di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 febbraio 2022
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Eutanasia, cannabis e le 6 "schede" su magistratura e diritto penale: la campagna per il Sì rischia di complicare l'iter del ddl sul Csm. C'è una strana congiuntura astrale nel firmamento della giustizia tra oggi e domani. Stamattina la Corte costituzionale si riunirà in camera di consiglio per esaminare otto giudizi di ammissibilità riguardanti i referendum abrogativi su eutanasia, cannabis e giustizia.
di Maria Pia Scarciglia*
Il Manifesto, 15 febbraio 2022
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I numeri del paradosso. Un detenuto su tre finisce in carcere per la violazione di un solo articolo della Legge 309/90 che contribuisce drasticamente al sovraffollamento delle carceri. Allo stesso tempo, la normativa ha limitato ulteriormente le libertà di centinaia di migliaia di consumatori, imponendo sanzioni amministrative che colpiscono particolarmente persone socialmente ed economicamente inserite.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 febbraio 2022
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Continua la macabra conta delle vittime nelle carceri da inizio anno Garante nazionale e sindacati di polizia penitenziaria sollecitano interventi. Ma non è cambiato nulla, nonostante la promessa dalla ministra Cartabia. Di cella si muore. Il carcere continua a mietere vittime, detenuti ma anche agenti penitenziari. La parola chiave che va usata a distanza di un mese e mezzo dall'inizio dell'anno è "suicidio". Ben 12 detenuti si sono tolti la vita, a questo si aggiunge il suicidio di un agente penitenziario in servizio presso il carcere di Sanremo è avvenuto lunedì scorso. È il secondo dall'inizio dell'anno.
di Michele Ainis
La Repubblica, 15 febbraio 2022
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Interpretare la Costituzione non è la stessa cosa che applicare il codice degli appalti o il diritto tributario. La prima detta norme generali, che conformano la nostra democrazia. Sicché i giudici costituzionali devono possedere sensibilità politica.
Se ciascun referendum fosse come un uovo (Giuliano Amato dixit), con 8 referendum potremmo farci una frittata. Sarà questo il menù che verrà servito in tavola dai giudici costituzionali? Sbatteranno le uova fino a romperle, negando agli italiani il voto? E che razza di decisione spetta alla Consulta? In punta di diritto o con un occhio rivolto alla politica, alla vita della polis?
di Liana Milella
La Repubblica, 15 febbraio 2022
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L'ex Guardasigilli: "I quesiti leghisti mi sembrano una sorta di verdetto popolare negativo sia sull'inerzia della politica sui temi della giustizia da una parte, sia dall'altra sull'iperattivismo della magistratura".
di Gabriele Bartoloni
La Repubblica, 15 febbraio 2022
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Intervista al deputato di +Europa alla vigilia del pronunciamento della Consulta: "Garantire ai cittadini di esprimersi su temi che per anni sono stati ignorati dal Parlamento significa dare vita ad una nuova stagione di partecipazione. La riforma del Csm? È debole".
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Riccardo Magi, radicale e deputato di +Europa, domani la Corte Costituzionale si pronuncerà sui quesiti referendari. È fiducioso?
"Va detto che la Consulta spesso è andata oltre i limiti di ammissibilità previsti dalla Costituzione. Le parole del presidente Amato ci hanno rassicurato, certo. Ma dire che non bisogna cercare "il pelo nell'uovo" significa che più volte in passato quest'ultimo è stato cercato, eccome. Garantire ai cittadini di esprimersi su questioni che per anni sono state ignorate dal Parlamento significa fare ciò che il presidente della Repubblica ha sottolineato nel discorso del giuramento: dare vita ad una nuova stagione di partecipazione dei cittadini. In ballo c'è la credibilità delle istituzioni.
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I referendum al vaglio della Corte toccano alcuni dei temi su cui sta discutendo anche il Parlamento, come la riforma del Csm appena approvata dall'esecutivo. Non teme una sovrapposizione?
"Un intervento popolare non è di intralcio, ma di aiuto alle istituzioni che si stanno occupando di questi temi. Sul tema della giustizia, ad esempio, all'interno della maggioranza ci sono visioni che difficilmente avrebbero potuto consentire al governo di fare una riforma risolutiva di tutte le questioni aperte".
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Quindi non è soddisfatto della riforma uscita dal Consiglio dei ministri?
"Direi di no. Ho l'impressione che sia una riforma debole, nonostante la buona volontà della ministra Cartabia. Le condizioni politiche sono quelle che sono. A meno di un anno dalle prossime elezioni vedo una forte difficoltà al livello parlamentare nel trovare una soluzione che possa rendere la riforma all'altezza dei problemi che abbiamo di fronte".
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Quali sono i punti che non le piacciono?
