di Antonella Sinopoli
La Repubblica, 13 febbraio 2022
Definita "furiosa" dall'OMS che sta provocando centinaia di decessi soprattutto fra i bambini al di sotto dei 5 anni, infragiliti dalla fame o dalla malnutrizione. Le difficoltà di garantire aiuti umanitari. La popolazione afgana (circa 38 milioni, con il 42% di età inferiore ai 15 anni, secondo la World Bank) affronta il sesto mese di convivenza con il nuovo governo dei talebani, dopo circa 80 mila morti tra i civili, durante i venti anni di presenza militare statunitense e della Nato, e con una situazione di povertà diffusa e insicurezza alimentare, alimentata anche dal congelamento delle ingenti riserve internazionali della Banca Centrale Afghana, che da 9,5 miliardi di dollari si sono ridotte a 7 miliardi dal 18 agosto scorso, quando cioè il governo di Washington li ha bloccati, per non farli finire nelle mani dei talebani. Quel denaro è ora in un fondo fiduciario della Banca Federale delle Riserve di New York. Di questi, circa 3.5 miliardi dovrebbero in futuro essere impiegati per interventi umanitari in Afghanistan. Gli altri 3 miliardi e mezzo gli USA li trattengono per compensare le famiglie delle vittime degli attacchi terroristici, compreso l'attacco alle Torri Gemelle del'11 settembre 2001.
Un'epidemia definita "furiosa". Oggi, all'emergenza determinata dal fatto che la metà della popolazione afgana sopravvive con aiuti umanitari e tre quarti vive in condizione di povertà estrema, si aggiungono i numerosi casi di morbillo, che provocano altre vittime. L'allarme è dell'OMS l'Agenzia sanitaria delle Nazioni Unite, dalla quale si apprende che l'epidemia è particolarmente preoccupante, proprio perché aggravata da una massiccia insicurezza alimentare e dalla diffusa malnutrizione, che espone soprattutto i bambini ad una maggiore probabilità di contagio. L'epidemia di morbillo afgana è definita "furiosa" e sta colpendo decine di migliaia di persone, dopo averne uccise più di 150 solo nell'arco del mese scorso. "I casi di morbillo - dice il portavoce dell'Oms, Christian Lindmeier da Ginevra - sono aumentati in tutte le province dalla fine di luglio 2021" ed ha aggiunto che i casi sono aumentati di recente, del 40% nell'ultima settimana del mese di gennaio.
Muoiono soprattutto bambini. In tutto il mese di gennaio sono stati segnalati 35.319 casi di morbillo, di cui 3.000 confermati in laboratorio e 156 decessi: il 97% erano bambini con meno di 5 anni. Numeri sottostimati, sostiene Lindmeier, destinati comunque ad aumentare. Il morbillo è una malattia altamente contagiosa, causata da un virus che attacca principalmente i bambini. Le complicanze più gravi includono cecità, gonfiore del cervello, diarrea e gravi infezioni respiratorie. L'ultima ondata di casi arriva proprio mentre l'Afghanistan è nella morsa di un disastro umanitario, aggravato dalla conquista del potere dei talebani e dal blocco degli aiuti internazionali e dell'accesso ai beni detenuti all'estero.
L'impossibile campagna vaccinale per tutti. Le Agenzie umanitarie delle Nazioni Unite continuano ad avvertire che per metà del Paese c'è carenza di cibo. La migliore protezione contro il morbillo sarebbe un'ampia vaccinazione in tutto il Paese, con almeno il 95% di copertura. Ma si tratta di un obiettivo impossibile nel contesto afghano. Lindmeier ha affermato che l'OMS e i suoi partner hanno lavorato per aumentare le loro capacità di sorveglianza del morbillo e fornire supporto con test di laboratorio e campagne di immunizzazione. Il sistema sanitario dell'Afghanistan crolla sotto lo stress della povertà e dell'oppressione talebana. Tuttavia, lo scorso dicembre, una campagna di vaccinazione nelle zone più colpite ha raggiunto 1,5 milioni di bambini, ha affermato Christian Lindmeier. Sono stati forniti integratori di vitamina A, che sono importanti per aiutare a ridurre la malattia e la morte per morbillo, raggiungendo 8,5 milioni di bambini in un'altra campagna nazionale nel novembre scorso.
