di Piero Fassino*
La Repubblica, 2 febbraio 2022
Dittatura, pandemia e recessione hanno riporta il popolo birmano indietro di decenni. Non bisogna rassegnarsi a un Paese orfano della sua libertà. Ad un anno esatto dal golpe del 1 febbraio 2021, il Myanmar continua a essere sotto il tallone di una dittatura feroce e sanguinaria. 1600 le persone uccise da polizia e esercito, migliaia gli arrestati, violenta e indiscriminata la repressione contro la resistenza di autodifesa sorta negli Stati interni, inascoltati tutti gli appelli internazionali alla apertura di un dialogo nazionale. Ed è di questi giorni la notizia di una ulteriore e imminente processo ad Aung San Suu Kyi per presunti brogli alle elezioni dell'autunno 2020. Brogli che nessun osservatore internazionale ha mai rilevato, né denunciato.
Dalla presa del potere dei militari oltre 400.000 persone hanno abbandonato le proprie abitazioni, mentre oltre 30.000 hanno chiesto asilo in un paese confinante, aggiungendosi all'altissimo numero di rifugiati Rohingya. Nonostante in tutto il Paese proseguono azioni di resistenza civile in una lotta impari, ma che testimonia una incrollabile fede negli ideali di libertà e democrazia.
Uno scenario drammatico a cui si aggiungono gli effetti devastanti di Covid19. Il fragile sistema sanitario sta cedendo, mancano tamponi, ossigeno e la campagna vaccinale procede con lentezza. Il personale sanitario, tra le categorie che maggiormente si sono opposte al colpo di stato, è stato decimato da centinaia di arresti e decine di morti.
Non meno critica la situazione economica: nel 2021 il prodotto nazionale ha subito una contrazione di circa il 20% e quasi una persona su due vive sotto la soglia di povertà. Metà delle imprese straniere hanno interrotto la loro attività, crollati gli investimenti diretti esteri e i consumi interni.
Insomma il Myanmar vive una triplice emergenza - dittatura, pandemia, recessione - che riporta il paese indietro di decenni, azzerando i risultati politici e socioeconomici realizzati nella transizione democratica guidata da Aung San Suu Kyi. È urgente dunque una ripresa di iniziativa della comunità internazionale che, assorbita dalla lotta alla pandemia e da altre crisi - il conflitto russo-ucraino, l'espansionismo cinese, i conflitti che percorrono il Mediterraneo - sembra essersi dimenticata di quel che accade nel sudest asiatico.
Alle sanzioni economiche e commerciali comminate dall'occidente non e' corrisposta analoga scelta da parte dei Paesi asiatici che, tutti, considerano le sanzioni una violazione della sovranità nazionale. E là dove l'economia birmana cede sotto i colpi della recessione, pronta è la Cina ad intervenire accrescendo la propria presenza. E ai cinque punti per il ristabilimento della democrazia elaborati dall'Asean - la associazione di cooperazione tra i Paesi del sud-est asiatico - i militari birmani hanno risposto con una assoluta e arrogante indisponibilità.
Eppure il Myanmar - il solo Paese del Sudest asiatico che condivide i confino con Cina e India - è parte essenziale di quello scacchiere indopacifico investito da molte criticità: la tensione tra Pechino e Taiwan, le turbolenze che percorrono l'Asia centrale, il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, le mai sopite tensioni tra India e Pakistan, l'assertivo espansionismo asiatico di Pechino.
Non solo, ma da come evolveranno paesi come il Myanmar si potrà scorgere quale futuro per la democrazia e i diritti umani oggi insidiati da dittature e autocrazie in tante aree del mondo. Insomma, sono forti e fondate le ragioni che chiedono di non rassegnarsi ad un Myanmar orfano della sua libertà.
*Presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati
di Luigi De Biase
Il Manifesto, 2 febbraio 2022
Sarebbe partito dal generale ucraino Mikhailo Zabrodskyi l'ordine di aprire il fuoco contro il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e l'attivista russo Andrey Mironov, uccisi nel Donbass, il 24 maggio del 2014. La rivelazione pubblicata in anteprima dal settimanale L'Espresso conferma ancora una volta le responsabilità dello Stato ucraino, responsabilità che la procura di Pavia e i carabinieri del Ros di Milano avevano già individuato con lunghe indagini sul campo.
