di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 10 febbraio 2022
"Non esistono processi che richiedono poco impegno". Il professor Vincenzo Maiello (ordinario di Diritto penale nell'Università degli Studi di Napoli "Federico II) e l'avvocata Maria Licata del Foro di Catania parlano della loro attività difensiva in favore di Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione Siciliana, assolto dalla Corte d'appello di Catania dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale.
"Nel processo Lombardo - dicono al Dubbio - la complessità del lavoro è dipesa dall'imponenza del materiale probatorio e da una imputazione che ha inteso ricondurre a un'unica ipotesi di reato un decennio di competizioni elettorali amministrative e di impegno politico.
Essendo entrambi intervenuti solo in questo grado di giudizio, abbiamo avuto il vantaggio, sopportandone tuttavia anche il peso e la responsabilità, di poter riorganizzare l'enorme mole delle evidenze secondo criteri di selezione coerenti con la tipicità del reato contestato, nei termini sagomati con rigore dalla sentenza rescindente della Corte di Cassazione. La maggiore difficoltà, forse, è stata la grande quantità di prove dichiarative e documentali da riesaminare, confrontare e collocare in una corretta dimensione spazio- temporale, uscendo dalle logiche anarchiche dei precedenti gradi del giudizio di merito che avevano alternato ratio decidendi tra loro asimmetriche, entrambe, a nostro avviso, non condivisibili".
Nei confronti di Raffaele Lombardo si è verificata una "contestazione alluvionale". Il compito della difesa è stato quello di eliminare il "troppo" e il "vano" per richiamare l'attenzione della Corte d'appello di Catania affinché le prove potessero essere messe al centro di ogni argomentazione.
"Per quanto sembri paradossale - evidenziano Maiello e Licata - buona parte delle migliaia di pagine che compongono il processo e delle prove assunte erano del tutto estranee al thema probandum. Va riconosciuto alla sentenza di rinvio della Cassazione il merito di avere perimetrato in termini assai chiari l'oggetto della prova, in relazione all'accusa di concorso esterno mediante patto politico mafioso. Il processo è stato riportato alla sua fisiologica dimensione, la stessa, del resto, già individuata con estremo rigore esegetico nella prima richiesta di archiviazione avanzata della Procura della Repubblica di Catania".
L'odissea giudiziaria di Lombardo ha riproposto l'esigenza di un processo penale fondato sul primato delle garanzie. "Dopo le stratificazioni novellistiche dell'emergenza e la creazione di un doppio livello di legalità processuale - commentano i due legali -, il nostro processo è alla ricerca di una sua identità. Sarebbe, però, ingeneroso non riconoscerne una chiara ispirazione alla cultura delle garanzie individuali. Piuttosto, quel che non sempre si riscontra nella prassi è l'adeguatezza dei livelli di professionalità dei suoi attori, avvocati compresi. L'esperienza insegna che non bastano le garanzie proclamate dalle norme, ma è necessaria la capacità dei soggetti del processo di trasformarle in diritto che vive. Spesso dietro vicende di malagiustizia si nascondono difetti di approfondimento di vario genere e scarsa sensibilità ai valori di civiltà della giurisdizione.
Resta, tuttavia, indubbio che molti aspetti della vigente normativa processuale reclamano riforme nell'ottica di un pieno recupero dei caratteri del modello accusatorio, che sono stati oscurati dagli innesti del doppio binario nei quali sembra di cogliere la logica medioevale dell'accertamento semplificato per i reati di maggiore gravità, i cosiddetti crimina extraordinaria.
Nel processo Lombardo non vi sono state compressioni di garanzie difensive determinate da violazioni della legge processuale. Semmai, la vicenda ha scontato i limiti interni alla fattispecie del concorso esterno in scambio politico- elettorale, la cui porosità e incertezza di confini spianano la strada a mega inchieste e gigantismi probatori innanzi ai quali l'imputato è portato a chiedersi: "ma io di cosa sono accusato e come devo difendermi?"".
Spesso, per usare due felici definizioni di Luigi Ferrajoli, il processo penale diventa "storia di errori" e il diritto penale "storia di orrori". "Tali espressioni - aggiungono gli avvocati di Lombardo - sottolineano il carattere storicamente determinato delle istituzioni penali, intrinseche alla loro natura di pratiche sociali governate dagli uomini.
Da esse l'errore non è, perciò, eliminabile, può solo essere ridimensionato migliorando la qualità delle norme e dei comportamenti di chi è chiamato ad applicarle. Occorre avere consapevolezza che il processo non obbedisce alla logica formale degli algoritmi, ma è il luogo ove si confrontano dialetticamente ricostruzioni di fatti e tesi giuridiche ciascuna delle quali aperta alla smentita e alle obiezioni confutatorie. Il contributo della difesa, specie quando è portatrice di buone ragioni e si veste di forza argomentativa, può risultare quindi decisivo per la formazione di decisioni giuste".
Il sistema di Common Law è stato messo al centro delle tesi difensive degli avvocati Maiello e Licata. L'osservazione della realtà spesso viene sacrificata in nome di proiezioni cervellotiche sganciate dalla stessa realtà e i danni che ne derivano non sono di poco conto. "Il concorso esterno in associazione mafiosa - concludono - è, nella sua sostanza precettiva, fattispecie di creazione giurisprudenziale. Ciò che occorre decisamente combattere è la tendenza a costruire i presupposti della punibilità a partire dai risultati della prova, anziché ricavarli dalla struttura della fattispecie, quale che sia la fonte, pur ribadendo che il nostro sistema di civil law non tollera congegni punitivi di judge made law. Nel processo a carico del presidente Lombardo ci siamo sentiti impegnati a rivendicare la primazia del diritto penale del fatto nel governo delle dinamiche probatorie".
di Raffaele Greco*
Il Dubbio, 10 febbraio 2022
Il recente rilancio, nel dibattito politico sulla riforma della giustizia, della proposta di istituzione di un'Alta Corte competente a conoscere delle controversie relative agli atti del Csm e degli organi di autogoverno delle altre magistrature, oltre che dei ricorsi contro le sanzioni disciplinari irrogate dagli stessi ai magistrati, coincide curiosamente con l'uscita di un saggio di Sergio Rizzo specificamente dedicato al Consiglio di Stato e alla giustizia amministrativa, nelle cui conclusioni, dopo aver rilevato che buona parte dei mali che affliggono la giustizia italiana dipende dalla sua autoreferenzialità, l'Autore esamina proprio la detta proposta mostrandosi pessimista sulla sua idoneità a costituire una soluzione all'annoso problema.