di Silvia Rocchi
rainews.it, 12 febbraio 2022
Alti anche i numeri di autolesionismo. La pandemia ha accentuato la pressione sui detenuti e sugli agenti di Polizia Penitenziaria. Dall'inizio del 2022 in carcere dieci persone si sono tolte la vita, 4 sono i decessi per cause da accertare. I numeri li ha dati a Rainews.it Mauro Palma, Garante nazionale dei Diritti delle Persone Private della Libertà.
"Il suicidio di ieri - dice Palma - è quello di una ragazza di 29 anni che si è impiccata poche ore dopo l'ingresso nel carcere di Messina". Resta invece da accertare, spiega, la morte del detenuto tunisino di 33 anni, nella casa circondariale di San Quirico a Monza. Dalle prime ricostruzioni il detenuto avrebbe inalato il gas della bomboletta di un fornelletto da campeggio.
di Valentina Ascione
Il Riformista, 12 febbraio 2022
Mai così tanti tra gennaio e febbraio. L'ultimo a Messina, dove Manuela Agosta si è impiccata 48 ore dopo l'ingresso in prigione. Aveva 29 anni, era indagata per concorso in spaccio di stupefacenti. Manuela Agosta è la numero undici. L'undicesima persona a essersi tolta la vita in carcere nel 2021, e cioè in poco più di quaranta giorni.
Si è uccisa giovedì scorso, impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella nel carcere Gazzi di Messina, dove si trovava da sole 48 ore, in custodia cautelare nell'ambito di un'operazione antidroga condotta nei giorni precedenti a Catania.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 febbraio 2022
Al via l'inaugurazione dell'anno giudiziario dell'Ucpi a Catanzaro. Caiazza: "La riforma del Csm? Il sistema elettorale non cambia la cultura di un Paese". "Tutelare la libertà del difensore per garantire l'indipendenza del giudice" è il tema al centro dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti italiani iniziata ieri a Catanzaro e che terminerà stamattina con l'intervento del presidente Gian Domenico Caiazza.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 12 febbraio 2022
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio al Parlamento nel giorno del giuramento, ha dettato l'agenda politica per i prossimi anni ed ha disegnato un Paese che faccia della "dignità" la sua bussola. Con riferimento all'esecuzione della pena: "Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 febbraio 2022
Secondo il VI Rapporto sulla giustizia minorile sono sempre meno i minorenni nelle carceri italiane: poco sopra le 300 unità con solo 8 ragazze. Per l'associazione un minore "va educato fuori dalle galere".
"Serve un nuovo codice penale per i minorenni", questa è la richiesta che Antigone ha avanzato ieri durante la presentazione di Keep it Trill, il sesto rapporto dell'associazione sulla giustizia minorile. "Il furto di un ragazzino in un supermercato - ha sottolineato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - non può essere paragonato a quello in appartamento di una persona adulta. Il primo potrebbe essere depenalizzato, trattato civilmente, o affidandosi alla giustizia riparativa. Ben potrebbe essere trattato fuori dal diritto penale".
di Massimo Razzi
La Repubblica, 12 febbraio 2022
Il sesto rapporto biennale di Antigone mostra un quadro interessante: sono solo 316 i giovani reclusi su 13mila che vengono arrestati. Il sistema giudiziario sembra già avviato a superare la detenzione. Come sostituirla e salvare i sogni dei ragazzi.
