di Alessandro D'Avenia
Corriere della Sera, 31 gennaio 2022
Lorenzo Parelli, 18 anni, morto durante l'alternanza scuola-lavoro. Matteo Riganti, 18 anni, morto per una fragilità acuita dalla pressione scolastica. Sua madre mi ha scritto la settimana scorsa: "Che cosa fare di pratico, perché, domani, la prossima ora, gli educatori si rendano conto che sono chiamati a fare qualcosa di straordinario per ingaggiare questi ragazzi?
Perché è tanto diffuso questo sentimento di "lost in space" dei tanti Mattei che, forzatamente frequentano (ma sempre di più abbandonano) la scuola e avrebbero bisogno di almeno un prof per essere "ripresi"... e invece soffocano tra verifiche e programmi?".
Dopo questi due recentissimi lutti mi chiedo: serve ancora la scuola? Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è quando qualcosa che l'uomo crea per umanizzare la vita e renderla più vivibile (è lo scopo della cultura: dalla ruota alla letteratura, dal fuoco alla democrazia) ottiene il contrario: dis-umanizza. Se accade le possibilità sono due: o quella cosa non serve più o non serve così com'è. In un momento in cui ai primi sintomi siamo obbligati a fare un tampone, vorrei avessimo la stessa prontezza per curare sintomi evidenti da anni negli attori della scuola: studenti, insegnanti, genitori.
1. Studenti. Nel libro A mente accesa, Daniela Lucangeli, luminare in neuroscienze e apprendimento, racconta di aver partecipato nel 2017 (prima della pandemia) a una commissione ministeriale sul benessere/malessere a scuola: "Individuata nella prima adolescenza (14-16 anni) la fascia per i questionari, la commissione ha indagato il limite oltre il quale il malessere generico si trasforma in burnout o in ansia e stress. I nostri studenti sperimentano molto più malessere che benessere nella loro esperienza scolastica: il 27% ha dichiarato di stare "così così", il 73% di star male e, all'interno di questo gruppo, il 60% (più della metà della popolazione scolastica) sta male stabilmente, non ha ricordo di essere mai stato bene a scuola. Perché? Le cause riguardano fattori cognitivi (eccesso di carico prestazionale), emotivi (soprattutto ansia e noia), sociali (sfiducia nei modelli di riferimento)".
2. Docenti. In Italia è la categoria più soggetta a burnout (dal verbo inglese bruciarsi): sfinimento psico-fisico da lavoro. Quando ho iniziato a insegnare, nel 2000, era già un'emergenza: da anni il professor D'Oria nei suoi studi segnala il malessere dei docenti e l'assenza di azioni. Già in una ricerca decennale del 2001 il 73% degli insegnanti risultava infatti affetto da patologie psichiatriche, esito di burnout. Le cause erano, per il 26% di loro, la relazione con gli studenti, per il 20% con i genitori, per il 20% con i colleghi, per il 2% con il dirigente, per il rimanente 32% la somma di queste relazioni (più esposte le docenti, l'80% del corpo docente, soprattutto over 50). La scuola così com'è è per noi insegnanti una sfinente guerra di relazioni (motivo per cui il ritornello caustico del lavoro solo mattutino e dei mesi di vacanza è fuori luogo).
3. Genitori. Chiedono alla scuola di abbassare le pretese, impegnare i figli ma senza gravare sulla loro già faticosa gestione. Come è accaduto? Nel recente Il danno scolastico - La scuola progressista come macchina di disuguaglianza, il sociologo Luca Ricolfi e la docente/scrittrice Paola Mastrocola, con dati ed esperienza alla mano, rispondono: "La scuola senza qualità è una macchina che genera disuguaglianza. Solo un cieco non vede come sono andate le cose: è la cultura progressista che ha inteso la democratizzazione non come mettere la cultura alta a disposizione di tutti, ma come "diritto al successo formativo"; e che ha demonizzato gli insegnanti che si opponevano all'abbassamento dell'asticella, o erano contrari a rilasciare falsi attestati. Ricevere un'ottima istruzione era l'unica carta in mano ai figli dei ceti bassi per competere con i figli di quelli alti". Infatti i percorsi tecnico/professionali diventano spesso recinti di povertà.