In effetti, come è stato osservato anche su queste pagine, per il modo stesso in cui è formulata, l'ipotesi dell'Alta Corte appare velleitaria e con ben poche probabilità di trovare attuazione nel residuo scorcio di legislatura. Ciò non toglie però che essa nasca dalla diagnosi di criticità realmente esistenti nell'ordinamento, riconducibili al difficile equilibrio tra l'esigenza di garantire il diritto dei singoli alla tutela giurisdizionale e il rispetto della legalità anche nei confronti degli organi di vertice delle magistrature, da una parte, e la necessità di rispettare le prerogative di autonomia e indipendenza dell'ordine giudiziario, dall'altra.
Il problema emerge soprattutto con le tensioni che sempre insorgono tra la magistratura ordinaria e quella amministrativa ogni qual volta quest'ultima interviene sui più rilevanti provvedimenti del Csm, come da ultimo avvenuto per le nomine dei vertici della Cassazione. Ma non può sottacersi che anche all'interno della stessa magistratura amministrativa, come attestato da specifiche vicende riferite nel volume citato, emergono con sempre maggiore evidenza le difficolta del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato a porsi quali giudici davvero sereni e obiettivi di atti e questioni che li riguardano più o meno direttamente.
È però pericoloso pensare di risolvere tali problemi devolvendoli a un organo i cui componenti, pur autorevoli, siano selezionati - come si vorrebbe - con criteri analoghi a quelli stabiliti per la Corte costituzionale. Tale opzione presenta evidenti aspetti di incostituzionalità non solo per contrasto col divieto di istituzione di nuovi giudici speciali (art. 102 Cost.), ma anche per la "inedita" attribuzione di funzioni giurisdizionali (tali essendo quelle relative all'impugnazione dei provvedimenti disciplinari e degli altri atti di autogoverno) a soggetti estrani all'ordine giudiziario, designati in maggioranza a livello politico e per il resto eletti dalle stesse magistrature, modalità di accesso all'ordine giudiziario a sua volta ignota al nostro ordinamento. Ma al di là di ciò, che comunque evidenzia la necessità di una revisione costituzionale, il rischio è che in un tale organo, proprio per la sua genesi, si riproducano a livello più elevato quelle stesse logiche di contiguità politico- corporativa che in teoria si vorrebbero eliminare. In realtà, è chiaro che per le controversie riguardanti i magistrati c'è bisogno non di una "stanza di compensazione" politica, ma di un Giudice: un Giudice non solo terzo e imparziale, ma immune anche solo da sospetti di permeabilità a pressioni e condizionamenti correntizi o corporativi. Non è un obiettivo facile, ma si potrebbe provare a raggiungerlo attraverso l'introduzione di un organo misto, composto da giudici provenienti dalla Corte di cassazione, dal Consiglio di Stato e dalla Corte dei conti, in possesso di determinati requisiti di esperienza e sorteggiati periodicamente dai rispettivi organi di autogoverno; un tale organo potrebbe occuparsi, in forme tutte da definire, dei ricorsi contro i provvedimenti del Csm e degli organi analoghi in modo più efficace e senza dar luogo a polemiche, in quanto nell'osmosi tra i diversi componenti si "dissolverebbero" le spinte corporative legate all'estrazione di ciascuno di essi.
Una tale ipotesi potrebbe forse essere percorribile a Costituzione invariata, modellando il nuovo organo giurisdizionale sullo schema del Tribunale superiore delle acque pubbliche (già a composizione mista e che la giurisprudenza tende oggi a inquadrare come Sezione specializzata della Corte di cassazione, anziché come giudice speciale). Che perciò solo si tratti di ipotesi effettivamente praticabile è però tutt'altro discorso, dipendendo da fin troppo note e imprevedibili variabili politiche.
*Presidente di Sezione del Consiglio di Stato
di Anna Maria Greco
Il Giornale, 10 febbraio 2022
Domani il testo in Cdm, però manca l'intesa sull'elezione del Csm e sulle "porte girevoli". Il testo ancora non c'è, ma Marta Cartabia cerca di mettere tutti d'accordo e portare la sua riforma della giustizia domani in Consiglio dei ministri. Teme, però, che gli emendamenti al disegno di legge del suo predecessore Alfonso Bonafede si impantanino nei lavori parlamentari.
Per questo, la Cartabia ha incontrato i rappresentanti dei partiti e illustrato soprattutto le proposte sui due punti più delicati: riforma elettorale del Csm e "porte girevoli" tra magistratura e politica. Sull'iter incombe il referendum di Radicali e Lega che, se il 15 avrà l'ok della Consulta, potrebbe tenersi in primavera. Ed Emma Bonino di +Europa avverte: "Non penso che con tutta la sua buona volontà la ministra Cartabia troverà in Parlamento una maggioranza sulla riforma".
A settembre scade l'attuale Csm, investito dallo scandalo Palamara, e le elezioni dovrebbero tenersi a luglio al massimo a fine estate, ma è urgente farle con le nuove regole. Il 16 febbraio la Commissione giustizia della Camera ha già fissato un confronto sulla riforma della giustizia e attende gli emendamenti della Guardasigilli.
