di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 11 febbraio 2022
Oggi in Consiglio dei ministri la tanto attesa riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Polemiche nella maggioranza perché Draghi e Cartabia tengono nascosti i testi degli emendamenti. Mediazioni fino alla fine, poi nel preconsiglio la novità che lo stop alle funzioni giurisdizionali varrà non solo per i magistrati eletti ma anche per quelli con incarichi politici di governo o nelle giunte.
Appuntamento al buio, ma di buon mattino. Oggi il Consiglio dei ministri, convocato insolitamente di venerdì e molto insolitamente alle 9.30, dovrà dare il via libera agli emendamenti della ministra Cartabia, la famosa e tanto attesa riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario. Un via libera politico, perché non ci sarebbe alcun bisogno di un'approvazione tecnica da parte del consesso di governo trattandosi di emendamenti ministeriali, che infatti in tutti gli altri casi passano direttamente dagli uffici dei dicasteri alle commissioni parlamentari. Con questa scusa ufficiale, perché non si tratta di un passaggio formale, palazzo Chigi ha potuto lasciare al buio i partiti di maggioranza, non trasmettendo fino a tarda sera i testi sui quali i ministri sono chiamati a esprimersi stamattina.
Ma la vera ragione è che le mediazioni sono state tante e la ministra, che si è guadagnata la stima dei vari responsabili giustizia "anche per la pazienza", è dovuta intervenire sui commi fino all'ultimo. La riunione del preconsiglio si è tenuta così fuori dall'orario utile per i tg e i giornali, ma ai ministri e per quella via alle forze politiche è arrivata comunque la notizia di un ulteriore e finale inasprimento delle regole per il ritorno in magistratura.
Ricapitoliamo. I partiti conoscevano da qualche giorno le intenzioni di Marta Cartabia, che li aveva incontrati martedì sera per riferire oralmente quello che era stato deciso negli incontri tra lei, Draghi e il sottosegretario Garofoli. Stop alle cosiddette "porte girevoli" nel senso che un magistrato eletto (al parlamento o al consiglio regionale o comunale) oltre alla naturale incompatibilità durante il mandato non sarebbe mai più potuto tornare nelle funzioni giurisdizionali, ma avrebbe mantenuto la qualifica di magistrato a disposizione però della pubblica amministrazione. Da questo regime fino a ieri sera erano esclusi i magistrati chiamati a svolgere incarichi politici non elettivi come ministri, sottosegretari, assessori, capi di gabinetto e i magistrati candidati alle elezioni ma non eletti.
Troppo poco per i 5 Stelle (il cui ex ministro Bonafede è l'inventore di questo "ruolo speciale" per magistrati fuori dalla giurisdizione, non ben definito) e per il centrodestra. Il Pd fino all'ultimo ha chiesto regole stringenti e paletti severi, del resto previsti anche nella proposta che la ministra aveva ricavato dal lavoro della commissione Luciani (da 3 a 5 anni di stop alla carriera), ricordando però la necessità di rispettare l'articolo 51 della Costituzione: "Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro". Ieri sera tardi, invece, ecco la notizia che il muro sarà alzato anche per i magistrati chiamati in incarichi politici, "salvando" solo quelli che si candidano senza risultare eletti. Resta da vedere l'effetto concreto di questa norma che potrebbe tanto scoraggiare i magistrati dal collaborare con le amministrazioni, tanto al contrario - se il ruolo speciale dovesse rivelarsi un comodo limbo - incoraggiarli eccessivamente.
Nessuna novità invece, rispetto alle anticipazioni orali della ministra, per quanto riguarda la nuova legge elettorale per la componente togata del Csm, che salirà a 20 consiglieri (più dieci laici e primo presidente e pg della Cassazione). Il sistema sarà ancora il maggioritario (quello attuale) con due posti per le toghe di Cassazione, 4 per i pm e 14 per i giudici, categoria all'interno della quale 6 posti saranno assegnati (novità) con un recupero proporzionale. Con voto singolo, sperando così di consentire l'elezione anche di candidati autorevoli e conosciuti sul territorio ma al di fuori delle correnti.
Nel pomeriggio tanto Forza Italia, quanto la Lega, Azione e i 5 Stelle avevano protestato per la mancata condivisione dei testi definitivi. Arrivando a minacciare le mani libere. Tutto questo dovrebbe rientrare stamattina davanti a Draghi, anche se in passato Cartabia aveva detto che nemmeno questi emendamenti così faticosamente mediati sarebbero stati considerati blindati nei loro passaggi in parlamento. Il tempo è poco, a luglio sono previste le elezioni del nuovo Csm, da mercoledì prossimo la commissione giustizia comincerà l'esame degli emendamenti. In attesa di quelli del governo ce ne sono già quattrocento, trecento dei quali di maggioranza.
di Francesco Grignetti e Ilario Lombardo
La Stampa, 11 febbraio 2022
Dopo le polemiche, il premier è pronto a cambiare il testo. Stop al rientro in magistratura anche per ministri e assessori. Sarebbe stata una clamorosa sconfessione. Più della metà dei ministri presenti aveva ricevuto l'ordine di astenersi su un punto qualificante della cruciale riforma del Csm; la quasi totalità dei partiti della maggioranza, tolto il Pd, aveva dichiarato di essere contraria alle indiscrezioni su un blocco solo parziale per le "porte girevoli" tra politica e magistratura. In queste condizioni le probabilità di una drammatica spaccatura nel Consiglio dei ministri di oggi sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura sono state, per tutta la giornata di ieri, altissime.
