di Riccardo Campolo
palermotoday.it, 9 febbraio 2022
Aveva 25 anni e si trovava nel carcere di via Enrico Albanese da settembre dopo una condanna definitiva a 3 anni e 8 mesi per alcune rapine. L'ex avvocato aveva presentato delle istanze per una perizia psichiatrica che però non avrebbe portato a nulla. Il direttore a PalermoToday: "Grande rammarico e massima vicinanza alla famiglia"
È stato trovato in cella, con un lenzuolo stretto attorno al collo, e nonostante l'intervento dei sanitari non ce l'ha fatta. Un detenuto di 25 anni, F.M., si è suicidato ieri nel carcere Ucciardone dove era recluso da settembre per una condanna definitiva a 3 anni e 8 mesi. A trovarlo è stato il personale di vigilanza che ha chiamato subito i medici e gli operatori sanitari per provare a rianimarlo.
Dopo l'accaduto sono i carabinieri hanno avviato le indagini ed eseguito i rilievi per cercare di chiarire cosa abbia spinto il giovane a togliersi la vita. Il ragazzo, condannato in via definitiva, aveva anche altri procedimenti penali pendenti e si trovava, al momento del decesso, in una cella d'isolamento. Terminata l'ispezione del medico legale, la salma è stata portata al Policlinico in attesa che il pm decida se disporre l'autopsia.
Il 25enne era stato condannato dal tribunale di Termini per alcune rapine messe a segno in una tabaccheria, una merceria e un bar della provincia palermitana. Circa un anno e mezzo fa l'avvocato che seguiva il ragazzo aveva presentato delle istanze perché venisse eseguita, proprio per timore che potesse farsi male o addirittura suicidarsi, una perizia psichiatrica che però non avrebbe portato al risultato sperato.
Da ottobre scorso il caso era stato affidato a un altro legale che, con un incidente di esecuzione, era riuscito a riunire alcuni procedimenti ottenendo uno sconto e portando la pena complessiva sotto la soglia dei 5 anni. "Esprimo grande rammarico per l'accaduto - spiega a PalermoToday il direttore dell'Ucciardone, Fabio Prestopino - e massima vicinanza alla famiglia in questo momento così difficile. Non posso aggiungere altro".
lacnews24.it, 9 febbraio 2022
La struttura che sorge nel borgo del catanzarese è predisposta ad accogliere 40 ospiti, ma le liste di attesa contano in Italia centinaia di persone. Attesa da anni, necessaria e opportuna come non mai, Girifalco attende tra una manciata di mesi l'inaugurazione della sesta Rems italiana. Nei locali di fronte al vecchio manicomio, ora diventato ospedale monumentale, lì dove un tempo venivano alloggiati i malati considerati meno pericolosi, in due moduli sorgerà la residenza per detenuti con patologie psichiatriche, non in grado di intendere e di volere. Soggetti le cui condizioni non sono compatibili con una detenzione "normale".
Due i moduli predisposti, per un totale di 40 ospiti, ma le richieste accumulate sono molte di più. Non solo la Calabria, ma l'Italia tutta è indietro in questa battaglia di civiltà rivolta ai detenuti psichiatrici. In Calabria una residenza analoga si trova a Santa Sofia D'Epiro, nel cosentino, ma con un numero striminzito di posti e lunghe liste d'attesa.
Le tappe della Rems - La Rems di Girifalco nasce progettualmente intorno al 2015, ma diversi sono stati gli intoppo burocratici che ne hanno rallentato il percorso. Non ultimo quel nubifragio che portò una strada a franare rovinosamente, bloccando i lavori. Ora dall'Asp sono state indette praticamente tutte le procedure di gara per i macchinari diagnostici. Un'ala della Rems, ci ricorda il sindaco Pietrantonio Cristofaro, è infatti dedicata alla diagnostica perché il primo obiettivo deve essere la cura e il recupero. Vanno poi espletati i concorsi per l'assunzione del personale necessario, fatto il collaudo dei lavori e così via. Senza incappare in imprevisti, la Rems di Girifalco potrebbe essere inaugurata entro l'estate. E questo costituirebbe un collante con il suo passato.
La storia dell'ex manicomio - Il manicomio di Girifalco ha contraddistinto la storia del paese e della comunità, primo esempio di inclusione dei pazienti, che non era raro vedere passeggiare per le strade della cittadina. Dopo l'Unità d'Italia, la decisione di creare in Calabria un luogo dedicato agli ammalati psichiatrici visto che il più vicino fino ad allora era stato quello di Aversa. Ad occuparsene fu il prefetto di Catanzaro Colucci che verificò varie strutture ricadenti più o meno nello stesso pugno di territorio, fino a quando nel 1878 la scelta ricadde sul convento dei frati minori riformati di Girifalco.
