quicosenza.it, 11 febbraio 2022
Continuano ad aumentare i casi di contagio nel carcere di Vibo dove è attivo un focolaio di "vastissime proporzioni". La moglie di un detenuto: "sono preoccupata e non posso neanche incontrarlo". Sono più di 80, i casi di positività accertati nel carcere di Vibo Valentia dove è in atto focolaio da Covid-19. Molti di meno risulterebbero gli affetti da Coronavirus fra gli operatori. A segnalarlo è la segretaria regionale del sindacato UilPa, Francesca Bernardi, che ha scritto al direttore del carcere Angela Marcello, al direttore generale del Personale e delle Risorse del Dap Massimo Parisi, e al provveditore regionale Liberato Guerriero.
"Si ha il forte timore - scrive - che i positivi al virus fra il personale potrebbero risultare molti di più se ci si sottoponesse al tampone, al pari di quanto si è fatto con i ristretti, non tanto e non solo ai fini diagnostici, ma soprattutto come misura di profilassi. È ormai risaputo, difatti, che il Covid-19, e particolarmente la variante Omicron, non produce sintomi o li produce in forma lieve in coloro che, come gli operatori penitenziari, abbiano completato il ciclo vaccinale".
"Ne consegue - riporta la nota - che eventuali positivi asintomatici potrebbero essere, loro malgrado, diffusori del virus con potenziali tragiche conseguenze sia per l'ulteriore espandersi della pandemia, anche in ambiente penitenziario, sia nel caso in cui dovessero infettarsi soggetti fragili o non vaccinati, come ad esempio gli stessi figli in tenera età degli operatori". In questi casi la sottoposizione a tampone per accertare la negatività al Covid - sostiene la segretaria regionale Bernardi - rappresenta anche una misura utile al perseguimento della sicurezza e della salubrità sul luogo di lavoro e, come tale, non può certo essere ascritta a carico degli operatori". "Chiediamo per queste ragioni - conclude Berbardi - eventuali interlocuzioni con le altre autorità competenti, sanitarie e non, affinché tutto il personale dipendente del carcere venga sottoposto a tampone per accertarne la negatività o meno al Coronavirus".
Il racconto della moglie di un detenuto - A scrivere alla nostra redazione per chiedere che vengano presi provvedimenti è la moglie di un detenuto: "i casi di positività continuano a salire velocemente, e ora ai detenuti starebbero facendo solo tamponi rapidi e non molecolari. Sono due mesi che i colloqui sono chiusi o che avvengono dietro ad un vetro". "La situazione peggiora di giorno in giorno e mio marito ha un problema congenito al cuore. Nonostante abbia fatto richiesta di vaccino non gli è stato fatto ed ora é positivo. Eppure erano pochi i casi da inizio dicembre e avrebbero potuto fare qualcosa per evitare i contagi".
di Chiara Palumbo
Corriere della Sera, 11 febbraio 2022
Alla prima raccolta online della storia italiana raggiunte 630mila firme (al 70% di persone sotto i 35 anni) in una settimana, già validate dalla Cassazione. Soldo (Meglio legale): "Troppo facile partecipare? Era ingiustamente difficile prima". E Bonino: "Questa è una nuova stagione politica, se i partiti sapranno coglierla".
Seicento trentamila firme in una settimana, il 70% di persone sotto i 35 anni. Sono i numeri della risposta alla prima chiamata online di sempre per indire il referendum sulla legalizzazione della cannabis. Cifre di cui "si meraviglia, relegandolo a un fenomeno spiegabile solo con la tecnologia, solo chi questo Paese non è più capace di ascoltarlo, chi ha smesso di tendere l'orecchio". Concordano Antonella Soldo, portavoce della campagna Meglio Legale, ed Emma Bonino. Lo scorso 12 gennaio la Cassazione ha validato le firme: il referendum può essere convocato. Di consultazioni dirette parla la senatrice, volto simbolo della stagione che ha consegnato all'Italia il diritto al divorzio e all'aborto sanciti per legge, anche allora attraverso questo strumento. Conquiste impensabili per molti, eppure risultato di una presa di parola collettiva che segnalava un cambiamento di sentire già avvenuto.
Passato e presente - "L'impressione" dice Emma Bonino "è che i timori dei partiti per la democrazia diretta del referendum siano rimasti gli stessi da quarant'anni: disturba il manovratore, che ripete "questa non è la priorità, non adesso", mentre i numeri da soli raccontano un'urgenza da cui nemmeno la pandemia ha spostato l'attenzione". Si è aperta, a quarant'anni dalla prima, una nuova stagione politica? "Se i partiti saranno in grado di coglierla", risponde Bonino. Il risultato ottenuto da Meglio Legale segnala un cambiamento nel modo in cui si esprime la partecipazione collettiva. In attesa della Corte Costituzionale, chiamata entro il 15 febbraio al pronunciamento che permetterà di fissare la data del voto, secondo Soldo "si è creata una sorprendente convergenza superando le distinzioni partitiche". Si sono unite ai proponenti oltre sessanta tra associazioni e rappresentanti di un arco parlamentare che va dai liberali alla sinistra. Bonino e Soldo sintetizzano con le stesse parole: "Si tratta di raccontare ai grandi partiti che c'è un modo nuovo di fare politica, a cui dovrebbero guardare. La disaffezione dei più giovani esiste. Ma oggi abbiamo messo uno strumento costituzionalmente previsto nelle loro mani e abbiamo spiegato loro come possono utilizzarlo".
Piazza online - Trovano così una nuova possibilità di essere protagonisti, che fa eco a quella di quarant'anni fa, in cui sono stati soprattutto loro, i ragazzi e le ragazze, a riempire le piazze. Ad aiutarli, oggi, è stata la possibilità di votare online, "che ha messo l'abitante del centro di Milano e quello del paesino di mille abitanti nella stessa condizione di agire la propria partecipazione", rivendica Soldo. Una modalità più vicina a una generazione abituata a sentirsi poco o nulla coinvolta dalla politica, ma che ne ha fatto, dicono i proponenti, la prima consultazione inclusiva. Ad aprire il varco un ricorso presentato all'Onu e accolto dal Comitato per i diritti umani, che ha ingiunto all'Italia di "rimuovere gli irragionevoli ostacoli che impediscono ai malati intrasportabili di esercitare i propri diritti di cittadini".