Nel calcolo dei costi-benefici Mario Draghi ha capito che lo scontro avrebbe avuto un prezzo politicamente troppo alto, e così ha preferito cedere su quel punto della riforma che non metteva d'accordo nessuno nella coalizione. Almeno così sembrava ieri sera quando è stato annunciato che il pre-consiglio dei ministri previsto per le nove di sera sarebbe slittato a questa mattina alle 8.30. Segno che le complicazioni sono ancora tante e un accordo blindato non c'è.
Ma se le anticipazioni verranno confermate, ministri, sottosegretari e assessori non saranno più esentati dalla tagliola che prevede di bloccare le "porte girevoli". Cariche elettive e incarichi di governo saranno equiparati. Significa che qualunque toga accetti di entrare a far parte di una giunta o di un governo, anche senza passare da una candidatura e un'elezione, una volta conclusa l'esperienza politica, non potrà tornare in servizio dove era prima. Previsto un limbo di 3 anni per quelli che si candidano ma non vengono eletti.
Fino a ieri mattina, la formulazione concordata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia con il presidente del Consiglio Mario Draghi prevedeva il divieto per i soli deputati, senatori e consiglieri regionali e comunali. Non per quelle toghe chiamate "figure tecniche", anche se avessero rivestito cariche da ministro, o di assessori chiamati da un sindaco o da un presidente di Regione. Secondo un primo giudizio della ministra, non ci sarebbero stati vincoli al rientro in toga perché formalmente non eletti. Una differenziazione che ha subito scatenato nei partiti le peggiori malignità su tutti i "tecnici" che ruotano attorno al governo.
Qualcuno ha avanzato persino il sospetto che si nascondesse una norma ad personam, volta a tutelare la carriera del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, giudice amministrativo. Palazzo Chigi rifiuta però questa interpretazione della norma che La Stampa ha raccontato ieri in un articolo, ricostruendo i dubbi e la forte contrarietà del M5S, di Forza Italia e della Lega, e anche del deputato di Azione Enrico Costa, il più battagliero di tutti: "Si tratta di una palese contraddizione che va sanata".
Pure Giulia Bongiorno, a nome della Lega, aveva detto il suo "no". La modifica del testo dovrebbe avvenire oggi in pre-consiglio, dove finalmente i partiti potranno avere sotto gli occhi un testo della riforma. Altro motivo di rabbia tra gli azionisti della maggioranza. Lo prova l'avvertimento esplicito di Antonio Tajani, coordinatore di Fi: "I nostri ministri non voteranno se non ci sarà un testo scritto che possa essere esaminato in maniera approfondita. Non si può votare una riforma così delicata senza avere il testo legislativo di fronte". Una richiesta che è arrivata identica da tutti i partiti e che ha costretto il governo a intervenire sul testo, facendo così slittare per ben due volte il pre-consiglio. Forza Italia e la Lega vogliono capire anche come sarà definita l'altra grande questione che agita i rapporti tra magistrati e politica: la legge elettorale con cui si sceglierà la futura composizione del Csm e che negli ultimi anni è stato il veicolo dello strapotere delle correnti. Forza Italia insiste per il sorteggio. E anche il M5S è tentato. Contrario invece il Pd. Secondo la ministra, il sistema che è stato proposto (maggioritario binominale, con forte attenzione a garantire la parità di genere, e con correttivo proporzionale) dovrebbe scompaginare i giochi delle correnti.
Giornata di tensioni, insomma. Nella fotografia di Draghi alla plancia di comando della pilotina della Guardia Costiera, mercoledì a Genova, c'era il desiderio di mostrare saldamente la guida del governo. Ma sulla giustizia, sulle concessioni ai balneari, persino sul decreto che proroga lo stato di emergenza per il Covid, dove il governo è andato sotto per ben due volte, la barca resta esposta alle tempeste dei partiti.
di Liana Milella e Conchita Sannino
La Repubblica, 11 febbraio 2022
I partiti la spuntano sul nuovo Csm: i magistrati in politica dovranno per sempre rinunciare alla toga. "Pausa" di 2 anni per chi lavora nei ministeri". Tutti i magistrati che scendono, o anche solo entrano in contatto con la politica perché cooptati in ruoli di governo, dovranno rinunciare alla toga. E lavorare nei ministeri, da Palazzo Chigi, alla Giustizia, a tutti gli altri. Nella riforma del Csm targata Marta Cartabia non ci saranno più eccezioni.
E perfino i capi di gabinetto - proprio come chiedeva la legge dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede - potranno sì continuare a fare i magistrati, ma solo dopo essere rimasti nel "congelatore" per due anni. Non c'è da temere, tuttavia, per i giudici che oggi sono coinvolti nel governo, perché per loro - come indicava la stessa Bonafede - interviene una norma transitoria che li "salva". La legge, com'è ovvio, riguarderà il futuro. Nel quale le "porte girevoli" tra magistratura e politica si chiuderanno definitivamente. Tranne per chi si candida e non viene eletto: in quel caso, manterrà la funzione, ma in un'area diversa rispetto a quella in cui è sceso nell'agone.
Sono ormai passate le 20 quando, a Palazzo Chigi, dopo una giornata di grande tensione, in attesa di un pre-Consiglio dei ministri che anticiperà, stamattina, la riunione del governo, il premier Mario Draghi affronta quello che montava già come possibile terremoto per il governo su Giustizia e riforma Csm. Perché tutti i partiti, a partire da Azione, che con Enrico Costa ha agitato le acque e messo in allarme anche il M5s - sul fatto che la Bonafede stava per essere stravolta - e poi Lega e Forza Italia, si erano messi contro una riforma che avrebbe presentato una falla. Mentre i magistrati eletti in Parlamento avrebbero dovuto rinunciare definitivamente alla funzione giurisdizionale, non potendo più tornare a fare né i giudici né i pm, quelli cooptati politicamente - un ministro o un sottosegretario - sarebbero potuti tornare indietro, rivestendo la toga.