Fu l'alienista genovese Dario Maragliano ad occuparsi della riconversione in frenocomio, letteralmente asilo per alienati. Maragliano ne prese anche la direzione, era il 1880 quando nasce sulla carta l'ospedale psichiatrico provinciale di Catanzaro in Girifalco. Poi la legge Basaglia, la chiusura dei manicomi e l'inizio di un nuovo percorso. A Girifalco il 15 magio 1978 si chiudono le porte, fino ad allora erano state registrate 15.794 cartelle cliniche diventate poi importantissimo oggetto di studi e di riflessione.
crotoneok.it, 9 febbraio 2022
Il sindaco Vincenzo Voce con proprio decreto, a seguito di procedura ad evidenza pubblica, ha nominato Garante Comunale per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Federico Ferraro, di professione avvocato: un incarico che Ferraro ha già svolto tra il 2018 e il 2021.
Il Garante, figura prevista dal Regolamento Comunale, opera per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale, anche mediante la promozione dell'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale ovvero limitate nella libertà di movimento domiciliate, residenti o dimoranti nel territorio del Comune di Crotone, con particolare riferimento ai diritti fondamentali, alla casa, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport, per quanto nelle attribuzioni e nelle competenze del Comune medesimo, tenendo altresì conto della loro condizione di restrizione e la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani.
La Nuova Sardegna, 9 febbraio 2022
Il posto era vacante dal 16 dicembre dopo la revoca dell'incarico ad Antonio Unida. Da oggi 8 febbraio Sassari ha di nuovo un garante dei detenuti. Gianfranco Favini, indicato lo scorso 3 febbraio dal Consiglio comunale, ha giurato di fronte al sindaco Nanni Campus e al presidente del Consiglio comunale, Maurilio Murru.
L'incarico di garante dei diritti delle persone private della libertà personale era vacante dal 16 dicembre, quando l'assemblea civica aveva revocato Antonello Unida, che aveva perso la fiducia della maggioranza civica e grillina da cui era stato indicato a causa delle sue posizioni critiche verso la gestione governativa dell'emergenza pandemica.
Favini, 75 anni, tributarista e insegnante di discipline economico-aziendali, è da sempre impegnato nel mondo del volontariato: fondatore nel 2003 e tuttora presidente dell'Associazione Alzheimer Sassari, è direttore del Centro diurno integrato di riabilitazione per le demenze e Alzheimer a San Camillo.
di Attilio Nettuno
casertanews.it, 9 febbraio 2022
I medici hanno attestato anche la negatività al Covid su reclusi mai visitati. Giudice prende tempo su istanza di citazione responsabili civili. Il Ministero della Giustizia ed il Ministero della Salute oltre all'Asl citati come responsabili civili nel processo per le torture avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020. È quanto accaduto nel corso dell'udienza preliminare - a carico di 106 tra agenti e funzionari dell'amministrazione penitenziaria e due medici - celebrata dinanzi al gup Pasquale D'Angelo all'aula bunker di Santa Maria Capua Vetere.
Le parti civili - circa 90 detenuti oltre ai familiari di Hakimi Lamine (il detenuto morto in seguito ai pestaggi), al Ministero della Giustizia, i garanti nazionale e regionale e l'Asl - hanno depositato l'istanza per la citazione del responsabile civile. Non solo è stata formalizzata quella per il Ministero della Giustizia (già anticipata nelle precedenti udienze) ma anche l'Asl ed il Ministero della Salute per i falsi referti redatti ai detenuti vittime dei pestaggi in cui veniva fatta risalire l'origine delle lesioni nel "contenimento" di una protesta oltre a certificare l'assenza di sintomi Covid - in seguito al contatto con un detenuto sospetto positivo - senza averli visitati. Il legale dell'Asl, l'avvocato Marco Alois, si è opposto all'istanza. Il giudice scioglierà la riserva alla prossima udienza. Asl e Ministero della Giustizia sono state già ammesse come parti civili ma potrebbero rivestire la doppia veste processuale di 'parti offese' e responsabili civili.
