di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 febbraio 2022
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Prosegue il tour letterario di scrittori contemporanei, affermati o emergenti, negli istituti penitenziari sardi. L'iniziativa, promossa dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, prevede incontri con i detenuti su temi presenti in opere scelte dai loro autori. Una gamma di argomenti legati alla memoria, all'ambiente, a fragilità sociali ma anche generi come il noir e la saggistica.
La serie di eventi è partita il 3 settembre scorso dal carcere di Tempio Pausania, dove Giampaolo Cassitta ha presentato "Domani è un altro giorno" (Arkadia, 2020), ritratto di una donna determinata a restituire serenità ai figli dopo la scomparsa del padre, sullo sfondo della Sardegna tra gli anni Sessanta e Settanta. Il 7 dicembre nella casa di reclusione di Isili, Roberta Secchi ha raccontato l'esperienza dei laboratori di "scrittura incrociata" tra persone detenute e persone libere che hanno dato origine al volume "Ti prendo in parola, scambi di scrittura tra persone recluse e non" (Sensibili alle foglie, 2016).
L'esperienza della malattia e della disabilità, narrata con leggerezza o declinata in generi inconsueti, è comune invece alle opere proposte da Matteo Porru, che ha presentato "Madre ombra" nella casa circondariale di Alghero, Flavio Soriga che a Cagliari Uta ha parlato con i detenuti del suo "Nelle mie vene", e Francesco Abate, che presenterà "Torpedone trapiantati" a Oristano.
Dedicati alla saggistica gli incontri degli ultimi giorni. Fabrizio Raccis, il 12 febbraio a Lodè Mamone ha presentato il suo "Edgar Allan Poe. Il mistero della morte" (Catartica, 2021) e il 13, nel carcere di Sassari, Lirio Abate "Faccia da mostro" (Rizzoli, 2021). Tra gli ospiti dei prossimi eventi anche Gianni Mascia e Cristian Mannu.
Tutti gli autori che hanno partecipato agli incontri hanno donato i loro libri alle biblioteche degli istituti penitenziari. "È stata la mia prima presentazione in un istituto penitenziario e mi ha colpito dentro l'anima - ha commentato sui social lo scrittore cagliaritano Fabrizio Raccis (che ripeterà, a breve, l'esperienza con i detenuti di Nuoro).
Mi ha sorpreso il fatto di aver trovato dei ragazzi attenti e così interessati alla storia di Edgar Allan Poe; hanno fatto delle domande bellissime sulla scrittura e sul mio saggio. Penso che ognuno di noi, nonostante i propri sbagli, abbia il diritto di trovare un po' di pace e serenità attraverso la lettura o la scrittura. Grazie infinite a quanti stanno facendo in modo che questi incontri letterari proseguano nonostante le mille difficoltà dovute alla pandemia".
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di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 febbraio 2022
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È la settima vittima del virus nelle carceri campane da quando è iniziata la pandemia. Un detenuto di 56 anni, Alberto Ronzullo, è morto nella serata di lunedì 14 febbraio nel reparto Covid dell'ospedale Cardarelli di Napoli dove era ricoverato da metà dicembre. L'uomo, affetto da patologie pregresse, era recluso nel carcere di Poggioreale e non era vaccinato. Dall'inizio della pandemia è il settimo detenuto morto in Campania a causa del covid-19, oltre a sei agenti di Polizia penitenziaria e al medico del carcere di Secondigliano.
A lanciare un appello per la vaccinazione è il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello: "A Poggioreale su una popolazione di 2204 detenuti ci sono ancora 361 detenuti che hanno scelto di non vaccinarsi; mentre i detenuti che hanno completato il ciclo vaccinale con tre dosi sono 869. Nel rispetto del diritto alla salute e alla dignità personale - prosegue il garante - rivolgo un appello ai detenuti Campani a vaccinarsi, a rispettare le precauzioni e i protocolli sanitari. Non dobbiamo abbassare la guardia ci vuole responsabilità e rispetto della funzione di prevenzione. La pena non può essere solo privazione della libertà e sequestro del tempo".
