di Nello Trocchia
Il Domani, 13 febbraio 2022
La procura di Modena ha iscritto nel registro degli indagati diversi agenti della Polizia penitenziaria. Sono accusati di tortura e lesioni aggravate, per i fatti accaduti nel carcere Sant'Anna l'8 marzo 2020. L'iscrizione è avvenuta a fine 2021 e ha trovato conferma, qualche giorno fa, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario.
A quanto risulta a Domani, alcuni detenuti avrebbero riconosciuto diversi agenti, consultando un album fotografico che gli inquirenti hanno sottoposto loro quando sono stati ascoltati come persone informate sui fatti. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari, l'ultima proroga è stata richiesta e ottenuta dalla procura nel settembre scorso.
La rivolta violenta di Modena - Nel carcere di Modena, l'8 marzo 2020, i detenuti hanno inscenato una rivolta violenta che è stata contenuta dagli agenti della polizia penitenziaria, intervenuti per "riprendere" il controllo del carcere. Per i fatti accaduti in quelle ore la procura ha aperto tre fascicoli. Uno per le devastazioni compiute dai detenuti, un altro per la morte di nove reclusi e un ultimo per le violenze che i poliziotti penitenziari avrebbero compiuto durante e dopo la rivolta.
La prima indagine è ancora in corso. La seconda inchiesta è stata archiviata perché i detenuti sono morti, secondo i risultati delle indagini, per overdose di metadone e non sono emerse altre responsabilità. Contro l'archiviazione del fascicolo è stato presentato un reclamo, poi respinto. L'associazione Antigone, con l'avvocata Simona Filippi, ricorrerà alla Corte europea dei diritti dell'uomo, così come hanno già fatto i familiari di un detenuto, assistiti dall'avvocato Luca Sebastiani.
L'inchiesta relativa alle violenze sui detenuti è appunto nella fase delle indagini preliminari e su di essa c'è il massimo riserbo. Gli inquirenti stanno cercando di fare luce su quel giorno di violenza e lutto, ma le indagini sembrano procedere a rilento. Sono iniziate a seguito di diversi esposti presentati, ancora nel 2020, da sette detenuti che hanno raccontato quello che era successo nel carcere. Il fascicolo è nelle mani della magistrata Lucia De Santis e del procuratore Luca Masini.
Le testimonianze - Uno dei primi esposti è stato presentato, nel marzo 2020, dall'associazione Antigone e dagli avvocati delle vittime. Conteneva i racconti di alcuni detenuti. Tutti sostenevano di essere stati coinvolti, in maniera passiva e senza parteciparvi, alla rivolta dell'8 marzo, di aver assistito al pestaggio di alcuni detenuti poi morti e successivamente di essere stati trasferiti nel carcere di Ascoli Piceno. In queste fasi avrebbero subìto ogni tipo di violenza.
Il loro racconto, con i diversi esposti presentati, sono confluiti in un fascicolo, modello 44, ovvero contro ignoti, che alla fine dell'anno scorso è diventato modello 21, a carico di persone note e identificate: sono gli agenti penitenziari indagati per lesioni aggravate e tortura. Lo ha confermato nei giorni scorsi la procuratrice generale facente funzioni di Bologna, Lucia Musti.
Durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario nel distretto di Bologna, ha aggiornato lo stato delle indagini partendo proprio da quella che ha riguardato i decessi dei detenuti. "È stato aperto un fascicolo a modello 21 (indagati noti) a seguito delle numerose denunce presentate da detenuti/persone offese per il delitto di tortura le cui indagini (oggetto di proroga) proseguono nel più stretto e doveroso riserbo", ha detto Musti.
Ma cosa hanno raccontato i detenuti? "Noi stessi siamo stati picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti. Dopo essere stati ammanettati e privati delle scarpe ed essere stati picchiati, siamo stati fatti salire sui mezzi della polizia penitenziaria. Contrariamente a quanto scritto in seguito dagli agenti, non avevamo fatto alcuna resistenza", hanno sostenuto i detenuti.
A seguito delle violenze, i detenuti sono stati trasferiti nel carcere di Ascoli Piceno e in altri istituti. Anche qui i reclusi hanno denunciato di avere subìto un nuovo pestaggio così come nei giorni seguenti. Raccontano anche di un altro detenuto, ufficialmente morto per overdose di metadone, ma, stando alla loro ricostruzione, picchiato e al quale non sarebbe stato prestato il necessario soccorso.
Le vittime sono state ascoltate tra settembre e ottobre dello scorso anno, a 18 mesi dai fatti. Avrebbero riconosciuto alcuni agenti consultando un album fotografico che gli inquirenti hanno sottoposto loro. Dopo il riconoscimento ci sarebbe stata l'iscrizione nel registro degli indagati di alcuni agenti. Ma le domande sui detenuti morti, sulle modalità di trasferimento, sulla presenza delle telecamere (che emerge da alcune annotazioni di polizia) restano ancora senza risposta.
monzatoday.it, 13 febbraio 2022
Nei giorni scorsi un detenuto si è tolto la vita nel carcere di Monza. Aveva 33 anni e avrebbe dovuto scontare ancora due anni di pena, ma ha compiuto il gesto estremo inalando il gas del fornello che aveva nella cella. Un gesto che ha scosso la politica monzese. Il consigliere Paolo Piffer (Civicamente) ha chiesto la convocazione di una commissione consiliare ad hoc proprio sul tema dell'emergenza nelle carceri, e in particolare in quello monzese.