Il caso ha pure un nome e un cognome. È quello del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, consigliere di Stato, alle spalle già una lunga carriera fuori ruolo come capo di gabinetto (a Palazzo Chigi, e anche al Mef). Ed è proprio colui che - sia per questa riforma, sia per quelle precedenti del penale e del civile - ha rappresentato l'interfaccia tra il premier e la ministra Cartabia. La nuova legge lo avrebbe avvantaggiato consentendogli di restare nei suoi panni professionali, tant'è che tra i partiti contrari - M5S, Lega, Forza Italia, Azione - risuonava l'antico lessico dell'era berlusconiana, "lodo" Garofoli.
Invece non sarà così. A differenza dello scontro sull'improcedibilità dei processi penali, che ha visto in prima linea il M5S, su questo punto quasi tutti erano contrari. "Se resta così il nostro voto non è scontato" avverte subito Costa. E Giulia Sarti, responsabile Giustizia del M5S, fedelissima di Bonafede, è nettissima: "Non esistono motivazioni giuridicamente e politicamente valide per queste esenzioni. Si tratterebbe solo di norme ad personam, e ne abbiamo già avute abbastanza in passato".
È di poche parole ma affilate anche Giulia Bongiorno, la senatrice longa manus di Salvini per la giustizia, che non lascia spazi di trattativa. "Noi vogliamo lo stop per tutti". E aggiunge: "La Lega vuole chiudere le porte girevoli: una volta che un magistrato decida di entrare in politica non può più ritornare a vestire la toga".
Il Pd, anche se non si appassiona allo scontro sul sottosegretario, condivide tutto l'assunto della proposta Cartabia. E chiede comunque "paletti severi". Boccia la contemporaneità tra carica elettiva e funzione giudiziaria, dice no alle candidature nello stesso distretto in cui si è svolta la funzione di giudice. Ma al contempo consiglia di non violare l'articolo 51 della Costituzione che garantisce il posto di lavoro. Sul destino dei "Garofoli" ricorda che "necessariamente la legge dovrà avere una norma transitoria".
Quella che appunto viene prevista a Palazzo Chigi. E qui la memoria non può che andare al recente passato: quando, a fare una mossa sulla faccenda, è stato proprio l'attuale vice presidente del Csm David Ermini, allora nella veste di deputato e responsabile Giustizia del Pd. Fu lui a firmare un emendamento che nella scorsa legislatura, nel tentativo (fallito) di approvare una legge sulle porte girevoli, chiedeva di equiparare tutte le figure, sia quelle elette, sia quelle scelte, sia i capi di gabinetto. Tutti comunque impossibilitati a tornare indietro, dopo il contatto con la politica.
di Daniela Mainenti*
Il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2022
Osservava François La Rochefoucauld che "L'ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù". Ed è già atto ipocrita disprezzarla, perché essa è ciò che rende la vita e la convivenza possibili non ferendo inutilmente l'altro e dicendo qualche bugia per evitare conflitti. Nella vita privata, poi, un po' di tacita ipocrisia è elemento di valore morale e buone maniere.
Nella vita pubblica, nelle funzioni di rilievo pubblico e in politica, invece, è un'altra faccenda. Di chi ricopre un ruolo pubblico si vuol conoscere tutto, il vero dietro la maschera del potere, al di là del cliché sui vizi privati e sulle pubbliche virtù. Non si scomodino, però, La Rochefoucald, o l'Ambiguity of Hypocrisis di Simone De Beauvoir o il Political Hypocrisy: The Mask of Power di David Runciman per giungere a elogiare l'ipocrisia nella sua forma meno distruttiva.
In un'epoca in cui inneggiamo alla trasparenza dei sistemi cosiddetti democratici, solo chi governa con pugno totalitario è davvero sincero nell'affermare la supremazia del potere. Perché, come diceva Thomas Hobbes, la politica è necessariamente un sipario di maschere, e, purtroppo, di parecchi autoinganni. Ma se la politica è la più complessa delle attività dell'uomo, nell'intricata danza fra ipocrisia e anti-ipocrisia, a noi spetta scegliere quali ipocriti vogliamo al potere e stabilire noi stessi fino a che punto l'ipocrisia deve preoccupare, o meno, e quando supera il limite. Per esempio, non c'è maggiore ipocrisia dell'impegno a ridurre l'emissione di carbonio mentre allo stesso tempo si lasciano libere le lobby di incrementarla.
È nel teatro greco che nasce l'ipocrisia (gli ipocriti erano attori classici, il termine hypokrisis significava "interpretare una parte") ma se, dal punto di vista della religione, è considerata un peccato capitale, le menzogne, le mezze verità, i double standard permettono alla democrazia di funzionare.
Insomma, la politica, così come qualsiasi ribalta pubblica, anche quella che sembra la più integra, è un mestiere che non pratica ciò che predica. Da qui il destro al giornalismo investigativo, o bigotto, o giustizialista, o al contrario garantista, ossequioso o servente perché il pubblico, grazie all'informazione, deve aver fiducia in chi regge il timone del Paese. Nella storia non esistono prove concrete di un governo che ha potuto governare senza straordinari esercizi di ipocrisia. O si opera sulla base del compromesso o si precipita nell'anarchia, e il compromesso basilare è la finzione dei governanti di essere in accordo con l'opinione dei governati. In ciò riposa l'equilibrio dei poteri.
