di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 11 febbraio 2022
La fotografia del Dipartimento dell'Organizzazione giudiziaria arriva nell'anniversario del diritto a diventare magistrate per le donne, era il 1963. Le donne sono ora la maggioranza in magistratura. Su un totale di 9.624 magistrati in servizio, 5308 sono donne contro i 4316 ruoli ricoperti da uomini. Una percentuale pari al 55%. Il sorpasso viene segnalato dal Ministero della Giustizia sul proprio sito istituzionale.
Il comparto "femminile" tuttavia resta al palo negli incarichi direttivi. Nei ruoli giudicanti (totale 247), per esempio, solo il 32% ricopre posizioni apicali contro il 68% degli uomini. Valori simili si trovano anche nel 'semidirettivo' dove la percentuale sale fino al 48% ma resta sempre sotto il 52% raggiunto dai colleghi maschi. Se guardiamo però ai magistrati ordinari i numeri cambiano: su 5.959 toghe 2.396 sono uomini e 3.563 donne, e cioè i maschi si fermano al 40% mentre le femmine salgono al 60%.
Ugualmente per quanto riguarda gli incarichi direttivi dei magistrati requirenti (totale 176): a rivestire posizioni apicali è solo il 22% delle donne contro il 78% degli uomini. Mentre negli incarichi semidirettivi la percentuale delle donne cresce un pochino sino ad arrivare al 28%. Negli ordinari invece le donne tornano nuovamente in vantaggio sugli uomini: sono 1.000 contro 971, il 51% contro il 49%.
Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica il numero più alto di donne si registra al Nord dove sono 1.724 contro 1.259 uomini, pari cioè al 58% del totale. Segue il Sud con 2.093 donne e 1.607 uomini, pari al 57%. La percentuale invece è praticamente uguale al Centro dove le donne sono 1.180 e gli uomini sono 1.194, con un saldo minimo dunque a favore dei colleghi maschi. La fotografia stilata dal Dipartimento dell'Organizzazione giudiziaria arriva nel giorno in cui ricorre l'anniversario del diritto a diventare magistrate per le donne.
Con la legge n. 66 approvata il 9 febbraio del 1963, infatti, venne stabilito anche per le donne il diritto di indossare la toga. A scandire la svolta è l'articolo 1 della legge che recita: "La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 febbraio 2022
"Note in tema di prescrizione e di efficienza del processo", a cura di Francesco Trapella, avvocato e titolare di un laboratorio sulla violenza di genere all'Università di Chieti-Pescara, è la seconda puntata - dopo quella intitolata "Riforme, statistiche e altri demoni" con una intervista alla professoressa Cristiana Valentini di un approfondimento che la rivista giuridica Archivio penale sta portando avanti in tema di riforme. Se, numeri alla mano, la maggioranza delle prescrizioni arriva davanti ai gip e ai gup perché la riforma Cartabia ha toccato l'appello?
La recente riforma del processo penale ha messo mano all'appello, come se il problema delle prescrizioni alloggiasse in quella fase. Lei ritiene che non sia così. Perché?
La riforma Cartabia, come le precedenti Bonafede e Orlando, punta l'accento sui tempi dei giudizi di appello. Leggendo le dichiarazioni di chi, in Parlamento, promuoveva quegli interventi normativi viene esaltato il dato che, in un caso su quattro, le corti di secondo grado dichiarano la prescrizione e che tanto favorisce l'impunità di chi tenta di guadagnare un proscioglimento sfruttando l'affanno degli uffici distrettuali, a discapito dei più elevati principi di giustizia consacrati nella Costituzione. Eppure, se confrontiamo i numeri delle prescrizioni dichiarate nelle varie fasi del rito penale, ci si accorge che il fenomeno si presenta in modo senz'altro maggiore durante le indagini o nel corso del primo grado.
Ci può spiegare bene: in quale fasi avvengono le maggiori prescrizioni?
Esaminando il periodo tra il 2014 e il 2020, le sezioni Gip/ Gup dei tribunali hanno dichiarato una percentuale oscillante tra il 46% del 2019 e il 62% del 2014 di tutte le prescrizioni pronunciate nel Paese; per le sezioni dibattimentali del primo grado il valore è compreso tra il 19% del 2014 e il 27% del 2020; la restante parte - più o meno il 25% - spetta alle corti d'appello. E il dato conferma il trend del periodo precedente: basti pensare che nel 2004 l' 87% delle prescrizioni fu dichiarato dalle sezioni Gip/ Gup e solo il 4% dalle corti di secondo grado. Insomma, è da vent'anni almeno che la maggioranza delle prescrizioni occorre davanti ai giudici delle indagini o dell'udienza preliminare.
Questi dati come si spiegano e cosa ci dicono?
Questi dati riflettono un quadro di sostanziale inefficienza che deriva dalla gestione delle indagini; è lì che si registrano ritardi importanti, che poi vengono ereditati dalle sezioni Gip/ Gup e dibattimentali, aggiungendosi alle criticità da cui, a propria volta, sono afflitte. L'obbligatorietà dell'azione penale impone di perseguire tutto; esistono, poi, prassi capaci di allungare i tempi: se una notizia di reato viene iscritta a mod. 45, può rimanere lì a tempo indeterminato e i termini per il compimento delle indagini iniziano a decorrere se e quando la notizia passa a mod. 21; trasferimenti, aspettative e collocamenti fuori ruolo dei magistrati, poi, riducono gli organici senza la certezza di un immediato turnover.
Quindi non è colpa degli avvocati presunti azzeccagarbugli se i processi sono lenti?