Ha ancora senso il carcere minorile in Italia? La risposta, stando ai dati raccolti da Antigone (l'associazione che si occupa dei diritti dei detenuti) nel suo sesto rapporto biennale, potrebbe ormai essere negativa. Perché lo stesso sistema giudiziario sembra aver imboccato la strada del superamento della detenzione come strumento di intervento contro la delinquenza dei giovani. Un po' di dati aiutano a capire meglio: in Italia sono appena 316 i minori e i giovani adulti (fino a 25 anni) detenuti in 17 strutture. Di questi, 8 sono ragazze, 140 stranieri, 131 davvero "minori", 128 hanno dai 18 ai 20 anni e 57 dai 21 ai 24. I detenuti, dunque, risultano appena il 2,3 per cento del totale dei 13.611 giovani che, a diverso titolo, hanno a che fare con la giustizia penale minorile. Altri (oltre 1.500) vengono accolti in una delle 637 comunità che garantiscono una risposta diversa dal carcere e oltre tremila usufruiscono della "messa alla prova" con cui il giudice ferma il processo e stabilisce un periodo in cui il giovane deve comportarsi bene e impegnarsi in attività di volontariato. Alla fine, se la valutazione è positiva, il reato viene del tutto cancellato. La "messa alla prova" rappresenta ormai circa il 20 per cento delle decisioni prese in procedimenti che riguardano i giovani. Anche il numero di 316 detenuti è frutto di un continuo calo che inizia e rimane costante dai primi anni 2000. Prima del Covid i detenuti erano 375. Gli altri giovani arrestati usufruiscono spesso di sospensioni condizionali della pena o la scontano ai domiciliari o vengono assolti. Per gli stranieri, il ricorso alla "messa alla prova" è meno frequente. Il motivo è semplice: avvocati meno bravi e impegnati, meno presenza delle famiglie alle spalle.
Il rapporto di Antigone va sotto il suggestivo titolo di 'Keep it trill'. Trill nello slang hip hop nasce dall'unione delle parole true (vero) e real (reale) e indica qualcosa di genuino e autentico. Antigone, in collaborazione con il rapper Kento sta producendo una serie di video che raccontano storie "Trill" sui ragazzi finiti nel circuito penale. Salvaguardare i sogni dei ragazzi e dare loro un'opportunità per il futuro dovrebbe essere l'obiettivo della Giustizia minorile. Si può dire (visti i dati appena citati) che il sistema italiano è tra i più avanzati e che, di sicuro, funziona molto meglio di quello per gli adulti proprio in termini di recupero di chi ha sbagliato. Il rapporto è frutto del lavoro di una ventina di volontari di Antigone che sono entrati negli Istituti penali per Minorenni verificando le situazioni e filmando i racconti dei giovani detenuti. Il testo è stato poi curato da Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone.
Reati in calo - Dai numeri emerge anche che i reati commessi dai giovani (a differenza, forse, di una percezione che come altre sembra tanto generalizzata quanto fallace) sono in continuo e netto calo: nel 2016 furono arrestati 34.366 minorenni; nel 2020 solo 26.271. Una diminuzione che non deriva (se non in parte) dal fattore Covid. Già nel 2019, infatti, gli arresti erano scesi del 15% rispetto al 2016 stabilizzandosi sotto quota trentamila. Va nella stessa direzione il dato degli omicidi commessi da minori: nel 2016 furono 33 e nel 2020 sono scesi a 11 (due commessi da ragazze e 4 da stranieri). Nel 54% dei casi i ragazzi finiscono in carcere per reati contro il patrimonio (furti, rapine ecc.), il 20% per reati contro la persona. Mano a mano che la gravità del reato scende, sale la percentuale degli stranieri che l'hanno commesso. Come per gli adulti, nelle carceri minorili c'è un'alta percentuale di persone in attesa di giudizio. Nelle carceri per grandi la percentuale è del 30%, negli istituti per minori si sale al 52,5%. Ma secondo Antigone, il dato è meno preoccupante perché appena arriva una condanna definitiva si tende a trovare un percorso alternativo. Quindi, in carcere restano pochi condannati definitivi perché la maggior parte riceve pene alternative.