In questo senso occorre essere "sinceramente falsi" e, tra tante ipocrisie mascherate da verità, bisogna però imparare a distinguere perché, come dichiarava George Orwell: "Fin che la spada è nel fodero la corruzione non può superare un certo limite... E l'ipocrisia è una potente salvaguardia, è un simbolo di quel misto di realtà e illusione, democrazia e privilegio... è la rete sottile di compromessi che tiene intimamente unita la nazione". Non a caso, chi abbia tentato o anche solo provato a scalfire tale forma di salvaguardia si ritrova oggi curiosamente indagato.
Ma è proprio Hobbes che ci spiega come affrontare il vizio moderno, questa sorta di "ipocrisia al potere". Per Hobbes i governanti non dovevano credere in nient'altro che nell'idea che la politica, come i suoi sottogoverni e altri poteri, debba essere organizzata su basi razionali senza mai offuscare la distinzione fra la maschera e la persona dietro la maschera, altrimenti è un'ipocrisia colpevole, anzi, la più sciocca, perché si specchia, come Narciso, nell'autoinganno. Oggi si sente il bisogno di politici sinceri, di magistrati sinceri, di dirigenti sinceri, di giornalisti sinceri, ma solo in rapporto al sistema di potere in cui vengono a trovarsi, sinceri ma solo nel desiderio di mantenere la stabilità e la durabilità del sistema, anche al prezzo della loro abilità di dire ciò che intendono e intendere ciò che dicono.
Questo vale sia per la politica democratica sia per ogni altra. I politici, i magistrati, le classi dirigenti devono recitare una parte, ma una parte che rispecchi le esigenze del sistema. Purché non si sfiori l'ipocrisia individuale, quella privata, che non deve contare, perché una certa dose di ipocrisia personale è inevitabile. Eppure, guarda caso, a volte essa si scopre parecchio rilevante, anzi quasi la ragione determinante, quando scoppia il bubbone. Dopotutto, per Hobbes, in democrazia bisogna diffidare di coloro che scambiano la sincerità personale a scapito della sincerità circa il potere stesso. Quella sarebbe appunto l'origine del peggiore autoinganno: arrivare perfino a credersi sincero.
E allora, per esempio, dice forse bene il Prof. Giorgio Spangher, a proposito dei mali del Consiglio Superiore della Magistratura e dell'invadenza delle correnti, quando afferma: "Resti consolidato che stante un corpus di magistrati numericamente non elevato, la capacità di controllo delle appartenenze, anche in sede distrettuale, non presenta particolari difficoltà, con conseguente scarsa incidenza sui sistemi elettorali che si volessero introdurre". Con buona pace dell'affannoso e articolato dibattito nella magistratura italiana tra referendum, interni ed esterni, e veti di tutti i tipi e di tutte le maniere.
*Professore Straordinario in Diritto Processuale Penale Comparato
di Giulia Merlo
Il Domani, 11 febbraio 2022
Lo scontro tra magistratura e politica ha un nuovo epicentro ed è Firenze, proprio alla vigilia del consiglio dei ministri per il via libera alla riforma dell'ordinamento giudiziario. Ad incendiare il clima è stata la richiesta di rinvio a giudizio per undici indagati tra cui Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Luca Lotti, nell'inchiesta per finanziamento illecito ai partiti della fondazione Open. Il leader di Italia Viva ha considerato l'iniziativa dei magistrati come un attacco personale da parte della magistratura fiorentina che già ha indagato sulla sua famiglia nel caso Consip e poi false fatturazioni.
La reazione è stata immediata e inattesa: Renzi ha denunciato i magistrati per abuso d'ufficio, di cui si occuperà la procura di Genova per competenza sui magistrati fiorentini. Anche se lui spiega che il suo "non è un fallo di reazione", ma un modo per "ottenere giustizia" perché "io mi fido dei giudici, non di tutti". In realtà, gli attacchi ai magistrati che su di lui hanno indagato non riguardano l'inchiesta Open. Scrive l'ufficio stampa di Renzi che la richiesta di rinvio a giudizio di Open è "stata firmata dal procuratore Creazzo, sanzionato per molestie sessuali dal Csm; dal procuratore aggiunto Turco, che volle l'arresto dei genitori di Renzi poi annullato dal Tribunale della libertà e dal procuratore Nastasi, accusato da un ufficiale dell'Arma dei carabinieri di aver inquinato la scena criminis nell'ambito della morte del dirigente Mps David Rossi. Questi sono gli accusatori".
Le parole hanno immediatamente suscitato le reazioni dell'Associazione nazionale magistrati, che ha definito le parole di Renzi oltre "i confini della legittima critica e mirano a delegittimare agli occhi della pubblica opinione i magistrati", "non è tollerabile che siano screditati sul piano personale soltanto per aver esercitato il loro ruolo". Immediata anche in questo caso la controreplica di Renzi, che ha accusato l'Anm di silenzio, mentre "la mia vita è stata pubblicata e data in pasto sui giornali, è stata scardinata in violazione del segreto bancario, del segreto istruttorio e nel silenzio dell'Anm".
Il clima di scontro - È in questo clima di scontro, che inizia il cdm che contiene la riforma dell'ordinamento giudiziario. Il testo è stato il prodotto di paziente limatura da parte della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che ha dovuto trovare un punto di equilibrio tra le resistenze dentro la magistratura e le istanze dei partiti di maggioranza. Il risultato, però, rimane ancora non condiviso: se il centrosinistra sostiene il lavoro di Cartabia, il centrodestra è deciso a proporre una legge elettorale con sorteggio per i candidati del Csm e anche solo questo rischia di inceppare il percorso della riforma.