Direi di no. Nel 2019 una ricerca Ucpi rilevava come una delle più frequenti cause di rinvio fossero i vizi di notifica. Se lei immagina un procedimento in cui ad un paio di difetti di questo tipo, magari occorsi in udienza preliminare, si aggiungono due o tre congedi dei giudici dibattimentali affidatari del fascicolo, la prescrizione occorre senza che il difensore abbia assunto iniziativa di sorta. I rinvii e le lungaggini determinate dall'inefficienza degli uffici non sono mai addebitabili all'imputato. Peraltro non si dimentichi che la richiesta di un rinvio proveniente dalla difesa sospende il termine prescrizionale, quindi direi che le iniziative difensive hanno pochissima parte nel fenomeno di cui stiamo parlando.
In base a quello che lei ci sta dicendo, abbiamo fatto una riforma partendo dal presupposto sbagliato. Come è possibile?
Non una, ma almeno tre. E mi fermo agli ultimi cinque anni. Quel che è mancato è stata una visione organica del fenomeno processuale; si sono preferiti piccoli ritocchi e si è diffusa l'illusione che efficienza significhi tempi brevi a tutti i costi, anche a detrimento delle difese. Si è fatto leva su un sentimento "di pancia", dell'uomo qualunque che vuole la testa del colpevole, sempre e comunque. Perché un colpevole deve esserci. Salvo rendersi conto di quanti e quali siano i problemi non appena, per ventura, sia coinvolto nel complicato meccanismo della giustizia penale, sia come accusato che come vittima.
Qual è la lezione che l'equivoco delle ultime riforme dovrebbe lasciare alla politica?
Probabilmente sarebbe stato bene, anzi sarà bene in futuro, rivedere l'obbligatorietà dell'azione penale, responsabilizzare la vittima estendendo i reati perseguibili a querela, depenalizzare e decriminalizzare, finalmente prendendo coscienza che non tutto può essere penale, e incentivare la mediazione attraverso la formazione di personale adeguatamente addestrato. Tutto questo richiede risorse che sarà indispensabile investire. Così come altrettanto pressante è il richiamo che giunge dai concorsi per l'accesso alla magistratura o dagli esami per l'abilitazione forense, che evidenziano diffuse carenze nella preparazione dei più giovani. Come vede, le questioni sono tante e tutte necessarie a garantire una giustizia di qualità.
Ma quest'ultima riforma penale migliorerà o no il sistema giustizia?
Sicuramente ci sono degli spunti interessanti, ma la sensazione è che si fraintenda ancora il concetto di efficienza. Anche l'improcedibilità in appello, al di là del dibattito sulla sua legittimità costituzionale, è una sorta di resa dello Stato dinanzi ad un processo inefficiente. Penso che sarebbe meglio indagare realmente le criticità del sistema e intervenire su di esse. Per esempio, nella riforma non c'è nulla che possa arginare le prassi di cui parlavamo, dell'iscrizione a mod. 45 o dell'avvio dell'inchiesta contro ignoti, magari per compiere attività che richiederebbero l'intervento delle difese senza, però, coinvolgerle. La riforma tace poi sull'organizzazione degli uffici dibattimentali: la soluzione ai frequenti cambi di giudice in corso di processo è stata individuata dalla giurisprudenza nel permettere al giudizio di proseguire indisturbato, senza permettere al nuovo giudice di acquisire le prove, con l'idea che debba accontentarsi dell'attività svolta dal predecessore. Ma io, come difensore, vorrei che a decidere fosse chi avesse seguito tutto il processo: è il principio di immediatezza, molto banalmente. Come vede, i temi sono tanti e sono tutti collegati: per dare risposta alla domanda di efficienza e di qualità nella giustizia bisogna prenderli tutti in considerazione, senza piccoli interventi qua e là, ma con una visione di insieme del procedimento penale, delle sue funzioni e delle sue attuali debolezze.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2022
Il discorso ecumenico di Sergio Mattarella, in occasione del suo nuovo insediamento alla Presidenza della Repubblica, ha colpito non solo per i suoi contenuti, ma anche per la mole imponente di applausi rovesciata su di lui dal Parlamento in seduta comune che lo aveva appena rieletto. Le interruzioni per "acclamazione" sono state oltre 50, con una serie di prolungate ed entusiastiche standing ovation in piedi.
La sfrenata - si può dire? - esultanza dei nostri politici lascia trasparire con tutta evidenza stati d'animo singolari. Nel senso che sembrano essere stati più che altro comodi applausi di autoassoluzione e autoassicurazione, una sorta di deresponsabilizzazione di sé con contestuale scarico di ogni responsabilità sulle spalle larghe del neoeletto. Con il pericolo, rilevato da alcuni acuti osservatori, che in questo modo si finisca per dar vita a una pericolosa "politicizzazione" del ruolo del capo dello Stato, a scapito delle sue peculiari funzioni di garanzia.
La più clamorosa, pressoché interminabile standing ovation si è avuta quando il presidente (secondo alcuni cronisti) ha preso a schiaffi la giustizia italiana. Ora, è vero che Mattarella ha detto al riguardo cose anche giuste e certamente forti (tra l'altro riprendendo alcuni concetti già esposti, per esempio al Csm), ma è non meno vero che si è determinata una situazione quasi surreale: nel senso che ad applaudire senza freni Mattarella, mentre parlava di degenerazione e perdita di credibilità della magistratura per la diffusione delle "appartenenze", causa delle degenerazioni correntizie, c'erano anche i moltissimi politici che non hanno avuto mai nulla da ridire dei loro colleghi che hanno svolto un ruolo attivo nella riunione all'Hotel Champagne con Palamara. Per cui, va bene (si fa per dire) lapidare la magistratura, ma anche in questo caso dovrebbe valere il detto evangelico "chi è senza peccato scagli la prima pietra" (o il primo applauso...).