La spaccatura sulla cannabis - Dar forma a un referendum, prosegue Soldo, "non è diventato troppo facile: era ingiustamente difficile prima". Dagli anni Settanta, dice Bonino, "sono cambiate le modalità, perché è cambiata la società, e gli strumenti con cui si vive la quotidianità". D'altro canto, però, "resta identica la narrazione, il tentativo di contrapporre i bisogni dei lavoratori ai diritti civili, come se non avessero anche loro una vita fuori dalla fabbrica!". Bonino ha l'amarezza di chi da quarant'anni ripete: "Mi sforzavo e continuo a sforzarmi di ricordare che la negazione dei diritti civili colpisce sempre i meno abbienti. Allora, se potevi permettertelo andavi ad abortire al sicuro, a Londra; se non avevi abbastanza denaro non ti restava che esporti ai ferri delle mammane". Oggi come allora, i referendum sono diventati "uno strumento contro il dolore". Di Mario, tetraplegico a cui l'Asl delle Marche ha riconosciuto il diritto di morire affermando - nella sintesi di Bonino - di non avere "il dovere" di ratificarlo. O di Walter De Benedetto, che ha diritto alla cannabis terapeutica (può essere prescritta legalmente dal 2006, ma la domanda supera di molto l'offerta) ma è stato processato (e assolto) per aver coltivato cannabis. Non voleva, ha spiegato, rivolgersi allo spacciatore. "È una tortura dissimulata" chiosa Bonino "obbligare le persone a un dolore che, lo disse il professor Veronesi, clinicamente non serve".
Il giro di affari - Inoltre l'industria della cannabis light è in enorme crescita, con oltre 200 milioni di utili nel solo 2020 e gli imprenditori temono di vedersi sequestrare il proprio sostentamento. Una legge del 2016 infatti, ha introdotto la cosiddetta cannabis legale, ma non disciplina la vendita di infiorescenza creando, secondo Soldo un "vuoto normativo in cui si inserisce la valutazione individuale delle singole forze dell'ordine". La lezione dei primi referendum, secondo Bonino, avrebbe dovuto essere d'insegnamento: "Spesso si dimentica che sancire un diritto non obbliga nessuno a farne uso. E c'è ancora in molti l'idea che basti proibire perché il proibito non esista, nell'illusione di rimuoverlo negandolo anziché fare la fatica della legalizzazione". Bonino e Soldo non hanno dubbi: "L'errore è il proibizionismo. Regolamentare permette da quarant'anni di affrontare i benefici ma anche i rischi di temi complessi come quelli oggetto di referendum, su cui la paura delle persone, i dubbi e le incertezze, vanno accolti, rispettati e spiegati". Facendo tesoro dei precedenti. Aprire a qualcosa di più grave "è l'accusa che veniva mossa a divorzio e aborto" spiega la senatrice "e oggi lo si dice della cannabis".
Filiera controllata - Invece, insiste Meglio Legale, "quell'accusa va mossa al proibizionismo, perché lo spacciatore può vendere l'eroina insieme alla cannabis e certo non garantirà una informazione scientificamente valida".
Questo il punto centrale della campagna: dare anche alla cannabis, come all'alcool, una filiera controllata, permetterebbe di togliere risorse alle mafie. Dove la legge è più punitiva, infatti, i giovani che consumano cannabis acquistata al mercato nero - tagliata con piombo, lacca o lana di vetro - sono il doppio che in Paesi, come il Portogallo, in cui si sono aperte strade diverse: 14%, contro il nostro 33%. Sono ancora i ragazzi, i protagonisti. Oggi la loro voce corre in rete, e passa dagli influencer. "Se ne chiacchiera senza limiti, tra convegni del sabato sera e fake news", dice Bonino. "Dove non se ne parla è invece in Parlamento".
Eppure, auspicano Bonino e Sordo "domani potremo guardare al presente che si esprime su cannabis, eutanasia e lotta alle discriminazioni, come a una nuova epoca di conquiste. Nel passato, i cambiamenti nel nostro Paese sono stati resi possibili da grandi movimenti di cittadini fuori da un Parlamento, allora come ora, altrettanto immobile e timido su temi avvertiti come prioritari. E cos'è la politica se non occuparsi dei diritti delle persone, della loro vita di ogni giorno?".
di Filomena Gallo
Il Manifesto, 11 febbraio 2022
La Carta costituzionale ricorda che l'inammissibilità dei referendum è l'eccezione che conferma la regola. Il "popolo sovrano" può farsi legislatore, uno dei lasciti più politicamente significativi della nostra Costituzione che fu pensato per creare un contrappeso all'iperazione - o inazione - di Parlamento o Governo su determinate questioni.
L'aver previsto questo istituto di democrazia diretta ha posto l'Italia all'avanguardia tre le democrazie nella partecipazione popolare del governo del Paese, la storia della Repubblica ci ricorda che importanti conquiste sociali e di libertà come divorzio e aborto sono state confermate per via referendaria, mentre altre riforme strutturali, quasi sempre grazie alla leadership di Marco Pannella, sono state conseguite grazie al ricorso referendario. Una, nel 1993, anche sugli stupefacenti.
Il referendum è fondamentale per esercitare la nostra sovranità, la sua natura di attivatore della democrazia è annunciata già dall'articolo 1 della Costituzione che stabilisce che "la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi e nei limiti della Costituzione". L'esordio della nostra Carta è la lente attraverso cui va letta la portata dello strumento referendario codificato poi all'articolo 75.