In questo quadro e contemporaneamente all'infuriare dello scontro tra Renzi e i magistrati fiorentini, l'ago della bilancia potrebbe diventare proprio Italia Viva. Nel corso dei mesi, il partito si è tenuto prudentemente a distanza, senza mai prendere posizione netta sulle anticipazioni alla riforma. "Non abbiamo ancora avuto un testo da poter leggere, per valutare con compiutezza tutte le previsioni", spiega la responsabile Giustizia, Lucia Annibali, che non si sbilancia sulla legge elettorale ma parla di "passo avanti" sulla questione delle porte girevoli, su cui però IV chiede paletti ancora più rigidi. "Aspettiamo comunque un testo per poterci pronunciare", dice.
Italia Viva allontana qualsiasi ipotesi di ripicca come conseguenza dello scontro sulle inchieste di Firenze. "Gli emendamenti sono stati depositati l'anno scorso", precisa Annibali. L'interrogativo, però, è tutto politico: posto che l'emendamento ministeriale di fatto riscriverà il testo base della riforma, si aprirà necessariamente un nuovo confronto parlamentare e Italia Viva negli ultimi passaggi parlamentari si è schierata quasi sempre con il centrodestra. Dalle regole sulle intercettazioni alla proposta di commissione d'inchiesta sulla magistratura, infatti, l'asse potrebbe consolidarsi anche sulla riforma del Csm.
Dalle file di Iv assicurano che ogni decisione verrà presa valutando il merito del testo che verrà depositato in parlamento e che nessun condizionamento verrà dalle vicende personali del leader. Oltre alla legge elettorale del Csm, alle regole per evitare le "porte girevoli" tra magistrati e politica, la riforma contiene anche nuove norme sulla valutazione di professionalità dei magistrati. Proprio quella che Renzi sembra mettere in dubbio nel caso specifico dei pm che su di lui hanno indagato, citando anche il caso di Enzo Tortora, "i cui persecutori hanno fatto carriera".
Certo è che, a prescindere dal possibile condizionamento concreto, lo scontro a colpi di dichiarazioni e atti giudiziari tra toghe e politica torna ad inasprire il clima intorno alla riforma. Nessun partito ha interesse a fermarla, cristallizzando così un sistema che è stato da tutti condannato, ma alla luce di questo nuovo cortocircuito il testo prodotto da Cartabia rischia di essere considerato troppo poco incisivo. E una maggioranza parlamentare potrebbe avere la forza numerica di inasprirlo, magari proprio nel meccanismo delle nomine.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 11 febbraio 2022
Arriveranno oggi in Consiglio dei ministri gli emendamenti alla riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm. Lo hanno stabilito il premier Mario Draghi la ministra della Giustizia Marta Cartabia dopo aver effettuato nei giorni scorsi un ultimo giro di consultazioni con i rappresentanti dei partiti che sostengono il governo. Uno dei temi maggiormente dibattuti è il rapporto fra toghe e politica. Lo slogan più gettonato di queste settimane è stato, infatti, "mai più un caso Maresca", riferendosi all'ex pm anticamorra della Dda di Napoli che si era candidato a sindaco, non venendo eletto, del capoluogo campano. Terminata l'aspettativa per la campagna elettorale, Maresca era tornato in servizio pur essendo il capo dell'opposizione a Palazzo San Giacomo.
Va detto che da oltre venti anni il Parlamento cerca di regolamentare le "porte girevoli" fra l'attività giurisdizionale e quella politica. È importante ricordare che, a parte i vari disegni di legge che sono stati presentati in questo ventennio e che non hanno mai visto la luce, il Csm aveva, nel lontano 2015, approvato all'unanimità un parere molto chiaro al riguardo. Come spesso capita ai pareri del Csm, però, non era stato preso in considerazione, rimanendo una interessante dichiarazione d'intenti. La Costituzione, ricordava il Csm, riconosce la particolarità del ruolo istituzionale dei magistrati, affidando alla legge la possibilità di limitarne il diritto di iscrizione ai partiti politici, ma nulla dice circa la possibilità di limitarne il diritto di partecipare, come candidati, alle elezioni politiche e/ o amministrative, o di assumere incarichi di governo a livello nazionale o locale. Né si esprime in merito alla possibilità di limitare o vietare per legge il rientro in ruolo dei magistrati che abbiano ricoperto cariche elettive. In altri termini, il magistrato gode, come cittadino, di tutti i diritti politici.
Fatta questa premessa, il punto dolente era il non aver mai previsto una aspettativa obbligatoria per la toga che avesse assunto incarichi politico- amministrativo elettivi presso gli enti locali territoriali quali quelli di sindaco, presidente della provincia o della regione, consigliere comunale, provinciale e regionale, presidente o consigliere circoscrizionale, o l'incarico di assessore. Il magistrato poteva e può, ad oggi, proseguire contemporaneamente nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali con il solo limite della diversità degli ambiti territoriali. Come per Maresca che è adesso in servizio a Campobasso.