Più in generale non si può fare a meno di osservare che la sacrosanta richiesta di riforma del sistema elettorale del Csm dovrebbe - per coerenza logica e buon senso comune - investire non soltanto la componente togata (i magistrati) ma anche la componente laica (avvocati e professori universitari, talora politici e persino parlamentari in carica), eletta dal Parlamento con puntigliosa e unanime applicazione della spartizione prevista dall'intramontabile manuale Cencelli. Anche questa "appartenenza", in un organo di "governo autonomo" della magistratura, dovrebbe preoccupare, o no? Invece nessuno ne parla: men che mai i politici che si spellano le mani se a essere attaccati sono quegli antipatici dei magistrati. Figuriamoci poi gli epigoni di Berlusconi, da sempre all'avanguardia nella delegittimazione pregiudiziale dei giudici, soprattutto quelli che abbiano avuto la cattiva sorte di doversi occupare professionalmente di Lui o di suoi sodali.
Del resto, gli attacchi alla magistratura ordinaria e in particolare al suo Csm (per le cui innegabili gravi disfunzioni ci vorrebbero vere riforme e non blitz punitivi o l'incostituzionale sorteggio) possono persino risultare, in buona sostanza, discriminatori e strumentali: se si pensa a quanto denunziato da Sergio Rizzo a proposito della magistratura amministrativa (Tar e Consiglio di stato) nel saggio Potere assoluto edito da "Solferino".
Dove, tra l'altro, si legge che - le citazioni sono tratte da una recensione di Luca Fazzo - i giudici amministrativi "da una parte si muovono al di fuori di ogni controllo, rendendo conto solo a se stessi; dall'altra sono però legati da un cordone ombelicale al mondo della politica". Perché i giudici amministrativi sono "in buona parte dei ministeri e del governo". Sono "dentro gli uffici legislativi dei ministeri, scrivono le norme che essi stessi sono poi chiamati ad applicare; le loro carriere incrociano quelle della politica e ovviamente ne vengono condizionate". Anche qui con tanto di "porte girevoli", cioè di giudici amministrativi che vanno in politica e poi tornano a rimettersi la toga. Con il tocco finale di un Csm dei giudici amministrativi (il Consiglio di presidenza) che presenta storture molto simili a quelle del Csm ordinario.
Eppure tutto questo non allarma nessuno. Fulmini e saette sulla giustizia ordinaria e silenzio assoluto invece sui problemi che pone quella amministrativa. Altro che la classica pagliuzza contrapposta alla trave. Qui le travi sono due e meriterebbero di essere denunziate entrambe: senza strabismi.
consiglio.regione.lazio.it, 11 febbraio 2022
Il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Anastasìa: "Le relazioni affettive delle persone detenute costituiscono un sostegno fondamentale nell'affrontare l'esperienza della carcerazione. Questa proposta di legge interviene su tare storiche del nostro sistema penitenziario"
"Si tratta di una iniziativa legislativa importante, indicativa della attenzione istituzionale del Consiglio e della Regione Lazio alle condizioni di detenzione e ai diritti delle persone private della libertà". Così Stefano Anastasìa, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, sulla mozione 552 del 17 dicembre 2021 approvata oggi dal Consiglio regionale, avente ad oggetto la presentazione al Parlamento di una proposta di legge sulla "Tutela delle relazioni affettive e della genitorialità delle persone ristrette".
La mozione, d'iniziativa del presidente, Marco Vincenzi, e dei vicepresidenti Devid Porrello e Giuseppe Emanuele Cangemi, è stata sottoscritta durante i lavori dell'Aula anche dalle consigliere Marta Bonafoni, Marietta Tidei, Michela Califano, Marta Leonori e dai consiglieri Alessandro Capriccioli, Loreto Marcelli, Giuseppe Simeone, Mauro Buschini, Orlando Tripodi, Valerio Novelli è stata approvata con 24 voti a favore un astenuto. La proposta di legge allegata alla mozione prende le mosse dalla ricerca dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale, realizzata con la condivisione e il supporto del Garante dei detenuti e della Presidenza del Consiglio regionale, "Affettività e carcere. Un progetto di riforma tra esigenze di tutela contrapposte", presentata in sala Mechelli lo scorso 30 novembre.
"Le relazioni affettive delle persone detenute - prosegue il Garante Anastasìa -, che costituiscono sostegno fondamentale nell'affrontare l'esperienza della carcerazione e il principale tramite con il mondo esterno e per il reinserimento sociale a fine pena, sono state messe a dura prova da questi due anni di pandemia.
La proposta di legge indirizzata oggi dal Consiglio regionale del Lazio al Parlamento nazionale - grazie al prezioso contributo dell'Università di Cassino e della dottoressa Sarah Grieco, che ne ha coordinato il gruppo di lavoro dedicato - interviene su tare storiche del nostro sistema penitenziario (l'impossibilità di coltivare relazioni intime e sessuali, la limitatezza dei tempi di comunicazione telefonica, l'impossibilità per i detenuti di partecipare a momenti importanti della vita familiare, come una laurea o un matrimonio di un figlio o di un nipote) e assume la lezione della pandemia prevedendo la possibilità di sostituire alle telefonate i video-colloqui sperimentati in questi mesi.
Si tratta di proposte in linea con quanto indicato dalla Commissione ministeriale per l'innovazione del sistema penitenziario e che si andranno ad aggiungere a quelle avanzate tempo fa dal Consiglio regionale della Toscana e già all'ordine del giorno del Senato. L'auspicio - conclude Il Garante Anastasìa - che possano essere esaminate e discusse in questa fine legislatura, anche come segno di attenzione alle persone detenute e alle gravissime condizioni di sofferenza a cui sono stati costrette da questi due anni di pandemia".