"In Italia dall'inizio dell'anno sono 22 i detenuti che si sono tolti la vita - commenta il consigliere di minoranza. Proprio qualche settimana fa avevo accompagnato la parlamentare Lia Quartapelle (Pd) a visitare il nostro carcere, ed era uscita decisamente preoccupata. Al netto dell'emergenza sanitaria, che ha ovviamente complicato il tutto, le condizioni dei detenuti, così come quelle degli agenti, sono al limite.
Mancano risorse, manca personale, la politica a tutti i livelli sembra limitarsi a passerelle di facciata e tavoli di lavoro dove non si conclude nulla. Serve subito una riforma seria e radicale. Investire nel carcere vuol dire investire nella sicurezza di tutti i cittadini". Da qui la richiesta di una commissione consiliare ad hoc alla quale invitare anche il sindaco, la direttrice del carcere, una rappresentanza della polizia penitenziaria, e una dell'area educativa e dell'area sanitaria.
Sulla vicenda emergenza carcere interviene anche la consigliera Francesca Pontani (Italia Viva). "Il carcere di Monza è una casa circondariale, non una casa di reclusione, ma in questi due anni è avvenuta la trasformazione. Così a un sovraffollamento già chiaro a tutti, si sono sovrapposti altri problemi strutturali e organizzativi dovuti al Covid.
È triste pensare che in una città come Monza nessuno abbia risposto alla richiesta di un garante cittadino promossa da una mozione che avevo sottoscritto con il collega Marco Lamperti (Pd). C'è un regolamento, c'è la volontà dell'amministrazione. Manca chi si proponga. Il carcere di Monza è un pezzo della nostra città e segno della nostra civiltà".
di Fabiana Marcolini
L'Arena, 13 febbraio 2022
Il 2 ottobre 2020 venne scarcerato, a Montorio aveva lavorato come operaio generico alle dipendenze del Ministero di Giustizia dal gennaio 2019. Riacquistò la libertà ma perse l'impiego, non avrebbe potuto opporsi al "fine pena" e per questo presentò domanda per ottenere l'indennità mensile di disoccupazione (Naspi). Domanda che l'Inps aveva rigettato in quanto "i detenuti che svolgono attività lavorativa alle dipendenze dell'istituto penitenziario non hanno diritto alla Naspi". Nonostante il versamento dei contributi.
La sentenza pronunciata dal giudice del Lavoro Marco Cucchetto è destinata a fare giurisprudenza poiché il magistrato, accogliendo il ricorso presentato da Giorgio Paraschiv, legale dell'ex detenuto, ha dichiarato "il diritto di G.B. a percepire l'indennità di Naspi per il periodo di legge con la conseguente condanna dell'Inps a corrispondere tale indennità oltre agli interessi legali dal 121° giorno successivo alla presentazione della domanda (il 3 febbraio 2021)". E l'Istituto previdenziale dovrà anche rifondere le spese di lite.
Da una parte la richiesta alla quale l'ente diede risposta negativa a fronte della peculiarità del lavoro svolto dai detenuti e ritenendo che non esisteva il requisito della "involontarietà della perdita del lavoro" poiché l'uscita dal carcere era riferibile al lavoratore. Il magistrato, dopo aver evidenziato i tre requisiti per ottenere l'indennità (stato di disoccupazione involontario, almeno 30 giornate lavorative nei 12 mesi antecedenti e almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti) ha chiarito che a fronte della cessazione del rapporto di lavoro "ritenere il licenziamento (ovvero la scarcerazione) "evidentemente riferibile alla persona del lavoratore" pare frutto di un malinteso. Il detenuto", ha aggiunto, "non ha alcuna possibilità di richiedere la permanenza all'interno della casa circondariale per poter continuare a lavorare". La scarcerazione per fine pena diventa così una "circostanza oggettiva e di fatto che rende impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro".
Il giudice si richiama anche alla Costituzione poiché sottolinea che "se si negasse in questo caso il diritto alla disoccupazione verrebbe vulnerato sia l'articolo 35 (la tutela del lavoro in tutte le sue forme) sia l'articolo 38, ovvero il diritto dei lavoratori di ottenere mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di disoccupazione involontaria". Ha richiamato quindi la legge 345/75 che disciplina il lavoro carcerario, la cui essenza è la finalità rieducativa e di reinserimento sociale, che non ha carattere afflittivo ed è remunerato ma soprattutto dispone che "l'organizzazione e i metodi devono riflettere quelli nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione adeguata per agevolarne il reinserimento".
La norma precisa che sono le amministrazioni penitenziarie a stipulare convenzioni con soggetti pubblici, privati o cooperative sociali, convenzioni che tengono conto sia della formazione sia del trattamento retributivo, il tutto senza oneri per la finanza pubblica. "Non sussistono ragioni per escludere dal beneficio della Naspi il lavoratore che, come G.B., dopo aver prestato ininterrottamente attività lavorativa alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria", conclude il dottor Cucchetto, "versando la prevista contribuzione all'Inps sia entrato in stato di disoccupazione a causa della scarcerazione, non rilevando né il particolare sistema di collocamento (il carcere, ndr) né la finalità rieducativa che non esclude, di per sé, la applicazione della tutela contro la disoccupazione".
di Luisa Monforte
Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2022
Ayedi è morto a novembre scorso dopo aver aspettato per 4 ore un'ambulanza. Viveva in strada. In tutto, dall'inizio dell'inverno a Roma, si sono registrati una decina di decessi per freddo tra i senza fissa dimora: un numero inferiore rispetto agli scorsi anni, complici anche le temperature meno rigide e l'inverno che non è ancora finito. Per lo più si tratta di stranieri: un 30enne nordafricano a Termini, un 52enne polacco sotto un cavalcavia alla Laurentina, un 53enne romeno in un parco.