Tra gli otto quesiti su cui la Corte costituzionale si pronuncerà a seguito di udienza del 15 febbraio ce n'è uno che riguarda una parziale modifica dell'articolo 579 del codice penale, il cosiddetto "omicidio del consenziente", promosso dall'Associazione Luca Coscioni. In quello stesso giorno, dopo anni di tentennamenti, false partenze, rinvii, polemiche o ingerenze di ogni tipo, l'Aula della Camera discuterà una norma sul fine vita. Una legge che però non affronta quanto previsto dal referendum e che, allo stato attuale, non rispecchia neanche quanto previsto dalla sentenza Cappato-Antoniani emanata dalla Consulta nel 2019.
La forza modificativa del referendum si esplica tramite l'abrogazione di una o più disposizioni vigenti escludendo "creazione" normativa. Il quesito che abbiamo chiamato "Eutanasia legale" su cui sono state raccolte oltre 1.240.000 firme è stato predisposto tenendo conto dei rilievi della Corte costituzionale sul tema del fine vita e mantenendo tutte le tutele verso le persone vulnerabili, lasciando intatta quella che alcuni hanno chiamato "tutela minima" della vita che deve essere tutela massima se non è scelta consapevole della persona. Si abroga solo parzialmente l'articolo 579 del codice penale.
Da quando ormai quattro anni fa Marco Cappato accompagnò Fabiano Antoniani in Svizzera per ottenere il suicidio assistito, l'Italia ha finalmente affrontato il tema del fine vita che per anni era restato un tabù, anche grazie a lui abbiamo una legge sul cosiddetto "testamento biologico". Il clamore della richiesta di eutanasia di Piergiorgio Welby, che tanto mosse anche il Presidente Napolitano nel 2006, fu velocemente silenziato anche a causa della scarsa propensione dei media, in particolare della TV, ad affrontare laicamente i temi che attengono all'autoderminazione personale in momenti drammatici delle nostre esistenze.
Si spettacolarizza il dolore fine a se stesso per commuovere l'audience senza approfondire cause o rimedi che potrebbero suscitare reazioni civiche riformatrici. Il referendum ha la funzione di garantire la costante rispondenza della legislazione nazionale agli interessi e alle necessità della collettività - fungendo da strumento di controllo sulle disfunzioni legislative del Parlamento e da contrappeso all'arbitrio delle maggioranze - e di tutelare il pluralismo di forze politiche e sociali che si adoperano per non convivere con decisioni spesso liberticide. Nel 2021, caso pressoché unico nel mondo democratico, l'Italia ha consentito anche la raccolta di firme per via digitale; la prima raccolta è avvenuta per il referendum sull'eutanasia e, anche se lanciata il 12 agosto e senza particolare visibilità, sono arrivate oltre 400.000 firme in un paio di settimane!
Parte della dottrina costituzionalistica sostiene che l'esito del referendum dovrebbe avere garanzie che tutelino la volontà popolare, quantomeno in merito all'oggetto del quesito, tenendo al riparo il risultato da interventi volti ad annullarlo. La Costituzione ricorda che l'inammissibilità dei referendum è l'eccezione che conferma la regola.
Le dinamiche parlamentari relative alla legge Zan, al suicidio assistito e da ultimo le schermaglie sull'elezione del Presidente della Repubblica segnalano una crisi istituzionale che ha messo in dubbio la credibilità delle Camere. La stagione referendaria diventa quindi centrale per riaccendere il dibattito pubblico e la partecipazione popolare alla vita del Paese. Partire dalla possibilità di scegliere di porre fine alla propria vita non è necessariamente incoerente con questo stato di cose.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 11 febbraio 2022
Il referendum sulla cannabis si avvale della forte spinta sociale per un nuovo approccio di politica delle droghe: con buona pace di chi ha criticato la "democrazia del click", il raggiungimento del quorum delle 500 mila firme in pochi giorni testimonia da sé la sensibilità politica sul tema. L'urgenza di una modifica legislativa scaturisce dal contrasto fra la crescente accettazione sociale dell'uso di cannabis (legata alla percezione diffusa di poter adottare modelli "controllati" d'uso) da un lato, e dall'altro la penalità forte e indiscriminata della normativa antidroga che il referendum del 1993 ha mitigato solo in parte.
Quanto all'intervento della Corte Costituzionale del 2014 che ha abrogato buona parte della Fini-Giovanardi, esso ha fortunatamente ristabilito la distinzione nel trattamento penale fra droghe pesanti e leggere: un buon auspicio per il referendum oggi in campo, che si colloca sulla scia di quel pronunciamento, per distinguere ulteriormente i rischi delle diverse sostanze psicoattive.
Alla base delle modifiche referendarie è il bilanciamento fra il (basso) rischio per la salute della cannabis e i danni acclarati di una penalità forte e indiscriminata, che nasce dall'impianto stesso della legge. Questa accomuna una pluralità di condotte illecite di diverso rilievo che si "appoggiano" sul semplice possesso di sostanza. Con ciò la repressione punta "al basso": consumatori e piccoli spacciatori (perlopiù della sostanza meno pericolosa, la cannabis) sono i soggetti privilegiati nel mirino dei tutori della legge: per loro la giustizia è veloce, con condanne sicure e il carcere come destinazione preferita.
Tale giudizio si basa sul monitoraggio della legislazione antidroga, condotto da un pull di Ong che ogni anno redigono i Libri Bianchi. Il XII Libro Bianco 2021 bene documenta la centralità della droga nell'attività della giustizia e delle forze dell'ordine: 235.174 procedimenti penali pendenti nel 2020, il dato più alto da 15 anni a questa parte; il 30, 8% degli ingressi in carcere avviene per violazione dell'art. 73 del Testo Unico sulle droghe. Non possiamo sapere quanti di questi ingressi riguardino la cannabis poiché i dati ufficiali non registrano le differenze fra le sostanze: questa assenza è di per sé sintomo di un preciso approccio ideologico e culturale, di indistinta "lotta alla droga", al singolare.
Un indizio della sproporzionata pressione sulla cannabis proviene dai dati circa le segnalazioni e le sanzioni amministrative: delle 31.000 segnalazioni nel 2020 - cifra ragguardevole specie se si considera che il 2020 è stato l'anno del lockdown - il 74,4% ha riguardato la cannabis. Dal 1990, un milione e trecentomila persone sono state segnalate per possesso di sostanze a uso personale, di cui quasi un milione (il 73,2%) per cannabis. Un bell'esempio di repressione verso i "pesci piccoli" è rappresentato dall'incriminazione di molti cannabisti "del balcone di casa".
