di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 16 febbraio 2022
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Le reazioni dei sostenitori: il fronte referendario annuncia che continuerà a combattere con altri strumenti. La prima raccolta di firme nel 1979, poi la proposta Fortuna. La voce è accorata, la delusione è forte. "Questa è una brutta notizia per coloro che soffrono e dovranno soffrire ancora più a lungo. Una brutta notizia per la democrazia".
Sono le venti di ieri sera e Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, dopo la lunghissima giornata di attesa dentro e fuori il palazzo della Consulta, le cui finestre guardano il Quirinale, mostra tutta la sua delusione. "Sull'eutanasia proseguiremo con altri strumenti. Come con Welby e Dj Fabio. Andremo avanti con disobbedienza civile, faremo ricorsi. Eutanasia legale contro eutanasia clandestina". Di nuovo, ancora, a oltre 40 anni dalla prima raccolta di firme del 1979, dal primo testo depositato in Parlamento nel 1984 dal socialista Loris Fortuna, la parola eutanasia, cioè "dolce morte", resta tabù. Inammissibile per la politica, inammissibile per la Chiesa.
Secco e amaro il commento di Beppino Englaro, il papà di Eluana, che soltanto dopo 5.750 giorni di battaglie ottenne la possibilità di lasciar morire sua figlia, in coma da 17 anni. "Se pensate a quanto ho dovuto lottare perché alla mia Eluana fosse concesso il diritto costituzionale di rinunciare alle cure, se pensate al calvario che la mia famiglia ha dovuto subire, non meravigliatevi se questo Stato oggi boccia un diritto ancor più radicale, cioè il referendum sull'eutanasia. Il tema universale della vita e della morte fa ancora paura. I cambiamenti culturali sono lenti, ma una risposta la politica la deve dare, i tribunali stanno già autorizzando il suicidio assistito, quanto a lungo possono ignorare la voce delle persone?".
Tocca il cuore del problema Beppino Englaro, i diritti civili, nella latitanza ingessata del Parlamento, passano sempre più per i tribunali. Mario e Antonio, ad esempio, i due pazienti marchigiani, entrambi tetraplegici, che stanno ottenendo il suicidio assistito in Italia per via giudiziaria. Dietro di loro una schiera di volti di chi ha utilizzato il proprio corpo perché i malati terminali potessero avere diritto di scelta.
Bisogna tornare al coraggio di un giovane uomo, Luca Coscioni, presidente dei radicali italiani, che fece della sua malattia, la Sclerosi laterale amiotrofica, una bandiera per il diritto alle cure e morì a 39 anni dopo aver rinunciato alla tracheotomia. E mentre Beppino Englaro lottava contro tutti gli organismi dello Stato perché a Eluana fosse legalmente concesso di morire, Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare, inviò al presidente Giorgio Napolitano una lettera in cui chiedeva pubblicamente l'eutanasia.
Assistito con infinito amore dalla moglie Mina, Piergiorgio portò avanti una lotta titanica, diventando il simbolo di quella battaglia di libertà. Il 16 dicembre del 2006 il tribunale di Roma respinse la sua richiesta di porre fine all'accanimento terapeutico. Welby chiese allora al medico Mario Riccio, con un atto di disobbedienza civile, di porre fine al suo calvario. Riccio staccò il respiratore a Welby sotto sedazione, venendo poi assolto dall'accusa di omicidio del consenziente. Adesso le parole di Mina sono una sferzata ai giudici costituzionali: "Mi è arrivata una stilettata al cuore. Sono affranta. Non desisto, utilizzerò il mio corpo perché venga approvata una buona legge sull'eutanasia, dovessi dormire davanti al Parlamento. Oggi Piergiorgio sarebbe triste, per lui e per tutti i malati che hanno sofferenze disumane continuerò a lottare".
Nel cammino accidentato del fine vita, c'è la storia tragica di Giovanni Nuvoli, malato di Sla, chiedeva il distacco del respiratore, il tribunale di Sassari respinse la richiesta, i carabinieri bloccarono il medico che voleva aiutarlo. Nuvoli si lasciò morire di fame e sete. Era il 2007. Eluana Englaro sarebbe morta nel 2009, con la sedazione profonda, dopo la sentenza della Cassazione che autorizzò il blocco della nutrizione e idratazione artificiale. Soltanto nel 2017 però il Parlamento ha approvato la legge sul biotestamento, anticipata dalla lunga guerra di papà Englaro. Poi Dj Fabo. Nel 2017 Fabiano Antoniani, cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale, scrive a Sergio Mattarella chiedendo di poter morire in Italia. Invano. Fu accompagnato in Svizzera da Marco Cappato, poi assolto dall'accusa di istigazione al suicidio, con la storica sentenza della Consulta del 2019 che ha depenalizzato il suicidio assistito. Quella strada dell'addio che percorreranno, nelle Marche, prima Mario e poi Antonio.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 16 febbraio 2022
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La inammissibilità disposta dalla Corte costituzionale del referendum abrogativo riguardante l'articolo 579 del Codice penale, che punisce l'omicidio del consenziente, provoca rammarico, ma non molta sorpresa. Il quesito referendario lasciava applicabili le norme sull'omicidio nei soli casi in cui la libertà e consapevolezza del consenso sia viziata, perché si tratta di minore di diciotto anni, ovvero di un infermo di mente, o in condizioni di deficienza psichica, oppure di una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia, suggestione, o carpito con l'inganno. La Corte aveva posto le premesse della dichiarazione di inammissibilità nella sua sentenza del 2019, relativa alla diversa, ma strettamente legata punizione di chi aiuta altri a suicidarsi.