I posti per l'accoglienza offerti dai servizi comunali nella Capitale sono poco più di 400, erano 95 fino a qualche mese fa. Un salto in avanti, ma comunque insufficiente a fronte di una stima di circa 16mila persone senza fissa dimora. Sono quasi il doppio gli homeless, infatti, rispetto a quanto ipotizzato dall'Istat nel 2015, anno dell'ultima rilevazione, quando né Roma né il mondo conoscevano il Covid e la crisi economica che ne è derivata.
I 16mila che vivono ai bordi delle strade, nei sottopassi delle stazioni, in accampamenti informali sotto i cavalcavia di periferia ma anche negli anfratti delle mura nel centro storico della città spesso vengono chiamati "gli invisibili". Non lo sono davvero, però, agli occhi di turisti e passanti, così per ripristinare il decoro in aree di pregio e di passaggio, come le stazioni e le grandi piazze, vengono allontanati con misure "repressive e che non risolvono", afferma la presidente della commissione Politiche sociali del Campidoglio, Nella Converti del Pd, che ha raccolto la denuncia dell'associazione Nonna Roma.
Nel rapporto Rhomeless di Nonna Roma, che fotografa lo stato della povertà nella Capitale, i numeri e i metodi sono chiari. Si va dal getto d'acqua sull'asfalto alla sera, in piazza dei Cinquecento davanti alla stazione Termini, che impedisce a chi non ha una casa di accamparsi in strada, alle reti metalliche di protezione: ne è spuntata una attorno alle mura a Castro Pretorio, a pochi chilometri da Termini. Ma soprattutto ci sono i Daspo, i divieti di avvicinamento comminati dalla polizia locale come previsto dal regolamento vigente.
Alla stazione Termini c'è un uomo bengalese che sui Daspo detiene il primato: 187 in un anno. In tutto il territorio, da febbraio 2017 a oggi, sono stati comminati 5.836 divieti a 2.536 persone senza fissa dimora, una media di più di 2,3 a testa. In pole position, però, ci sono quattro persone che in totale, insieme, hanno ricevuto 630 ordini di allontanamento, tutti nella zona della stazione Termini di Roma.
E il lockdown, che ha portato chi viveva già sul confine della povertà a vivere in strada, non ha mancato di far sentire i suoi effetti: il report di Nonna Roma ha conteggiato, incrociando più fonti, 320 Daspo ai danni di 103 homeless nei mesi più duri delle restrizioni. "Criminalizzare la povertà e la fragilità sociale non porta a nulla. È ovvio che le persone non devono dormire per strada, non vogliamo che dormano in strada, ma dobbiamo trovare soluzioni che siano durature e che le portino dall'essere escluse a essere incluse nella società: le multe e i getti d'acqua non risolvono il problema", spiega Converti.
Tra l'altro, ironia della sorte, la maggior parte dei senza fissa dimora sta nell'area del Municipio I, quello che abbraccia il prestigioso centro storico, forse anche per la presenza di noti spazi d'accoglienza come quelli della Caritas e della Comunità di Sant'Egidio.
Subito dietro, per numero di presenze, ci sono i territori del Municipio II, che da Porta Pia si estende fino a San Lorenzo e ai Parioli, e del Municipio XIII, che confina con piazza San Pietro e il Vaticano e arriva fino a Boccea e Casalotti. Questo lo scenario registrato nel 2014 e che oggi, per numero di accessi ai servizi sociali, appare più o meno lo stesso.
L'associazione Nonna Roma ha chiesto a Palazzo Senatorio di "modificare il regolamento della polizia urbana e di superare l'idea della stagionalità. La povertà non si esaurisce con la fine dell'inverno", spiega Ilaria Manti. "Bisogna ampliare l'accoglienza, ma soprattutto il Campidoglio deve garantire agli homeless l'accesso alla residenza fittizia anche tramite le associazioni abbattendo così i tempi e permettendo a queste persone di accedere a diritti basilari, come i servizi sanitari", aggiunge.
L'obiettivo del Campidoglio è "rafforzare la collaborazione, sia istituzionale che operativa tra servizi differenti: sociale, sanitario, politiche educative, del lavoro, abitative", spiega l'assessora alle Politiche sociali, Barbara Funari. "Vogliamo promuovere nuove e durature alleanze tra servizi e terzo settore, che vadano oltre il singolo intervento o la singola iniziativa", conclude.
youtg.net, 13 febbraio 2022
L'iniziativa culturale voluta dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Maurizio Veneziano, e supportata da Carlo Raccis funzionario giuridico pedagogico dell'amministrazione penitenziaria presso il provveditorato della Sardegna sta per terminare il suo giro di eventi che nonostante la pandemia è riuscita brillantemente a portare eventi di grande livello culturale, ricreativi e teatrali dentro uno degli ambienti più delicati che ha subito pesantemente gli effetti di questi tre anni di pandemia. Una decina gli istituti coinvolti, con le presentazioni dei libri di dieci autori differenti che si sono offerti di presentare la propria opera e di donare alle biblioteche penitenziarie il proprio libro.