Dalle anticipazioni si sa che la Cartabia punta per il sistema elettorale dei togati del Csm su un maggioritario binominale con una quota proporzionale, per assicurare seggi a candidati fuori dalle correnti. Lega e Forza Italia sostengono invece il sorteggio "temperato": l'estrazione di una rosa di candidati tra i quali eleggere i consiglieri. Ma la ministra lo considera in contrasto con la Costituzione e con la sua soluzione viene incontro ai magistrati che, nel referendum consultivo dell'Anm, si sono espressi in maggioranza contro il proporzionale.
Dopo l'incontro con la Guardasigilli, il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani però ribadisce: "Chiediamo il sorteggio, stiamo ancora discutendo e ci auguriamo che il governo adotti le soluzioni da noi richieste, per avere una magistratura più indipendente e un Csm che tuteli la magistratura senza eccessiva politicizzazione". Perplesso anche Pierantonio Zanettin, capogruppo di Fi in Commissione Giustizia della Camera: "Mi sembra un sistema che di fatto ripropone le liste. Sulle porte girevoli la ministra ci ha detto che è contraria a che i magistrati eletti tornino nella giurisdizione, che era una delle cose che chiedevamo ed è disponibile a ragionare sul nostro emendamento sulla separazione delle funzioni, per il passaggio tra giudici e pm una volta nella carriera".
I dubbi ci sono anche nella Lega. Stefano Cavanna, laico del Csm in quota Carroccio spiega al Giornale: "Non esiste sistema elettorale che smantelli davvero le correnti se non il sorteggio temperato. Affidare al caso la scelta dei togati è triste e forse pericoloso, ma siamo in emergenza. Per una riforma vera e non di facciata ci vogliono coraggio e risorse per personale e mezzi".
Enrico Costa, spiega che Azione "ha detto alla Cartabia che non è scontato il sì". Più del sistema elettorale, dice al Giornale, sono "importanti valutazioni professionali oggettive, per impedire il potere correntizio sulle nomine". Quanto alle "porte girevoli", cavallo di battaglia dei 5S, nota: "La chiusura vale solo per gli eletti, ma un magistrato potrà fare l'assessore regionale o il ministro e tornare a fare il pm".
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 10 febbraio 2022
Cerciello, i commenti sui due giovani americani arrestati per l'omicidio. Le espressioni violente sono apparse in una chat privata dei militari. "Squagliateli nell'acido", "Fategli fare la fine di Cucchi". Frasi scioccanti, che sono apparse nella chat privata di alcuni carabinieri, uomini che dovrebbero garantire il rispetto della legge. E invece no. Le esternazioni risalgono al 26 luglio 2019, giorno dell'arresto di Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due giovani turisti americani condannati in primo grado all'ergastolo il 6 maggio dello scorso anni per l'omicidio avvenuto a Roma del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, e il cui processo di appello comincia proprio oggi nella capitale. Frasi sulle quali il Comando generale dell'Arma ha aperto un'indagine con la promessa di punire i responsabili.
La trascrizione della chat che inchioda i militari si trova tra gli atti del processo a carico di Fabio Manganaro, il militare indagato di misura di rigore non prevista dalla legge per aver bendato Hjorth mentre si trovava in una stanza del comando di via In Selci. La foto del ragazzo, seduto su una sedia con le mani ammanettate dietro la schiena, la testa china e la benda sugli occhi ha fatto il giro del mondo suscitando numerose critiche sul comportamento avuto in quell'occasione dai militari. Adesso il contenuto della chat apre un nuovo capitolo nero per l'Arma.
Lo sfogo dei carabinieri comincia subito dopo l'arresto, mentre i due americani si trovavano in macchina per essere condotti nella caserma di via In Selci. "Li abbiamo presi, stiamo venendo al reparto", comunica un militare. I commenti alla notizia sono una violenza estrema: "Ammazzateli di botte", oppure: "Speriamo che gli fanno fare la fine di Cucchi", riferendosi al giovane geometra romano morto nel 2009 dopo essere stato arrestato per possesso di droga. E ancora: "Bisogna squagliarli nell'acido", mentre un carabiniere scrive: "Non mi venite a dire arrestiamoli e basta. Devono prendere le mazzate. Bisogna chiuderli in una stanza e ammazzarli davvero".
Per il Comando generale quelli usati dai carabinieri sono "toni offensivi ed esecrabili", come si legge in una nota nella quale si annuncia che "non appena gli atti con i nominativi dei militari coinvolti saranno resi disponibili, l'Arma avvierà con immediatezza i conseguenti procedimenti disciplinari per l'adozione di provvedimenti di assoluto rigore.
L'omicidio di Mario Cerciello Rega risale alla notte del 26 luglio 2019: dopo un tentato acquisto di droga, non andato a buon fine, i due americani, all'epoca diciannovenni, rubarono lo zaino di Sergio Brugiatelli, che aveva indicato loro il pusher. Brugiatelli (teste chiave della vicenda, deceduto qualche mese fa per un male incurabile) chiese aiuto al 112, e Cerciello con un collega venne inviato in soccorso per fermare la tentata estorsione messa in atto dai due giovani, che pretendevano 100 euro e della cocaina, per restituire il maltolto. Quando i militari cercarono di bloccarli, Elder reagì colpendo a morte Cerciello, prima di darsi alla fuga con l'amico.
La mattina dopo, i due vennero fermati in un albergo del quartiere Prati, poco distante dal luogo dell'omicidio. Erano pronti a lasciare l'Italia e avevano nascosto in un controsoffitto il coltello, con lama da 18 centimetri, usato nell'agguato, che Elder aveva portato con sé dagli Stati uniti.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 febbraio 2022
Dopo le foto del ragazzo americano bendato, ora spuntano le chat tra i militari: ci sono riferimenti a Stefano Cucchi e "promesse" di pestaggi. Si apre domani a Roma il processo di appello per la morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. I due imputati, Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, vi arrivano con una pesante condanna all'ergastolo perché i giudici hanno creduto alla versione del collega di Cerciello Rega, Andrea Varriale, il quale ha sostenuto che lui e Mario si erano qualificati come carabinieri e poi erano stati assaliti dai due americani. Ma è andata davvero così?
