di Conchita Sannino
La Repubblica, 14 febbraio 2022
Intervista all'ex procuratore nazionale antimafia, oggi senatore di Leu. "Le porte tra politica e giustizia? Sarebbe stato meglio chiuderle prima". La riforma sul Csm? "Giusta, ma migliorabile. Purché si tenga fuori il risentimento verso le toghe". Le porte sprangate tra politica e giustizia? "Sarebbe stato meglio chiuderle prima, alcuni di noi lo dicevano da anni".
Palamara? "Ogni volta che mi cita è come se mi desse una medaglia. E comunque la degenerazione del correntismo risale a tanto tempo fa". Pietro Grasso, senatore di Leu e già presidente di Palazzo Madama, ha abbracciato la politica dopo quasi 45 anni in magistratura, da giudice nel maxi processo a Cosa Nostra al fianco di Falcone e Borsellino, fino alla guida della Procura nazionale antimafia. E oggi ha un timore: la tempesta perfetta "tra i referendum sulla giustizia e la campagna elettorale".
Senatore Grasso, la riforma è la risposta tardiva alla crisi della magistratura?
"È nell'interesse dei magistrati riacquistare la fiducia dei cittadini, ben vengano norme che eliminino il correntismo patologico e le cordate per promozioni, nomine, potere".
Questo sistema di voto per il Csm, maggioritario temperato, la convince?
"Non esclude, in verità, le possibilità di accordi tra correnti per lo scambio di voti. Si potrebbe allora prevedere un termine, a ridosso del voto, per mutare la composizione dei collegi, con un sorteggio. Altrimenti sono facilmente individuabili e possono favorire previsioni e accordi".
Lei era per un diverso sistema, tracciato in un suo Ddl. In sintesi?
"Ho proposto un'elezione a due livelli. La prima fase con collegi molto ristretti, in modo da favorire - annullando quasi il ruolo delle correnti - i magistrati più stimati e più validi. E successive assemblee: con la scelta dei togati tra questi ultimi. Tra elezioni contemporanee, maggioranze qualificate e ballottaggio, si riduce quasi a zero il rischio di accordi tra correnti".
E il sorteggio chiesto dalla Lega?
"Per me è incostituzionale, e trovo ridicoli gli stratagemmi con cui lo si vuole far rientrare dalla finestra...".
Ma poco meno di 1800 magistrati, al referendum dell'Anm, si sono espressi a favore...
"Hanno detto sì al sorteggio degli eleggibili, che poi dovrebbero partecipare a primarie. Ma rientra tra gli stratagemmi di cui parlavo".
Lo stop radicale alle "porte girevoli": nessuna toga eletta o nominata torna più a fare il pm o il giudice. Inevitabile o severo?
"Sì, lo condivido e lo ripeto da anni. Il magistrato deve apparire imparziale oltre che esserlo".
E sui ruoli tecnici (come i capi di gabinetto, capi dipartimento) anche lei è scettico sul 'purgatorio' dei tre anni?
"Veramente sono d'accordo col principio, ma non ho capito cosa dovrebbero fare in questi tre anni".
Il Pd chiede che non si cambi la riforma. E Leu? Il sostegno alla riforma è pieno o condizionato?
"Personalmente spero che ci siano margini di miglioramento, purché si proceda sui contenuti e non con senso di rivalsa contro la magistratura".
I referendum possono pregiudicare il via alla riforma?
"Temo che il corto circuito tra riforma, referendum, campagna referendaria e campagna elettorale - che spaccherà la maggioranza di governo - possa incendiare il clima a danno della possibilità di una buona riforma condivisa".
Dieci anni fa, lei si candidò e si dimise (tra i pochi, come de Magistris). Ma la degenerazione, sistema Palamara e non solo, non era già in corso?
"La degenerazione del correntismo risale a tanto tempo fa. Malcostume che ha inciso su tutti, per colpa di poche, ma influenti, eccezioni. Su Palamara, che dire: mi dedica una citazione che è una medaglia. Conferma che non ho mai smesso di cercare la verità, rispettando le regole, sulle stragi dei miei amici".
Si è sentito investito del "dovere di tramandarne la loro memoria". E spesso si è tentati dal chiederle quale posizione avrebbero assunto...
"Un conto è tramandare la memoria, un altro è far parlare i morti, sport cui non mi dedico. Ma posso certo ricordare cosa hanno fatto in vita: si sono opposti al bieco e patologico correntismo. Subendone gravi conseguenze".
di Paolo Frosina
Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2022
Nelle scorse settimane sono scaduti i termini per recepire la direttiva europea sui segnalatori di illeciti: un passaggio fondamentale per integrare la legge del 2017. The good lobby: "Legge essenziale per garantire maggiori tutele contro le ritorsioni. Ma il governo è totalmente disinteressato all'argomento". Dopo gli allarmi anche di Anac e Transparency international, arrivano anche i dati del Centro studi enti locali: tra 2018 e 2021 calo del 45% delle segnalazioni.
