di Carmelo Palma
Il Foglio, 15 febbraio 2022
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Riportare il discorso sui delitti e sulle pene a un canone liberale è un'impresa che richiede da tutti, politici e magistrati, un'autocritica profonda. I referendum promossi dal Partito radicale e sostenuti dalla Lega non realizzano le riforme sufficienti per mettere in sicurezza la giustizia penale, ma ne costituiscono la condizione necessaria. Se oggi la Corte costituzionale sarà coerente con gli auspici del suo presidente Amato e li ammetterà senza "cercare il pelo nell'uovo", ci sarà almeno la speranza di aprire una discussione non inutilmente polemica o corriva.
In un paese in cui il populismo giudiziario ha affratellato politici e magistrati e l'uso demagogico del diritto penale ha precorso i motivi più caratteristici del populismo elettorale - che si è affermato proprio come pervertita domanda di giustizia, cioè di galera -, riportare il discorso sui delitti e sulle pene a un canone liberale è un'impresa che richiede da tutti, politici e magistrati, un'autocritica profonda e la totale messa in discussione dell'uso della giustizia penale come mezzo di ecologia politica o, peggio, di igiene morale della società.
La verità è che nessun partito, a esclusione di quello Radicale, può dichiarare la propria estraneità a questo sistema affermatosi per progressivi slittamenti, che ha finito per identificare la tutela penale con la tutela democratica tout court e per dilatarne il perimetro fino a comprendervi qualunque problema di effettiva rilevanza pubblica. Questa deriva panpenalistica non solo ha reso l'attività di repressione criminale, anche a fini dimostrativi, il terreno privilegiato della legittimazione politica di leader e partiti (ciascuno, com'è noto, coi propri "reati di riferimento"), ma ha anche trasformato la giustizia penale in un oracolo dai responsi casuali, che avvicinano la giurisdizione alle distopie fantastiche della "Lotteria a Babilonia" di Borges o delle "Justice Machines" di Charpentier.
Nulla, infatti, come la natura randomica dei giudizi rende la giustizia tanto temibile quanto arbitraria. E nulla come la minacciosa imponderabilità delle sentenze presta un'aura sacrale al sacerdozio togato, che reclama nell'indipendenza e nell'autonomia il diritto di fare da sé e per sé, come un potere assoluto.
Per queste ragioni si è costituito il "Comitato garantista per il Sì", promosso da Italia europea e Comitato Ventotene: per raccontare l'urgente bisogno di una riforma della giustizia, ma anche per dare un'esposizione garantista, non viziata da retaggi manettari, ma neanche troppo pavida ed esitante, delle buone ragioni dei referendum. La terzietà dei giudici, la riforma anti correntizia del Csm, la responsabilità dei magistrati e la valutazione non corporativa delle loro competenze, la presunzione d'innocenza e la difesa di indagati e imputati da pene che anticipino il giudizio definitivo costituiscono una sorta di indice delle principali emergenze della giustizia penale.
È ovviamente più semplice sostenerli o avversarli a seconda che si sia sostenitori e avversari degli attuali promotori. Di Salvini o, come sicuramente si dirà, "delle destre". Ma chi si incamminerà su quella strada segnata - favorevole o contrario che sia - contribuirà solo a sciupare l'occasione offerta dai referendum.
di Piero Colaprico
La Repubblica, 15 febbraio 2022
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Era il 17 febbraio del '92 quando scoppiò il caso giudiziario Mario Chiesa e Pio Albergo Trivulzio. L'inchiesta Mani Pulite "andò avanti a un ritmo forsennato, cambiando radicalmente la storia d'Italia", racconta l'inviato di allora di Repubblica che cominciò a scrivere tra i primi del "Kennedy di Quarto Oggiaro".
La parola Tangentopoli nasce prima di Tangentopoli. La storia è questa. Mentre finiva il 1991, viene arrestato dalla procura di Milano un funzionario comunale all'Urbanistica. Aveva inventato un metodo efficace per arrotondare lo stipendio. Al mattino si comportava da funzionario integerrimo, che nel palazzone di vetro e cemento affacciato sul traffico delirante di via Melchiorre Gioia, vietava ad amministratori, condomini, proprietari terrieri, architetti di ampliare verande e sottotetti e realizzare piccole e grandi costruzioni. Ma al pomeriggio apriva una sua agenzia, a circa 400 passi di distanza. E là, non più mezzemaniche, bensì consulente in giacca di cammello, studiava le stesse pratiche che poi, come funzionario, sarebbe riuscito a far approvare.
Si pagava ancora in lire: bastava un milione, vale a dire 500 euro attuali, per sentirsi dire sì quando si erano incassati una serie di no. Insomma, un'idea semplice e criminale, con una dinamica involontariamente umoristica. Il funzionario-consulente era andato avanti un bel po' di tempo a decuplicarsi lo stipendio, inglobando piccole e grandi somme quotidiane, finché la sua epopea era finita all'improvviso, grazie a intercettazioni telefoniche e confessioni. E si era ritrovato a San Vittore.
Mi era sembrata una vicenda meno brutale di altre simili, con una dinamica degna delle ideone sballate di un eroe dei fumetti, quelle che poi finiscono immancabilmente male: Paperino. E così, Paperino-Paperopoli. E Tangenti-Tangentopoli.