Tra gli avvocati che difendono i detenuti vittime delle aggressioni ci sono: Carmine D'Onofrio (tra i primi a depositare una denuncia per uno dei detenuti facendo avviare l'indagine), Luca Viggiano, Goffredo Grasso, Fabio Della Corte, Giuseppe De Lucia, Gennaro Caracciolo, Ferdinando Letizia, Marco Argirò, Pasquale Delisati, Andrea Balletta e Giovanni Plomitallo. Si è costituita anche l'Asl di Caserta con l'avvocato Marco Alois e l'avvocatura dello Stato per il Ministero della Giustizia.
Tra i difensori degli imputati sono impegnati - tra gli altri - gli avvocati Giuseppe Stellato, Mariano Omarto, Vittorio Giaquinto, Carlo De Stavola, Raffaele Costanzo, Angelo Raucci, Roberto Barbato, Dezio Ferraro, Elisabetta Carfora, Domenico Di Stasio, Valerio Stravino, Gerardo Marrocco, Massimo Trigari, Luca Di Caprio, Mario Corsiero, Rossana Ferraro, Ernesto De Angelis, Claudio Botti, Vitale Stefanelli, Michele Spina, Fabrizio Giordano, Raffaele Russo, Valerio Alfonso Stravino, Antonio Leone, Domenico Pigrini, Ciro Balbo, Dario Mancino, Natalina Mastellone, Gabriele Piatto, Massimiliano Di Fuccia, Carlo De Benedictis, Rosario Avenia, Domenico Scarpone, Eduardo Razzino e Nicola Russo.
di Manuela Messina
La Repubblica, 9 febbraio 2022
Il progetto della onlus "FareXBene" si chiama BullisNo: forma giovani educatrici a dare supporto a chi viene coinvolto in episodi di bullismo e cyberbullismo. "Il bullismo nelle scuole c'è, anche se ci sono professori e genitori che fanno finta che non ci sia".
Non sempre gli adulti lo riconoscono, al contrario ci sono ragazzi che, visto che certe esperienze le hanno già vissute ed elaborate, sanno anche aiutare gli altri. Tanto che sono diventati punto di riferimento dei loro coetanei. Margherita, 17 anni, che frequenta la quarta al liceo Carducci di Milano, oggi è "peer educator", educatrice tra pari, nel progetto "BullisNO" della onlus "Fare X Bene". È formata per dare supporto a chi, a scuola, viene coinvolto in un episodio di bullismo o di cyberbullismo, anche perché lei certe esperienze le ha vissute sulla propria pelle.
"Sono stata bulla alle elementari, ma me ne sono accorta solo dopo", racconta. "Grazie alla mia corporatura più robusta della media, ero sempre quella che correva più veloce, sia tra le ragazze che tra i ragazzi. Avevo la mia cerchia di amici e ho iniziato a prendere in giro gli altri". Un giorno però, quella bambina così "popolare" diventa vittima. "Un compagno a scuola mi ha dato un calcio e in quel momento ho realizzato che il suo, come anche il mio, non erano atteggiamenti intelligenti". Perché il punto è che i bulli (e anche le vittime) a volte non sanno nemmeno di esserlo. "Quando sono andata alle medie sono stata spettatrice di alcuni episodi. Non mi andava di restare a guardare e ho iniziato a difendere gli altri, ma questo non è piaciuto". Margherita subisce così un "colpo basso" e viene accusata ingiustamente di avere rubato un portafogli a una compagna di classe. I professori la difendono, non credono che sia stata lei e non prendono provvedimenti verso nessuno, ma tutta la scuola la addita come ladra.
"Mi sentivo sbagliata - continua - non capivo perché venivo attaccata. Mi sono chiusa in me stessa e non ho più permesso a nessuno di avvicinarmi". Anche al liceo torna nuovamente a essere vittima su una chat di soli ragazzi, questa volta per il suo aspetto fisico. Ma ha la fortuna di incontrare Giusy Laganà, la fondatrice del progetto, grazie al quale elabora la propria esperienza riuscendo anche a metterla al servizio degli altri. Chiara, 15 anni, che frequenta il liceo scientifico Vittorio Veneto, è diventata educatrice tra pari già in prima media e oggi, a scuola e non solo, parla con criterio di argomenti importanti come bullismo, cyberbullismo e violenza di genere. "All'inizio a muovermi era pura curiosità, poi questa si è trasformata nell'esigenza di non volere restare indifferente".