Si trattava di una ipotesi confinante con quella dell'omicidio del consenziente, nella quale la Corte aveva già preso posizione, enunciando condizioni per ammettere che la volontà di una persona di porre fine alla propria vita incontri la disponibilità di altri a fornire il proprio aiuto. I valori in campo nel discutere dell'omicidio del consenziente sono gli stessi che pone l'aiuto al suicidio: la differenza tra i due casi sta nel solo fatto che l'atto finale e letale sia compiuto dal soggetto che ha deciso di morire oppure dall'altro soggetto che lo aiuta. Se l'aiuto non è ammesso, non prevale la vita - come si pretende che sia -, ma intervengono forme atroci di suicidio oppure, per i soggetti impossibilitati a uccidersi, il perdurare di una vita intollerabile. In ogni caso si pongono nello stesso modo le questioni che riguardano il diritto alla vita, il diritto a porvi fine, le cautele necessarie ad assicurare che la decisione di morire sia libera, consapevole, persistente. Non sorprende allora che una Corte che aveva non molto tempo prima imposto una serie di limiti e condizioni per ammettere la non punibilità dell'aiuto al suicidio, abbia ritenuto di impedire la possibile approvazione del quesito referendario. Con essa sarebbe rimasta in vigore una norma che puniva come omicidio il solo caso in cui la volontà della persona sia viziata, senza considerare i limiti e le condizioni posti dalla Corte.
Con la sentenza sull'aiuto al suicidio, la Corte - a ciò indotta dall'inerzia del Parlamento - ne aveva stabilito la non punibilità a condizione che chi chiede e ottiene quell'aiuto sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili, sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale e sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli. La Corte aveva così ritagliato una specifica e limitata situazione, al di fuori della quale l'autodeterminazione della persona non viene riconosciuta. Alla volontà libera della persona che decide di morire, la Corte ha sostituito l'autorità dello Stato. In tal modo essa ha adottato una posizione autoritaria, rifiutando quella propria di una società liberale, rispettosa della dignità delle persone, di cui l'autodeterminazione è una componente.
È questo che si trae dalla Convenzione europea dei diritti umani (che vincola anche l'Italia); questo hanno ritenuto due Corti costituzionali come quella tedesca e quella austriaca, argomentando da sistemi costituzionali del tutto analoghi, sul punto, a quello italiano. In particolare, il Tribunale costituzionale tedesco, sulla base della intangibilità della dignità umana e della inviolabilità della libertà della persona, con sacrosante parole ha affermato che da tali principi costituzionali deriva il diritto di scegliere in autonomia di porre termine alla propria vita con una decisione informata e ponderata.
E ha aggiunto che da ciò segue il diritto di controllare la propria vita nel modo scelto e di non essere costretti a forme di vita non conciliabili con la propria concezione di sé e della propria identità personale. E l'autonomia della persona non è limitata a situazioni come quella di malattia incurabile, né si applica solo a certi stadi della vita o di una malattia. Secondo il Tribunale costituzionale tedesco, la decisione della persona non può essere valutata imponendo valori di carattere generale, dogmi religiosi, norme sociali, poiché la sua decisione deve esser rispettata come frutto di autodeterminazione.
Fondamentale, sia per l'aiuto al suicidio, che per l'omicidio del consenziente è la volontà della persona che chiede di morire. La definizione di una situazione oggettiva che escluda la punibilità di chi aiuta taluno a porre fine alla propria vita, finisce con il mettere in ombra la grave, difficile, essenziale questione della volontà di chi vuol morire. Le norme penali devono essere accompagnate da disposizioni e misure che accertino la "qualità" della volontà manifestata dalla persona. È necessario offrire sempre la possibilità di cure palliative, ma non basta. Necessaria è l'offerta di assistenza psicologica e sociale, che possano rappresentare alternative accettate dalla persona, solo così veramente libera. Dal Parlamento infine si attende una completa disciplina rispettosa della autonomia delle persone.
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 16 febbraio 2022
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Quando si fa ricerca non si smette mai di chiedersi a cosa serva farla, e come far sì che possa essere spendibile, in qualche modo utile alle persone. Domande pressanti nel campo dei consumi di droghe, dove le litanie dominanti - devianza, malattia, droga-demonio, una-volta-dipendente-per sempre-dipendente, dalla cannabis all'eroina e via elencando - segnano un dibattito pubblico che ripete, con una sorprendente perseveranza, immagini potenti, solide e stolide, destinate a costruire un senso comune che descrive le droghe (illegali) come un invincibile potere assoluto, ma anche e purtroppo a orientare le politiche e il consenso attorno ad esse.
Così accade che, di default, a inizio pandemia scattino profezie di catastrofe: consumi di droghe alle stelle, viraggi pericolosi di ogni sorta, "basta farsi" di qualcosa, aumento delle overdosi, picchi di microcriminalità perché serve più denaro per affogare in un uso compulsivo l'impatto della pandemia.... A giudicare dai dati di diverse fonti, nulla di tutto questo è accaduto, in Italia, durante il primo lockdown del 2020: i consumi sono rimasti sostanzialmente stabili, caso mai hanno registrato in media una flessione, soprattutto per cocaina, stimolanti e eroina, nonostante il mercato illegale non abbia mai chiuso; c'è stato un aumento, per altro non eclatante, di uso di alcool, ma è interessante che, se è aumentato in alcuni casi l'uso quotidiano, non così il binge drinking, cioè l'eccesso e le abbuffate; non c'è stato un picco di overdose; non un allarme microcriminalità droga-correlata.