Milano, "la città delle tangenti": sarebbe meglio dire "la città delle tangenti che venivano scoperte", perché non è che in altre città non ci fosse la stessa, se non una più grave corruzione. In ogni caso, Milano non era esente dal tema, che Repubblica seguiva con grande attenzione, anche per decisione del direttore Eugenio Scalfari. Cominciai a scrivere in vari articoli queste "cronache di Tangentopoli". Non se ne accorse nessuno. Fra Milano e l'Italia intera si ripeteva infatti il medesimo schema giudiziario: veniva scoperto un corrotto, si indagava su politici, amministratori e funzionari, e qualcuno di loro entrava in carcere. Nessuno o quasi accettava però di rispondere agli interrogatori dei magistrati, o tantomeno di coinvolgere altre persone. Poco dopo, di regola, avvenivano le scarcerazioni: e quel sistema che verrà definito dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro "dazione ambientale", non veniva intaccato. Mai.
Ma l'Italia è anche il Paese dei "Finché". Uno crede sempre di avere successo, potere e potersela cavare, finché: finché, in un pomeriggio buio e freddo, il 17 febbraio 1992, viene arrestato nel suo ufficio il socialista Mario Chiesa. Era sfottuto come il "Kennedy di Quarto Oggiaro", dal nome di un quartiere di periferia, aveva non nascoste ambizioni da sindaco e millantava una forte amicizia con i Craxi. Era il presidente del Pio Albergo Trivulzio. La "Baggina", casa di riposo amata dai milanesi, è un'istituzione dotata di un grande patrimonio immobiliare. Chiesa non utilizzava questa fortuna, ricavata dalle eredità di chi pensa "ai vecchioni", come un tempo venivano chiamati, per dare un tetto a sfrattati o indigenti, ma a giornalisti, architetti, avvocati, politici, magistrati, per fare favori alle categorie già privilegiate.
Aveva intascato, quel pomeriggio, le banconote di una tangente, senza sapere di essere caduto in trappola. Accanto alla filigrana delle 50mila ci sono le firme di un capitano dei carabinieri, Roberto Zuliani, e di Pietro. Il caso fa scalpore a Milano e viene seguito dai cronisti giudiziari. Sono un inviato speciale da oltre due anni, nei primi giorni non me ne occupo, finché - c'è sempre il finché - vengo convocato dall'allora capo redattore Guido Vergani che chiude la porta e dice: "Piero, non puoi dire di no. Devi darci una mano, a Scalfari non piace come stiamo lavorando, ci ha chiesto di dare il massimo in questo servizio. Tanto, quanto durerà? Un paio di mesi al massimo, poi torni a girare...".
Non avrei detto "no" comunque. Quando con il collega del Giorno Paolo Colonnello, restando cinque ore davanti a San Vittore, scopriamo che Mario Chiesa sta parlando, quel termine mi rispunta. E lo riutilizzo nelle settimane successive. Cronache di Tangentopoli. Nessuno se lo fila. Sarà infatti un ignoto titolista delle cronache nazionali di Repubblica a "spararlo" in grossi caratteri. Ed è così che entra nell'immaginario. Le televisioni lo riprendono subito, mentre i giornali, specie i diretti concorrenti, ci mettono un po' di più. Poi cedono.
Com'è noto, l'inchiesta non durò "due mesi", come profetizzava Vergani, ma anni. Andò avanti a un ritmo forsennato e intenso, cambiando radicalmente la storia d'Italia. Il termine ha purtroppo figliato i vari Calciopoli, Concorsopoli e Vallettopoli, come se "poli", invece di "città", significasse "scandalo", ma in qualche modo è rimasto nel tempo.
Viceversa, la storia dell'inchiesta subisce continue riletture, aggiustamenti, ritocchi. Anche se la sostanza vera non cambia: c'era un fortissimo e ramificato sistema di corruzioni negli appalti, nelle assunzioni, negli incarichi, in grado di uccidere ogni merito, pesare sui bilanci pubblici, sostenere le casse dei partiti, e anche di non pochi singoli personaggi. Tangentopoli, per l'appunto.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 15 febbraio 2022
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Le indagini del pool composto da Di Pietro, Colombo e Davigo, poi Greco, poi ad affiancarli Ielo, Ramondini, Parenti e Tito. La pena più alta: 5 anni e 6 mesi a un dirigente Anas.
Ma davvero Mani pulite è finita in niente dal punto di vista delle sentenze, come propagandano i suoi critici? Tutto e il contrario di tutto può essere detto nell'indisponibilità di statistiche giudiziarie, perché i database ministeriali non erano e non sono pensati per questo tipo di elaborazioni; perché persino lo staff dei pm in Procura dopo un po' perse il conto degli esiti sempre sfrangiati e spesso sovrapposti; e perché neppure gli archivi dei giornali aiutano, posto che moltissimi indagati non finirono mai sotto i riflettori delle cronache. Così l'unico modo per avvicinarsi a un tasso accettabile di approssimazione è stato provare non dall'alto delle statistiche, ma dal basso del ritrovare il filo degli incartamenti processuali, riuscendo ad abbinare un ultimo stato processuale noto (fino a inizio 2000) a un nome e cognome.