I dubbi sono molti, data la controversa condotta di alcuni esponenti dell'Arma, emersa durante il dibattimento di primo grado. Basti pensare al fatto che Varriale, l'unico vero testimone dei fatti, per timore di una punizione aveva mentito ai suoi superiori dicendo di aver avuto con sé la pistola d'ordinanza, circostanza poi smentita.
Le nostre perplessità sull'operato di alcuni carabinieri si rafforzano alla luce di quanto sta emergendo nel processo costola riguardante il bendaggio dell'imputato Gabriel Natale nella caserma di via In Selci. Come già raccontato, infatti, nel processo sono state acquisite come prove documentali alcune scioccanti conversazioni tratte da chat whatsapp tra diversi militari dell'Arma. Esse sono altresì contenute nel fascicolo di un altro processo a carico del carabiniere che scattò e diffuse la foto di Gabriel. Ma pende anche un terzo procedimento a carico dell'ex comandante della stazione di Piazza Farnese, a cui viene contestato il reato di falso.
Ricapitolando: sono in corso un processo principale e tre satelliti. Domanda: perché non accorpare gli ultimi tre in un unico procedimento? Per non ricostruire un quadro preoccupante della condotta dei carabinieri, una sorta di "dividi e sminuisci"? Tornando alle chat, le abbiamo lette ma, per coerenza con la posizione di questo giornale, ve le racconteremo e non faremo i nomi delle persone coinvolte, in quanto anche per loro vale la presunzione di innocenza, o il diritto a non essere dileggiate se non coinvolte in prima persona nel procedimento. Però non possiamo sottrarci dal giudicarle stupefacenti per la loro gravità, essendo state pronunciate da chi dovrebbe rispettare le regole, garantire il rispetto dei principi dello Stato di Diritto, custodire responsabilmente cittadini privati della libertà personale.
Vi abbiamo già raccontato che Gabriel viene bendato e ammanettato dietro la schiena; subisce poi una sorta di interrogatorio in assenza del suo avvocato. E non sappiamo per quanto sia andato avanti tutto questo. Prima, durante e dopo questi momenti concitati nelle chat si scatena la peggiore violenza verbale che inneggia anche a quella fisica, verso entrambi gli indagati. Ci si augura che vengano ammazzati, oppure sciolti nell'acido, insomma che gli venga fatta fare la fine di Cucchi. E ad un carabiniere che accenna all'intervento eventuale di un rappresentante Cobar che aveva detto che i due ragazzi non si dovevano toccare, gli viene addirittura risposto di ammazzare pure il sindacalista. Un altro poi, con un pizzico di lucidità, suggerisce che dovrebbe essere un'altra la stazione dei carabinieri a prenderli in custodia, non quella di appartenenza della vittima, perché sostiene che è facile che ci scappi un pestaggio. Però qualche mazzata e un taglio ai genitali se li devono prendere, dice un altro, mica possono solo essere arrestati, prosegue il collega.
La preoccupazione dei militari è che con le leggi che abbiamo escano subito dal carcere per buona condotta e poi gli si dedichino film e speciali tv. Tutto questo è già scandaloso ma non finisce qui perché poi arriva l'ammissione anche della violenza fisica, in nome dell'occhio per occhio e con l'invocazione della pena di morte: uno racconta che appena il sospettato è arrivato in caserma gli ha dato uno schiaffo, mentre altri gli davano ginocchiate sul petto, 'rassicurando' tuttavia che non avevano alzato troppo le mani.
Oltre questo quadro allucinante di violenza verbale e fisica ce n'è un altro non meno importante e che riguarda da vicino il processo principale. È davvero chiaro quello che è accaduto quella calda e tragica notte di luglio? Sono gli stessi carabinieri a sollevare dei dubbi nelle chat, quando sostengono che gli avvocati difensori si appelleranno a qualcosa, anche perché - aggiungono - non c'è chiarezza dei fatti, tanto è vero che ammettono che tra colleghi della caserma ci si stanno scambiando opinioni perché le cose non sono chiare a nessuno, e non credono molto alla versione data da un altro collega. Probabilmente si stanno riferendo al compagno di Cerciello Rega, Andrea Varriale, che secondo loro sta nascondendo qualcosa, forse anche per paura.
L'Arma, stigmatizzando questi "toni offensivi ed esecrabili", sta valutando azioni nei confronti degli autori di quelle affermazioni: "non appena gli atti con i nominativi dei militari coinvolti saranno resi disponibili, l'Arma - si legge nel comunicato diffuso dal Comando generale - avvierà con immediatezza i conseguenti procedimenti disciplinari per l'adozione di provvedimenti di assoluto rigore". E però questo quadro allarmante ci pone un grande interrogativo: possiamo fidarci, o meglio, la Corte di Assise di Appello di Roma può fidarsi delle dichiarazioni già rese o che verranno rese dai carabinieri in aula, considerato il rispetto che nutrono per le nostre leggi e tutta la cortina di fumo che aleggia su quella notte e sui giorni successivi? Tutto questo scenario non dovrebbe sollevare un ragionevole dubbio a favore degli imputati che hanno sempre dichiarato che Cerciello Rega e Varriale non si sono qualificati quando sono intervenuti?
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 10 febbraio 2022
Tutte le tappe, dal bluff Scarantino all'ammuina del Csm. Il più grande complotto di Stato mai avvenuto nella storia d'Italia e che si è svolto nell'arco di trent'anni porta il nome glorioso di Paolo Borsellino, e insieme quello del "pentito" costruito in vitro di Enzo Scarantino.