Il duplice omicidio è stato al centro di un clamoroso caso giudiziario. In primo grado, nel 2019, il tribunale di Pavia ha condannato a ventiquattro anni di carcere, per il ruolo in concorso con altri, un uomo della guardia nazionale con passaporto italiano e ucraino di nome Vitaly Markiv. Nel 2020 la Corte di Appello di Milano lo ha assolto per non avere commesso il fatto sulla base di quello che può essere considerato un vizio di procedura. Un anno fa la Cassazione ha ribadito la sentenza di secondo grado. Ancora adesso, quindi, la morte di Andrea Rocchelli e Andrey Mironov resta senza colpevoli.
I due hanno perso la vita a pochi chilometri da Slovyansk per i colpi di mortaio sparati da una collina chiamata Karachun. Slovyansk era allora governata dai ribelli. In cima a Karachun erano appostate la Guardia nazionale ucraina e la 95esima brigata dell'esercito, sotto il comando diretto di Zabrodskyi.
In quella zona Rocchelli e Mironov erano arrivati a bordo di un taxi assieme al fotografo francese William Roguelon, l'unico riuscito a salvarsi nonostante gravi ferite alle gambe. La testimonianza pubblicata da l'Espresso è di un ex militare della 95esima brigata che era sulla collina al momento dei fatti, che ha abbandonato l'esercito e vive oggi in Europa. Le sue parole ricalcano lo sviluppo degli eventi così come Roguelon lo ha descritto di fronte ai carabinieri e nel dibattimento. "Alcuni civili erano scesi da una macchina e si erano gettati nel fossato, in mezzo alla boscaglia. Non so chi di noi li abbia avvistati, ma ricordo le parole del nostro comandante: Quelle persone non devono stare lì. Poi abbiamo iniziato a sparare con le armi pesanti". Il "comandante" sarebbe proprio Zabrodskyi, che in guerra ha ottenuto il titolo di Eroe della patria e un seggio alla Rada con il blocco dell'ex presidente Petro Poroshenko, nella stessa lista di Andrij Parubij, fra i fondatori, negli anni Novanta, del Partito social-nazionale d'Ucraina.
L'inchiesta è firmata da tre giornalisti italiani, Valerio Cataldi, Giuseppe Borello e Andrea Sceresini. Sceresini conosce bene il conflitto. A partire dal 2014 ha documentato per La Stampa, Mediaset, Rai e Sky la realtà sul fronte ucraino e su quello dei separatisti. L'anno seguente ha scritto con il collega Lorenzo Giroffi il libro Ucraina, la guerra che non c'è per l'editore Baldini&Castoldi. Il nuovo lavoro, che sarà trasmesso in versione integrale da RaiNews in un reportage dal titolo La disciplina del silenzio, rappresenta uno sviluppo significativo rispetto al caso giudiziario che ha visto imputato Markiv. A lui gli inquirenti erano arrivati dopo un'intervista rilasciata al Corriere della Sera. "Appena vediamo un movimento carichiamo l'artiglieria pesante. Così è successo con l'auto dei due giornalisti", era riportato nell'articolo.
L'attacco su civili inermi doveva, quindi, servire da avvertimento a tutti coloro che intendessero avvicinarsi a Slovyansk. Markiv, come detto, è stato assolto in via definitiva, ma con la stessa sentenza la Corte di Appello ha confermato per intero la ricostruzione degli inquirenti. Anziché collaborare alle indagini, le autorità ucraine hanno sostenuto versioni alternative e discutibili, secondo le quali Rocchelli e Mironov sarebbero morti perché erano nel posto sbagliato, oppure perché vittima di fuoco incrociato.
Il nome di Zabrodskyi era già comparso in passato. Mai, però, era stato possibile collegarlo in maniera così precisa al duplice omicidio. In un anno di ricerche e di interviste, Cataldi, Borello e Sceresini sono arrivati con strumenti giornalistici là dove i magistrati di Pavia hanno dovuto fermarsi per i limiti di giurisdizione che hanno condizionato indagine e processo; nel punto esatto che le autorità ucraine hanno cercato di occultare attraverso una pesante opera di depistaggio; lo stesso punto che la politica italiana sembra avere deliberatamente ignorato, come se la tutela dei nostri cittadini all'estero si debba esercitata soltanto quando incontri il gradimento dei governi stranieri.