"La questione della separazione delle carriere non è stata toccata, ad esempio. Ma penso anche alla responsabilità civile o alla valutazione dei magistrati. Anche qui sarebbe necessario un intervento più netto, che non vuol dire tornare allo scontro tra il partito dei magistrati e chi faceva solo garantismo di maniera. Al contrario, significa dire che esiste un settore dell'amministrazione dello Stato su cui ci deve essere una valutazione".
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Il pacchetto approvato in Consiglio dei ministri arriverà alla Camera questa settimana. Come +Europa presenterete degli emendamenti?
"Si, sicuramente faremo la nostra parte. Sulle porte girevoli, ad esempio, non può passare il messaggio secondo cui i magistrati possono tranquillamente tornare a fare il loro lavoro dopo aver ricoperto dei ruoli chiave nel determinare le leggi. Il problema non è solo il magistrato che si fa eleggere, ma anche quello che viene chiamato a ricoprire una carica, come succede negli uffici legislativi o nei gabinetti dei ministeri".
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Anche il referendum sull'eutanasia si sovrappone alla discussione della legge sul suicidio assistito. Le divisioni nella maggioranza non sono poche. Quale delle due ha maggiori possibilità di vedere la luce?
"Posso assicurare che le votazioni sulla legge sul fine vita non inizieranno questa settimana. Ci sono dei provvedimenti urgenti, come i decreti da convertire, che finiranno per scavalcarla. La mia previsione è che non si comincerà a votare prima di marzo. Ma visto il testo che sta discutendo il Parlamento, la strada maestra rimane quella del referendum".
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Perché?
"La legge in discussione non è assolutamente sufficiente. Le limitazioni sono troppe. Il testo, ad esempio, prevede che possano accedere al suicidio assistito solo coloro che sono tenuti in vita attraverso sostegni sanitari vitali. Una condizione che esclude i malati oncologici. Un'altra condizione è l'inserimento del paziente all'interno di un percorso di cure palliative prima di accedere al suicidio assistito. Poi da non sottovalutare c'è anche la questione legata all'obiezione di coscienza. Qui il rischio che la legge non venga applicata è alto, visto ciò che sta accadendo con l'aborto".
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Per quanto riguarda la legge sulla cannabis, altro tema oggetto di referendum, le divisioni in Parlamento non sono poche. Anche qua conviene sperare nel referendum?
"Nonostante abbia cercato di costruire un consenso intorno al testo, è difficile che con questa maggioranza possa essere approvato entro la fine della legislatura. L'unica via praticabile sembra quella del referendum. La legge italiana sugli stupefacenti è tra le più repressive di Europa. Ricordo che più di un terzo dei detenuti è in carcere per droga. Se avessimo una legge diversa, sicuramente non avremmo a che fare con il sovraffollamento carcerario".
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Salvo rare eccezioni il sostegno dei partiti ai referendum al vaglio della Consulta è stato abbastanza timido. Perché secondo lei?
"Qualcuno all'interno delle principali forze politiche spera che questi referendum vengano evitati. Se a primavera i cittadini fossero chiamati ad esprimersi su tutti questi temi, alla politica, che per anni li ha ignorati, non rimarrebbe altro che farsi un esame di coscienza. Sappiamo come la pensa il centrodestra sui diritti civili, ma M5s e Pd, salvo rare eccezioni, non si sono mai pronunciati su cannabis e eutanasia. Giuseppe Conte disse addirittura che su certe questioni i referendum sono inadeguati. E non parliamo di un partito qualsiasi, ma di un movimento che dice di essere nato per sostenere la democrazia diretta".
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di Angela Stella
Il Riformista, 15 febbraio 2022
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"Il codice di procedura penale firmato da Vassalli, partigiano e Medaglia al valor militare, è stato saccheggiato e demolito perché incompatibile con la Costituzione. Lasciando spazio al codice Rocco firmato da Mussolini che è ancora in auge".
"L'importanza del referendum giustizia non risiede tanto nei singoli quesiti quanto nel messaggio che i cittadini possono dare: ossia se siano o meno soddisfatti di questo modo di amministrare la giustizia. Abbiamo una magistratura la cui credibilità è ai minimi termini, da poco abbiamo assistito allo scontro tra Csm e Consiglio di Stato, altri scandali stanno coinvolgendo la Procura di Milano. I referendum non riuscirebbero a sanare la situazione ma sarebbero un segnale importante sia per la magistratura che per la politica".
In attesa della decisione di martedì della Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi oggi su otto quesiti referendari (sei sulla giustizia, uno sull'eutanasia e uno per la legalizzazione della cannabis), l'ex procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, fa il punto sullo stato della giustizia in Italia. "Le riforme proposte dal Governo in materia di giustizia osserva il magistrato - in parte importanti come quelle sulle porte girevoli, tuttavia sono il minimo sindacale rispetto alla reale necessità di quella rivoluzione copernicana di cui avrebbe bisogno il nostro sistema giudiziario. Per ritornare a una giustizia giusta, osserva Nordio, servono riforme importanti di cui i referendum possono essere il volano: "Separazione delle carriere, discrezionalità dell'azione penale, differenza tra il giudice del fatto e giudice del diritto, allargamento dei patteggiamenti, e soprattutto la ridefinizione del ruolo dei pm italiani, unici al mondo che godono di un potere immenso senza responsabilità".
