di Liana Milella
La Repubblica, 12 febbraio 2022
L'ex Guardasigilli grillino: "L'impianto è quello della mia riforma. La nuova legge elettorale, però, non limita le correnti. Da ex ministro so quanto è importante nei ministeri il contributo dei magistrati".
Leggo su Fb che lei, Alfonso Bonafede, parla di "svolta storica" sul Csm e di "tanto lavoro che continua a dare i suoi frutti". Parla del suo da Guardasigilli per 3 anni?
"Io e il M5S abbiamo lavorato tanto, e con determinazione, per arrivare a questo risultato perché abbiamo sempre pensato che il blocco delle "porte girevoli" fosse un principio di civiltà. Se ne parlava da decenni, e sono orgoglioso di aver inserito questa regola nella mia riforma del Csm, approvata nel governo Conte 1 e confermata in consiglio dei ministri anche nel Conte 2, in piena pandemia. Oggi, dopo qualche tentennamento, gli emendamenti del governo confermano l'impianto originario della mia riforma".
L'M5S è sempre stato dalla parte dei magistrati. Perché, per le "porte girevoli", non vuole più fargli rimettere la toga?
"La domanda è malposta. In realtà stiamo parlando di una regola che salvaguarda l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Un giudice che decide di dedicarsi alla politica può dare un grande contributo di esperienza e competenza, ma è evidente che a quel punto perde l'immagine di terzietà che è fondamentale nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali. Quindi è giusto che quella toga che entra in politica non possa più tornare indietro".
Voi siete stati sul punto di dichiarare guerra anche a questa riforma, dopo la vicenda dell'improcedibilità, perché volevate fuori anche chi assume ruoli di governo senza essere eletto. Una scelta che aveva nomi e cognomi, il caso Garofoli per intenderci. Non è una posizione troppo dura rispetto a chi non si candida con un partito?
"Assolutamente no. Voglio chiarire che il M5S non fa mai questioni personali e la riforma si applicherà per i casi futuri, ma mi sembra chiaro che se stabiliamo, per esempio, che un magistrato eletto in Parlamento non possa più tornare a vestire la toga, allora è evidente che la stessa regola debba valere per il magistrato che abbia incarichi di governo e che, quindi, definisce la linea politica del potere esecutivo".
Nella tagliola cadono pure i capi di gabinetto. E c'è la stretta sui fuori ruolo. Volete escludere le toghe dal governo del Paese?
"La riforma vuole ribadire la centralità della funzione giurisdizionale. Per raggiungere quest'obiettivo, vengono posti alcuni paletti, ma ci tengo a dire, da ex ministro, che sono testimone di quanto, in alcuni uffici, possa essere importante il contributo dei magistrati".
Non la preoccupa che anche Berlusconi, protagonista di una call prima del consiglio dei ministri con i suoi, nonché Salvini, da sempre anti-toghe, siano d'accordo su questa stretta?
"Penso che nessuna forza politica possa sottrarsi a una regola di civiltà fortemente sentita da tutti i cittadini. Tutta la riforma è stata concepita a salvaguardia della credibilità e dell'autorevolezza della magistratura, messa in crisi dalle degenerazioni del correntismo. Quando ho lavorato alla stesura della prima versione della riforma nel 2019 ho pensato non solo agli italiani che hanno bisogno di una giustizia che funzioni bene, ma anche alla stragrande maggioranza dei magistrati che servono il nostro Paese, in alcuni casi anche rischiando la vita. Proprio loro sono indignati dalle manovre delle correnti".
Però i giudici già mugugnano per una legge elettorale "del tutto confusa e alla fine inutile".
"Gli emendamenti del governo, per tutta la riforma, lasciano inalterato il mio impianto originario. L'unica parte completamente stravolta è proprio quella del sistema elettorale. Analizzeremo il testo e ascolteremo le audizioni. Ma la mia impressione è che questa legge non sia sufficiente a limitare le logiche spartitorie".
È l'annuncio che l'M5S chiederà un'altra legge elettorale?
"Lasci perdere gli annunci. La legge elettorale deve essere fatta subito perché a luglio vanno rieletti i togati. Va solo valutata con attenzione, ma senza cercare divisioni a tutti i costi. E dobbiamo anche ammettere che non esistono formule magiche per eliminare le distorsioni del passato. Adesso tocca al Parlamento lavorare con serietà e urgenza proprio come ci ha invitato a fare il presidente Mattarella. È il momento di essere coerenti con quegli applausi".