La mozione del Consiglio regionale
Come previsto dall'articolo 121 della Costituzione e dall'articolo 23 dello Statuto della Regione Lazio, il Consiglio regionale ha così deliberato di presentare al Parlamento una proposta di riforma della normativa in materia di rapporti tra le persone detenute e i propri affetti.
"Insufficienti sono considerati gli spazi verdi dotati di attrezzatura per bambini e i colloqui telefonici, di soli dieci minuti ciascuno, con costi sproporzionati e in assenza di privacy", è quanto si legge mozione nella quale sono ricordati i risultati della ricerca svolta dall'Università di Cassino e del Lazio meridionale, in quattro istituti penitenziari del Lazio con interviste a oltre 200 detenuti e operatori penitenziari.
"Inadeguati gli spazi per l'affettività - si legge ancora nella mozione -, inesistenti quelli per l'intimità, considerata dalle persone detenute fondamentale per preservare il rapporto con il proprio partner. Gestite da operatori esterni, sono a pagamento le email sia in uscita sia in entrata. Le restrizioni e i contatti con il mondo esterno sono considerati inadeguati dalla maggior parte delle persone detenute intervistate".
Il testo della proposta di legge
La proposta di legge del Consiglio regionale, "Tutela delle relazioni affettive e della genitorialità delle persone ristrette", si compone di cinque articoli ed è destinata a riformare le principali modalità di contatto dei ristretti con i propri affetti, intervenendo sulle norme della legge 354 del 26 luglio 1975 sull'ordinamento penitenziario e su quelle del relativo regolamento. Tra le modifiche che si vogliono introdurre, si disciplina innanzi tutto l'istituto della "visita", in modo da garantire ai detenuti relazioni affettive intime e riservate, stabilendo che - si legge all'articolo 1, "i detenuti e gli internati hanno diritto ad una visita al mese, della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro ore, delle persone autorizzate ai colloqui".
Pertanto, si propone l'allestimento di "apposite unità abitative, appositamente attrezzate all'interno degli istituti penitenziari, con percorsi dedicati ed esterni alle sezioni, senza controlli visivi e auditivi", come si legge nella proposta di legge, in cui i detenuti possano coltivare il loro diritto all'affettività e alla sessualità, così come avviene in molti paesi europei, come Norvegia, Danimarca, Germania, Olanda, Francia, Spagna, Croazia e Albania.
La proposta di legge del Consiglio regionale interviene anche sull'istituto del "permesso di necessità", ripensando il beneficio, oggi previsto "per eventi di particolare gravità", anche per circostanze importanti della vita familiare e quindi come mezzo trattamentale, per "favorire il mantenimento dei rapporti con la famiglia", e introduce ex novo il "permesso familiare", della durata non superiore a dieci giorni per semestre di carcerazione, che il magistrato di sorveglianza può concedere al condannato, per "coltivare specificamente interessi affettivi e da trascorrere con i soggetti autorizzati al colloquio". Altra novità la uniformazione a 14 anni della soglia dell'età minorile massima per l'accesso a particolari facilitazioni nelle relazioni con i genitori detenuti, attualmente oggetto di una disomogeneità normativa che genera confusione.
In materia di comunicazioni con l'esterno, s'intende estendere dagli attuali dieci a venti minuti il tempo massimo di durata delle telefonate, con frequenza non inferiore a tre volte a settimana e stabilire che il costo delle telefonate non siano più a carico delle persone detenute ma dell'amministrazione penitenziaria, oltre che ci siano una o più linee dedicate ai soli minori di anni 14 che vogliono mettersi in contatto con i propri genitori. Si mira infine all'istituzione in via definitiva del collegamento audiovisivo con tecnologia digitale, ampiamente utilizzato in via eccezionale durante la crisi sanitaria determinata dall'emergenza Covid-19, come modalità alternativa alla corrispondenza telefonica e di pari durata.
di Salvo Buttitta
Corriere del Mezzogiorno, 11 febbraio 2022
La donna di 29 anni detenuta al carcere di Gazzi a Messina era coinvolta nell'inchiesta sullo spaccio di droga a Catania. Una donna di 29 anni si è suicidata nella sua cella del carcere di Gazzi, a Messina, dove era in custodia cautelare nell'ambito di un'operazione antidroga eseguita nei giorni scorsi a Catania. Per togliersi la vita ha usato le lenzuola. Era indagata per concorso in spaccio di sostanze stupefacenti. La 29enne era stata interrogata dal Gip per la convalida del provvedimento e aveva reso dichiarazioni spontanee.
La Procura di Messina ha aperto un'inchiesta per istigazione al suicidio contro ignoti e disposto il sequestro della cella. I familiari della vittima sono assistiti dall'avvocato Enzo Mellia del foro di Catania. Un precedente: per un suicidio in cella nel 2001, sempre al carcere di Gazzi, c'è stata recentemente una sentenza della Corte di Strasburgo a favore dei familiari della vittima, benché la giustizia ordinaria italiana avesse scagionato da ogni responsabilità il penitenziario.
Il blitz - E' recente l'operazione antidroga tra Catania e Mascalucia. l carabinieri del Comando Provinciale di Catania hanno eseguito un'ordinanza nei confronti di 13 persone accusati a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagine ha riguardato il periodo da ottobre 2020 a maggio 2021. Tra i dodici soggetti colpiti dall'ordinanza cautelare, anche un'unica donna assieme al fidanzato, solo uno degli arrestati è stato sottoposto alla misura coercitiva degli arresti domiciliari. Quattro tra gli accusati sono risultati essere percettori del reddito di cittadinanza.
Giornale di Sicilia, 11 febbraio 2022
Un altro detenuto del carcere Ucciardone trovato in cella con la corda attorno al collo, a distanza di 3 giorni dal suicidio del giovane di 25 anni. Ha tentato di togliersi la vita, ma gli agenti della polizia penitenziaria e i medici del carcere sono riusciti a togliergli il lenzuolo attorno al collo. L'uomo, 31 anni, è stato portato d'urgenza dal 118 all'ospedale Villa Sofia dove si trova intubato in condizioni critiche.