La maturazione sociale sulla questione cannabis è stata accompagnata da un vasto movimento, di portata internazionale. Il conflitto fra i tough on drugs e i sostenitori delle mild policies si è consumato principalmente sul trattamento penale e sulla visione culturale della cannabis, negando da parte dei primi che si potesse parlare di "droghe leggere". Non a caso l'allora vice premier Giancarlo Fini, nel 2003, scelse Vienna, sede del governo Onu delle droghe, per annunciare la svolta repressiva al grido di "la droga è droga". In seguito, i referendum in 19 stati Usa hanno invertita la rotta, la cannabis è depenalizzata in molti stati europei e legalizzata in Canada e Uruguay.
In Italia, la battaglia per decriminalizzare la cannabis (e depenalizzare il consumo di tutte le droghe) è stata condotta avendo come primo interlocutore il parlamento: una larga coalizione di Ong, fra cui quelle promotrici del referendum, si è cimentata nella stesura di proposte di legge in accordo con parlamentari disponibili a presentarle. Sono state raccolte le firme anche per una legge di iniziativa popolare. Solo che il parlamento non ha dato risposte. Se è vero che il referendum nasce in sinergia con l'iniziativa verso il parlamento, la vittoria potrebbe essere decisiva anche per vincere l'inerzia parlamentare.
di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 11 febbraio 2022
A proposito di Next Generation Eu. I tagli al "bonus psicologo" sono una promessa tradita. Con la pandemia il disagio di una generazione cresce, si ramifica, poi si annoda e nasconde, affolla le agende degli psicoterapeuti. Gli indigeni australiani dicono che, sì, i bambini e i ragazzi hanno bisogno della Terra. Ma che pure la Terra ha bisogno dei bambini e dei ragazzi. Perché sentire le loro voci - i loro passi, salti, canti - trasmette il messaggio che quella non è una Terra abbandonata. E che non sarà, domani, una Terra desolata. Che cosa è successo in questi due anni, due anni che si avviano ad aggiungere al conto pandemico almeno un'altra stagione, un altro inverno intero? È successo che i nostri bambini e ragazzi, le nostre bambine e ragazze, sono rimasti e rimaste dentro. Dentro casa, dentro le famiglie, dentro di sé. Meno viaggi al mattino su tram e biciclette, meno viaggi oltreconfine, meno incontri, meno rischi di farsi male cadendo sui sassi o tra le cose della vita, meno baci, meno di tutto. Da marzo 2020 una moltitudine di pre adolescenti e adolescenti non è uscita allo scoperto.
"È fuori che si studiano le materie fondamentali" ha scritto su 7 del 14 gennaio Gustavo Pietropolli Charmet (leggi qui l'articolo), psichiatra e direttore del consultorio gratuito Il Minotauro "perché dentro si corre il rischio di sprecare tempo per fare quei compiti scolastici che non possono garantire certo le competenze per smettere di essere solo figlio-studente e diventare sempre più soggetto sociale e sessuale". La scuola di colpo rarefatta, bidimensionale, lo sport a singhiozzo, i concerti cancellati, le conversazioni affidate a un vocale, l'identità di corpi mutanti chiusa da un orlo imbastito di filtri per i social: la contrazione dell'energia è davanti, intorno a noi. Il disagio di una generazione - che abbiamo visto mettersi responsabilmente in coda per i vaccini - cresce, si ramifica, poi si annoda e nasconde, affolla le agende degli psicoterapeuti quando riesce a trovare la strada, quando può permettersi di imboccarla.
Anche in tempi di pace, metà dei casi di malessere mentale - secondo l'Oms - si genera prima dei 15 anni, fino al 75% entro i 18. Dal 2020 i casi di sofferenza tra i minori sono aumentati a doppia cifra per ogni fascia di età. Ed è a questo punto che non possiamo non chiederci come sia stato possibile cancellare dalla legge di Bilancio il "bonus psicologo" (50 milioni). E come sia stato possibile tagliare (da 120 a 20 milioni) i fondi per il sostegno psicologico nelle scuole, dove è più semplice raggiungere i vulnerabili. La classe politica ha forse dimenticato la promessa di un'innovazione del "sistema" che guardasse avanti, che guardasse fuori: a quella Next Generation che ispirò alla fonte gli investimenti europei. E ha perso l'occasione di dimostrarsi pronta a rimediare alla nostra incapacità storica di comprendere il valore della salute mentale, partendo dai più giovani.
Nella puntata dell'inchiesta Adolescenti, anno III sul prossimo numero di 7 interverrà Stefania Andreoli, psicoterapeuta e presidente di Alice Onlus, osservando come nella sua stanza delle parole i ragazzi e le ragazze non si soffermino poi tanto sul Covid. Quello che li ha schiantati è la credibilità compromessa degli adulti. Ai loro occhi le istituzioni e le figure di riferimento, tutte, continuano a gestire l'emergenza in modo sgangherato: il vuoto di fiducia - più della catena dei contagi - accende l'ansia e lascia che dilaghi lungo strade svuotate non solo dall'imprevedibilità delle varianti. Ci sono anche le buche scavate dalle nostre risposte mancate alla loro chiamata, a quel loro malessere che è un'affermazione di esistenza: di rabbia e, insieme, di desiderio.
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 11 febbraio 2022
Dal 2016 l'Italia è rimasta al palo punizionista. Dei tre principi cardine, Roma ha praticato solo la flessibilità. La decisione della Corte costituzionale sul referendum cannabis cade in un momento storico in cui in seno alle Nazioni Unite, e a livello nazionale dentro e fuori l'Europa, l'approccio al controllo delle sostanze psicoattive illegali è in costante mutamento.