La Commissione europea è pronta ad aprire una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per il mancato recepimento della direttiva Ue sul whistleblowing.
Un passaggio fondamentale per integrare la legge del 2017 e rafforzare uno strumento chiave nella lotta alla corruzione, che l'esecutivo di Mario Draghi ha ignorato, nonostante i termini siano scaduti già a dicembre. "Il mancato recepimento è una bella figuraccia a livello internazionale", è il titolo del comunicato di The Good Lobby, l'organizzazione che si occupa di trasparenza, l'unica che denuncia come in settimana l'Italia sia finita nel mirino della Commissione.
"Nulla è stato fatto. Non male per un governo che si trova ad affrontare la più importante fetta del Pnrr e che la trasparenza è più capace a predicarla che applicarla", sottolinea l'organizzazione non governativa. "E spiace notare - commenta Federico Anghelé di The Good Lobby - che il governo italiano, oggi preso a modello da altri paesi e dalla stampa internazionale, risulti totalmente disinteressato all'argomento a differenza di Francia, Spagna e Portogallo". A evidenziare il ritardo dell'Italia è anche l'ultimo dossier realizzato da Csel (Centro studi enti locali) pubblicato dall'agenzia Adnkronos. L'urgenza di rafforzare lo strumento del whisteblowing e rassicurare chi intenda avvalersene è testimoniata infatti anche dai dati: tra il 2018 e il 2021 c'è stato un preoccupante calo del 45% del numero di segnalazioni di illeciti inviate all'Autorità nazionale anticorruzione.
D'altronde proprio il presidente dell'Anac Giuseppe Busia già a inizio anno aveva denunciato l'inadempienza dell'Italia: "I whistleblower svolgono un ruolo essenziale nel portare alla luce fatti corruttivi o fondati sospetti di illeciti che possono minacciare l'interesse pubblico. In tutti i paesi che riconoscono questo istituto, le segnalazioni hanno permesso la protezione di interessi comuni fondamentali, nonché il recupero di ingenti risorse pubbliche".
La direttiva Ue prevede include nella definizione di whistleblower anche soggetti al di fuori della tradizionale relazione lavorativa, come consulenti, membri dei consigli direttivi, ex dipendenti e candidati a posizioni lavorative. Fornisce protezione anche a coloro che assistono i whistleblower. Inoltre considera irrilevanti le motivazioni che hanno spinto a segnalare e permette ai whistleblower di denunciare illeciti direttamente nel luogo di lavoro oppure alle autorità competenti.
Introduce il divieto di ogni tipo di ritorsione e prevede sanzioni per coloro che ostacolano il diritto a segnalare, attuano ritorsioni o non rispettano l'obbligo di mantenere la confidenzialità. Ancora, richiede agli Stati membri di garantire l'accesso a un servizio gratuito, comprensivo e indipendente di assistenza all'interno del settore pubblico, compresa l'assistenza legale e finanziaria. Infine, introduce l'obbligo di prendere in carico le segnalazioni e di mantenere il whistleblower informato entro un tempo ragionevole.
Per questo, già un mese prima della scadenza, The Good Lobby e Transparency International avevano lanciato l'allarme invitando il governo Draghi a porre rimedio. Questa norma "è un tassello fondamentale per evitare che le risorse europee del Recovery Fund finiscano in mano al malaffare", sottolinea sempre Anghelé.
Per il direttore dell'ufficio italiano di The Good Lobby il recepimento della direttiva Ue "è essenziale per garantire maggiori tutele contro le ritorsioni perché permetterà di scegliere fra diversi canali di segnalazione, anche al di fuori della propria azienda o amministrazione. Un aspetto fondamentale che, in futuro, potrebbe prevenire il ripetersi di tragedie come quelle della funivia del Mottarone. Sappiamo infatti che un ex dipendente aveva segnalato internamente il guasto dell'impianto e aveva subito minacce di licenziamento. Se solo la Direttiva europea fosse stata in vigore, avrebbe potuto segnalare anonimamente la mancanza di sicurezza della funivia tramite un canale esterno e si sarebbe potuta evitare una tragedia in cui hanno perso la vita 14 persone", ricorda Anghelé.
Le denunce di The Good Lobby e Transparency International però sono cadute nel vuoto, hanno trovato come risposta "il solito assordante silenzio cui ci ha abituato questo governo che si guarda bene dal dare una risposta alla società civile". Eppure, ora anche il Centro studi enti locali sottolinea le stesse criticità.