Tale contestualità funzionale, proseguiva il Csm "è sicuramente in grado di inquinare l'immagine del magistrato che operi contemporaneamente in due settori della vita pubblica tanto diversi e ontologicamente alternativi". I ' suggerimenti' del Csm erano chiari: aspettativa obbligatoria per i magistrati che si fossero trovati nelle predette condizioni e divieto di accettare la candidatura nel posto dove avessero esercitato le funzioni prima che fosse trascorso un congruo periodo di tempo. Il parere, poi, indicava come non inconcepibile un divieto di ritorno alle funzioni giurisdizionali per gli eletti, sia al Parlamento sia a un Consiglio comunale. E, ancora, metteva paletti molti stringenti per agli assessori cosiddetti ' esterni', cooptati dal leader regionale o locale di turno, nel momento dell'assunzione dell'incarico, prevedendo cautele temporali più robuste per fugare il sospetto che funzioni giudiziarie precedentemente svolte avessero determinato la ' chiamata' da parte di titolari di cariche politiche.
Un aspetto, da quanto è dato sapere, non affrontato dalla riforma Cartabia e stigmatizzato dal deputato Enrico Costa (Azione) che ha già annunciato propri emendamenti. "E non dimentichiamo le toghe che svolgono incarichi fiduciari, tecnicamente si definiscono di diretta collaborazione, con esponenti politici di primo piano, come ad esempio i capi di gabinetto ed i capi degli uffici legislativi nei ministeri o nelle Regioni. Vengono scelti dal politico di turno, vanno fuori ruolo per il periodo del mandato, poi tornano serenamente nei Tribunali", ha anche ricordato Costa. Il parere del Csm terminava suggerendo la soluzione a tutti i problemi: "Il transito, alla fine della esperienza politica, nei ranghi dell'Avvocatura dello Stato o della dirigenza pubblica" o al più "l'esercizio delle funzioni giudicanti, con la previsione dell'obbligo di degnazione a funzioni collegiali". Il Csm di Luca Palamara aveva visto lungo. Chissà perché la politica ci arriva 7 anni dopo.
di Glauco Giostra*
Avvenire, 11 febbraio 2022
Rileggendo il discorso di insediamento del presidente Mattarella con ancora nell'aria l'eco dei ripetuti applausi, vien subito fatto di pensare che, certo, l'eccezionale standing ovation si spiega con il sincero sollievo per una soluzione che garantisce stabilità al Paese in un periodo in cui ne ha vitale bisogno; che, certo, si voleva anche esprimere gratitudine per lo spirito di servizio con cui il Capo dello Stato non si è sottratto al SOS che veniva dai rappresentanti del suo popolo. Ripercorrendo, però, i passaggi di quel denso e alto discorso sul dover essere di un Paese civile, affiora un sospetto: non è che il battimano serviva a coprire le voci interiori, che, almeno nei migliori tra i plaudenti, sussurravano se non un rimorso, un rammarico per tutto ciò che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto; per tutto ciò che non si sarebbe dovuto fare e invece si è fatto?
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 11 febbraio 2022
La fotografia del Dipartimento dell'Organizzazione giudiziaria arriva nell'anniversario del diritto a diventare magistrate per le donne, era il 1963. Le donne sono ora la maggioranza in magistratura. Su un totale di 9.624 magistrati in servizio, 5308 sono donne contro i 4316 ruoli ricoperti da uomini. Una percentuale pari al 55%. Il sorpasso viene segnalato dal Ministero della Giustizia sul proprio sito istituzionale.
Il comparto "femminile" tuttavia resta al palo negli incarichi direttivi. Nei ruoli giudicanti (totale 247), per esempio, solo il 32% ricopre posizioni apicali contro il 68% degli uomini. Valori simili si trovano anche nel 'semidirettivo' dove la percentuale sale fino al 48% ma resta sempre sotto il 52% raggiunto dai colleghi maschi. Se guardiamo però ai magistrati ordinari i numeri cambiano: su 5.959 toghe 2.396 sono uomini e 3.563 donne, e cioè i maschi si fermano al 40% mentre le femmine salgono al 60%.
Ugualmente per quanto riguarda gli incarichi direttivi dei magistrati requirenti (totale 176): a rivestire posizioni apicali è solo il 22% delle donne contro il 78% degli uomini. Mentre negli incarichi semidirettivi la percentuale delle donne cresce un pochino sino ad arrivare al 28%. Negli ordinari invece le donne tornano nuovamente in vantaggio sugli uomini: sono 1.000 contro 971, il 51% contro il 49%.
Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica il numero più alto di donne si registra al Nord dove sono 1.724 contro 1.259 uomini, pari cioè al 58% del totale. Segue il Sud con 2.093 donne e 1.607 uomini, pari al 57%. La percentuale invece è praticamente uguale al Centro dove le donne sono 1.180 e gli uomini sono 1.194, con un saldo minimo dunque a favore dei colleghi maschi. La fotografia stilata dal Dipartimento dell'Organizzazione giudiziaria arriva nel giorno in cui ricorre l'anniversario del diritto a diventare magistrate per le donne.
Con la legge n. 66 approvata il 9 febbraio del 1963, infatti, venne stabilito anche per le donne il diritto di indossare la toga. A scandire la svolta è l'articolo 1 della legge che recita: "La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 febbraio 2022
"Note in tema di prescrizione e di efficienza del processo", a cura di Francesco Trapella, avvocato e titolare di un laboratorio sulla violenza di genere all'Università di Chieti-Pescara, è la seconda puntata - dopo quella intitolata "Riforme, statistiche e altri demoni" con una intervista alla professoressa Cristiana Valentini di un approfondimento che la rivista giuridica Archivio penale sta portando avanti in tema di riforme. Se, numeri alla mano, la maggioranza delle prescrizioni arriva davanti ai gip e ai gup perché la riforma Cartabia ha toccato l'appello?