Martedì scorso invece la tragedia in carcere non era stata evitata. Il giovane avrebbe scelto il momento del cambio turno degli agenti della polizia penitenziaria per compiere il suicidio. Il personale montante si è accordo di quel che era successo quando ha distribuito il cibo. Dall'Ucciardone hanno fatto sapere che si trattava di un ragazzo psicologicamente provato che era già seguito da figure professionali specifiche.
L'inchiesta sul detenuto morto suicida martedì scorso - Sul caso del ragazzo morto suicida intanto è stata aperta un'inchiesta, come ha scritto ieri il Giornale di Sicilia, ma è al momento contro ignoti. Il pubblico ministero Vittorio Coppola darà incarico al medico legale di eseguire l'autopsia. Il giovane era in carcere per un cumulo pene, furti e rapine che gli erano costati una condanna che sarebbe terminata fra due anni e 8 mesi. Il legale dei suoi familiari ha fatto sapere come i parenti avessero da tempo lanciato l'allarme sulle sue condizioni. È emersa, infatti, la relazione di uno psicologo che aveva rilevato una "difficoltà psico-emotiva" e un "disturbo del comportamento". A febbraio del 2020 era stato necessario un ricovero in ospedale, mentre il 28 aprile era partita un'istanza al giudice di sorveglianza per segnalare "condizioni di salute incompatibili col regime carcerario".
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha sottolineato che si trattasse di un detenuto a rischio ricordando che è il "nono suicidio del 2022. Faceva parte di quei detenuti cosiddetti problematici e a rischio suicidario a cui mancava poco per terminare la pena. Misure per il carcere e misure distensive per ridurre il sovraffollamento non sono più rinviabili".
di Marco Galvani
Il Giorno, 11 febbraio 2022
Un tunisino si sarebbe ucciso inalando il gas del suo fornelletto da campo Il sindacato di polizia penitenziaria denuncia: "Preoccupati dal disinteresse". Si sarebbe tolto la vita nel bagno della sua cella, inalando il gas di un fornelletto. Quando il suo compagno di cella lo ha trovato riverso sul pavimento, ormai non c'era più nulla da fare.
In ogni caso la Procura di Monza ha disposto l'autopsia per non lasciare dubbi sulla morte di un detenuto tunisino di 33 anni avvenuta la notte scorsa nella casa circondariale di via Sanquirico. "Non mi sento di affermare che si sia trattato di un suicidio, la magistratura farà in ogni caso chiarezza" dice però all'Agi la direttrice Maria Pitaniello.
Secondo le prime indagini, coordinate dal pm Stefania Di Tullio, l'uomo - che avrebbe finito di scontare la sua condanna per omicidio nel dicembre del 2024 - è stato trovato riverso nel bagno della cella, il suo compagno di detenzione non si sarebbe accorto di nulla. Nel cestino accanto al corpo è stata ritrovata una bomboletta di gas vuota. "È il secondo suicidio di un detenuto dall'inizio dell'anno a Monza, il decimo in Italia, e tutto questo nell'indifferenza sostanziale della politica, del ministero della Giustizia e del Governo - denuncia Gennarino De Fazio, segretario generale della Uil Pa Polizia Penitenziaria. Mentre al Ministero si istituiscono commissioni dalla denominazione altisonante, i cui lavori spesso si perdono nei cassetti e di cui sarebbe interessante conoscere anche i costi, nelle prigioni sono ancora in uso i fornelletti da campo, quasi a confermare che si tratti di veri e propri campi di battaglia".
"Noi agenti siamo preoccupati dal disinteresse verso quello che accade ogni giorno all'interno del carcere - lamenta Domenico Benemia della segreteria regionale della Uil. Tra suicidi, anche tentati, e aggressioni verso il personale in divisa, c'è un allarme sociale che non vogliamo venga scaricato esclusivamente sulle spalle della polizia penitenziaria".
"Noi - conclude De Fazio - continuiamo a dire che bisogna smetterla con le chiacchiere e le passerelle e dare segno di presenza dello Stato con provvedimenti concreti ed emergenziali che si pongano l'obiettivo di rifondare il modello d'esecuzione penale, e riorganizzare, potenziandolo, il corpo di polizia penitenziaria". E probabilmente, "più personale permetterebbe maggiori controlli". In via Sanquirico sono in servizio 320 agenti. Certo, "con qualche sacrificio possiamo anche dire di non essere sotto organico, ma con una sezione in più da gestire (l'ex detentivo femminile che dovrebbe ospitare circa 90 persone a 'custodia attenuata') è necessario l'arrivo di almeno altri 30 agenti".
Partendo dal fatto che oggi nelle 16 sezioni del carcere di Monza ci sono oltre 600 detenuti, la metà stranieri. Duecento in più rispetto alla capienza regolamentare prevista dal Ministero.
livesicilia.it, 11 febbraio 2022
Si è impiccata. Nella sua cella. Non aveva ancora 30 anni Manuela Agosta. Martedì notte è stata arrestata per spaccio nell'ambito di un blitz antidroga. È durata meno di quarantotto ore la sua vita da detenuta. L'estremo gesto è arrivato dopo l'interrogatorio di garanzia davanti al gip avvenuto - visto la pandemia- con collegamento da remoto. Pare che la giovane donna piangesse in continuazione, sin dal suo ingresso nella sezione femminile dellistituto penitenziario di Messina/Gazzi. Ieri sera è arrivata la telefonata dai vertici del carcere: "Sua figlia è deceduta, è stata trovata impiccata nella sua cella". Un dolore infuocato per i genitori che questa mattina hanno depositato un esposto ai carabinieri di Catania e alla Procura della Repubblica di Messina chiedendo che "siano espletate indagini approfondite su tutti contorni della dolorosa vicenda".