Questa settimana è segnata da tre date importanti: oggi la nuova Corte Costituzionale presieduta da Giuliano Amato deciderà sull'ammissibilità di 8 quesiti referendari (uno su eutanasia, uno su cannabis, sei sulla giustizia - Legge Severino, misure cautelari e recidiva, separazione delle funzioni dei magistrati, partecipazione di membri laici ai Consigli giudiziari e al Consiglio direttivo della Cassazione, responsabilità civile diretta dei magistrati, elezione dei componenti togati del Csm); domani arriverà in commissione Giustizia della Camera il testo di riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario approvato nel Consiglio dei ministri di venerdì; il 17 febbraio sarà il trentesimo anniversario di Tangentopoli. Tutto questo scenario ci chiama a una riflessione profonda per cercare di capire le conseguenze e gli intrecci delle due strade di riforma: quella parlamentare e quella possibile popolare. Sullo sfondo il destino della nostra magistratura.
Nel giorno della sua relazione al Parlamento qualche settimana fa la ministra Cartabia, rispondendo alla senatrice di +Europa Emma Bonino, aveva chiaramente detto che riforme parlamentari e referendum sono "due percorsi legittimi, paralleli, hanno poche aree di sovrapposizione e bisognerà in quel caso vedere se il legislatore soddisfa le richieste dei referendum o meno; ci sono tutte quelle tecniche che ben conosciamo e il nostro impianto costituzionale prevede queste forme di dialogo tra il lavoro in Parlamento, la democrazia rappresentativa e quella del referendum".
Ma non la pensano così tutti i partiti, in primis il Partito democratico, mentre Salvini invoca un centrodestra compatto se si andasse a votare in primavera. Pensate invece che il senatore del Pd Salvatore Margiotta ha scritto su twitter: "Sono pentito di non aver firmato -per disciplina di partito, e per rispetto del mio stesso ruolo in Parlamento - i referendum sulla giustizia, o almeno alcuni di essi.
Se la Corte li ammetterà, farò la mia parte nella campagna", mentre la dem Enza Bruno Bossio ha confermato di averli sottoscritti tutti. Insomma un vaglio positivo della Consulta porterebbe scompiglio nei partiti e se ne vedrebbero delle belle. Di tutto questo parliamo con il dottor Carlo Nordio, ex magistrato, che da giovedì è in libreria proprio con Giustizia. Ultimo atto. Da Tangentopoli al crollo della magistratura (Guerini e Associati Editore, pag 192, euro 18,50).
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Referendum: il presidente della Consulta Amato ha detto "Non si cerchi il pelo nell'uovo". Segnale positivo?
Non si tratta di una anticipazione di una sentenza di merito sulla costituzionalità di una legge, ma del chiarimento di un principio che riguarda l'affermazione della volontà popolare. Quindi ha fatto bene a specificare quella necessità di "evitare di cercare il pelo nell'uovo". Tutto lascia ben presagire che, a parte qualche probabile limatura o rimodulazione di qualche quesito tecnicamente imperfetto, i referendum si faranno.
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Nella presentazione del suo libro leggiamo che "Indipendentemente dalla formulazione dei quesiti, imperfetta e spesso incomprensibile, il messaggio sottostante è chiarissimo: occorre una rivoluzione copernicana del sistema giudiziario, perché il tempo sta per scadere". Abbiamo quindi davvero bisogno che i cittadini si esprimano?
Assolutamente sì perché, come ho scritto nella terza parte del mio libro, l'importanza del referendum giustizia non risiede tanto nei singoli quesiti quanto nel messaggio che i cittadini possono dare: ossia se siano o meno soddisfatti di questo modo di amministrare la giustizia. Abbiamo una magistratura la cui credibilità è ai minimi termini, da poco abbiamo assistito allo scontro tra Csm e Consiglio di Stato, altri scandali stanno coinvolgendo la Procura di Milano. I referendum non riuscirebbero a sanare la situazione ma sarebbero un segnale importante sia per la magistratura che per la politica. Faccio presente che nel nostro Paese molti referendum hanno spesso trasceso la contingenza del quesito: basti pensare a quello costituzionale del 2016 che si trasformò in un referendum pro o contro Renzi; o a quello di oltre 40 anni fa sul divorzio che fu pro o contro Fanfani.
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La ministra Cartabia, rispondendo in Senato a Emma Bonino, ha detto che i referendum viaggiano paralleli alle riforme, non sono in contrasto...