Questo malessere generale riguarda la scuola pre-pandemia, l'emergenza sanitaria ha solo denudato ferite incancrenite che la politica degli ultimi due decenni non ha affrontato e quindi aggravato. Una scuola che invece di accendere le persone le brucia va riformata.
Come? La risposta non è "Chiudiamo le scuole!", titolo dell'omonimo pamphlet dello scrittore Giovanni Papini che già nel 1918 denunciava provocatoriamente una certa organizzazione scolastica: "La civiltà non è venuta fuori dalle scuole che intristiscono gli animi invece di sollevarli e le scoperte decisive della scienza non son nate dall'insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v'insegnavano".
Però dobbiamo chiudere "questo modo" di fare scuola, una catena di montaggio spesso priva di cura delle persone, come spiegava già nel 1970 il filosofo Ivan Illich nel famoso "Descolarizzare la società", in cui, seppur con eccessi ideologici ma con dovizia di proposte, aveva previsto gli esiti di una scuola che: scambia l'apprendimento con la prestazione/carriera, non offre quindi il sapere come aiuto per aprirsi all'esperienza della vita, ma addestra lo studente a performance e diplomi, rendendolo consumatore di programmi (basti pensare all'esame di maturità farsa - promozione del 99,8% degli studenti - eppure così ansiogeno per ragazzi che magari non sanno cosa fare dopo quell'esame); non permette agli insegnanti di essere maestri di umanità, conoscenza, desiderio, cioè guide al pensiero critico, collaborativo e innovativo, ma spesso li rende funzionari burocratici, precari, ripetitori di programmi, giudici di performance e competizioni (basti vedere come negli ultimi anni sono state introdotte, senza mezzi adeguati: prove Invalsi, alternanza scuola-lavoro e, in pandemia, proprio l'educazione civica!
A proposito consiglio Maddalena Colombo, Gli insegnanti in Italia). A questo va aggiunto che la gestione attuale della scuola retribuisce (poco) coloro che lavorano bene allo stesso modo di chi lavora male; non aiuta le famiglie in difficoltà, sperperando i quasi 8mila euro che costa alle nostre tasse ogni anno uno studente (si legga Lettera ai Politici sulla Libertà di Scuola di Anna Monia Alfieri e Dario Antiseri); consolida o amplia il divario sociale, come dimostra Federico Fubini in La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quel che nasci (basti il dato della nostra dispersione scolastica al 13%: più di mezzo milione di ragazzi ha lasciato la scuola nel 2020). Perché non reagiamo? Perché l'azione politica dei cittadini è di fatto impossibile: c'è un vuoto di rappresentatività politico/sindacale di cui lo spettacolo (di potere) a cui abbiamo assistito per l'elezione del Presidente della Repubblica è la tragica rappresentazione.
La filosofa Hannah Arendt, studiando i totalitarismi, per scongiurare nuove forme di tacita, inconsapevole o forzata collaborazione alla violenza da parte della maggioranza, elaborò l'idea di "disobbedienza civile", cioè quando un certo numero di cittadini "si convince che i canali consueti del cambiamento non funzionano più e non viene più dato ascolto alle loro rimostranze". Questi cittadini, seppur in minoranza, sono chiamati a organizzarsi per risvegliare "maggioranze che si ritengono inerti fino a farne mutare l'opinione".
Per questo non bastano sindacati/occupazioni/scioperi, normalizzati e resi sterili dal sistema, ma serve un serio lavoro di persone di professioni diverse, ma unite dall'obiettivo di riformare la scuola e capaci di risvegliare l'opinione pubblica, per far pressione su una politica che si ricorda della scuola in zona elezioni con quattro frasi paternalistiche su giovani e futuro e sentimentali fervorini sui docenti eroi della nazione. Magari la scuola diventasse argomento su cui giocarsi il consenso elettorale! Propongo alcuni esempi di "disobbedienza civile".
