ansa.it, 10 febbraio 2022
Un uomo di 33 anni, tunisino, si è tolto la vita ieri sera nel carcere di Monza, dove era detenuto. Lo ha reso noto il sindacato di Polizia penitenziaria Uilpa. "Questa notte è accaduto nel carcere di Monza. Un detenuto tunisino di 33 anni, avrebbe finito di scontare la pena nel dicembre del 2024, si è tolto la vita inalando il gas del fornelletto che aveva in cella.
È il decimo suicidio di un detenuto, uno ogni quattro giorni, dall'inizio dell'anno. Il secondo a Monza. A questo vanno aggiunti due appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria che si sono uccisi, per un istituto che è indubbiamente portatore di morte nell'indifferenza sostanziale della politica, del Ministero della Giustizia e del Governo che si trincerano dietro mere dichiarazioni di facciata, ma poi mancano negli atti concreti". La denuncia è di Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria.
"La Ministra Cartabia aveva annunciato che a gennaio il sistema penitenziario sarebbe stato la sua priorità - continua il sindacalista - gennaio è passato ed è stato, per le carceri, peggiore del già pessimo gennaio 2021; forse non abbiamo ben capito cosa volesse dire la Ministra.
Mentre dal ministero s'istituiscono commissioni dalla denominazione altisonante, i cui lavori spesso si perdono nei cassetti ministeriali e di cui sarebbe interessante conoscere anche i costi, nelle prigioni sono ancora in uso i fornelletti da campo, quasi a confermare che si tratti di veri e propri campi di battaglia da condurre, soprattutto, contro le storture del sistema e l'inefficienza di una macchina amministrativa trascurata, se non del tutto abbandonata, dalla politica".
ilgiornaleditalia.it, 10 febbraio 2022
In visita la Ministra Cartabia e il Ministro Colao. Si è svolta ieri la visita della Ministra della Giustizia Marta Cartabia e del Ministro per l'innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao presso il "Laboratorio Rework" di Linkem, all'interno della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia "Germana Stefanini".
Ad accogliere i Ministri c'erano il direttore del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, il Provveditore Carmelo Cantone, la Vicedirettrice dell'Istituto, Anna Del Villano, il Comandante Dario Pulsinelli, e l'Amministratore Delegato di Linkem, Davide Rota, che hanno illustrato le finalità del progetto voluto dalla Direttrice Alessia Rampazzi nell'ottica della rieducazione e reinserimento dei detenuti nella società.
I Ministri hanno visitato gli spazi dove lavorano dodici detenute assunte lo scorso novembre dall'Operatore 5G. L'inserimento è avvenuto al termine di uno specifico programma di formazione finalizzato al trasferimento delle competenze tecniche necessarie a realizzare la rigenerazione degli apparati terminali di rete installati presso le case degli utenti.
Il progetto di Rebibbia segue l'esperienza maturata da Linkem nella Casa Circondariale di Lecce, dove Linkem aveva già assunto dieci detenuti nella sezione maschile e realizzato il progetto di trasformazione digitale UNiO, la piattaforma di trasformazione digitale e gestione dei video colloqui con i familiari che consente ai detenuti di usufruire di postazioni dedicate e progettate ad hoc.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 febbraio 2022
Il sovraffollamento aumenta, gli atti di autolesionismo fra i detenuti sono sempre più frequenti, le criticità strutturali e relative alle risorse non vengono risolte, le tensioni crescono. A Poggioreale, poi, sembrano destinate a diventare insostenibili. Il numero dei detenuti continua ad aumentare: secondo il report ministeriale, ai dati aggiornati al 31 gennaio scorso, nelle carceri della Campania si è arrivati a quota 6.702 detenuti, a fronte di una capienza di 6.113 posti, un dato che fa registrare un trend in crescita considerato che negli ultimi mesi il numero dei reclusi in Campania è mediamente aumentato (a gennaio dello scorso anno si registravano circa 6400 detenuti).
A Poggioreale, nel più grande carcere della regione e di tutta Italia, si è ormai a quota 2.229 reclusi e se si considera che la capienza è di 1.571 posti, basta un rapido calcolo matematico per capire che stiamo parlando di 658 persone in più, per le quali uno spazio lo si può trovare solo limitando gli spazi già limitati a disposizione di tutti gli altri. E di questo passo una cella per quattro diventa una cella per sei e poi per otto e per dodici detenuti. Se non ci fosse un soffitto umido di muffa a stabilire un limite oggettivo si innalzerebbero letti a castello all'infinito. Una condizione che da tempo viene definita invivibile. E ora a mettere il carico su tutto ci si mette anche la polizia penitenziaria. I sindacati hanno annunciato uno stato di agitazione che durerà sessanta giorni. Visto che in questo caso la protesta non riguarda i detenuti considerati "scarto" della società, forse la situazione potrebbe anche essere affrontata con tempi meno biblici. Chissà!