A tre anni dal caso Palamara la riforma non è solo punitiva?
"Io ho cominciato a lavorare alla riforma prim'ancora che il caso scoppiasse. Quella gravissima e inaccettabile vicenda ha dimostrato solo l'urgenza di una legge di cui si parlava già da anni. Per me la credibilità della giustizia è un valore irrinunciabile per la nostra democrazia".
L'attuale Csm scade a luglio. La legge arriverà in tempo?
"Io rispondo per l'M5S. E faremo la nostra parte. Spero che gli altri facciano altrettanto".
di Giovanni Francesco Fidone
Il Riformista, 12 febbraio 2022
Il recente intervento dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 3 del 28/01/2022 ha aperto un importante dibattito sul tema delle interdittive antimafia, affrontando la questione della legittimazione di amministratori e soci di una persona giuridica a impugnare le misure prefettizie, ponendo una pietra tombale sulla vexata quaestio.
La vicenda nasce, infatti, da un dibattito giurisprudenziale che ha visto, nel corso degli anni, contrapporsi due orientamenti. Da una parte, un primo orientamento "rigorista" ha ritenuto che soltanto l'impresa destinataria del decreto prefettizio abbia legittimazione attiva a impugnare un'interdittiva antimafia. Dall'altra parte, un secondo orientamento ha invece riconosciuto un interesse morale che si traduce nella legittimazione attiva al ricorso anche da parte di ex amministratori o parenti menzionati nel provvedimento come soggetti che, in qualche modo, hanno determinato l'emissione della misura antimafia. Oggi l'Adunanza Plenaria scioglie il nodo interpretativo aderendo alla tesi più severa: "Gli amministratori ed i soci di una persona giuridica destinataria di interdittiva antimafia non sono titolari di legittimazione attiva all'impugnazione di tale provvedimento".
Il ragionamento di Palazzo Spada è molto semplice: il provvedimento prefettizio può essere impugnato solo ed esclusivamente dal soggetto che ne patisce gli effetti diretti e, quindi, dal destinatario dell'atto, e cioè dalla società, in quanto solo il destinatario subirebbe la lesione immediata e diretta alla propria posizione giuridica soggettiva. Senza voler muovere alcuna critica alla sentenza che rappresenta, peraltro, la lettura più aderente al dato normativo della fattispecie, le conseguenze applicative di un simile orientamento meritano molto più di una riflessione. Solo chi non ha mai avuto a che fare con un'interdittiva, può pensare che l'istituto in alcuni casi non travolga, come la peste bubbonica, non soltanto l'impresa ma anche le vite di amministratori, soci, parenti e talvolta anche amici (si, è proprio così), con un meccanismo a cascata degno, per usare le parole di una celebre sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, di un "regime di polizia".
E allora, siano sufficienti due esempi, fra tutti, per comprendere la portata storica della pronunzia. È fatto notorio che, molto spesso, alla misura interdittiva segua il commissariamento dell'impresa: in questo caso, considerato che un commissario non avrebbe alcun interesse a impugnare un'interdittiva, il provvedimento diventerebbe definitivo e l'ex amministratore colpito, o anche i soci o parenti menzionati nell'atto prefettizio, sarebbero costretti a subire gli effetti devastanti dell'atto senza poter reagire in alcun modo, come un marchio a fuoco indelebile. In buona sostanza, una Pubblica Amministrazione può "demolire" un'impresa e, conseguentemente, diverse vite umane con un provvedimento che risulterà del tutto insindacabile in sede giurisdizionale. E nessuno mai potrà dirci se quel provvedimento fosse, o meno, illegittimo o se fosse giusto o sbagliato.