È partito tutto dal 3 settembre 2021 con la presentazione di Giampaolo Cassita nel carcere di Tempio Pausania, via via si sono uniti autori come Flavio Soriga, Marcello Fois, Roberta Secchi, Gianni Mascia, Cristian Mannu, Francesco Abate, Matteo Porru, e Fabrizio Raccis che proprio il 12 febbraio attraverso la piattaforma Teams ha presentato nel carcere di Mamone (Nu) il suo libro Edgar Allan Poe - Il mistero della morte, edito Catartica Edizioni.
Lo scrittore Cagliaritano ha detto: "è stata davvero un'esperienza molto emozionante, ho visto molto interesse da parte dei detenuti che hanno partecipato alla discussione e risposto con grande positività a questo progetto letterario, voglio fare i miei più sentiti ringraziamenti alle educatrici, agli organizzatori, a coloro che stanno facendo in modo che questi incontri letterari possano concludersi nonostante le mille difficoltà dovute alla pandemia".
Manca poco alla conclusione di questi incontri che finiranno dopo gli appuntamenti con le carceri di Is Arenas, Lanusei, Oristano e Nuoro. Una iniziativa complessa che sta riscuotendo un grande successo e tende a sensibilizzare i detenuti delle carceri della Sardegna avvicinando gli autori ad un contesto del tutto inedito.
di Simona Arena
meridionews.it, 13 febbraio 2022
"Dimostra come la rieducazione possa essere realizzata". Colloqui con i familiari interrotti, così come i momenti all'esterno delle celle. La doppia reclusione nelle carceri durante la pandemia è stata raccontata in un video musicale. "Un messaggio di speranza e di coinvolgimento", afferma Daniela Ursino a MeridioNews.
Hanno vissuto una reclusione nella reclusione durante il primo lockdown. Alle già rigide restrizioni a cui devono sottostare per la detenzione in carcere, si sono unite quelle previste dalle norme per contenere la diffusione del contagio da Covid. Questo ha comportato anche la chiusura degli spazi esterni del carcere, interrompendo anche le attività trattamentali e i colloqui con i familiari. Quando è stata data loro la possibilità di contribuire in qualche modo a promuovere un messaggio importante, non ci hanno pensato due volte.
È nata in questo modo l'idea di chiedere ai detenuti di due carceri siciliane di partecipare attivamente alla realizzazione di due spot per incentivare la vaccinazione anticovid. "L'idea dello spot è nata da una condivisione con l'assessorato alla Sanità della Regione siciliana nel momento in cui si parlava della situazione generale delle carceri" spiega Daniela Ursino, presidente dell'associazione D'aRteventi che da anni porta avanti all'interno della casa circondariale Gazzi di Messina un laboratorio teatrale. Così, proprio i detenuti che fanno parte del progetto, chiamato Il teatro per sognare, coinvolti da tanto entusiasmo hanno partecipato a tutte le fasi di elaborazione dello spot.
Il progetto si chiama "Un piccolo grande gesto per te e per gli altri" ed è stato promosso dall'assessorato regionale alla Salute in collaborazione con l'amministrazione penitenziaria e con la partecipazione di due associazioni impegnate in specifici laboratori di rieducazione. Oltre a D'aRteventi si è messa in gioco anche Rock10elode, attiva nell'Istituto penale per minorenni di Palermo con un percorso di scrittura di canzoni.
"È stata un'esperienza che ha consentito ai protagonisti di dare un contributo attivo nella battaglia contro la pandemia e di sentirsi parte della società in un momento drammatico, che ha accomunato la popolazione mondiale in uno stato di isolamento diffuso - spiega Angela Sciavicco, direttore della casa circondariale di Messina-. L'esperienza recitativa consente a chi la sperimenta di interpretare ruoli di vite senza errori e senza intoppi nelle quali, spesso, è contemplato il lieto fine. Un messaggio di speranza per chi vuole trovare ispirazioni positive. È questo il senso che si vuole attribuire a tutte le attività che vengono svolte in carcere. Si può sempre cambiare abito e può essere inebriante indossare panni diversi dai soliti".
Le due associazioni in circa due settimane hanno messo nero su bianco le sensazioni e le suggestioni vissute dai detenuti durante il primo lockdown. Tante esperienze che sono state sintetizzate e veicolate in un video, con due giorni di riprese per raccontare la loro vita in un momento in cui la quotidianità di tutto il mondo è stata messa alla prova. La voce dello spot racconta come le attività hanno subito un'interruzione, l'impossibilità di incontrare i propri cari: momenti bui che si aggiungevano alle altre restrizioni con cui si è stati costretti a fare i conti in questi anni. Così come non può passare in secondo piano il non aver potuto godere della boccata di ossigeno, sempre per via delle restrizioni. In questo contesto, la protezione del vaccino diventa una speranza per potersi ricongiungere con i genitori e gli spazi esterni della struttura. "Voi che siete fuori potete abbracciare questa libertà vaccinandovi" è questo il messaggio che i detenuti del carcere di Messina. L'immagine simbolo dello spot è stata quella delle mani che non si potevano toccare durante il colloquio, se non attraverso una barriera di plexiglass.
