di Florindo Oliverio*
dimensioneinformazione.com, 12 febbraio 2022
Abbiamo accolto l'invito del Direttore di questa attenta ed attiva rivista, Dimensione Informazione, per condividere alcune riflessioni, che come Organizzazione sindacale abbiamo in diverse occasioni comunicato anche in documenti scritti sia ai vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria che a quelli del Ministro della Giustizia.
Nello scorso numero di questa rivista Ugo Utopia, nell'articolo "Marta Cartabia, una ministra dal volto umano", commentava il lavoro svolto dalla "Commissione innovazione" (anche nota come Commissione Ruotolo) istituita nel settembre 2021, che ha consegnato la sua relazione nel dicembre 2021.
La Fp Cgil fin dal 2019 sta avanzando proposte per una riforma del sistema penitenziario, inviando un progetto complessivo ai Ministri della Giustizia che si sono succeduti in questi anni e, di recente, alla stessa Commissione Ruotolo, senza però ricevere alcun riscontro.
Sul tema penitenziario, ogni Ministro della Giustizia che ha lavorato a via Arenula non ha potuto evitare di occuparsi di carcere. Il tema è salito all'onore delle cronache con connotazioni emergenziali. Sempre e nonostante le buone intenzioni è stato difficile, spesso impossibile, sciogliere quei nodi gordiani che ostacolano la comprensione dei problemi e quindi l'individuazione della loro possibile soluzione.
Nel rispetto e nella stima che rinnoviamo alla Ministra Cartabia anche in questa occasione, dobbiamo affermare che le soluzioni proposte, pure in questo lodevole esercizio, non sono sufficienti per aiutare il sistema penitenziario ad uscire dalla sua ormai congenita emergenza.
Lo diciamo in ragione dei dati oggettivi dei quali disponiamo (piante organiche inadeguate, mancata immissione in ruolo di nuove professionalità, aumento dei carichi di lavoro).
Non siamo certo noi che dobbiamo ricordare che ogni organizzazione per poter adempiere adeguatamente al suo mandato deve poter contare su una politica delle risorse umane aggiornata e coerente con gli obiettivi che quella organizzazione intende perseguire.
Il modello organizzativo dell'esecuzione penale, di cui il carcere è parte, non è stato modernizzato.
Non possiamo parlare di ammodernamento solo perché sono state introdotte nuove tecnologie per la sorveglianza/sicurezza e non possiamo certo dire che la video sorveglianza consente di diminuire il numero degli agenti impiegati all'interno delle sezioni. I numeri non devono diminuire e il servizio deve essere ancor più specializzato per riuscire sempre meglio ad intercettare i bisogni delle persone ristrette.
La presenza all'interno delle sezioni detentive non può essere limitata a quella dei soli agenti di polizia penitenziaria, ma deve arricchirsi di funzionari pedagogici, di mediatori, di psicologi e di volontari.
Su questo la Commissione innovazione non dice nulla.
Cosa è necessario fare in carcere per rendere più umana la detenzione è tema che gli operatori penitenziari conoscono molto bene e ogni giorno vivono la frustrazione di non potere svolgere il proprio compito con efficienza, perché spesso si ritrovano da soli a dovere rispondere alle richieste quotidiane legittime di 50 o spesso anche di 100 detenuti in contemporanea.
I bisogni sono i più diversi: dalla richiesta di una telefonata aggiuntiva alla famiglia, dall'aggiornamento della relazione da inviare al magistrato per ottenere un permesso premio o la liberazione anticipata, dalla richiesta di partecipare alle attività ricreative, alla necessità di poter essere ascoltato. Insieme a questo, ci sono le procedure burocratiche, che pure vanno assicurate (relazioni con la scuola, università, progetti da costruire con le associazioni di volontariato, monitoraggio di quelli in corso).
La pianta organica dei funzionari giuridico pedagogici, incaricati di seguire le attività trattamentali in carcere, oggi è di 998 unità in servizio attivo nei 189 istituti penitenziari del territorio nazionale, ma ne risultano presenti 782 (con un disavanzo in negativo di 216 unità).
È normale che in un istituto penitenziario risultino in servizio 1/2 unità soltanto, che spesso devono fare fronte ed assicurare accuratezza nell'azione trattamentale per 150/200 detenuti ciascuno!
Nel 2021 è stato bandito (finalmente dopo 10 anni) un concorso che prevede l'assunzione di 210 unità (che non sono sufficienti a coprire l'attuale fabbisogno).
Il concorso è in corso di svolgimento (si sono svolte le prove scritte e la commissione sta procedendo alla correzione dei compiti) e nella rosea previsione le assunzioni sono previste per gli inizi del 2023 all'esito di un corso di formazione di tre mesi.
Nel frattempo, l'urgenza/emergenza continua a fare registrare episodi che denunciano l'inefficienza del sistema. Si è parlato già con legittimo allarme del numero dei suicidi registrati solo in questi primi giorni dell'anno.
Per questo motivo la Fp Cgil ha chiesto lo scorrimento delle graduatorie degli idonei dei precedenti concorsi per accelerare il reclutamento ed evitare così le assunzioni tardive che non permettono lo scambio di esperienze tra pensionandi e neo assunti.
Difficile poter pensare che, con le esigue unità di operatori presenti sia possibile prevedere e quindi prevenire il disagio e sostenere chi legittimamente lo manifesta, perché arrestato e tradotto in carcere o perché è stato raggiunto da una notizia ferale che lo abbandona all'angoscia, ovvero perché è a fine pena e non sa cosa succederà della sua vita fuori perché non ha affetti, ovvero non è stato possibile rintracciare un percorso trattamentale di reinserimento.
Se l'esecuzione penale deve, come appare, restare appannaggio privilegiato del carcere, il carcere va qualificato attraverso una politica che volga lo sguardo alle risorse umane.