Ma perché protestano gli agenti della polizia penitenziaria a Poggioreale?
Il motivo è sintetizzato in una nota Il motivo è sintetizzato nella nota dei sindacati Osapp, Uil Papp, Sinappe, Uspp, Fns Cisl, Cnpp e FP Cgil che denuncia problemi da risolvere in tempi brevi e relativi in particolare alla necessità di adeguare la pianta organica e garantire un servizio "fluido, efficace e soprattutto in piena sicurezza". Dopo un confronto con il direttore di Poggioreale Carlo Berdini e il comandante di reparto Gaetano Diglio, i sindacati hanno annunciato lo stato di agitazione "nei confronti dell'amministrazione centrale e regionale" dicono, "per giorni 60", "sensibilizzando tali autorità a prendere provvedimenti". Alla base ci sono problemi storici, potremmo dire endemici, che riguardano "posizioni già assunte nel corso delle riunioni sindacali con le strutture penitenziarie di Salerno, Santa Maria Capua Vetere, Carinola e Ariano Irpino". Si fa riferimento a questioni di mobilità interna ordinaria, di organizzazione dei turni di lavoro e di quelli notturni in particolar modo, di gestione dei congedi, e di qualche altra criticità varia.
"La direzione - aggiungono i sindacati - ci ha assicurato che è stata ripristinata l'erogazione dell'acqua calda nella caserma degli agenti, tramite sostituzione del boiler". Il carcere continua a confermarsi microcosmo critico incastonato nel macrocosmo sociale. Dal punto di vista della pandemia, almeno la situazione è in miglioramento. "Scendono a 239 i contagiati da Covid nelle carceri campane - specifica il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello - Questi numeri consentono di far ripartire le attività, oltre che autorizzare nuovamente l'ingresso in carcere del mondo del volontariato". Nello specifico, oltre ai 136 agenti contagiati, i detenuti positivi sono diventati solo cinque nel carcere di Poggioreale, di cui due ricoverati al Cotugno. A Secondigliano risultano contagiati 36 detenuti, a Santa Maria Capua Vetere 41, ad Avellino 43, a Carinola 56, ad Airola 19, a Pozzuoli 36, a Salerno tre.
di Laila Simoncelli
semprenews.it, 10 febbraio 2022
Esperti a confronto per garantire la certezza del recupero. Come lo immaginiamo un carcere? E cosa intendiamo per giustizia e pena riparativa? Se ne è discusso il 5 febbraio all'incontro webinar della Scuola di Pace "P. Panzieri" di Pesaro.
Il 5 febbraio si è tenuto il primo incontro webinar - molto partecipato - della Scuola di Pace "P. Panzieri" di Pesaro su un tema di grande attenzione ancora poco conosciuto dalla cittadinanza, e che ha posto profondi interrogativi sul Carcere e sull'idea che abbiamo di Giustizia. Hanno dialogato con i partecipanti Silvia Cecchi, magistrata e Sostituto procuratore presso il Tribunale di Pesaro e Giorgio Pieri, coordinatore nazionale del progetto CEC-Comunità educanti coi Carcerati della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Come si concilia una Giustizia che vuole rieducare e riparare con l'obbligatorietà dell'azione penale, cioè l'obbligo di sanzionare con una pena?
Silvia Cecchi: "L'obbligatorietà dell'azione penale è certamente compatibile con la riparazione. L'obbligatorietà, che è posta a garanzia dell'uguaglianza di fronte alla legge, riguarda l'attivazione del processo penale, dalla fase delle indagini fino all'affermazione (o esclusione) della responsabilità. La rieducazione mediante riparazione, condotte impegnative, responsabilizzazione e altre modalità di recupero, riguarda invece la risposta sanzionatoria alla accertata responsabilità, una volta che il procedimento abbia compiuto il suo percorso. Semmai è la mediazione penale (pratica diversa dalla sanzione riparativa) che può interferire con il processo, in vario modo, ma anch'essa non esclude l'obbligatorietà dell'azione penale, salvo in casi di procedibilità a querela di parte. Compito della giustizia è quello di dare contenuti alla pena, offrire percorsi fortemente impegnativi, dare l'opportunità di sostituire la passività del carcere tradizionale con attività lavorative, relazioni significative, presa in carico di bisogni sociali e delle vittime".