La mamma e papà di Manuela hanno affidato l'incarico all'avvocato Vincenzo Mellia del foro di Catania. Qualora emergessero profili di reato i familiari chiedono di essere informati "di ogni attività istruttoria per l'esercizio dei nostri diritti". La prima cosa da verificare è se la ragazza ha svolto il previsto colloquio psicologico di primo ingresso. Ma inoltre dietro questa vicenda ci sarebbero stati evidenti e documentati problemi di sofferenza psicologica della ventinovenne. Questa storia merita di essere approfondita. E la famiglia pretende giustizia. Il caso, intanto, ha sollevato il dibattito sulle scelte di applicazione della custodia cautelare in carcere per determinate posizioni e reati. Quello accaduto a Gazzi è il secondo suicidio avvenuto nelle carceri siciliane in pochi giorni. L'altro è avvenuto all'Ucciardone. Forse è tempo di rialzare le antenne sulla vita dietro le sbarre.
di Francesco Bei
La Repubblica, 11 febbraio 2022
La Consulta e gli otto quesiti su diritti e giustizia. Superata la boa del Quirinale, con l'amministrazione del Pnrr lasciata nelle mani di Mario Draghi, le forze politiche hanno concentrato l'attenzione su un appuntamento decisivo ma quasi scomparso dal dibattito quotidiano. Martedì prossimo, infatti, i 15 giudici della Corte costituzionale, guidati ora da Giuliano Amato, dovranno vagliare l'ammissibilità di 8 quesiti referendari. Una riunione che tiene tutta la politica e i vertici istituzionali con il fiato sospeso perché, da quella decisione, potranno derivare a caduta conseguenze molto rilevanti.
Parliamo anzitutto del tema della giustizia, oggetto di sei quesiti su otto, quelli presentati dal partito radicale e dalla Lega. Proprio oggi la ministra Cartabia porterà in Consiglio dei ministri la versione definitiva degli emendamenti al ddl di riforma del Csm incagliato in Parlamento dal 2019. Basta leggere le anticipazioni per capire quanto la "riforma" Cartabia sia ben poca cosa rispetto allo tsunami che investirebbe la magistratura con l'approvazione dei sei quesiti, primi fra tutti quelli sulla separazione delle carriere, la responsabilità civile dei giudici, i limiti alla custodia cautelare, l'abrogazione della legge Severino.
Tuttavia, al di là del merito dei quesiti, la questione più importante da sollevare alla vigilia della riunione della Consulta è un'altra. E ha a che vedere con quella crisi della democrazia così acutamente analizzata di recente dall'Economist. Anche in Italia i segnali di una crescente disaffezione verso la rappresentanza democratica abbondano da anni, solo a volerli vedere. Ci eravamo quasi dimenticati della scarsa partecipazione al voto nelle ultime amministrative di ottobre, che è arrivata la gelata delle suppletive nel centralissimo collegio elettorale della Capitale, dove ha votato soltanto l'11 per cento degli aventi diritto.
Se i giudici costituzionali consentissero al popolo di esprimersi sui referendum, si aprirebbe nel Paese un vivace dibattito pubblico, le forze politiche si dividerebbero, com'è normale che sia, anche al loro interno; sarebbe una grande festa di democrazia e partecipazione. Pensiamo ai due referendum sui "diritti": il primo prevede la depenalizzazione della coltivazione e del consumo personale della cannabis (resterebbe punito lo spaccio), il secondo legalizzerebbe in Italia l'eutanasia a tre anni dal caso di dj Fabo. Sono quesiti che hanno ricevuto un importante sostegno tra i più giovani, corsi in massa a firmare anche online: il referendum sull'eutanasia è stato sottoscritto da un milione e duecentomila persone, quello sulla cannabis da 630 mila. In tempo di disimpegno dei giovani, di chiusura "causa Covid" delle piazze, salvo la recente mobilitazione studentesca, sarebbe davvero uno spettacolo assistere a un risveglio democratico di ragazze e ragazzi rimasti da anni in una sorta di ibernazione civile.
Se ammessi i referendum sarebbero votati in primavera, in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno. Sarebbe ragionevole prevedere a quel punto un election day per abbinare i quesiti alle amministrative che coinvolgono un migliaio di Comuni. E sarebbe divertente scommettere se, una volta tanto, fossero i referendum a trainare l'affluenza alle urne per le amministrative, anziché il contrario come vuole la vulgata.
E veniamo alle possibili conseguenze politiche, quelle che interessano di più i partiti. Certo, è prevedibile che il risultato referendario abbia l'effetto di uno scossone su tutto il sistema. Ma si sbaglierebbe a dare per scontata una crisi della maggioranza e quindi un pericolo per il governo Draghi. L'esecutivo è neutrale, non è affatto coinvolto nella campagna, nessuno degli otto referendum cancella una legge dell'agenda Draghi, nessuno conosce il pensiero del presidente del Consiglio sui singoli quesiti.