Da una parte infatti, l'indice annuale 2021 del Cpi (Indice di percezione della corruzione), reso noto da Trasparency International Italia, ha evidenziato un balzo in avanti di 3 punti registrato dal nostro Paese, che ha guadagnato dieci posizioni in classifica. Come sottolineato nel report, però, restano delle criticità sui temi del whistleblowing e anche della regolamentazione del lobbying, dal momento che l'Italia non è ancora in linea con le direttive europee. Ritardi che vengono definiti preoccupanti anche dal Csel: "È un adempimento fondamentale per integrare e modificare quanto già previsto con la legge del 30 novembre 2017".
Le nuove misure previste nella direttiva, si legge nel dossier, "sicuramente contribuirebbero a rendere molto più efficace questo fondamentale strumento". Ma non solo. Così come nel caso del recepimento della direttiva Ue 2019/37 sul whistleblowing, anche in tema di antiriciclaggio si attendono snodi legislativi ancora al palo. Nello specifico, manca all'appello la pubblicazione del registro dei titolari effettivi, introdotto con la normativa di recepimento della direttiva Ue, alla quale non si è potuto ancora dare seguito in quanto non sono stati ancora emanati i decreti attuativi previsti dalla legge. Infine, la legge sul lobbying, il cui testo è stato approvato, in prima seduta, dalla Camera dei deputati e che è in attesa dell'approvazione da parte del Senato.
di Chiara Baldi
Specchio - La Stampa, 14 febbraio 2022
"Mai avrei pensato di finire a lavorare nella ristorazione, visto il mio passato. Ma ora ne sono felice". Dario ha 56 anni, i capelli imbiancati e diverse vite alle spalle. Nella prima installatore di turboalternatori, macchine che raccolgono l'energia elettrica. Nella seconda manutentore di locomotori per 15 anni nelle ferrovie federali svizzere.
"Poi ho commesso un errore e sono finito in cella. Dove ogni giorno ho dovuto dimostrare che non ero un criminale, ma solo una persona che aveva sbagliato". A San Vittore, Busto Arsizio e, infine, nel "carcere modello" di Bollate, alle porte di Milano. La terza vita di Dario comincia nel 2018 come occasione di riscatto arriva nel 2018, quando da detenuto finisce a lavorare negli uffici di Lendlease a Mind - Milano Innovation District - l'area ex Expo da oltre un milione di metri quadrati che diventerà il più grande distretto di riqualificazione urbana d'Italia e tra i primi cinque d'Europa.
Il 19 ottobre 2019 Dario esce dal carcere e dal giorno dopo viene assunto a tempo indeterminato: "Mi mandano a fare il cameriere in un bar-ristorante, mi arrabbio molto, non era il mio settore". Poi però si appassiona, capisce che in quella costruzione in legno, che sembra uno chalet di montagna pur essendo a mezz'ora dal centro di Milano, con una terrazza di cui va particolarmente fiero, può dare sfogo alle sue idee.
"Oggi facciamo feste e aperitivi, un piccolo svago dopo una giornata di lavoro. Abbiamo chiesto i permessi al Comune per poter usare la terrazza anche in inverno". Dario voleva fare l'imprenditore, oggi lo è. Grazie alla sua voglia di cambiare vita e a un progetto che gli ha permesso di farlo. I padiglioni Il Decumano di Expo 2015 sette anni dopo è irriconoscibile: una lunga distesa di cemento e, ai lati, cantieri.
Ogni tanto spunta un edificio ma i famosi padiglioni non ci sono più, se non per qualche eccezione: Tanzania, Zambia, Sri Lanka e sullo sfondo Haiti, Congo, Zimbabwe e Mozambico. Un vago ricordo dei quasi cento che hanno caratterizzato l'Esposizione Universale. Tutti gli altri sono stati tirati giù per fare spazio a Mind, dove lavorano centinaia di persone. Non solo ricercatori, biologi e innovatori, ma anche operai e manovalanza di ogni tipo.
Gli operai che all'alba vengono qui a lavorare si muovono da un cantiere all'altro a bordo di una navetta, perché fare su e giù per quel miglio che è stato così trafficato, ora che non c'è più niente, fa solo perder tempo. Dario è uno dei detenuti coinvolti nel Programma nato nel 2018 grazie a Lendlease, ministero della Giustizia, Anpal e altri partner istituzionali.
A dicembre 2021 è stato rinnovato per altri cinque anni. Spiega Nadia Boschi, manager Lendlease nonché responsabile del programma: "Uno degli elementi percepiti come critici a Mind era la vicinanza con il carcere di Bollate. Ci siamo chiesti come attenuare la diffidenza e fare in modo che la sostenibilità aziendale passasse dall'impatto sociale". Nei primi tre anni sono stati coinvolti 30 detenuti ma il numero crescerà. Prima di entrare nei cantieri, la cui specializzazione è molto alta, devono affrontare un periodo di formazione.