Sulla morte di Ronzullo, contagiatosi a Poggioreale insieme ad altri due compagni di cella, Pietro Ioia, garante del comune di Napoli commenta: "Si continua a morire di carcere e noi garanti ci sentiamo inermi. Non ci sono figure professionali, non si sono educatori, non ci sono psicologici. Non sappiamo più quante volte ripeterlo".
Garanti che nel corso di questa pandemia hanno assistito i detenuti con "mascherine termometri e saturimetri" ricorda Ciambriello. "In tanti - sottolinea - non si vaccinano per disinformazione o paura, è una questione delicata. Ho fatto appello ad aumentare le visite specialistiche in carcere e portare anche strumentazioni valide come ad esempio la tac da poter fare anche in loco". Poi denuncia che negli ospedali campani "ci sono solo 36 posti letto riservati ai detenuti. A Benevento non ce n'è manco uno".
lavocedeltrentino.it, 16 febbraio 2022
A queste domande, i Lions Club Trento del Concilio hanno cercato di dare una risposta con il meeting dal titolo "Dal carcere alla comunità - Il modello Italiano alle Nazioni Unite".
Ospiti d'eccezione il Procuratore Generale della Repubblica, S. E. dott. Giovanni Ilarda, che ha introdotto il tema offrendo una panoramica storica del lavoro nelle carceri.
Il dott. Lo Cascio, Capo sezione ufficio centrale del lavoro dei detenuti presso il Ministero della Giustizia che ha realizzato delle vere e proprie "fabbriche di mascherine dentro il carcere" e la dott.ssa Orozco, Responsabile del programma di cooperazione tra Italia e Messico per le Nazioni Unite, che ci ha spiegato come l'Onu si adoperi affinché il modello italiano venga esportato in Messico.
La serata è proseguita con l'intervento della Prof.ssa Menghini, professoressa associata di diritto penale della facoltà di giurisprudenza di Trento nonché Garante dei detenuti della Provincia, che ci ha illustrato la situazione nel nostro territorio e si è conclusa con un saluto dell'Assessore Bisesti che ha ricordato come la Provincia stia operando, tramite lo sport, per includere i Detenuti in un percorso riabilitativo.
Tutti i relatori hanno convenuto sul fatto che il lavoro costituisca la leva e l'occasione non solo per acquisire nuove competenze ma anche la consapevolezza delle proprie capacità e della dignità del lavoro, così come, altrettanto, è emersa la difficoltà di realizzare attività lavorative stabili nel carcere. Per questo il progetto delle fabbriche nelle carceri costituisce una possibilità concreta di lavorare. Attualmente, le 4 fabbriche coinvolgono 350 detenuti e producono 700.000 mascherine al giorno.
Effettivamente, "Il lavoro nobilita l'uomo": ove si è potuto attuare un programma di lavoro certo per i detenuti, anche al di fuori delle mura carcerarie, i detenuti hanno trovato un riscatto per le loro esistenze, e diminuito drasticamente le recidive.
La responsabile internazionale Lions, Elena Appiani, ha poi ricordato i grandi progetti realizzati nelle carceri di Venezia, per la sartoria, e di Vicenza, con la creazione di un forno e la formazione nel settore metallurgico. Tutti con il patrocinio e il sostegno attivo dei Lions.