Ma valga anche un altro esempio. Capita spesso che, in attesa della decisione giudiziale, le imprese colpite da interdittiva, costrette alla paralisi totale, falliscano. Non è chiaro quali siano gli effetti della portata dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato sulle domande risarcitorie, ma non sembra potersi escludere che, in questo caso, l'amministratore o i soci dell'azienda fallita non potranno neppure agire per il ristoro degli incommensurabili danni patiti. Il cortocircuito che ne deriva è pericolosissimo e pone a rischio le fondamenta del nostro Stato di Diritto. E allora, la coerente interpretazione fornita da Palazzo Spada non fa altro che dimostrare che il problema sta proprio nella normativa: se le interdittive hanno assunto i contorni delineati dal Consiglio di Stato, è perché l'istituto lo consente. La conclusione, a questo punto, non può che essere una e una soltanto: diviene impellente, oggi più che mai, una proposta di riforma dell'istituto, che elimini simili inaccettabili storture e che trasformi l'istituto da potenziale strumento di "inquisizione medievale" ad autentico presidio di legalità.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2022
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 4993 depositata oggi, affermando che dovevano coesistere la breve durata della detenzione, condizioni dignitose e libertà di movimento.
Per negare l'indennizzo per inumana detenzione a causa della ristrettezza della cella non è sufficiente addurre, da parte del Ministero della Giustizia, l'esistenza di "misure compensative" da prendere in considerazione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 4993 depositata oggi, che nel respingere il ricorso di Via Arenula ha affermato che tali misure - brevità, possibilità di uscire dalla cella ecc. - devono ricorrere tutte quante insieme ed essere dimostrate.
Confermato dunque il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Perugia che aveva rigettato il reclamo proposto dalla Direzione dell'amministrazione penitenziaria contro il provvedimento del Magistrato di sorveglianza di Spoleto che aveva accolto la domanda di un uomo volta ad ottenere i rimedi previsti dall'art. 35-ter Ord. Pen. riconoscendogli in ragione del pregiudizio per le condizioni di detenzione, in violazione l'art. 3 CEDU, per 1.465 giorni negli Istituti di pena di Roma Regina Coeli, Roma-Rebibbia, Velletri e Spoleto, la riduzione della pena per 146 giorni e un ristoro dell'importo di 40,00 euro.
Per la Suprema corte il ricorso del Ministero è infondato laddove - "pur a fronte di uno spazio nella cella computato nella misura inferiore a tre metri quadrati" - adduce l'esistenza di fattori compensativi idonei ad escludere la violazione dell'art. 3 Cedu. Tali doglianze, si legge nella decisione, non colgono nel segno "poiché i generici riferimenti ai fattori compensativi che le accompagnano", non si uniformano - come in precedenza il reclamo secondo quanto già rilevato dal Tribunale - all'insegnamento delle Sezioni Unite (n. 6551/2000) "circa la necessità in tal caso di una presenza congiunta di tutti fattori compensativi, costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie e dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività".
di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 12 febbraio 2022
Sondaggio Demos-Libera: gli italiani considerano l'illegalità diffusa una patologia inevitabile. La corruzione e l'infiltrazione mafiosa, tra le pieghe dell'economia e della finanza, continuano ad allargarsi. In particolare, attraverso il mondo dei professionisti e dei colletti bianchi. "So-spinte" dalle risorse "generate" dal Pnrr. Più in generale, dagli interventi e dei fondi trasferiti dall'Unione Europea. Tuttavia, questi problemi preoccupano di meno, rispetto al passato. Lontano e recente.
Si tratta di tendenze rilevate da un recente sondaggio curato da Demos-Libera, che, domani verrà presentato sull'Espresso. Questa contraddizione, in effetti, è meno contraddittoria di quanto possa apparire. E ha due spiegazioni principali. La prima, richiama il diverso approccio assunto dal fenomeno mafioso. Per citare le parole di don Luigi Ciotti, nell'intervista pubblicata in queste pagine: "La mafia che uccide o esercita forme di violenza diretta oggi è residuale". Perché prevale quella "imprenditoriale", che usa il denaro per corrompere e agisce attraverso strategie che permettano di non apparire. Anzi: nascondersi. È una mafia che non fa più notizia come prima. Perché ha scelto metodi e strategie d'azione che attraggono meno l'attenzione dei media. E, si è inserita direttamente nei circuiti professionali e dei professionisti. In questo modo, opera "dentro" il sistema.
Nei centri dell'economia e del mercato. Ma non appare. Si confonde con i luoghi e i soggetti che, comunque, agiscono in questa zona grigia del potere. In modo meno visibile ma non meno influente. Al contrario. Perché rende difficile districare l'illegalità "interna", quasi fisiologica, da quella patologica, di origina mafiosa.