Quanti magistrati, pubblici ministeri, giudici togati e popolari, membri del Csm e procuratori generali, e poi questori, prefetti e poliziotti sono i colpevoli per aver preso parte al complotto? E quanti di loro -a parte tre agenti che rischiano di finire allo spiedo come unici capri espiatori- risponderanno, oltre che per la violazione della memoria di un grande magistrato, per aver truccato le carte, nascosto carte, nastri registrati e testimonianze, mandato in galera gli innocenti?
Dobbiamo ancora una volta dire grazie a Luca Palamara, ben sollecitato da Sandro Sallusti nella seconda puntata sulla vera e unica Casta, quella delle toghe, per averci dato sul fattaccio qualche illuminazione in più, pure a noi che su questo scandalo di Stato credevamo di sapere tutto. Ci fa anche sentire un po' come quelli che hanno continuato a guardare il dito senza vedere la luna, questa parte del libro, diciamo la verità. Perché, partendo dai primi passi con cui il picciotto Enzino fu preso per mano e accompagnato a suon di botte, sputi, vermi e vetro nella minestra, ricatti, suggerimenti e promesse a dire il falso per depistare dalle ragioni vere per cui Borsellino fu assassinato, si arriva fino al coinvolgimento del Csm e del procuratore generale Fuzio, invano coinvolto dalle figlie del magistrato ucciso.
Dal 1994 al 2018, e poi 2019, l'anno del pensionamento del vertice della magistratura. Ecco il trentennio del complotto, se prendiamo come punto di riferimento il 1992 come anno della strage di via D'Amelio e il 2022 con le ultime rivelazioni del magistrato Luca Palamara, che non è innocente in questa storia, come lui stesso racconta. Sono numerosi i passaggi attraverso i quali il bluff Scarantino avrebbe potuto essere disvelato.
Si sarebbe potuto fare giustizia. Non solo individuando gli autori del delitto, ma anche il movente. Si è voluto perdere tempo e sviare l'attenzione. Il che significa depistare. Facciamo finta per un attimo di essere noi i pubblici ministeri e mettiamo insieme i capi d'accusa. Primo: le torture nel carcere di Pianosa (e Asinara), che non hanno riguardato solo Scarantino, ma una serie di detenuti trasferiti d'improvviso di notte da tutte le prigioni del sud. Segnale forte di governi deboli nella lotta alla mafia, con i boss che ordinavano le stragi dalla latitanza.
Le denunce di quel che avveniva in quelle prigioni speciali riaperte per l'occasione erano state oggetto di interrogazioni parlamentari, di proteste degli avvocati e dei parenti dei detenuti, diventati il bersaglio di una vendetta dello Stato che non riusciva a trovare e punire i colpevoli. La moglie di Scarantino aveva reso pubblica una lettera con accuse precise nei confronti del questore di Palermo Arnaldo La Barbera, denunciando la costruzione del "pentitificio" attraverso le torture. E il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli si era presentato in conferenza stampa, con al fianco il procuratore generale e il questore, per scagionare La Barbera e confermare l'attendibilità di Scarantino.
Punto secondo: fin dal 1994 era agli atti una relazione dei pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Saieva al procuratore capo di Caltanissetta Tinebra in cui documentavano l'inattendibilità del collaboratore di giustizia. Lo avevano messo alle strette sulle sue deposizioni e avevano capito che, nel riferire di fatti e persone, straparlava di soggetti che neanche conosceva. Boccassini, che era stata applicata da Milano nella città nissena nel 1992 in seguito all'uccisione di Giovanni Falcone e nel 1994 era in partenza per tornare nella sua città, ma si era detta disponibile a rinunciare alle ferie per poter continuare a interrogare Scarantino.
Niente da fare. Così, con il collega, aveva lasciato la sua relazione. Che però è sparita. E ovviamente non è stata mai messa a disposizione dei giudici degli undici processi che si sono occupati della morte di Paolo Borsellino. La sua testimonianza verrà utilizzata solo una quindicina di anni dopo, al Borsellino-quater, quando l'imbroglio verrà svelato. Ma l'anno scorso quando è stata chiamata anche al processo contro i tre agenti accusati del depistaggio, non solo ha raccontato che il procuratore Tinebra si chiudeva per ore in una stanza con Scarantino prima di ogni sua deposizione, ma si è riscontrata violentemente con il pm di udienza che non voleva fosse lasciata parlare.
A proposito di atti spariti, arriviamo al punto terzo, sulla base del quale il castello delle dichiarazioni di Enzino sarebbe crollato, se qualcuno avesse voluto indagare secondo le regole. Il 13 gennaio del 1995 c'era stato il confronto tra il finto pentito e tre collaboratori doc, Gioacchino La Barbera, Totò Cancemi e Santino Di Matteo. Le deposizioni erano state registrate in 19 bobine. Un confronto importante, nella fase precedente al primo processo Borsellino, la cui sentenza è datata a un anno dopo, nel gennaio del 1996.
Da quei verbali, come già dalla relazione dei pm Boccassini e Saieva, emergeva il fatto che, messo davanti a tre boss di un certo rilievo, Scarantino era in seria difficoltà, perché neppure lo conoscevano. Era caduto continuamente in contraddizione, non sapeva neppure dove fosse quella via D'Amelio in cui diceva di aver portato l'auto imbottita di tritolo. Bene, anche quei verbali erano spariti, e all'avvocato Rosalba Di Gregorio, che difendeva alcuni imputati accusati ingiustamente, che ne chiedeva copia, i procuratori di Palermo e Caltanissetta rispondevano con un assurdo ping-pong rimbalzandone la custodia e la responsabilità l'un l'altro. Solo al Borsellino-ter le carte sono ricomparse, quando forse era tardi.
Quindi: le torture che hanno creato il "pentito", la relazione sparita dei pm come Boccassini e Saieva che avevano denunciato l'imbroglio, il confronto con tre boss che l'avevano smascherato. Tutto questo dimostra che fin dal 1994-95 le indagini avrebbero potuto prendere un'altra strada. E avremmo potuto mettere insieme già un bel numero di nomi di magistrati, Tinebra, Lo Forte, Petralia, Palma, Di Matteo, Caselli, quelli che hanno voluto credere al fatto che per uccidere Borsellino fosse sufficiente assoldare un piccolo spacciatore del quartiere della Guadagna di Palermo. E che questa testimonianza, ottenuta con le torture, bastasse a costruire processi, a mostrare all'opinione pubblica la verità sulla strage di via D'Amelio.