Ma la difficoltà principale è far convivere pacificamente e senza pregiudizi detenuti e lavoratori. "Questo è un "ambiente non protetto", cioè, a differenza di altre esperienze simili attivate in carcere, senza altri detenuti: operano con lavoratori "liberi" in un contesto di vita reale". Tanto che le persone che scontano una pena - spesso anche ergastolani - arrivano a Mind in autonomia e sempre in autonomia rientrano in carcere. L'erosione dei pregiudizi In questi anni non sono mancate scene di incomprensioni e diffidenze. "Il primo mese - ricorda Boschi - avevamo dipendenti che nascondevano la borsa se nei paraggi c'era un detenuto. Poi hanno smesso. Dopo tre anni possiamo dire che sono crollati i pregiudizi".
Per Vincenzo Lo Cascio, responsabile dell'Ufficio Centrale lavoro dei detenuti del ministero della Giustizia, Programma 2121 è "un modello da esportare in tutta Italia, tenendo conto delle differenze tra istituti di pena e contesti regionali, in quanto. Ma, ne è certo, "è un'esperienza fondamentale per chi è privo della libertà personale, pur essendo su base volontaria". Per più ragioni: "Innanzitutto, chi aderisce dimostra al Tribunale di Sorveglianza, che fa una preselezione, che vuole davvero cambiare vita. In secondo luogo, perché un detenuto nel corso della sua detenzione accumula un debito economico con lo Stato e visto che il lavoro a Mind è retribuito, può cominciare a pagarne una parte, riducendo il rischio di recidiva che in Italia è del 70 per cento: dover pagare una cartella esattoriale per le "spese di giustizia" dopo essere stati in carcere è un disincentivo alla riabilitazione per molti detenuti perché la maggior parte di essi proviene da contesti di forti difficoltà economiche. Avere un'occupazione stabile aiuta però ad alleviare questa prospettiva".
Non è però solo l'esperienza lavorativa a contare, sebbene rappresenti una voce importante nel curriculum vitae del detenuto, che così potrà essere inserito in un contesto professionale stabile. Significativo è anche l'aspetto che riguarda l'ambito familiare: un detenuto non è il reato che commette e così ha modo di ricrearsi una vita oltre il lavoro.
Proprio quello che è avvenuto con Dario: "I miei figli sono tornati a parlarmi e quando vado a trovarli è la mia ex moglie a ospitarmi. Una cosa impensabile prima". Questo è possibile grazie a Fondazione Cascina Triulza che avvia percorsi complementari per le famiglie dei carcerati. "Sono realtà molto difficili, soprattutto se sono presenti bambini: bisogna spiegare loro cos'è il carcere, perché il loro genitore vive lì. E una volta concluso il percorso lavorativo, aiutare detenuti e famiglie a trovare un punto di incontro", dice Chiara Pennasi, direttrice generale della fondazione. Ma anche il rapporto con i colleghi è centrale.
"Una volta - racconta una dipendente di Lendlease - ebbi un attacco di panico in ufficio e con me c'era solo un collega detenuto. Che mi è stato vicino fino a che non sono stata meglio e mi ha persino donato il suo Tavor, che portava sempre con sé perché anche lui soffriva di ansia. Il nuovo distretto ha due filoni, Scienze della Vita e Città del Futuro.
Tre i partner pubblici che lo stanno tirando su: l'Università Statale di Milano, che avrà il suo campus scientifico lì dove una volta sorgevano i padiglioni della Biodiversità e altri di paesi come l'Indonesia; Human Technopole, che già ospita 200 ricercatori a Palazzo Italia e ne avrà 1200 a regime nel 2025; e l'Ospedale Galeazzi, che ha già ultimato la sua nuova sede, lì dove una volta c'erano i padiglioni di Bahrein, Angola, Repubblica Ceca, un palazzone di 16 piani operativo da metà 2022 con oltre 9 mila persone tra pazienti e operatori sanitari.
Proprietaria dei terreni di Mind è Arexpo, la società pubblica (3,7 milioni di euro di utile nel 2021) che ha dato in concessione per 99 anni 480 mila metri quadrati alla multinazionale australiana Lendlease, per una cifra complessiva di circa 2 miliardi di euro. "Abbiamo portato a Mind AstraZeneca e Esselunga, oltre a una folta schiera di realtà del settore dell'innovazione e la tecnologia", racconta Stefano Minini, Project Director di Mind per Lendlease.