Andando avanti, anche lei, nel diventare punto di riferimento per alcuni, si trasforma in un bersaglio per altri. "Solo perché avevo iniziato a difendere alcuni dei miei compagni, mi hanno esclusa dalla chat di classe e ne hanno fatta un'altra in cui parlavano male di me. Ne facevano parte anche alcune amiche strette, solo per essere accettate". Per fortuna, grazie ai percorsi fatti, non si è fatta scoraggiare. "Ne ho parlato con i miei genitori, che è importantissimo anche perché intorno alle vittime di bullismo spesso viene a mancare la solidarietà. E abbiamo gestito insieme la situazione".
di Fabrizia Ferrazzoli
dire.it, 9 febbraio 2022
Le chiama 'realtà irrinunciabili', Kento. Lui, rapper, scrittore e attivista che da tempo è impegnato negli istituti penali per minori con dei laboratori, ha la vocazione di dare voce a chi non è ascoltato. La sua esperienza didattica e d'incontro nelle carceri diventa così un progetto a sé che si chiama 'Barre Aperte'. Una finestra aperta su una realtà troppe volte dimenticata, quella della detenzione minorile, che si fa racconto in questa web serie disponibile su YouTube e in anteprima su Repubblica TV.
Otto episodi in tutto, che durano poco meno di 10 minuti, accendono i riflettori su vita, sogni e storie di ragazzi sottoposti a provvedimenti penali ma anche su professionisti e volontari impegnati nella formazione, umana e professionale, di chi vive recluso. In primo piano le attività artistiche dei teatri dell'Istituto Penale per Minorenni Beccaria di Milano e a quello di Airola, in provincia di Benevento. Scritta da Kento, con le riprese e il montaggio di Hélio Gomes, 'Barre Aperte' è un progetto realizzato da CCO - Crisi Come Opportunità e Associazione Puntozero, con il supporto di Fondazione Alta Mane Italia.
Con ritmo serrato e veloce, Kento svela un percorso di musica e teatro dove il confine tra il dentro e il fuori sembra non esserci: "Le sbarre che dividono il carcere dal mondo dei liberi funzionano in entrambi i sensi, tengono i carcerati fuori dal mondo, ma tengono anche il mondo al di fuori di quella realtà, quindi tutti gli strumenti fisici e culturali che riescono a far superare queste sbarre sono secondo me fondamentali".
Ecco allora che il format 'Barre Aperte' diventa indispensabile per trasmettere il messaggio che un carcere non è nella città ma è della città. Puntata dopo puntata le testimonianze dei protagonisti mettono nero su bianco come le aspettative dei giovani cambino e come l'arte sia motore di una nuova consapevolezza emotiva e di una ritrovata autostima.
"Il lavoro sul fronte artistico - spiega Kento all'Agenzia Dire - è importante almeno su cinque fronti: prima di tutto sul fronte della stima personale, in secondo luogo per l'inserimento nella socialità ristretta tra ragazzi, per la stima da parte degli adulti, del personale, degli operatori e di chiunque li segua. Inoltre l'attività artistica viene inserita nel fascicolo del detenuto e viene considerata uno step del suo percorso verso la libertà e infine, forse l'aspetto più significativo per me, è il cambiamento di ruolo: ragazzi a cui viene detto che cosa devono fare per una volta sono quello che dicono, sono quelli dalla parte della capsula del microfono".
E l'esperienza artistica diventa anche esperienza professionale: c'è un palco sì da calcare ma anche da disegnare per esempio con luci, fonia e scenografia. E poi, oltre al comparto audio, che richiede elettricisti e tecnici del suono, c'è quello video che, in pandemia, diventa la finestra per il mondo che c'è fuori. "CCO - Crisi Come Opportunità e Punto Zero che hanno realizzato 'Barre Aperte'- racconta Giulia Agostini, Presidente di CCO- fanno parte di una rete nazionale di associazioni che portano l'arte negli istituti penitenziari minorili. Ci siamo messi insieme circa un paio di anni fa perché crediamo che insieme possiamo avere più forza verso le istituzioni e portare avanti delle istanze di miglioramenti per i ragazzi che in questo momento sono ristretti". 'Barre Aperte' "può piacere o non piacere- conclude Kento- ma di sicuro è qualcosa che non si è ancora mai visto prima".
di Davide Varì
Il Dubbio, 9 febbraio 2022
In tutto gli emendamenti depositati sono oltre 200 e provengono quasi tutti dal centrodestra. Critico anche Magi (+Europa): "Testo imperfetto". "Io non so come e se questa legge si intreccerà con il referendum sull' eutanasia, so però che si tratta di un testo imperfetto e che presenta diversi nodi irrisolti". Riccardo Magi di Più Europa ha presentato circa una "ventina di emendamenti" al testo sul suicidio assistito che torna domani pomeriggio all'esame dell'aula di Montecitorio, dopo lo slittamento tra legge di Bilancio e Colle.