La recente riforma del processo penale ha messo mano all'appello, come se il problema delle prescrizioni alloggiasse in quella fase. Lei ritiene che non sia così. Perché?
La riforma Cartabia, come le precedenti Bonafede e Orlando, punta l'accento sui tempi dei giudizi di appello. Leggendo le dichiarazioni di chi, in Parlamento, promuoveva quegli interventi normativi viene esaltato il dato che, in un caso su quattro, le corti di secondo grado dichiarano la prescrizione e che tanto favorisce l'impunità di chi tenta di guadagnare un proscioglimento sfruttando l'affanno degli uffici distrettuali, a discapito dei più elevati principi di giustizia consacrati nella Costituzione. Eppure, se confrontiamo i numeri delle prescrizioni dichiarate nelle varie fasi del rito penale, ci si accorge che il fenomeno si presenta in modo senz'altro maggiore durante le indagini o nel corso del primo grado.
Ci può spiegare bene: in quale fasi avvengono le maggiori prescrizioni?
Esaminando il periodo tra il 2014 e il 2020, le sezioni Gip/ Gup dei tribunali hanno dichiarato una percentuale oscillante tra il 46% del 2019 e il 62% del 2014 di tutte le prescrizioni pronunciate nel Paese; per le sezioni dibattimentali del primo grado il valore è compreso tra il 19% del 2014 e il 27% del 2020; la restante parte - più o meno il 25% - spetta alle corti d'appello. E il dato conferma il trend del periodo precedente: basti pensare che nel 2004 l' 87% delle prescrizioni fu dichiarato dalle sezioni Gip/ Gup e solo il 4% dalle corti di secondo grado. Insomma, è da vent'anni almeno che la maggioranza delle prescrizioni occorre davanti ai giudici delle indagini o dell'udienza preliminare.
Questi dati come si spiegano e cosa ci dicono?
Questi dati riflettono un quadro di sostanziale inefficienza che deriva dalla gestione delle indagini; è lì che si registrano ritardi importanti, che poi vengono ereditati dalle sezioni Gip/ Gup e dibattimentali, aggiungendosi alle criticità da cui, a propria volta, sono afflitte. L'obbligatorietà dell'azione penale impone di perseguire tutto; esistono, poi, prassi capaci di allungare i tempi: se una notizia di reato viene iscritta a mod. 45, può rimanere lì a tempo indeterminato e i termini per il compimento delle indagini iniziano a decorrere se e quando la notizia passa a mod. 21; trasferimenti, aspettative e collocamenti fuori ruolo dei magistrati, poi, riducono gli organici senza la certezza di un immediato turnover.
Quindi non è colpa degli avvocati presunti azzeccagarbugli se i processi sono lenti?
Direi di no. Nel 2019 una ricerca Ucpi rilevava come una delle più frequenti cause di rinvio fossero i vizi di notifica. Se lei immagina un procedimento in cui ad un paio di difetti di questo tipo, magari occorsi in udienza preliminare, si aggiungono due o tre congedi dei giudici dibattimentali affidatari del fascicolo, la prescrizione occorre senza che il difensore abbia assunto iniziativa di sorta. I rinvii e le lungaggini determinate dall'inefficienza degli uffici non sono mai addebitabili all'imputato. Peraltro non si dimentichi che la richiesta di un rinvio proveniente dalla difesa sospende il termine prescrizionale, quindi direi che le iniziative difensive hanno pochissima parte nel fenomeno di cui stiamo parlando.
In base a quello che lei ci sta dicendo, abbiamo fatto una riforma partendo dal presupposto sbagliato. Come è possibile?
Non una, ma almeno tre. E mi fermo agli ultimi cinque anni. Quel che è mancato è stata una visione organica del fenomeno processuale; si sono preferiti piccoli ritocchi e si è diffusa l'illusione che efficienza significhi tempi brevi a tutti i costi, anche a detrimento delle difese. Si è fatto leva su un sentimento "di pancia", dell'uomo qualunque che vuole la testa del colpevole, sempre e comunque. Perché un colpevole deve esserci. Salvo rendersi conto di quanti e quali siano i problemi non appena, per ventura, sia coinvolto nel complicato meccanismo della giustizia penale, sia come accusato che come vittima.
Qual è la lezione che l'equivoco delle ultime riforme dovrebbe lasciare alla politica?
Probabilmente sarebbe stato bene, anzi sarà bene in futuro, rivedere l'obbligatorietà dell'azione penale, responsabilizzare la vittima estendendo i reati perseguibili a querela, depenalizzare e decriminalizzare, finalmente prendendo coscienza che non tutto può essere penale, e incentivare la mediazione attraverso la formazione di personale adeguatamente addestrato. Tutto questo richiede risorse che sarà indispensabile investire. Così come altrettanto pressante è il richiamo che giunge dai concorsi per l'accesso alla magistratura o dagli esami per l'abilitazione forense, che evidenziano diffuse carenze nella preparazione dei più giovani. Come vede, le questioni sono tante e tutte necessarie a garantire una giustizia di qualità.
Ma quest'ultima riforma penale migliorerà o no il sistema giustizia?