Dodici i detenuti che hanno preso parte allo spot, che ha visto anche la collaborazione e la partecipazione anche della polizia penitenziaria. "Siamo contenti di averli accompagnati anche in questo percorso - prosegue Ursino - Perché questo spot è un esempio di come la rieducazione possa essere pienamente realizzata quando il detenuto è coinvolto in un'attività che lo vede protagonista.
Dalla scrittura del testo alla recitazione fino alle riprese, sono stati protagonisti attenti e consapevoli del tema importante che rappresenta la campagna vaccinale. Si sono sentiti coinvolti nel contributo da offrire alla società esterna".
Ursino non manca di menzionare Sciavicco, per il sostegno offerto dalla Casa circondariale, fino a Caterina Pacileo, comandante della polizia penitenziaria e dell'area trattamentale. "Una partecipazione corale - conclude Ursino - con cui si è riusciti a trarre da una difficoltà oggettiva la conferma che le energie impegnate e il percorso intrapreso continuano a portare buoni frutti".
di Gianni Santucci
Corriere della Sera, 13 febbraio 2022
Torregiani, orologiaio e gioielliere, ucciso a 42 anni fuori dal suo negozio, in via Mercantini, a pochi metri da piazza Bausan, da una cellula dei Proletari armati per il comunismo. La sua storia è diventata un film, al cinema e ora in tv. Milano nel 1979 era una città piagata dal terrorismo, dall'eroina e da una malavita di una violenza smodata.
Per 43 anni s'è parlato più degli assassini (Giuseppe Memeo, l'uomo che impugnava la pistola durante il corteo in via De Amicis il 14 maggio 1977; Gabriele Grimaldi, morto a 55 anni nel 2006, dissociato dalla lotta armata dopo il carcere, figlio di Laura Grimaldi, scrittrice, traduttrice e direttrice del Gialli Mondadori; infine Cesare Battisti, a lungo latitante e infine catturato in Bolivia nel 2019).
E s'è invece dimenticato cosa fosse Milano tra gennaio e febbraio 1979, una città piagata dal terrorismo, dal primo dilagare dell'eroina, da una malavita che abusava di una violenza smodata. Ma soprattutto, oscurata dietro le vicende del commando dei killer, è rimasta la storia della vittima di uno dei più gravi omicidi politici nella storia d'Italia: Pierluigi Torregiani, orologiaio e gioielliere, ucciso a 42 anni fuori dal suo negozio, in via Mercantini, a pochi metri da piazza Bausan, da una cellula dei Proletari armati per il comunismo.
Il processo - L'uomo che s'è ritrovato dentro questo buco nero della storia di Milano viene però oggi ricordato da un film, già uscito al cinema e che andrà in onda su Rai1 proprio il 16 febbraio, nel quarantatreesimo anniversario dell'omicidio, un agguato nel quale rimase ferito anche il figlio del gioielliere, Alberto, da quel giorno in sedia rotelle, colpito da un proiettile sparato dal padre che impugnava una pistola mentre i terroristi lo trucidavano. Torregiani è interpretato da Francesco Montanari (il "libanese" di Romanzo criminale, regista Fabio Resinaro, produttore Luca Barbareschi). Il titolo del film è lo stesso del libro che Alberto Torregiani pubblicò nel 2006, "Ero in guerra ma non lo sapevo".
Gli anni di piombo - La sceneggiatura restituisce alla memoria della città la figura del gioielliere, ma perché sia completa, bisogna ricordare il contesto. E allora bisogna tornare al 22 gennaio dello stesso anno, il 1979, perché il delitto Torregiani inizia da lì. Poco dopo la mezzanotte il gioielliere è a cena nel ristorante "Transatlantico" di via Malpighi, in zona Porta Venezia. Ha con sé una valigetta di gioielli che ha appena esposto in una televendita. È seduto con la figlia e altre cinque persone, colleghi e amici. Entrano due banditi per una rapina. Torregiani reagisce perché i rapinatori lo minacciano puntando la pistola contro la ragazza che, con i suoi due fratelli, tra cui Alberto, il gioielliere aveva adottato qualche anno prima, dopo aver conosciuto la loro madre, deceduta per un tumore nell'ospedale in cui era anche lui stato ricoverato per la stessa malattia. Quella sera si innesca un conflitto a fuoco e a terra nel ristorante restano i cadaveri di un cliente (Vittorio Consoli, 38 anni) e di un rapinatore (Orazio Daidone, 34 anni). Torregiani diventerà bersaglio dei Pac perché alcuni giornali nei giorni seguenti lo identificheranno come il pistolero, il giustiziere, il borghese che si ribella e spara contro le azioni del proletariato.
Il carattere - Il film racconta i 25 giorni nei quali il gioielliere finisce divorato in questa sequenza di eventi, da vittima di rapina a vittima di omicidio, con tutte le sue difficoltà di sopportare la protezione che gli raccomandava la questura: "Sarebbe stato facile fare di mio padre l'innocente con cui tutti solidarizzano da subito - ha spiegato in una recente intervista al Corriere il figlio Alberto -. Invece nel film abbiamo voluto raccontare una verità più ricca e complessa.