Una serata stimolante, di grande attualità, che ha lasciato un segno in tutte noi, per poter meglio capire un sistema complesso e delicato, ma soprattutto che costituisce un punto di partenza per sostenere un programma di aiuto al reinserimento nella Comunità "Dal carcere alla Comunità".
di Andreina Baccaro
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Corriere di Bologna, 16 febbraio 2022
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Svolta nel fascicolo dopo gli esposti dei detenuti. Iscritta anche un'impiegata: non denunciò. Lesioni aggravate e tortura: sono i reati, gravissimi, che la Procura di Modena ipotizza a carico di almeno tre agenti della polizia penitenziaria presenti l'8 marzo 2020 nel carcere di Sant'Anna, dove quel giorno scoppiò una violenta rivolta, che devastò la struttura, sedata secondo i detenuti nel sangue. Una quarta persona, un'impiegata, è indagata per omissione di atti d'ufficio perché avrebbe assistito al pestaggio di un detenuto da parte degli agenti senza denunciare.
L'inchiesta è ancora in fase iniziale e condotta nel riserbo dalle pm Lucia De Santis e Francesca Graziano, che a fine dicembre avrebbero interrogato i tre agenti indagati. Gli stessi sono stati identificati grazie al riconoscimento fotografico da parte di alcuni detenuti, che hanno firmato vari esposti per denunciare torture e botte subite quel giorno dai poliziotti, secondo il loro racconto, in cerca di vendetta per la violenta rivolta messa in atto dai detenuti e innescata dalla notizia di un positivo al Covid tra i ristretti.
In un esposto firmato da cinque di loro, assistiti tra gli altri dai legali Ettore Grenci e Donata Malmusi, è contenuta la dettagliata denuncia di aggressioni a suon di calci, pugni e manganellate da parte degli agenti. "Siamo stati denudati e pestati in un corridoio" hanno scritto nella lettera d'accusa recapitata anche all'associazione Antigone.
Analoghe segnalazioni sono arrivate singolarmente in Procura, che le sta vagliando attentamente. Un altro esposto è stato presentato da un detenuto straniero di 38 anni assistito dall'avvocato Luca Sebastiani. "Ci hanno messo in una saletta dove non c'erano le telecamere. Ammazzavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un'altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole" scrive l'uomo, che poi è stato trasferito nel carcere di Forlì, dove si è fatto portare in ospedale per essere refertato e lì gli sarebbero state diagnosticate lesioni talmente gravi che è stato sottoposto a un intervento chirurgico a un braccio.
Tutte le denunce sui presunti pestaggi sono confluite in un unico fascicolo, assegnato alle due pm De Santis e Graziano. Le stesse magistrate hanno chiesto e ottenuto l'archiviazione del fascicolo per omicidio colposo e morte e lesioni come conseguenza di altro reato sugli otto detenuti morti durante e dopo la rivolta. Per la Procura, e per il gip che ha respinto l'opposizione all'archiviazione dei familiari dei deceduti, le morti sarebbero avvenute solo per malori e overdose a seguito dell'abuso di farmaci e metadone razziati dall'infermeria.
Ma legali e familiari la pensano diversamente e, con l'avvocato Sebastiani, hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo per capire cosa sia successo davvero quell'8 marzo 2020 al Sant'Anna. Sulla morte di un nono detenuto, Salvatore Piscitelli, è ancora aperta un'inchiesta ad Ascoli Piceno, dove era stato trasferito e dove è deceduto. Secondo le denunce degli altri le botte sarebbero continuate anche durante il viaggio e una volta arrivati nel carcere di Ascoli.
Nell'esposto firmato dai cinque, che dicono di essersi trovati coinvolti passivamente nella rivolta, scrivono: "Siamo stati picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e privati delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna". Le indagini proseguono.
reportpistoia.com, 16 febbraio 2022
Si terrà giovedì 17 febbraio alle 10 l'incontro online "Voci dall'altra parte della città" organizzato dalla Polizia Municipale di Prato tra l'Amministrazione comunale, gli studenti delle classi quinte del Liceo scientifico Copernico e due detenuti del carcere pratese de La Dogaia che sono al termine di un percorso di reinserimento lavorativo e sociale.