Quando le profezie si sbagliano è perché è sbagliato lo sguardo sul fenomeno su cui vaticinano. La ricerca serve a prospettare uno sguardo diverso, eccentrico rispetto alle profezie infondate, o almeno così dovrebbe essere. Subito dopo il lockdown un gruppo di ricercatori e operatori, professionali e peer, dei servizi di Riduzione del danno hanno condotto - senza un euro di fondi - una ricerca qualitativa, con interviste in profondità raccolte in otto città, per capire come le persone che usano droghe hanno gestito la loro vita e i loro consumi durante il confinamento.
La ricerca - La vita e i consumi delle persone che usano droghe durante il primo lockdown - descrive persone, assai diverse per età, genere, esperienze di consumo, sostanze usate, che mettono in atto strategie di controllo e regolazione dei propri consumi, evitano comportamenti di uso compulsivo, limitano rischi e danni sulla base dell'esperienza pregressa e spesso arrivano a diminuire dosaggi e limitare il numero di sostanze usate.
Ma soprattutto, persone che, anche quando hanno delle difficoltà, o vivono in strada o hanno alle spalle decenni di uso, esprimono un elevato livello di auto riflessività, consapevolezza e razionalità delle proprie scelte, a cominciare da quelle di una regolazione dell'uso di droghe orientata al minor rischio e a una maggiore funzionalità. Persone che non sono andate spasmodicamente a caccia di qualsivoglia sostanza, come la profezia annunciava. Che parlano dei propri apprendimenti dall'esperienza della pandemia, del futuro, della società in cui viviamo. Che sperimentano le disuguaglianze, e quando sono in difficoltà lo sono più per la perdita del lavoro, per l'isolamento o per non avere un tetto piuttosto che per una molecola-demonio.
La catastrofe non c'è stata, ed è solo grazie a loro, alle loro capacità di controllo, a volte in alleanza con i servizi, dove sono rimasti aperti, non certo grazie a un mercato nero imperterrito o a imperterrite disuguaglianze sociali. A cosa serve la ricerca? A non perdere tempo in profezie sbagliate, a smettere di leggere le persone attraverso le droghe e a cominciare a leggere le droghe attraverso le persone: si scoprirà che le droghe si possono gestire e che la guerra non serve. La ricerca è online su fuoriluogo.it/lockdown
di Milena Gabanelli e Francesco Tortora
Corriere della Sera, 16 febbraio 2022
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La Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sull'eutanasia, ma il problema resta. Se una persona volesse porre fine alla propria vita perché colpita da malattia terminale con dolori atroci e nessuna cura disponibile, cosa le consente di fare la legge? In Italia dal 2017 è legale la sospensione delle cure (eutanasia passiva), che permette al malato di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, alimentazione e idratazione comprese.
Tuttavia se il paziente fosse ridotto irreversibilmente allo stato vegetativo, dovrebbe aver già espresso le sue volontà attraverso un biotestamento. Significa che avrebbe dovuto pensarci prima. Sono almeno 15 anni che il tema del fine vita spacca l'opinione pubblica e le forze politiche. Le divisioni sono riemerse lo scorso 9 febbraio quando il disegno di legge sul suicidio assistito è tornato alla Camera dopo un esame di due anni nelle Commissioni Giustizia e Affari sociali, e sono destinate a riaccendersi con la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibile il referendum sull'eutanasia attiva promosso dall'Associazione Luca Coscioni.
Le tre strade del fine vita - Ovunque nel mondo sia stata definita una legge chiara sul fine vita, le condizioni del paziente per usufruirne sono queste: invalidità irreversibile o malattia terminale, dolori insopportabili, nessuna cura disponibile e sempre il consenso del malato. Oltre all'eutanasia passiva che è legale o tollerata in quasi tutti i Paesi europei, ci sono altre due strade: l'eutanasia attiva e il suicidio assistito. La prima è praticata da un medico, di solito attraverso iniezione endovenosa. Secondo l'attuale legislazione italiana questa modalità è assimilabile all'omicidio volontario. Nel suicidio assistito è invece il malato, con l'assistenza del medico, a compiere autonomamente l'ultimo atto che porta alla morte.
Dove sono legali eutanasia attiva e suicidio assistito - In Europa sono legali in Olanda, Belgio, Lussemburgo e Spagna. Il primo Paese a muoversi è stato l'Olanda dove entrambe le vie, tollerate fin dal 1985, sono state legalizzate completamente nel 2002. Possono ricorrervi anche i minori, ma sotto i 16 anni c'è bisogno del consenso dei genitori. In 18 anni i casi di eutanasia e suicidio assistito sono stati 75.360. Anche il Belgio ha legalizzato le due pratiche nel 2002. Dal 2014 l'eutanasia è stata estesa a bambini e minori. In 18 anni vi hanno fatto ricorso 24.520 malati. La Spagna ha reso legale l'eutanasia dallo scorso giugno.
Prima del varo della legge, aiutare qualcuno a morire in Spagna era potenzialmente punibile con una pena detentiva fino a 10 anni. Al di fuori dei confini europei, eutanasia e suicidio assistito sono legali in Canada, Colombia, Nuova Zelanda e in alcuni stati australiani (Queensland, Tasmania, Victoria, South Australia e Western Australia). In Svizzera, Austria, Germania e in undici stati Usa (California, Colorado, Hawaii, Montana, Maine, New Jersey, Nuovo Messico, Oregon, Washington, Vermont e District of Columbia) è consentito il solo suicidio assistito. In Germania, dove resiste la memoria delle 300 mila vittime con disabilità mentali e fisiche dei medici nazisti, non è stata ancora formulata una legge, ma la Corte Costituzionale federale ha stabilito nel febbraio 2020 la legittimità della pratica in determinate circostanze.