Il ritmo di lavoro dei cantieri è forsennato perché il tempo corre e nonostante il Covid non abbia avuto l'impatto temuto - esclusi i mesi di lockdown si è sempre lavorato - all'inizio del 2024 va conclusa la realizzazione di West Gate dove ci saranno uffici, laboratori, 400 residenze in affitto oltre a un albergo e una piastra per lo scambio di idee e persone. E lo stesso Decumano - ora ricoperto di cemento - verrà smantellato per essere riqualificato in ottica verde: diventerà una lunghissima pista ciclabile che sarà collegata a Milano.
di Carmela Di Domenico
ciociariaoggi.it, 14 febbraio 2022
Mimmo D'Innocenzo muore il 27 aprile del 2017 per un malore nel corridoio del carcere di via Sferracavalli mentre i medici provano a trasferirlo in ospedale. Sul braccio un foro di siringa. I familiari non credono all'ipotesi di una overdose: impossibile per un giovane che non faceva uso di eroina. E, cosa non secondaria, vietata in carcere. Il caso giudiziario va verso la chiusura. Ma la famiglia, soprattutto mamma Alessandra, non si arrende. Diversi i tentativi di tenere alta l'attenzione. Due anni fa il sit-in proprio davanti al tribunale di Cassino. Poi ancora a Roma.
L'incontro della signora Pasquire con il ministro Cartabia, pure una interrogazione parlamentare di Italia Viva nella scorsa estate per chiedere se a suo tempo il dipartimento dell'amministra zione penitenziaria abbia svolto indagini interne per verificare le circostanze che hanno determinato il decesso del ragazzone romano giunto dalla comunità di Assisi da appena due giorni, compresa la presenza di un registro degli ingressi in infermeria in quel mese di aprile, mai trovato. Mimmo, finito in un brutto giro di coca come raccontato dalla madre a 29 anni decide di smettere: entra in comunità. Ma non ce la fa. Una mattina raggiunge un supermercato sotto casa e a volto scoperto tenta una rapina, poi viene arrestato.
Inizia a scontare la pena ad Assisi, in comunità. Quando diventa definitiva viene trasferito a Cassino dove, dopo due giorni, muore. La difesa della famiglia, rappresentata dall'avvocato Vitelli, riesce a scoprire attraverso indagini difensive l'esistenza di un testimone che avrebbe riferito di un'iniezione la sera precedente al malore. Forse calmanti. Esisterebbe la testimonianza di un agente di polizia penitenziaria che riferisce di aver accompagnato il ragazzo in infermeria per un malore la sera prima. Ma né medico né infermiera ricordano nulla. E il registro degli ingressi non esiste più. Come pure la gola profonda che raccontò come era andata.
"Come si fa, poi, a non ricordare un ragazzone come mio figlio, alto due metri?" ribatte mamma Alessandra, che anche venerdì scorso è tornata a Cassino, fuori dal tribunale per chiedere che venga fatta luce sulla morte del figlio. Ora con la fissazione della data dell'udienza in cui verrà discussa l'opposizione alla archiviazione, il 5 maggio, la famiglia torna a sperare. "Vogliamo la verità, non un colpevole a ogni costo" ribatte mamma Alessandra.
primapaginaonline.it, 14 febbraio 2022
Da cinque anni US Acli porta avanti il progetto "Una comunità in movimento" organizzando attività sportive di vario genere nelle carceri marchigiane. È arrivato al quinto anno di attività il progetto "Una comunità in movimento" che l'US Acli di Ascoli Piceno realizza nelle strutture carcerarie marchigiane, proponendo attività sportive di vario genere.
Acli: una comunità in movimento - Si tratta di una iniziativa ormai consolidata nel tempo e di cui sono noti i benefici. Non solo per un buono stato di salute, ma anche per la convivenza all'interno dell'istituto penitenziario, poiché contribuisce ad abbassare i livelli di tensioni e di conflitti. Le attività proposte sono pensate e organizzate in modo da essere strumento educativo. Oltre che un mezzo per lavorare sulle relazioni, sulle regole, sul significato della sconfitta e della vittoria, sulla gestione delle frustrazioni. E anche su valori come la legalità. Si tratta di una esperienza che anche nel 2020 e 2021 ha offerto opportunità di praticare attività sportiva in maniera continuativa. Come dimostrano le 98 ore svolte nel 2021 a Fossombrone, le 32 realizzate a Fermo e le 140 di Ascoli Piceno.
Oltre all'organizzazione di attività sportive è stato messo a disposizione materiale per lo svolgimento delle iniziative. Un bel gesto di solidarietà è stato compiuto dal Torino e dal Napoli, che hanno regalato ai detenuti palloni e magliette autografati dai propri calciatori. "L'iniziativa parte da un protocollo d'intesa - spiega Giulio Lucidi, segretario provinciale - che l'US Acli nazionale ha stipulato con il Dipartimento degli affari penitenziari del Ministero della giustizia. Protocollo di intesa che ha permesso varie attività nelle carceri marchigiane sin dal 2017. Il progetto è partito nella casa circondariale di Ascoli, e si è allargato a quella di Fossombrone e a quella di Fermo. Le attività che sono state realizzate in questi anni sono di vario genere. In particolare calcio, calcio a cinque, elementi di base dell'atletica leggera, attività motoria, calcio balilla, ginnastica con metodo yoga. Ma anche attività cinofila, tennis tavolo, ginnastica posturale e allenamenti di carattere funzionale".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 febbraio 2022
L'antico palazzo del Settecento è collocato nel centro della piccola città. Airola per molti è infatti sinonimo di istituto penale minorile. È il secondo carcere minorile della regione Campania. I ragazzi ospitati al suo interno provengono nella maggior parte dei casi dai territori del Napoletano e del Salernitano, solo raramente da altre regioni o paesi. A inizio anno nell'istituto si contavano 30 minori, su una capienza regolamentare di 46.