Con questo parametro si può ragionare con attendibilità non tanto sul numero dei procedimenti iscritti (3.146 imputazioni, a volte la stessa persona per più ipotesi), quanto sul destino giudiziario di 2.565 persone in carne ed ossa indagate dai pm del pool vero e proprio degli anni 1992-1994 (Di Pietro, Colombo e Davigo, poi Greco, poi ad affiancarli Ielo, Ramondini, Parenti e Tito). Sino all'anno 2000 avevano patteggiato o erano stati condannati 1.408 di essi, mentre 544 erano stati assolti e 448 prosciolti per prescrizione (o in pochi casi per amnistia o morte del reo).
Manca all'appello l'esito per i rimanenti che non si è riusciti a ricostruire, spesso perché si trattava di fascicoli spezzettati in più filoni o di posizioni trasmesse per competenza territoriale altrove e lì "desaparecide", ma la prognosi più realistica è che abbiano finito per ingrossare la casella del fuori tempo massimo, cioè delle prescrizioni.
In carcere a scontare una pena nel 2000 erano in quattro, tutti nel filone delle tangenti alla Guardia di Finanza: indice del fatto che, pur di portare a casa una sentenza in tempi compatibili con il rischio di prescrizione, le pene eseguite non furono in generale draconiane. Tanto che - tra sospensioni condizionali, ricalcoli per l'istituto della continuazione e cumuli - in fin dei conti la pena massima definitiva nei processi di Mani pulite non è stata appannaggio di Mario Chiesa (che ha chiuso con 5 anni e 4 mesi) o di Sergio Cusani (5 anni e 5 mesi di cumulo finale), ma di un poco noto capo-compartimento Anas, che oggi non avrebbe senso rinominare qui (non essendo figura di rilievo pubblico), e che in uno stralcio trasmesso a Genova fu condannato nel 1998 a 5 anni e 6 mesi: stessa pena alla quale scese con un patteggiamento in Appello il generale della GdF Giuseppe Cerciello, pur partito da un iniziale conto complessivo di 16 anni.
Appartiene invece non a Cerciello (7 mesi) e neanche a Cusani (5 mesi), ma anche qui a un assai meno noto colonnello della GdF il record di custodia cautelare di tutta Mani pulite: un anno in carcere nella fortezza di Peschiera. Centoquaranta i miliardi di lire rientrati all'erario come risarcimenti: compresi i 56 miliardi versati da un costruttore (nel frattempo morto) che nel processo Enimont poi vide infine paradossalmente prescriversi la propria imputazione.
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 15 febbraio 2022
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L'allarme del Terzo settore. Critiche sul bando dell'Agenzia per la Coesione: assegnazioni riservate agli enti pubblici e i fondi vanno a finanziare solo ristrutturazioni. Risposta? "Gli Ets possono co-progettare". Borgomeo: "Non è vero, restiamo residuali".
La lezione di Rosarno. Quattro alloggi rimessi a nuovo con fondi europei in una palazzina sottratta alla 'ndrina dei Pesce, più 16 moduli abitativi edificati su un terreno confiscato: abbandonati, vandalizzati, occupati abusivamente. Il caso del "residence Lamezia", ancora nella Piana, 90 camere ristrutturate e addirittura arredate grazie a un Piano operativo nazionale (Pon) Sicurezza: ancora vuote. Nella migliore delle ipotesi, l'esempio di Noha di Galatina: un recupero con soldi pubblici nel 2009, per arrivare all'assegnazione solo nel 2018.
La via del riutilizzo dei beni confiscati alle mafie è costellata di buone intenzioni, che non sempre vanno a segno. Ecco perché il presidente della Fondazione con il Sud, Carlo Borgomeo, con Buone Notizie parla di "grande occasione mancata". Si riferisce al recente bando dell'Agenzia per la coesione territoriale che - nel quadro del Pnrr - destina 250 milioni di euro agli enti territoriali del Mezzogiorno per la valorizzazione degli immobili sottratti alla criminalità.
Due errori strutturali, segnala Borgomeo. Il primo è nel lungo elenco di cui Rosarno, Lamezia e Galatina sono solo flash: "Si sottovaluta l'esperienza negativa dei Pon Sicurezza in base ai quali i Comuni finanziavano progetti di ristrutturazione, e poi? In un territorio dominato dalle mafie, l'effetto psicologico di un bene recuperato dallo Stato, con dispendio di risorse pubbliche, ma inutilizzato, è devastante". Al rischio di spreco si aggiunge un pericoloso assist alla propaganda mafiosa.
Il secondo punto è quello che ha portato tutto il Terzo settore a protestare, da Libera, all'Arci alle associazioni che da anni hanno esperienza nella gestione (complicata) dei beni confiscati: "Siamo stati esclusi dal bando", sottolinea Borgomeo, benché sia espressamente indicata nel Pnrr la possibilità "di avvalersi della co-progettazione del Terzo settore". A Buone Notizie il direttore dell'Agenzia per la coesione territoriale, Paolo Esposito, chiarisce: "Il bando sostiene di fatto la partecipazione degli enti del Terzo settore sin dalla fase di programmazione dell'intervento. Infatti è attribuito un punteggio specifico e puntuale alle proposte dei Comuni che presentino il progetto in collaborazione con il partenariato istituzionale, economico e sociale e le organizzazioni del territorio".