Esatto, ma per una semplice ragione. Le riforme proposte dal Governo in materia di giustizia, in parte importanti come quelle sulle porte girevoli, tuttavia sono il minimo sindacale rispetto alla reale necessità di quella rivoluzione copernicana di cui avrebbe bisogno il nostro sistema giudiziario.
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Quindi secondo Lei quella appena licenziata dal Cdm è una riforma al ribasso?
È insufficiente per eliminare o anche solo per limitare i problemi di fondo del nostro sistema giudiziario. Certo, qualche aspetto positivo lo contiene. Come dicevo prima, la riforma sulle porte girevoli sicuramente rappresenta un passo avanti; anche se, a mio parere, bisognerebbe distinguere tra i magistrati che cercano consenso politico e quelli che vengono incaricati come tecnici nei vari ministeri. Detto questo, sono anche favorevole a una forte riduzione dei magistrati fuori-ruolo: credo che dei 200 attualmente distaccati ne basti solo il 10 per cento, gli altri dovrebbero tornare a lavorare nei tribunali.
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Secondo Lei come mai non si è potuto fare di più?
La Cartabia non avrebbe potuto incidere di più, in quanto le riforme non le fa solo lei ma anche il Parlamento, al quale manca la volontà politica di portare avanti riforme strutturali significative.
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Quali sono i problemi di fondo del nostro sistema giudiziario?
Noi abbiamo un sistema giudiziario schizofrenico: da un lato un codice di procedura penale, firmato da una Medaglia d'argento al valor militare per aver preso parte alla Guerra di Liberazione (Giuliano Vassalli, ndr), saccheggiato e demolito perché incompatibile con la Costituzione. Dall'altro un codice penale che è del 1930, firmato da Benito Mussolini e dal Re, che gode di ancora di ottima salute. Tutto ciò dimostra che nel nostro Paese se non si fa una riforma costituzionale radicale non si risolvono i problemi di fondo, in quanto la nostra Costituzione ha demolito il codice Vassalli e ha tenuto in piedi quello fascista.
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Quali modifiche in particolare bisognerebbe apportare?
Separazione delle carriere, discrezionalità dell'azione penale, differenza tra il giudice del fatto e giudice del diritto, allargamento dei patteggiamenti, e soprattutto la ridefinizione del ruolo del pubblico ministero. Il pm italiano è l'unico al mondo che gode di un potere immenso senza responsabilità: ha quello di dirigere la polizia giudiziaria, come fa anche il procuratore distrettuale americano, ma, a differenza di quest'ultimo che è elettivo, il nostro pm gode delle guarentigie del giudice. Pertanto, la ragione per cui migliaia di processi si celebrano inutilmente, senza che nessuna ne risponda dipende dal fatto che il pubblico ministero ha un arbitrio assoluto e incontrollato su cosa indagare e cosa no. E, quindi, anche quando fa spendere milioni di euro per le intercettazioni, provoca dolore creando false aspettative nelle vittime di reato, e distrugge le vite degli imputati, poi assolti, nessuno gli chiede conto del suo operato. Negli Usa dovrebbe cambiare mestiere, perché lì vengono valutati i risultati del prosecutor.
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Tornando alla riforma appena licenziata, i partiti, soprattutto Pd e Forza Italia, continuano a discutere sul tema della legge elettorale...
È illusorio pensare che cambiando la legge elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura si riduca il potere delle correnti, in quanto il correntismo è molto radicato, soprattutto tra i magistrati più anziani. Diciamolo chiaramente: è una pura questione di potere, non c'entra nulla la cultura della giurisdizione o l'autonomia della magistratura. Questo potere non vorranno mai abbandonarlo e quindi studieranno il miglior modo per adattare qualsiasi nuova procedura elettiva affinché possano mantenerlo. Un esempio molto significativo è quanto accaduto circa 30 anni fa con le elezioni politiche: fu introdotto il sistema uninominale pensando che ognuno potesse votare il proprio candidato ma poi alla fine i partiti, in modo bizantino, si sono divisi prima le varie circoscrizioni, mantenendo così i difetti del sistema proporzionale senza averne i pregi. Così faranno anche per il Csm. L'unica soluzione è il sorteggio: è vero però - e qui la Ministra ha ragione - che per attuare questo sistema occorre una modifica costituzionale. Quindi, tornando a quanto detto prima, serve una nuova assemblea costituente per una riforma ampia della Costituzione.
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Facciamo un passo indietro: per frenare lo strapotere dei pm sarebbe d'accordo a nuove valutazioni di professionalità basate anche sugli esiti dei provvedimenti?
Sono d'accordissimo. Ma ho dei forti dubbi sul fatto che venga applicata questa nuova valutazione: quelli che effettueranno questi giudizi saranno gli stessi magistrati che con il sistema attuale appartengono alle correnti: se fino ad ora hanno sempre qualificato come intelligentissimi, bravissimi e operosissimi i loro protetti, faranno lo stesso anche un domani, giustificandosi con il fatto che l'azione penale era obbligatoria.