Un codice penale per i minori e regole ad hoc - Insomma, anche secondo Antigone, la situazione della giustizia minorile in Italia è abbastanza incoraggiante: "Ma - dice Susanna Marietti - bisogna andare avanti e oltre. Perché se i numeri vanno nella giusta direzione, le strutture funzionano ancora troppo in base alla buona volontà dei singoli dirigenti. Poco, ad esempio, è stato fatto sulle aperture all'esterno sia al territorio che alle scuole e alle famiglie. E il sistema fatica ancora a trovare percorsi alternativi per gli stranieri e per chi non ha famiglie alle spalle". Anche per questo Antigone lancia alcune proposte. La prima riguarda la necessità di un codice penale per i minori. Oggi, nel nostro ordinamento, c'è un solo codice penale che stabilisce reati e pene. Il tutto viene poi "adattato" alla situazione dei minori. Di certo, non vengono soddisfatte le indicazioni della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia che parla del "superiore interesse del minore". Alcuni reati potrebbero essere ridimensionati e le pene, comunque, non dovrebbero partire dal carcere ma, al contrario di quel che succede, dalle misure alternative, dalla riparazione civile del danno e dall'educazione che serve al giovane a rendersi conto della gravità delle sue azioni. Da qui l'idea che, almeno per i minori di 16 anni, il carcere andrebbe definitivamente superato. Anche perché, la maggioranza dei detenuti negli Istituti minorili ha ormai più di 18/20 anni. È chiaro che un sedicenne, avrebbe bisogno di un altro ambiente e di altre frequentazioni per migliorare. Sarebbe dunque necessario definire per i più giovani percorsi in cui il carcere non viene neanche preso in considerazione.
E oltre al codice penale apposito, i minori avrebbero necessità di un regolamento penitenziario ad hoc in cui si affrontino, finalmente, temi come socialità, contatti col mondo esterno, disciplina, isolamento, scuola, formazione, vita comune, affetti e tecnologie. In sintesi, il rapporto di Antigone sulla giustizia e sul carcere minorile ci mostra un quadro tutt'altro che disastroso. Ma, di certo, non ancora abbastanza "trill" per garantire i sogni e le opportunità dei nostri figli che sbagliano.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 12 febbraio 2022
Vanno del tutto abbandonate pratiche meramente disciplinari, nonché l'uso dell'isolamento punitivo. Inoltre sarebbe importante se si affidasse il controllo interno agli istituti penali per minorenni non alla Polizia Penitenziaria ma a funzionari esperti in ambito pedagogico.
Sono 131 i ragazzi con meno di diciotto anni ristretti nei diciassette istituti penali per minorenni (Ipm). A loro dobbiamo aggiungere altri 185 giovani che hanno un'età tra i diciotto e i venticinque anni. Dei 316 detenuti negli Ipm solo 8 sono ragazze, circa il 40% è composto da stranieri. Questa alta percentuale si deve alle minori opportunità di accedere alle misure diverse dal carcere, che spesso presuppongono una famiglia o una casa. Dunque possiamo dire che il sistema della giustizia penale minorile non è deflagrato così come quello degli adulti. Non c'è fortunatamente sovraffollamento.
Questa è una bella notizia che arriva negli stessi giorni in cui contiamo nelle galere degli adulti, invece, il decimo morto suicida dall'inizio del 2022. I meccanismi procedurali non repressivi e le progettualità sociali alternative alla risposta carceraria hanno retto nonostante i tentativi diretti nel tempo a smantellarli. Essi non solo hanno residualizzato la risposta carceraria ma hanno sicuramente contribuito a ridurre tutti gli indici di delittuosità: se guardiamo infatti al numero totale dei minorenni arrestati o fermati dalle forze di polizia, siamo passati dalle 34.366 segnalazioni del 2016 alle 26.271 del 2020, con un calo percentuale del 24%.
Non tutto è inoltre esito della pandemia. Il calo, infatti, era già riscontrabile nel 2019 quando le segnalazioni erano state 29.544 con un calo rispetto al 2016 del 15%. Sempre considerando il quinquennio 2016-2020, gli omicidi volontari consumati da minorenni si sono ridotti enormemente, diminuendo di ben il 66%: erano stati 33 nel 2016 e sono scesi a 11 nel 2020. È un trend positivo che è iniziato a partire dagli anni 90.