Studenti: aprire profili social per segnalare, magari con un minuto di silenzio in piedi in classe o in presidenza, una lezione malfatta, un'aula non riscaldata... ma anche una lezione bellissima e una scuola arredata con le piante.
Docenti: impegnare le ore di auto-formazione e di educazione civica per approfondire tra noi, e poi con i ragazzi, i testi segnalati o altri, per poi produrre insieme lettere, volantini e video sia di proposta sia di protesta su fatti precisi, da far girare a scuola e da indirizzare a Presidente della Repubblica, Premier, ministro dell'istruzione, sindaci, assessori scuola e mezzi di comunicazione. Genitori: in alleanza con i presidi e docenti che vorranno, creare un comitato che segnali agli altri genitori della scuola e poi su giornali, radio, tv, rete e aule giudiziarie, sia le situazioni illegali (dall'edilizia scolastica al becero sistema di gestione delle supplenze e del sostegno) sia quelle virtuose (in una scuola hanno deciso di disegnare un sorriso su tutte le mascherine).
Qualcosa può cambiare solo con una disobbedienza civile ragionata e continua, altrimenti molti continueranno a "bruciarsi" e pochi "fortunati" a salvarsi, contro l'art.3 della Costituzione: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Proprio la scuola, per una gestione politica inadeguata, oggi diventa spesso ostacolo al pieno sviluppo e partecipazione? Serve una class action culturale e legale. Per fortuna ci sono molte situazioni virtuose e da prendere a modello, ma raccontarle e farle diventare "sistema", e non eccezioni eroiche o sentimentali, è compito nostro: #lascuolabrucia o #lascuolaccende?
PS. Perché non cominciare dall'imminente festival della canzone, divenuto vetrina di lotte sociali e culturali? Magari tra i monologhi potrebbe esserci quello di una professoressa precaria, di uno studente che ancora a fine gennaio non sa (tutto tace al ministero) come sarà la maturità di quest'anno, di una mamma con un figlio bisognoso del sostegno o di una che il figlio l'ha perso.
di Luigi Manconi
La Stampa, 31 gennaio 2022
Che memoria ci consegna la Giornata della memoria celebrata quattro giorni fa? Una lezione illuminante è quella che si trova in uno degli ultimi articoli di Primo Levi pubblicato, col titolo "Buco nero di Auschwitz", su La Stampa del 22 gennaio del 1987, settantotto giorni prima di quel sabato di aprile in cui si tolse la vita. L'occasione dello scritto era la discussione pubblica in corso in quei mesi in Germania e in Europa a proposito della natura della Shoah e della legittimità o meno di una sua comparazione con altri orrori perpetrati in nome di un'ideologia organizzata in un sistema statuale di dominio e violenza.
In particolare, un gruppo di storici, guidati da Ernst Nolte, era impegnato nel dimostrare il nesso di causalità, anche cronologico, tra le stragi realizzate dal regime nazista e quelle messe in atto dal regime sovietico, sottolineando come l'organizzazione dei lager fosse successiva a quella dei gulag; così come le stragi dei kulaki e degli oppositori politici avessero anticipato i dispositivi di sterminio attuati dal Terzo Reich. Il che portava, quasi inevitabilmente, a considerare la Shoah come una sorta di risposta difensiva alla politica del terrore adottata dal sistema bolscevico e alla minaccia di invasione del territorio tedesco. Primo Levi analizza con estremo rigore e con meticolosa acribia tutti i dati della discussione in corso, entrando dettagliatamente nel merito delle argomentazioni degli storici revisionisti.