Giorgio Pieri: "Nelle nostre Comunità coi carcerati (CEC) quando le persone entrano si sottopongono a patto educativo volontario sulla rieducazione, compiono un atto di responsabilità che supera, nel senso che si va oltre, l'obbligatorietà dell'azione penale. Con la scelta del patto si riassume la propria libertà. L'obbligo che noi come comunità chiediamo è il lavoro interiore. Se non vuoi farlo torni in carcere: la libertà è decidere di entrare o non entrare in un percorso educativo. Dobbiamo inoltre tenere presente che nello sbaglio di uno c'è lo sbaglio di tutti e tutti sono necessari in questo percorso perché chi educa nella società non è solo la famiglia, anzi siamo molti, c'è la scuola, il vicinato, il quartiere, la parrocchia etc. etc. Le vittime dovrebbero poi avere un posto d'onore nella riparazione. Abbiamo visto che fare incontrare il reo con la sua vittima è molto difficile, ma ad esempio già questo incontro avviene con i reati derivanti dalla tossicodipendenza, nelle nostre comunità terapeutiche facciamo incontrare i figli rei coi genitori feriti.
È molto più impegnativo del carcere optare per il percorso che proponiamo, ci sono strumenti stringenti (regole e resoconti etc) affinché i detenuti rivedano i loro vissuti e decodifichino i loro mali, le loro emozioni, i loro sentimenti e attuino il cambiamento. Si rende la pena utile. Come Paese e come cittadini dobbiamo decidere se la sofferenza della pena sia utile o un inutile passatempo".
Il carcere come deve evolvere? È davvero necessario? Dobbiamo "buttare la chiave"?
Silvia Cecchi: "Sono convinta che occorra una nuova filosofia e una nuova politica della sanzione penale, banco di prova della democraticità di un ordinamento. Un carcere che calpesta o non rispetta la dignità umana e diritti primari di ogni detenuto contraddice i presupposti di un ordinamento democratico. La pericolosità sociale, che deve essere dimostrata in concreto, in un sistema di giustizia costituzionalmente orientato, è a mio avviso l'unica legittimazione della restrizione carceraria, fermo restando che un carcere deve avere comunque e sempre dei requisiti strutturali e regolamentari rispettosi dei diritti della persona. Verso questa filosofia delle sanzioni alternative e dunque di una sanzione carceraria non più primaria, si muove la "riforma Cartabia" che, sia pure con gradualità, prevede l'applicazione, già da parte del giudice della cognizione, di sanzioni non carcerarie, derogando alla tuttora vigente logica della unicità della pena della reclusione. Per quanto riguarda l'ammirevole lavoro realizzato, anche in misura imponente, da comunità come quella di Giorgio Pieri, ritengo che tuttavia le istanze di recupero e la profonda carità umana ad esse sottesa non possano bastare e debbano diventare diritti. Occorrono finanziamenti pubblici, investimenti dello Stato, capitoli dedicati di bilancio".
Giorgio Pieri: "Nelle carceri italiane 10 detenuti su 7 tornano in carcere, qualcuno dice che 8 su 10 tornano a delinquere, abbiamo l'80% di recidiva. Il personale degli istituti penitenziari, direttori polizia, tutti loro si impegnano e fanno grandi sforzi e alcuni di loro sono veri eroi, ma questo non toglie che l'istituzione carcere abbia oggettivamente fallito il suo mandato costituzionale. Col buttare la chiave non si va da nessuna parte. Bisognerebbe, se fosse un'azienda, scrivere chiuso per fallimento; e ci vogliono 3 mld per tenerla in piedi. Fuori abbiamo una guerra a bassa tensione; le persone che escono dal carcere più che redente, sono più arrabbiate di prima e secondo alcuni studi commettono reati ancora più gravi di prima. Se accettiamo questo carcere e diciamo che non c'è alternativa, accettiamo una guerra silenziosa.
Vi assicuro che molti detenuti dicono: "Esco e stavolta farò bene", c' è questo movimento dentro di loro, c'è il principio della lotta verso il bene, ma una volta usciti in questa lotta perdono, non ce la fanno e bastano pochi minuti e tutto si perde. Le persone vivono forti passioni di rabbia, ira, cose che da soli non riescono gestire. Alla radice del male c'è un mistero, ma nelle piaghe di un cuore ferito è lì che nasce il male. Anche il lavoro in sé per sé non è rieducativo, il lavoro è educativo solo se è inserito in contesto educativo. Noi tutti nella comunità esterna dovremmo sentire il compito di abbassare la recidiva. L'amico psichiatra Vittorino Andreoli disse che "il carcere è una costosa inutilità! Il male non si vince con il male". Istintivamente ci vien da dire butta la chiave ma dobbiamo rielaborare questo impulso vendicativo ed essere umani, diventare umani".
In conclusione quindi cosa fare?
Giorgio Pieri: "Ho provato a scrivere qualcosa nel mio libro Carcere: l'alternativa è possibile, Sempre Editore, di tutta la nostra esperienza con le Comunità Educanti. Siamo stati ispirati dal modello di carcere senza guardie dell'APAC brasiliano e abbiamo avviato la nostra esperienza alternativa adattandola al nostro contesto italiano. Abbiamo diverse case ma nonostante i risultati evidenti sotto il profilo anche della recidiva, non abbiamo sostegno istituzionale concreto anche economico; purtroppo questo, a nostro vedere, resta un grosso limite ed una grossa ingiustizia perché il valore di certe esperienze consolidate secondo il principio di sussidiarietà dovrebbe essere riconosciuto dallo Stato.
