di Adriano Sofri
Il Foglio, 8 febbraio 2022
Il Papa ha invocato il diritto di tutti al perdono. Qui si aspetta il giudizio del tribunale francese per l'estradizione di uno dei latitanti ex terroristi: una magistrata di Milano lo aveva dichiarato "delinquente abituale", uno che non commette reati da 44 anni. Qualcuno l'ha anche lodata per la rapidità.
Il Papa Francesco dice che ogni creatura umana ha il diritto di essere perdonata. Si può dubitarne, o robustamente obiettare, se si incorre nell'apparente corollario logico per cui ogni essere umano ha il dovere di perdonare. Al contrario, la prima cosa è vera, la seconda no. L'incomprensione di questa apparente contraddizione divide malamente il mondo. Il tema è solenne, ma vediamone una piccola applicazione.
C'è uno dei riparati in Francia, la cui estradizione sta così a cuore alle autorità italiane. Non l'ho mai conosciuto, si chiama Luigi Bergamin, ha 73 anni, fu condannato a 23 anni per "concorso morale" (ne scontò 7) in due omicidi attribuiti a Cesare Battisti, con le attenuanti dovute al riconoscimento che aveva ripudiato la sua militanza armata. Aveva allora 29 anni, ne sono trascorsi 44 dai fatti, 32 dall'ultima sentenza. Per 44 anni, quasi i due terzi della sua vita, non ha commesso alcun reato. Per lui sarebbe intervenuta la prescrizione l'8 aprile scorso, nei giorni stessi in cui il gruppetto dei superstiti rifugiati, quelli che non erano ancora morti di malattia o di vecchiaia o di suicidio, venivano clamorosamente arrestati e subito rimandati a casa, in attesa delle pratiche ulteriori.
Una magistrata di Milano, per sventare la prescrizione, lo dichiarò "delinquente abituale". Ho letto la descrizione di questa fattispecie nelle pubblicazioni pertinenti, ma basta il senso comune per reagire all'idea che una persona che da 44 anni non commette un reato sia dichiarata dedita abitualmente al delitto. Infatti la Corte d'Assise milanese, chiamata a pronunciarsi, decretò, a maggio, la prescrizione. Allora la sostituta della procura milanese per l'esecuzione penale, Adriana Blasco, si è appellata alla Cassazione.
La Cassazione le ha risposto che doveva rivolgersi alla Corte d'Assise. La Corte d'Assise, a luglio, le ha dato torto confermando l'avvenuta prescrizione. Allora ha ricorso in Cassazione. Qualche giorno fa la Cassazione le ha dato ragione, sentenziando senza rinvio che i reati di Bergamin non sono prescritti essendo lui un delinquente abituale. D'ora in poi, in Italia, delinquente abituale non sarà più chi è dedito abitualmente al delitto, ma chi, a parere di un magistrato o di un tribunale, è come se lo fosse. Anche dopo 44 anni illibati, anche 40 anni dopo aver avuto le attenuanti per l'abbandono delle pratiche illegali. Staremo a vedere che opinione se ne farà il giudice francese che in aprile prenderà in esame il caso di Bergamin.
In Italia, di una simile inversione linguistica e logica, non si è quasi parlato, se non nelle rare sedi in cui ci si preoccupa delle garanzie giuridiche, o all'opposto in quelle in cui ci si rallegra della loro disfatta. Un giornale ha elogiato la magistrata per aver operato "in fretta e furia" così da sventare la prescrizione. Fretta e furia sono due nomi raccapriccianti per l'operato della giustizia. Della stessa magistrata ho letto, sul sito di Magistratura Indipendente, un saggio sull'ergastolo ostativo dopo le sentenze della Cedu e della Corte Costituzionale, per raccapezzarmi meglio sulla sua ispirazione.
L'autrice, che svolge il suo tema in modo problematico, riassume così la posizione della Cedu contraria all'ergastolo ostativo: "A giudizio della Corte si finisce così, di fatto, per fondare un giudizio di perpetua pericolosità sul solo momento della commissione del fatto di reato e della successiva condanna - corsivo mio - dal momento che qualunque mutamento della personalità del detenuto risulta irrilevante in presenza del mancato rispetto della condizione della collaborazione, che impone al magistrato competente di dichiarare ex lege inammissibile la domanda, impedendogli di valutare nel merito i progressi compiuti nel percorso individuale del detenuto, in termini di reinserimento e di revisione critica, e la sua evoluzione verso la risocializzazione". Mi chiedo che cosa potrà dire la Corte di una perpetua - "abituale" - pericolosità fondata su 44 anni ligi.
Torniamo al Papa Francesco, il quale è contrario all'ergastolo e non si stanca di dirlo, né potrebbe essere diversamente per chi crede che ciascuna persona abbia "il diritto umano di essere perdonato" - benché, come penso, a nessuno possa essere imposto il dovere di perdonare. Giorni fa, in udienza generale, Francesco aveva ripetuto che "non può esserci condanna senza una finestra di speranza", e richiamato, come da Fazio, la parabola del padre misericordioso, riferita "in modo particolare ai nostri fratelli e le nostre sorelle che sono in carcere.