"Se non ci fosse stato il referendum - commenta Magi - non avremmo avuto neanche questa legge che pure è imperfetta. Per tre anni, nonostante il richiamo della Corte costituzionale, non si è fatto nulla. Poi sulla spinta del referendum si è approvato anche un po' frettolosamente un testo senza sciogliere nodi giuridici in commissione che, temo, sarà ancora più difficile sciogliere in aula". Diversi i punti controversi, secondo Magi. "Tra gli emendamenti che ho presentato c'è quello che fa riferimento all'essere stati coinvolti nelle cure palliative. Che vuol dire? Che è un obbligo farle per accedere al suicidio assistito? E poi si chiede al medico di fare una relazione sulle condizioni cliniche, psicologiche, sociali e familiari del richiedente. Ma il medico non è un'assistente sociale, non è suo compito stabilire le condizioni sociali e familiari e questo potrebbe creare un blocco". Ed ancora: "Non c'è certezza sui tempi dei vari step della procedura e questo può creare un imbuto burocratico". Infine il punto dell'obiezione di coscienza: "Questo rischia di essere un ostacolo decisivo, già vediamo i problemi che ci sono sull'aborto".
Le divisioni nella maggioranza, già emerse alla chiusura dei lavori in commissione, restano. Nella Lega, in Forza Italia, tra i centristi, oltre che in Fdi sul versante opposizione. In tutto gli emendamenti depositati sono oltre 200 e provengono nella quasi totalità da Fdi, Lega, Forza Italia e centristi tra Coraggio Italia e Noi con l'Italia, oltre ad alcuni presentati da Italia Viva e, appunto, da Riccardo Magi. Domani mattina verranno esaminati dal comitato dei 9. Nicola Provenza dei 5 Stelle relatore della legge insieme al dem Alfredo Bazoli è tuttavia "fiducioso". Per due ordini di motivi, spiega all'Adnkronos. Per il lavoro di mediazione raggiunto in commissione. Lo stesso capogruppo leghista in Giustizia, Roberto Turri, si è detto "soddisfatto" per le modifiche accolte che restano però "insufficienti". E poi Provenza confida sul fatto che il Parlamento non perderà l'occasione di "approvare finalmente una legge che ponga fine alle sofferenze inaudite di tante persone". "La parola più usata dal presidente Mattarella nel suo discorso qui alla Camera - dice Provenza - è stata "dignità". Ecco se la dignità del Parlamento deve manifestarsi, non c'è occasione migliore" di questa.
Tuttavia il rischio di arrivare ad un'approvazione che non raccolga il consenso dell'intera maggioranza è concreto. Spiega Turri all'Adnkronos: "Noi restiamo contrari a questa legge, proveremo a migliorarla con i nostri emendamenti, spiegheremo la nostra posizione e daremo battaglia in aula". Ma nessun ostruzionismo assicura: "No, non c'è alcun intento di questo tipo. Abbiamo presentato una cinquantina di emendamenti. Proveremo a far passare qualche modifica in aula". Osserva il relatore Provenza: "La mediazione non può accontentare tutti. Abbiamo lavorato cercando di trovare un equilibrio sulle garanzie a tutela delle persone che richiedono la procedura del suicidio assistito, tra chi voleva introdurre moltissimi paletti e chi non voleva metterli proprio. Ma quella sintesi è stata raggiunta e io credo che il Parlamento non mancherà di dare finalmente una risposta-sollecitata anche dalla Corte Costituzionale- su un tema delicato ed eticamente sensibile, ma che non è possibile rimandare di fronte al Paese". E sul quale pende un referendum.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 9 febbraio 2022
I giudici costituzionali decideranno se in primavera voteremo e su quali quesiti. La posta in gioco è alta: l'esercizio di voto e l'avvio di una stagione di riforme su temi di grande rilievo sociale.
1. La stagione referendaria avviata l'estate scorsa affronterà, il 15 febbraio, un tornante decisivo: il giudizio sull'ammissibilità dei quesiti in tema di eutanasia, cannabis e giustizia da parte della Consulta. Se e quali voteremo, in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, dipenderà dalle sue decisioni.