Il caso Svizzera - La Svizzera ha legalizzato il suicidio assistito nel l 1942 e la legge tollera la pratica quando i pazienti agiscono in autonomia, e chi li aiuta non ha alcun interesse nella loro morte. I suicidi assistiti rappresentano circa l'1,5% dei 67 mila decessi registrati in media ogni anno. A differenza di ciò che accade altrove, le cliniche della Confederazione elvetica offrono il servizio anche ai cittadini stranieri. La più grande organizzazione per il suicidio assistito in Svizzera si chiama Exit, è stata fondata nel 1982 e aiuta soltanto i residenti nel Paese: oltre mille persone ogni anno ricevono assistenza e quasi tutte (98% nel 2019) scelgono di morire a casa propria o nella casa di cura in cui vivono.
Nel 2020 circa 1.282 malati gravi hanno utilizzato i servizi dell'organizzazione, 68 in più rispetto al 2019. L'età media era di 78,7 anni, il 59% era composto da donne. Dignitas, la seconda più grande organizzazione per il suicidio assistito, accetta anche stranieri non residenti (costo medio 10 mila euro). Come Exit, offre i propri servizi solo a persone con malattie gravi, che soffrono dolori "insopportabili" oppure che hanno una menomazione insostenibile. Dal 1998 al 2020 Dignitas ha portato a termine 3.248 suicidi assistiti. La maggior parte erano tedeschi (1.406), britannici (475), francesi (405), svizzeri (200) e italiani (159). Nel 2020 i suicidi assistiti sono stati 221, e 14 malati erano italiani.
Il suicidio assistito in Italia - Negli ultimi sei anni gli italiani che hanno contattato l'Associazione Luca Coscioni per avere informazioni sul fine vita sono stati in totale 1.725. L'attuale legge sul suicidio assistito in discussione alla Camera è appoggiata da Pd, Leu, Italia viva e Cinque Stelle: composta di 8 articoli, nasce da una proposta di iniziativa popolare depositata nel 2013 e più volte riformulata accogliendo anche modifiche suggerite da partiti di destra. Il disegno di legge però continua a dividere il Parlamento e trova l'opposizione di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia. Prevede la possibilità per il malato di autosomministrarsi la sostanza letale fornita da un medico che non è punibile. Il testo include anche l'obiezione di coscienza dei medici e un precedente percorso di cure palliative da parte del paziente per alleviare le sofferenze. La proposta di legge è arrivata per la prima volta in Parlamento a dicembre, tre anni dopo l'invito della Corte Costituzionale a legiferare sul tema e due anni dopo la sentenza 242 con la quale la Consulta ha riconosciuto il diritto al suicidio medicalmente assistito per persone capaci di intendere e volere, affette da malattie irreversibili che procurano sofferenze insopportabili, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. Finora nulla però è riuscito finora a sbloccare l'azione parlamentare, e c'è già chi teme che il disegno di legge dopo tanto impegno possa essere affondato come il decreto Zan.
Il referendum - Ad accelerare i tempi per una legge sul tema poteva essere ancora l'intervento della Corte Costituzionale che però martedì 15 febbraio ha ritenuto inammissibile il referendum per l'abrogazione parziale dell'art. 579 del Codice penale (omicidio del consenziente) e dunque per l'eutanasia attiva. La Consulta ha bocciato il quesito perché "non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili".
La raccolta firme a favore del referendum era stata sottoscritta da oltre 1,2 milioni di cittadini. Analizzando i dati sulle firme digitali pubblicati dall'Associazione Coscioni si scopre che ad approvare il referendum erano stati 221 mila donne e 171 mila uomini e i più attivi risultavano i giovani con età tra i 21 e i 30 anni (154.360 firme). Decisamente inferiori le firme dei più anziani, probabilmente anche per una minore propensione all'uso del digitale.
I promotori del referendum sostenevano che la depenalizzazione dell'eutanasia attiva avrebbe permesso di non creare discriminazioni tra malati e di accompagnare verso il fine vita anche quelle persone sofferenti che non possono ricorrere ad aiuti esterni. I critici invece temevano che l'approvazione di una legge sull'eutanasia avrebbe legittimato in tutto e per tutto l'omicidio del consenziente, creando le condizioni per "liberarsi del malato" violando il principio della sacralità della vita. Dopo la bocciatura della Corte Costituzionale, appare sempre più necessaria una legge che delimiti con chiarezza confini e responsabilità, affinché non si ripetano situazioni come quella di Mario, il 43enne tetraplegico che, pur avendo ottenuto il permesso di ricorrere al suicidio assistito, è rimasto ostaggio di ricorsi e ordinanze contrapposte in attesa che una commissione medica individuasse il farmaco da utilizzare. Un calvario durato 18 mesi.
di Elisa Cornegliani
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Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2022
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Lo rileva ActionAid, che insieme ad Openpolis ha realizzato il sito Centri d'Italia. L'idea, spiega il responsabile Fabrizio Coresi, nasce dall'esigenza di colmare un vuoto informativo: "Sarebbe necessario che il ministero dell'Interno adottasse uno strumento simile al nostro: senza dati che consentano l'analisi delle precedenti, su quali basi si elaborano le nuove politiche migratorie?"