Serve l'istituzione di nuove figure professionali, di nuovi concorsi e modalità innovative per il reclutamento, proprio per potere dare avvio a quel percorso riformatore che dovrebbe davvero e finalmente dare al carcere la connotazione di estrema ratio, privilegiando le misure alternative.
Infine non possiamo non sottolineare come l'indicazione, sempre contenuta nella relazione della Commissione innovazione, di ristrutturare gli edifici penitenziari, con particolare riguardo ai servizi igienici all'interno delle camere detentive, ma anche le condizioni di quelli ubicati nelle caserme del personale (anche queste da ristrutturare), ci lasci perplessi.
Per anni si è denunciata la carenza di fondi assegnati all'amministrazione penitenziaria per le manutenzioni ordinarie e straordinarie. Da tre anni il tema dei fondi appare superato, ma i programmi non paiono avviarsi.
La carenza di personale riguarda anche i funzionari contabili incaricati di assicurare la gestione amministrativa e di istruire i procedimenti di gara per gli appalti dei lavori di ristrutturazione. Sono 952 i funzionari e contabili annoverati nella pianta organica. In servizio effettivo sono 711 e la carenza è determinata in 241 unità.
Non è infrequente che in molti istituti il funzionario responsabile dell'area contabile, che è anche incaricato della rendicontazione, debba altresì fare il responsabile del materiale e responsabile della cassa (compiti questi che per la legge di contabilità penitenziaria del 1920 ancora in vigore non sono sovrapponibili).
Anche in questo caso, nel corso dell'anno sarà bandito un concorso per 140 unità di funzionari contabili, che entreranno in servizio forse agli inizi del 2024.
Quindi molto verosimilmente i fondi stanziati per le ristrutturazioni non potranno essere spesi, perché non ci sono le risorse umane in grado di assicurare lo svolgimento di gare e delle aggiudicazioni.
Da ultimo non possiamo non ricordare la gravissima carenza che si registra nella pianta organica dei dirigenti penitenziari. L'ultima procedura concorsuale si è svolta nel 1997 e solo nel 2021 sono state avviate le procedure per l'assunzione di 46 dirigenti. Anche in questo caso è verosimile prevedere che l'immissione in ruolo avverrà non prima del primo semestre del 2024 (secondo la norma, l'immissione in ruolo deve essere preceduta da un corso di formazione della durata di 18 mesi). Nel frattempo, sono 76 i posti di dirigenza vacanti. Su un totale di 345 dirigenti in pianta organica solo 266 sono in servizio con la conseguenza di avere in alcune regioni del territorio nazionale dirigenti penitenziari responsabili di due, ma anche di tre istituti penitenziari in contemporanea. Il dirigente penitenziario è per mandato responsabile della sicurezza, del trattamento dei detenuti, della gestione del personale e della gestione finanziaria dell'istituto.
La gestione contemporanea di due istituti e anche tre (come avviene in Sardegna dove sono in servizio 4 dirigenti per 11 istituti penitenziari, 4 dei quali destinati alla gestione di detenuti di alta sicurezza e sezione di 41 bis) rende complesso l'adempimento del mandato in tutte le sue diverse funzioni. Il rischio di errore è possibile.
Una dirigenza, quella penitenziaria che, istituita nel 2006, risulta ancora essere l'unica categoria professionale non disciplinata da contratto! Non esiste tutela assicurativa per i rischi professionali, non esiste disciplina sulla reperibilità che di fatto è H24. Non esiste alcuna previsione contrattuale tale da definire i livelli di retribuzione in ragione delle funzioni svolte e responsabilità assunte.
Potremmo andare avanti ancora descrivendo le discrasie di un sistema in affanno e che negli ultimi due anni ha fatto fronte anche all'emergenza pandemica. Le note vicende, che tanto sono risuonate nelle cronache, sono fatti gravissimi, riguardano comportamenti umani (giustamente oggi all'attenzione dell'Autorità Giudiziaria), che segnalano un profondo malessere dell'intero sistema dell'esecuzione penale intramuraria.
Ma anche in tema di esecuzione penale esterna deve essere rivisto l'assetto organizzativo degli Uffici dell'esecuzione in comunità. Il servizio sociale registra una carenza di organico di mille unità. L'esecuzione in misura alternativa e la messa alla prova impegnano le assistenti sociali in lavoro di indagine sociale preventiva e di monitoraggio dell'esecuzione della misura che richiede accuratezza nei tempi e nella conoscenza delle persone e dei contesti dove la misura viene svolta. La rarefatta presenza all'interno degli istituti penitenziari delle assistenti sociali, impegnate prevalentemente sulle numerose pratiche di messa alla prova della libertà, ha contribuito ad alzare le tensioni tra i detenuti che, pur potendo essere nelle condizioni di fruire di misura alternativa, non riescono a costruire il programma di uscita.
Apprezziamo le visioni, i programmi, ma le prospettive di attuazione devono essere concretizzate con azioni coraggiose e innovative che, a nostro avviso, sono necessarie per sostenere tutto il personale penitenziario nel complesso lavoro di garanzia e tutela delle persone private della libertà.
L'umanizzazione della pena detentiva passa attraverso decisioni concrete, che devono tenere conto dei bisogni delle persone (di tutte quelle che fanno parte della comunità penitenziaria) in una prospettiva di equilibrio tra chi lavora per l'istituzione e chi invece ne è ospite temporaneo.
*Segretario Nazionale Funzione Pubblica Cgil
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 12 febbraio 2022
"La montagna ha partorito il topolino", dice l'ex vicepresidente del Csm Michele Vietti che negli emendamenti approvati dal governo in materia giudiziaria vede più ombre che luci. "Da due anni si fa un gran parlare di 'sistema' e 'correntocrazia', eppure si è atteso l'intervento del presidente della Repubblica Mattarella per dare un segnale, seppur timido, di cambiamento".