Il rischio di uno slittamento al 2023, infatti, è ormai sventato: da qui alle urne referendarie, difficilmente interverrà un decreto di scioglimento anticipato delle Camere, firmato da un Capo dello Stato appena rieletto, e controfirmato da un Presidente del Consiglio inchiodato a Palazzo Chigi per proseguire l'azione di governo. Egualmente remota è l'ipotesi che, in un così breve segmento di tempo, siano approvate leggi last minute innovative di quelle oggetto dei referendum, tali da disinnescarli. Quel tornante (e come ci si è arrivati) va allora illuminato a giorno. Perché conoscere serve a deliberare. Ma anche a misurare le decisioni che gli attori del procedimento referendario (promotori, Ufficio centrale di Cassazione, giudici costituzionali) hanno preso o assumeranno. La posta in gioco è alta: l'esercizio del diritto di voto e - sulla scia dei suoi esiti - l'avvio di una stagione di riforme su temi di grande rilievo sociale. Per il Paese, sarebbe un salutare remake.
2. L'atteso giudizio della Consulta ha, alle spalle, quello già espresso dall'Ufficio centrale per il referendum (UCR) presso la Cassazione. Fasi dello stesso procedimento, tra i due esiste una concatenzione logica e cronologica. Guardiamo allora al primo, colpevolmente trascurato dai commentatori. Eppure le relative ordinanze, depositate tra il 26 novembre e il 10 gennaio, hanno lasciato il segno, bocciando un referendum e denominando ufficialmente quelli promossi. Lette in filigrana, inoltre, mostrano dati di politica del diritto di sicuro interesse.
3. A conferma che la campagna referendaria popolare è una difficile corsa a ostacoli, è caduto il referendum sulla caccia: largamente inferiori al necessario le firme raccolte, anche a considerare quelle tardivamente depositate, benché i promotori si siano avvalsi di sottoscrizioni online. All'opposto, nel caso dei referendum eutanasia e cannabis capitanati dall'Associazione Coscioni, le operazioni di verifica e conteggio attestano che le firme digitali sono state decisive per superare la soglia delle 500.000 richieste.
Alla prova dei fatti, esce così smentito l'assunto per cui le sottoscrizioni online assicurerebbero il necessario consenso referendario, dopandolo artificialmente. La tecnologia non basta. A fare la differenza è la credibilità del comitato promotore, la sua azione politica pregressa, la sua capacità di fare rete, mobilitandola. Detto altrimenti, serve la politica. E quando il referendum è proiezione di una riconoscibile politica, il timore di una click-democracy è solo lo spettro denunciato da precipitosi acchiappa fantasmi.
4. Per i sei referendum sulla giustizia, il controllo svolto dall'UCR è stato più agevole, perché promossi da nove consigli regionali (Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Veneto), tutti di centrodestra. Niente moduli vidimati da verificare, né firme autenticate con annessi certificati elettorali da controllare: solo delibere consiliari su identici quesiti, formalmente corrette, approvate a maggioranza assoluta.
I promotori, dunque, sono esclusivamente le Regioni, nelle persone dei propri delegati designati dai rispettivi consigli. Non esiste, invece, alcun comitato promotore leghista-radicale, perché le centinaia di scatoloni stipati in via Bellerio e stracolmi di firme non sono mai stati portati in Cassazione. E poiché una sottoscrizione referendaria è tale solo se verificata e conteggiata dall'UCR, le complessive 4.275.000 firme (asseritamente) raccolte sono pari a 0. Giuridicamente, non esistono. Sottratte al necessario controllo di legalità, sono solo fittizie. Usciti di scena i promotori originari, a interloquire con l'UCR sulla denominazione dei quesiti sono rimasti i soli delegati regionali. E così sarà per le prossime tappe: la costituzione di parte nel giudizio di ammissibilità spetterà solo a loro, come pure gli spazi televisivi nella campagna referendaria che verrà. Inoltre, in qualità di potere dello Stato, solo gli effettivi promotori sono legittimati a sollevare conflitti di attribuzione a Corte, in difesa dei referendum.
Le ordinanze in esame svelano anche l'identità dei delegati designati, in numero di due per Regione. Uno svetta sugli altri per caratura politica: Roberto Calderoli, nominato delegato supplente dalla Basilicata per tutti i sei quesiti promossi. Nessun esponente radicale compare, invece, in elenco. Sta qui, in questa egemonia leghista, l'autentica ragione del suicidio (politicamente assistito) dell'iniziale comitato promotore. La regia della campagna referendaria sarà dunque a trazione leghista: il suo tono ("Chi sbaglia paga" è lo slogan referendario del Carroccio), il volerne fare "un banco di prova per il cosiddetto centrodestra" (come dichiarato da Salvini), la posizione ancillare dei radicali, rischiano di minarne la vocazione trasversale, ostacolando così l'ampliamento del fronte garantista favorevole ai quesiti.