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Nel suo nuovo libro lei scrive che l'effetto collaterale più pernicioso di Mani Pulite è stato portare la magistratura al controllo dei partiti e alla tutela del Paese, fino al punto di sovvertire il responso delle urne e modificare gli equilibri parlamentari. Oggi come sono i rapporti tra politica e magistratura?
Oggi il Parlamento è ancora più debole perché si è quasi dissolto quello che restava dei partiti - lo si è visto chiaramente durante le elezioni del Quirinale -. In tale scenario paradossalmente può essere più forte il capo del Governo che li tiene tutti in riga. Allo stesso tempo però la magistratura, a seguito degli scandali ripetuti e continui, si è estremamente indebolita. Pertanto la bilancia pende a favore della politica che potrebbe recuperare la sua legittima supremazia come sta tentando di fare. Peccato che il Parlamento abbia tante altre questioni da affrontare all'ordine del giorno - pandemia, economia, Ucraina, etc - e soprattutto è composto da forze, penso soprattutto al Movimento Cinque Stelle che ha della giustizia una visione giacobina.
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E l'alleanza del M5S con il Partito democratico che peso ha?
Il Pd è molto oscillante: ha un'anima un po' garantista ma è sempre molto prudente per quanto concerne i rapporti con la magistratura. A parole sostiene la necessità delle riforme, alla prova dei fatti si oppone. Basti vedere l'atteggiamento sul referendum: quello sulla giustizia gli fa paura perché se dovesse avere una manifestazione di volontà popolare univoca e forte smentirebbe quella che è la politica giudiziaria del Pd degli ultimi quarant'anni.
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Che Presidente del Csm è Mattarella? Poco incisivo o ha parlato nel momento giusto?
Nella prassi non ha alcun potere operativo nei confronti del Csm. Invece secondo la Costituzione potrebbe intervenire, tanto è vero che Cossiga, che era un grande costituzionalista, ha provato a farlo ma il risultato è stato quello della richiesta dell'impeachment perché si era sollevata contro l'intera magistratura e parte della politica con il PdS.
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Ultimissima domanda: l'Anm processa i magistrati coinvolti nelle chat di Palamara. Che ne pensa?
Questa operazione non può svolgerla l'Anm perché è dentro fino al collo nel sistema Palamara. Quest'ultimo non è uscito come Minerva dalla testa di Giove. È uscito dall'Anm e l'ha governata per anni.
di Raffaele Romanelli*
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Il Domani, 15 febbraio 2022
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Per riformare l'elezione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) c'è chi propone il sorteggio. Perché? Come dobbiamo intendere la proposta? Il sorteggio delle cariche è un sistema di scelta praticato già nella Grecia antica, dove circa 600 incarichi che costituivano l'amministrazione pubblica erano assegnati per estrazione a sorte tra tutti i cittadini.
Il che si suole chiamare democrazia. Ma sul "tutti", attenzione, perché erano esclusi gli stranieri, i meteci, nonché i lavoratori manuali, che nella proporzione di tre a due erano schiavi, non liberi. Tra quei "tutti" chi avesse oltre trent'anni poteva proporsi; la carica durava un anno non rinnovabile, ed era sottoposta a una serie di controlli e rendiconti.
Il sistema si intrecciava con quello delle elezioni - le cariche militari ad esempio erano elettive: non era certo tra gli estratti Pericle, rieletto generale (stratega) per più di vent'anni - e aveva una chiara valenza "democratica", giacché favoriva la partecipazione, se non universale, ampia e corale, affidando la scelta al caso (alla sorte, al fato).
In questo senso, come ha mostrato anni fa un brillante studioso, Bernard Manin, se l'estrazione è democratica, si può dire per contrasto che l'elezione è aristocratica - o, se si preferisce il termine, elitaria: si scelgono i migliori, c'è chi si candida, si espone, si esibisce.
È una distinzione quella tra sorteggio come democrazia e elezione come aristocrazia, ben chiara ai classici, da Aristotele a Montesquieu a Max Weber. Quando però si afferma la rappresentanza politica, tra Sette e Ottocento, prevale l'idea che le cariche debbano essere sostenute da un consenso, un consenso che premia il merito e la capacità, e dunque seleziona i migliori, le élite. Nel momento poi in cui il corpo elettorale si amplia, raggiunge i molti o i tutti, tutti sono al proscenio.
Ma, la cosa era ben chiara ai padri della politica da Guicciardini a Rousseau, il popolo è ben capace di giudicare idee, uomini e fatti, ma non perciò di governare. Si pensi alle giurie popolari, appunto scelte dalla sorte tra tutti i cittadini: in quel caso, sotto la guida "tecnica" dei magistrati, si suppone che tutti possono esprimere un giudizio su un evento criminoso che ha ferito l'ordine sociale, o la morale condivisa. Non è così nelle scelte politiche e di governo, evidentemente. Allora il meccanismo elitario si fa "democratico" - se si preferisce: il meccanismo democratico si fa elitario - si costruiscono nuovi meccanismi della scelta, i partiti, le candidature, la campagna elettorale, le procedure elettorali. E di estrazione a sorte non è più il caso di parlare.