Sicuramente ci sono degli spunti interessanti, ma la sensazione è che si fraintenda ancora il concetto di efficienza. Anche l'improcedibilità in appello, al di là del dibattito sulla sua legittimità costituzionale, è una sorta di resa dello Stato dinanzi ad un processo inefficiente. Penso che sarebbe meglio indagare realmente le criticità del sistema e intervenire su di esse. Per esempio, nella riforma non c'è nulla che possa arginare le prassi di cui parlavamo, dell'iscrizione a mod. 45 o dell'avvio dell'inchiesta contro ignoti, magari per compiere attività che richiederebbero l'intervento delle difese senza, però, coinvolgerle. La riforma tace poi sull'organizzazione degli uffici dibattimentali: la soluzione ai frequenti cambi di giudice in corso di processo è stata individuata dalla giurisprudenza nel permettere al giudizio di proseguire indisturbato, senza permettere al nuovo giudice di acquisire le prove, con l'idea che debba accontentarsi dell'attività svolta dal predecessore. Ma io, come difensore, vorrei che a decidere fosse chi avesse seguito tutto il processo: è il principio di immediatezza, molto banalmente. Come vede, i temi sono tanti e sono tutti collegati: per dare risposta alla domanda di efficienza e di qualità nella giustizia bisogna prenderli tutti in considerazione, senza piccoli interventi qua e là, ma con una visione di insieme del procedimento penale, delle sue funzioni e delle sue attuali debolezze.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2022
Il discorso ecumenico di Sergio Mattarella, in occasione del suo nuovo insediamento alla Presidenza della Repubblica, ha colpito non solo per i suoi contenuti, ma anche per la mole imponente di applausi rovesciata su di lui dal Parlamento in seduta comune che lo aveva appena rieletto. Le interruzioni per "acclamazione" sono state oltre 50, con una serie di prolungate ed entusiastiche standing ovation in piedi.
La sfrenata - si può dire? - esultanza dei nostri politici lascia trasparire con tutta evidenza stati d'animo singolari. Nel senso che sembrano essere stati più che altro comodi applausi di autoassoluzione e autoassicurazione, una sorta di deresponsabilizzazione di sé con contestuale scarico di ogni responsabilità sulle spalle larghe del neoeletto. Con il pericolo, rilevato da alcuni acuti osservatori, che in questo modo si finisca per dar vita a una pericolosa "politicizzazione" del ruolo del capo dello Stato, a scapito delle sue peculiari funzioni di garanzia.
La più clamorosa, pressoché interminabile standing ovation si è avuta quando il presidente (secondo alcuni cronisti) ha preso a schiaffi la giustizia italiana. Ora, è vero che Mattarella ha detto al riguardo cose anche giuste e certamente forti (tra l'altro riprendendo alcuni concetti già esposti, per esempio al Csm), ma è non meno vero che si è determinata una situazione quasi surreale: nel senso che ad applaudire senza freni Mattarella, mentre parlava di degenerazione e perdita di credibilità della magistratura per la diffusione delle "appartenenze", causa delle degenerazioni correntizie, c'erano anche i moltissimi politici che non hanno avuto mai nulla da ridire dei loro colleghi che hanno svolto un ruolo attivo nella riunione all'Hotel Champagne con Palamara. Per cui, va bene (si fa per dire) lapidare la magistratura, ma anche in questo caso dovrebbe valere il detto evangelico "chi è senza peccato scagli la prima pietra" (o il primo applauso...).
Più in generale non si può fare a meno di osservare che la sacrosanta richiesta di riforma del sistema elettorale del Csm dovrebbe - per coerenza logica e buon senso comune - investire non soltanto la componente togata (i magistrati) ma anche la componente laica (avvocati e professori universitari, talora politici e persino parlamentari in carica), eletta dal Parlamento con puntigliosa e unanime applicazione della spartizione prevista dall'intramontabile manuale Cencelli. Anche questa "appartenenza", in un organo di "governo autonomo" della magistratura, dovrebbe preoccupare, o no? Invece nessuno ne parla: men che mai i politici che si spellano le mani se a essere attaccati sono quegli antipatici dei magistrati. Figuriamoci poi gli epigoni di Berlusconi, da sempre all'avanguardia nella delegittimazione pregiudiziale dei giudici, soprattutto quelli che abbiano avuto la cattiva sorte di doversi occupare professionalmente di Lui o di suoi sodali.
Del resto, gli attacchi alla magistratura ordinaria e in particolare al suo Csm (per le cui innegabili gravi disfunzioni ci vorrebbero vere riforme e non blitz punitivi o l'incostituzionale sorteggio) possono persino risultare, in buona sostanza, discriminatori e strumentali: se si pensa a quanto denunziato da Sergio Rizzo a proposito della magistratura amministrativa (Tar e Consiglio di stato) nel saggio Potere assoluto edito da "Solferino".
Dove, tra l'altro, si legge che - le citazioni sono tratte da una recensione di Luca Fazzo - i giudici amministrativi "da una parte si muovono al di fuori di ogni controllo, rendendo conto solo a se stessi; dall'altra sono però legati da un cordone ombelicale al mondo della politica". Perché i giudici amministrativi sono "in buona parte dei ministeri e del governo". Sono "dentro gli uffici legislativi dei ministeri, scrivono le norme che essi stessi sono poi chiamati ad applicare; le loro carriere incrociano quelle della politica e ovviamente ne vengono condizionate". Anche qui con tanto di "porte girevoli", cioè di giudici amministrativi che vanno in politica e poi tornano a rimettersi la toga. Con il tocco finale di un Csm dei giudici amministrativi (il Consiglio di presidenza) che presenta storture molto simili a quelle del Csm ordinario.
Eppure tutto questo non allarma nessuno. Fulmini e saette sulla giustizia ordinaria e silenzio assoluto invece sui problemi che pone quella amministrativa. Altro che la classica pagliuzza contrapposta alla trave. Qui le travi sono due e meriterebbero di essere denunziate entrambe: senza strabismi.
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