È sorprendente, a questo proposito, che Zabrodskyi sieda nel Comitato parlamentare di amicizia Italia-Ucraina. Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha ribadito più volte l'impegno delle istituzioni nella ricerca della verità. A sette anni e mezzo dalla morte di Andrea Rocchelli e di Andrei Mironov è arrivato il momento di azioni concrete.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 2 febbraio 2022
Gli ingenti investimenti tecnologici della Cina stanno riguardando anche la giustizia ed impensieriscono i servizi segreti occidentali. A partire da quelli di Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Le attenzioni del governo cinese sono rivolte all'applicazione dell'intelligenza artificiale nei procedimenti penali. Una rivoluzione che con l'onda lunga della globalizzazione del Dragone potrebbe interessare da qui a poco tempo l'Europa e il resto dell'Occidente.
Poche settimane fa il sito del South China Morning Post ha dato la notizia del particolare attivismo della Procura del popolo di Shangai Pudong. Qui gli sviluppatori stanno mettendo a punto un sistema che doterà la pubblica accusa di una macchina capace di individuare otto reati molto comuni a Shangai, come la guida pericolosa e le frodi con le carte di credito. Non saranno esclusi nel futuro prossimo aggiornamenti dell'algoritmo per altri reati.
Nel robot sono stati memorizzati circa 17mila casi giudiziari, che coprono un arco temporale di cinque anni, dal 2015 al 2020. La precisione del pm robot si aggira attorno al 97%. Si tratta, però, sempre di una macchina e alcuni interrogativi sorgono spontanei in caso di errore di valutazione. Chi ne risponderà? Potranno attribuirsi responsabilità ad un algoritmo, senza dimenticare che questo viene creato da un programmatore e utilizzato da un magistrato? Abbiamo parlato degli scenari cinesi con l'avvocato Luigi Viola, esperto di giustizia predittiva, e Salvatore Colella, sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Matera.
"Le tecnologie, anche le più avanzate, sono strumenti al servizio dell'uomo", riflette l'avvocato Viola, che di recente ha pubblicato in cinese il suo libro "Interpretazione della legge con modelli matematici", risultato best seller top five Rakuten-Kobo. "Le nuove tecnologie - dice Viola non devono spingersi fino a sostituire una decisione umana, come quella di accusare o non accusare. Credo che sostituire il pubblico ministero umano con un robot sia un allontanamento dalla realtà, almeno per due ragioni. La prima riguarda il giudice, che deve valutare le prove. Ciò implica capacità di pesare anche elementi soggettivi. A titolo meramente esemplificativo si pensi ai "motivi abietti o futili" di cui all'articolo 61, numero 1, del Codice penale.
Abbiamo di fronte un concetto che difficilmente può essere automatizzato, ma necessita di una ponderazione umana. La seconda ragione è che il sistema con cui viene costruita l'intelligenza artificiale, che in Cina dovrebbe procedere all'accusa, rischia di essere fallace perché basata su una raccolta di dati precedenti. Abbiamo l'utilizzo del metodo induttivo che è fisiologicamente fallace. Questo metodo funziona, appunto, tramite la raccolta di un numero enorme di casi giudiziari, che servono per addestrare l'intelligenza artificiale. Purtroppo, così facendo, dinanzi ad un caso inedito, per contenuto oppure per strategia difensiva, il robot si basa sul passato, non tenendo conto della specificità del singolo caso. La conseguenza è che finisce per trattare una situazione giuridica non già per come è, ma per come se fosse una precedente. Questa fallacia determina l'ingiustizia di trattare una situazione diversa, come se fosse uguale ad una precedente".
Viola non crede che in Italia si possa arrivare ad un pubblico ministero senza sembianze umane. "Esiste nel nostro ordinamento - evidenzia - un principio di parità delle armi nel processo, in uno con il diritto inviolabile alla difesa, in base all'articolo 24 della Costituzione. Ebbene, è lapalissiano che, se vi dovesse essere un pm robot, allora verrebbe vulnerata la parità delle armi perché l'accusa godrebbe di uno strumento di cui la difesa non dispone e, per quello che è dato sapere, non potrebbe neanche sindacarlo tramite verifica dell'algoritmo e della correttezza dei dati inseriti".