La si ritrova occasionalmente, ma rispondendo a una diversa logica. Il sorteggio può avere una valenza virtuosa se avviene in corpi ristretti, tra eguali, tra una élite già selezionata in cui tutti sono egualmente passibili di essere scelti. La scelta, non la sorte, rimane il criterio principale, ma proprio al fine di facilitarne l'esercizio in alcune fasi l'estrazione a sorte può servire a correggere le distorsioni presenti nelle competizioni elettorali, le cricche, le cordate, le intese sotterranee.
Così avviene nelle repubbliche medievali italiane, che sempre ossessionate dalle fazioni (i Montecchi, i Capuleti...) studiano ogni sorta di contromisura, a cominciare dal podestà straniero. In sostanza, l'estrazione testimonia di un insuccesso, di un limite della politica, quando la società politica non è immediatamente in grado di esercitare una scelta virtuosa, di eleggere in base a merito e competenze: i meccanismi della scelta non funzionano, e ci si appella al caso.
Se ne trova traccia anche oggi, ad esempio in certe fasi dei concorsi universitari - procedura tra quelle che più godono di orrida fama, un giorno sarebbe da capire perché. L'idea è ancora quella di contrastare le "cricche" accademiche; e poiché, proprio per la natura delle selezioni non tutti gli "eguali" del corpo sono parimenti degni, allora si combinano i due criteri: la commissione è estratta a sorte tra quanti sono stati prima eletti, oppure, simmetricamente, è eletta, ma tra alcuni soggetti scelti dalla sorte.
Il che ricorda il sistema adottato nella repubblica di Venezia per l'elezione del Gran consiglio: in quel caso, erano estratti a sorte i nomi di coloro che nominavano i candidati, i quali venivano poi votati subito dopo, senza che ci fosse il tempo di condurre "campagne elettorali".
Se ben pensato (ma non sembra che oggi lo sia), può essere questo il caso della scelta dei membri del Csm, dove tanto si parla di indebolire le "correnti", le cordate, gli accordi sotterranei. Ma il sospetto per le pratiche oscure può coinvolgere l'intera attività politica in quanto tale. L'antipolitica accompagna la politica da sempre (fin dai greci?).
I movimenti populisti contemporanei l'hanno solo depurata di ogni consapevolezza istituzionale, portandola al diapason della rozzezza. Allora si torna a parlare di sorteggio, eventualmente elettronico, "popolare", "tra tutti i cittadini". Non sono mancate proposte simili; ad esempio nel 2013, all'apice del qualunquismo populista, c'è stato una specie di Casaleggio-Grillo belga, di cui un editore si è prestato a offrire i pensamenti, che spiegava al pubblico italiano "perché votare non è più democratico".
L'idea non è nuova. E vi si possono mescolare pulsioni assai diverse, che alla diffidenza per la politica di massa uniscono nostalgie elitarie. Può sorprendere, ma in fondo non dovrebbe, trovarne traccia anche nella cultura comunista, o finanche democratica. Il federalista Altiero Spinelli - appunto un intellettuale ex-comunista - nel 1948 scriveva: "Bisognerebbe diffondere il metodo del sorteggio fra un certo numero scelto di uomini, nonché quello delle elezioni indirette. Più si spezza l'elezione di massa, più si restituisce nobiltà alle istituzioni libere. E senza nobiltà esse non possono prosperare".
L'idea doveva circolare, se nel 1950 la ritroviamo per bocca di Ernesto Rossi, un altro azionista, la cui polemica verso il monopolio dei partiti era diretta verso il suffragio universale, "da sostituirsi da sistemi come "la cooptazione", "gli esami da parte di commissioni di esperti", "la nomina di coloro che hanno già ricoperto cariche importanti", "la sorte"". Rossi giudicava quest'ultimo come il sistema "migliore di tutti".
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*Storico
di Giuseppe Belcastro
Il Dubbio, 15 febbraio 2022
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Dietro ogni notizia c'è un uomo, una famiglia, le loro vite. È materiale delicato, da maneggiare con estrema cautela. Si è conclusa sabato scorso la due giorni per l'inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti di UCPI che quest'anno ha avuto sede a Catanzaro, nello splendido scenario del Teatro Politeama. Ho avuto l'onore di intervenire alla IV sessione dei lavori, che, in vista del recentissimo D. Lgs. 188/21 attuativo della direttiva comunitaria 343/2016, è stata dedicata a "informazione giudiziaria e presunzione di innocenza".