La seconda ragione che rischia di ri-dimensionare la presenza mafiosa nel nostro ambiente e ai nostri occhi è conseguente. Coerente. Evoca un senso di abitudine, quasi assuefazione. La corruzione, infatti, sembra essere "compresa", cioè: riassunta, come un "male italiano". Che va oltre la mafia. Un vizio italiano. Inaccettabile, ma, in fondo, accettato.
Non è un caso che, ormai, abbia perduto alcuni dei tratti che le fornivano identità. La geografia, anzitutto. Un tempo, la mafia appariva radicata soprattutto nel Mezzogiorno. Mentre oggi appare un fenomeno nazionale. Da Nord a Sud, passando per il Centro, la percezione del pericolo mafioso non mostra particolari differenze. Certo, c'è consapevolezza che si tratta di un problema molto serio. Tanto più in questi tempi. Quando l'aumento e la circolazione delle risorse "legali" attraggono l'attenzione dei "soggetti il-legali".
Infatti, se il Pnrr, presso gran parte dei cittadini, costituisce una sigla "oscura", l'interesse cresce notevolmente fra coloro che vedono in questo "Piano" un motivo di profitto. Di guadagno. Non solo in modo legale e legittimo. Al contrario.
Ma sulla tentazione di "ri-dimensionare" il fenomeno, oltre alla geografia, pesa la nostra "storia". Nelle prossime settimane, infatti, ricorre il 30esimo anniversario di Tangentopoli. Lo "scandalo" della corruzione che, nel 1992, ha coinvolto e travolto gran parte del sistema politico e dei partiti, in Italia. Un evento "epocale", che ha contribuito, in modo decisivo, alla fine della Prima Repubblica. Indebolita, dopo la caduta del Muro di Berlino, che le aveva fornito basi di identità e stabilità. Nel segno dell'anti-comunismo.
Ma Tangentopoli ne ha sgretolato le fondamenta. La legittimità. E ha aperto la strada ai cambiamenti successivi. Alla Seconda Repubblica, nel segno di Berlusconi e dell'anti-berlusconismo. Alla Terza, dopo la caduta di Berlusconi e l'affermarsi dell'antipolitica, interpretata, anzitutto dal M5S. Fino ad oggi. A questa Repubblica difficile da definire. Dopo il declino del partito-non-partito. E dei partiti. Tuttavia, come ribadisce la ricerca di Demos-Libera, una larga maggioranza dei cittadini, circa 6 su 10, ritiene che non sia cambiato nulla da allora. Tangentopoli non è mai finita. E il 22% pensa che la corruzione, da allora, sia perfino cresciuta.
Insomma, negli ultimi decenni, agli italiani pare che non sia cambiato nulla sul "fronte illegale". È questo il vero "rischio", in questa fase. Che le mafie e la corruzione, ai nostri occhi, diventino: "normali". Quasi "banali". Perché la "banalità del male", per echeggiare le parole di Hannah Arendt, "rischia" di generare acquiescenza intorno a oggetti e soggetti tutt'altro che "banali". Ma per allungare lo sguardo oltre l'ombra della mafia occorre riconoscerla. Individuarne le radici. E, ovviamente, contrastarla. Nella società e sul territorio. Infine e soprattutto: bisogna evitare che, per noi, divenga "normale". Dunque: in-evitabile. Per questo non dobbiamo "rassegnarci". Ma "indignarci". Reagire. Per non perdere il rispetto di noi stessi. In definitiva: per non perderci.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 12 febbraio 2022
Dal caso di Riccardo Magherini a quello di Cerciello Rega, la formazione degli uomini e delle donne titolari di compiti di controllo è essenziale. La prendo alla lontana, ma si tratta di una premessa che può essere utile per meglio spiegare fatti recenti. Il 30 gennaio del 2014, una circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri raccomandava, nel caso di fermo di persone per strada, di evitare "i rischi derivanti da immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona". E si chiariva che "la compressione toracica può costituire causa di asfissia posturale". Un mese dopo, la morte di Riccardo Magherini, fermato a Borgo San Frediano, a Firenze, con quella stessa tecnica e portato alla morte, così come altri prima e dopo di lui, esattamente nelle medesime circostanze. Nel 2016, la circolare venne sostituita da un altro testo nel quale venivano eliminate le avvertenze sul pericolo che può provocare "l'ammanettamento nella posizione prona a terra". Questo episodio mi pare sommamente istruttivo per comprendere cosa significhi il discorso sulla "formazione", sempre ricorrente quando ci si imbatta in comportamenti variamente illegali e in abusi e irregolarità da parte di membri degli apparati dello Stato.