Mio padre era un po' impulsivo, a volte forse arrogante, uno a cui non piaceva farsi mettere i piedi in testa. Niente di più. Tutto questo è diventato la sua condanna. Durante quella rapina si è difeso solo perché aveva accanto sua figlia. Nei giorni seguenti stava soltanto nascondendo a tutti noi la sua paura. Si teneva tutto dentro: anche la consapevolezza che prima o poi qualcosa gli avrebbero fatto".
Intorno c'era la Milano dell'anno 1979, quella che oggi è completamente obliata quando si fanno analisi politiche sulla sicurezza, senza ricordare (per volontaria omissione o per scarsa memoria), quale sia il termine di paragone lontano quattro decenni, non quattro secoli. La sera del 22 gennaio 1979, quella in cui la rapina al gioielliere Pierluigi Torregiani finisce con due morti in un ristorante in Porta Venezia, un'altra rapina alle porte di Milano (Novate) è finita in tragedia: un tabaccaio ferito, un cliente ucciso a colpi di pistola. Ma la pagina di cronaca del Corriere che racconta i fatti di quel giorno contiene anche altro: la scoperta dei cadaveri di due sorelle, Anna e Wanda Galli, 67 e 66 anni, massacrate per rapina nel loro appartamento al civico 30 di via Moscova. Quattro morti e due feriti da arma da fuoco, in due distinte sparatorie per rapina, in un solo giorno. Milano era così, 43 anni fa.
di Simona Buscaglia
La Stampa, 13 febbraio 2022
Il XXVII Rapporto Ismu sulle Migrazioni 2021, presentato a Milano. Gli stranieri in Italia sono sempre più poveri e disoccupati. Inoltre, i ragazzi con un background migratorio inseriti a scuola registrano ancora spesso un ritardo di diversi anni rispetto ai coetanei italiani, soprattutto alle superiori, che si traduce molte volte in un tasso più alto di abbandono dei percorsi formativi. A delineare questo quadro è stato il XXVII Rapporto Ismu sulle Migrazioni 2021, presentato oggi a Milano.
La pandemia ha sicuramente accentuato la loro vulnerabilità: il tasso di occupazione degli stranieri registra un calo significativo, passando dal 61% del 2019 al 57,3% del 2020, arrivando così per la prima volta a un valore inferiore a quello degli italiani (58,2%). Sono le donne ad aver pagato il prezzo più alto nel mercato del lavoro: la riduzione del tasso di occupazione è doppia rispetto a quella degli immigrati maschi.
Dei 456mila posti che si sono persi tra il 2019 e il 2020, quasi un quarto coinvolge le sole donne straniere. Aumenta comunque la povertà complessiva, che colpisce nel 2020 il 29,3% degli stranieri (rispetto al 7,5% degli italiani) e il 26,7% delle famiglie di soli stranieri (erano il 24,4% nel 2019). Parliamo di 415mila nuclei familiari, che diventano 568mila se si includono anche le famiglie miste, quelle cioè con almeno un componente straniero.
L'unico dato in controtendenza riguarda le imprese trainate da titolari o soci stranieri che nel 2020 risultano in crescita del 2,3%.
Ma quanti sono gli stranieri in Italia? "Al primo gennaio 2021 gli stranieri presenti in Italia sono 5.756.000, di questi il 91 per cento sono migranti regolari - spiega Livia Elisa Ortensi, Responsabile Settore Statistica Fondazione Ismu - rispetto all'anno precedente e per il secondo anno consecutivo vediamo una variazione negativa nel numero di stranieri (-2,8%), dovuta in parte all'acquisizione di cittadinanza e in parta alla riduzione dei nuovi ingressi. Ad essere maggiormente colpiti dalla riduzione sono i permessi per studio e per famiglia, quest'ultimo rimane uno dei principali canali legali in Italia".
Gli sbarchi sulle coste italiane nel 2020 sono stati oltre 34mila, circa il triplo di quelli del 2019. Nel 2021 gli sbarchi sono quasi raddoppiati per un totale di 67.040. Per quanto riguarda la popolazione irregolare, Fondazione Ismu sottolinea come dal 2009 siano rimasti sempre al di sotto del 10% della presenza straniera complessiva. Al primo gennaio 2021 questa percentuale è rimasta sostanzialmente invariata (519mila contro i 517mila dell'anno precedente).
Il nostro Paese si conferma inoltre, uno dei principali approdi o transiti per i minori stranieri non accompagnati (msna) insieme a Grecia e Spagna: al 30 novembre 2021 erano 11.159 (+69% rispetto allo stesso periodo del 2020, in cui se ne contavano 6.601). Ad oggi però, in Italia, solo il 3% dei minori ha potuto beneficiare dell'affido familiare.
Uno spaccato che sottolinea anche le difficoltà della popolazione straniera più giovane. La scuola in Italia è sempre più multietnica: guardando gli ultimi dati disponibili relativi all'anno scolastico 2019/2020 gli alunni con background migratorio sono più di 870mila, quasi 20mila in più rispetto all'anno scolastico precedente, rappresentando il 10,3% del totale degli iscritti nelle scuole italiane. Nonostante ci sia stato un miglioramento negli ultimi anni, il loro ritardo scolastico però riguarda circa il 30% degli alunni, contro il 9% di quelli italiani.