Airola è tra gli istituti di pena che l'associazione Antigone ha visitato nei mesi scorsi raccogliendo i dati che sono ora al cuore del sesto rapporto sulla giustizia minorile, un report biennale con cui si prova a fare di volta in volta il punto della situazione di un settore delicato della giustizia, quello che riguarda gli adolescenti e i giovani adulti. Il primo carcere minorile della Campania è Nisida. Si trova in cima a un isolotto, distante dunque dal centro di Napoli ma incastonato in un paesaggio di particolare bellezza. La struttura è un complesso di fabbricati tra il verde e a picco sul mare.
Un edificio ospita gli uffici della direzione e del personale amministrativo, gli altri i reparti detentivi dove sono reclusi ragazzi e ragazze, incluso il centro di prima accoglienza, il luogo dove vengono portati i minori arrestati. In ultimo, in una posizione leggermente defilata rispetto agli edifici appena descritti, si trova un edificio ulteriore, che ospita il Centro studi sulla devianza minorile, in origine animato da alcuni esperti in materia che svolgevano attività di ricerca e di analisi. Oggi, per mancanza di fondi, il centro ospita solo due studiosi, che si occupano prevalentemente della raccolta di dati statistici. Secondo l'ultimo report, Nisida ospita 41 detenuti, di cui 36 ragazzi e 5 ragazze. Sulla carta la capienza regolamentare è di 70 posti, ma già quando le presenze si aggirano intorno alle 60 l'istituto inizia ad andare in profonda sofferenza. Per quanto riguarda la provenienza dei ragazzi, la maggior parte viene da Napoli e provincia, gli stranieri sono nove, mentre la fascia d'età più rappresentata è quella tra i 17 e i 21 anni.
Più della metà dei ragazzi attualmente presenti nell'istituto minorile di Nisida sono detenuti in esecuzione di una condanna definitiva, e in media i periodi di detenzione vanno da uno a due anni. E i reati per i quali sono reclusi riguardano in prevalenza i reati di furto, rapina e spaccio di droga. I giovani adulti svolgono insieme ai minori le attività ma nelle camere detentive vengono suddivisi in gruppi omogenei per età. Antigone ha fatto un viaggio all'interno degli istituti minorili di tutta Italia, inclusi quelli della Campania.
Il rapporto dell'associazione quest'anno si è anche avvalso del contributo del rapper Francesco "Kento" Carlo, ed è stato nominato non a caso Keep in trill, perché trill è una parola dello slang hip hop che nasce dalla fusione di altri due termini, true e real, per indicare qualcosa di autentico e genuino. Trill sono le storie dei ragazzi che finiscono nel circuito penale e il ruolo che la giustizia minorile dovrebbe avere, "quello di proteggere i sogni più autentici dei ragazzi senza mai cedere a percorsi stereotipati", si legge nel rapporto di Antigone. Quindi una chance, una nuova opportunità.
Sebbene la vera svolta sarebbe chiudere gli istituti minorili e riuscire a dare una seconda chance ai ragazzi seguendo altri percorsi. "Il vero successo sarebbe la chiusura degli istituti penali per minorenni - ha affermato Gemma Tuccillo, capo del Dipartimento della giustizia minorile - ad oggi tuttavia una risorsa imprescindibile, che va potenziata per la valorizzazione dei bisogni dei ragazzi all'interno delle strutture".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 febbraio 2022
A due settimane dall'annunciata chiusura del processo d'appello in sede civile per l'omicidio di Mauro Guerra, avvenuto il 29 luglio 2015 a Carmignano di Sant'Urbano, un'intervista può cambiare completamente le cose. Su una delle più assurdamente tragiche violazioni dei diritti umani accadute negli ultimi anni in Italia, mai diventata popolare a causa del luogo estremamente periferico in cui si svolse, hanno cercato di tenere i riflettori accesi le organizzazioni Amnesty International e A Buon Diritto e una manciata di giornalisti.
Uno di loro, Ivan Grozny Compasso, ha intervistato una persona più che interessata ai fatti, su cui ricordiamo che nel dicembre 2018 è stata pronunciata una sentenza di assoluzione.