L'obiettivo è mettere in guardia i ragazzi dai pericoli derivanti da determinate condotte o comportamenti che la pandemia può avere accentuato, come l'abuso di alcol, l'uso di stupefacenti o il ricorso alla violenza. Nella Sala video dell'Unità di Educazione stradale della Polizia Municipale (viale De Gasperi, 56) saranno presenti il sindaco Matteo Biffoni, l'assessore alla Polizia Municipale e Sicurezza Urbana Flora Leoni e il Comandante della Polizia Municipale Marco Maccioni.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 16 febbraio 2022
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Il libro di Goffredo Buccini, "Il tempo delle mani pulite", sarà in edicola a partire dal 17 febbraio con il "Corriere della Sera" al prezzo di 12 euro. Il libro è realizzato in collaborazione con Laterza.
Le speranze e gli eccessi dell'inchiesta giudiziaria che sconvolse il Paese: giovedì 17 febbraio con il quotidiano il saggio sulla stagione in cui finì alla sbarra un'intera classe dirigente.
Siamo tutti reduci di qualcosa. E non c'è nulla di male. Abbiamo tutti una esperienza, lavorativa o di vita, e quasi sempre i due aspetti si sovrappongono, che ha in qualche modo definito quel che siamo, che ci ha segnato più di ogni altra vicenda. Goffredo Buccini, oggi editorialista e inviato del "Corriere", è stato un giovane redattore che all'inizio degli anni Novanta entrava nel palazzo di giustizia di Milano, intimidito dai suoi marmi razionalisti e dall'autorevolezza di colleghi più esperti di lui, convinti che la cronaca giudiziaria fosse ormai finita, non era più quella di una volta.
Non sapevano di essere sull'orlo del vulcano. E ben presto la politica italiana e la società italiana sarebbero state travolte dalla sua esplosione. Non potevano immaginare che ben presto sarebbe cominciato un tempo nuovo, quello delle Mani pulite. Dopo, nulla sarebbe più stato come prima. Così la pensava Buccini in quegli anni, a dire il vero così la pensavamo tutti. Per chi cominciava a fare questo mestiere, e stava alla finestra, quella inchiesta e quel che stava succedendo, era tutto ciò a cui si poteva aspirare.
La speranza di cambiare un mondo con i propri articoli, di redimere il proprio Paese dai suoi vizi endemici, si è rivelata una illusione. Poi venne la Seconda Repubblica e ora siamo nella Terza, e insomma, non rimane poi molto di quella stagione così aspra, se non una discussione ormai trentennale su quel che avrebbe potuto essere, e sugli errori e gli eccessi che lo hanno impedito. Ma il reduce Buccini non fa certo del reducismo, ai miei tempi era tutto più importante, eravamo tutti più bravi. Anche perché, a differenza di altri, lui è andato avanti, ha compiuto altri viaggi, altre esperienze, ha continuato a studiare.
Proprio per questo, "Il tempo delle mani pulite" (1992-1994) non è soltanto un libro di ricostruzione, di memoria e di riflessione su quella esperienza così importante. È anche un romanzo di formazione, è vita vissuta, elaborata con gli occhi di oggi, perché nessuno dovrebbe mai essere uguale al sé stesso giovane. Si cambia, si cresce, si diventa più consapevoli, così dovrebbe essere.
Anche chi ha trascorso gli ultimi trent'anni su Marte e non conosce Mani pulite dovrebbe leggere questo libro. Perché dentro ci sono tante altre cose. C'è quel rito così desueto in una società bloccata come la nostra, il passaggio del testimone tra diverse generazioni di cronisti, c'è la Milano degli anni Ottanta, forse da bere ma così orgogliosa di quel che era, fino a sconfinare nella presunzione, nel senso di impunità delle sue principali figure. C'è un percorso personale, raccontato senza sconti a sé stesso, con il quale è possibile immedesimarsi a prescindere dal proprio mestiere, con quella immagine del Duomo nella nebbia che per Buccini "è un ricordo di libertà, e di possibilità" che lo accompagna nei suoi primi anni, e chi non l'ha provata quella sensazione di Milano come terra promessa, che in qualche modo anche se non ci sei nato ti riconosce, come cantava Giorgio Faletti.