La formazione, nel caso di uomini e donne che sono titolari dell'uso legittimo della forza e di compiti di controllo e repressione, riguarda due ambiti decisivi. Quello da cui ho preso le mosse è relativo all'"istruzione tecnica", ma altrettanto importante è la dimensione dell'educazione culturale. Il fatto, cioè, che primaria responsabilità degli appartenenti ai corpi di polizia è la tutela dei diritti del cittadino, che non cessa di essere tale - ovvero cittadino a pieno titolo - anche quando fosse "sospetto" o destinatario di un provvedimento di fermo. Invece, generalmente - è questo il dramma all'origine di tanti errori e ingiustizie - l'operatore di polizia tende a vedere, nell'individuo al quale si accosta, un possibile nemico, una potenziale minaccia, una insidia per l'incolumità propria e per quella pubblica. Il che, per certi versi, è inevitabile, considerato che quello stesso operatore può avere compiti di repressione: ed è il suo mestiere, di conseguenza, a produrre un determinato comportamento.
Enorme, dunque, è la responsabilità e la difficoltà dell'impresa di fare di carabinieri, poliziotti, finanzieri e agenti penitenziari i tutori dei diritti degli individui, profondamente convinti dell'intangibilità di prerogative e garanzie degli stessi. Che questa impresa rischi costantemente il fallimento è dimostrato dalla trascrizione dei messaggi scambiati nelle chat tra i carabinieri dopo l'assassinio del loro collega Mario Cerciello Rega, avvenuto il 26 luglio del 2019. Eccone un orribile (e parziale) florilegio, pubblicato da Repubblica il 9 febbraio scorso: "devono prendere le mazzate. Bisogna chiuderli in una stanza e ammazzarli davvero", "squagliateli nell'acido", "ammazzateli di botte". Di quelle frasi, la più eloquente è questa: "fategli fare la fine di Cucchi". Dunque, quella che è per l'opinione pubblica democratica (e per i carabinieri democratici) una vicenda di cui provare vergogna, per altri (e per altri carabinieri) costituisce un modello di comportamento.
Ora devo adempiere a un rito: quasi fosse necessario - e non una ovvia premessa - scrivo che quegli atti e quelle parole appartengono solo a una quota dei militari dell'Arma, quasi che qualcuno avesse mai detto il contrario. Ma fosse pure, come davvero è, una minoranza, non si può ignorare che si tratta di un fenomeno assai preoccupante, perché segnala un orientamento e, direi, un sentimento diffuso in una parte (nessuno può dire quanto ampia) degli operatori. Si tratta di un senso comune e di una cultura non solo tenaci come una gramigna, ma che non sembrano destinati a esaurirsi. Tutt'altro. Il Comando Generale dei Carabinieri ha definito quelle frasi "offensive" ed "esecrabili", e si è impegnato ad avviare "con immediatezza i conseguenti procedimenti disciplinari per l'adozione di provvedimenti di assoluto rigore". Giusto, ma ci aspettiamo che si comunichi anche quale programma di educazione alla legalità e di insegnamento dei principi costituzionali il Comando intenda promuovere - o comunque rafforzare - ancora "con immediatezza" a partire da oggi. Anzi, da ieri.
L'Unione Sarda, 12 febbraio 2022
Soltanto 1.014 sono i detenuti sardi su una popolazione carceraria di 1.968, l'analisi di Maria Grazia Caligaris di Socialismo Diritti Riforme. Nelle carceri isolane, su 1.968 detenuti, di cui 24 donne, 1.014 sono sardi. Per il resto si tratta di 411 persone di nazionalità straniera e 543 provenienti dalla Penisola.
I dati del ministero - e relativi al 31 dicembre 2021 - restituiscono la fotografia di una Sardegna che "sembra confermare ancora una volta - commenta Maria Grazia Caligaris di Socialismo Diritti Riforme - la condizione di una Sardegna 'isola carcere' nel Mediterraneo". "Nel 2021 - prosegue sono entrate nelle carceri sarde dalla libertà 674 persone, 109 straniere (44 donne - 14 straniere). Nei nostri Istituti Penitenziari ci sono prevalentemente detenuti celibi/nubili, sono infatti 732, mentre quelli che hanno contratto matrimonio sono 587 e i conviventi 189.