Iniziato con la stagione referendaria che negli ultimi 10 anni ha portato 19 Stati Usa a legalizzare produzione, consumo e commercio della cannabis e derivati e proseguito con la regolamentazione legale in Uruguay nel 2014, in Canada nel 2018 fino a Malta all'inizio del 2022 il cambiamento è irreversibile. Il vero punto di svolta di questo processo riformatore è la seconda Sessione speciale dell'Assemblea Generale sulle droghe (Ungass) convocata dell'Onu nell'aprile del 2016. Nel documento finale del summit si riconosce che le Convenzioni internazionali "consentono agli Stati una flessibilità sufficiente per progettare e attuare politiche nazionali in materia di droga in base alle loro priorità e necessità".
La riunione Ungass doveva tenersi nel 2019; grazie all'insistenza di alcuni dei Paesi maggiormente colpiti dalla war on drugs l'Onu fu costretta ad anticiparla di tre anni. Oltre a lamentare la mancanza di risultati, Guatemala, Colombia e Messico ritenevano drammaticamente onerose, dal punto di vista umanitario ed economico, le politiche antidroga proposte da Pino Arlacchi all'Ungass del '98. Un cambiamento sostenuto anche dal Governo italiano di allora che chiedeva politiche basate su evidenze scientifiche.
Questo mutato clima internazionale ha consentito l'accelerazione del lavoro del gruppo di esperti dell'Organizzazione mondiale della Sanità per rivedere la collocazione di alcune sostanze nelle tabelle delle Convenzioni. Dopo consultazioni pubbliche e un'attenta analisi dei più recenti studi, il 2 dicembre 2020 la Commissione droghe dell'Onu ha votato per cancellare la cannabis dalla Tabella IV della prima Convenzione, riconoscendone l'efficacia dell'impiego terapeutico e rimuovendola da quelle sostanze che in ragione delle "proprietà particolarmente nocive" devono essere sottoposte a "misure di controllo speciali". La decisione, adottata a stretta maggioranza con il voto favorevole dell'Italia, rappresenta il primo caso di esclusione di una pianta dalle tabelle.
"Alcuni Stati sono andati oltre quanto richiesto dai trattati sul controllo delle droghe in termini di criminalizzazione e sanzioni associate, mentre altri hanno dimostrato uno zelo eccessivo nell'applicare le previsioni di criminalizzazione". Non è un'autocitazione ma quanto affermato dal gruppo di lavoro dell'Onu sulla detenzione arbitraria nel rapporto relativo alle politiche sulle droghe che pone l'accento sul bilanciamento tra il controllo internazionale delle droghe e il rispetto dei diritti umani. Mentre la media mondiale di detenuti per "droga" è del 21,65%, in Italia è quasi 36%. Un dato doppio della media europea (18%) e superiore a Messico (9,7%), Usa (20%), Colombia (20,7%) e Russia (28,6%).
Lo scorso 10 dicembre, in occasione della giornata mondiale per i diritti umani, Jagjit Pavadia, Presidente dell'International Narcotics Control Board (Incb) ha chiarito che le Convenzioni sulle droghe non possono esser utilizzate come giustificazione del ricorso al diritto penale per governare "azioni che non hanno vittime".
La dichiarazione dei vertici dell'Incb conferma il cambio di rotta anche del più conservatore tra gli organi internazionali in materia di stupefacenti illeciti. In una nota per il rapporto sulla detenzione arbitraria, il Board ha inoltre specificato che "i trattati sul controllo delle droghe non richiedono che le persone che usano droghe, o quelle che commettono reati minori droga correlati, debbano essere incarcerati". L'Incb sostiene infine che "un'infrazione punibile non necessita tuttavia (per gli obblighi derivanti dai trattati, ndr) di essere definita come reato e gli Stati possono adottare misure alternative alla detenzione. Ciononostante, l'ampio uso della carcerazione per reati di droga di basso livello persiste in molti Stati. Anche se secondo le convenzioni sul controllo delle droghe solo i reati "gravi" dovrebbero essere passibili della pena dell'incarcerazione, la scelta della punizione in risposta ai reati legati alla droga - conclude l'Incb - dovrebbe essere adeguata e direttamente proporzionata alla gravità del reato commesso".
Flessibilità, proporzionalità e rispetto dei diritti umani. Paradossalmente, di questi principi cardine forse il solo praticato in Italia nel 1990 è stato la flessibilità che fece collocare la cannabis nella tabella II (con pene e sanzioni notevolmente più basse) nel Testo Unico sulle droghe, nonostante fosse allora ancora fra le sostanze "particolarmente nocive" della tabella IV della Convenzione del 1961. Il contesto politico generale è cambiato, la cannabis più di ogni altra coltivazione illecita fa parte della cultura del nostro Paese, cancellare le sanzioni più pesanti che ancora sono previste per condotte che non recano alcuna vittima è in linea con quanto raccomandato dall'Onu negli ultimi anni.
di Mattia Marinolli
La Stampa, 11 febbraio 2022
Tra i dannati del nuovo campo profughi, limbo senza via d'uscita per tremila migranti: "La polizia ci insegue coi cani". Una struttura pensata come centro di accoglienza e passaggio per migranti rende il confine verso la Croazia sempre più distante. Un luogo asettico fatto di bianchi container e capannoni che si confondono tra foschia e neve; recinzioni all'esterno e all'interno in una conca desolata raggiungibile da una strada sterrata a 26 km a Est di Bihac, capoluogo del cantone di Una-Sana in Bosnia Erzegovina.
Il campo Lipa assomiglia molto di più a una prigione che a un centro temporaneo di accoglienza. Il 19 novembre 2021 è stata "inaugurata" la nuova struttura che può ospitare 1500 persone, attualmente ci sono 400 persone. Va a rimpiazzare i tendoni della vecchia, bruciata nell'incendio scoppiato in pieno inverno lo scorso anno che ha catalizzato i media di tutto il mondo. Il progetto finanziato dall'Unione Europea insieme ad alcuni partner tra cui il ministero degli Esteri italiano è gestito da Iom, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite. Rispetto al vecchio campo, le condizioni sono migliorate; ora gli ambienti sono riscaldati e c'è persino l'acqua calda. Sicuramente una non prospettiva per tutte quelle persone che, vedendosi negato l'accesso in Europa, si sono trovate bloccate per mesi o per anni in questo angolo della Bosnia Erzegovina lasciato solo dal governo centrale e dall'Europa tutta.