Diverso il parere del magistrato Salvatore Colella in merito all'influenza tecnologica nel settore della giustizia da parte della Cina e all'arrivo del pm robot. "Non solo sono certo che possa arrivare in Europa - afferma il pubblico ministero in servizio a Matera - piuttosto la ritengo una certezza inevitabile. Quello che ritengo siano incerti sono soltanto i tempi, che possiamo assumere non saranno brevissimi, poiché la nostra storia e la nostra attitudine culturale, anche in materia giuridica, è totalmente diversa da quella asiatica e noto che in ambito umanistico vi sia sempre una minore permeabilità alle innovazioni".
Il fare posto all'intelligenza artificiale in sostituzione del pubblico ministero pone questioni delicatissime. "Non sono un informatico - commenta Colella - ma è un campo che mi appassiona molto e sul quale mi tengo molto informato. Ritengo che l'intelligenza informatica abbia potenzialità enormi, che sfuggono ai più, ma forse anche agli stessi informatici e oggi trova applicazioni in settori disparati senza nemmeno saperlo. Il limite maggiore, ma che appartiene forse all'uomo piuttosto che alle macchine, credo sia il momento dell'auto- apprendimento. Allo stato dell'arte penso che possa essere un validissimo aiuto per il pubblico ministero nel momento dell'acquisizione ed analisi dei dati ma non possa sostituirlo nel momento decisionale".
Secondo Colella, occorre avere un approccio aperto rispetto alle novità in arrivo e non osservarle con timore. "Attualmente - spiega - le applicazioni di intelligenza artificiale fondano il momento cognitivo sull'analisi dei dati empirici ed in questo non differisce molto dall'uomo, tuttavia quest'ultimo apprende e metabolizza dati su ogni materia e momento della propria esistenza ed elementi del suo patrimonio cognitivo spesso entrano in gioco in meccanismi decisionali anche in materie totalmente diverse da quelle alle quali tali dati si riferiscono. In una scena del crimine, nell'interrogatorio di un indiziato, solo per fare qualche esempio, spesso sono molto importanti le sensazioni ed il tono di voce.
Ritengo, quindi, che la difficoltà maggiore sarà capire come dire alle macchine di selezionare nell'algoritmo decisionale pure dati e fattori che non si può prevedere possano avere rilevanza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 febbraio 2022
Le istanze di misura alternativa vengono rigettate perché i detenuti con una pena totale o residua inferiore a 3 anni non hanno casa e lavoro. Il nostro sistema penitenziario tende a far scontare la pena carceraria anche per reati minori, contribuendo quindi all'idea che il carcere possa e debba essere la soluzione unica e definitiva.
Una parte di loro ha un doppio svantaggio. Nonostante ne abbiano il diritto, non posso usufruire della misura alternativa per via delle loro condizioni di marginalità sociale. La possibilità è offerta a coloro che si trovano a dover scontare una pena totale o residua inferiore a 3 anni.
Ma tanti di loro non possono per mancanza di casa, lavoro e legami familiari. Viene meno, per loro, la volontà di creare un ponte verso l'esterno al fine di garantire un inserimento sociale a tutti coloro che hanno affrontato il percorso rieducativo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 febbraio 2022
Escono dal carcere, ma si trovano senza il sostegno delle istituzioni. Reclusi già svantaggiati, escono senza nulla e stigmatizzati perché ex detenuti. Una soluzione, però, c'è.
Non di rado, nei pressi delle stazioni metropolitane, trovano rifugio dei senza fissa dimora che sono appena usciti dal carcere. Ritornano ai margini della società, ma con uno stigma maggiore perché sono ex detenuti.
di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 1 febbraio 2022
Solo il 34% dei 54mila reclusi nelle carceri italiane è impegnato in un lavoro. I legami tra mancanza di occupazione, alto tasso di recidiva, problemi di salute. Una ricerca mostra la "forbice" tra dipendenti dell'amministrazione e di altri datori. Se il 50% fosse attivo in aziende produrrebbe un fatturato extra di 900 milioni.