E poi, certo, Il tempo delle mani pulite è un bellissimo libro sul giornalismo. Sul senso di questo mestiere. Sulle scelte estreme che bisogna fare nel giro di dieci minuti, sulla fatica che ci vuole, per tirare fuori una notizia, scriverla, impaginarla. E subito pubblicarla, perché il frigorifero che le tiene al fresco consentendo di soppesarle e farle maturare non è stato ancora inventato. Quando, di preciso, abbiamo cominciato a pensare che "le carte" fossero l'unico prisma possibile per interpretare la realtà? Chi mette in circolo atti di procedimenti ancora aperti, brani di intercettazioni? Se ne discute da sempre. Anzi, da allora. Buccini lo sa, e lo racconta con episodi reali e senza fare teorie, come è cambiato il modo di fare cronaca e quali siano le conseguenze che ancora oggi paghiamo. Perché c'era quando tutto questo è cominciato, perché ha vissuto quell'epoca da protagonista, facendola coincidere per altri due anni con la sua vita, senza staccare, senza mai dormire tranquillo, con la paura del buco, la notizia mancante, sempre a ronzare nella testa.
L'opera che adesso viene pubblicata con questo giornale ha già fatto molto discutere, perché non si tratta di memorialistica, ma di una ricostruzione dei fatti che tiene conto di quel che sappiamo oggi, e di quel che siamo diventati. Buccini fa rivivere un'epoca che non considera più gloriosa come pensava allora. L'indignazione per quelle tangenti, per un malcostume noto a tutti e del quale nessuno parlava, era nell'aria. E non fu un bel sentimento collettivo.
Produsse senso di onnipotenza nei magistrati, negli indagati paura di essere arrestati e messi alla pubblica gogna, con la confessione come unica via di uscita. Il popolo applaude, in Parlamento sventola il cappio.
I giornalisti di Mani pulite si sentono supereroi del fumetto che loro stesso contribuiscono a creare. Tempo per riflettere, non ce n'è, e in fondo nessuno vuole farlo. Ci sono invece i reati, dettaglio che troppo spesso oggi si tende a scordare, nell'autodafé del senno di poi. Buccini adotta la giusta distanza che all'epoca era oggettivamente impossibile mantenere. E nel farlo, scrive un libro al tempo stesso intimo e di interesse pubblico, che ci aiuta a capire davvero l'essenza di quel biennio così cruciale. E cosa ha significato, per tutti noi.
di Rita Chessa
vistanet.it, 16 febbraio 2022
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"Cookery Rebibbia", il bar tavola calda che ha avviato da luglio 2021 un progetto interessante ed inclusivo in partnership tra la direzione dell'Istituto penale Rebibbia Terza casa e il Gruppo Cr. Qui vi lavorano anche sette detenuti che oltre ad intraprendere l'avviamento professionale, vengono formati nel settore della panificazione.
Roma, Metro B direzione Rebibbia. La voce registrata gracchia l'indicazione del capolinea verso il quartiere nella periferia nord-est della città, dove si trova la prima casa di Pierpaolo Pasolini. Il nome di questo luogo rimanda a Scipione Rebiba, uno dei più antichi vescovi del quale si conoscano con certezza i dati sulle ordinazioni episcopali.
Uscita dalla metropolitana incrocio il simpatico murale con un grosso mammut grande 7 metri per 5 realizzato dal fumettista Zerocalcare nel 2014 che ci dà il benvenuto con la scritta: "fettuccia di paradiso stretta tra la Tiburtina e Nomentana, terra di mammut, tute acetate, corpi reclusi e cuori grandi. Qui ci manca tutto, non ci serve niente".