Minore la presenza di separati (81), divorziati (63) e vedovi (12). Dai dati dello Stato Civile risulta altresì che 328 hanno 2 figli, 268 solo 1 ma 195 ben 3 figli. Soltanto 21 ne hanno 5 e hanno oltre 6 figli 4. Significativo il dato sui titoli di studio non rilevati per 781 persone. Risultano infatti 19 laureati a fronte di 20 analfabeti. 153 sono diplomati ma sono 947 quelli provvisti di licenza Media o Elementare".
Mentre, per quanto riguarda l'età dei detenuti, il quadro non è rasserenante: "Oltre il 50% (1013) ha un'età compresa tra i 45 e gli oltre 70 anni. Il 35 % invece dai 18 e i 44 anni. Lasciano perplessi i dati posti agli estremi. Sono infatti 4 (1 straniero) i giovani tra i 18 e i 20 anni nelle carceri sarde e 54 (2 stranieri) quelli che hanno superato i 70 anni. Situazioni limite - osserva Caligaris - che avrebbero necessità di un approfondimento che potrebbe chiarire le circostanze della loro permanenza dietro le sbarre". Quelli in attesa di giudizio sono 234. "Il 2022 però - mette in guardia Caligaris - fa registrare fin dal primo mese un aumento di ristretti nelle carceri dell'Isola. In un mese sono passati da 1.968 a 2.000 con due strutture penitenziarie in sofferenza.
Si tratta di Case di Reclusione destinate a detenuti dell'Alta Sicurezza prevalentemente ergastolani. Nello specifico Oristano-Massama (272 presenze per 259 posti) e Tempio Pausania (171 per 170) oltre il limite regolamentare. In un momento in cui il Covid continua a dilagare con quarantene per tutto il personale e chiusura delle attività trattamentali e in parte dei colloqui - conclude -, anche i numeri 'piccoli' non lasciano tranquilli".
blogsicilia.it, 12 febbraio 2022
Due suicidi e un tentato suicidio a poca distanza di tempo in due carceri della Sicilia. Un detenuto morto e uno in gravi condizioni all'Ucciardone di Palermo e una detenuta suicida al Gazzi di Messina. Fatti che ripropongono il dramma degli atti autolesivi commessi da persone detenute, che tende purtroppo, sempre più ad aggravarsi. Lancia l'allarme il Garante dei diritti dei detenuti Giovanni Fiandaca.
Il Garante interviene sui tragici fatti di cronaca degli ultimi giorni e invita tutti gli "organi preposti sul piano giudiziario, penitenziario e sanitario ad alzare l'attenzione sul fenomeno e i responsabili dei penitenziari ad attivare progetti di "accoglienza" alla vita carceraria, soprattutto nei confronti di chi fa il suo primo ingresso negli istituti di pena". Un giovane detenuto di 25 anni è stato trovato impiccato nella sua cella al cercare dell'Ucciardone a Palermo. Il corpo è stato scoperto dagli agenti della polizia penitenziaria nel corso dei controlli. Una detenuta si è suicidata al Gazzi di Messina. Stamani l'altra tragedia che vede un detenuto trentenne in gravi condizioni dopo aver tentato l suicidio al carcere Ucciardone, impiccandosi.
La situazione non è da sottovalutare - "Come ha messo in evidenza il Garante nazionale - spiega Fiandaca - negli ultimi anni non ci sono mai stati in Italia così tanti suicidi in carcere in così poco tempo: sono più di 10 dall'inizio dell'anno. Questo aumento di eventi suicidari suscita allarme e grande preoccupazione - dice Fiandaca - in considerazione anche del fatto che la perdurante emergenza sanitaria ha reso ancora più difficili le condizioni della vita detentiva pure sotto il profilo di un aumento dell'ansia e dello stress psicologico, sia nella popolazione detenuta, sia nel personale penitenziario".