Dal check-point d'ingresso la strada scende verso il refettorio, un capannone diviso al suo interno in due parti che separano minorenni e maggiorenni. Sono le 11 e un'ottantina di migranti stanno consumando la colazione. Le persone entrando percorrono il corridoio ricavato dalle reti metalliche che fanno da divisorio per raggiungere la fila per prendere il vassoio. Nella sala c'è quasi silenzio, ai tavoli sono perlopiù sedute quattro persone, alcuni parlano. I visi spenti guardano davanti a loro, tra i molti ragazzi provenienti dal Pakistan c'è anche un gruppetto di tre cubani, sono dieci in tutto a Lipa. Sono atterrati in Russia con la speranza di raggiungere la Spagna. Anche loro si sono trovati bloccati in questo limbo dimenticato ai confini della Bosnia.
Molte delle persone in cammino verso l'Europa avrebbero il diritto di richiedere lo status di rifugiato, garantito dall'articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951, e invece si trovano assoggettate alle regole del "game" ovvero il tentativo di entrare in Europa passando per i vari stati balcanici. Un gioco fatto di respingimenti illeciti, violenze e lunghe camminate nei boschi in balia del freddo. Non si vince facilmente, i più sono costretti a tornare sui loro passi e preparare nuovamente il viaggio, per alcuni il gioco è fatale.
Il 29 dicembre scorso 4 ragazzi pakistani stavano guadando un fiume che li avrebbe portati in Croazia. Haq Ljaz Ul, ventiquattro anni, affoga e viene portato via dalla corrente davanti all'impotenza dei compagni. I tre si dirigono dalla polizia croata per chiedere di recuperare il corpo. Ad oggi il corpo di Haq non è ancora stato trovato e i tre sono stati deportati in Bosnia. Questo è solo uno dei numerosi incidenti mortali che fanno parte di questo macabro gioco.
Negli ultimi mesi i flussi verso Bihac e Velika Kladuša, una cittadina situata nell'estremo Nord-ovest del Paese, sono diminuiti; lo scorso novembre erano bloccati in Bosnia Erzegovina circa tremila migranti, rispetto ai diecimila dell'anno prima. Sembra che la rotta stia cambiando, complice probabilmente la difficile situazione che in questi anni si è respirata al confine croato. Quelli conosciuti come pushbacks, i respingimenti della polizia croata, rendono impossibile il tragitto verso l'Europa.
Numerosi sono stati i casi di violenze perpetrate a danni dei migranti. Il pattern descritto è sempre lo stesso: "La polizia ferma il gruppetto, chiede chi possa parlare inglese, umiliazioni verbali, violenze fisiche con teasers e aggressioni corporali, in alcuni casi i cani vengono utilizzati per la partita di caccia tra i monti che dividono il confine", raccontano i migranti. Alcuni vengono privati delle scarpe; cellulari e soldi vengono rubati e vengono poi rispediti oltre il confine. In molti casi al di qua del confine i furgoni dello Iom sono lì pronti ad aspettare i respinti e portarli a Lipa.
Con l'emergenza Covid le regole sono cambiate. Chi entra a Lipa viene tenuto due giorni in una parte del campo. Dopo il tampone vengono rinchiusi nei container per un'ulteriore quarantena dove resteranno cinque giorni, al termine dei quali potranno decidere se restare o tornare a piedi verso Bihac percorrendo la lunga statale che porta alla cittadina.
Molti migranti preferiscono evitare Lipa, troppo distante dal confine, la mensa è poco apprezzata e sembra di stare in galera. Altri, mossi dal freddo, telefonano in struttura per farsi venire a prendere e passare l'inverno lì per poi provare il "game" con condizioni climatiche migliori.
Sembra paradossale che un Paese come la Bosnia Erzegovina che vive in una perenne crisi politica e sociale, fuori dall'Europa, ma nel cuore della stessa, si trovi a gestire da sola un dramma che dovrebbe coinvolgere tutti. Se con i primi flussi del 2017 la popolazione aveva empatizzato con i migranti, oggi non è più così. Nella maggior parte dei negozi i migranti non sono ben accetti, a volte è loro negato l'accesso, altre volte vengono lasciati fuori con la scusa del Green Pass in un Paese dove la percentuale dei vaccinati è la più bassa d'Europa.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 11 febbraio 2022
Europa/Kurdistan. Sulla detenzione in totale isolamento del leader curdo e sull'inserimento del Pkk nella lista del terrorismo esistono sentenze avanzatissime, in Italia e in Europa. Ma la politica non interviene. I contenuti della conferenza stampa di Roma in vista delle manifestazioni italiane di domani. In Italia e in Europa sentenze intorno alla questione curda esistono. Come spesso accade, sono i tribunali a segnare la via verso decisioni politiche scomode. E che per questo restano incompiute.
Il caso della detenzione in totale isolamento nell'isola-prigione turca di Imrali del fondatore e leader del Pkk, Abdullah Ocalan, è una di queste. Lo è anche quello dello stesso Partito dei Lavoratori del Kurdistan, inserito dall'Unione europea nella lista delle organizzazioni terroristiche. Sono queste le due battaglie, tra loro legate e interdipendenti, da anni portate avanti da movimenti e associazioni di giuristi e per i diritti umani in tutto il mondo: far uscire Ocalan dalla sua cella e il Pkk dalla black list. Ieri a Roma è stato ribadito in una conferenza stampa organizzata dall'Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e da Rete Kurdistan, in vista delle manifestazioni di domani a Roma (alle 14.30 in Piazza dell'Esquilino) e a Milano (alle 14 a Largo Cairoli). Per l'occasione è stato presentato il sito freeapo.org, aggregatore di materiali in costante aggiornamento sulla storia e l'attualità del Kurdistan.