Ne emerge un atto di accusa spietato nei confronti dell'Urss, che non risparmia alcuna critica, non dissimula alcun dissenso, non attenua alcun giudizio: "I sovietici non possono essere assolti". Sono responsabili, infatti, degli immondi processi e delle innumerevoli e crudeli azioni contro veri o presunti nemici del popolo, della reinvenzione di un'economia schiavistica destinata alla "edificazione socialista"; e certamente i soldati sovietici, dopo l'assedio di Leningrado, "si macchiarono di colpe gravi". Come si vede non la più piccola indulgenza e, nemmeno, quell'atteggiamento, così diffuso, di chi muove critiche anche le più feroci, ma sentendosi comunque parte integrante, e delusa, dello schieramento da cui si prendono le distanze. Cosa che sarebbe stata comprensibile, tenendo conto degli incontestabili meriti storici avuti dall'Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo.
No, Levi non si riferisce a "partiti fratelli" da cui dissentire o a "compagni che sbagliano", verso i quali la critica è tanto pesante quanto segnata dal dolore: per una affinità che si deve ripudiare e per il tradimento di valori che si ritenevano condivisi. Sentimento, questo, comune a tanti democratici sinceri e a tanti comunisti in buona fede, ma presi mani e piedi legati nel meccanismo della guerra fredda, che pure affidavano all'Unione Sovietica un ruolo decisivo nella promozione del riscatto sociale delle classi subalterne.
Primo Levi non parla da persona disillusa, come chi ha creduto nel "Dio che è fallito" - anche in questo caso la sua lucidità è fuori dall'ordinario - : e proprio questo dà maggiore forza alla sua analisi. La teoria della "unicità" della Shoah viene limpidamente argomentata: "Il disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dal tatuaggio di Auschwitz fino all'uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L'empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana". Se, continua Levi, quell'ideologia avesse prevalso "troveremmo oggi un mondo spaccato in due, "noi" i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori". Ecco, è il fondamento inequivocabilmente razzista della ideologia e della pratica del nazismo che rende la Shoah "il male assoluto". Questo il ragionamento di Primo Levi nel gennaio del 1987.
Perché mai una simile interpretazione va riaffermata ancora oggi? Perché è proprio quel particolare approccio a renderla incontestabile. La natura abnorme della Shoah e la sua confermata unicità non discende dal numero delle vittime o dall'efferatezza dei metodi di sterminio, ma propriamente da quella ideologia "ariano-suprematista" che ne fu prima motivazione e prima finalità.
Il nazismo, dunque, come strategia di disumanizzazione, fondata sull'annientamento di una parte dell'umanità stessa: l'umanità che negava se stessa. E il suo tratto essenziale: l'eguaglianza tra gli uomini. È questo a rendere pretestuosi i tentativi di "parificazione" tra gli orrori quali quelli affidati al calcolo delle vittime (quanti milioni quelle uccise dal comunismo?); e, altrettanto pretestuosa l'equivalenza tra tutti i regimi dispotici e tirannici del primo Novecento: quasi fosse necessario equiparare al nazismo tutte le altre dittature, per poterle criticare con maggiore radicalità. Il rifiuto di ogni totalitarismo è precondizione di qualsiasi dichiarazione di fede democratica, ma comprendere quale sia la natura profonda e unica del nazismo è uno strumento indispensabile. Al fine di coglierne le nuove manifestazioni più frequenti di quanto si creda e le forme inedite che può assumere la ricorrente ideologia della subordinazione dell'uomo all'uomo.
di Ismaele C.
La Stampa, 31 gennaio 2022
Domenica sono stato colpito alla testa da una manganellata durante una manifestazione per la morte di Lorenzo Parelli, io e altri 3 ragazzi abbiamo riportato ferite suturate con dei punti. Sempre domenica al Pantheon la polizia ha caricato gli studenti con una violenza inaudita e senza un valido motivo. A Torino, durante altre manifestazioni studentesche, venerdì scorso, ci sono stati 20 feriti tra cui due gravi. Episodi simili si sono verificati anche a Milano e a Napoli.