Il maresciallo dei carabinieri Filippo Billeci non è proprio una figura di secondo piano: nel 2011 ha diretto un'operazione anti-camorra e sette anni dopo è stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica italiana.
Nel 2015 Billeci è il comandante della stazione dei carabinieri di Battaglia Terme. Fino a poco tempo prima era stato comandante proprio della stazione di Carmignano di Sant'Urbano. Il 29 luglio i suoi colleghi gli chiedono di recarsi lì, dove c'è da fare un Tso a una persona recalcitrante. Billeci scoprirà solo dopo che non era stato autorizzato alcun Tso e si renderà invece subito conto che la persona che doveva subirlo era sì, giustamente, recalcitrante ma non pericolosa. Del resto, Billeci e Guerra si conoscono.
Dall'intervista emergono particolari sconcertanti, soprattutto quando Billeci è chiamato a commentare le dichiarazioni fatte sotto giuramento da un suo collega, il brigadiere Stefano Sarto, colui che l'ha chiamato a Carmignano di Sant'Urbano. Billeci, che a sua volta ha perso un figlio in circostanze tragiche nel 2021, ricorda che con Guerra "c'era un rapporto particolare, ci capivamo". È tormentato dal fatto che "c'era il mondo attorno a quella casa" [della famiglia Guerra] e che "la situazione è sfuggita di mano a tutti".
Billeci smentisce le affermazioni di Sarto, il quale ha sostenuto che di fatto fosse stato proprio Billeci ad assumere il controllo della situazione e avesse dato il comando di catturare Guerra, dando vita a un folle inseguimento nei campi. Ricordiamo: un uomo in preda al panico, a piedi nudi e in mutande, inseguito da carabinieri armati.
Come poteva una persona, per quanto agitata, costituire un pericolo? La risposta di Billeci è importante, poiché è proprio sull'elemento della pericolosità di Guerra che si è basata la sentenza assolutoria del 2018. La risposta è questa: "Lo sappiamo benissimo, non credo fosse pericoloso. Se lo fosse stato non sarei stato in casa da solo un'ora con lui. Per me Mauro non era pericoloso, con me non c'erano mai stati problemi in tanti anni (...) Prima che arrivassi io era abbastanza alterato, poi quando sono arrivato io si è calmato. Quando si è messo a correre lungo la strada non ha fatto nulla a nessuno".
Perché Billeci non sia mai stato chiamato a testimoniare, rimane un enorme mistero di una delle ennesime storie italiane in cui una famiglia chiede giustizia e rischia di non riceverla dalle istituzioni cui si affida.
Il Messaggero, 14 febbraio 2022
I legni saranno utilizzati nella falegnameria del carcere di Opera per la costruzione di strumenti musicali. Recuperare i legni dei barconi dei migranti naufragati a Lampedusa per farne strumenti musicali dall'alto valore simbolico: è questo il progetto promosso dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti di Milano e sostenuto dall'Agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli.
Il progetto "Metamorfosi" è attuato grazie alla collaborazione con il Ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, il Direttore generale dell'Agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli, Marcello Minenna, e la Casa di Reclusione Milano-Opera. "Metamorfosi" ha come finalità il recupero e la trasformazione dei legni provenienti dai barconi di migranti naufragati sulle coste dell'isola di Lampedusa. Questi legni saranno utilizzati nella falegnameria del carcere di Opera per la costruzione di strumenti musicali che formeranno "L'Orchestra del Mare", ma anche croci da donare alle scuole italiane e oggetti di forte valore spirituale come presepi, angeli e rosari.
L'iniziativa, voluta dal Ministro dell'Interno, è stata resa possibile grazie all'attività di coordinamento svolta dal prefetto di Agrigento, Maria Rita Cocciufa, con il supporto della Procura che ha rilasciato i necessari nulla osta e ha consentito all'Ufficio delle Dogane del Canale di Sicilia di procedere all'individuazione e all'affidamento delle imbarcazioni in legno, per le quali l'autorità giudiziaria aveva già disposto la distruzione e lo smaltimento.
di Federica Cravero
La Repubblica, 14 febbraio 2022
Venti "semiliberi" del carcere Lorusso e Cutugno selezionati in questi giorni frequenteranno il corso di Sirti per poi mettersi al lavoro: obiettivo, linea superveloce fin dentro gli appartamenti. Uscire dal carcere per entrare nelle case dei torinesi, a installare fibra ottica e Adsl, ma anche per realizzare qualunque altro tipo di impianti, come le telecamere di videosorveglianza in ditte e uffici. È l'opportunità che sarà presto data a una ventina di detenuti del Lorusso e Cutugno. Il personale del penitenziario li sta selezionando in questi giorni e presto sarà scelta la classe che inizierà a seguire il corso di formazione per poi essere impiegati in gruppi di lavoro fuori dalle mura della casa circondariale del quartiere Vallette.