Del resto hanno avuto ragione. E ai loro nomi occorre aggiungere tutti quelli di pm e pg e giudici togati e popolari che hanno seguito lo stesso percorso. Fino al Borsellino-quater e la deposizione di Gaspare Spatuzza.
Possiamo tralasciare il fatto che lo stesso Scarantino, da un certo momento in avanti, cominciò a ritrattare e a raccontare chi gli dava i suggerimenti alla vigilia di ogni interrogatorio. Perché nel frattempo dei pm che gestirono le deposizioni di Scarantino e che sono stati indagati per i depistaggi, Petralia e Palma hanno avuto la soddisfazione di veder archiviata la propria posizione, mentre Di Matteo è rimasto sempre solo testimone. Era giovane, si sa.
Ma l'assassinio di mio padre era così poco importante da esser affidato a un pm ragazzino, si è domandata Fiammetta, l'indomita figlia del magistrato assassinato. È grazie alle iniziative sue e di sua sorella Lucia, che apprendiamo l'ultimo passaggio del Complotto di Stato, che coinvolge quello che fu un vertice della magistratura, il procuratore generale Riccardo Fuzio, poi costretto alle dimissioni in seguito alla vicenda Palamara e la riunione all'hotel Champagne.
Nel 2018 le due sorelle avevano inviato all'alto magistrato tutta la documentazione (quel che abbiamo finora raccontato e magari molto altro), nella speranza che esercitasse il suo potere di iniziativa disciplinare. Che cosa ha fatto l'impavido magistrato? Prima il nulla, per un intero anno, e poi il peggio, con una lettera ipocrita, mentre aveva già un piede fuori dal palazzo. Avrei voluto (ma ahimè ora non posso più) parlarne all'inaugurazione dell'anno giudiziario, scrive.
E loro gli rispondono no grazie, non di celebrazioni ha bisogno la memoria di nostro padre, ma di assunzioni di responsabilità. E del resto, che cosa ha fatto il Csm nel 2017, quando lo imponeva la vergogna di quel che era emerso nel processo Borsellino-quater con la sua verità? Ammuina, racconta con un po' di vergogna Luca Palamara nel libro. Perché? Perché aleggiava il nome di Di Matteo. Che era ed è molto potente. Ecco come vanno le cose, da trent'anni a questa parte. Ecco perché, tutto sommato, temiamo che non cambierà mai niente anche se, oltre al dito, ora noi, ma anche l'attuale Csm o il Pg in carica, abbiamo guardato anche la luna. Cioè il Complotto di Stato.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2022
Per la Cassazione, sentenza n. 4616 depositata ieri, restano escluse dalla rilevanza penale solo condotte realmente prive di offensività rispetto all'integrità psico-fisica. Focus delle Sezioni unite sul concetto di "utilizzazione" del minore nella realizzazione di materiale pedopornografico. Secondo la sentenza n. 4616 depositata oggi "si ha utilizzazione del minore allorquando, all'esito di un accertamento complessivo che tenga conto del contesto di riferimento, dell'età, maturità, esperienza, stato di dipendenza del minore, si appalesino forme di coercizione o di condizionamento della volontà del minore stesso, restando escluse dalla rilevanza penale solo condotte realmente prive di offensività rispetto all'integrità psico-fisica dello stesso".
Sulla base di questo principio di diritto la Suprema corte ha assolto un uomo condannato ex articolo 600-ter (Pornografia minorile), primo comma n. 1, cod. pen. ritenendo che il fatto non sussiste. L'articolo così recita: "È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque: 1) utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico; [...]".
La condanna era derivata dal fatto che l'imputato, maggiorenne, era stato ritenuto colpevole di aver utilizzato la minore, all'epoca quindicenne, con la quale aveva una relazione intima, per la produzione di materiale pornografico. Secondo il G.u.p. di Roma tali condotte integravano anche i reati di cui all'art. 600-ter, quarto comma e 600-quater, cod. pen., a causa dell'invio del materiale nuovo fidanzato della ragazza ma li aveva ritenuti assorbiti nell'art. 600-ter, primo comma, cod. pen. La Corte di appello aveva poi confermato la decisione considerando non rilevante, e comunque non scriminante, che la minore, secondo quanto dalla stessa dichiarato innanzi al G.U.P., avesse acconsentito sia alla realizzazione delle immagini sia all'invio.
Di diverso avviso le S.U. che al termine di una lunga disamina affermano che la sentenza del G.U.P. si è limitata ad escludere "in via di principio l'efficacia scriminante o esimente del consenso della minore alla realizzazione del materiale in contestazione senza, quindi, alcun ulteriore approfondimento sulle modalità di esso e sul contesto in cui è maturato". La Corte di appello, nel rigettare l'impugnazione, ha continuato "a non confrontarsi con le deduzioni del ricorrente che facevano leva sulla assenza di fattori condizionanti la volontà della minore, sicuramente consenziente alla realizzazione del materiale; con la riconducibilità del fatto all'autonomia sessuale della coppia; con il fatto che il materiale era stato realizzato nell'ambito di un rapporto sentimentale ancora perdurante".
La Corte di merito, prosegue la sentenza, non ha neppure ritenuto necessario procedere all'audizione della giovane "per chiarire le circostanze in cui è maturata la decisione di realizzare il materiale erotico". Ma si è limitata a svolgere "considerazioni di principio" e a richiamare decisioni di legittimità "sulla mancanza di efficacia scriminante del consenso della minore", al contrario "ritenendo di per sé sintomo di fragilità della minore la predisposizione alla realizzazione e divulgazione del materiale pornografico".