Senza lavoro il reinserimento dei detenuti è più difficile e il rischio di recidiva è alto. Eppure soltanto il 34% dei 54mila reclusi italiani è occupato in attività lavorative. Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria valuta: "È una percentuale maggiore dell'immaginabile, ma certamente più bassa del desiderabile: dobbiamo mirare all'en plein con tutti i reclusi impiegati in una professione".
di Aurora Matteucci
Il Dubbio, 1 febbraio 2022
Mai come con l'ultima decisione, la Corte costituzionale aveva illuminato il valore supremo della funzione difensiva. Nonostante l'attenzione dei media sia stata in questi giorni assorbita dall'affaire Quirinale, ha destato un'inaspettata attenzione la recente sentenza della Corte costituzionale che ha censurato l'articolo 41 bis dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui non garantisce la segretezza delle comunicazioni tra assistito e difensore imponendo il visto di censura della corrispondenza.
Inaspettata se non altro perché i principi che la Corte afferma, ad occhi forse troppo ingenui, possono apparire tutto sommato scontati. Eppure, mai come oggi, repetita iuvant. Ci sono voluti diversi anni (venti, per l'esattezza) per affermare l'ovvio. E cioè che "il visto di censura riflette una generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore dell'imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso".
La disciplina che introduce il visto di censura nella corrispondenza del detenuto in regime di 41 bis è stata introdotta nel 2002, il 23 dicembre: non proprio un regalo di Natale. Fu poi successivamente irrigidita nel 2009. Per la verità non si menziona esplicitamente la necessità di un visto di censura nella corrispondenza tra difensore e assistito, vietata peraltro da altra disposizione dell'Ordinamento penitenziario, l'art. 18 ter. Ma, trattandosi di disposizione speciale che espressamente esclude il visto di censura solo per le comunicazioni tra detenuto e membri del Parlamento o con autorità europee e nazionali aventi competenza in materia di giustizia e non tra detenuto e difensore, secondo la Corte costituzionale ben si sarebbe potuto affermare, sulla base della disposizione censurata, che quella corrispondenza fosse oggetto del controllo e della sorveglianza dell'autorità.
Quella che doveva essere una norma a statuto eccezionale e temporaneo - il 41 bis- è ben presto diventata il manifesto autocelebrativo di uno Stato dal pugno duro, incapace di affrontare i diritti fondamentali secondo Costituzione. Conosciamo la storia del 41 bis. Molti di noi conservano ancora l'immagine dell'autostrada A 29, in zona Capaci, sventrata da 500 kg di tritolo, gli elicotteri intorno, le auto saltate e divelte in una minutaglia di lamiere. L'inutile corsa in ospedale del magistrato Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Il macabro scenario di uno dei più feroci attacchi al cuore dello Stato. A distanza di 16 giorni dall'attentato, il Governo dichiara guerra alla mafia varando, era l'8 giugno del 1992, il decreto legge che avrebbe irrobustito, in un giro di vite strettissima, il regime carcerario dei boss mafiosi.
Vi si introduce la cosiddetta sospensione delle normali regole di trattamento penitenziario: un 41 bis in versione aggiornata e rinnovata. La conversione in legge non si fece attendere. Era l'8 agosto. Venti giorni prima, il 19 luglio 1992, stessa sorte era toccata a Paolo Borsellino. Della cronaca di quei giorni conserviamo memoria, anche se la storia ha consegnato brandelli di verità, ipocrisie, depistaggi. Il carcere durissimo per i mafiosi doveva risultare, però, una misura eccezionale e temporanea. Era già chiaro allora come questa sospensione delle regole ordinarie del trattamento penitenziario potesse entrare in rotta di collisione con la Costituzione, in particolare con la finalità rieducativa della pena.
Come bene ha detto l'avv. Maria Brucale, in un'intervista resa a Damiano Aliprandi su queste pagine il 22 dicembre del 2017, "l'Ordinamento penitenziario è - coerentemente con l'art. 27 della Costituzione - interamente orientato alla rieducazione del ristretto e a un trattamento intramurario individualizzato, il più possibile rispondente alla personalità del soggetto. Basta soffermarsi su tale aspetto per rendersi conto della vistosa incostituzionalità di un regime che sospende per tempi indefiniti l'accesso del ristretto alla rieducazione. Ci sono persone detenute in regime differenziato fin dal tempo dell'entrata in vigore dell'art. 41 bis dell'Ordinamento penitenziario; 25 anni di carcere duro che isola dagli affetti e costringe in ambiti asfittici ogni anelito di vita emotiva e creativa. Si tratta di carcerazioni punitive sottratte per legge alla finalità cui ogni pena deve tendere, la restituzione dell'individuo alla società".