Il riferimento è al ritrovamento fatto negli anni '80 di alcune zanne dell'antico animale ritrovate in seguito a degli scavi archeologici nella zona vicino a Casal de' pazzi. Sempre a Rebibbia ci sono opere degli street artist Blu, Moby Dick, solo per citarne alcuni. Avrei voluto vederli tutti.
Oggi però ci rechiamo verso via Bartolo Longo 82, indirizzo del carcere, per andare a mangiare al "Cookery Rebibbia", bar tavola calda che ha avviato da luglio 2021 un progetto interessante ed inclusivo in partnership tra la direzione dell'Istituto penale Rebibbia Terza casa e il Gruppo Cr.
Qui vi lavorano anche sette detenuti che oltre ad intraprendere l'avviamento professionale, vengono formati nel settore della panificazione. "In questo modo possono costruire il proprio futuro all'insegna del riscatto sociale" afferma Giuliano Catarci, uno dei responsabili.
Ho assaggiato quindi una pizza deliziosa alle patate, il personale è cordiale, disponibile e professionale. Mentre mangio pensiamo alla storia di questo impasto ed a coloro che lo hanno preparato. Già di per sé il pane viene realizzato secondo un procedimento ritualistico legato alle stagioni, è simbolo archetipico del lavoro dell'uomo e dell'immaginario iconografico religioso. Stavolta invece sembra di fare una comunione laica, è emozionante. Se ci fosse un modo per poter riscrivere la sceneggiatura della propria vita è probabile che vorremmo, più che tornare indietro, avere altre possibilità per ricominciare. Ed è quello che avviene qui, dove si apprende un mestiere e si facilita il reinserimento sociale.
"'Cesare deve morire' è stato un documentario meraviglioso dei fratelli Taviani con protagonisti i detenuti del carcere di Rebibbia che interpretavano Shakespeare diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli" mi racconta Moreno, uno dei frequentatori del Cookery che si è offerto gentilmente di riaccompagnarmi alla metropolitana. "Appena torno a casa cercherò di vederlo, vado a nutrire anche l'anima" gli rispondo.
di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 16 febbraio 2022
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Fine vita, la Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile il quesito referendario. L'Associazione Luca Coscioni, promotrice del referendum, aveva raccolto un milione e 200 mila firme. Marco Cappato: "Brutta notizia per la democrazia".
La Corte Costituzionale ha respinto il referendum sull'eutanasia legale. La Consulta ha ritenuto inammissibile il quesito referendario perché, a seguito dell'abrogazione, ancorché parziale, della norma sull'omicidio del consenziente, cui il quesito mirava, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili.
Il quesito del referendum prevedeva l'abrogazione parziale dell'articolo 579 del codice penale (quello che disciplina il reato di omicidio del consenziente) cosa che avrebbe comportato l'introduzione dell'eutanasia legale. Il comitato promosso dall'associazione Luca Coscioni per questo referendum aveva raccolto oltre 1 milione e 200 mila firme, tra fisiche ed elettroniche. Per Marco Cappato, dell'associazione Luca Coscioni, la decisione della Corte è "una brutta notizia" per "coloro che subiscono e dovranno subire ancora più a lungo" e "per la democrazia". "Proseguiremo con altri strumenti. Come con Piergiorgio Welby e Dj Fabo. Andremo avanti con la disobbedienza civile, faremo ricorsi", aggiunge Cappato, che poi chiosa:"Eutanasia legale contro eutanasia clandestina".
Secondo quanto previsto dal referendum, per ottenere la legalizzazione dell'eutanasia si sarebbe passati attraverso la depenalizzazione parziale dell'omicidio del consenziente, con esclusione di casi ben definiti. Ovvero in caso di consenso dato da persona minore degli anni diciotto, da persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione oppure carpito con inganno. Tutti questi casi avrebbero continuato ad essere puniti come omicidi dolosi. Ma, come detto, la Consulta non ha giudicato ammissibile il quesito.