È giusto che chi ha sbagliato paghi per il proprio errore, ma è altrettanto e più giusto che chi ha sbagliato possa redimersi dal proprio errore... Il figlio si aspettava una punizione, ma si ritrova avvolto dall'abbraccio del padre. La tenerezza è qualcosa di più grande della logica del mondo, ma è un modo inaspettato di fare giustizia". Si dirà, lo dico anch'io, che il Papa è il Papa, e che un giudice laico o una sostituta della procura non può operare secondo il paradosso della tenerezza: però neanche della fretta-e-furia.
di Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 8 febbraio 2022
La macchina della giustizia penale gira, spesso, a vuoto. Quasi il 64% dei procedimenti che escono dalle Procure dopo la fine delle indagini preliminari non va a giudizio ma viene archiviato. Si tratta di quasi 430mila fascicoli, secondo i dati forniti dal primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, durante l'inaugurazione del nuovo anno giudiziario. Una spia di malessere, soprattutto se letta insieme alla percentuale di assoluzioni in primo grado, pari a quella delle condanne (46%), o superiore per i reati considerati "minori" (come furti, spaccio, risse, truffe), ma molto diffusi e di forte impatto sulla vita delle persone e sulla loro percezione dell'efficienza del sistema giudiziario.
È questa la situazione su cui interverrà la riforma del processo penale, contenuta nella legge delega 134/2021 (si veda l'articolo a fianco), alla cui attuazione stanno lavorando i gruppi di esperti nominati dalla ministra della giustizia, Marta Cartabia. L'importanza di portare a termine il cammino di riforma è stata ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Matterella nel discorso rivolto al Parlamento, dopo il giuramento per il suo secondo incarico: "I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l'Ordine giudiziario".
I numeri - Superano il milione l'anno i procedimenti iscritti nelle Procure e altrettanti sono avviati in Tribunale, ma la grande maggioranza rischia di "inutilmente" impegnare gli uffici e gravare su chi è sottoposto a processo. Intanto, per una porzione consistente delle notizie di reato, il pubblico ministero chiede l'archiviazione. E la richiesta viene in genere accolta: nell'ultimo anno giudiziario (2020-2021) sono stati quasi 430mila i decreti di archiviazione emessi dal'ufficio Gip/Gup (giudice per le indagini preliminari e giudice per l'udienza preliminare), a fronte di 81mila rinvii al giudice del dibattimento.
Guardando, poi, ai procedimenti che vanno a dibattimento, è alta la percentuale di assoluzioni, soprattutto, come ha sottolineato Curzio, per "i reati più diffusi e che di regola toccano più da vicino il cittadino". Questi vengono in gran parte definiti con la citazione diretta a giudizio, che interessa i reati "minori", puniti con la reclusione fino a quattro anni, e viene disposta dal Pm, senza passare dal vaglio del giudice (la riforma Cartabia punta a cambiare la situazione, ampliando l'applicazione e inserendo un'udienza predibattimentale). Nell'ultimo anno giudiziario, il 54,8% dei processi definiti nel giudizio ordinario (nella stragrande maggioranza dei casi introdotti con citazione diretta) si è concluso con un'assoluzione. Ancor più elevata la quota di assoluzioni - il 68,7% - che riguarda i giudizi di opposizione a decreto penale di condanna (utilizzabile se la pena è solo pecuniaria). Dati che, scrive Curzio, "dovrebbero indurre una più ampia riflessione sull'efficienza del sistema di definizione delle cause "minori" che attualmente fa leva sulla citazione diretta a giudizio e sul decreto penale di condanna". L'allarme arriva anche dalle sedi distrettuali. Il presidente della Corte d'appello di Milano, Giuseppe Ondei ha definito "assai preoccupante" il numero di assoluzioni nell'ambito del giudizio monocratico e che arriva al 35/40% a Milano e Monza, al 50% a Como e al 72% a Varese. Tutto sommato contenuto, in rapporto ai numeri totali, l'impatto della prescrizione: nel 2020 sono stati 31.616 i decreti di archiviazione per prescrizione del Gip (8,1% dei definiti) e 30.538 le sentenze di prescrizione del Tribunale (6,9% dei definiti).
Le cause - Le ragioni dell'alto numero di archiviazioni sono molteplici. In primo luogo il gran numero di notizie di reato "le denunce infondate sono moltissime, ma il Pm deve sempre aprire un procedimento perché l'azione penale è obbligatoria", dice il presidente della Corte d'appello di Napoli, Giuseppe De Carolis di Prossedi. Più preoccupante, secondo di Prossedi, è il dato sulle assoluzioni che "se arriva al 40-50% vuol dire che il Pm ha esercitato l'azione penale senza elementi certi di colpevolezza. Ma è anche un effetto del sistema accusatorio in cui la prova si forma in dibattimento, nel contraddittorio fra le parti".
Sulla stessa linea l'analisi di Claudio Castelli, presidente della Corte d'appello di Brescia: "L'alto numero di archiviazioni è fisiologico. Il penale risente inoltre delle difficoltà del civile. Visti i tempi e i costi, per le small claims non conviene fare causa e allora si prova con la denuncia". "Sono le assoluzioni nei giudizi a citazione diretta il vero problema. Ma se al dibattimento si va dopo 3-4 anni dalle indagini tutte le prove dichiarative vanno perse". E l'udienza filtro prevista dalla legge delega rischia di non essere sufficiente. "Con la situazione attuale - ragiona Castelli - o la si tiene dopo tre anni, o la si fa subito ma a giudizio si va sempre dopo tre anni. E i tempi lunghi disincentivano anche i riti alternativi".