Più psicologi e psichiatri in servizio negli istituti di pena - Secondo il Garante, inoltre, "va rivolta particolare attenzione ai soggetti particolarmente fragili, e tali sono non di rado - dice - persone giovani che fanno per la prima volta ingresso in carcere vivendo una frattura traumatica rispetto alla vita precedente, cui non sono preparati a reagire. Specie rispetto ai detenuti primari, occorre dunque incrementare l'attenzione da parte di tutti gli organi competenti, sui rispettivi piani giudiziario, penitenziario e sanitario: prima di disporre misure carcerarie, vigilando con attenzione su chi entra in carcere per la prima volta, e rafforzando la presenza di psicologi e psichiatri in servizio negli istituti di pena. È necessario anche rivedere e aggiornare senza indugio i protocolli per la prevenzione dei suicidi e degli atti autolesivi, come è opportuno che nei singoli penitenziari si promuovano progetti di cosiddetta prima accoglienza, coinvolgendo - previa adeguata formazione - anche gruppi di detenuti nell'attività di sostegno psicologico ai nuovi arrivati".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 12 febbraio 2022
Sequestrate cartelle cliniche degli ultimi 4 anni. La magistratura ha deciso di verificare tutti i passaggi dei detenuti del "reparto della vergogna" chiuso per le condizioni umilianti in cui venivano tenuti i prigionieri. L'inchiesta sui presunti maltrattamenti avvenuti nel reparto psichiatrico del carcere di Torino Lorusso e Cutugno, conosciuto dagli addetti ai lavori come Sestante, fa un passo avanti ma andando all'indietro nel tempo. Nei giorni scorsi i carabinieri del Nas hanno acquisito numerosi documenti sui detenuti transitati dal reparto "della vergogna". Identità, matricole, provvedimenti di assegnazione alla struttura, motivi, questioni relative alla loro salute mentale, diagnosi.
Questo viaggio nel passato è stato giudicato necessario dai magistrati per fare chiarezza su eventuali condotte di maltrattamenti che potrebbero essere avvenute anche in periodi diversi dall'ultimo e cioè ben prima di novembre 2021, quando l'allora capo del Dap Bernardo Petralia decise d'imperio la chiusura del Sestante dopo aver accelerato sui lavori di ristrutturazione totale del reparto carcerario. Il 23 novembre fu siglato il contratto con la ditta aggiudicataria dell'appalto e contestualmente era intervenuta la durissima presa di posizione del garante nazionale dei detenuti Mauro Palma. Un attacco frontale "all'inerzia finora riscontrata nonostante i numerosi solleciti rispetto al tema della dignità di chi ha bisogno di cura".
L'ultima visita al Sestante di Torino datata giugno aveva "confermato le condizioni immutate in una considerevole parte del reparto". Da quel giorno, sempre su richiesta di Petralia, la provveditrice regionale del Dap, Rita Russo, avocò a sé "tutte le dinamiche e le scelte in materia sanitaria sulle carceri piemontesi chiaramente in un'ottica torinocentrica".
L'inchiesta della procura è al momento contro ignoti, ipotizza i reati di maltrattamenti, ed è affidata ai pm Gianfranco Colace e Chiara Canepa coordinati dall'aggiunto Vincenzo Pacileo. Sulle condizioni a quanto pare "inumane a degradanti" nelle quali versavano fino a pochi mesi fa i detenuti rinchiusi al Sestante era intervenuta anche Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, associazione che si occupa del mondo carcerario.
In una relazione a seguito di un'ispezione aveva scritto: "Al Sestante si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. La cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi è una sedia né un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L'intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio".
agenparl.eu, 12 febbraio 2022
"Il dodicesimo suicidio dall'inizio dell'anno nelle nostre carceri si è tragicamente realizzato iri sera, verso le 21.30, nel penitenziario romano di Regina Coeli. A decidere di farla finita è stato un detenuto originario del Marocco, di soli 24 anni, in carcere per rapina.
Si è tolto la vita inalando il gas della bomboletta del fornello da campeggio comunemente usato per cucinare. La media si porta così a un suicidio ogni tre giorni e mezzo, cui vanno aggiunti anche i due appartenenti alla Polizia penitenziaria che si sono tolti la vita in questo 2022 ancora alle battute iniziali, ma funesto come non mai nelle prigioni".
Lo dichiara Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria, che poi rincara: "il sistema carcerario è letteralmente allo sbando, ma, quel che è più grave, è abbandonato a se stesso dalla politica, dalla Ministra della Giustizia e dal Governo. Abbiamo ragione di ritenere che la stessa Amministrazione penitenziaria non trovi le risposte politiche che auspica. Tuttavia, al di là delle disquisizioni teoriche e del chiacchiericcio della politica, quella cui stiamo assistendo è una carneficina che, in un paese che voglia dirsi civile, va immediatamente fermata. Se si continuasse con questa media, in un anno morirebbero ben oltre cento detenuti".