Nel nostro metodo abbiamo il coinvolgimento della comunità esterna ed i volontari sono veri "apostoli di pace". Conoscono i detenuti entrano nelle loro ferite. I recuperati educano i recuperandi, c'è formazione lavorativa, umana e spirituale, insomma è una grande scuola di pace con i familiari, i detenuti e la comunità esterna. Abbiamo visto grandi miracoli".
Silvia Cecchi: L'idea-guida è quella della eccedenza, della ulteriorità della persona rispetto all'atto criminale commesso: su questa non coincidenza fa leva la scommessa rieducativa degli autori di crimini, lievi o gravi che essi siano, fatta propria dalla Costituzione. Vi è poi l'idea della corresponsabilità sociale, della profonda iniquità di punire, con il condannato, anche la sua famiglia, i suoi figli, anche minori.
La transizione ad una concezione diversa della pena deve passare per una concezione relazionale della responsabilità, l'unica compatibile con un diritto penale dei beni e dell'offesa. Il carcere è invece una sanzione che esprime una diversa forma-pensiero, difficile da estirpare culturalmente, per la quale all'offesa si risponde con un male di ritorno, con la punizione afflittiva, con la deprivazione, la retribuzione, la pena corporale (il carcere attuale è anche una pena corporale), la pena morale.
Per questo anche in molte proposte di riforma il carcere resta il convitato di pietra, a cui si deve fare ritorno ogni qualvolta il trattamento rieducativo fallisca o sembri fallire. Dobbiamo prendere atto che una visione alternativa della sanzione penale fatica tuttavia ad attecchire nella cultura e coscienza sociale. La questione culturale va messa dunque al primo posto. Del resto la sicurezza sociale non può che essere maggiormente tutelata da sanzioni rieducative, dall'idea che il detenuto uscirà dal percorso sanzionatorio migliore e non peggiore di come è entrato".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 febbraio 2022
Torna in Aula la pdl sul fine vita ma il voto sugli emendamenti slitta. Forse a marzo. Bergoglio: "La morte non è un diritto, principio che vale anche per i non credenti".
Nel giorno in cui la legge sul fine vita torna in Aula alla Camera con l'ambizione di affrontare la discussione - subito affossata appena in un paio d'ore e rinviata probabilmente a marzo - sugli oltre 200 emendamenti presentati al testo base, Papa Francesco pronuncia parole dure contro il suicidio medicalmente assistito nell'Udienza generale a San Pietro. "La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata", afferma il pontefice nella catechesi dedicata a San Giuseppe, patrono della "buona morte". Un monito canonico, ma questa volta il capo di Stato vaticano si spinge sulla stessa strada biopolitica già battuta da tutti i suoi precedessori: "Questo principio etico - sottolinea Bergoglio - riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti". Parole che danno sostegno a quanti - dalla Lega all'Udc, dal neonato comitato #NoEutanasiaLegale all'Osservatore romano - lavorano per una legge che sia in grado di fermare il referendum sull'eutanasia legale, e allo stesso tempo restringa il campo del diritto delineato dalla Corte costituzionale nella sentenza del 2019.
Bergoglio indica la via delle "cure palliative" come l'unica percorribile per morire "nella maniera più umana possibile", e ribadisce, come fece per ultimo anche Benedetto XVI, che "risulta immorale l'accanimento terapeutico". E infine torna sulla cosiddetta cultura dello scarto che ha dato il titolo a tanti recentissimi convegni: "Va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti, affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati". Parole che, sottolinea la senatrice Udc Paola Binetti, membro della commissione Sanità e molto attiva in queste ultime settimane con seminari e confronti tra cattolici, "non possono essere ignorate e soprattutto sono inequivocabili, sia per l'autorevolezza di chi le propone che per il generale consenso di cui dispone, anche dopo la sua ultima intervista da Fazio".
E in effetti, l'analisi della gran mole di emendamenti alle "Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita" - che avrebbero potuto essere in parte accolti e raggruppati in un maxi emendamento, nell'intenzione dei due relatori Alfredo Bazoli (Pd) e Nicola Provenza (M5S) - si è esaurita ieri in appena un paio d'ore. Il testo era arrivato per la prima volta in Aula alla Camera a metà dicembre, ma la discussione generale si era consumata in un lasso di tempo altrettanto breve e davanti a scranni semi deserti. Ieri, con 196 voti di differenza, la maggioranza dei deputati ha rinviato l'esame alla prossima settimana, ma non prima di martedì 15 febbraio e dopo che sarà terminato l'esame del dl Covid sullo stato di emergenza.