La strada da percorrere, secondo Castelli, sarebbe quella di "un largo ricorso alle pene pecuniarie (o ai lavori di pubblica utilità) e a sistemi di deflazione di carattere riparativo sotto il controllo giudiziario come succede per le contravvenzioni sulla sicurezza del lavoro". Il punto, secondo il presidente dell'Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, è che "si aprono troppi fascicoli e il sistema non è in grado di smaltirli. Si dovrebbe superare l'obbligatorietà dell'azione penale, che oggi impedisce di selezionare le notizie di reato, e introdurre la discrezionalità del suo esercizio".
di Carmelo Caruso
Il Foglio, 8 febbraio 2022
Parla Sisto, sottosegretario alla Giustizia. Ecco perché si deve fare e farlo entro marzo: "Perché le parole di Sergio Mattarella sulla giustizia non sono un invito ma una diffida. Perché la riforma del Csm non è più solo urgente ma assolutamente necessaria. Perché questa volta non basta una mezza riforma. E perché il prossimo Csm deve essere eletto con nuovi criteri". Tempi, metodi, indirizzo. In questa intervista il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, racconta la "prossima" giustizia. Fallirete pure questa volta o per la prima volta riuscirete a modificare il Csm? "Possiamo farcela e il grande protagonista sarà il Parlamento". Il governo come si muoverà? "Come ha indicato la ministra Marta Cartabia. Nessun diktat, ma proposte risultato di studio e confronti". Non è timidezza? "Al contrario. È la consapevolezza che stiamo parlando di temi fortemente sensibili. Le forze politiche devono pienamente esprimersi. L'aula può ragionevolmente valutare gli emendamenti del governo e decidere se e come farli propri".
Quindi non ci sarà nessuna imposizione dell'esecutivo? "Gli emendamenti coniati dal Ministero sono, da tempo, al vaglio di Palazzo Chigi. Ma la riforma, ribadisco, dovrà avere matrice parlamentare. Le proposte del Ministero nascono da un lavoro d'ascolto serrato. La finalità è fare recuperare smalto alla magistratura senza dimenticare un altro pericolosissimo guasto". Quale altro? "Salvatore Satta scriveva che la vera sanzione, nel nostro Paese, non è la sentenza, ma è il processo; aggiungo che ancora più terribile è l'incedere del processo mediatico. C'è ancora molto da lavorare sulla presunzione d'innocenza". E adesso il calendario. "Il 16 febbraio riprende il lavoro della commissione giustizia della Camera. Ed entro il mese di marzo il provvedimento deve approdare in aula, per essere votato, sempre alla Camera. È una scadenza indifferibile". E se sarà ostruzionismo? "Rispondo: si può votare anche di notte. E non si può fare melina". Se accade? "Sarebbe grave".
Dice Sisto che mai come questa volta deputati e senatori hanno l'occasione della legislatura. Possono decidere di eliminare le correnti? "No. Le correnti sono ineliminabili. Si deve garantire la libertà di aggregazione in nome di regole condivise, secondo princìpi costituzionali". È vero che per riformare questo Csm pensate di ricorrere al sorteggio? Armando Spataro, e sul Foglio, l'ha definita "un'ipotesi immonda". Sorteggio? "Nella proposta Cartabia non si parla di sorteggio".
Una parentesi. La proposta di sorteggiare è stata perfino votata dall'Anm. Hanno votato in pochi ed è stata respinta. Il sorteggio ha perso 60 a 40. Cosa significa? "Dimostra che, anche all'interno della Magistratura, c'è una sensibilità verso questa ipotesi". Quali sono i motivi per cui si dovrebbero preferire i dadi, il caso, a un sistema di reclutamento modificato? "Il sorteggio, secondo alcuni, è un modo per sparigliare, una sorta di sfiducia senza se e senza ma per il momento di crisi che vive la magistratura. È una sorta di atipico "appello al cielo", quello che Locke rapportava alla crisi dei meccanismi democratici".
Esaminiamo le proposte Cartabia. Si parla di sistema maggioritario per scegliere i componenti del Csm. Cosa ancora? "Un sistema binominale, con il pieno rispetto delle quote di genere. Il sistema elettorale perfetto, parliamoci chiaro, non esiste, ma questa soluzione può certamente migliorare lo stato attuale delle cose". Si ripete: mai più magistrati "fuori ruolo" e basta con "le porte girevoli". Come si interverrà? "È giusto che i magistrati fuori ruolo siano caratterizzati da forte e comprovata specializzazione, che tornino a essere una scelta limitata e necessaria.". Tra le altre frasi fritte: "Mai più casi Maresca". È un caso che riguarda il centrodestra. Lei è un uomo di Forza Italia, di centrodestra. Non le provoca difficoltà? "Non ho difficoltà a dire che casi come quello di Maresca sono la prova che bisogna mettere ordine, e subito. Ma aggiungo pure che, obiettivamente, il fenomeno delle porte girevoli riguarda pochi magistrati".
Gli scandali, le parole severe di Mattarella e ora questa riforma per fare in modo che il prossimo Csm venga eletto con il nuovo sistema. Senza contare che pende il referendum sulla giustizia. Di nuovo. Sul serio sarete capaci? "Posso dire che si farà il possibile e l'impossibile. Ma non basta. Se riforma, deve essere, bisogna che sia compresa, "sentita" come effettiva dai cittadini. Il cambio di passo deve essere evidente. Peggio di una giustizia che non cambia, c'è solo una giustizia che finge di cambiare".
di Angela Stella
Il Riformista, 8 febbraio 2022
A rilanciare l'idea di Violante la dem Rossomando, firmataria di un ddl costituzionale, ma anche FI rivedica la paternità della proposta. Fungerebbe da giudice di appello su nomine e decisioni disciplinari. Mentre ieri la Ministra Cartabia incontrava per l'ennesima volta il premier Mario Draghi per fare il punto sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario, nel dibattito rispuntava da più parti il tema, lanciato tempo fa da Luciano Violante, di un'Alta Corte, che funga da giudice di appello sulle decisioni disciplinari e amministrative del Consiglio Superiore della Magistratura.