La Corte Costituzionale dovrà ora esprimersi su una serie di altri quesiti, il principale dei quali riguarda la legalizzazione del consumo di cannabis; gli altri vertono su temi legati alla giustizia. Se i giudici dovessero ammettere questi referendum gli italiani saranno chiamati alle urne in un periodo compreso tra il 15 aprile e il 15 giugno.
di Luigi Manconi
La Stampa, 16 febbraio 2022
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La sentenza della Corte Costituzionale, per la vecchia e immarcescibile "eterogenesi dei fini" certamente non voluta dai membri della Consulta, produrrà, pressoché fatalmente, l'effetto di incentivare l'eutanasia clandestina, quella assai diffusa nella "zona grigia" tra pietà umana e interessi inconfessabili, tra atteggiamento compassionevole e abbandono terapeutico.
Perché questa è la realtà molto spesso taciuta o rimossa: l'eutanasia viene praticata con notevole frequenza nell'oscurità delle corsie degli ospedali, nella riservatezza delle camere da letto e nel clima equivoco e complice delle residenze per anziani. E può manifestarsi nel gesto doloroso di un uomo, pur dotato di risorse e privilegi, come Mario Monicelli, che si lascia cadere da una finestra del quinto piano di una clinica romana; o nell'atto notturno di chi priva del sostegno vitale un malato terminale.
E, invece, l'eventuale esito positivo del referendum avrebbe potuto sortire l'effetto di indurre, infine, a legiferare: a normare, cioè, la materia del fine vita, fissando limiti e vincoli, condizioni e deroghe. Oltretutto, la pronuncia di inammissibilità offrirà un potente pretesto, quasi ne avesse bisogno, a un ceto politico pusillanime per rinviare, differire e procrastinare. Il risultato è la conferma di un vuoto legislativo, nel quale si riprodurranno illegalità e sofferenza, insensata ostinazione terapeutica e crudele prolungamento artificiale di vite ormai svuotate di significato e di dignità.
Va detto, inoltre, che la Corte Costituzionale, nel mentre è chiamata a formulare un giudizio sulla ammissibilità del referendum, sembra entrare pienamente nel merito dello stesso, come si deduce dalla lettura del suo comunicato. Vi si afferma, infatti, che in caso di abrogazione, anche parziale, dell'articolo 579 del codice penale, "non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili".
Qui si possono sollevare due dubbi. Il primo è che, se pure così fosse, quello sarebbe eventualmente la conseguenza di un referendum che ottenesse la maggioranza dei consensi. Ma la Corte è chiamata a valutare se siano state rispettate le condizioni che rendono il referendum ammissibile, e non a sindacare presunti vizi di incostituzionalità della futura normativa di risulta. E l'articolo 75 indica tre soli motivi espliciti di esclusione, che qui non ricorrono in alcun modo.
Certo, nel corso degli anni la giurisprudenza della Consulta ha aggiunto limitazioni legate a criteri di omogeneità e semplicità, ragionevolezza e idoneità a conseguire il fine perseguito. Requisiti rispettati dal quesito sull'omicidio del consenziente, ma che si prestano a interpretazioni più ampie e discrezionali, alle quali evidentemente i giudici della Consulta hanno fatto ricorso per decretarne l'inammissibilità.
Ed ecco il secondo, e ancora più robusto, dubbio. Il quesito e l'eventuale sua approvazione non avrebbero in alcun modo cancellato e nemmeno intaccato o incrinato quel comma tre dello stesso articolo 579 del codice penale che considera comunque omicidio quello attuato nei confronti del consenziente che sia "persona minore degli anni diciotto, inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti". O, ancora, l'omicidio di persona il cui consenso sia stato "estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno".