"Neanche questa settimana si comincerà a votare sul testo e questo significa - fa notare il presidente di + Europa, Riccardo Magi, la cui firma compare su una ventina di emendamenti - che se ne riparlerà a marzo perché nelle prossime settimane ci sono decreti in scadenza che sorpassano questo testo di legge, che sono solo 40 anni che aspetta di essere approvato". La Lega (50 emendamenti depositati) però annuncia l'astensione sulla richiesta di rinvio della discussione a marzo avanzata dai relatori: "Prendiamoci 15 giorni per verificare le condizioni per poter ulteriormente migliorare la legge", chiede in Aula Alessandro Pagano.
Insomma, l'accordo di maggioranza non c'è e non sembra neppure all'orizzonte. Ma a premere affinché si arrivi ad un'intesa c'è la sentenza della Consulta e tra poco - se, il 15 febbraio, la Corte costituzionale lo ammetterà - anche il referendum sull'eutanasia legale che molti vorrebbero fermare. A questo punto tanto vale attendere la decisione dei giudici costituzionali per capire in che direzione debba muoversi il parlamento. Il Pd non ha presentato emendamenti, e Italia Viva ha lasciato libertà di coscienza sul voto.
Il centrodestra e i cattolici considerano invece "inaccettabile" qualsiasi azione che renda effettiva la sentenza della Consulta Cappato/Dj Fabo del 2019, come la bozza del decreto ministeriale sui comitati etici territoriali preparata da Roberto Speranza e inviata alla Conferenza Stato-Regioni. Secondo la Consulta infatti (e anche secondo il testo di legge in discussione) spetta al comitato etico territorialmente competente verificare che sussistano le condizioni fisiche e mentali del paziente per ottenere l'accesso al suicidio medicalmente assistito.
"I referendum non sono mai piaciuti ai grandi partiti - commenta Emma Bonino, di + Europa - Li abbiamo sempre dovuti tirare con la gru. Ogni volta la scusa è sempre la stessa: non è il momento, le priorità sono altre e così via. In 30 anni ne ho viste di tutti i colori". Mentre il dem Walter Verini si augura "a nome del Pd, che si arrivi a un voto finale sul provvedimento che dia risposte alla sofferenza di tante persone che non meritano di essere lasciate sole".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 febbraio 2022
Chiarezza sui referendum, i partiti non si nascondano. È l'incalzante appello rivolto alle forze politiche in Parlamento da + Europa, nel corso di una conferenza stampa indetta ieri dal partito alla Camera, alla quale hanno partecipato il presidente e deputato Riccardo Magi, la senatrice Emma Bonino e il segretario di + Europa Benedetto Della Vedova. Durante l'incontro è stato lanciato il Comitato "Tutti Sì" per sostenere i referendum su cannabis, eutanasia e giustizia, in attesa che la Corte costituzionale si esprima sull'ammissibilità degli otto quesiti il 15 febbraio, e che gli altri partiti facciano sapere qual è la loro posizione.
"Ci aspettiamo - ha detto Della Vedova - che i giudici costituzionali decidano secondo legge e giurisprudenza, riconoscendo il diritto di partecipazione diretta, e ci farebbe piacere che anche le altre forze politiche esprimessero la loro posizione sui referendum. Immagino - ha proseguito - che ci siano forze che voteranno sì a quelli sulla giustizia e no sugli altri, ma mi piacerebbe sapere cosa pensano Pd e Movimento 5 Stelle". Un auspicio condiviso da Emma Bonino, secondo cui "con tutta la sua buona volontà, la ministra Cartabia non troverà la maggioranza in Parlamento per la riforma della giustizia. È un buon segno - ha aggiunto - che il governo non si sia costituito davanti alla Corte, come invece avveniva sempre. Conferma quello che ci disse Draghi, ossia che il programma dell'Esecutivo, in questa emergenza, sono vaccinazioni e Pnrr, e che tutto il resto spetta al Parlamento".
"Noi - ha sottolineato Magi, presidente di +Europa esprimiamo con forza e convinzione un doppio sì: sì ai referendum nel merito, sulla depenalizzazione della cannabis, sulla legalizzazione dell'eutanasia e sulla giustizia giusta. Sono temi e battaglie che mi hanno portato ad avvicinarmi alla politica e alla politica radicale. Sì ai referendum anche come strumento di riattivazione della vita democratica in questo Paese attraverso la partecipazione popolare. La spinta che arriva dalle piazze fisiche e virtuali di questi mesi è la risposta più potente al silenzio letargico della politica parlamentare degli ultimi anni".
Magi ha poi fatto riferimento anche alle parole del Capo dello Stato nel giorno del suo giuramento: "Il presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di insediamento, sul quale molti si sono spellati le mani con 50 e più applausi, ha detto che la democrazia va costantemente inverata, e ha auspicato una nuova stagione di partecipazione dei cittadini. Noi pensiamo che con i referendum e con le modifiche nella raccolta digitale delle firme, + Europa abbia dato il proprio contributo, seppure con un peso parlamentare molto ridotto".