L'Agenzia ha prorogato il bando fino al 28 febbraio e ha risposto alle critiche con un lungo elenco di Faq (domande e risposte). Il ministero per il Sud è intervenuto a fornire ulteriori spiegazioni, sottolineando la necessita di coinvolgere le associazioni e indicando una preferenza per "progetti destinati a creare centri antiviolenza per donne e bambini o case rifugio, oppure asili nido o micronidi". Infine, lo stesso direttore Esposito ha diffuso poco prima di Natale una nota in cui spiegava che la ragione per cui l'Avviso è stato riservato alle amministrazioni pubbliche sta soprattutto nella necessità di "una tempistica coerente con il Pnrr". Il coinvolgimento di privati, insomma, avrebbe aperto una serie di lungaggini burocratiche.
Il presidente di Fondazione con il Sud la considera "un'argomentazione debole: significa che bisogna comunque spendere quei soldi?". Quanto al punteggio per i Comuni che rispondono al bando coinvolgendo il Terzo settore, Borgomeo indica un limite sostanziale: i fondi non possono essere usati che per la ristrutturazione. Mentre serve che stiano in piedi non solo le mura, ma anche l'associazione che le abita: una quota dei fondi andrebbe destinata alla "start up", all'avvio del progetto di valorizzazione. Si ponga per esempio il caso di un Comune che voglia ospitare in un appartamento ex mafioso un Centro contro la violenza sulle donne: questo bando aiuta a mettere in piedi la struttura, ma - si chiede Borgomeo - con quali soldi si attiva poi il centro? Una proposta, già sostenuta in passato, è stanziare, accanto ai finanziamenti per la ristrutturazione, una quota del Fondo unico della Giustizia (dove confluiscono gli euro confiscati ai mafiosi) da spendere esattamente per sostenere il progetto all'interno del bene, pagare i primi stipendi, dare il via al riutilizzo immaginato ai tempi della legge 109 del '96.
Ventisei anni dopo l'Agenzia nazionale per i beni confiscati conta 35mila immobili di cui almeno 17 mila ancora da destinare. Più quattromila aziende che, per una lunga serie di ragioni, quando perdono la proprietà mafiosa si ritrovano senza più la capacità (dopata) di stare sul mercato. Nel caso degli immobili, l'esperienza ha insegnato che non sono sempre in condizioni, o in posizioni, che li rendono di facile riutilizzo. Il dibattito su come valorizzarli al meglio è aperto.
Intanto si procede sperimentando. L'Agenzia ha tentato per la prima volta nel 2020 l'assegnazione diretta (senza la mediazione degli enti territoriali) di mille unità immobiliari, invitando il Terzo settore: sono stati solo 160 i progetti presentati. Una gara molto complicata, spiegano dalle associazioni.
"Si tratta di una buona prima esperienza - valuta l'avvocato antimafia Ilaria Ramoni, amministratore giudiziario di beni confiscati - che però a mio avviso mette in luce la necessità delle piccole realtà associative di essere supportate non solo nell'effettivo riutilizzo del bene, ma anche nella fase di partecipazione al bando. In quest'ottica, si può anche comprendere che l'avviso dell'Agenzia per la coesione destini i fondi agli enti locali, fermo restando che sarebbe necessario ascoltare le realtà presenti sul territorio e ragionare in un'ottica di sinergia".
Si torna alla via indicata dalla nota del "Gruppo di lavoro permanente sui beni confiscati" creato da Fondazione con il Sud assieme ad Arci e Forum del Terzo Settore, riassunta nella parola "co-progettazione". "Non è - scrive il Gruppo - una mera rivendicazione di spazi e di ruoli da parte del Terzo settore. Essa vuol dire, in concreto, tenere insieme gli interventi di ristrutturazione con quelli di gestione". Quel che sembra emergere da questo bando, concludono, è ancora una volta "una cultura politica che vede il Terzo settore non come un attore di sviluppo ma come un soggetto "residuale" nel quale far convergere due debolezze: le incapacità del pubblico e le non convenienze del privato".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 15 febbraio 2022
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Nel filmato trasmesso da "Chi l'ha visto?" i carabinieri cercano di convincere Guerra ad andare in ospedale: poi la situazione precipita. Un giovane uomo fugge lungo i campi nei pressi della propria abitazione, a Carmignano di Sant'Urbano, una località tra Padova e Rovigo. È a piedi nudi e indossa solo un paio di boxer. È il 29 luglio del 2015 e Mauro Guerra, questo è il suo nome, morirà a trentadue anni in quel pomeriggio afoso. A ucciderlo è un colpo di pistola che gli trafigge l'addome, esploso da uno dei carabinieri che lo inseguono.
Facciamo un passo indietro. Guerra, laureato in Economia, aveva finito il servizio ausiliare presso l'arma dei Carabinieri e svolgeva un tirocinio professionale per diventare commercialista. Recentemente aveva manifestato qualche segno di sofferenza psichica.