A ideare e gestire il progetto sono due importanti società del settore dele telecomunicazioni, Linkem e Sirti. "Questo è un progetto pilota che speriamo di poter replicare poi in altre città - spiega Davide Rota, amministratore delegato di Linkem, società di telecomunicazioni in forte crescita, che ha da poco incorporato Tiscali - Abbiamo constatato che la richiesta di nuovi impianti è in crescita e c'è carenza di manodopera. Di conseguenza formare detenuti in questo settore significa dare loro una reale opportunità di inserimento nel mondo del lavoro una volta finita la loro pena. Inoltre essendo un mestiere delocalizzabile, possono metterlo in pratica ovunque, visto che spesso i detenuti hanno vite lontane dal carcere in cui sono reclusi".
La parte di formazione e la pratica sul campo sono affidate a Sirti, uno dei maggiori installatori. Uno dei principali impieghi sarà quello di collegare la linea internet nelle abitazioni, per i più svariati operatori, nell'ultimo tratto prima dell'apparecchio di casa. Il progetto è rivolto a detenuti che stiano per scontare la pena, visto che devono avere la possibilità di godere della semilibertà per accedere al lavoro esterno. Sperando anche in una continuità una volta liberi.
È da un paio d'anni che Linkem si è interessata alla questione del lavoro dentro le mura e lo ha fatto grazie all'incontro di Rota con Rita Russo, ora provveditore del Piemonte, quando era direttrice del carcere di Lecce. Lì è stato aperto un laboratorio (poi replicato nel braccio femminile di Rebibbia) per la riparazione dei router restituiti dai clienti quando si cambia modello o semplicemente operatore e che nella maggior parte dei casi sono ancora in buono stato o necessitano di piccole manutenzioni.
Progetto seguito con interesse anche dai ministri alla Giustizia, Marta Cartabia, e dal collega per l'Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao. "Mi sono reso conto - continua Rota - che moltissime persone dentro in carcere potrebbero lavorare, direi l'80%, e sarebbe un buon modo per scontare una condanna: noi offriamo veri contratti, assumiamo le persone che lavorano per noi. E in un caso abbiamo dato un lavoro in Linkem anche a un detenuto dopo la scarcerazione".
Oltre ai vantaggi per i detenuti, che impiegano il tempo e si costruiscono opportunità per il futuro abbattendo il rischio di recidiva, c'è un altro aspetto interessante per le aziende, che ne hanno minori costi per i locali e per la vigilanza. "Investire in carcere è una di quelle situazioni in cui ci guadagnano tutti", commenta l'ad di Linkem.
di Franco Corleone
L'Espresso, 14 febbraio 2022
La decisione della Corte Costituzionale sulla ammissibilità dei referendum, in particolare su quello riguardante la mitigazione delle sanzioni per le condotte riguardanti la cannabis, avrà una portata storica. La scelta della tolleranza zero contro la droga, fondata su una guerra ideologica e sul proibizionismo moralistico, si impose in Italia più di trenta anni fa e fu codificata con il Dpr 309/90.
Le conseguenze nefaste della repressione si manifestarono subito con tragedie individuali e con l'esplosione delle presenze in carcere. Nel 1993 un referendum popolare cancellò le norme più repressive della legge Iervolino-Vassalli. Ma la bulimia della caccia alle streghe indotta dalla war on drug si realizzò con l'approvazione truffaldina nel 2006 di un decreto legge noto come legge Fini-Giovanardi che aveva come motto "la droga è droga" equiparando tutte le sostanze e punendo la detenzione da sei anni a venti anni di carcere.
Finalmente nel 2014 la Corte Costituzionale decretò l'incostituzionalità di quelle norme. Purtroppo l'ingolfamento dei tribunali è continuato e il sovraffollamento delle patrie galere è divento endemico. Il Parlamento, nonostante la presentazione di proposte di legge per una riforma intelligente e umana non ha fatto nulla. Ora è sul tappeto un referendum che ha raccolto una adesione straordinaria per eliminare almeno la persecuzione della canapa.
Il Presidente Draghi ha deciso che il Governo non si costituisca con l'Avvocatura dello Stato davanti alla Corte Costituzionale per difendere una legge che rappresenta un segno di archeologia criminale. La decisione è quindi totalmente nelle mani della Consulta che non potrà accampare come alibi le convinzioni o i condizionamenti del potere. Il Presidente Amato ha espresso con parole degne della Costituzione il favore per la partecipazione popolare e la decisione dei cittadini proprio su temi sensibili su cui le forze politiche appaiono timide e reticenti. Se tutto andrà nel verso del diritto, contro il politicismo, il 12 giugno il popolo sovrano potrà compiere una scelta di liberazione. Soprattutto i giovani potranno riconciliarsi con le Istituzioni.
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