Ma, come spesso accade ed è accaduto per le libertà personali e per i diritti fondamentali, nuove epifanie emergenziali (o dichiarate tali), hanno avuto lo scopo di trasformare l'eccezione in regola. Così, neanche a dirlo, quel 41 bis viene conservato e rimodulato secondo esigenze sempre nuove, elevato a grimaldello sul quale si misura l'attendibilità di una classe politica incapace ormai di relegare la repressione a fenomeno minimo, ancillare, eventuale.
Ed arriviamo, a colpi d'emergenza, prima al 2002 e poi al 2009, quando la disposizione viene interpolata e ulteriormente irrigidita nei termini oggi giudicati incostituzionali: non è un caso che l'ultimo provvedimento in senso cronologico, quello del 2009, che ha limitato ulteriormente il diritto di difesa, recasse l'altisonante nome di "disposizioni in materia di sicurezza pubblica". Vien da chiedersi: in che termini il diritto di difesa genera insicurezza? Quando esattamente è accaduto che "difensore" facesse rima con "fiancheggiatore"?
Ha risposto, senza farsi attendere, il direttore de Il Fatto quotidiano in una delle solite invettive contro gli avvocati. Pare che non abbia gradito l'ultima sentenza della Corte costituzionale. "Geniale" - ha scritto - "così i boss mafiosi potranno ordinare omicidi e stragi".
Detto meglio, si serviranno dei loro difensori per consegnare pizzini. Non stupiscono le invettive e gli strali dell'uomo - cui ha fatto eco l'immediata reazione di Ucpi e del Cnf - ma per quanto si sia fatta l'abitudine a questo genere di affermazioni, un pruriginoso senso di indignazione scuote le coscienze dei pochi, ahimè, che ancora credono che il diritto di difesa sia il sacrosanto baluardo di una società democratica, che il suo contrario appartenga a periodi storici che vorremmo relegare in un passato remoto, superato proprio con l'avvento, guarda caso, della Costituzione.
Eppure gli avvocati continuano ad essere minacciati non solo in territori dominati da severe dittature o manifeste sospensioni dei diritti umani. Ma una strisciante, indomita, insuperata sensazione di diffidenza di manzoniana memoria (l'Azzeccagarbugli) fa da eco alle parole di Travaglio anche nella democratica Italia. "Come fai a difendere un criminale sapendolo tale?" non è solo una litania da bar, ma un dubbio tra i più resistenti, che inanella a cascata sentimenti di sospetto e diffidenza per una delle funzioni più strategiche per la tenuta democratica del paese.
Forme, neppure troppo velate, di minaccia si annidano sui social, vengono scagliate all'indirizzo di chi ha assunto la difesa dei mostri indifendibili: il femminicida, il pedofilo, il terrorista, il mafioso e chi più ne ha più ne metta.
In questa era del mainstream manettaro, difendere chi è già stato giudicato indifendibile da una platea male informata di leoni da tastiera non è solo uno spreco di energia, ma il segno tangibile che tra difensore e assistito si suggelli un sodalizio, criminale appunto, al solo scopo di farla fare franca al secondo. È fin troppo ovvio che in questo clima di allarmante impoverimento etico e culturale, il segreto della conversazione tra difensore e difeso, anziché indispensabile declinazione dell'effettività del diritto di difesa, diviene esso stesso cartina di tornasole che tra i due "sodali" possano annidarsi complicità criminali che sfuggono all'occhio vigile dell'autorità.
Andrebbe letta nelle scuole, questa sentenza, pubblicata sui quotidiani mediante un'opera di alfabetizzazione ai principi costituzionali. E ripetere, ad alta voce, come si faceva con le poesie che ci facevano imparare a memoria, che il diritto di difesa costituisce "principio supremo" dell'ordinamento costituzionale e comprende il diritto, ad esso strumentale, di conferire con il difensore "allo scopo di predisporre le difese e decidere le strategie difensive, ed ancor prima allo scopo di poter conoscere i propri diritti e le possibilità offerte dall'ordinamento per tutelarli e per evitare o attenuare le conseguenze pregiudizievoli cui si è esposti".
