stime delle ong, sono rinchiuse nelle prigioni egiziane per le loro posizioni politiche. Attivisti, giornalisti, politici, intellettuali, comici e leader religiosi, ma anche loro familiari non coinvolti in alcuna attività e rinchiusi solo a fini intimidatori.
Che la canzone scelta per raccontare al mondo questa favola venga dal Paese che da sei anni chiede con forza verità e giustizia per Giulio Regeni, torturato e ucciso dai servizi di sicurezza egiziani secondo quanto ricostruito dalla Procura di Roma, è l'assurdità massima di un processo di pulizia di immagine che va avanti da tempo e che nei prossimi mesi vivrà il suo apice.
Quello di Giulio Regeni al Cairo è un nome che non si può pronunciare in pubblico: "l'altra storia", "quella vicenda che sai" è ciò che dicono quelli che hanno il coraggio di parlarne. Perché il rapimento e la morte del ricercatore italiano sono il simbolo massimo della repressione che avvolge l'Egitto di Al Sisi. E che oggi il presidente vuole a tutti i costi far dimenticare.
Il processo di cancellazione ha un obiettivo chiaro: in autunno in Egitto si svolgerà la Cop27, conferenza Onu per il clima. Per allora il regime vuole avere una faccia presentabile e per questo ha dato il via a una serie di iniziative ben chiare. La prima è stata dichiarare il 2022 l'anno della società civile e dei diritti umani: intesi però non in termini di libertà di espressione e di pensiero, secondo quanto accade in Occidente.
Ma in maniera ben più ampia, come i rappresentanti del governo egiziano non si stancano di sottolineare: per esempio, come diritto di aver accesso a strumenti di controllo delle nascite (l'Egitto ha da poco sfondato la soglia dei 100 milioni di abitanti e ha un grave problema di scarsità di risorse). La seconda, un ripensamento del sistema carcerario: prigioni nuove e moderne al posto di quelle sporche e sovraffollate di oggi.
Nei giorni scorsi gli ufficiali egiziani hanno guidato un tour stampa in una delle nuove strutture per mostrare ai giornalisti i miglioramenti messi in atto: nessuna parola però sui detenuti politici che le affollano. E infine il rilascio dei prigionieri più noti all'estero, quelli che creano più problemi dal punto di vista dell'immagine internazionale: vedi i casi di Ramy Shaat e Patrick Zaki.
Basterà? Non è detto. Una settimana fa un gruppo di 175 parlamentari di 14 diversi Parlamenti Ue ha inviato una lettera congiunta ai ministri degli Esteri e agli ambasciatori presso il Consiglio dei diritti umani dell'Onu per chiedere l'istituzione di un meccanismo di monitoraggio dei diritti umani in Egitto. Nella lettera si citano le "eclatanti e sistematiche violazioni dei diritti umani, le detenzioni arbitrarie di dissidenti e attivisti, le sparizioni forzate, l'uso indiscriminato della carcerazione preventiva e l'uso della tortura". Fatti che non basta l'uso di una canzone partigiana a far dimenticare.
di Alessandro De Rossi*
Il Dubbio, 8 febbraio 2022
A seguito di quanto ha detto il Presidente Mattarella nella sua comunicazione al Parlamento, non è più rinviabile una riflessione riguardante cosa significhi per l'immediato futuro la questione giustizia e, segnatamente, quello della detenzione. Sempre più urgente è anche una ampia valutazione sull'esecuzione penitenziaria alla luce del dettato costituzionale.
Il ragionamento è legato anche ai problemi dell'edilizia penitenziaria e della gestione immediata del patrimonio preesistente. È inutile affrettarsi oggi a definire modelli architettonici di carceri improbabili in assenza di un più chiaro ragionamento sulle finalità della carcerazione e dell'uso appropriato del tempo sequestrato al condannato. Recentemente Franco Corleone, che di carceri se ne intende, senza tanti giri di parole su il manifesto è stato chiaro su un punto: "Non sopporto più l'ipocrisia di chi lamenta il fenomeno senza indicare le cause".
di Liana Milella
La Repubblica, 8 febbraio 2022
Cartabia tre ore a Palazzo Chigi per stringere sugli emendamenti alla futura legge sull'organo di autogoverno dei magistrati. È scontro sulle regole per eleggere i consiglieri. E resta il nodo sui giudici fuori ruolo impiegati nei ministeri. Potrebbe essere quello di giovedì il consiglio dei ministri "buono" per dare il via libera agli emendamenti per la futura legge sul Csm.
Ma non è ancora detta l'ultima parola. La riforma, chiesta a gran voce alla Camera appena una settimana fa, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, potrebbe richiedere ancora tempo. Tutti applaudono il capo dello Stato, ma chiudere il cerchio sulle future regole per ostacolare il correntismo delle toghe assomiglia a un sudoku di difficile soluzione.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 8 febbraio 2022
Il progetto prende il nome dall'articolo del codice che impone al pm di cercare anche le prove a favore dell'indagato. Verrà avviato un monitoraggio sui casi di assoluzione e di annullamento di misure cautelari.