I numeri sono così bassi che ben potrebbero suggerire l'adozione di modelli reclusivi molto avanzati che si distanzino significativamente dalla risposta carceraria tradizionale. Sarebbe infatti buona cosa, così come suggerito anche della Commissione Ruotolo per l'innovazione penitenziaria, se fosse approvato un nuovo regolamento penitenziario solo per i ragazzi e i giovani adulti, in modo da favorire una quotidianità detentiva ispirata a risposte educative personalizzate intorno ai bisogni adolescenziali e giovanili. Vanno del tutto abbandonate pratiche meramente disciplinari, nonché l'uso dell'isolamento punitivo. Inoltre sarebbe importante se si affidasse il controllo interno agli istituti penali per minorenni non alla Polizia Penitenziaria (lo ha suggerito il Garante Nazionale Mauro Palma in occasione della conferenza stampa organizzata da Antigone presso lo studio legale Legance) ma a funzionari esperti in ambito pedagogico.
Bisogna con coraggio trasformare le carceri in custodie attenuate aperte al territorio, dove i ragazzi possano andare a frequentare le scuole del quartiere, rendendo il rapporto dentro-fuori meno traumatico. Il rapporto di Antigone sulle carceri minorili si intitola Keep it trill. Trill è una parola che nasce dall'unione di true e real. Nello slang hip hop rimanda a qualcosa di genuino. L'hip hop è un linguaggio che accomuna tanti ragazzi, fuori e dentro. Francesco "Kento" Carlo da anni tiene laboratori rap in numerose carceri minorili. Tra i ragazzi che ha incontrato c'è Roman, oggi in comunità. Scrive e canta testi importanti che raccontano la vita di strada. Con il rap i ragazzi non si autocommiserano, si emancipano, trovano una loro identità che non può essere quella di detenuto o di ex detenuto. L'Italia nel 1988, con il codice di procedura penali per minorenni, iniziò un percorso virtuoso. Bisogna insistere su quella strada affinché non possa più esservi un ragazzo ex detenuto.
*Presidente di Antigone
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 12 febbraio 2022
I dati raccontano una realtà in miglioramento, anche se riguardano situazioni difficili e storie individuali drammatiche. Nel suo sesto report annuale, l'Osservatorio dell'associazione Antigone sulle carceri minorili, che è autorizzato a visitare tutti i 17 Istituti penali per minorenni (Ipm) d'Italia, prova a raccontarne alcune. Lo fa anche con una serie di video e con l'aiuto del rapper Kento, che da oltre dieci anni tiene laboratori di scrittura rap e poesia all'interno degli istituti. Così quei numeri prendono un volto e una voce.
Dietro alle statistiche si intravedono le esperienze di giovani detenuti e si possono provare a capire la ricerca del futuro, le speranze, le disillusioni, le casualità che a volte accompagnano il ritorno alla vita libera. L'indagine illustra una situazione che ha anche aspetti positivi: non ci sono mai stati così poche presenze in Ipm dal 2007: sono 316 i detenuti tra minori e giovani adulti, il 2,3 per cento dei 13.611 ragazzi complessivamente in carico ai servizi non detentivi della Giustizia minorile, a fronte di oltre 54.300 detenuti nelle carceri per adulti.
I reati commessi da minori hanno subìto una drastica riduzione: nel 54 per cento dei casi i ragazzi sono entrati in istituto per avere commesso delitti contro il patrimonio, tra cui il furto e la rapina. Nel quinquennio 2016-2020, gli omicidi volontari si sono ridotti del 66 per cento: da 33 sono scesi a 11. Le ragazze detenute sono solo 8.
E anche l'istituto della "messa alla prova" - che prevede la sospensione del processo penale e l'imposizione di un programma con i servizi sociali e lavori di pubblica utilità - ha visto negli anni un forte incremento del suo utilizzo, passando da 788 a 3.043 tra il 1992 e il 2020 (più 286,2 per cento). C'è tuttavia un particolare, un piccolo cortocircuito che, come spesso accade, diventa chiarificatore. Il dato che vale la pena approfondire è quello dei maggiorenni reclusi negli Ipm, che oggi sono il 58,5 per cento, contro il 41,5 di minori (per legge gli Ipm possono ospitare ragazze e ragazzi tra i 14 e i 25 anni). In altre parole, e sembra uno scioglilingua, negli istituti penitenziari per minorenni, in realtà i minorenni sono la minoranza.