La questione è tornata alla ribalta soprattutto dopo l'ultima pesante frizione tra Csm e Consiglio di Stato che ha decapitato i vertici della Cassazione a pochi giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario. A rilanciare la proposta è stata ieri la responsabile giustizia del Partito democratico e vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, dalle pagine di Repubblica: "Siamo talmente a favore, che abbiamo già presentato al Senato un disegno di legge a mia prima firma per istituirla. Nel Csm resterà una sezione disciplinare che giudica i magistrati - ha spiegato l'esponente dem - mentre l'Alta corte sarà un giudice di appello e ricorso per tutte le magistrature. Tutte le impugnazioni sia contro le decisioni disciplinari, che sulle nomine contestate saranno trattate lì".
La composizione ricalcherebbe quella della Corte Costituzionale: un terzo dei componenti eletti dal Capo dello Stato, un terzo dalle Camere e un terzo dalle magistrature. Al Senato è incardinato appunto un ddl di natura costituzionale proprio a firma Rossomando: "Modifiche al Titolo IV della Parte II della Costituzione in materia di istituzione dell'Alta Corte", annunciato nella seduta del 28 ottobre 2021, ma anticipato in un documento di maggio su tutte le riforme della giustizia da mettere in cantiere. E confermato da una recente dichiarazione sempre a questo giornale del dem Walter Verini.
Sulla possibilità che possa essere approvata una legge, occorre un'ampia volontà politica: "Sarebbe una bella dimostrazione di reale volontà riformatrice del Parlamento" ha concluso la Rossomando. Nello specifico, secondo l'articolo 138 della Costituzione, "Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione". Quindi bisognerebbe davvero accelerare per raggiungere l'obiettivo in questa legislatura, non contando il possibile ostruzionismo della lobby della magistratura.
Ma sulla primogenitura della proposta dell'Alta Corte, ieri è arrivata anche una nota della presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini: "Apprendo con soddisfazione che il Pd aderisce alla nostra proposta di un'Alta Corte esterna che funga da giudice di appello sulle decisioni disciplinari e amministrative del Csm. La commistione tra parte amministrativa e disciplinare è un elemento distorsivo che ha condizionato nel tempo nomine e carriere a piacimento della maggioranza, e dunque superare questo meccanismo va nella direzione da noi sempre indicata per arrivare a una reale riforma della giustizia. Vogliamo credere alle buone intenzioni e confidiamo sia la volta buona".
Ad accogliere positivamente l'iniziativa parlamentare sull'Alta Corte è stato il Presidente dell'Unione delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza, parlando all'Adnkronos: "L'ho sempre considerata una proposta sensata e interessante sulla quale si può lavorare. Bisognerà vedere nel dettaglio, naturalmente, come verrebbe strutturata e da chi sarà composta, ma il fatto di creare un soggetto giudicante in qualche modo esterno al Csm mi sembra una buona idea. Dunque l'apertura del Pd va salutata positivamente".
Tra il dire e il fare la distanza è lunga e il leader dei penalisti ne è consapevole: "Mi auguro - conclude Caiazza - che non rimarrà tutto sulla carta, ma in ogni caso il varo dell'Alta Corte segnerebbe un passo ma ancora insufficiente. Bisogna comunque affrontare con coraggio i grandi temi della modifica dell'attuale automatismo dell'avanzamento delle carriere e il tema del distacco dei magistrati presso l'esecutivo. Sono due grandi temi che se non vengono affrontati non consentiranno una riforma autentica della crisi della magistratura italiana".
di Iuri Maria Prado
linkiesta.it, 8 febbraio 2022
Il suo compito è solo la difesa del cliente, fatta proprio perché esiste un soggetto (lo Stato) che si impanca a giudicarlo. L'idea di collaborare è aliena alla sua missione e porta a derive pericolose. C'è in alcuni giuristi la pretesa, e in alcuni magistrati la concessione, che gli avvocati in qualche modo "partecipino" alla giustizia da rendere in aula. Pretesa e concessione riposanti sull'idea, cioè, che l'avvocato contribuisca, e debba contribuire, a scrivere la giustizia di cui è destinatario il proprio assistito.
È un'idea profondamente sbagliata e dannosissima. L'avvocato deve difendere il proprio assistito perché questi è accusato, non perché è accusato malamente o infondatamente: e, in quella difesa, l'avvocato non deve in nessun modo lavorare con, ma in ogni modo contro, chi eleva l'accusa. Il magistrato, per il sol fatto di essere impancato ad accusare e giudicare, è, o almeno dovrebbe essere considerato, un avversario dell'avvocato: necessario, da rispettare, ma avversario. E che non dismette questa sua caratteristica nemmeno, e anzi tanto meno, quando dice una giustizia confacente agli interessi di chi è processato.
L'avvocato stimolato a essere "coautore" di giustizia, e a compiacersene, come purtroppo spesso accade, per quanto magari in buona fede rinnega in realtà la propria funzione, che è tutt'altra: rappresentare e difendere la controparte individuale - non il discepolo timorato, non il resipiscente incurvo, non il consegnato in postura penitenziale, insomma non la vittima in attesa di giudizio - del potere pubblico. La sentenza "giusta" che ostentasse in calce la finzione della firma del difensore sarebbe la sentenza più detestabile, la meno affidabile, e la più contraria all'idea stessa di una decisione resa secondo diritto.