Un giorno di quel luglio si era recato nella caserma dei carabinieri, a trecento metri dalla sua casa, per comunicare l'intenzione di organizzare una manifestazione pubblica. Vi aveva trovato il nuovo comandante, Marco Pegoraro, al quale aveva lasciato una serie di disegni di "ispirazione mistica". Le parole di Guerra e quelle sue illustrazioni bastarono a convincere Pegoraro della pericolosità dell'uomo.
Da qui la decisione di sottoporre Guerra a un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Senza che ve ne fossero le ragioni oggettive e senza che venisse seguita la procedura necessaria per un provvedimento così invasivo e così limitativo della libertà individuale: ovvero, l'autorizzazione dei sanitari e del sindaco del comune di appartenenza dell'interessato.
Guerra si trova in casa quando due carabinieri gli intimano di recarsi in caserma. Poi si aggiungono numerosi altri militari, che tentano di convincerlo a salire sull'ambulanza, sopraggiunta nel frattempo. Il giovane finge, infine, di accettare il ricovero, per poi darsi alla fuga. Le scene successive sono grottesche e violente: una decina di carabinieri insegue Guerra seminudo che, in ultimo, viene raggiunto. Mentre un anello delle manette gli viene serrato a un polso, Guerra si divincola e colpisce il carabiniere: è allora che un colpo di pistola lo raggiunge, uccidendolo. Solo dopo quaranta minuti, con l'arrivo di un mezzo dell'elisoccorso, verranno tentate le manovre di rianimazione. A distanza di un'ora e mezza, viene dichiarato il decesso. Il successivo esame tossicologico escluderà l'assunzione di ogni tipo di sostanza psicotropa.
Il processo di primo grado per omicidio colposo a carico del maresciallo Pegoraro si conclude nel dicembre del 2018 e ha un esito sconcertante: l'imputato viene assolto, ma le motivazioni della sentenza rappresentano, sotto il profilo giudiziario, una stridente contraddizione rispetto al verdetto. Vi si legge infatti quanto segue: "è da ritenere che tutto l'inseguimento per i campi, nonché i tentativi di immobilizzazione della persona offesa, siano state condotte del tutto arbitrarie e illegittime"; e che è stato messo in atto un "grave tentativo di stordimento del Guerra (in quel momento libero cittadino), attraverso la somministrazione occulta di una dose di tranquillante". Il tutto richiamerebbe la dinamica propria di un sequestro di persona. Detto ciò, con totale sprezzo di qualsivoglia consequenzialità logica e giuridica, l'imputato viene assolto. La procura non ricorre in appello e, di conseguenza, la sentenza è definitiva.
Tuttavia, mentre il processo prosegue sul piano civile, emerge un fatto nuovo. Intervistato da Ivan Grozny Compasso di Padovaoggi.it, il maresciallo Filippo Billeci, fino a tre mesi prima dei fatti comandante della stazione dell'Arma di Carmignano, racconta la sua versione. Quel giorno di luglio venne chiamato a svolgere un'azione di "mediazione", nella convinzione che si potesse indurre Guerra ad accettare un TSO: "dopo ho scoperto che non c'era", quel TSO. Ancora: "Per me Mauro non era pericoloso, con me non c'erano mai stati problemi in tanti anni"; e "se fosse stato pericoloso, non sarei stato in casa da solo un'ora con lui". Poi la situazione precipita: "Quando Mauro ha visto che non c'era il documento che certificava il TSO, ha detto che lo si poteva lasciare stare e ha preso la strada per i campi": e "quando si è messo a correre lungo la strada non ha fatto nulla a nessuno".
Quindi "c'è stata quella colluttazione con il carabiniere Sarto, poi il collega che è intervenuto, Pegoraro, ha deciso di operare in quella maniera. E quando si opera in quella maniera...". La testimonianza di Billeci, pure acquisita agli atti, non è stata ascoltata in dibattimento perché - dice lo stesso maresciallo - "nessuno ha chiesto la mia versione. Da parte di un tribunale non credo sia la cosa più opportuna". Già. E si può aggiungere una domanda: quanto vale la vita di un giovane uomo inerme nella frazione di Carmignano del comune di Sant'Urbano?
di Sandro De Riccardis
La Repubblica, 15 febbraio 2022
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Il confronto tra il pm del pool e il figlio di un indagato morto suicida in carcere tre giorni prima di Raul Gardini. "Sembrava tutto più grande di noi". Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool di Mani Pulite, e Stefano Cagliari, il figlio di Gabriele Cagliari, l'ex presidente di Eni morto suicida in carcere, il 20 luglio 1993, dopo 134 giorni di carcerazione preventiva. Si ritrovano trent'anni dopo il primo arresto di Tangentopoli a Metropolis Live, la trasmissione sul sito di Repubblica condotta da Gerardo Greco, insieme al vicedirettore di Repubblica Carlo Bonini e al direttore dell'Espresso Marco Damilano. Si confrontano su quella stagione di inchieste, sul senso del carcere e della pena, sulla spettacolarizzazione della giustizia.
E si ripropongono di incontrarsi lontano dalle telecamere. "Mi piacerebbe che ci vedessimo a cena", dice Colombo a Cagliari. Perché Colombo e Cagliari non si sono mai incontrati in privato, ma solo quando sono stati chiamati a ricordare quegli anni dai loro, opposti, punti di osservazione. L'ex pm ha poi scritto la prefazione a "Storia di mio padre", il libro che raccoglie le lettere lasciate dal manager nei mesi a San Vittore. In una Gabriele Cagliari scrive che "il carcere è uno strumento di tortura, un serraglio per animali senza anima e senza testa".