Dalle parole dei partecipanti è emerso subito il retroterra politico ma anche legale delle due questioni. Di "finzione giuridica" parla Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, in passato presidente del Cpt, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura.
È in questa veste che per tre volte ha raggiunto l'isola di Imrali, nel mar di Marmara, per incontrare Ocalan: "La sua prigionia è l'emblema della finzione giuridica: una persona che ha ottenuto l'asilo politico in Italia dopo essere stato cacciato dal nostro paese. Intorno a lui la Turchia ha costruito una prigione mandandoci altri detenuti così che l'Europa non potesse più parlare di isolamento".
Palma cita la sentenza della seconda sezione civile del Tribunale di Roma, primo ottobre 1999: Ocalan era stato catturato dieci mesi prima dai servizi turchi in Kenya. "Il tribunale ha riconosciuto il diritto all'asilo - aggiunge Giovanni Russo Spena, di Giuristi democratici e portavoce del Comitato per la liberazione di Ocalan - La sentenza contiene un riconoscimento dei diritti dei curdi negati dalla Turchia e a Ocalan la sua attività costante a tutela di quei diritti. Ci scandalizza che governo e parlamento italiani non la facciano rispettare".
Non mancano sentenze nemmeno in Europa. Una in particolare, spiega l'avvocata Simonetta Crisci, anche lei membro del Comitato: è quella emessa nel 2018 dalla Corte di Giustizia dell'Ue, in Lussemburgo, secondo cui l'inserimento del Pkk nella black list è ingiusto: "Non è ancora definitiva perché è stato mosso appello, ma ha un forte significato. La Corte di Lussemburgo può intervenire anche per violazioni commesse da paesi terzi. Se si giungesse a togliere il Pkk dalla lista del terrorismo, cambierebbero molte cose. Un esempio: oggi Ankara bombarda il campo di Makhmour nel Kurdistan iracheno a fronte di un accordo con Erbil e giustificandosi con la lotta a un gruppo terrorista". Di sentenze ce n'è anche un'altra, stavolta definitiva, della Corte suprema belga: il Pkk non è terrorista ma parte in un conflitto interno.
Che la questione vada fuori dai confini nazionali lo ha ricordato in apertura Michele Rech, il fumettista Zerocalcare: "In Europa va riconosciuto il ruolo di Ocalan e del Pkk nella democratizzazione delle società in Medio Oriente e nell'individuazione di una soluzione che superi la dicotomia della scelta: regimi autoritari o barbarie jihadista".
"Ocalan va liberato - aggiunge Ibrahim Bilmez, avvocato di Ocalan (qui l'intervista de il manifesto pubblicata ieri) - Per motivi giuridici, per motivi etici visto il suo sforzo per la pace e per motivi politici: la soluzione della questione curda è fondamentale per l'intera regione".
di Valerio Fioravanti e Giovanni Francesco
Il Riformista, 11 febbraio 2022
Il governatore Newsom ha disposto il trasferimento di tutti i condannati (circa 700) nelle altre carceri dello Stato nelle quali sia possibile farli lavorare. L'ha fatto cogliendo il lato positivo della norma sui "lavoratori forzati" introdotta da un referendum "forcaiolo". E così li ha anche tolti dall'isolamento.
Gran cosa quando sulla scena politica irrompe il coraggio, e perché no, anche la fantasia. In California, un bel governatore, Gavin Newsom, che sembra preso da un film, con una bella moglie, che sembra ancora più hollywoodiana di lui, e non si lascia chiamare "First Lady" bensì "First Partner", prende una proposta di legge che voleva essere forcaiola, ne individua una piccola parte, applica solo quella, e svuota il braccio della morte. Che non è un braccio della morte qualsiasi, è il più grande degli Stati Uniti, con 673 uomini e 21 donne. Quasi 700 persone, 72 delle quali hanno superato i 40 anni di permanenza, e 43 avevano solo 18 anni al momento del reato ascritto. Sono così tanti perché la California è lo Stato più popoloso degli Usa (40 milioni) ma è anche uno Stato che non compie esecuzioni da 16 anni, e che anche nel trentennio precedente ne aveva compiute "solo" 13.
Deve avere anche un buon ufficio stampa questo Newsom, perché la notizia dello "svuotamento" del braccio della morte è passata su tutti i principali media del mondo. Ma a leggere meglio, la notizia è un po' gonfiata. Sarebbe stato più corretto definirlo "spostamento". Andiamo con ordine.
In California si è cercato due volte di abolire la pena di morte per via referendaria, nel 2012 e nel 2016. Entrambe le volte, per tre punti, la proposta non è passata. Nel 2016 è invece passato un altro referendum, denominato "pena di morte più veloce", che avrebbe voluto diminuire il numero di ricorsi della difesa. Il referendum "forcaiolo" era passato con solo mezzo punto di vantaggio, ma poi con una serie di sentenze la Corte Suprema di Stato lo aveva dichiarato inapplicabile, perché l'idea di ridurre le garanzie legali fornite a un cittadino (per quanto criminale) è stata considerata incostituzionale.
Siccome i forcaioli si assomigliano un po' in tutto il mondo, il "referendum 66", oltre a volerli uccidere più velocemente, voleva anche che lo Stato spendesse di meno per dar loro da mangiare, che li costringesse a lavorare e gli sequestrasse il 70% della magrissima paga (in alcune carceri non supera i 5 dollari al mese) per devolverla alle vittime. Le quali non erano particolarmente impressionate dal proposto risarcimento che si aggirava sui 3 dollari al mese, ma in alcune dichiarazioni avevano asserito di "apprezzare la simbolicità del provvedimento". Alla fine neanche la parte del risarcimento è andata davvero in porto, perché la procedura burocratica necessaria sarebbe costata più dei 3 dollari al mese ricavati, tanto è vero che dal 2016 a oggi per le vittime sono stati accantonati, ma non spartiti, solo 49.000 dollari.