Presidente, il Cdm ha approvato le modifiche al ddl in discussione in Parlamento per la riforma della giustizia. Qual è il suo giudizio?
"Lo strumento mi sembra inadeguato. Intervenendo a suon di emendamenti al ddl Bonafede, la capacità di azione è limitata e il percorso parlamentare si preannuncia travagliato. Capisco che l'adozione di un decreto legge in questa materia comporta una forzatura politica ma il veicolo utilizzato è una navicella molto fragile".
La prima novità per il Csm è che si torna a trenta componenti: venti togati scelti dai magistrati e dieci dal Parlamento, come era prima della riforma del 2002.
"Aumentare il numero dei componenti mi sembra un assurdo, non se ne vede la ragione. Io che ho presieduto l'assemblea a ventiquattro posso assicurare che è veramente complicato, a trenta rischierebbe di essere un'assise ingestibile".
Cambiano le norme elettorali: quattordici consiglieri saranno eletti con il maggioritario basato su collegi binominali, il quindicesimo (un pm) sarà il terzo più votato da individuare attraverso un calcolo ponderato, i rimanenti cinque saranno scelti tra i giudici con un sistema di voto proporzionale su base nazionale...
"La legge elettorale è un gran pasticcio, assomma i difetti dei due sistemi. Con un collegio nazionale per la quota proporzionale, è chiaro che solo il magistrato sostenuto dalle correnti potrà affrontare una campagna elettorale con chance di successo. Servirà l'appoggio delle correnti per competere. Io continuo a pensare che sarebbe meglio introdurre una forma di sorteggio almeno in seconda battuta. Si potrebbe far votare una platea pari al doppio dei componenti e poi estrarre tra costoro i componenti finali. Altrimenti tutti i discorsi sul ridimensionamento del ruolo delle correnti si riveleranno aria fritta".
Insomma, lei non è soddisfatto...
"Si applica un pannicello caldo senza affrontare i nodi veri del Consiglio. Il primo problema è la durata: quattro anni sono pochi e la scadenza avviene per tutti nello stesso momento. Il mandato andrebbe esteso a cinque anni prevedendo, come per la Corte costituzionale, la decadenza dei consiglieri con tempi differenziati".
Il governo ha scelto la linea dura contro le cosiddette "porte girevoli": chi viene eletto non potrà tornare alle funzioni giurisdizionali, per i non eletti ci sarà un limbo di tre anni prima di tornare a esercitarle...
"Sul punto sono d'accordo, era tempo di fissare una netta demarcazione, tuttavia penso che non si possa equiparare un eletto in Parlamento o in un ente locale con il capo di gabinetto o dell'ufficio legislativo. Sono ruoli tecnici, non assimilabili a chi si candida a svolgere un ruolo politico. E poi, contrariamente a quanto si pensa, l'assegnazione al massimario della Cassazione comporta l'esercizio di funzioni giurisdizionali".
E' d'accordo con la proposta del presidente della Fondazione Leonardo Luciano Violante volta ad assegnare il giudizio disciplinare ad un'alta corte esterna?
"Sono totalmente d'accordo, aggiungo che a questa corte esterna andrebbe affidato il compito di gestire i procedimenti disciplinari per tutte le magistrature. Ci poniamo il problema degli ordinari ma quello degli amministrativi e dei contabili non è meno rilevante, è giustizia domestica anche la loro".
E per gli incarichi direttivi?
"Le norme sulle nomine sono diventate ormai le munizioni per i ricorsi al Tar. Io penso che tali questioni non possano essere lasciate al Tar che decide come se si trattasse di delibere sull'acquedotto comunale. Le nomine dei direttivi andrebbero impugnate in unico grado davanti a una sezione a composizione speciale del Consiglio di stato, solo in questo modo si potrebbe avere sufficiente garanzia che sia apprezzato l'inevitabile margine di discrezionalità insito in questi atti che sono scelte anche politiche. L'organo costituzionale di governo della magistratura deve poter scegliere i propri direttivi: deve farlo bene, certo, ma è sacrosanto un margine di discrezionalità. S'illude chi pensa che si possa risolvere ogni controversia applicando il testo unico di cento articoli che, come prevedibile, ha aumentato spropositatamente il numero dei ricorsi al Tar".
Sarà almeno favorevole all'inclusione di avvocati e professori universitari nei consigli giudiziari...
"Quando ho presieduto la commissione per la riforma dell'ordinamento giudiziario, anch'io ho proposto il loro coinvolgimento, tuttavia sarebbe sbagliato pensare che si possa scaricare soltanto sugli avvocati il problema delle valutazioni di professionalità di giudici e pm. Attendo di vedere un avvocato che mostra il pollice verso in un consiglio giudiziario. Devono essere i capi degli uffici giudiziari, che conoscono la qualità dei propri magistrati, a giudicarli con rigore e trasparenza".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 12 febbraio 2022
Le prime reazioni della magistratura associata alla riforma Cartabia. Per il presidente Santalucia è troppo radicale l'intervento sulle toghe nelle amministrazioni locali. Per il segretario di Magistratura democratica Musolino la nuova legge elettorale del Csm rafforza i potentati locali. Per il segretario di Area Albamonte però è positivo che ci sia finalmente un limite al sistema maggioritario.
"Si poteva fare meglio", dice il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia commentando il sistema elettorale per la componente togata del Csm scelto dal governo con gli emendamenti alla riforma dell'ordinamento giudiziario. E non vorrebbe dire altro, anche perché la posizione della magistratura associata è assai articolata, un recente referendum consultivo ha visto prevalere l'opzione proporzionale ma con buoni consensi per il maggioritario e persino per il sorteggio. "È un intervento un po' a metà", dice Santalucia, "vedremo come andrà il dibattito parlamentare". Ma è sulle cosiddette porte girevoli che ha da dire di più: "Il problema dei magistrati in parlamento è ormai minimale, l'Anm sollecita una soluzione da tempo, da quando i casi erano assai più dei tre, quattro di adesso. La necessità di garantire il ruolo indipendente e autonomo e non schierato del magistrato è sacrosanta - aggiunge - ma dal mio punto di vista allontanare per sempre dalle funzioni giurisdizionali chi ha fatto un'esperienza politica locale mi sembra assai radicale e penso che meriti un'attenzione del parlamento ai profili costituzionali". L'articolo 51 della Costituzione recita che "chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro".