Per la Suprema corte, dunque, la sentenza si pone in evidente contrasto con i principi già affermati dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 52815 del 2018 e con quelli in precedenza sviluppati non avendo proceduto a verifiche di sorta, in ordine ai profili indicati. In quella decisione le S.U. hanno infatti affermato che: "Il discrimine fra il penalmente rilevante e il penalmente irrilevante ... non è il consenso del minore in quanto tale, ma la configurabilità dell'utilizzazione". Ed il termine - "utilizzando" - contenuto nell'articolo 600 ter comma 1 codice penale che ha sostituito il termine "sfruttare" chiarisce che l'assoggettamento del minore non deve essere necessariamente determinato da finalità di lucro, tuttavia richiede pur sempre piano concettuale la verifica condizione di asservimento per un vantaggio altrui. Mentre per quanto riguarda l'invio dei file al nuovo fidanzato, la Corte ha ribadito che "la diffusione verso terzi del materiale pornografico realizzato con un minore degli anni diciotto integra il reato di cui all'art. 600-ter, terzo e quarto comma, cod. pen. ed il minore non può prestare consenso ad essa". Ma in questo caso il reato è stato giudicato prescritto.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 febbraio 2022
Accolta la richiesta di scarcerazione dell'ex parlamentare di Forza Italia, rispedito in cella dopo la lettera appello a Mara Carfagna. Torna a casa Giancarlo Pittelli, ex deputato di Forza Italia e penalista, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo Rinascita-Scott. Pittelli si trovava da oltre due mesi in carcere, dopo aver scritto una lettera indirizzata alla ministra per il Sud Mara Carfagna, alla quale chiedeva aiuto.
Un appello fuori dalle regole, disperato, che si era rivelato un boomerang, data la scelta della ministra di consegnare la missiva all'Ispettorato di Pubblica sicurezza di Palazzo Chigi, che ha dunque inviato il tutto alla Questura di Catanzaro. Da lì l'intervento della Dda guidata da Nicola Gratteri, che aveva chiesto e ottenuto una misura più dura, rafforzando la propria idea di avere a che fare con un uomo che agisce consapevolmente al di fuori delle regole. Le giudici del Tribunale di Vibo Valentia Gilda Danila Romano, Germana Radice e Francesca Loffredo hanno accolto la richiesta dei difensori dell'ex parlamentare, Guido Contestabile e Salvatore Staiano, che hanno evidenziato le precarie condizioni di salute del penalista, da giorni in sciopero della fame contro accuse da lui definite "folli".
Nella decisione, le giudici hanno evidenziato che "il tempo trascorso dal momento della riapplicazione della massima misura custodiale nonché il complessivo comportamento dell'imputato possono far esprimere, allo stato, un giudizio prognostico favorevole di resipiscenza del Pittelli in punto di futuro rispetto delle prescrizioni sullo stesso gravanti", motivo per cui può "ritenersi che le esigenze cautelari derivanti dalle contestazioni formulate nei confronti dell'imputato possono essere utilmente fronteggiate con la misura cautelare degli arresti domiciliari". Rimane il divieto di comunicazione "con alcun mezzo, anche telefonico o telematico con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono". Pittelli potrà comunque partecipare alle udienze del processo Rinascita-Scott "libero e senza scorta".
L'ex parlamentare era stato arrestato il 19 dicembre 2019, misura poi sostituita dagli arresti domiciliari dal Riesame. Una nuova ordinanza di custodia cautelare nell'ambito dell'inchiesta "Mala Pigna" lo fece però finire nuovamente in carcere il 15 novembre scorso, salvo poi la revoca della misura il successivo 7 dicembre. Ma la lettera indirizzata alla ministra lo aveva fatto finire di nuovo a Melfi, dove aveva dunque iniziato la sua protesta. Al suo fianco si sono schierate centinaia di persone, che hanno aderito all'iniziativa lanciata dal "Comitato promotore dell'appello per Giancarlo Pittelli", presieduto dell'ex penalista Enrico Seta. L'appello aveva superato le 1500 firme, tra le quali si contano anche quelle di 25 parlamentari. Nei giorni scorsi, inoltre, il penalista aveva ricevuto in carcere la visita del Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, che lo aveva invitato a interrompere la sua protesta.
corrieresalentino.it, 10 febbraio 2022
Si tolse la vita impiccandosi all'interno del carcere di Teramo dove Cosimo Intrepido, un 31enne di Trepuzzi, si trovava detenuto. Quella morte, però, non è andata ad infoltire la fredda e cruda casistica dei suicidi avvenuti nei penitenziari italiani.
La Corte d'Appello del Tribunale di L'Aquila ha infatti condannato il Ministero di Grazia e Giustizia e quindi il carcere al risarcimento del danno in favore del giovane per omessa vigilanza. Per ricostruire l'intera vicenda bisogna fare un passo indietro negli anni. Al 2009, per l'esattezza quando il salentino si trovava in carcere per una rapina, (compiuta con un'arma giocattolo), ai danni di una donna in via Dalmazia Birago, a Lecce. Condannato in primo grado ad otto anni e mezzo di carcere, il giovane, in Appello, il 9 luglio del 2010, ottenne uno sconto di pena "alleggerita" a 4 anni.
La tragedia si verificò nel carcere di "Castrogno" il 29 giugno del 2011 quando Intrepido si impiccò all'interno della propria cella. Sin da subito le circostanze di quel suicidio apparvero poco chiare. Affetto da una "psicosi maniacale" e da un disturbo bipolare della personalità così come evidenziato in un verbale dell'Asl del 7 dicembre 2010, Intrepido aveva già tentato il suicidio un anno prima tentando di tagliarsi le vene. Secondo i suoi familiari assistiti dagli avvocati Giuseppe Rampino e Antonio Savoia, proprio in virtù di questo primo campanello d'allarme, non sarebbe stata predisposta un'adeguata vigilanza o un trasferimento in una comunità terapeutica del loro consanguineo.