Newsom però ha colto il lato positivo della proposta di "lavori forzati": siccome era impossibile far lavorare 700 persone che vivevano praticamente in isolamento, il referendum 66 aveva "concesso" che i condannati a morte potessero essere trasferiti in altre carceri "con adeguato livello di sicurezza", e lì partecipassero alle attività lavorative già esistenti. Ed è quello che Newsom ha fatto: tutti via da San Quintino, tutti sparsi per le 7 diverse carceri di massima sicurezza dello Stato, e praticamente tutti tolti dallo Stato di decennale isolamento per essere inseriti in un "progetto innovativo ancorato alla riabilitazione".
Certo dovranno lavorare, e del lavoro svolto lo Stato gli lascerà in tasca forse meno di 2 dollari, ma nessuno degli ex detenuti di San Quintino si è fin qui lamentato. Anche perché Newsom, come stanno facendo altri Governatori democratici negli Stati Uniti, già dal discorso di insediamento ha avvertito che non firmerà nessun mandato di esecuzione.
Semplici ma inconfutabili le parole con cui oggi Newsom ha annunciato lo svuotamento/spostamento: "Penso che l'omicidio premeditato sia sbagliato, in tutte le sue forme e manifestazioni, compreso l'omicidio premeditato sponsorizzato dal governo. Non sostengo la pena di morte, non l'ho mai fatto. La prospettiva di finire nel braccio della morte ha più a che fare con la tua ricchezza e razza che con la tua colpa o innocenza", ha detto Newsom. "Parliamo di giustizia, predichiamo la giustizia, ma come nazione non la pratichiamo nel braccio della morte".
Come i lettori del Riformista sanno, Nessuno tocchi Caino ritiene che alcuni regimi detentivi in Italia non siano poi molto diversi dai bracci della morte. Abbiamo anche noi chi crede fermamente che i cittadini "caini" vadano trattati molto duramente, magari anche un po' torturati, e possibilmente per tutta la vita. Quello che ci manca, rispetto a questa storia californiana, sono i politici fantasiosi e, ancor di più, quelli coraggiosi.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 11 febbraio 2022
Fuoriclasse. Oggi manifestazioni in una decina di città. Maturità 2022, nuovi punteggi: "Troppo poco, revocare la seconda prova". Da Torino la risposta alla ricostruzione della repressione fatta dalla ministra degli Interni Lamorgese: "Inaccettabile la retorica sugli infiltrati. Si prenda le sue responsabilità e si dimetta. Vogliamo risposte non provocazioni". Nuove occupazioni anche a Milano.
A Torino, Milano, Roma e in altre dieci città oggi tornano in piazza gli studenti che, opo la morte di Lorenzo Parelli (18 anni) in fabbrica, chiedono di fermare l'alternanza scuola lavoro considerata il simbolo del ruolo passivo della scuola nei confronti del mercato; ripensare le regole dell'esame di maturità dopo due anni di pandemia; ritirare la direttiva Lamorgese che limita il diritto costituzionale a manifestare e che è stata usata a giustificazione delle manganellate agli studenti il 23 e il 28 gennaio a Roma, Torino, Milano e Napoli. Inoltre il movimento chiede l'introduzione dei codici identificativi per dissuadere da comportamenti repressivi e denuncia i comportamenti repressivi dei presidi che in questi ultimi mesi di mobilitazione molecolare in moltissimi istituti del paese hanno comminato agli studenti le sospensioni per le occupazioni.
L'onda studentesca contro il fortino del governo ieri ha portato a un insoddisfacente risultato. Dopo un incontro con le consulte studentesche, ma non con le associazioni e le reti in mobilitazione, il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi ha concesso il cambio della valutazione della maturità 2022: 50 punti per il triennio e 50 per le prove, 15 per ciascuno scritto e 20 per l'orale. E poi ha confermato la seconda prova dell'esame contro la quale si oppongono gli studenti e ha previsto che i docenti della disciplina proporranno tre tracce sulla base dei documenti consegnati a maggio dai consigli di classe. "Sono modifiche troppo piccole che non mettono in discussione la struttura della prova e non contemplano la condizione reale degli studenti dopo due anni di pandemia" sostiene la rete degli studenti medi. "Non è esattamente ciò che chiedevamo. Vogliamo considerarlo un inizio" ha detto Marco Scognamillo (Consulte provinciali studentesche). "È un primissimo passo avanti ma noi chiediamo molto di più: una revisione complessiva dell'esame di stato" sostiene Luca Redolfi (Unione Degli Studenti).
Dopo l'inconcludente intervento della ministra degli Interni Luciana Lamorgese al Senato la risposta degli studenti torinesi ieri è stata dura: "Sono parole provocatorie. A Torino la retorica dell'infiltrato non funziona e non l'accettiamo. Siamo tutti uniti nella stessa lotta - sostengono - Gli studenti si incontrano anche nei centri sociali, hanno collettivi o altre forme di organizzazione e questo non è un crimine, né significa essere infiltrati". "Tutte quelle dichiarazioni fatte sono unico strumento che hanno per giustificare le vergognose violenze sugli studenti". "Abbiamo chiesto le dimissioni del ministro per decenza, è la cosa più corretta che in questo momento potrebbe fare", Lamorgese "doveva prendersi la responsabilità pubblicamente per le teste degli studenti spaccate dalla polizia".
Sono nove le scuole occupate a Torino e la mobilitazione si è estesa a Moncalieri e a Nichelino. A Milanodopo il Carducci e il Vittorio Veneto e il Boccioni ieri è stato occupato il liceo Beccaria. Dal 18 al 20 febbraio si svolgeranno a Roma gli "Stati generali della scuola" promossi dall'Uds. Venerdì 18 è stata annunciata una manifestazione del movimento della Lupa.
- Honduras. Sentenza oltraggiosa: colpevoli sei degli "otto del Guapinol" difensori dell'ambiente
- Yemen, solo a gennaio 43 attacchi. L'appello di Papa Francesco servirà a rompere il silenzio?
- Ergastolo ostativo, si attende risposta del ministero alle richieste dei partiti
- Giustizia, scontro totale tra politici e tecnici
- Giustizia, oggi cabina di regia. Accelerazione sulla riforma