Emergenza, grandi concentrazioni al posto di suddivisioni territoriali, mancanza di programmazione: è la fotografia che racconta la gestione dei migranti in Italia. Si articola seguendo due sentieri. Il primo, ordinario, è il Sai - Sistema di accoglienza e integrazione, ex Sprar ed ex Siproimi, in capo ai Comuni - il secondo passa attraverso i centri di accoglienza straordinaria, Cas. Quest'ultimo è un circuito ritenuto emergenziale, che viene tuttavia impiegato come fosse strutturale. Lo dice un monitoraggio di ActionAid, che a partire dal 2018 ha ricostruito distribuzione, tipologia e dimensione dei centri presenti all'interno dei confini nazionali. Ora il loro lavoro, svolto insieme a Openpolis, è consultabile sulla piattaforma - la prima mai realizzata - Centri d'Italia. "Il nostro obiettivo era riempire un vuoto informativo: i dati su questo tema emergono nel corso di un'unica relazione in previsione ogni anno a fine giugno. Aspettiamo, quindi, che il ministero dell'Interno faccia lo stesso: il terzo settore non può sostituire le istituzioni", spiega Fabrizio Coresi esperto di migrazione per ActionAid. "Vorremmo che la migrazione non fosse basata sulla strumentalizzazione e sulla propaganda ma fosse portata avanti con l'analisi di dati che ci consenta di capire quale è stato l'impatto delle precedenti politiche migratorie".
I numeri: strutture piccole sacrificate - Al 30 novembre 2021, il 68,34% richiedenti asilo (quasi 7 su 10) risiede nei centri di competenza prefettizia - cioè i Cas - mentre la restante minoranza si trova nel Sai.
Questi i termini assoluti, certificati dal ministero dell'Interno - e riportati da ActionAid - verso la fine dello scorso anno: 53.664 persone nei Cas, 25.221 nel Sai e 781 nella prima accoglienza. "Sappiamo che sia per i territori sia per le persone in arrivo la migliore forma di accoglienza è quella micro, svolta cioè in centri di piccola o media dimensione". E invece si va nella direzione opposta. Ancora qualche dato: fra il 2018 e il 2020 il numero dei centri attivi sul territorio nazionale è sceso del 25,1%, e contestualmente si è registrata una flessione del 40,2% dei posti disponibili. Il tutto, in parte, dovuto alla pandemia di Covid-19 che ha in parte ridotto gli sbarchi: "Ma a essere stati chiusi sono soprattutto i centri di piccole dimensioni (massimo 20 persone). In questo arco di tempo hanno perso quasi 22mila posti".
A fronte dei -20mila delle strutture grandi (dai 51 a 300 ospiti), dei -14mila di quelle medie e, soprattutto, dei -7.133 dei centri molto grandi (più di 300 persone). I Cas grandi, inoltre, registrano un aumento della loro capacità di capienza. Questi numeri, secondo Coresi, vogliono dire due cose: "Non si è approfittato dell'allentamento del ritmo degli sbarchi per avviare una programmazione strutturale sulla migrazione. Al contrario, si individua una spinta verso le grandi concentrazioni. L'opposto di quello che servirebbe".
Conferma arriva dal fatto che nel 2020 le 16 città più popolose, cioè quelle con più di 200mila abitanti, "ospitano il 18,2% delle persone. Due anni prima la percentuale era pari al 14,2%". In media, si legge sul documento ActionAid, i centri di Roma e Milano sono molto più grandi rispetto al resto del Paese: in particolare a Milano la capienza media delle strutture è circa 10 volte la media nazionale. I centri più piccoli sono gli stessi che registrano anche il maggior taglio ai fondi attribuiti per spese di vitto, alloggio, e servizi necessari per l'integrazione per ogni ospite: - 27%. Servizi, quelli offerti, che sono carenti. Soprattutto nei Cas: "Abbiamo contabilizzato che in un centro di 50 persone un ospite ha a disposizione 12 minuti a settimana di mediazione linguistico - culturale. Il bando della prefettura prevede la garanzia di 10 ore per tutti gli utenti a settimana. Quindi 600 minuti diviso 50 persone = 12. Il tempo a disposizione - ogni sette giorni - per capire cosa ti sta succedendo".
Le politiche migratorie - Due passaggi che si legano a due nomi: Salvini con il decreto sicurezza e l'attuale ministro dell'Interno Lamorgese. "Prima di Salvini, l'accoglienza funzionava così: il migrante arrivava in Italia dalla frontiera sud, a Lampedusa. Qui incontrava una prima modalità di selezione, che suddivideva i migranti economici dai richiedenti asilo. Come sappiamo, questi ultimi sono gli unici che possono accedere a un permesso di soggiorno regolare anche se sono arrivati illegalmente. I migranti economici vengono chiusi nei cpr, rimpatriati o respinti. I secondi invece entrano nel circuito dell'accoglienza, o Cas o Sprar. L'inserimento era arbitrario".
Poi arrivano i cambiamenti apportati con l'attuale leader della Lega: "Alla frontiera sud si ripresenta la stessa suddivisione di cui sopra, ma i richiedenti asilo possono entrare solo nei Cas, che diventano così una tappa obbligatoria (a differenza di prima). Restano lì in attesa che la Commissione territoriale incaricata di giudicare la loro storia si pronunci: se ricevono un diniego devono andarsene, se ottengono lo status di rifugiati vengono trasferiti nel circuito Sprar che ora è Sai. Ma il punto è che nel frattempo restano nei Cas, dove vivono un periodo di sospensione esistenziale che li distrugge.
Il percorso di autonomia, fuori da lì, si fa sempre più difficile". Quindi, l'intervento Lamorgese: "Torniamo almeno in parte all'assetto pre-Salvini. Purtroppo però manteniamo un sistema che rischia di essere discriminatorio e non in grado di accompagnare in maniera efficace all'autonomia. Il Sai mantiene infatti due livelli di servizi: alcuni "essenziali" previsti per i richiedenti asilo, ed altri "verso l'integrazione" riservati ai rifugiati. L'esperienza ormai ventennale del sistema pubblico in capo ai comuni - e la letteratura in materia - ci dicono che la fase iniziale è fondamentale nel prosieguo della vita dei nuovi cittadini. Un'attenzione e un investimento sulla persona che quindi dovrebbe essere messo in atto da subito, senza differenze di status".