A partire da queste cifre viene da chiedersi se non sarebbe il caso di pensare a un definitivo superamento del ricorso al carcere per i minori di 16 o addirittura di 18 anni. Questi giovani infatti non sono molti e sono in Ipm in larghissima parte in misura cautelare: il 52,5 per cento di loro non ha una condanna definitiva. Un dato che però non deve allarmare: l'Ipm è una tappa di solito breve di un percorso più lungo, che si svolge soprattutto altrove, nelle comunità e sul territorio. Il sistema della giustizia penale minorile in Italia riesce quindi a residualizzare la detenzione, trovando per i ragazzi risposte alternative: in carcere si va poco e spesso per periodi brevi.
Proprio per questo tuttavia, essendo contenitori dei casi più difficili (spesso valutati non solo in base alla gravità del reato bensì anche alla debolezza sociale del ragazzo, che rende più difficoltoso trovare percorsi alternativi), serve la massima attenzione, Secondo Antigone, "è evidente che il ricorso agli Ipm in Italia sta diventando sempre più marginale, il che è confortante, ma questo significa anche che i più giovani sono sempre meno, e la costruzione di percorsi e spazi riservati a loro in Ipm diventa sempre più difficile. Forse è tempo di fare un ulteriore passo avanti escludendo del tutto i minori di una certa età, seppure imputabili, indipendentemente dal reato".
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 12 febbraio 2022
I dati raccontano una realtà in discreto miglioramento, anche se riguardano situazioni difficili e storie individuali drammatiche. Quelle che l'associazione Antigone per i diritti delle persone private della libertà ha provato a raccontare con l'aiuto del rapper Kento - che da oltre dieci anni tiene laboratori di scrittura rap e poesia all'interno degli Istituti penali minorili (Ipm) - in una serie di video. Così quei numeri prendono un volto e una voce, dietro alle statistiche si intravedono le esperienze di ragazzi e ragazze detenuti e si può provare a immaginare, se non a capire, la ricerca del futuro, le speranze e le disillusioni, le casualità che a volte accompagnano quel ritorno alla vita libera che dovrebbe per tutti essere protetto come la cosa più cara di cui una società debba prendersi cura.
L'Osservatorio di Antigone sulle carceri minorili, che coinvolge circa venti volontari dell'associazione, è autorizzato a visitare tutti gli Istituti penali per minorenni d'Italia. Nel suo sesto rapporto annuale fotografa la situazione degli Ipm e delle numerose comunità per l'accoglienza di ragazzi sottoposti a una misura penale. Il panorama, appunto, ha aspetti positivi: non ci sono mai stati così poche presenze in Ipm dal 2007 (316 detenuti tra minori e giovani adulti); i reati commessi da minori hanno subito una drastica riduzione; le ragazze detenute sono solo 8 e l'istituto della messa alla prova ha visto negli anni un forte incremento del suo utilizzo, passando da 788 a 3.043 tra il 1992 e il 2020 (+286,2 per cento).
I minorenni reclusi negli Ipm sono una minoranza - In tutto ciò c'è un dato su cui però vale la pena riflettere. Ed è quello che ci dice che i minorenni reclusi negli Ipm sono in realtà una minoranza, pari al 41,5 per cento. Se gli Ipm ospitassero solo ragazzi tra i 14 ed i 21 anni di età, come era prima dell'agosto 2014 (oggi è prevista la possibilità di presenze di giovani tra i 21 e i 25 anni), i presenti sarebbero in tutto 259. Ormai la maggior parte dei ragazzi ristretti negli Istituti penali per minorenni non è in effetti minorenne. I maggiorenni erano al 15 gennaio il 58,5 per cento del totale, un po' meno tra i soli stranieri, il 56,4 per cento, e decisamente di più tra le sole ragazze, il 62,5 per cento. E proprio a partire da queste cifre viene da chiedersi se non sarebbe il caso di pensare a un definitivo superamento del ricorso al carcere per i minori di 16 anni, o per i minorenni in generale. Non sono molti, sono in Ipm in larghissima maggioranza in misura cautelare, e si trovano a convivere con ragazzi che ormai sono per la maggior parte maggiorenni. Secondo Antigone Onlus "è evidente che il ricorso agli Ipm in Italia sta diventando sempre più marginale, il che è confortante, ma questo significa anche che i più giovani sono sempre meno, e la costruzione di percorsi e spazi riservati a loro in Ipm diventa sempre più difficile. Forse è tempo di fare un ulteriore passo avanti verso la residualizzazione del carcere escludendo del tutto i minori di una certa età, seppure imputabili, indipendentemente dal reato".