Chi poi sapesse e volesse indagare tra le motivazioni profonde di quella pretesa avvocatesca, e cioè di non esser solo voce del proprio cliente, ma della stessa giustizia di cui questi è destinatario, ne scoprirebbe il subdolo profilo sopraffattorio: quello che in realtà si carica di potere in quel ruolo incongruo e usurpato, rivolgendosi a "fare stato" sul proprio assistito. Una specie di agente di giustizia.
di Enrico Sbriglia*
L'Opinione, 8 febbraio 2022
Mi consideravo un sostenitore della ministra della Giustizia Marta Cartabia ma, dopo la sua relazione al Parlamento, ho cambiato idea. Un profluvio di affermazioni solenni, ma dietro di esse il vuoto di una giustizia piegata e di un carcere che continuerà ad essere votato alla sofferenza, facendo strame della dignità umana, detenuta e detenente. Ho percepito il prevalere di una visione dell'organizzazione burocratica, probabilmente suggerita dall'inamovibile think tank di cui è circondata, a favore del gigantismo degli uffici centrali, mentre inascoltata rimane la domanda di soccorso della periferia giudiziaria e, per quel che so, di quella penitenziaria. Soltanto qualche anno fa, ed i nomi dei ministri sono in calce ad ogni provvedimento, si intervenne con feroci tagli di personale, accorpando, con piglio colonialista, intere regioni, e rinunciando, così, ad assicurare un maggior monitoraggio degli istituti penitenziari, al fine di armonizzare verso livelli alti di qualità le condizioni carcerarie; le cronache degli ultimi anni ne sono la dimostrazione patente.
Direttori prossimi alla pensione sono, ancora oggi, responsabili di due, tre, quattro e forse più carceri; non poche volte in sedi fuori regione rispetto a quella ordinaria. Pure ove si muovessero con la telecinesi, non potranno mai intervenire tempestivamente e contemporaneamente su più fronti, in caso di emergenze e di situazione di criticità. Come ormai sta divenendo prassi, gli istituti saranno governati, con una sorta di delega in bianco tollerata "in alto", dalla sola componente penitenziaria di polizia, con tutto ciò che questo può evocare come legalità e rispetto dei diritti umani. Ovviamente in contrasto con le regole penitenziarie europee. Su tale esiziale problematica, nulla di concreto è emerso dalla relazione di maniera, mentre invece occorrerebbero soluzioni "urgentissime" e davvero straordinarie (al netto di eventuali provvedimenti clemenziali "salva faccia" dello Stato di diritto), sia per rimpinguare, a vista, il ruolo dei direttori penitenziari, sconosciuto nella sua relazione, nonché quello degli specialisti dell'osservazione e del trattamento: tutti operatori indispensabili per la profilazione dei soggetti detenuti, al fine di ridurre il numero di possibili errori di valutazione nell'esame scientifico della personalità del ristretto.
"Dimmi quali ingredienti metti nell'impasto e ti dirò se è un dolce o un rustico salato: dimmi quali componenti professionali risultino assolutamente prevalenti in un carcere e ti dirò se quello è un luogo di soccorso e di recupero delle persone detenute, oppure è una forma più evoluta dei campi profughi libici, che pure finanziamo, o un ricalco di Guantánamo". A dimostrazione il recente Pcd (Provvedimento del capo del dipartimento) 30.12.2021, ove si dispone la costituzione di un gruppo di lavoro per la bozza di regolamento di riorganizzazione del Dap, prevedendo la Direzione generale per le specialità del Corpo della polizia penitenziaria e la Direzione generale dei servizi tecnici e logistici. Chi abbia un minimo di conoscenza dell'amministrazione, tradurrebbe questo come una ulteriore idrovora che sottrarrà dalle carceri altro personale del Corpo, di ogni ruolo, ivi compreso quello dei dirigenti della polizia penitenziaria che sta crescendo a dismisura, a causa degli automatismi di carriera, rispetto a quello, ormai De cuius, dei direttori penitenziari. La Ministra prevede, perfino, la costituzione di un ulteriore dipartimento, "per la transizione digitale e la statistica". Sarebbe da chiedersi come finora abbiano fatto e se non si sarebbe potuto provvedere, in un'ottica di reale risparmio, visto che i fondi europei non sono eterni, reingegnerizzando le attuali direzioni generali del Ministero, senza però aumentarne il numero.
E poi, sul numero strabiliante di appellati "giuristi" che stanno per giungere, ben 8.171, spacciando l'idea di un personale già pratico di cose di giustizia, che affiancheranno i magistrati, cosa accadrà quando, semmai, si scoprirà che agli stessi non si sia stati in grado neanche di fornire uno spazio dignitoso dove operare, forse neanche una seggiola a norma, ai sensi del Decreto legislativo n. 81/2008, nonché gli strumenti di lavoro, come i pc, se non sottraendoli, per poco tempo o per sempre, al personale già in forza che operava con il cosiddetto "lavoro agile"? Afferma inoltre, come se fossero davvero assiepati fuori alla porta, l'arrivo di cospicuo contingente di tecnici (ben 5.410), che dovrà supportare l'Ufficio per il processo nei suoi compiti di data entry, di rilevazione statistica e di analisi organizzativa, e altri compiti di supporto dell'azione gestionale dei vertici giudiziari e amministrativi degli uffici: per favore, prendetene nota! Sembra, dalle sue parole, quasi non conoscersi la complessità di una macchina amministrativa ministeriale, affetta da bulimia di provvedimenti "in house", spesso disorganici, che sembrano voler perseguire una sorta di colpa d'autore, da intestare d'ufficio alla generalità dei pubblici dipendenti, non poche volte descritti, dai Soloni del nulla, come "scalda-sedie" e "fannulloni", risultando ormai definitivamente rovinata un'architettura organizzativa che era, paradossalmente, più efficiente e solida con il vecchio Dpr 10 gennaio 1957 n. 3., il cosiddetto "Statuto sul pubblico impiego".