Il segretario di Area democratica per la giustizia Eugenio Albamonte è soddisfatto che abbia "in qualche modo pagato in la nostra lunga insistenza contro una legge elettorale per il Csm piegata solo sul maggioritario, come l'attuale. Il fatto che siano stati introdotti significativi correttivi proporzionali è sicuramente positivo". Meno positivo il commento su altri aspetti, per esempio sul ritorno o non ritorno nelle funzioni dei magistrati dopo un mandato elettorale o di governo: "Le soluzioni che sono state trovate per i magistrati amministrativi sono molto più a fuoco del sistema nebuloso previsto per gli ordinari", dice Albamonte. E aggiunge di non spiegarsi perché aver fatto parte come tecnico di un ministero, ad esempio come capo di gabinetto, debba comportare la collocazione in un ruolo "che non si capisce bene cos'è" quando "meglio sarebbe stato escludere questi magistrati dagli incarichi direttivi e semidirettivi per un periodo". Secondo il segretario di Area bisognerebbe fare un censimento delle posizioni fuori ruolo, perché "ce ne sono alcune che sono prettamente collegate alla funzione giudiziaria, ma tante altre che servono da rifugio per i colleghi che si allontanano dal lavoro in procura e nei tribunali".
Molto negativo invece il giudizio di Stefano Musolino, segretario di Magistratura democratica, sul sistema elettorale indicato dal governo. "Non rispetta la chiarissima volontà dei magistrati che in netta maggioranza si sono espressi per il proporzionale", spiega. "La politica non riesce a capire che è proprio nel sistema maggioritario che si annida il pericolo di favorire nuovi scandali, La moltiplicazione dei collegi - aggiunge - non avrà altro risultato che rafforzare i potentati locali che sono alla base della crisi che sta vivendo la magistratura". "Sono deluso - dice Musolino - perché mi aspettavo uno sforzo in più contro il carrierismo. È giusto prevedere che chi ha un incarico direttivo deve garantirlo per sei anni, ma tutta la magistratura associata auspicava una moratoria di due anni tra un incarico semidirettivo e uno direttivo, per evitare quelle carriere costruite lontane dal lavoro di trincea che sono una delle cause della degenerazione che abbiamo vissuto. Dalla crisi non si esce senza rilanciare il ruolo vivo della giurisdizione".
di Liana Milella
La Repubblica, 12 febbraio 2022
L'ex Guardasigilli grillino: "L'impianto è quello della mia riforma. La nuova legge elettorale, però, non limita le correnti. Da ex ministro so quanto è importante nei ministeri il contributo dei magistrati".
Leggo su Fb che lei, Alfonso Bonafede, parla di "svolta storica" sul Csm e di "tanto lavoro che continua a dare i suoi frutti". Parla del suo da Guardasigilli per 3 anni?
"Io e il M5S abbiamo lavorato tanto, e con determinazione, per arrivare a questo risultato perché abbiamo sempre pensato che il blocco delle "porte girevoli" fosse un principio di civiltà. Se ne parlava da decenni, e sono orgoglioso di aver inserito questa regola nella mia riforma del Csm, approvata nel governo Conte 1 e confermata in consiglio dei ministri anche nel Conte 2, in piena pandemia. Oggi, dopo qualche tentennamento, gli emendamenti del governo confermano l'impianto originario della mia riforma".
L'M5S è sempre stato dalla parte dei magistrati. Perché, per le "porte girevoli", non vuole più fargli rimettere la toga?
"La domanda è malposta. In realtà stiamo parlando di una regola che salvaguarda l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Un giudice che decide di dedicarsi alla politica può dare un grande contributo di esperienza e competenza, ma è evidente che a quel punto perde l'immagine di terzietà che è fondamentale nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali. Quindi è giusto che quella toga che entra in politica non possa più tornare indietro".
Voi siete stati sul punto di dichiarare guerra anche a questa riforma, dopo la vicenda dell'improcedibilità, perché volevate fuori anche chi assume ruoli di governo senza essere eletto. Una scelta che aveva nomi e cognomi, il caso Garofoli per intenderci. Non è una posizione troppo dura rispetto a chi non si candida con un partito?
"Assolutamente no. Voglio chiarire che il M5S non fa mai questioni personali e la riforma si applicherà per i casi futuri, ma mi sembra chiaro che se stabiliamo, per esempio, che un magistrato eletto in Parlamento non possa più tornare a vestire la toga, allora è evidente che la stessa regola debba valere per il magistrato che abbia incarichi di governo e che, quindi, definisce la linea politica del potere esecutivo".
Nella tagliola cadono pure i capi di gabinetto. E c'è la stretta sui fuori ruolo. Volete escludere le toghe dal governo del Paese?
"La riforma vuole ribadire la centralità della funzione giurisdizionale. Per raggiungere quest'obiettivo, vengono posti alcuni paletti, ma ci tengo a dire, da ex ministro, che sono testimone di quanto, in alcuni uffici, possa essere importante il contributo dei magistrati".
Non la preoccupa che anche Berlusconi, protagonista di una call prima del consiglio dei ministri con i suoi, nonché Salvini, da sempre anti-toghe, siano d'accordo su questa stretta?