Il sesto rapporto Antigone sulla giustizia minorile - Al 15 gennaio 2022 erano 316 (di cui 140 stranieri e 8 ragazze) i minori e giovani adulti detenuti nelle carceri minorili italiane, a fronte di 13.611 ragazzi complessivamente in carico al Servizi della Giustizia minorile (il 2,3 per cento) e a oltre 54.300 detenuti nelle carceri per adulti. Il sistema della giustizia penale minorile riesce a residualizzare la detenzione, trovando per i ragazzi risposte alternative: in carcere si va poco e spesso per periodi brevi. Proprio per questo tuttavia, essendo contenitori dei casi più difficili (spesso valutati non solo in base alla gravità del reato bensì anche alla debolezza sociale del ragazzo, che rende più difficoltoso trovare percorsi alternativi), le carceri minorili hanno bisogno della massima attenzione. I 316 minori e giovani adulti detenuti erano distribuiti in 17 istituti, da Caltanissetta a Treviso, in strutture con caratteristiche e dimensioni anche molto diverse tra loro. Quello con più presenze era l'Ipm di Torino, che ospitava 38 detenuti, mentre alla stessa data a Pontremoli, unico istituto esclusivamente femminile in Italia, c'erano solo 3 ragazze.
I reati commessi dai minorenni, un calo enorme negli ultimi 5 anni - Se guardiamo al numero totale dei minorenni arrestati o fermati dalle forze di polizia, siamo passati dalle 34.366 segnalazioni del 2016 alle 26.271 del 2020, con un calo percentuale del 24 per cento. Non tutto è esito della pandemia. Il calo, infatti, era già riscontrabile nel 2019 quando le segnalazioni erano state 29.544, con un calo rispetto al 2016 del 15 per cento. Sono solo 885, di cui 298 bambine, in tutto il 2020 le segnalazioni di delitti commessi da minorenni con età inferiore a 14 anni. La metà circa è composta da stranieri. Loro sono non imputabili. Nel 54 per cento dei casi i ragazzi sono entrati in istituto per avere commesso delitti contro il patrimonio, tra cui il furto e la rapina. Nel quinquennio 2016-2020, gli omicidi volontari consumati da minorenni si sono ridotti enormemente, diminuendo di ben il 66%: erano stati 33 nel 2016 e sono scesi a 11 nel 2020.
L'Ipm come tappa di un percorso più lungo - Il 52,5 per cento è in Ipm senza una condanna definitiva. Se paragoniamo questo dato a quanto si registra nelle carceri per adulti, dove le persone senza una condanna definitiva sono poco più del 30 per cento, il dato degli Ipm dovrebbe allarmare. In effetti però questo dato va letto in modo parzialmente diverso. L'Ipm è una tappa generalmente breve di un percorso più lungo, che si svolge soprattutto altrove, nelle comunità e sul territorio. Per questo motivo, anche quando si finisce in Ipm, non è affatto detto che poi lì si sconti la pena o il resto della misura cautelare. Quando la condanna diventa definitiva, il sistema tende a trovare una diversa collocazione per il ragazzo, spiegando così l'alta incidenza percentuale delle custodie cautelari. A fronte dei 17 Istituti penali per minorenni presenti sul territorio nazionale, si contano in Italia ben 637 comunità residenziali disponibili all'accoglienza. Di queste, solo tre - a Bologna, Catanzaro e Reggio Calabria - sono gestite direttamente dal ministero della Giustizia. Le altre sono strutture private accreditate dal ministero.
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