E né convince, per il contrasto alle patologie più gravi e finanche penalmente rilevanti, la previsione dello strumento del Whistleblowing, al posto della doverosa denuncia del leale servitore dello Stato: è spaventoso che si prediliga la pratica del sussurro, del mormorio, della delazione. Tacito affermava: "Corruptissima re publica plurimae leges": temo davvero che quei tempi siano ritornati. Dopo quanto accaduto presso il Carcere di Santa Maria Capua Vetere, ed a mente di tanti diversi fatti di cronaca, riferiti ad altre realtà detentive, mi sarei aspettato ben altro, semmai l'annuncio di procedure straordinarie, anche rivoluzionarie, di assunzione, finanche cooptando, col consenso degli interessati, le professionalità più utili dagli albi professionali degli avvocati e procuratori, oppure attingendo dal personale dirigente di altri ministeri ed uffici, se non dagli ordini degli psicologi, dagli albi dei criminologi, dal mondo dei dirigenti di comunità, insomma da quei contenitori che giornalmente incrociano le carceri per ragioni del loro ufficio. Personale che non poteva essere di polizia, perché altrimenti ciò contrasterebbe con le regole penitenziarie europee, lì dove si legge che "gli istituti devono essere posti sotto la responsabilità di autorità pubbliche ed essere separati, sottolineo separati, dall'esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale".
Insomma, concrete soluzioni, anche per consentire e agevolare l'ingresso nelle nostre carceri del mondo del volontariato, delle cooperative e delle imprese produttive, di quello della scuola e dell'università, nonché della formazione professionale: oggi, per una cooperativa o un'impresa accedere in una prigione, per portare lavoro a favore di persone detenute, corrisponde all'esercizio di un percorso di guerra, quasi come se fossero sospettate di intelligenza con il nemico. Attendevo almeno la proposta di provvedimenti urgenti che modificassero l'Ordinamento penitenziario, ad esempio, in tema di telefonate con i familiari e con altre persone autorizzate, affinché non vi fosse alcun limite, fatto salvo l'onere economico in capo al detenuto, considerando la necessità dell'installazione di telefoni in ogni cella (uso questo termine genuino rispetto a quello falso ed edulcorato di "stanza di pernottamento" che l'establishment preferirebbe, dimenticando le condizioni orribili del reparto sestante del carcere delle Vallette e di tante altre realtà).
Avrei voluto sentirla dire che ad ogni detenuto aveva diritto ad un posto letto in una cella singola, ad una doccia, un lavabo ed un cesso, affinché la di lui riservatezza, il di lui non essere costretto ad una condivisione con altri detenuti, che può perfino spingere al suicidio o a subire vessazioni e violenze, sarebbe stata finalmente assicurata, pure a mente del rischio Covid-19 e di tutte le possibili sue nuove varianti; invece ho sentito una relazione d'ufficio, di maniera, che disegna futuri radiosi e progressivi, senza però disporre di alcuna tavolozza di colori, né, tantomeno, cercarla con creatività. In ultimo, risibile sentire i numeri "aggregati" dei casi seguiti, riferiti al Dipartimento della giustizia minorile e di comunità, inducendo a ritenere che rappresentassero davvero una soluzione alternativa rispetto alla pena della detenzione, senza precisare che, ragionando al contrario, il nostro ordinamento conoscerebbe la sola, dispendiosa ed inefficace, risposta carceraria per la risoluzione di ogni problematica sociale e di disagio, trasformando per davvero il Bel Paese in un hub carcerario: davvero una tristezza.
*Presidente onorario del Cesp - Centro europeo di studi penitenziari
garantedetenutilazio.it, 8 febbraio 2022
Giovedì 10 febbraio, l'Aula discuterà una mozione d'iniziativa del presidente Vincenzi e dei vicepresidenti, Porrello e Cangemi, per proporre una nuova normativa nazionale a favore delle relazioni affettive delle persone ristrette.
È all'ordine del giorno della seduta del Consiglio regionale del Lazio di giovedì 10 febbraio la mozione 552 del 17 dicembre 2021, avente ad oggetto la presentazione al parlamento di una proposta di legge, avente ad oggetto la "Tutela delle relazioni affettive e della genitorialità delle persone ristrette". A presentare la mozione sono il presidente del Consiglio regionale, Marco Vincenzi, e i vicepresidenti Devid Porrello e Giuseppe Emanuele Cangemi. La proposta di legge, allegata alla mozione, prende le mosse dalla ricerca dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale, realizzata con la condivisione e il supporto del Garante dei detenuti e della Presidenza del Consiglio regionale, "Affettività e carcere. Un progetto di riforma tra esigenze di tutela contrapposte", presentata in sala Mechelli alla Pisana lo scorso 30 novembre.
"Partiamo dal presupposto che la detenzione è prima di tutto un percorso riabilitativo, così come sancito dall'articolo 27 della nostra Costituzione nel quale è espressamente scritto che 'le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato'". Così il vicepresidente del Consiglio regionale Devid Porrello.
"La reintegrazione nella società - prosegue Porrello - non è solo un fatto individuale a vantaggio di chi ha scontato la propria pena, ma il segno di un Paese civile che riesce a creare un sistema funzionale che porta dei benefici sociali. Per questo è importante che i detenuti mantengano i legami con il mondo esterno in cui dovranno reinserirsi ed è importante che non spezzino il filo delle relazioni umane con le persone a loro più care.
Perché se questi legami si allentano diventa molto più difficile e faticoso ritrovare una propria collocazione nella collettività. Da una ricerca dell'Università di Cassino, presentata lo scorso novembre nel Consiglio regionale del Lazio, è emerso fortemente il disagio socio-affettivo e relazionale della popolazione detenuta del Lazio: il sovraffollamento, la mancanza di locali adeguati per i colloqui con i propri familiari, l'insufficienza di spazi verdi dotati di attrezzature per i bambini, l'inesistenza di spazi per l'intimità con il partner rappresentano un limite al riconoscimento del diritto all'affettività e alla sessualità di chi si sta scontando la propria pena".