D'altra parte, "se un avvocato non potesse conferire con il suo cliente e ricevere da lui istruzioni riservate al riparo della sorveglianza da parte dell'autorità, la sua assistenza tecnica perderebbe gran parte della sua utilità, mentre la Convenzione mira a garantire diritti concreti ed effettivi" (Corte europea dei diritti dell'uomo, anche nella sentenza del 27 novembre 2007, Zagaria contro Italia).
Qualche anno fa un pubblico ministero di Torino, Paolo Borgna, scrisse un libro -sulla falsa riga del volume di Piero Calamandrei- che si intitola "Difesa degli avvocati scritta da un pubblico accusatore". Se solo il dott. Travaglio avesse la pazienza di leggere quelle pagine, avrebbe di che imparare: "Tutti i giorni trattiamo il dolore, la vita, gli affetti degli altri. Spesso ne determiniamo il corso. E lo facciamo quasi senza rendercene conto.
Questo è inevitabile e persino salutare: non possiamo farci trascinare nel gorgo delle vicende umane di migliaia di vite che il nostro lavoro ci fa incrociare. L'avvocato - con la sua "professione di carità", con il suo "tener compagnia a chi si trova a tu per tu con il dolore" - è lì a ricordarci quei destini che noi tocchiamo.
È lui il tramite tra le nostre carte e la vita degli altri, è lui a portare sulle proprie spalle i grumi di dolore dei propri assistiti, ad assumere su di sé l'urto delle passioni e delle polemiche, a sollevarci da quel peso indicibile". Perché l'avvocato è, sempre per Borgna, un mediatore sociale (altro che fiancheggiatore!) che contribuisce, al pari del magistrato, all'unitaria funzione di rendere giustizia.
di Nicola Boscoletto*
Corriere della Sera, 1 febbraio 2022
Questa ricerca può essere considerata "di svolta" per tre motivi. Il primo è l'effetto positivo sui detenuti: per la prima volta qualcuno li ha ascoltati, cercando di capire come stanno e come la loro vita sta cambiando. Proporrei tre parole chiave: accoglienza, ascolto e partecipazione attiva. Lasciamo stare le riforme, o meglio, facciamole e facciamole meglio possibile: ma sappiate che non serviranno a niente se non ci saranno accoglienza, ascolto, partecipazione e coinvolgimento di tutti.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 1 febbraio 2022
"Abbiamo voluto realizzare uno studio che valutasse i benefici diretti e misurabili nel breve periodo del lavoro durante la detenzione nella prospettiva di dimostrare i vantaggi concreti di un modello organizzativo applicato a una percentuale di detenuti che potrebbe davvero fare la differenza rispetto al sistema attuale".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 febbraio 2022
Secondo l'onorevole Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, "occorre assolutamente accelerare su tutti i temi che riguardano la giustizia". Il Capo della Stato Sergio Mattarella, quale Presidente del Csm, "è stato tempestivo e rigoroso nel denunciare, usando parole inusualmente dure, le storture del funzionamento della magistratura e nel sollecitare un profondo rinnovamento anche di natura normativa". Un messaggio alle Camere, come fece Napolitano? "Ha tutti gli strumenti per pungolarci". Sui risultati del referendum dell'Anm: "Ne prendiamo atto ma decidiamo in autonomia".
Per qualcuno Mattarella non ha denunciato o agito abbastanza in merito alla crisi di credibilità che ha investito la magistratura, per altri invece ha agito e parlato nei momenti necessari. A me pare, come pure conferma l'articolo che lei ha scritto domenica, che Mattarella sia stato tempestivo e rigoroso nel denunciare, usando parole inusualmente dure, le storture del funzionamento della magistratura e nel sollecitare un profondo rinnovamento anche di natura normativa. Con il suo solito stile e modalità istituzionalmente corrette, Mattarella ha dimostrato di essere molto attento e sensibile alla necessità di una profonda riconquista di credibilità e fiducia dell'ordine giudiziario.