5. Per legge la denominazione dei referendum spetta all'UCR, sentiti i promotori: il titolo così deciso sarà riprodotto sulle schede, identificando l'oggetto della domanda abrogativa. Si tratta di un dato tutt'altro che formale, dal quale dipende l'espressione di "un voto pienamente consapevole, non condizionato, né condizionabile" (ord. 15 dicembre 2021). La scelta si è rivelata particolarmente controversa per tre quesiti: legge Severino, legge elettorale del Csm, eutanasia.
Nel primo caso, è stata respinta la proposta dei delegati regionali di qualificare come sanzione l'incandidabilità conseguente al giudicato di condanna. L'UCR fa leva sulla lettera e sulla ratio della legge Severino, ma avrebbe anche potuto utilmente rivere chiamare due recenti sentenze della Corte EDU (17 giugno 2021, Miniscalco c. Italia e Galan c. Italia) che ne hanno egualmente escluso la natura materialmente penale.
Nel secondo caso, il titolo proposto dalle Regioni ("Riforma delle elezioni dei membri togati del Csm") è stato respinto come "fuorviante" perché riferito a un voto referendario "esclusivamente abrogativo", mentre una riforma "implica l'introduzione nell'ordinamento di nuovi contenuti normativi". L'UCR rivela così un approccio formalistico e arcaico all'istituto referendario, in realtà capace - abrogando in tutto o in parte una legge - di innovare comunque l'ordinamento. Non diversamente, anche il titolo proposto per il referendum eutanasia è stato respinto perché non rispettoso dei "limiti di un quesito di natura abrogativa" e invasivo di scelte rimesse al legislatore. Qui, per sovrappiù, l'UCR è inciampato in un fraintendimento circa il fine della richiesta referendaria: vediamo come e perché.
6. "Abrogazione parziale dell'art. 579 c.p. (omicidio del consenziente)": questo il titolo ufficiale del quesito che i promotori avrebbero voluto integrare con un sottotitolo esplicativo: "Disponibilità della propria vita mediante consenso libero, consapevole, informato". Proposta respinta perché contenente "l'indicazione di un bilanciamento fra diritti di pari dignità costituzionale": il diritto alla vita e il diritto all'autodeterminazione. Indicazione che l'UCR giudica "non neutrale" né ricavabile dalla sent. n. 242/2019 sul caso Cappato.
In realtà, il quesito mira ad altro. Vuole rovesciare quanto previsto dal codice Rocco, sostituendo al dodi vivere il diritto a disporre della propria vita, rimanendo presidiata la difesa della vita altrui, addirittura rafforzata dall'abrogazione del reato di omicidio del consenziente. Considerato che mai la giurisprudenza sull'art. 579 c.p. ha riconosciuto la presenza di un consenso validamente prestato, giococoforza il solo ambito in cui il principio di autodeterminazione potrà legittimamente operare è all'interno della legge n. 219 del 2017 in tema di consenso informato e testamento biologico. È la stessa procedura richiamata dalla Consulta nella citata sent. n. 242/2019. L'espressione "con il consenso di lui", che sopravvive nell'art. 579 c.p. a seguito dell'abrogazione referendaria, presta il giusto aggancio a tale interpretazione sistematica.
Il sottotitolo esplicativo proposto dal comitato promotore a questo serviva: rendere chiaro agli elettori quale principio giuridico il quesito intende introdurre. La decisione contraria dell'UCR è stata prontamente cavalcata dagli avversari del referendum (Giovanna Razzano, Il Sole-24 Ore, 17 gennaio 2022). Ciò nel malcelato auspicio che la denominazione del quesito irrompa nel giudizio sulla sua ammissibilità come criterio per contestarne la (presunta) ambiguità, emergente dallo scarto tra l'intento dei promotori e i suoi effetti normativi. Vedremo. In ogni caso, i giudici costituzionali sanno bene di essere vincolati a quanto stabilito dall'UCR limitatamente alla riconosciuta conformità del referendum alla legge n. 352 del 1970. Non anche alla denominazione del quesito, in ragione della piena autonomia che contraddistingue i due giudizi e i rispettivi esiti: lo confermano i casi in cui la Consulta ha espresso dissenso rispetto al titolo attribuito dall'UCR al referendum (cfr. sentt. nn. 40/1997 e 37/2000).