Il disagio giovanile qui può essere letto sotto diversi punti di vista. Nel 2020 gli Elet (Early Leavers from Education and Training) nati all'estero - cioè i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non è in possesso di un titolo di istruzione secondaria superiore o di una qualifica professionale e che non è inserita in percorsi scolastico-formativi - sono il 32,1% degli stranieri in quella fascia d'età. Il dato corrisponde al triplo dei coetanei autoctoni, che si fermano invece all'11%. Numeri che non migliorano se si va ad analizzare la quota di NEET (Not in Education, Employment or Training), che rappresenta quei giovani che non studiano e non lavorano. Quelli nati all'estero raggiungono il 36% del totale dei giovani nati all'estero tra i 15 e i 29 anni residenti in Italia, segnando una crescita del 4,1 % rispetto al 2019.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 13 febbraio 2022
Biden nella telefonata con il leader del Cremlino, sembra quasi spingere Putin a entrare in Ucraina: minaccia ma non propone nulla. Una situazione per certi versi ineluttabile visto quanto accaduto negli ultimi vent'anni dopo essersi volontariamente cacciata nel cul de sac preparato dagli americani, con interventi militari dall'esito devastante che nel gergo comune si chiamano sconfitte, politiche e militari.
Se l'Europa vivrà altre giornate sul filo del rasoio e delle telefonate tra i leader, come quella di ieri Putin-Biden, lo deve anche a se stessa. Biden nella telefonata con il leader del Cremlino, sembra quasi spingere Putin a entrare in Ucraina: minaccia ma non propone nulla. Una situazione per certi versi ineluttabile visto quanto accaduto negli ultimi vent'anni dopo essersi volontariamente cacciata nel cul de sac preparato dagli americani, con interventi militari dall'esito devastante che nel gergo comune si chiamano sconfitte, politiche e militari. Sui nostri giornali campeggiano, a commento dei fatti ucraini, i cantori dell'atlantismo con frasi come queste: "Ogni Stato ha diritto di scegliersi gli alleati che vuole", "massima solidarietà agli Stati Uniti per mantenere l'ordine liberale".
Come il presidente americano Joe Biden, in caduta libera nei sondaggi e - sotto un ostorico 40% di consensi - in lucidità (in tv confonde Afghanistan, Iraq e Ucraina). devono esser stati sconnessi da alcuni eventi e massacri recenti dove i princìpi occidentali, così propagandati, sono stati clamorosamente sbeffeggiati proprio dagli americani e dall'Alleanza atlantica.
Quale "ordine" liberale propugnano gli Stati uniti e la Nato? Quello che ha spinto Washington a usare i jihadisti contro l'Urss negli Ottanta? Quello dell'Afghanistan 2021? L'"ordine" dell'intervento inventato di sana pianta in Iraq nel 2003? Quello della guerra in Libia nel 2011 i cui disastri sono ancora sotto i nostri occhi?
L'"ordine" americano che ci ha portato attentati in Europa e milioni di migranti trattati come oggetti e ricacciati nella disperazione, privandoci anche delle risorse energetiche dei nostri vicini? L'"ordine" della Turchia, Paese Nato utile a massacrare i curdi con il Sultano Erdogan? L'"ordine" che silenzia e cancella i palestinesi?
Americani e atlantisti si arrogano il diritto di decidere cosa va bene e cosa va male aggrappandosi a principi di autodeterminazione dei popoli che sono i primi a violare.
Prendiamo la Siria: per anni Washington e Bruxelles hanno dichiarato che "Assad se ne doveva andare" ma per destabilizzarlo hanno incoraggiato Erdogan a mandare migliaia di tagliagole jihadisti dall'altra parte del confine. Hanno chiesto alla Siria di rompere i suoi legami con l'Iran e poi è intervenuta la Russia, storico alleato di Damasco.
Che cosa voleva l'Occidente, forse il bene dei siriani, tenuti ancora sotto drammatico embargo?
Che cosa pretendevano gli americani dall'Afghanistan? Vendicarsi dell'11 settembre 2001, come ha ammesso lo stesso Biden? Bene dopo l'uccisione di Bin Laden avrebbero potuto andarsene ma sono rimasti ad ammazzare più civili che talebani, ai quali hanno riconsegnato in mano il Paese e ora si vendicano contro la popolazione congelando i fondi afghani e ostacolando l'invio di aiuti umanitari.
Per non parlare dell'Iraq, attaccato nel 2003 per il presunto possesso di armi distruzione di massa che non esistevano e lasciando poi il Paese a uno dei maggiori massacri della storia.
E quali sono i diritti? Gli ucraini hanno diritto alla loro identità nazionale ma ce l'hanno pure i russi che vivono in quel Paese. A un'identità nazionale avrebbero diritto pure i palestinesi e mentre non si esita a imporre sanzioni a Mosca, a Teheran e Damasco non si possono neppure nominare eventuali sanzioni a Israele per gli insediamenti illegali secondo la comunità internazionale e le e le Nazioni Unite. Sono questi i princìpi occidentali? Questo è doppio standard.
E se parliamo dei curdi si arriva al paradosso. Usati dagli americani come fanteria contro i jihadisti, sono stati lasciati da Washington nel 2019 ai massacri di Erdogan e dei "suoi" jihadisti, che poi il "reiss" turco ha usato anche in Tripolitania e in Azerbaijan. Ma la Turchia non è un Paese della Nato e suo baluardo a sud? E di quali princìpi è mai portatore questo Paese se non il massacro dei suoi avversari? I cantori dell'atlantismo sono assai male informati.