Avvisaglie di una tragedia annunciata, verrebbe da dire, e l'impiccagione del detenuto, seguendo tale ragionamento, sarebbe stata figlia di una combinazione di fattori: successiva mancanza di una idonea sorveglianza e totale inadeguatezza nelle cure prestate al 31enne. Lo stato di insofferenza di Intrepido al regime carcerario sarebbe stato poi confermato da una lettera con cui lo stesso giovane chiedeva di essere trasferito presso il Cim di Squinzano per poter curare la patologia e avvicinarsi così ai suoi figlioletti. Ci sarebbe anche una seconda missiva scritta di proprio pugno da Intrepido per descrivere la sua insofferenza in cui sottolineava che "non fa niente che sono lontano dalla mia regione ma vi prego di farmi partire da questo carcere".
E per i giudici della Corte d'Appello sarebbe venuto meno il rispetto della frequenza temporale minima dei controlli cui sottoporre il detenuto anche al fine "di prevenire atti di autolesionismo e gesti autosoppressivi in considerazione del suo stato psicologico. Il rispetto delle prescrizioni - si legge sempre nelle motivazioni - avrebbe invece più probabilmente che non, se non reso impossibile l'attuazione della condotta autosoppressiva evitato che essa sfociasse nell'esito letale purtroppo verificatosi".
di Maurizio Cirillo e Paola Calvano
Il Centro, 10 febbraio 2022
Chiusa l'inchiesta sulla morte del dirigente del Dipartimento salute mentale della Asl di Pescara. Per il pm, la tragedia poteva essere evitata se lo psichiatra arrestato fosse stato sorvegliato a vista. Il suicidio in carcere, a Vasto, di Sabatino Trotta, lo psichiatra e dirigente della Asl di Pescara arrestato il 7 aprile dello scorso anno nell'ambito di una inchiesta della procura pescarese, poteva essere evitato.
A questa conclusione è giunto il sostituto procuratore di Vasto, Michele Pecoraro che, prima di lasciare il suo incarico, ha firmato l'avviso di conclusione delle indagini con il quale, per quella morte, punta il dito sulla direttrice del carcere di Torre Sinello, Giuseppina Ruggero, e su un suo agente addetto alla sorveglianza dei detenuti, Antonio Caiazza, accusati di concorso in omicidio colposo, per una serie di omissioni, anche clamorose, che avrebbero permesso al detenuto eccellente di superare il rigido protocollo che si applica ai detenuti al loro ingresso in carcere.
La Ruggero, in particolare, "dopo la prima visita di medicina generale, richiedeva un colloquio immediato del detenuto presso di sé, inducendo in tal modo il Trotta a chiedere il differimento del colloquio psicologico" e tutti gli altri passaggi obbligati. E il clamore della vicenda emerge soprattutto dal fatto che nessuno sottopose Trotta a una accurata perquisizione, tanto che gli venne lasciato il laccio del pantalone della propria tuta con il quale lo psichiatra si impiccò: morte che, secondo l'autopsia, avvenne per "asfissia meccanica violenta da impiccamento".
E non meno grave è il fatto che il detenuto aveva con sé della sostanza stupefacente. Nell'imputazione, infatti, si contestano alla direttrice una serie di omissioni legate al fatto che, dopo la visita medica, la Ruggero fece saltare a Trotta tutto l'iter procedurale che lo avrebbe dovuto portare alla visita dello psicologo, e a quella dello psichiatra che avrebbe individuato i fattori di rischio: addirittura al detenuto sarebbe stato concesso di tenere in cella un televisore funzionante che trasmetteva tutte le notizie sul suo arresto, con tutti i particolari.
"Omettendo", si legge nel capo di imputazione, "di accertarsi che il detenuto nuovo giunto avesse completato il previsto percorso di accoglienza e sostegno, interrompendo in tal modo l'espletamento del preliminare colloquio di Trotta con lo psicologo presente in quel momento in istituto, che si sarebbe dovuto svolgere nel più breve tempo possibile, impedendo pertanto il ritiro di oggetti pericolosi nella disponibilità del Trotta, tra cui il laccio dei pantaloni della tuta, utilizzato dal predetto per compiere il gesto suicidario, nonché impedendo la perquisizione accurata del Trotta e la sua sottoposizione al regime di "grande sorveglianza" o di "sorveglianza a vista", tenuto anche conto del fatto che il Trotta assumeva cocaina all'interno della propria cella poco prima di togliersi la vita". E questa ultima circostanza venne fuori dall'esame tossicologico, che è stato coperto sempre da massimo riserbo, fatto in sede di autopsia. Ma nonostante tutto, il suicidio poteva ancora essere evitato, soltanto se ci fosse stata quella sorveglianza a vista prevista in casi del genere.
Mentre invece l'inchiesta avrebbe accertato che l'agente addetto alla sorveglianza "dalle ore 20,43 alle ore 23,34 ometteva di fare ingresso nella predetta sezione a lui assegnata dove era ubicata anche la cella n. 8 del Trotta, e ometteva pertanto di provvedere attentamente alla sorveglianza del detenuto, attività facilmente esperibile, anche mediante l'apposito spioncino insistente sulla parete della cella del Trotta, che avrebbe potuto prevenire il suicidio, atteso che Trotta aveva avuto il tempo di porre lo sgabello sotto la finestra, di legare il laccio del proprio pantalone al gancio della finestra, nonché di assumere cocaina poco prima di compiere il gesto suicidario". Violando così ogni regola del "piano locale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti".
L'avvocatessa Marisa Berarducci di Vasto, che assiste con il collega Cristiano Bertoncini gli indagati, contesta l'accusa. La difesa parla di condotta rispettosa del detenuto e condizionata dalle norme anti-Covid. Adesso i legali avranno 20 giorni di tempo per presentare memorie o chiedere l'interrogatorio.
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