Intanto si conoscono già i giudici relatori degli otto referendum: tutti e tre i vicepresidenti appena nominati da Giuliano Amato e altri quattro giudici costituzionali, in tutto cinque uomini e due donne. Nicolò Zanon, uno dei tre vicepresidenti, si occuperà di due quesiti: sulla separazione delle funzioni in magistratura e sull'elezione dei togati del Csm.
Le altre due vicepresidenti, Daria De Petris e Silvana Sciarra, saranno relatrici rispettivamente del quesito sulla legge Severino e di quello sulla partecipazione degli avvocati alle delibere dei Consigli giudiziari sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. Il giudice Stefano Petitti è il titolare del referendum sulla carcerazione preventiva. Mentre l'ultimo quesito sulla giustizia, che riguarda la responsabilità civile dei magistrati, è nelle mani di Augusto Barbera. Franco Modugno sarà relatore invece del referendum sull'eutanasia, mentre il collega Giovanni Amoroso si occuperà del referendum sulla cannabis.
di Davide Landoni
artslife.com, 10 febbraio 2022
Intensa, simbolica e dalle mille sfaccettature. La mostra di Nadia Nespoli, Offerte di tempo, è un progetto artistico dalla forte connotazione umana. Prende avvio dal carcere di Bollate, dove l'artista ha coinvolto donne e uomini detenuti, e si conclude allo Spazio Aperto San Fedele di Milano.
Qui sono esposte, dal 14 gennaio al 15 febbraio 2022, una serie di opere di fiber art realizzate dai detenuti, che hanno offerto il loro tempo concretizzandolo in un lavoro manuale visibile e tangibile. Un processo dagli spiccati attributi simbolici, in grado di distillare i secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane trascorse in carcere in fili di cotone intrecciati, allacciati, annodati fino a confondersi. Proprio come la percezione di un detenuto, terribilmente anestetizzata dallo scorrere ripetitivo dell'esistenza.
Tutto ha inizio nel 2019, quando Nadia Nespoli ha affidato a persone detenute di età, grado di istruzione ed esperienza di vita diverse delle matasse di filo di cotone, chiedendo a ciascuna di realizzare con il punto alto una tela, senza mai disfarla durante l'esecuzione. Il filo con cui le tele sono realizzate è di colori diversi: bianco, rosso, arancione, viola, giallo, verde, rosa, blu. Anche le dimensioni variano, così come le forme: rettangoli ma anche poligoni irregolari, con punti interrotti e ripresi, intervallati da nodi a vista.
L'invito dell'artista ha stimolato una vera e propria performance collettiva, dove il valore dell'opera risiede più nel processo che nel risultato. Risultato che pur rimane gradevole e suggestivo, dal momento che le opere si presentano come monocromi. Essenziali, privi di figura ma densi di significato. Come quello generato dall'investimento temporale ed emotivo dei detenuti, disposti a convogliare il loro perpetuo dialogo interiore sulla tela. Su di essa si sono raccolti i rimpianti e le ambizioni, i ricordi e i desideri, gli slanci di entusiasmo e il richiamo dell'abisso. Una miscela di sentimenti che accomuna ogni detenuto, che d'altra parte, in ultima istanza, è poi chiamato a farci i conti nella solitudine del proprio spirito.
É per questo che ogni opera è intitolata con il nome di chi l'ha realizzata, come se immediatamente volesse evocare le mani e le dita - ma anche i pieni e i vuoti, i momenti di dialogo e quelli di estrema chiusura - che le hanno realizzate. Un lavorio di pazienza e riflessione, che assorbe lo scorrere del tempo insieme alle speranze dei detenuti di costruire una nuova identità, una nuova vita. L'iniziativa ha giovato della partecipazione di Sesta Opera San Fedele, Associazione di Volontariato Penitenziario che opera a Milano dal 1923. Le esistenze dei volontari si sono così intrecciate a quelle dei detenuti, in un dialogo tra interno ed esterno. Il filo dell'opera è diventato quindi "quel filo esile che poco può se tale resta. É come il singolo volontario che da solo può fare poco di fronte ai problemi immani del carcere".
di Massimo Nava
Corriere della Sera, 10 febbraio 2022
Putin non ha (ancora) varcato la linea rossa, ma il "format" è lo stesso che portò alla disastrosa guerra nelle ex Jugoslavia. Si spera ancora che non sia irrimediabile, ma la crisi in Ucraina - pur con specifiche differenze - riproduce il meccanismo infernale che innescò la guerra in Bosnia e le logiche che alimentano conflitti a ogni latitudine. È uno scontro fra ragioni opposte: integrità nazionale e diritti delle minoranze che vivono nello stesso Paese. Ragioni opposte, eppure legittime, fino a quando propaganda e interessi in gioco non le stravolgono con i germi del nazionalismo da un lato e delle ambizioni separatiste dall'altro. Così, il senso di appartenenza diventa odio identitario. Così fu lacerata la Bosnia. Il croato Tudjman e il serbo Milosevic esercitarono una cinica influenza sulle minoranze dell'Erzegovina e della Bosnia che presero le armi contro la presunta egemonia della maggioranza musulmana, fino alla guerra totale. L'argomento più abusato fu, appunto, la difesa delle minoranze linguistiche e religiose.