"Non è l'ultima che ha scritto - dice Stefano - Quella è del 3 luglio 1993, diciassette giorni prima di suicidarsi. È stata definita da mia madre il suo "testamento politico". Ricordo che lesse le prime righe e poi me la diede. Da quel giorno fino al 18 luglio, mio padre ha lasciato tante altre lettere, rivolte a noi, agli amici, agli avvocati. Alcune le ha tenute in cella, in tutte spiegava il suo gesto. Non sapevamo che ci fossero, perché a noi scriveva lettere in cui non traspariva questa sua intenzione. Un paio di giorni dopo ha provato a suicidarsi e probabilmente non c'è riuscito, e ha continuato a scriverci. Poi sono accadute una serie di cose per cui lui ha preso la decisione la sera del 19 di luglio, e la mattina dopo l'ha messa in atto". Tre giorni dopo, anche il suicidio di Raul Gardini. "Eravamo sul sagrato per i funerali di mio padre e stavamo per entrare in chiesa. Eravamo già scossi per quanto ci era successo. Tutto sembrava più grande di noi".
"Suicidi ce ne sono stati diversi - ricorda Colombo - Peraltro come indagato nelle nostre inchieste sarebbe stato a casa, perché noi avevamo chiesto al gip di concedere i domiciliari. Io non posso che unirmi alla disperazione dei familiari, non è possibile che queste cose succedano, ma continuano a succedere. Quest'anno nelle carceri italiane si sono già suicidate almeno dieci persone. Purtroppo il carcere è quello che è, ma non deve essere così. È una situazione insopportabile".
Oggi, a trent'anni da Mani Pulite, Colombo preferirebbe rievocare un'altra ricorrenza. "Mi è venuto in mente che il 17 di febbraio del 1600 è stato bruciato a Campo de' Fiori Giordano Bruno. Forse sarebbe il caso di ricordare il 17 febbraio di Giordano Bruno piuttosto che Mani Pulite.
Perché secondo me non è cambiato molto. Alcune cose sì: la corruzione non è più, come era allora, un sistema. I rapporti tra le industrie e la pubblica amministrazione passavano attraverso il pagamento di tangenti, destinate alle casse dei partiti. Si potevano finanziare pubblicamente i partiti, ma invece i soldi passavano per altre strade. Adesso questo sistema non esiste più, per quel che ne sappiamo, ma la corruzione esiste ancora. Per questo dico che sono altre le date da ricordare. Se vogliamo restare al secolo passato, quello che ha cambiato la storia del mondo è stata la caduta del Muro di Berlino. Mani Pulite è stata una conseguenza di quella caduta. Io mi sono dimesso dalla magistratura dopo tredici anni nel pool perché ho capito che non tutto si può risolvere con il processo penale".
"Lei ha conosciuto mio padre in quei giorni, quando era in carcere per un'altra inchiesta, Eni Sai - interviene Cagliari - mi piacerebbe avere un giudizio umano sulla persona, per capire il mosaico che era mio padre. Io nel libro ho raccolto le testimonianze di chi lo conosceva, ma non dei magistrati che hanno indagato su di lui". "Bisogna che una sera usciamo a cena", propone Colombo. "Magari", risponde subito Cagliari. "Io suo padre l'ho conosciuto soltanto per le indagini, non mi sembra di averlo incontrato prima, anche se ho investigato molto anche su altre società Eni. L'ho incontrato soltanto in quelle occasioni, non sono situazioni in cui si conosce una persona. Sarei contento se una sera uscissimo a cena, se chiacchierassimo anche di queste cose".
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di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 febbraio 2022
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La denuncia del Sappe: "Inesistenti per i detenuti i progetti lavorativi all'interno e all'esterno del carcere, propedeutici al reinserimento così come sancisce l'articolo 27 della carta costituzionale". "Taranto è sicuramente tra le carceri più affollate della nazione con circa 700 detenuti a fronte di 350 posti disponibili e con un organico di polizia penitenziaria totalmente insufficiente". Così il segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Federico Pilagatti, nel documento che oggi sarà consegnato al sottosegretario alla Giustizia, Anna Macina, a conclusione della visita nel carcere di Taranto. "In ogni sezione detentiva sono ospitati circa 70 detenuti senza spazi nelle stanze, con grave carenza di attività trattamentali, rieducative e sportive", si legge nel documento.
"Praticamente inesistenti per i detenuti i progetti lavorativi all'interno e all'esterno del carcere, propedeutici al reinserimento così come sancisce l'articolo 27 della carta costituzionale. Noi riteniamo che dare la possibilità di impiegare i detenuti in attività lavorative e rieducative, sia l'unico modo per evitare disordini, proteste, pericoli nonché situazioni di degrado", prosegue il Sappe.