Gli ucraini ora si sono affidati per il riarmo alla Turchia di Erdogan, accolto a Kiev come un salvatore. Francamente è difficile dire se sia una fortuna o meno. Putin trova dall'altra parte un suo nemico - in Siria, Libia, Azerbaijan - ma anche un autocrate con cui si mette d'accordo e al quale vende le batterie anti-missile. Putin ha persino riconosciuto Erdogan come possibile mediatore nella crisi ucraina. La Turchia è pur sempre un Paese della Nato, con le galere piene di oppositori: che cosa si può chiedere di meglio? Forse per Kiev è un passo avanti per sentirsi dentro l'Alleanza e in un mondo migliore. Auguri, come si dice.
Anche qui però, tra i cantori dell'atlantismo, c'è qualche segno di resipiscenza. E arriva stavolta, incredibilmente, dall'Italia
Il ministro degli Esteri Di Maio, in seduta congiunta delle commissioni esteri e difesa del parlamento, ha evocato l'articolo 10 della Nato secondo il quale ogni allargamento dell'Alleanza atlantica deve soddisfare un requisito che è quello di "contribuire all'accrescimento della sicurezza collettiva". In poche parole non si fa entrare un Paese se costituisce un elemento di destabilizzazione. Qualcuno per favore dica se l'allargamento della Nato a est ha portato alla nostra sicurezza o no.
di Antonio Monda
La Stampa, 13 febbraio 2022
Tra la punta nord di Queens e quella sud del Bronx, nel mezzo della biforcazione del fiume Hudson, che lì prende il nome di East River, c'è un'isola tristemente nota a tutti i newyorkesi chiamata Rikers Island.
Dopo essere stata utilizzata per decenni come discarica della città, è divenuta dal 1932 la sede del complesso di dieci istituzioni penitenziarie e mentali, all'interno delle quali 9.000 ufficiali e 1.500 civili gestiscono un flusso di 100.000 ammissioni annue e una popolazione media giornaliera di 10.000 detenuti, nessuno dei quali in grado di pagare la cauzione. In origine Rikers Island era raggiungibile unicamente con il traghetto, ma nel 1966, il sindaco John Lindsay, un repubblicano passato ai democratici, decise di costruire un ponte per collegarla a Queens, con il fine di dare minor senso di isolamento ai detenuti.
Sin da quando è stata costruita, l'intento degli amministratori di ogni colore politico è stato di farne un carcere modello, in opposizione ad Alcatraz, altra prigione situata in un'isola al centro di una baia: ma, nonostante le migliori intenzioni, Rikers Island è stata classificata recentemente tra le peggiori dieci istituzioni americane, e negli ultimi mesi ha registrato una serie di eventi drammatici. Nel 2021 il numero dei detenuti è aumentato del 25% e, dopo un tasso di mortalità che negli ultimi due anni era pari a zero, nel 2021 ben quindici di loro hanno perso lì la vita: alcuni per suicidio, altri per overdose, altri ancora per malattia.
In quest'ultimo anno la percentuale dei detenuti ammalati di Covid è salita dall'uno al 17%, e si sono moltiplicati i casi di violenza, al punto che negli ultimi mesi ben 1.000 ufficiali hanno chiesto un trasferimento. Da un punto divista demografico, la popolazione carceraria è composta al 90% da gente di colore, detenuta per crimini che vanno dall'aver imbrattato un muro con dei graffiti sino allo spaccio, lo stupro e l'omicidio.
Uno degli episodi più agghiaccianti avvenuti negli ultimi anni è stato il brutale pestaggio di Robert Hinton, un detenuto con gravi disturbi mentali: è stato l'eco di questo abuso ha portare l'attenzione della stampa sull'istituzione, che si era già trovata al centro di uno scandalo quando a un altro detenuto, Jason Echevarria, venne negata l'assistenza medica dopo che aveva ingoiato del detersivo, e morì dopo una dolorosissima agonia.
Un'inchiesta condotta qualche settimana fa dal New York Magazine ha denunciato il costante abuso dell'isolamento, anche tra i minorenni, certificando che la città spende 550.000 dollari l'anno per ogni persona incarcerata: cifra più che doppia rispetto a quanto era previsto in origine, che diventa ancora più clamorosa se si pensa che il costo di uno studente delle scuole pubbliche è invece di 28.000 dollari annui.
Il leader sindacale Benny Boscio ha parlato di "anime dimenticate", ed è stato ancora più duro il nuovo sindaco Eric Adams, che ha definito Rikers Island come un "imbarazzo nazionale" e "una macchia sulla nostra città". Dalle prime dichiarazioni sembra intenzionato a mettere in atto il progetto del suo predecessore Bill De Blasio, un populista di sinistra con pessimi rapporti con la polizia cittadina, il quale aveva fatto approvare una delibera comunale per chiudere l'istituzione a partire dal 2026, dimezzandone la popolazione carceraria già a partire da quest'anno.
Nel sostanziale disinteresse dell'opinione pubblica, i 15 morti lanciano forse l'ultimo campanello d'allarme per gli amministratori su un luogo ormai sinonimo di vergogna. Le storie raccontate sul New York Magazine generano strazio e rabbia, e parla per tutti il figlio di uno dei morti, in una lettera al sindaco: "mio padre non era semplicemente una nullità".
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