A margine dell'incontro, ho provato a mettere a punto alcune riflessioni di principio sul contenuto di quel decreto, sul quale tanto si è già scritto e, v'è da credere, tanto ancora si scriverà, anche alla luce delle prassi applicative che ne dovranno scaturire.
Per farlo, mi è apparso utile muovere dalla reazione che la sua entrata in vigore ha generato in un paio di casi. Il 27 novembre dello scorso anno, dalle pagine del Corriere della Sera, Luigi Ferrarella anticipava la pubblicazione del decreto con una garbata e ragionata critica ad un testo normativo che, chiudendo i rubinetti ufficiali delle notizie o, comunque, limitandone molto la portata, avrebbe alimentato una vera e propria "guerra informativa". Uno scenario bellico in cui con il giornalista, quasi un "casco blu dell'Onu", è condannato a combattere per cercare materiale al mercato nero delle notizie, essendogliene altrimenti precluso l'accesso.
Peraltro, osservava ancora l'autorevole commentatore, per una eterogenesi dei fini, nel tentativo di "tagliare le unghie ai PM" la normativa sembra al contrario dotarli di un ulteriore affilato artiglio: saranno loro a scegliere se, cosa e quando comunicare ai mezzi di informazione. Il 6 febbraio, dalle pagine del Fatto Quotidiano, il dott. Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro, in maniera più frontale, additava le nuove norme come un tentativo di offuscamento della "rilevanza sociale del diritto all'informazione" e, addirittura, "del diritto alla verità delle vittime di gravi reati".
Secondo il Procuratore Gratteri, il decreto impedirebbe di "spiegare ai cittadini l'importanza dell'azione giudiziaria nei territori controllati dalle mafie" assottigliando il già labile filo fiduciario che consente a quelle stesse vittime di squarciare, talvolta, il velo dell'omertà. Tra i timori espressi dal magistrato poi, anche "il silenzio" causato dal decreto, in grado, par di capire, di creare un brodo di coltura favorevole alla proliferazione del fenomeno mafioso che, come si sa, nel silenzio sguazza e cresce.
Sono due posizioni sideralmente distanti per modi e argomenti, forse solo accomunate dall'idea della non necessarietà dell'intervento legislativo, in un caso perché reiterazione di principi che dovrebbero già essere introiettati a partire dall'art. 27 della Costituzione, nell'altro perché la norma europea sarebbe indirizzata ad altri paesi non ancora provvisti, a differenza dell'Italia, di sufficienti presidi a garanzia della presunzione di innocenza. Lascio a chi legge di riflettere in adesione alla propria sensibilità su ciascuna di esse, limitandomi, per questo aspetto, solo a segnalare che, a differenza delle parole di Ferrarella, le censure del dott. Gratteri mi appaiono squadrate con l'ascia della retorica più che affinate con il cesello del ragionamento.
Al di là di questo però, mi preme invece segnalare un'altra cosa. Ciò che a me pare dirimente, per risolvere il giudizio sulla norma, è che, in disparte gli effetti concreti, sui quali potrà tornarsi con interventi correttivi e persino con l'opera di mediazione delle circolari applicative (lo dimostrano quelle adottate rapidamente dai Procuratori Capo di Bologna, Giuseppe Amato, e di Perugia, Raffaele Cantone, partecipi della sessione di lavori) il decreto ha il pregio indiscutibile di rimettere al centro il vero cuore dell'informazione, vale a dire l'individuo che ne è oggetto. Dietro ogni notizia c'è un uomo, una famiglia, le loro vite. È materiale delicato, da maneggiare con estrema cautela.
In questo senso, allora, il decreto alza chiaramente l'asticella, avanza la linea di protezione. La nuova norma, oltre che di far "considerare" l'imputato come innocente fino alla sentenza definitiva, mi pare si prefigga soprattutto lo scopo di farlo "rappresentare" come tale. E non è una sfumatura.
Messa così, infatti, riportata cioè sulla piazza della comunicazione, la questione diventa decisiva e la norma non solo opportuna, ma pure necessaria. Basta rileggere le rassegne stampa sulle più recenti vicende di clamore mediatico per avvedersi che la continenza concettuale non è appartenuta alla nostra informazione se non in un numero sparuto di casi; con l'aggravante che la bulimia informativa spinge ad accendere i riflettori sulle vicende in modo fulmineo, illuminandone l'inizio (l'indagine, meglio se con arresti) e disinteressandosi degli esiti del processo. I dati valorizzati dall'informazione sono quindi solo quelli investigativi, con buona pace tanto del loro essere per definizione provvisori, quanto del fatto che il controllo processuale, in un numero nient'affatto basso di casi concreti, li smentisce.