"Denunciamo l'insufficiente assistenza sanitaria ai detenuti di cui moltissimi affetti da patologie molto serie e la presenza di un altissimo numero di detenuti con problemi psichiatrici a cui l'Asl risponde con un numero di ore assegnate agli specialisti inadeguato. Da due mesi un detenuto con problemi psichiatrici è dimenticato presso ospedale di Taranto, poiché non si trova una Rems, con enormi costi economici di mezzi e uomini", va avanti il sindacato.
"La sicurezza non può essere garantita né dai poliziotti e nemmeno dalle apparecchiature elettroniche considerata che presso la sala regia si riscontra inefficienza di strumentazioni, con monitor e apparecchi di videosorveglianza e sistemi di sicurezza attivi, assenti o non funzionanti", sottolinea il Sappe. "Vogliamo anticipare che il prossimo 22 febbraio, il Sappe manifesterà davanti al carcere per denunciare tutta la situazione sin qui raccontata, che purtroppo non investe solo il carcere di Taranto ma l'intera regione, considerato che in 20 anni si è ridotto l'organico della polizia penitenziaria nelle carceri pugliesi di circa 600 unità, con centinaia di detenuti in più", conclude il sindacato.
di Massimiliano Mingoia
Il Giorno, 15 febbraio 2022
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Maisto: carenza di assistenza psichiatrica nelle strutture milanesi. I positivi da Covid? Numeri sotto controllo. "Il carcere di San Vittore sembra un manicomio". Parole del garante dei detenuti del Comune, Francesco Maisto, intervenuto ieri alla sottocommissione carceri di Palazzo Marino. Certo, Maisto tranquillizza i consiglieri sulla situazione dei contagi da Covid negli istituti di pena milanesi, ma denuncia la situazione critica a San Vittore sul fronte della cura di alcune patologie: "Ci sono detenuti con patologie psichiatriche a regime ordinario, c'è stata la chiusura del Centro di Osservazione Neuropsichiatrico e i detenuti psichiatrici sono collocati nei reparti comuni seppure ci sia la sezione dei monitorati psichici. Ulteriore fattore è la mancata copertura degli esperti psichiatrici 24 ore su 24 e la scopertura dalle 16 del pomeriggio e fino al giorno dopo".
La carenza di assistenza psichiatrica è causa dell'aumento delle aggressioni contro il personale in servizio nelle carceri: "Da un'analisi statistica del Prap della Lombardia - continua Maisto - emerge che dal 1° gennaio del 2015 al 31 aprile del 2021 c'è stato un crescendo del fenomeno di aggressioni al personale. In particolare il 2020 è stato l'anno peggiore finora e il 2021 ha già fatto segnalare un trend che se è confermato porterebbe il dato al doppio rispetto al 2019 e al triplo rispetto al 2015".
Il quadro è più rassicurante quando il garante comunale dei detenuti parla dei contagi da Covid negli istituti penitenziari. Secondo i dati riferiti da Maisto in commissione, nel carcere di Bollate attualmente ci sono 20 detenuti Covid positivi, mentre tra agenti e operatori vari i positivi sono 145. A San Vittore attualmente sono 29 i casi di contagiati mentre gli agenti positivi, fino all'8 febbraio, sono risultati 287. Nella casa di reclusione di Opera "dopo una bolla che si è verificata dopo Natale e che fece assurgere il carcere a uno di quelli con più contagi in Italia, attualmente la situazione è la più tranquilla con un caso che viene gestito internamente e due gestiti all'ospedale, mentre nella polizia penitenziaria i soggetti contagiati sono 271".
I dati sui positivi sotto controllo non elimina il problema del sovraffollamento nelle carceri cittadine. "Abbiamo un fenomeno di sovraffollamento di ritorno che richiede spazio all'interno delle carceri per realizzare le misure anti-Covid - continua Maisto.
In Lombardia, mentre nel 2019 erano detenute 7.397 persone, nel 2020 sono state ristrette 6.084 persone. Quindi sono state ristrette 1.313 persone in meno. A questo si correla il dato delle misure alternative: nel 2019 erano 1.971 le persone sottoposte a misure alternative, che sono salite a 3.316 nel 2020, ovvero 1.345 persone in più. Questo significa che si può operare diversamente. Durante la pandemia si è operato nella legittimità: perché non si può continuare in questo modo anche senza che ci sia il Covid? Bisogna lavorare per operare diversamente per evitare il sovraffollamento che oggi comporta anche il problema dei contagi".
cuneodice.it, 15 febbraio 2022
Ieri l'audizione della Commissione Sanità della Regione dedicata alla salute psichiatrica dei carcerati. L'audizione della Commissione Sanità (presieduta da Alessandro Stecco) sulla sanità in carcere è stata dedicata ieri mattina alla salute psichiatrica dei detenuti.
Durante gli interventi tutti gli esperti intervenuti sono stati concordi sull'esigenza di costruire percorsi specifici di formazione professionale sia per i medici e gli infermieri che operano dentro il carcere, sia per gli agenti di polizia penitenziaria che si trovano a contatto con i detenuti psichiatrici.
Il garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano, ha tracciato una panoramica della situazione generale che vede la Regione (responsabile della sanità anche in carcere) rapportarsi necessariamente con le istituzioni deputate alla sorveglianza dei detenuti: "Ci sono circa quattromila detenuti nelle tredici carceri piemontesi che vengono trattati in maniera differente perché le situazioni strutturali sono molto diverse nei vari istituti. Mancano i medici specialisti interni e quindi spesso è necessario trasferire i detenuti in ospedale per le visite, con notevole impiego di scorte. Dovremmo puntare su un adeguamento tecnologico che permetta per esempio la telemedicina".