Dovunque vivono i serbi, è terra serba, si sentiva dire. Dopo la Bosnia, fu la volta del Kosovo, che rivendicò il diritto al separatismo dalla Serbia. E il Kosovo fu il pretesto per legittimare l'annessione della Crimea: dove vivono i russi, è terra russa... Putin non ha ancora passato la linea rossa, ma le motivazioni dell'offensiva militare ai confini dell'Ucraina sono le stesse. La storia non aiuta. La cultura nemmeno, se solo si ricorda che la letteratura russa ha radici anche in Ucraina, come il Kosovo è la culla della storia nazionale serba. Tolstoj, che di guerra se ne intendeva, disse che stabilire quale delle parti in conflitto si comporti peggio non significa che le responsabilità stiano da una parte sola. Quando mi dicono che dello scoppio di una qualche guerra è colpevole in maniera esclusiva una delle due parti, non posso mai trovarmi d'accordo. Si può ammettere che una delle parti agisca con maggiore cattiveria, ma stabilire quale delle due si comporta peggio non aiuta a chiarire neanche la più immediata delle cause per cui si verifica un fenomeno così terribile, crudele e disumano qual è la guerra.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 10 febbraio 2022
Sono in aumento i casi di molestie e persecuzioni online: non diffondere dati personali e denunciare. Le truffe da evitare con l'e-commerce.1 di 9
I pericoli della Rete: cyberbullismo e truffe - La Rete cresce. E su Internet sono in esponenziale aumento i contatti, gli incontri, gli scambi e gli acquisti. Ma di pari passo si estendono anche i pericoli e rischi: come le truffe o le violenze verbali, le molestie, le persecuzioni. Soprattutto tra i più giovani. Martedì 8 febbraio viene celebrata in oltre cento Paesi la 19esima edizione del Safer Internet Day, giornata dedicata alla sensibilizzazione sul tema della sicurezza in rete. E in concomitanza con la ricorrenza il Centro Europeo Consumatori Italia ha fornito alcuni consigli utili per la tutela dei più giovani dal cyberbullismo e per fare acquisti online senza rischiare di incappare in truffe
Sei giovani su 10 vittime di cyberbullismo - Preoccupa, e molto, il fenomeno del cyberbullismo, che sta registrando una progressiva crescita. Secondo una rilevazione dello scorso anno, ne sono stati vittime ben 6 giovani su 10 e altrettanti hanno dichiarato di non sentirsi sicuri online. Nove giovani su 10 hanno affermato di sentirsi soli, uno su 2 di provare molto spesso questa sensazione. Allarme accresciuto dal massiccio uso dei social media. Aumentano così anche gli episodi di bullismo cibernetico e revenge porn.
Evitare di pubblicare dati personali - Un fenomeno quindi che diventa allarmante. Ma come difendersi o come difendere i nostri figli? È necessario evitare di mettere online informazioni personali: in modo particolare foto private, video, dati anagrafici, di residenza o numero di cellulare. In questo modo diventa difficile per i cyberbulli di individuare e contattare una vittima, mettendo al sicuro l'utente da comportamenti molesti o violenti.
Non rispondere a email e messaggi sospetti - Attenzione a come si risponde in caso di contatto. Evitare di dare un seguito a messaggi via chat, email, commenti provocatori e sospetti. Inoltre bloccare immediatamente il mittente molesto. Nel caso fare anche una segnalazione all'autorità competente.
Non avere sensi di colpa e denunciare - Altra regola importante è non cadere nel rischio di sensi di colpa se si diventa vittime di cyberbullismo. Si deve avere la consapevolezza che non dipende da voi. Non avere poi paura di denunciare o chiedere aiuto.
L'e-commerce e i pericoli delle truffe, cosa fare - E veniamo agli acquisti online e ai rischi di truffe. Il settore dell'e-commerce è in continua crescita: nel 2021 gli acquisti online in Italia hanno raggiunto quota 39,4 miliardi di euro. Rispetto al 2020, anno in cui si era già assistito a un incremento netto degli acquisti online a causa della pandemia, si è avuto un incremento del +21 per cento. Come comportarsi nel caso di shopping online? E a cosa prestare attenzione?