Nonostante questi moniti, c'è uno stallo politico. Non è grave il fatto che la politica dal 2019 non abbia raccolto i moniti del Presidente? Ricordiamo che il testo base della riforma del Csm è stato adottato ad aprile 2021...
Adesso, superato questo passaggio delicatissimo per la vita politica ed istituzionale del Paese, occorre assolutamente accelerare su tutti i temi che riguardano la giustizia, a partire dalla riforma del penale e civile: bisogna elaborare rapidamente i decreti delegati. Poi occorre mettere mano alle altre due ulteriori riforme, quella del Csm, visto che a luglio ci sarà il rinnovo della consiliatura, e quella dell'ordinamento penitenziario, concludendo il percorso iniziato nella passata legislatura. In ultimo vorremmo, anche se ci rendiamo conto che non sarà facile, che si aprisse una seria discussione per l'introduzione di una Alta Corte, che definisca le questioni disciplinari ed i ricorsi, anche in merito alle promozioni, che riguardano tutte le magistrature, anche quella amministrativa.
Un'Alta Corte potrebbe evitare che Mattarella corra al plenum del Csm per limitare i danni, come accaduto con Curzio e Cassano...
La sua presenza ha rappresentato una ulteriore legittimazione della scelta del Csm di riconfermare i vertici della Cassazione, a seguito di una decisione del Consiglio di Stato che rischiava di aprire un ennesimo conflitto interno alla magistratura. Questo è un elemento in più che ci fa capire quanto sia opportuno e necessario dare vita ad un'Alta Corte che sottragga la magistratura a questo tipo di conflitto.
Tornando allo stallo della politica sulla riforma del Csm, ci sono le condizioni affinché Mattarella possa fare un messaggio alle Camere, come fece l'ex Presidente Napolitano in merito all'emergenza carcere?
Penso che il Presidente Mattarella abbia tutti gli strumenti formali ed informali per continuare a pungolare il Governo e il Parlamento a fare in fretta.
Lei intravede nei discorsi di Mattarella la sua contrarietà al sorteggio per i Consiglieri del Csm?
Il Presidente, essendo molto attento e sensibile, per la sua formazione giuridica e per i ruoli che ha ricoperto in passato, ai principi di natura costituzionale, credo che possa nutrire qualche perplessità sul sistema del sorteggio. Per quanto riguarda il Partito democratico, noi preferiremmo continuare a lavorare su sistemi elettorali diversi dal sorteggio, anche temperato. Quello che ha individuato la ministra Cartabia ci sembra una buona base di partenza, che potrà ricevere degli aggiustamenti anche significativi nel corso della discussione parlamentare, consapevoli comunque che la riforma del sistema elettorale non sia la panacea di tutti i mali, di tutti i vizi della magistratura. Però cominciamo a discuterne alla Camera, altrimenti continuiamo a parlare del nulla: occorre che le proposte della Guardasigilli arrivino rapidamente in Commissione.
Immaginando che la riforma della legge elettorale del Csm sia immediatamente applicativa, per tutto il resto si pensa ad una delega. Se non ci facesse in tempo ad esercitarla in questa legislatura, andrebbe tutto perso dopo le elezioni del 2023?
No, perché la delega può essere esercitata anche dal Governo successivo. Per farle capire meglio: il Governo gialloverde avrebbe potuto tranquillamente portare a termine la riforma dell'ordinamento penitenziario elaborata dal precedente Esecutivo; non lo fece, o meglio attuò solo una minima parte. Poi invece portò a termine la riforma delle procedure di insolvenza, con legge delega approvata della precedente legislatura.
Il referendum indetto dall'Anm la scorsa settimana dice tre cose: poca affluenza che fotografa un distacco dall'attività associativa, inaspettatamente il 42% dei votanti ha detto sì al sorteggio, la proposta Cartabia sul maggioritario esce estremamente indebolita. La politica cosa ne farà di questo quadro?
Prendiamo atto di questi risultati: quei 1700 voti a favore del sorteggio segnalano comunque una insoddisfazione dei magistrati rispetto all'attuale sistema e alla proposta di riforma. Dopo di che la politica ha la sua autonomia.
- Cartabia: la nuova giustizia porterà investitori
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