Il ruolo dei comuni - I comuni sono a capo dei progetti di accoglienza, ma, fa notare Coresi, "Possono applicare al sistema in modo volontario. Tuttavia, l'articolo 118 della Costituzione assegna ai comuni stessi le funzioni amministrative. Quindi perché l'accoglienza non dovrebbe rientrarci di diritto? Il criterio di volontarietà, al contrario, riduce il numero di comuni interessati. Questo è il problema principale. Se l'obbligatorietà non è una via percorribile, consideriamo l'ipotesi incentivi. In passato è successo: nel 2016 c'era una tantum per ogni migrante accolto che andava alle stesse amministrazioni comunali, per esempio".
Il punto è: andrebbe incrementato il sistema di accoglienza pubblico. "Manca un tavolo programmatico dal 2016. Ci dovrebbe essere una stima dei posti in accoglienza e poi una successiva pianificazione. E delle clausole di salvaguardia: per esempio, il divieto di installare Cas dove è presente la rete Sai. Ma tutto questo non si fa".
Con la piattaforma Centri d'Italia, quindi, propone un monitoraggio che non c'è. Chiude Coresi: "Sarebbe necessario che il ministero adottasse uno strumento simile al nostro: senza dati che consentano l'analisi delle precedenti, su quali basi si elaborano le nuove politiche migratorie?"
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 16 febbraio 2022
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Morire di studio, morire di lavoro. Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci. Due studenti che non erano a scuola, e non erano lavoratori, morti su un lavoro che non era un lavoro nelle ultime tre settimane. Questo atroce paradosso è uno degli esiti della trasformazione della scuola in un'istituzione del capitale disumano. I penosi balbettamenti davanti a queste tragedie intollerabili insistono su una distinzione pensata per confondere il dibattito e neutralizzare la vibrante protesta degli studenti che vogliono abolire l'alternanza scuola-lavoro.
Gli stessi chiedono una radicale trasformazione della formazione professionale che prevede il ripensamento di un intero sistema, a cominciare dal mercato del lavoro. Nulla di meno, perché altrimenti la formazione professionale resterebbe uno strumento che ha limitato in maniera importante la componente culturale e quella laboratoriale interna e ha dato sempre più spazio alla formazione del precariato, all'insicurezza e alla violenza in azienda e nella società. E invece sì ripete, a cominciare dal ministro dell'istruzione Bianchi e da quello del lavoro Orlando, che la formazione professionale ispirata a una malintesa subalternità al sistema tedesco non è l'alternanza scuola-lavoro.
Ma buongiorno! Chi critica la scuola del capitale disumano non ha fatto questa confusione. Semmai l'hanno fatta loro o i media, e non solo per esigenze di sintesi. Oggi si usa questa espressione e la si intende come la parte per il tutto. La confusione, fatta ad arte o meno, può essere dunque intesa anche come un sintomo. Quando ci si riferisce all'"alternanza scuola lavoro (ribattezzata con un acronimo che suona come uno sputo: Pcto, cioè "Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento") ci si può riferire alle politiche che hanno mutato l'istruzione nell'obbedienza a un principio morale funzionale all'occupazione precarizzata.
L'alternanza scuola lavoro, ovvero l'insieme dei progetti, degli stage e dei tirocini in tutte le scuole è la traduzione di un disegno che trasforma gli studenti dai 16 ai 19 anni in occupabili. Questo concetto, ricorrente oggi nelle teorie neoliberali del mercato del lavoro, è stato adattato agli studenti. Oggi è il principio di soggettivazione al quale sono disciplinati in un sistema che trasforma la forza lavoro in potenza in manodopera disponibile a farsi concava e convessa in impieghi accessori, occasionali, servili - i "lavori di merda" (Bullshit jobs) di cui parlava David Graeber - caratteristici di un'economia terziarizzata povera.
Agli studenti questa realtà è nota. La vivono i padri, le madri, le sorelle e i fratelli, milioni di persone. Per questa ragione si oppongono a un mondo orrendo che non considerano giunto alla fine come ritengono gli esteti dell'apocalisse, né irreversibile come auspicano gli evangelisti del realismo capitalista. Senza contare che trovano intollerabile il fatto che esistano adulti che pretendono di manipolare la loro esistenza e guidarla verso un'attività che impone un'educazione al rischio totale.
Questa è la prerogativa della cittadinanza attuale dove si può morire non solo per lavoro, ma anche per studio. C'è da auspicare che quella degli studenti diventi un'insurrezione. Che i loro docenti, i presidi, il personale amministrativo e i genitori si costituiscano in forza di interposizione contro chi considera il rischio della morte per lavoro e per studio come un sacrificio in nome della "crescita".
E, così facendo, chiariscano un fatto che dovrebbe essere evidente, eppure si fa fatica a comprendere. In queste condizioni non esiste un'alternanza scuola-lavoro "etica" né l'obbligo a farla comunque e a ogni costo in nome dell'occupabilità. A chi invece disprezza l'esigenza di una scuola che forma soggettività autonome, critiche e capaci di resistere con un "No" ai ricatti dello Stato e delle imprese andrebbe ricordato che rischia di giustificare un modello che contempla anche la possibilità della morte. Questo non è un paese per aspiranti martiri.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 16 febbraio 2022
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Più di cento fra giornalisti e attivisti del movimento Hirak, incarcerati per reati d'opinione. Intanto Amnesty denuncia la "dura repressione governativa" contro l'opposizione.
Resta ancora forte la pressione di numerosi partiti di opposizione e della Lega algerina per i diritti dell'uomo (Laddh) nei confronti del governo algerino riguardo alla situazione di numerosi prigionieri d'opinione in sciopero della fame e di cui, al contrario, la Procura di Algeri ha negato "l'esistenza".