"Penso che nessuna forza politica possa sottrarsi a una regola di civiltà fortemente sentita da tutti i cittadini. Tutta la riforma è stata concepita a salvaguardia della credibilità e dell'autorevolezza della magistratura, messa in crisi dalle degenerazioni del correntismo. Quando ho lavorato alla stesura della prima versione della riforma nel 2019 ho pensato non solo agli italiani che hanno bisogno di una giustizia che funzioni bene, ma anche alla stragrande maggioranza dei magistrati che servono il nostro Paese, in alcuni casi anche rischiando la vita. Proprio loro sono indignati dalle manovre delle correnti".
Però i giudici già mugugnano per una legge elettorale "del tutto confusa e alla fine inutile".
"Gli emendamenti del governo, per tutta la riforma, lasciano inalterato il mio impianto originario. L'unica parte completamente stravolta è proprio quella del sistema elettorale. Analizzeremo il testo e ascolteremo le audizioni. Ma la mia impressione è che questa legge non sia sufficiente a limitare le logiche spartitorie".
È l'annuncio che l'M5S chiederà un'altra legge elettorale?
"Lasci perdere gli annunci. La legge elettorale deve essere fatta subito perché a luglio vanno rieletti i togati. Va solo valutata con attenzione, ma senza cercare divisioni a tutti i costi. E dobbiamo anche ammettere che non esistono formule magiche per eliminare le distorsioni del passato. Adesso tocca al Parlamento lavorare con serietà e urgenza proprio come ci ha invitato a fare il presidente Mattarella. È il momento di essere coerenti con quegli applausi".
A tre anni dal caso Palamara la riforma non è solo punitiva?
"Io ho cominciato a lavorare alla riforma prim'ancora che il caso scoppiasse. Quella gravissima e inaccettabile vicenda ha dimostrato solo l'urgenza di una legge di cui si parlava già da anni. Per me la credibilità della giustizia è un valore irrinunciabile per la nostra democrazia".
L'attuale Csm scade a luglio. La legge arriverà in tempo?
"Io rispondo per l'M5S. E faremo la nostra parte. Spero che gli altri facciano altrettanto".
di Giovanni Francesco Fidone
Il Riformista, 12 febbraio 2022
Il recente intervento dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 3 del 28/01/2022 ha aperto un importante dibattito sul tema delle interdittive antimafia, affrontando la questione della legittimazione di amministratori e soci di una persona giuridica a impugnare le misure prefettizie, ponendo una pietra tombale sulla vexata quaestio.
La vicenda nasce, infatti, da un dibattito giurisprudenziale che ha visto, nel corso degli anni, contrapporsi due orientamenti. Da una parte, un primo orientamento "rigorista" ha ritenuto che soltanto l'impresa destinataria del decreto prefettizio abbia legittimazione attiva a impugnare un'interdittiva antimafia. Dall'altra parte, un secondo orientamento ha invece riconosciuto un interesse morale che si traduce nella legittimazione attiva al ricorso anche da parte di ex amministratori o parenti menzionati nel provvedimento come soggetti che, in qualche modo, hanno determinato l'emissione della misura antimafia. Oggi l'Adunanza Plenaria scioglie il nodo interpretativo aderendo alla tesi più severa: "Gli amministratori ed i soci di una persona giuridica destinataria di interdittiva antimafia non sono titolari di legittimazione attiva all'impugnazione di tale provvedimento".
Il ragionamento di Palazzo Spada è molto semplice: il provvedimento prefettizio può essere impugnato solo ed esclusivamente dal soggetto che ne patisce gli effetti diretti e, quindi, dal destinatario dell'atto, e cioè dalla società, in quanto solo il destinatario subirebbe la lesione immediata e diretta alla propria posizione giuridica soggettiva. Senza voler muovere alcuna critica alla sentenza che rappresenta, peraltro, la lettura più aderente al dato normativo della fattispecie, le conseguenze applicative di un simile orientamento meritano molto più di una riflessione. Solo chi non ha mai avuto a che fare con un'interdittiva, può pensare che l'istituto in alcuni casi non travolga, come la peste bubbonica, non soltanto l'impresa ma anche le vite di amministratori, soci, parenti e talvolta anche amici (si, è proprio così), con un meccanismo a cascata degno, per usare le parole di una celebre sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, di un "regime di polizia".
E allora, siano sufficienti due esempi, fra tutti, per comprendere la portata storica della pronunzia. È fatto notorio che, molto spesso, alla misura interdittiva segua il commissariamento dell'impresa: in questo caso, considerato che un commissario non avrebbe alcun interesse a impugnare un'interdittiva, il provvedimento diventerebbe definitivo e l'ex amministratore colpito, o anche i soci o parenti menzionati nell'atto prefettizio, sarebbero costretti a subire gli effetti devastanti dell'atto senza poter reagire in alcun modo, come un marchio a fuoco indelebile. In buona sostanza, una Pubblica Amministrazione può "demolire" un'impresa e, conseguentemente, diverse vite umane con un provvedimento che risulterà del tutto insindacabile in sede giurisdizionale. E nessuno mai potrà dirci se quel provvedimento fosse, o meno, illegittimo o se fosse giusto o sbagliato.
Ma valga anche un altro esempio. Capita spesso che, in attesa della decisione giudiziale, le imprese colpite da interdittiva, costrette alla paralisi totale, falliscano. Non è chiaro quali siano gli effetti della portata dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato sulle domande risarcitorie, ma non sembra potersi escludere che, in questo caso, l'amministratore o i soci dell'azienda fallita non potranno neppure agire per il ristoro degli incommensurabili danni patiti. Il cortocircuito che ne deriva è pericolosissimo e pone a rischio le fondamenta del nostro Stato di Diritto. E allora, la coerente interpretazione fornita da Palazzo Spada non fa altro che dimostrare che il problema sta proprio nella normativa: se le interdittive hanno assunto i contorni delineati dal Consiglio di Stato, è perché l'istituto lo consente. La conclusione, a questo punto, non può che essere una e una soltanto: diviene impellente, oggi più che mai, una proposta di riforma dell'istituto, che elimini simili inaccettabili storture e che trasformi l'istituto da potenziale strumento di "inquisizione medievale" ad autentico presidio di legalità.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2022
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 4993 depositata oggi, affermando che dovevano coesistere la breve durata della detenzione, condizioni dignitose e libertà di movimento.