Ed allora, se una critica può muoversi al decreto non è certo la sua innecessarietà, quanto quella di non aver corredato i propri precetti con apposite sanzioni procedurali, avendo costruito invece un sistema di controllo e rettifica dotato di un certo tasso di fideismo. C'è da immaginare che la norma avrà, almeno nell'immediato, una vita non semplice, ma ciò non deprime affatto le ragioni della sua opportunità; anzi le enfatizza. Forse è vero che il nostro ordinamento conteneva già, almeno in parte, le istruzioni per l'uso corretto dell'informazione giudiziaria, ma quel bugiardino è rimasto troppo spesso chiuso in una scatola che questo decreto contribuisce forse in qualche misura ad aprire.
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di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 15 febbraio 2022
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FI insisterà su sorteggio per la scelta dei togati e separazione delle funzioni più netta. Bazoli (Pd): "Così può saltare tutto". "Il governo non sarà disponibile a un Vietnam parlamentare, e davanti a emendamenti come quelli che prevedono il sorteggio temperato si metterebbe a rischio la tenuta della maggioranza". A dirlo è Alfredo Bazoli, capogruppo del Partito democratico in commissione Giustizia alla Camera, in vista dell'avvio della discussione a Montecitorio sulla proposta di riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario che ha avuto il via libera del Consiglio dei ministri la scorsa settimana all'unanimità.
Il riferimento è alle proposte di modifica di Forza Italia, che già in Cdm aveva depositato un testo scritto con illustrata la propria posizione. Ovvero "mani libere" sul sistema di elezione dei giudici togati di palazzo dei Marescialli e sulla possibilità che un magistrato possa cambiare una sola volta la propria funzione entro cinque anni dall'inizio della carriera, come spiega al Dubbio Pierantonio Zanettin, capogruppo azzurro in commissione a Montecitorio. "Noi non accettiamo diktat o presunte questioni relative alla tenuta della maggioranza - spiega il deputato - Credo dovremo fare una discussione seria e senza fretta perché c'è tutto il tempo. Certo è che dopo il dibattito in Commissione accetteremo il verdetto della maggioranza, anche sui temi più controversi".
Ma è proprio il tempo uno dei fattori principali in vista della discussione parlamentare, perché l'obiettivo del governo è portare a casa la riforma entro luglio, così da consentire l'elezione dei giudici togati del nuovo Csm con il nuovo sistema elettorale. Non un obbligo, visto che una legge elettorale chiaramente già esiste, ma una forte esortazione, ribadita, esplicitamente, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso di reinsediamento. Per farlo, serve l'approvazione di Camera e Senato entro poche settimane, così che poi, a pubblicazione in Gazzetta ufficiale avvenuta, si dia il tempo necessario allo stesso Csm per definire i collegi elettorali.
"Se ci mettessimo a fare rivoluzioni rischieremmo di arrivare a un allungamento indefinito dei tempi di approvazione della legge e di creare qualche fibrillazione in maggioranza - continua ancora Bazoli, intercettato tra una riunione e l'altra sul tema - Se ognuno mette la propria bandierina si avranno dei contraccolpi a livello politico, per questo mi auguro una discussione costruttiva che non miri a stravolgere i capisaldi sui quali si è trovato l'accordo a Palazzo Chigi".
Anche perché il testo non è facilmente modificabile e non contiene grandi margini di manovra, soprattutto sui punti politicamente più caldi. In primis sul sistema di voto: la questione del pre sorteggio degli eleggibili, richiesta dal centrodestra, pare non facilmente attuabile, per rischi di incostituzionalità temuti innanzitutto dalla guardasigilli Marta Cartabia. La Carta sancisce in effetti che i rappresentanti togati al Csm debbano essere eletti tra tutti i magistrati ordinari in servizio: il vizio potrebbe dunque risiedere nel fatto stesso di impedire a un magistrato di candidarsi, come invece potrebbe accadere con il pre sorteggio.
C'è poi il tema delle "porte girevoli". A quanto ha lasciato intendere la ministra, il testo già prevede che non possano rientrare nella giurisdizione quei magistrati che abbiano assunto incarichi non solo di ministro, sottosegretario o assessore, ma anche di Capo di gabinetto in un dicastero.
"Il rischio che i tempi siano troppo stretti c'è, anzi diciamo pure che i tempi sono serrati commenta Eugenio Saitta, capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione Giustizia alla Camera - Ma devo dire che non vedo grandissime distanze tra le forze politiche, né quella tensione che aveva contraddistinto la riforma del penale: penso che nella discussione in commissione si possano trovare dei punti di convergenza per portare a casa la riforma nei tempi prestabiliti". Quel che emerge è che il M5S "non ha alcuna preclusione circa il sistema elettorale" e che "si possono fare dei passi in avanti sulle novità introdotte riguardo alla valutazione dei magistrati". Il faro, come sempre, è la legittimità costituzionale, perché a quella, conclude Saitta, "ci tengono tutti". In primis il governo, che su questo non intende fare un passo indietro. Pena il caos in maggioranza.
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