Dalla fine di gennaio una quarantina di detenuti di coscienza - prevalentemente giornalisti, blogger e attivisti legati al movimento di protesta Hirak - ha iniziato uno sciopero della fame nella prigione di El Harrach (Algeri) per protestare "contro le accuse di attentato all'integrità dello stato o altri capi di imputazione simili", come rivendicato dalla Laddh e dai loro avvocati.
Secondo quanto ha riferito il quotidiano algerino El Watan, "molti di questi detenuti sono stati trasferiti nelle carceri di Berrouaghia e Bouira", provvedimento che, secondo Abdelghani Badi (uno degli avvocati della difesa) sembra essere "una violazione del loro diritto di protestare e una misura punitiva". "Denunciamo il rifiuto della direzione del carcere di applicare l'articolo 64 della legge sugli istituti penitenziari che prevede particolari tutele per chi fa lo sciopero della fame - ha affermato Badi -, come siamo sorpresi dalle dichiarazioni dell'accusa che, attraverso un comunicato ufficiale, ha negato l'esistenza di un tale movimento di protesta".
I dati forniti dalla Laddh affermano, al contrario di quanto sostenuto dalle autorità governative, che nella scorsa settimana sarebbero stati trasferiti "almeno 23 detenuti da El Harrach", mentre il reale numero delle persone in sciopero supera "i 100 detenuti nel solo carcere di Algeri". "Sono numerose le testimonianze di violenze fisiche e psicologiche nei confronti del movimento di protesta nelle carceri - ha aggiunto Said Salhi, vicepresidente della Laddh - come il continuo rinvio delle udienze per allungare la loro detenzione o il loro trasferimento forzato in altre prigioni". All'approssimarsi dell'anniversario, il 22 febbraio 2019, dell'Hirak - il movimento di protesta che portò alle dimissioni dell'allora presidente Bouteflika e che mirava al cambiamento del sistema politico algerino fondato su corruzione e clientelismo - la repressione governativa sembra ancora presente contro i suoi attivisti.
Se da una parte l'Hirak è riuscito nella sua richiesta di dimissioni nei confronti di Bouteflika, dall'altra le proteste non hanno impedito al "sistema" di eleggere un presidente della repubblica (Abdelmajid Tebboune) ed un parlamento delegittimati in entrambe le tornate elettorali da un'elevatissima astensione (oltre l'80%). La presidenza di Tebboune - che inizialmente aveva "benedetto" la volontà di rinnovamento dell'Hirak - ha lentamente fiaccato le oceaniche manifestazioni pacifiche degli algerini fino reprimerle e vietarle con arresti di massa e leggi che vietavano "cortei non autorizzati dalle prefetture".
Al riguardo lo scorso mercoledì Amnesty International ha denunciato "la dura repressione governativa che ultimamente ha colpito i partiti politici di opposizione". "In quest'ultimo anno le autorità algerine hanno chiuso le sedi di alcuni partiti, hanno condannato leader di partito e represso in modo brutale qualsiasi forma di dissenso - afferma il documento - portando ad almeno 251 il numero delle persone attualmente detenute per aver esercitato i loro diritti alla protesta pacifica e alla libera espressione".
Amnesty si riferisce a Fethi Ghares, coordinatore del Movimento Democratico e Sociale (Mds), condannato il 9 gennaio dal tribunale di Bab el Oued (Algeri) a due anni di reclusione "per aver criticato l'attuale presidente", e all'arresto di almeno 60 membri, inclusi ex parlamentari, del Raggruppamento per la Cultura e Democrazia (Rdc) uno dei principali partiti di opposizione. Anche il recente scioglimento dell'associazione giovanile Raj per "false accuse relative all'organizzazione di attività non corrispondenti ai suoi statuti" e il congelamento delle attività del Partito Socialista dei Lavoratori (Pst) sono "segnali preoccupanti". "L'Algeria deve porre fine alla repressione contro tutte le forme di dissenso, tenendo conto che la Costituzione algerina garantisce il diritto alla libertà di espressione per i partiti politici", ha affermato nel comunicato stampa Amna Guellali, vicedirettrice per il Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty.
La Regione, 16 febbraio 2022
Nel Canton Zurigo 832 persone si sono offerte volontarie per essere imprigionate. Si sono infatti proposte per testare il carcere di Zurigo Ovest, che verrà aperto in aprile. La prova generale si svolgerà fra il 24 e il 27 di marzo e avverrà in condizioni il più vicino possibili alla realtà. Il termine di registrazione per annunciarsi è scaduto domenica sera.
Un prerequisito per passare questo bizzarro periodo dietro le sbarre è che i volontari siano sottoposti a un controllo di sicurezza e che vivano nel Canton Zurigo. Le verifiche su residenti domiciliati altrove sarebbero invece troppo complicate. L'obiettivo è quello di simulare le operazioni nel nuovo penitenziario nel modo più realistico possibile.
Pertanto i partecipanti dovranno consegnare all'ingresso telefoni cellulari e altri dispositivi. Per contro la perquisizione corporale sarà effettuata solo su chi si dirà d'accordo. Inoltre verrà concordata una parola chiave con la quale i finti galeotti potranno segnalare di averne avuto abbastanza dell'isolamento.
di Riccardo Noury
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Corriere della Sera, 16 febbraio 2022
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Il dipartimento di Polizia di New York è da tempo al centro di polemiche per le sue attitudini razziste, rese evidenti dall'elevato numero di perquisizioni ai danni dei cittadini non bianchi.