Per negare l'indennizzo per inumana detenzione a causa della ristrettezza della cella non è sufficiente addurre, da parte del Ministero della Giustizia, l'esistenza di "misure compensative" da prendere in considerazione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 4993 depositata oggi, che nel respingere il ricorso di Via Arenula ha affermato che tali misure - brevità, possibilità di uscire dalla cella ecc. - devono ricorrere tutte quante insieme ed essere dimostrate.
Confermato dunque il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Perugia che aveva rigettato il reclamo proposto dalla Direzione dell'amministrazione penitenziaria contro il provvedimento del Magistrato di sorveglianza di Spoleto che aveva accolto la domanda di un uomo volta ad ottenere i rimedi previsti dall'art. 35-ter Ord. Pen. riconoscendogli in ragione del pregiudizio per le condizioni di detenzione, in violazione l'art. 3 CEDU, per 1.465 giorni negli Istituti di pena di Roma Regina Coeli, Roma-Rebibbia, Velletri e Spoleto, la riduzione della pena per 146 giorni e un ristoro dell'importo di 40,00 euro.
Per la Suprema corte il ricorso del Ministero è infondato laddove - "pur a fronte di uno spazio nella cella computato nella misura inferiore a tre metri quadrati" - adduce l'esistenza di fattori compensativi idonei ad escludere la violazione dell'art. 3 Cedu. Tali doglianze, si legge nella decisione, non colgono nel segno "poiché i generici riferimenti ai fattori compensativi che le accompagnano", non si uniformano - come in precedenza il reclamo secondo quanto già rilevato dal Tribunale - all'insegnamento delle Sezioni Unite (n. 6551/2000) "circa la necessità in tal caso di una presenza congiunta di tutti fattori compensativi, costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie e dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività".
di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 12 febbraio 2022
Sondaggio Demos-Libera: gli italiani considerano l'illegalità diffusa una patologia inevitabile. La corruzione e l'infiltrazione mafiosa, tra le pieghe dell'economia e della finanza, continuano ad allargarsi. In particolare, attraverso il mondo dei professionisti e dei colletti bianchi. "So-spinte" dalle risorse "generate" dal Pnrr. Più in generale, dagli interventi e dei fondi trasferiti dall'Unione Europea. Tuttavia, questi problemi preoccupano di meno, rispetto al passato. Lontano e recente.
Si tratta di tendenze rilevate da un recente sondaggio curato da Demos-Libera, che, domani verrà presentato sull'Espresso. Questa contraddizione, in effetti, è meno contraddittoria di quanto possa apparire. E ha due spiegazioni principali. La prima, richiama il diverso approccio assunto dal fenomeno mafioso. Per citare le parole di don Luigi Ciotti, nell'intervista pubblicata in queste pagine: "La mafia che uccide o esercita forme di violenza diretta oggi è residuale". Perché prevale quella "imprenditoriale", che usa il denaro per corrompere e agisce attraverso strategie che permettano di non apparire. Anzi: nascondersi. È una mafia che non fa più notizia come prima. Perché ha scelto metodi e strategie d'azione che attraggono meno l'attenzione dei media. E, si è inserita direttamente nei circuiti professionali e dei professionisti. In questo modo, opera "dentro" il sistema.
Nei centri dell'economia e del mercato. Ma non appare. Si confonde con i luoghi e i soggetti che, comunque, agiscono in questa zona grigia del potere. In modo meno visibile ma non meno influente. Al contrario. Perché rende difficile districare l'illegalità "interna", quasi fisiologica, da quella patologica, di origina mafiosa.
La seconda ragione che rischia di ri-dimensionare la presenza mafiosa nel nostro ambiente e ai nostri occhi è conseguente. Coerente. Evoca un senso di abitudine, quasi assuefazione. La corruzione, infatti, sembra essere "compresa", cioè: riassunta, come un "male italiano". Che va oltre la mafia. Un vizio italiano. Inaccettabile, ma, in fondo, accettato.
Non è un caso che, ormai, abbia perduto alcuni dei tratti che le fornivano identità. La geografia, anzitutto. Un tempo, la mafia appariva radicata soprattutto nel Mezzogiorno. Mentre oggi appare un fenomeno nazionale. Da Nord a Sud, passando per il Centro, la percezione del pericolo mafioso non mostra particolari differenze. Certo, c'è consapevolezza che si tratta di un problema molto serio. Tanto più in questi tempi. Quando l'aumento e la circolazione delle risorse "legali" attraggono l'attenzione dei "soggetti il-legali".
Infatti, se il Pnrr, presso gran parte dei cittadini, costituisce una sigla "oscura", l'interesse cresce notevolmente fra coloro che vedono in questo "Piano" un motivo di profitto. Di guadagno. Non solo in modo legale e legittimo. Al contrario.
Ma sulla tentazione di "ri-dimensionare" il fenomeno, oltre alla geografia, pesa la nostra "storia". Nelle prossime settimane, infatti, ricorre il 30esimo anniversario di Tangentopoli. Lo "scandalo" della corruzione che, nel 1992, ha coinvolto e travolto gran parte del sistema politico e dei partiti, in Italia. Un evento "epocale", che ha contribuito, in modo decisivo, alla fine della Prima Repubblica. Indebolita, dopo la caduta del Muro di Berlino, che le aveva fornito basi di identità e stabilità. Nel segno dell'anti-comunismo.