"Con la mozione che abbiamo presentato - conclude Porrello - vogliamo introdurre elementi di novità su questo tema, attraverso una proposta di legge da presentare al parlamento per garantire le relazioni affettive e la genitorialità dei detenuti, in un'ottica che non è di privilegio, ma di necessità. Perché se è vero che lo Stato ha il dovere di assicurare i colpevoli alla giustizia, ha anche il dovere di restituire chi ha scontato la propria pena, alla società".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 febbraio 2022
Mauro Palma si recherà nel carcere di Melfi per incontrare l'ex deputato di Forza Italia dopo quasi un mese di digiuno. Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, incontrerà nei prossimi giorni Giancarlo Pittelli e gli chiederà di sospendere lo sciopero della fame. Lo si apprende da una nota inviata ieri alla stampa: il Garante "venuto a conoscenza del peggioramento delle condizioni di salute" dell'uomo, "detenuto presso il carcere di Melfi, e in sciopero della fame ormai da quasi un mese, ha contattato l'Amministrazione penitenziaria e ha deciso di recarsi a Melfi per avere un'interlocuzione con Pittelli e con le autorità sia sanitarie che penitenziarie locali.
La sua situazione è presa in carico e monitorata dal Garante e la visita avverrà entro questa settimana". Mauro Palma dichiara "il proprio impegno per trovare in tempi rapidi, insieme alle autorità competenti, soluzioni in grado di garantire l'assoluta tutela della salute nel pieno rispetto delle esigenze di giustizia e auspica che Giancarlo Pittelli sospenda il suo sciopero della fame, in attesa dell'imminente incontro". Su quali possano essere le soluzioni, non è possibile dire nulla al momento. Pittelli, rispedito dai domiciliari in carcere dopo la lettera-appello alla Ministra Mara Carfagna, aveva iniziato dal 13 gennaio uno sciopero della fame molto pericoloso per lui, in quanto condotto in stato di detenzione e in una condizione fisica e psicologica di profonda prostrazione, causata da due anni di carcerazione preventiva.
È accusato di vari reati collegati alla 'ndrangheta ed è imputato nel maxiprocesso Rinascita Scott, in corso a Lamezia Terme, e nato da una inchiesta di Nicola Gratteri. A fine gennaio, per sostenere Pittelli, è partito un appello contro la sua carcerazione preventiva, lanciato dalle pagine del Riformista e di Spraynews. Nell'appello, sottoscritto ad oggi da circa 1500 persone, non si esprime un parere sull'inchiesta in cui è rimasto coinvolto Pittelli ma si osserva che "una così lunga carcerazione preventiva, cioè senza che l'imputato sia sottoposto a un regolare processo, ai nostri occhi come a quelli di una sempre più larga fetta di opinione pubblica, appare ingiustificabile e soprattutto non coerente con alcuni dei principi cardine dello Stato di diritto e della Costituzione".
Nell'appello, sottoscritto da avvocati, politici, giornalisti, semplici cittadini si legge ancora: "assistiamo, impotenti allo sconvolgente scadimento dello stato psicofisico di Giancarlo Pittelli a causa della lunga carcerazione preventiva, condizione questa che gli impedisce di poter concentrare tutte le energie nella propria difesa. Non vogliamo che a questo si aggiunga una lesione della sua immagine e un impoverimento delle relazioni costruite in una vita: ciò non ha nulla a che vedere con il rigore nella lotta alla criminalità ma rappresenta solo un regresso civile e sociale che nessuna persona libera può accettare.
Per questo motivo manifestiamo pubblicamente e ribadiamo all'avvocato Giancarlo Pittelli gli immutati sentimenti di rispetto, affetto ed amicizia e opponiamo resistenza ad ogni uso degli strumenti del diritto che produca come effetto l'isolamento della persona e l'inaridimento delle relazioni sociali e affettive". Alcuni tra i promotori hanno anche iniziato uno sciopero della fame a staffetta "che cesserà solo quando Giancarlo Pittelli sospenderà la sua protesta estrema".
Ma il primo febbraio lo stesso Pittelli, tramite sua moglie, dopo un colloquio telefonico, aveva chiesto agli amici di sospendere il digiuno: "Vi abbraccio e vi chiedo di smettere lo sciopero della fame che state facendo per me", ribadendo tuttavia che "il suo proposito di continuare la protesta 'fino alla finè rimane fermo". Il nostro Stato di Diritto vuole davvero correre il rischio di far morire di fame un presunto innocente in carcerazione preventiva? Ricordiamo che al 31 gennaio 2022 i reclusi in attesa di primo giudizio sono 8700, a cui si aggiungono 7600 condannati non definitivi: il 30 per cento di tutta la popolazione carceraria. Il comitato promotore, tramite Umberto Baccolo, ha risposto all'iniziativa di Palma: "Bene la decisione del Garante dei diritti dei detenuti di visitare Giancarlo Pittelli a Melfi. L'interruzione dello sciopero della fame è il primo passo. Ma noi continueremo la nostra campagna fino a che Giancarlo Pittelli non tornerà, da uomo libero, a difendersi dalle accuse che gli vengono mosse".