Un'associazione per monitorare gli errori giudiziari, il ruolo del pubblico ministero e la fase delle indagini preliminari. L'obiettivo è uno: trasformare il settore Giustizia in uno strumento che ispiri fiducia, e non timore, nei cittadini.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 febbraio 2022
Cerchi di far notare timidamente che la riforma dell'ergastolo ostativo dovrebbe aderire alle indicazioni della Consulta, anziché cercare di ribaltarle? "Fai gli interessi della mafia!". Promuovi una legge contro la sputtanopoli giudiziaria? "Fai gli interessi della mafia!". E, ovviamente: provi a chiedere di riagganciare le misure di prevenzione antimafia allo Stato di diritto, in modo che, almeno, se si è riconosciuti innocenti nel processo penale non si debba per forza essere spogliati di tutti i beni, dalle aziende all'abitazione? "Fai gli interessi della mafia!".
di Liana Milella
La Repubblica, 8 febbraio 2022
La responsabile giustizia della Lega: "Il ministro ha il nostro sostegno ma se un edificio è diroccato non serve puntellarlo". L'Alta corte? "Per i magistrati non basta. E per l'elezione del nuovo Consiglio si punti sul sorteggio". Il Csm? "Va demolito". E i prossimi referendum: "Se un edificio è diroccato, non serve puntellarlo: bisogna ricostruirlo da zero".
La legge elettorale del Csm? "Il sorteggio". L'Alta corte? "Non basta, con la separazione delle carriere ci vorranno due Csm". Dice così a Repubblica la responsabile giustizia della Lega, la senatrice Giulia Bongiorno in linea con Matteo Salvini.
Alla Camera il presidente Mattarella ha chiesto che si faccia subito la riforma del Csm. Ma sono passati 962 giorni dall'exploit del caso Palamara e la nuova legge è sempre al palo...
"Prima della rielezione di Mattarella, avevo scritto una lettera destinata a chiunque fosse stato il futuro presidente in cui sottolineavo l'urgenza di una profonda riforma. Il Csm non è una casa da ristrutturare: bisogna demolire e ricostruire. È necessario affrontare il tema giustizia in senso radicale, senza più trattare la materia, come in passato, con timido attendismo per connivenze puramente ideologiche".
Anche lei ha applaudito il presidente? Mattarella stavolta è stato più critico del solito sulle toghe, ha messo in guardia da decisioni "arbitrarie o imprevedibili, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, e che incidono sulla vita delle persone"...
"Direi che è stato critico verso una parte della magistratura. Anch'io sostengo che ci sono tantissimi magistrati che lavorano silenziosamente per compiere il loro dovere e magari non hanno mai avuto incarichi perché fuori dal sistema delle correnti: se quei magistrati cominciassero a pensare che vivere e lavorare onestamente è inutile, sarebbe la morte della giustizia. Sono proprio quei magistrati i primi a soffrire per l'offuscamento dell'immagine della magistratura".
Salvini dice che "se ci sarà l'ok della Consulta sui quesiti referendari sulla giustizia si andrà a votare, si parla di aprile, e lì sarà un banco di prova". Voi puntate tutto su questo e meno sulla riforma del Csm di Cartabia?
"Sono due binari che corrono in parallelo e non sono sovrapponibili. I referendum affrontano criticità fondamentali di cui la politica dibatte da anni senza trovare soluzioni. Il recupero di credibilità del sistema deve passare attraverso svolte coraggiose: responsabilità dei magistrati; abolizione dell'automatismo nell'avanzamento delle carriere; separazione tra giudici e pubblici ministeri; radicale riforma del Csm. Noi le soluzioni le abbiamo proposte più volte, invano, alle forze politiche; oggi le proponiamo ai cittadini, che sono stanchi di ritocchini e compromessi al ribasso".
Salvini sostiene che con il sì ai referendum si va verso "un atteggiamento liberale, moderno, conservatore europeista, atlantista", mentre adesso c'è chi "gioca in rimessa e per la conservazione". Quindi le riforme fatte oggi non valgono nulla?
"La riforma Cartabia è un importante primo passo. Il ministro ha il nostro convinto sostegno. Ma se un edificio è diroccato, non serve puntellarlo: bisogna ricostruirlo da zero. Va affrontato subito anche il tema del distacco dei magistrati presso i ministeri".
Crede che, a un anno dalla scadenza di questo Parlamento, ci sia lo spazio per affrontare la separazione delle carriere?
"La volontà popolare che si esprimerà sui quesiti referendari scuoterà il timido approccio del Parlamento su temi di grande interesse. Proprio in questo risiede l'importanza del referendum".
Lei è a favore dell'Alta corte proposta da Luciano Violante, per tutte le magistrature, con funzione di appello sulle decisioni disciplinari del Csm e per i ricorsi contro le nomine in luogo di Tar e Consiglio di Stato?