Come si vede, anche nel caso di vittoria del sì, quelle "persone deboli e vulnerabili" di cui parla il comunicato della Consulta sarebbero state tutelate e sottratte a una fine non voluta. Mentre, dopo la sentenza della Corte, non siamo affatto sicuri che, nel perpetuarsi di una colpevole carenza legislativa e nell'impossibilità di ricorrere al voto popolare, quelle stesse persone fragili saranno, d'ora in poi, maggiormente protette.
di Stefano Folli
La Repubblica, 16 febbraio 2022
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Il più carico di implicazioni etiche, il più difficile da decifrare riducendolo a un "sì" o un "no", era il referendum sull'eutanasia legale, il primo sul quale la Corte si è pronunciata. Il fatto che non lo abbia ammesso non autorizza a pensare che la stessa sorte toccherà anche agli altri nelle prossime ore o nei prossimi giorni.
Come è logico, non c'è alcun nesso diretto tra questo primo quesito, l'altro sulla cannabis e soprattutto la massa critica dei sei interrogativi sul sistema giudiziario. Il tema eutanasia è irricevibile per ragioni subito chiarite dai giudici: mancherebbe, se il quesito fosse approvato, una sufficiente tutela della vita umana e le persone "deboli e vulnerabili" sarebbero le più esposte. Come dire che il loro consenso al "fine vita" potrebbe essere estorto o magari nemmeno richiesto. S'intende che la pronuncia della Corte sta suscitando polemiche anche aspre, ma lo stesso sarebbe successo a parti invertite. Ora esultano gli ambienti cattolici, mentre non sanno nascondere la delusione i radicali che propugnano da anni il diritto a morire.
Eppure non è strano che la Consulta abbia rigettato un tema tanto controverso. In un certo senso è come se dicesse tra le righe che il senso comune non è ancora pronto per accogliere un'innovazione così profonda del costume e della morale. Per cui il prezzo sarebbe pagato non da un'élite informata e consapevole, bensì da chi è meno in grado di discernere ed è più soggetto a subire pressioni psicologiche. È una tesi su cui ci si dividerà a lungo, ma era prevedibile che la Corte sul punto specifico scegliesse la linea della prudenza. Peraltro il filo che unisce tra loro gli altri referendum, soprattutto quelli sulla giustizia, non si è spezzato. È un filo che non riguarda il merito delle questioni, bensì le parole pronunciate di recente dal neo presidente Giuliano Amato. Due frasi rivelatrici di come egli intende esercitare il suo mandato. La prima: "Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire, il più possibile, il voto popolare". La seconda: "I referendum sono una cosa molto seria e bisogna evitare di cercare a ogni costo il pelo nell'uovo per buttarli nel cestino".
Difficile essere più chiari nell'attuale momento storico. Amato non vuole essere ricordato come il presidente della Corte che ha contribuito a ingessare ancora di più un sistema che solo nella paralisi conservatrice, in cui le varie corporazioni si sostengono l'un l'altra, riesce a difendere se stesso. Se si vota, decide il popolo. E il popolo è chiamato a decidere - attraverso uno strumento costituzionale - per la semplice ragione che il Parlamento per troppi anni è rimasto inerte. Come ha scritto su questo giornale Francesco Merlo, "solo il referendum in Italia fa volare le riforme impossibili". Non sappiamo ancora se i quesiti sulla giustizia saranno ammessi.
Gli indizi lasciano pensare che lo saranno, vedremo se tutti o una parte. Di sicuro certi punti cruciali scuotono l'albero del rapporto sempre più opaco tra politica e giustizia. Lo dimostra tra l'altro lo scontro tra la magistratura e Matteo Renzi, prima con la querela annunciata dal senatore contro i pm dell'inchiesta sul finanziamento illecito, poi con una vecchia lettera (non spedita) del padre al figlio allegata agli atti e quindi resa pubblica. Nessuno stupore se i referendum sulla giustizia determineranno un contraccolpo trasversale nelle forze politiche i cui esiti saranno destabilizzanti.
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