7. Questo è quanto deciso collegialmente dall'UCR. Sono provvedimenti delicati, perciò affidati a un organo giurisdizionale imparziale. Sarebbe stato saggio, allora, evitare il potenziale conflitto d'interessi di uno dei suoi membri, già parlamentare e sottosegretario, curatore del volume Eutanasia. Le ragioni del no (Edizioni Cantagalli, 2021), vicepresidente di un centro studi intervenuto a Corte in opposizione alle scelte sul "fine vita" patrocinate dall'Associazione Coscioni (cfr. ord. n. 207/2018, sent. n. 242/2019). Tocca dirlo: "gravi ragioni di convenienza" (art. 51, comma 2, c.p.c.) avrebbero suggerito una volontaria astensione.
di Riccardo Magi
Il Manifesto, 9 febbraio 2022
Il discorso al Parlamento del Presidente della Repubblica è stato analizzato a fondo, i commentatori l'hanno battezzato: "agenda Mattarella". Tuttavia molti hanno ignorato il richiamo alla necessità di un "costante inveramento della democrazia" e all'importanza di una "nuova stagione di partecipazione dei cittadini".
Tra sei giorni la Corte Costituzionale si riunirà per giudicare dell'ammissibilità del Referendum Cannabis. Un seminario organizzato dal Comitato promotore, con la partecipazione di costituzionalisti ed esperti, ha evidenziato con completezza di argomenti la solidità giuridica del quesito sotto il profilo costituzionale, penalistico e del rispetto degli obblighi internazionali.
La questione che intendiamo sottoporre al popolo sovrano è l'urgenza, non più rinviabile, di riformare la legge italiana sulle droghe. Con il referendum si modificano le norme vigenti attenuando l'intervento sanzionatorio: non sarà più punibile la coltivazione di cannabis per uso personale, sarà eliminata la pena detentiva per tutte le condotte relative alla cannabis e anche la principale sanzione amministrativa per la detenzione per uso personale. Un intervento referendario che investe disposizioni di legge tra loro logicamente e funzionalmente collegate (di qui l'omogeneità del quesito) e che spinge politicamente verso una nuova regolamentazione della cannabis.
Se ne può parlare? Si può aprire un dibattito serio e informato che parta dalla valutazione degli effetti dell'attuale normativa e arrivi a una decisione meditata, equilibrata ma incisiva sulla realtà? La risposta è tutta nella possibilità di celebrare questo referendum.
Si tratta di una enorme questione sociale che tocca la vita di milioni di consumatori (se ne stimano più di 6 in Italia); di una questione di legalità, perché il mercato illegale cresce senza essere scalfito da un'azione repressiva che costa miliardi; di una questione di tutela della salute dei cittadini e della loro libertà di fronte alla pretesa punitiva dello Stato per condotte non lesive nei confronti di alcuno; di una questione infine che potrebbe generare opportunità di lavoro con l'apertura di un mercato legale.
Nonostante queste evidenze lampanti - che nel mondo stanno portando un numero crescente di Stati a superare le politiche proibizioniste - in più di trent'anni non c'è stato modo di riformare la legge italiana sugli stupefacenti e il suo impianto repressivo e criminogeno. Solo la Corte costituzionale è intervenuta a più riprese dichiarando l'incostituzionalità di alcune sue parti e l'intento referendario, come opportunamente rilevato dal professor Pugiotto, è del tutto assimilabile a quello della Corte.
Anche la Conferenza nazionale sulle Droghe organizzata lo scorso novembre dal Governo a Genova ha indicato al legislatore, come misure da adottare, la depenalizzazione dei reati di lieve entità, la decriminalizzazione effettiva della detenzione per uso personale, la legalizzazione dell'autocoltivazione, ma ciò non ha avuto alcun effetto sull'agenda parlamentare che vede tuttora arenata in commissione Giustizia la proposta di legge che darebbe alcune risposte.
Immobile è il Parlamento e immobile è la situazione delle carceri italiane, nelle quali si entra soprattutto per violazione dell'art. 73 del Dpr 309/90 per detenzione o piccolo spaccio. Si può affermare con la forza dei numeri che una diversa legge sulle droghe eliminerebbe il sovraffollamento che viola la Costituzione. Fino al 15 febbraio, quando la Consulta si riunirà per decidere, chiamiamo tutti alla mobilitazione democratica e nonviolenta. Perché è anche consentendo lo svolgimento di questo referendum, sottoscritto da oltre 600mila cittadini in una sola settimana, che si potranno inverare la democrazia e quella nuova stagione di partecipazione popolare evocata dal Presidente Mattarella con il richiamo insistito alla dignità.
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