Ma Tangentopoli ne ha sgretolato le fondamenta. La legittimità. E ha aperto la strada ai cambiamenti successivi. Alla Seconda Repubblica, nel segno di Berlusconi e dell'anti-berlusconismo. Alla Terza, dopo la caduta di Berlusconi e l'affermarsi dell'antipolitica, interpretata, anzitutto dal M5S. Fino ad oggi. A questa Repubblica difficile da definire. Dopo il declino del partito-non-partito. E dei partiti. Tuttavia, come ribadisce la ricerca di Demos-Libera, una larga maggioranza dei cittadini, circa 6 su 10, ritiene che non sia cambiato nulla da allora. Tangentopoli non è mai finita. E il 22% pensa che la corruzione, da allora, sia perfino cresciuta.
Insomma, negli ultimi decenni, agli italiani pare che non sia cambiato nulla sul "fronte illegale". È questo il vero "rischio", in questa fase. Che le mafie e la corruzione, ai nostri occhi, diventino: "normali". Quasi "banali". Perché la "banalità del male", per echeggiare le parole di Hannah Arendt, "rischia" di generare acquiescenza intorno a oggetti e soggetti tutt'altro che "banali". Ma per allungare lo sguardo oltre l'ombra della mafia occorre riconoscerla. Individuarne le radici. E, ovviamente, contrastarla. Nella società e sul territorio. Infine e soprattutto: bisogna evitare che, per noi, divenga "normale". Dunque: in-evitabile. Per questo non dobbiamo "rassegnarci". Ma "indignarci". Reagire. Per non perdere il rispetto di noi stessi. In definitiva: per non perderci.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 12 febbraio 2022
Dal caso di Riccardo Magherini a quello di Cerciello Rega, la formazione degli uomini e delle donne titolari di compiti di controllo è essenziale. La prendo alla lontana, ma si tratta di una premessa che può essere utile per meglio spiegare fatti recenti. Il 30 gennaio del 2014, una circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri raccomandava, nel caso di fermo di persone per strada, di evitare "i rischi derivanti da immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona". E si chiariva che "la compressione toracica può costituire causa di asfissia posturale". Un mese dopo, la morte di Riccardo Magherini, fermato a Borgo San Frediano, a Firenze, con quella stessa tecnica e portato alla morte, così come altri prima e dopo di lui, esattamente nelle medesime circostanze. Nel 2016, la circolare venne sostituita da un altro testo nel quale venivano eliminate le avvertenze sul pericolo che può provocare "l'ammanettamento nella posizione prona a terra". Questo episodio mi pare sommamente istruttivo per comprendere cosa significhi il discorso sulla "formazione", sempre ricorrente quando ci si imbatta in comportamenti variamente illegali e in abusi e irregolarità da parte di membri degli apparati dello Stato.
La formazione, nel caso di uomini e donne che sono titolari dell'uso legittimo della forza e di compiti di controllo e repressione, riguarda due ambiti decisivi. Quello da cui ho preso le mosse è relativo all'"istruzione tecnica", ma altrettanto importante è la dimensione dell'educazione culturale. Il fatto, cioè, che primaria responsabilità degli appartenenti ai corpi di polizia è la tutela dei diritti del cittadino, che non cessa di essere tale - ovvero cittadino a pieno titolo - anche quando fosse "sospetto" o destinatario di un provvedimento di fermo. Invece, generalmente - è questo il dramma all'origine di tanti errori e ingiustizie - l'operatore di polizia tende a vedere, nell'individuo al quale si accosta, un possibile nemico, una potenziale minaccia, una insidia per l'incolumità propria e per quella pubblica. Il che, per certi versi, è inevitabile, considerato che quello stesso operatore può avere compiti di repressione: ed è il suo mestiere, di conseguenza, a produrre un determinato comportamento.
Enorme, dunque, è la responsabilità e la difficoltà dell'impresa di fare di carabinieri, poliziotti, finanzieri e agenti penitenziari i tutori dei diritti degli individui, profondamente convinti dell'intangibilità di prerogative e garanzie degli stessi. Che questa impresa rischi costantemente il fallimento è dimostrato dalla trascrizione dei messaggi scambiati nelle chat tra i carabinieri dopo l'assassinio del loro collega Mario Cerciello Rega, avvenuto il 26 luglio del 2019. Eccone un orribile (e parziale) florilegio, pubblicato da Repubblica il 9 febbraio scorso: "devono prendere le mazzate. Bisogna chiuderli in una stanza e ammazzarli davvero", "squagliateli nell'acido", "ammazzateli di botte". Di quelle frasi, la più eloquente è questa: "fategli fare la fine di Cucchi". Dunque, quella che è per l'opinione pubblica democratica (e per i carabinieri democratici) una vicenda di cui provare vergogna, per altri (e per altri carabinieri) costituisce un modello di comportamento.
Ora devo adempiere a un rito: quasi fosse necessario - e non una ovvia premessa - scrivo che quegli atti e quelle parole appartengono solo a una quota dei militari dell'Arma, quasi che qualcuno avesse mai detto il contrario. Ma fosse pure, come davvero è, una minoranza, non si può ignorare che si tratta di un fenomeno assai preoccupante, perché segnala un orientamento e, direi, un sentimento diffuso in una parte (nessuno può dire quanto ampia) degli operatori. Si tratta di un senso comune e di una cultura non solo tenaci come una gramigna, ma che non sembrano destinati a esaurirsi. Tutt'altro. Il Comando Generale dei Carabinieri ha definito quelle frasi "offensive" ed "esecrabili", e si è impegnato ad avviare "con immediatezza i conseguenti procedimenti disciplinari per l'adozione di provvedimenti di assoluto rigore". Giusto, ma ci aspettiamo che si comunichi anche quale programma di educazione alla legalità e di insegnamento dei principi costituzionali il Comando intenda promuovere - o comunque rafforzare - ancora "con immediatezza" a partire da oggi. Anzi, da ieri.