Se sui diritti civili e sulla giustizia le forze politiche sono paralizzate dai veti reciproci - come si è visto sul disegno di legge Zan - perché dovrebbe essere visto come un pericolo lasciare che a sciogliere questioni di coscienza siano finalmente i cittadini? Al contrario, il sistema si riconnetterebbe con la base e la democrazia farebbe un passo in avanti. Sperare che in questo Parlamento accada il miracolo è una pia illusione. Lo abbiamo appena constatato con l'ennesimo rinvio sulla legge per il "suicidio assistito", che vede gli stessi numeri di blocco del ddl Zan. Dunque auguri ai giudici che martedì si chiuderanno in camera di consiglio. Ricordando a noi stessi che l'articolo 75 della Costituzione dice che sono inammissibili soltanto i referendum "per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali". Altro la Carta non aggiunge. Per citare il Vangelo di Matteo, "il di più viene dal Maligno".
di Liana Milella
La Repubblica, 11 febbraio 2022
Alla Consulta si sono già divisi i 'compiti'. Gli otto referendum che martedì 15 febbraio approderanno al plenum dei 15 giudici costituzionali, sotto la nuova presidenza di Giuliano Amato, per deciderne il destino - ammissibili, in parte ammissibili, oppure del tutto da bocciare - hanno già un relatore. Uno per ciascun quesito, tranne in un caso. Dunque 7 relatori per 8 referendum. Al momento questa è l'unica certezza in una Corte blindata dove non trapela un fiato sui possibili esiti. "Saprete quando decideranno" è la secca risposta al tentativo di cavare qualche indiscrezione. E le decisioni, com'è ormai regola, saranno diffuse alla fine del conclave, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa giornata. Dunque, a partire da martedì.
La "squadra" - Cominciamo dall'unica certezza, i 'padri' e le 'madri' di ciascun referendum. Vediamo quelli che hanno la matrice Radical-leghista, riguardano la giustizia e rappresentano la sfida del duo Salvini-Bongiorno contro lo status quo. Il quesito sulla separazione delle carriere - ma meglio sarebbe dire sulla la separazione delle funzioni - è stato affidato al costituzionalista e appena nominato vice presidente Nicolò Zanon. Che ha in carico anche il referendum sull'elezione dei componenti del Csm. Mentre sarà il costituzionalista bolognese Augusto Barbera a occuparsi della responsabilità civile dei magistrati. Tocca alla lavorista e fresca vice presidente Silvana Sciarra la questione dei consigli giudiziari. Mentre l'altra vice presidente, l'amministrativista Daria de Pretis, affronterà il quesito sull'abolizione della legge Severino, lei che proprio su questa legge ha già scritto due sentenze confermandone la costituzionalità. Sarà il civilista in arrivo dalla Cassazione, Stefano Petitti, a trattare il tema dei limiti alla custodia cautelare. Mentre il lavorista della Suprema corte, Giovanni Amoroso, sarà il relatore sulla droga. E infine il referendum su cui c'è il maggior rumore mediatico - quello sull'eutanasia, ma vedremo che alla Consulta si viene bacchettati subito a chiamarlo così perché la sua definizione deve essere "omicidio del consenziente" come ha ordinato la stessa Cassazione dopo il vaglio di legittimità sulle firme - è affidato al costituzionalista della Sapienza Franco Modugno.
"L'omicidio del consenziente" - L'Associazione Luca Coscioni di Filomena Gallo e Marco Cappato propone di 'ritagliare' l'articolo 579 del codice penale. Dedicato, appunto, al fine vita. Minuscoli interventi. Da un testo che dice: "Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni. Non si applicano le aggravanti.
Si applicano le disposizioni relative all'omicidio se il fatto è commesso: 1. contro una persona minore degli anni diciotto; 2. contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;3. contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno". Si passa a un testo che cambia solo nelle prime righe: "Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all'omicidio", mentre restano le indicazioni sulle possibili vittime. Scompare dunque la pena - da 6 a 15 anni - e il riferimento alle circostanze aggravanti.
Come scrive la Coscioni "l'abrogazione dell'omicidio del consenziente non esplicherà effetti di depenalizzazione per fatti commessi contro persone che non abbiano piena coscienza della propria richiesta. La giurisprudenza sull'articolo 579 del codice penale è sempre stata univoca su questo punto, che dunque non può e non deve essere strumentalizzato dai detrattori del referendum. Infatti viene sempre applicato il reato di omicidio doloso nelle ipotesi in cui il fatto sia commesso nei confronti di una persona inferma di mente o in condizioni di deficienza psichica per altra infermità. A viziare il consenso è sufficiente anche una momentanea diminuzione della capacità psichica che renda il soggetto non pienamente consapevole delle conseguenze del suo atto, come appunto uno stato depressivo o una nevrosi momentanea".
Ma chi è contrario al referendum sostiene che un intervento sull'articolo 579, eliminando qualsiasi cautela, possa portare a una dilatazione eccessiva dell'aiuto al suicidio attraverso l'intervento di una terza persona. L'aiuto, in questo caso, potrebbe trasformarsi in una vera e propria iniziativa del terzo, seppure con il consenso della persona che vuole morire. La Corte riconosce la non punibilità dell'aiuto al suicidio solo quando chi lo chiede è in condizioni di salute particolarmente gravi e ormai vicino alla morte. Mentre - sostengono gli avversari del referendum - modificando l'articolo 579 solo con un taglio, si rischia di estendere la possibilità di una richiesta a una terza perdona di uccidere solo in base a un consenso e non alle condizioni in cui mi trovo.
Ma come le pensano i giuristi? Ha degli evidenti dubbi il costituzionalista ed ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick che dice a Repubblica: "Non faccio previsioni sull'ammissibilità o meno di questo referendum perché non rientra nelle mie competenze, e per il rispetto che devo alla Corte, ma rilevo solo che c'è una contrapposizione estremamente negativa tra chi vuole eliminare le restrizioni che la Corte ha introdotto per le ipotesi di aiuto al suicidio e chi invece chiede di ritornare a un divieto totale di aiuto al suicidio.