Il dottor Roberto Testi, medico legale responsabile della Sanità penitenziaria dell'Asl di Torino (a cui fa riferimento il carcere delle Vallette), ha parlato del SAI (struttura per l'assistenza intensiva) e del Sestante (reparto psichiatrico) all'interno del carcere di Torino.
"Il Sai dovrebbe essere un piccolo ospedale all'interno del carcere ma non è così. Spesso si ricorre a ricoveri esterni perché non ci sono le strumentazioni necessarie per le diagnosi, inoltre i concorsi per i medici che servirebbero vanno deserti. Il Sestante - nato come progetto di eccellenza - adesso è chiuso perché deve essere ristrutturato".
Anche la dottoressa Patrizia Vaschetto ha parlato del Sestante (struttura di cui è la responsabile): "Alcuni detenuti-pazienti non hanno la diagnosi psichiatrica e il reparto dovrebbe servire proprio come punto di osservazione in vista della diagnosi, ma non si sono abbastanza medici disponibili".
Nel suo intervento la dottoressa Adele Starita, magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Vercelli, ha messo l'accento sulle difficoltà di comunicazione tra le Asl e le strutture della Giustizia, la necessità di aumentare le strutture specifiche che si occupano di psichiatria dentro il carcere e le ore di presenza dei medici specialisti: "La sola struttura del Sestante di Torino non basta per tutto il territorio piemontese, ce ne vorrebbe almeno un'altra. I detenuti psichiatrici stanno aumentando ma c'è una carenza cronica di strutture terapeutiche sul territorio per cui non si possono fare uscire dal carcere i detenuti psichiatrici che ne avrebbero bisogno. Non ci sono infatti strutture che possano seguirli con le dovute misure di sicurezza".
Infine, ha presentato una breve panoramica della situazione dei detenuti psichiatrici in Piemonte: "A Fossano non sono segnalate criticità. A Cuneo i soggetti psichiatrici sono gestiti da due medici ma mancano specialisti interni e quindi sono necessarie le visite esterne. Il carcere di Saluzzo (struttura di alta sicurezza) per lo stesso motivo ha bisogno di scorte aggiuntive: ci vogliono sei agenti per ogni scorta. Inoltre negli ospedali spesso non ci sono sale di attesa separate per i detenuti". Al termine dell'audizione sono intervenuti per chiedere chiarimenti i consiglieri: Sara Zambaia (Lega), Marco Grimaldi (Luv), Domenico Rossi (Pd), Francesca Frediani (M4o).
farodiroma.it, 15 febbraio 2022
L'assessora alle politiche sociali, Barbara Funari, l'assessore alla cultura, Miguel Gotor, e il capogruppo capitolino di Demos, Paolo Ciani (impegnato anche nella Comunità di S. Egidio che della presenza accanto agli ultimi, anche ai detenuti, ha fatto la sua cifra distintiva), si sono recati oggi in visita al carcere romano di "Regina Coeli". Durante la visita la delegazione è entrata in due sezioni, interloquendo con alcuni detenuti e con il personale di Polizia Penitenziaria, per poi realizzare un momento di incontro e ascolto con la direttrice, il comandante e il dirigente sanitario, nei locali della biblioteca di Roma Capitale, all'interno dell'Istituto.
"Questa visita - spiega l'assessora Barbara Funari - rappresenta un segnale importante dell'interesse della nuova Amministrazione capitolina. Abbiamo a cuore la situazione di chi vive nelle carceri a Roma e lo abbiamo ribadito nel corso dell'incontro fatto con la Direttrice e con tutto il personale impegnato. Occuparsi dei detenuti deve essere per le Istituzioni un impegno civile e prioritario e da parte mia un'occasione di riflessione e confronto utile per capire come rendere i servizi già in essere di Roma Capitale sempre più efficaci, per garantire il diritto alla salute e al reinserimento sociale".
"Quella di oggi è una visita che tenevo molto a fare - ha aggiunto l'assessore Miguel Gotor - perché sono convinto che la qualità di una democrazia si misura anche, e soprattutto, dalle condizioni in cui versano le sue carceri che avranno la massima attenzione da parte di questa amministrazione. "Come Assessorato alla Cultura siamo disponibili a prendere in considerazione molto seriamente tutte le richieste che ci arriveranno dal mondo penitenziario cittadino e a rispondervi in modo positivo", ha concluso.
"Gli istituti penitenziari non sono un mondo a parte. Sono parte integrante della città, luoghi a cui le istituzioni sono chiamate ad assicurare presenza e attenzione, come a tutti gli altri - ha affermato il capogruppo capitolino di Demos Paolo Ciani - Abbiamo voluto fortemente essere qui oggi, dare un segnale, esprimere alle persone private della libertà personale e a tutto "l'universo carcere" (personale di polizia penitenziaria, personale civile, personale sanitario e volontari) che Roma non li dimentica, ma li accompagna in un percorso di inclusione e reinserimento sociale".
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