Informarsi bene sul venditore - Nel caso di acquisti online evitare di fornire dati personali e cercare di informarsi adeguatamente sul venditore, sia che si tratti di un'azienda o di un privato. In quest'ultimo caso va tenuto presente che viene applicata la disciplina a tutela del consumatore e dunque, non sarà possibile esercitare il diritto di recesso o avvalersi degli specifici rimedi della garanzia legale di conformità.
Pagamenti sicuri e tracciabili - È meglio evitare di fare pagamenti anticipati, se non si è assolutamente sicuri del venditore. Vanno sempre preferiti i metodi di pagamento sicuri e tracciabili, come PayPal e/o carta di credito. Il pagamento con carta di credito consente, laddove si verificassero problemi nella consegna o con il prodotto, di richiedere il chargeback e ottenere lo storno della transazione.
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 10 febbraio 2022
Dal 2016 sono stati 30 mila gli avvocati, i difensori dei diritti umani e giornalisti sorvegliati con lo spyware Pegasus. Ma il software israeliano non è l'unico usato per entrare nelle organizzazioni mediatiche. Ecco i consigli per proteggersi.
I giornalisti di Times, Sun, Wall Street Journal e New York Post sono stati hackerati. La casa madre, la NewsCorp di Rupert Murdoch, ritiene che tale attacco sia parte di un'operazione di spionaggio collegata a una nazione estera, presumibilmente la Cina, ed esprime la propria preoccupazione per la sicurezza dei suoi giornalisti. Secondo Toby Lewis, direttore Threat Analysis di Darktrace: "Quando gli attacchi avvengono contro i media, hanno un puro scopo di spionaggio, il vero obiettivo non sono i giornalisti, ma le loro fonti".
Hanno pensato questo i giornalisti ungheresi che chiedono al proprio governo di non essere spiati da Pegasus, lo spyware milionario più famoso al mondo e al centro di un'aspra querelle giudiziaria in Israele per essere stato usato contro alti funzionari statali.
Il fatto è che troppo spesso giornalisti, politici, difensori dei diritti umani e attivisti sono vittime di spyware come Pegasus (30 mila dal 2016), Chrysaor, Phantom e i cosiddetti "software di sorveglianza legale". Costin Raiu, direttore del Kaspersky's Global Research and Analysis Team, ha raccolto una serie di suggerimenti per insegnare ai giornalisti come proteggere i propri dispositivi.
1) Prima di tutto è importante riavviare quotidianamente i dispositivi mobili. I riavvii aiutano a "pulire" il dispositivo, e gli attaccanti dovranno continuamente reinstallare Pegasus sul dispositivo, rendendo più probabile il rilevamento del virus da parte dei sistemi di sicurezza.
2) Mantenere il dispositivo aggiornato e installare le ultime patch non appena escono. In realtà, molti dei kit di exploit prendono di mira vulnerabilità che hanno già installato le patch, ma rappresentano comunque un pericolo per coloro che usano telefoni più vecchi e rimandano gli aggiornamenti.
3) Non cliccare mai sui link ricevuti via messaggio. Alcuni clienti di Pegasus si affidano agli exploit 1-click più che a quelli zero-click. Questi arrivano sotto forma di messaggio, a volte via Sms, ma a volte anche tramite altre applicazioni o addirittura via e-mail. Se ricevete un SMS ambiguo (da chiunque) contenente un link, apritelo su un computer, preferibilmente utilizzando Tor Browser, o meglio ancora utilizzando un sistema operativo sicuro non residente come Tails.
4) Inoltre è importante non dimenticare di utilizzare un browser alternativo per la ricerca sul web. Alcuni exploit infatti non funzionano così bene su browser come Firefox Focus (o altri) rispetto a browser più tradizionali come Safari o Google Chrome.
5) Usare sempre una VPN. Con la Virtual Private Network sarà più difficile per gli attaccanti colpire gli utenti in base al loro traffico Internet. Sceglie bene la Vpn da un'azienda nota, che accetti pagamenti con criptovalute e che non richieda di fornire alcuna informazione di registrazione.
6) Installare un'applicazione di sicurezza che controlli e avvisi se il dispositivo è jailbroken. Per fare presa su un device, gli attaccanti che usano Pegasus spesso ricorrono al jailbreak del dispositivo preso di mira. Il jailbreak permette di installare software e pacchetti di terze parti, non firmati e autorizzati dal venditore. Se un utente ha un sistema di sicurezza installato, può essere avvisato dell'attacco.
7) Gli esperti di Kaspersky raccomandano agli utenti iOS a rischio anche di disabilitare FaceTime e iMessage: trattandosi di servizi abilitati di default, sono meccanismi di diffusione per gli attacchi zero-click, quelli che per essere efficaci non richiedono alcuna azione da parte del bersaglio, nemmeno un semplice "click".
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