Con il referendum, a mio avviso, si apre la via a una facilitazione dell'eutanasia senza limiti tranne quello del consenso valido della persona. Perché le ipotesi di aiuto sono previste dalla Corte solo nei famosi quattro casi. E non basta semplicemente il valido consenso da parte di chi chiede a una terza persona di ucciderlo. Per intenderci, aiutare colui che vuole uccidersi rimane, anche per la Corte, un reato. Che non viene punito solo in certi casi particolarmente gravi. Invece il taglia e cuci proposto con il referendum all'articolo 579 esclude la possibilità di ricorrere ai paletti previsti dalla Corte. Il referendum propone in sostanza di sostituire i quattro paletti con il solo consenso del paziente al suo omicidio da parte di un terzo. A meno di ricorrere a interpretazioni molto problematiche e discutibili di estensione di quei paletti anche per l'articolo 579".
Non la pensa diversamente Nello Rossi, per anni pubblico ministero a Roma, oggi in pensione e direttore di Questione giustizia, la rivista giuridica online di Magistratura democratica, che ha appena riproposto tre articoli dedicati a un'analisi dettagliata dei referendum e delle conseguenze sul quadro giuridico qualora venissero approvati, e in particolare a quesito sull'omicidio del consenziente. Come scrive lo stesso Rossi "l'orgogliosa riaffermazione del principio di piena disponibilità della propria vita e di un diritto a morire non può rispondere da sola alla reale aspettativa dei cittadini: ricevere dalle istituzioni un'effettiva e tempestiva assistenza medica che sollevi la libera e consapevole decisione di porre termine all'esistenza da un carico di sofferenze ulteriori rispetto a quelle derivanti da malattie inguaribili". Scrive ancora Rossi: "La lettura del quesito referendario e la constatazione dei suoi potenziali effetti rivela il solco profondo che esiste tra la rappresentazione mediatica dell'iniziativa e la sua effettiva portata, e dunque tra 'desiderio politico e razionalità sociale e giuridica". Alla fine la Consulta dovrà decidere se l'articolo tagliato "liberalizza" oltre misura l'aiuto al suicidio al punto da rendere la norma incostituzionale e quindi il quesito inammissibile.
I referendum radical-leghisti sulla giustizia - Matteo Salvini e Giulia Bongiorno presentano i sei referendum condivisi con il Partito Radicale come la chiave di volta per cambiare la faccia della giustizia. Appena una settimana fa Salvini ne parlava così: "Se ci sarà l'ok della Corte costituzionale sui quesiti referendari si andrà a votare, credo in primavera. E sarà un banco di prova per una riforma della giustizia che ci porta sul modello occidentale con la responsabilità civile diretta dei magistrati e con la separazione delle carriere". La stessa Bongiorno, con Repubblica, ha parlato di referendum che possono garantire "il recupero di credibilità del sistema passando attraverso svolte coraggiose".
Il quesito sulla separazione delle carriere è molto lungo e interviene su ben cinque differenti leggi, con l'obiettivo di cancellare del tutto la possibilità per i magistrati di passare dalla carriera di giudice a quella di pm e viceversa. Oggi questo è possibile per quattro volte, ma già con la prossima riforma del Csm della Guardasigilli Marta Cartabia, che interviene con emendamenti sul ddl del suo predecessore Alfonso Bonafede, il passaggio possibile diventa uno solo, mentre Bonafede ne prevedeva due.
Sulla responsabilità civile "diretta" per i giudici, il referendum vuole cancellare l'attuale responsabilità civile "indiretta", in cui a pagare per eventuali errori giudiziari delle toghe è lo Stato, per addossarla economicamente sulle spalle del giudice che sbaglia.
È un tratto di penna invece il quesito referendario sulla legge Severino - approvata dal governo Monti, con la Guardasigilli Paola Severino e il ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi - cioè sulle incandidabilità e decadenze degli esponenti politici impegnati nelle istituzioni. Il quesito però non vuole cancellare del tutto il decreto legislativo della ex ministra della Giustizia del 31 dicembre 2012. Via dunque l'incandidabilità e la decadenza per i parlamentari nazionali ed europei e per gli uomini di governo in caso di condanna a più di due anni. Ma via anche l'obbligatoria sospensione per gli amministratori locali anche di fronte alla sola condanna in primo grado.
In controtendenza con la linea leghista del "tutti in galera", sulla custodia cautelare qui prevale l'imprinting dei Radicali. Tant'è che il quesito limita la possibilità di ottenere la custodia cautelare ed elimina quella per i delitti puniti nel massimo a 4 anni, e fino a 5 anni nel caso ci sia il ricorso al carcere. Niente custodia cautelare, guarda caso, anche per il delitto di finanziamento illecito dei partiti.
Gli avvocati spuntano una vittoria per loro molto importante. Libertà di presenza, e anche di voto, nei consigli giudiziari per gli avvocati, che oggi godono del solo "diritto di tribuna" e quindi non possono intervenire e votare anche sulle valutazioni di professionalità dei magistrati in vista della loro carriera e dei futuri incarichi al Csm
Infine viene presentata, come una proposta anti-decisamente correnti, il mini quesito sull'obbligo di raccogliere le firme per la norma della legge elettorale del Csm del 1958. L'incertezza che consente di presentare le candidature per diventare consigliere del Csm raccogliendo le firme dei colleghi da un minimo di 25 a un massimo di 50.
La cannabis in giardino - Infine l'ultimo referendum, quello sulla coltivazione della cannabis, depenalizzato ma solo a patto che la sostanza non sia destinata allo spaccio. Promosso dall'Associazione Coscioni, dai radicali e da Meglio legale, il quesito cancella il reato di coltivazione della cannabis, di conseguenza sopprime le pene detentive, da due a sei anni, ed elimina anche il ritiro della patente, ma ovviamente solo per chi coltiva le pianticelle. Se la Corte dovesse accettare i tre punti la conseguenza sarebbe quella che non ci saranno pene per chi coltiva la cannabis, mentre tutti gli spacciatori saranno sempre perseguibili.
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