Tra i firmatari dell'appello, oltre a diversi esponenti del Partito Radicale e di Nessuno Tocchi Caino, anche 26 parlamentari di tutti gli schieramenti, tranne che del Movimento Cinque Stelle: Vittorio Sgarbi, Riccardo Magi, Roberto Giachetti, Maurizio Lupi, Enza Bruno Bossio, Guido Pettarin, Renzo Tondo, Salvatore Margiotta, Manfredi Potenti, Paola Binetti, Fausto Raciti, Valeria Fedeli, Luca Squeri, Renata Polverini, Pietro Pittalis, Ylenia Lucaselli, Federico Mollicone, Catello Vitiello, Marco Perosino, Chiara Gribaudo, Franco Dal Mas, Fiammetta Modena, Enrico Aimi, Manuela Gagliardi, Mirella Cristina, Claudia Porchietto. L'ex deputata Tiziana Maiolo ha anche rivolto un appello alla ministra Marta Cartabia: "Le sto lanciando un grido d'allarme su un detenuto in attesa di giudizio. Cerchiamo di salvarlo".
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 8 febbraio 2022
Mentre la Commissione interministeriale studia la riforma, si fa largo la direttiva Ue per velocizzare le liti sulla fiscalità internazionale. La riforma della giustizia tributaria è da tempo al centro del dibattito giuridico come dimostrato dalle numerose proposte di legge presentate in Parlamento dal 2013 ad oggi. Nello stesso Pnrr il contenzioso tributario viene definito come un "settore cruciale per l'impatto che può avere sulla fiducia degli operatori economici, anche nella prospettiva degli investimenti esteri".
La Commissione interministeriale per la riforma della giustizia tributaria ha individuato due possibili soluzione: una prima opzione prevede l'istituzione di una vera e propria quinta magistratura composta da giudici professionali a tempo pieno selezionati tramite concorso pubblico. La seconda prevede il mantenimento in ambito tributario di una magistratura "onoraria" (non professionale, quale quella attuale) ma con l'introduzione di requisiti di accesso (limiti di età, laurea in giurisprudenza o economia, iscrizione albo avvocato o commercialisti). Invece per le controversie del secondo grado di giudizio, si prevede l'istituzione di una apposita sezione per le liti di valore superiore a 25.000 euro formata da magistrati togati, professionisti o professori che svolgano le funzioni di giudice tributario.
"Senza esprimere un giudizio sul merito delle due soluzioni proposte - afferma Marco Cerrato, partner di Maisto e Associati - ritengo che entrambe presentino importanti profili di novità e che certamente avranno un impatto positivo sul sistema della giustizia tributaria, evitando o quanto meno limitando la proliferazione di ricorsi in Cassazione. L'auspicio è che una delle due soluzioni venga adottata al più presto in modo che gli investitori possano riporre affidamento, in caso di eventuali controversie con l'amministrazione finanziaria, su una giustizia tributaria di qualità e più rapida".
La terza via - Eppure esiste un'alternativa forse ancora poco nota, una recente novità che porterà i suoi frutti, nei rapporti tra investitori (soprattutto esteri) e fisco italiano, presumibilmente già dal 2023. Si tratta di un'ipotesi vagliata da molte aziende straniere con attività in Italia e italiane con attività all'estero: tutto parte dalla Direttiva (UE) 2017/1852 del Consiglio, del 10 ottobre 2017, in ambito di meccanismi di risoluzione delle controversie in materia fiscale nell'unione europea, direttiva recepita in Italia con il decreto legislativo 19 giugno 2020, n. 49.
"La direttiva e il decreto italiano di recepimento - spiega Cerrato - offrono un valido ed efficace strumento di risoluzione delle controversie in materia fiscale all'interno dell'unione europea che può essere attivato anche a prescindere dall'instaurazione del contenzioso nazionale. In tal modo, per i contribuenti italiani ed esteri sottoposti a contestazioni in materia di fiscalità internazionale sarà possibile sottrarsi alla giustizia tributaria rimettendo la soluzione della potenziale controversia con il fisco a una procedura che dovrà essere instaurata tra l'agenzia delle Entrate italiana e l'amministrazione finanziaria estera corrispondente e che dovrà necessariamente portare ad una soluzione tra le amministrazioni, per il tramite (in caso di mancato accordo tra le due organizzazioni), di un meccanismo arbitrale vincolante per le amministrazioni stesse". Il raggio d'azione? "Si tratta in sostanza di tutte le possibili controversie derivanti dall'interpretazione e dall'applicazione dei trattati bilaterali per evitare le doppie imposizioni sul reddito e sul patrimonio conclusi tra Italia e altri Stati comunitari e che potrebbero portare a doppia imposizione internazionale".
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 8 febbraio 2022
Giustizia. La ministra tre ore a palazzo Chigi per rivedere gli emendamenti con i quali vuole riformare Csm e ordinamento giudiziario. Il presidente del Consiglio favorevole ad alzare un muro tra gli incarichi elettivi e politici e il ritorno delle toghe in magistratura.
Tre ore a palazzo Chigi per mettere a punto la tanto attesa riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. La ministra della giustizia è tornata a incontrare il presidente del Consiglio e il sottosegretario Garofoli. Segno che l'incontro di mercoledì scorso era stato solo simbolico, quasi a prevenire il discorso del giuramento del presidente Mattarella che ha di nuovo chiesto velocità nella riforma della giustizia. Le elezioni del Csm si avvicinano (luglio, ma si può slittare) e le vecchie regole vanno cambiate.
- Emilia Romagna. Intervista a Roberto Cavalieri, nuovo Garante regionale dei detenuti
- Sicilia. Yairaiha onlus apre 3 sportelli per detenuti e famiglie
- Firenze. Così i giovani detenuti diventato attori. E escono in permesso
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- Catanzaro. Rivolta nel carcere, agenti e detenuti feriti