"Non è più il tempo di indugiare né delle passerelle - ammonisce il Segretario della Uil-Pa; il Governo vari immediatamente un decreto-legge per mettere in sicurezza le carceri, sia sotto il profilo di quella che è una vera e propria emergenza umanitaria, sia sotto l'aspetto della tenuta dell'intero sistema, il quale vede gli operatori di Polizia penitenziaria patire aggressioni alla media di oltre cento al mese, ormai allo stremo, e impossibilitati ad assolvere al proprio ruolo, come dimostrato anche dai suicidi. Servono, altresì, interventi urgentissimi per migliorare le strutture e le infrastrutture, ma soprattutto per potenziare gli organici della Polizia penitenziaria, mancanti di 18mila unità, e fornire gli equipaggiamenti".
"Parallelamente, il Parlamento dovrebbe approvare un decreto legislativo per delegare una riforma complessiva dell'esecuzione penale, che reingegnerizzi il carcere e riorganizzi compiutamente il Corpo di polizia penitenziaria. Non ce ne voglia nessuno, ma tutto questo, almeno per noi, - conclude De Fazio - sembra ancora più importante e urgente della carriera dei magistrati".
consiglio.regione.lazio.it, 12 febbraio 2022
Con la mozione approvata ieri s'impegna la Giunta a promuovere nuove iniziative volte a risolvere la problematica delle liste d'attesa per l'ingresso nelle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza dei malati di mente autori di reato, senza ampliarne ulteriormente la capienza.
"Ottime le indicazioni approvate dal Consiglio regionale sulle Rems.
Se vogliamo conservare lo spirito della riforma che ha abolito gli ospedali psichiatrici giudiziari, non possiamo rincorrere l'ansia custodialista di troppa parte della magistratura, con il rischio di riportare dentro il sistema sanitario nazionale i manicomi aboliti dalla legge Basaglia".
Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, ha commentato l'approvazione da parte dell'Aula consiliare della mozione 575 del 4 febbraio 2022, d'iniziativa del consigliere Alessandro Capriccioli (Più Europa Radicali), avente ad oggetto "Iniziative urgenti in materia di gestione e funzionamento delle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) del Lazio". Durante i lavori d'Aula, la mozione è stata sottoscritta anche dalle consigliere Marta Bonafoni (Lista civica Zingaretti), Francesca De Vito (Gruppo misto) e dai consiglieri Paolo Ciani (Centro solidale Demos), Simone Lupi (Pd), Loreto Marcelli (M5s) e Giuseppe Simeone (FI).
"Le misure di internamento in Rems - prosegue Anastasìa - devono veramente essere l'extrema ratio e devono essere mantenute per il tempo strettamente necessario. Poi deve essere il territorio a farsi carico dell'accoglienza e della continuità terapeutica rivolta ai malati di mente autori di reato". Con l'apertura della nuova Rems di Rieti, inaugurata lo scorso agosto, nel Lazio si è arrivati a 106 posti programmati e ad un rapporto di 18 posti per milione di abitanti, mentre la media nazionale risulta ad oggi di 12 per milione.
A seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 22 del 27 gennaio scorso, si rende necessario giungere, come si legge nella mozione, "alla risoluzione della problematica delle liste d'attesa per l'ingresso nelle Rems, garantendo l'ingresso in tali strutture esclusivamente a pazienti che necessitano di un intervento contenitivo".
Il Consiglio regionale, con la mozione approvata ieri con 26 voti a favore, "impegna il Presidente della Regione e l'assessore competente in materia di sanità ad avviare ogni utile iniziativa al fine di: a) riconvocare il tavolo tecnico con la Procura generale e la Corte di Appello, per la valutazione delle criticità emerse e la definizione di nuovi percorsi congiunti tra amministrazione penitenziaria, autorità giudiziaria e autorità sanitaria; b) rivedere il protocollo di intesa esistente al fine di adeguarlo alle sopraggiunte esigenze di carattere organizzativo e strutturale; c) vincolare gli affidamenti alle strutture socio-sanitarie residenziali convenzionate alla disponibilità, da parte delle medesime, a ospitare persone in libertà vigilata".
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