"Non sono contraria, ma attenzione: l'Alta corte rischia di rivelarsi insufficiente se non sarà accompagnata da cambiamenti profondi del sistema. Con la separazione delle carriere si dovrà riflettere sull'introduzione di due Csm, uno inquirente e uno giudicante. Diversamente, l'istituzione di un nuovo organo, indipendentemente dal nome altisonante che gli si vuole assegnare, rimarrà una foglia di fico per un sistema arroccato nella sua autoreferenzialità".
Sul sorteggio per eleggere il Csm lei è a favore. Che succede se Cartabia non sceglie questa soluzione?
"Spiegheremo che si tratta di sorteggiare i candidati tra tutti i magistrati che hanno determinati requisiti di anzianità e autorevolezza. Il sorteggio elimina il vincolo di gratitudine verso la corrente, che mina l'indipendenza dell'eletto".
Ma che succede se Cartabia dice no al sorteggio? Remate contro?
"Ho fiducia nel fatto che saprà trovare una sintesi".
di Erminia Mazzoni
Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2022
L'attenzione alle parole del presidente Mattarella durante il discorso presentato alle Camere riunite per il giuramento solenne, a inizio del nuovo settennato, è un segnale di rispetto istituzionale e personale. Sono però tra quelli che ritengono corretto sottolineare, in un'epoca di facili smarrimenti della conoscenza, che il Presidente della Repubblica non scrive l'agenda politica del Governo. Le sue funzioni sono altre.
Valgano dunque le tante questioni poste quali condivisibili auspici. Le forze politiche facciano la propria parte mettendo in chiaro cosa intendono fare nei prossimi dodici mesi. Soprattutto dicano i "diversi" che governano insieme il paese a quali dei bisogni più urgenti pensano di dare risposta prioritaria togliendoli dal tritacarne della campagna elettorale per metterli in sicurezza nel fondo comune del Governo delle larghe intese.
Altra cosa è, invece, il passaggio sulla giustizia. Il Presidente della Repubblica è a capo del Csm. È dunque parte in causa. Sul tema Mattarella ha invocato "un profondo processo riformatore... Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della magistratura... l'ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità".
"È indispensabile che... il Consiglio superiore della magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono restare estranee all'Ordine giudiziario" e raccogliendo l'esigenza che "venga recuperato un profondo rigore". "Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati... la magistratura e l'avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei". Queste le "sagge parole sulla giustizia" di Sergio Mattarella.
In sintesi, l'azione di riforma della giustizia secondo il Presidente della Repubblica richiede, prima di ogni altra cosa, un intervento ordinamentale sugli statuti che regolamentano le attività dei suoi operatori - avvocati, magistrati e personale - perché la giustizia sia veramente "uguale per tutti" e sia un servizio e non un costo.
E credo, discostandomi con rispetto dal pensiero del professore Giovanni Verde, che Sergio Mattarella conosca bene "la malattia" del nostro sistema giustizia, e prescriva una "medicina" che saggiamente interviene sulla causa della patologia, il profilo di indipendenza, rigore e professionalità di chi amministra la giustizia perché propedeutico a come questa verrà erogata. Non è solo una modifica del sistema di elezione dei componenti del Csm, quella tratteggiata, ma è o almeno dovrebbe essere un cambiamento del modo di interpretare il principio di terzietà del giudice che si definisce a partire dall'organo di autogoverno.
Purtroppo la conflittualità politica, la disarticolazione delle prerogative costituzionali dei poteri dello stato, in conseguenza dei rimaneggiamenti parziali della carta fondamentale, e il crescere di un diffuso comprensibile atteggiamento conservativo di difesa hanno trascinato negli anni stancamente e inutilmente l'azione del legislatore. Oggi siamo ancora dentro un impegnativo cantiere. Gli anni passati non hanno consegnato alcun rilevante stato di avanzamento lavori. Niente di organico si è fatto strada, anche per la divisione della categoria. Troppe voci, che non documentano pluralismo ma protagonismo.
Sono fiduciosa che questa volta si raggiungeranno obiettivi più ambiziosi perché abbiamo da una parte il diffuso "imbarazzo" (sic) della magistratura tutta e dall'altra la pressione esercitata dal cronoprogramma del Pnrr. La riforma della giustizia è, infatti, la prima delle riforme orizzontali o di contesto che il Pnrr prevede e che è preordinata a raggiungere l'obiettivo della sostenibilità economica-sociale degli investimenti. Una giustizia che per la sua lentezza erode circa due punti di Pil, pari più o meno a 40 miliardi di euro, e che alimenta un comune sentimento di impunità, diventa per forza di cose elemento determinante anche nell'analisi delle misure di risanamento.
Il piano fissa una serie di interventi legislativi ordinamentali, strutturali, funzionali e poi sul diritto sostanziale, soprattutto penale e tributario, e su quello processuale. Ed è in questa seconda fase, e solo dopo aver chiuso la prima, che le riflessioni di Giovanni Verde su status del Pm, standard di rendimento e progressione di carriera possono diventare una significativa e lungimirante traccia da seguire.