Oggi, una nuova ricerca pubblicata da Amnesty International e dai suoi partner nell'ambito della campagna "Ban the scan", rivela che gli abitanti di New York che vivono in quartieri dove sono più frequenti le perquisizioni sono anche più esposti all'invadente tecnologia di sorveglianza basata sul riconoscimento facciale.
In quartieri come Bronx, Brooklyn e Queens, più è alta la percentuale di abitanti non bianchi e maggiore è la concentrazione di telecamere a circuito chiuso per il riconoscimento facciale. Le conclusioni della ricerca si basano su dati ottenuti da migliaia di volontari del progetto Decode Surveillance NYC, che hanno mappato oltre 25.500 telecamere a circuito chiuso installate a New York. Amnesty International, insieme ad analisti, ha comparato questi dati con le statistiche sulle perquisizioni e con informazioni demografiche.
Dal 2016 al 2019 la polizia di New York ha usato la tecnologia di riconoscimento facciale in almeno 22.000 occasioni. I dati sulle perquisizioni disponibili dal 2002 indicano che le comunità nere e latine sono state di gran lunga il bersaglio principale.
Poi è successo ancora altro. Durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter del 2020, le persone che hanno preso parte alle proteste di New York sono state esposte a livelli maggiori di tecnologia di riconoscimento facciale. Chi si dirigeva a Washington Square Park dalla più vicina stazione della metropolitana era ripresa dalle telecamere Argus della polizia newyorkese per tutto il tragitto. In contemporanea con la pubblicazione della sua ricerca, Amnesty International ha lanciato un nuovo sito che consente agli utenti di scoprire quanto un percorso pedonale tra due luoghi di New York possa essere esposto alla tecnologia di sorveglianza di massa.
Tra i partner che hanno collaborato alla ricerca di Amnesty International figurano Julien Cornebise, Computer Science Department, University College London; BetaNYC, un'organizzazione della società civile che usa dati e tecnologie per chiamare i governi a rendere conto delle loro azioni; e il dottor Damon Wischik, un analista indipendente. Amnesty International chiede un divieto totale sull'uso, sullo sviluppo, sulla produzione, sulla vendita e sull'esportazione di tecnologia di riconoscimento facciale per la sorveglianza di massa sia da parte degli stati che delle imprese private.
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di Michele Giorgio
Il Manifesto, 16 febbraio 2022
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Un centinaio di detenuti politici digiuna contro il regime militare di Abdel Fattah al Burhan. Ma il generale a capo del colpo di stato sa di avere il sostegno di vari governi mediorientali, anche di quello israeliano. Lunedì altri due manifestanti uccisi.
Più di cento detenuti sudanesi, tra i quali esponenti politici di alto profilo, da ieri sono in sciopero della fame. Compie così un ulteriore salto di qualità la protesta contro il colpo di stato dello scorso 25 ottobre con cui le forze armate guidate dal generale Abdel Fattah al Burhan hanno posto fine all'accordo di condivisione del potere con i civili del 2019 raggiunto dopo la rimozione del presidente Omar al Bashir. L'annuncio del digiuno è giunto mentre i sudanesi piangevano la morte di altri due giovani uccisi dai militari durante le proteste di lunedì contro il golpe. Altre decine di persone sono state ferite. Un primo dimostrante è stato colpito a morte a Khartoum, il secondo a Omdurman. Dal 25 ottobre oltre 80 civili sono stati uccisi dal fuoco delle forze sicurezza.
Non si arresta l'ondata di arresti fra rappresentanti dell'opposizione e del governo pre-golpe, come il membro del precedente Consiglio di transizione Mohamed al Faki e l'artista Mazen Hamed. Al Faki è noto per aver guidato il Comitato per la rimozione del potere (Erc), organismo istituito allo scopo di recuperare al controllo dello Stato una serie di imprese, immobili e grandi patrimoni posseduti illegalmente da uomini di Al Bashir. La scorsa settimana erano stati arrestati altri oppositori dei militari, tra i quali Al Tayeb Osman Youssef, Wagdi Salih e l'ex ministro Khalid Omer Yousif. Sono almeno 145 i prigionieri del regime militare.
Unione europea e i governi di Canada e Svizzera nei giorni scorsi hanno espresso "preoccupazione" per gli arresti in Sudan e chiesto "l'immediato rilascio di tutti coloro che sono detenuti ingiustamente". A stretto giro è arrivata la replica del governo fantoccio messo in piedi da Al Burhan che ha respinto le accuse definendole una "palese ingerenza negli affari interni del Sudan". Il generale punta a una restaurazione a piccoli passi del passato regime anche perché i militari non hanno alcuna intenzione di abbandonare le posizioni di potere che per oltre trent'anni avevano consolidato sotto Al Bashir. Per questo al Burhan il 12 febbraio si è schierato pubblicamente contro la riforma dell'esercito e lo smantellamento delle famigerate Forze di supporto rapido. "Nessuno può parlare di ristrutturazione delle istituzioni militari, ad eccezione delle forze che verranno scelte dal popolo attraverso le elezioni", ha tuonato. Le forze armate sudanesi, sul modello di quelle egiziane, possiedono industrie, non solo militari, aziende agricole e dell'estrazione mineraria.
Al Burhan e il suo braccio destro, Mohamed Hamdan Dagalo, si sentono più forti rispetto a qualche settimana fa. Sanno di non essere isolati, di godere delle simpatie di diversi governi mediorientali e che gli Usa, in cambio di rassicurazioni sulla politica estera filoccidentale del Sudan golpista, non accresceranno le pressioni per una svolta democratica. Nei giorni scorsi Dagalo ha visitato Abu Dhabi e, con ogni probabilità, anche Tel Aviv, mentre a inizio settimana Al Burhan ha esaltato la cooperazione di sicurezza avviata con Israele.
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