L'Unione Sarda, 12 febbraio 2022
Soltanto 1.014 sono i detenuti sardi su una popolazione carceraria di 1.968, l'analisi di Maria Grazia Caligaris di Socialismo Diritti Riforme. Nelle carceri isolane, su 1.968 detenuti, di cui 24 donne, 1.014 sono sardi. Per il resto si tratta di 411 persone di nazionalità straniera e 543 provenienti dalla Penisola.
I dati del ministero - e relativi al 31 dicembre 2021 - restituiscono la fotografia di una Sardegna che "sembra confermare ancora una volta - commenta Maria Grazia Caligaris di Socialismo Diritti Riforme - la condizione di una Sardegna 'isola carcere' nel Mediterraneo". "Nel 2021 - prosegue sono entrate nelle carceri sarde dalla libertà 674 persone, 109 straniere (44 donne - 14 straniere). Nei nostri Istituti Penitenziari ci sono prevalentemente detenuti celibi/nubili, sono infatti 732, mentre quelli che hanno contratto matrimonio sono 587 e i conviventi 189.
Minore la presenza di separati (81), divorziati (63) e vedovi (12). Dai dati dello Stato Civile risulta altresì che 328 hanno 2 figli, 268 solo 1 ma 195 ben 3 figli. Soltanto 21 ne hanno 5 e hanno oltre 6 figli 4. Significativo il dato sui titoli di studio non rilevati per 781 persone. Risultano infatti 19 laureati a fronte di 20 analfabeti. 153 sono diplomati ma sono 947 quelli provvisti di licenza Media o Elementare".
Mentre, per quanto riguarda l'età dei detenuti, il quadro non è rasserenante: "Oltre il 50% (1013) ha un'età compresa tra i 45 e gli oltre 70 anni. Il 35 % invece dai 18 e i 44 anni. Lasciano perplessi i dati posti agli estremi. Sono infatti 4 (1 straniero) i giovani tra i 18 e i 20 anni nelle carceri sarde e 54 (2 stranieri) quelli che hanno superato i 70 anni. Situazioni limite - osserva Caligaris - che avrebbero necessità di un approfondimento che potrebbe chiarire le circostanze della loro permanenza dietro le sbarre". Quelli in attesa di giudizio sono 234. "Il 2022 però - mette in guardia Caligaris - fa registrare fin dal primo mese un aumento di ristretti nelle carceri dell'Isola. In un mese sono passati da 1.968 a 2.000 con due strutture penitenziarie in sofferenza.
Si tratta di Case di Reclusione destinate a detenuti dell'Alta Sicurezza prevalentemente ergastolani. Nello specifico Oristano-Massama (272 presenze per 259 posti) e Tempio Pausania (171 per 170) oltre il limite regolamentare. In un momento in cui il Covid continua a dilagare con quarantene per tutto il personale e chiusura delle attività trattamentali e in parte dei colloqui - conclude -, anche i numeri 'piccoli' non lasciano tranquilli".
blogsicilia.it, 12 febbraio 2022
Due suicidi e un tentato suicidio a poca distanza di tempo in due carceri della Sicilia. Un detenuto morto e uno in gravi condizioni all'Ucciardone di Palermo e una detenuta suicida al Gazzi di Messina. Fatti che ripropongono il dramma degli atti autolesivi commessi da persone detenute, che tende purtroppo, sempre più ad aggravarsi. Lancia l'allarme il Garante dei diritti dei detenuti Giovanni Fiandaca.
Il Garante interviene sui tragici fatti di cronaca degli ultimi giorni e invita tutti gli "organi preposti sul piano giudiziario, penitenziario e sanitario ad alzare l'attenzione sul fenomeno e i responsabili dei penitenziari ad attivare progetti di "accoglienza" alla vita carceraria, soprattutto nei confronti di chi fa il suo primo ingresso negli istituti di pena". Un giovane detenuto di 25 anni è stato trovato impiccato nella sua cella al cercare dell'Ucciardone a Palermo. Il corpo è stato scoperto dagli agenti della polizia penitenziaria nel corso dei controlli. Una detenuta si è suicidata al Gazzi di Messina. Stamani l'altra tragedia che vede un detenuto trentenne in gravi condizioni dopo aver tentato l suicidio al carcere Ucciardone, impiccandosi.
La situazione non è da sottovalutare - "Come ha messo in evidenza il Garante nazionale - spiega Fiandaca - negli ultimi anni non ci sono mai stati in Italia così tanti suicidi in carcere in così poco tempo: sono più di 10 dall'inizio dell'anno. Questo aumento di eventi suicidari suscita allarme e grande preoccupazione - dice Fiandaca - in considerazione anche del fatto che la perdurante emergenza sanitaria ha reso ancora più difficili le condizioni della vita detentiva pure sotto il profilo di un aumento dell'ansia e dello stress psicologico, sia nella popolazione detenuta, sia nel personale penitenziario".
Più psicologi e psichiatri in servizio negli istituti di pena - Secondo il Garante, inoltre, "va rivolta particolare attenzione ai soggetti particolarmente fragili, e tali sono non di rado - dice - persone giovani che fanno per la prima volta ingresso in carcere vivendo una frattura traumatica rispetto alla vita precedente, cui non sono preparati a reagire. Specie rispetto ai detenuti primari, occorre dunque incrementare l'attenzione da parte di tutti gli organi competenti, sui rispettivi piani giudiziario, penitenziario e sanitario: prima di disporre misure carcerarie, vigilando con attenzione su chi entra in carcere per la prima volta, e rafforzando la presenza di psicologi e psichiatri in servizio negli istituti di pena. È necessario anche rivedere e aggiornare senza indugio i protocolli per la prevenzione dei suicidi e degli atti autolesivi, come è opportuno che nei singoli penitenziari si promuovano progetti di cosiddetta prima accoglienza, coinvolgendo - previa adeguata formazione - anche gruppi di detenuti nell'attività di sostegno psicologico ai nuovi arrivati".
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