Sorgono doverosi dubbi sullo stato di salute della nostra democrazia. La responsabilità è della ministra Lamorgese, alla quale va chiesto conto e ragione della condotta muscolare delle forze dell'ordine in dinamiche di piazza di solito gestite nella totale tranquillità e calma. Penso che focalizzarsi su una critica ai fatti come un problema di ordine pubblico, esclusivamente di violenza ingiustificata, rischi di spegnere totalmente il problema politico della violenza poliziesca nel contesto delle nostre manifestazioni: è una questione che non si risolve con delle scuse, spiegando il perché o attraverso particolari liturgie istituzionali.
Noi eravamo in piazza, come in tantissime città d'Italia per chiedere l'abolizione dell'alternanza scuola-lavoro, contro un processo in atto da decenni, portato avanti da tutti i governi, che sta trasformando la scuola pubblica italiana in un'azienda o in ufficio di collocamento. Eravamo in piazza per la morte surreale di un nostro coetaneo, ucciso dal dogma della competitività, che ha sfregiato la nostra istruzione pubblica.
Piuttosto che alla Lamorgese, responsabile istituzionale dei quattro punti che mi ritrovo in testa, mi rivolgerei al ministro Bianchi, che nel contenuto politico non è diverso dalla Azzolina, che non era diversa da Fioramonti (anche se sotto il suo ministero l'alternanza è stata depotenziata) che non era diversa dalla Fedeli, e si potrebbe andare a ritroso per molto tempo. Se la Lamorgese è la responsabile istituzionale della violenza inspiegabile della polizia (ho letto che rappresentanti delle forze dell'ordine hanno giustificato i fatti di Torino e Milano dicendo che il rischio era il saccheggio - parliamo di massimo cinquecento studenti, tra cui molti minorenni - delle sedi di Confindustria) allora di questa ferita Patrizio Bianchi ne è il responsabile politico. Perché noi quel giorno, quando ci stavamo per muovere in corteo, eravamo diretti verso il Miur proprio per contestare il ministro Bianchi
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 31 gennaio 2022
Si moltiplicano i segnali preoccupanti in particolare in alcune aree della Siria. "Non fatevi illusioni. Isis è battuto, ma non sconfitto. Se non ci aiutate a combatterlo, ritornerà". Lo dicevano apertamente i miliziani curdi di fronte alle rovine di Baghouz, l'ultima roccaforte del Califfato nella Siria Nordorientale. Era il marzo 2019: dopo cinque anni di guerra spietata contro il terrore jihadista, decine di migliaia di vittime e il forte coinvolgimento della coalizione a guida americana, i curdi della regione siriana semi-indipendente che loro chiamano Rojawa ci mettevano in guardia. Ma la comunità internazionale li ascoltò poco, pareva un appello interessato. I fatti degli ultimi tempi provano che avevano ragione da vendere.
Isis e l'estremismo islamico rialzano la testa, colpiscono dal Niger, al Mali, al Burkina Faso, sino all'Afghanistan talebano, oltreché nell'Iraq diviso tra sciiti e sunniti, in contrasto con la sua minoranza curda, e nella stessa Siria piagata dalla crisi economica che crea gravi difficoltà alla dittatura di Bashar Assad. Il campanello d'allarme più inquietante è stato l'attacco lanciato in grande stile la settimana scorsa dagli orfani di Abu Bakr al Baghdadi contro il carcere di Gweiran, un ampio complesso circondato da alte mura alla periferia di Hasakeh, dove sono detenuti oltre 5.000 irriducibili, tra loro il fior fiore della jihad internazionale. I morti sono ben oltre 200, non è chiaro cosa sia avvenuto ai circa 600 minorenni figli dei "martiri" islamici delle battaglie di Mosul e Raqqa. Il combattimento è durato almeno sei giorni, gli americani hanno inviato rinforzi. L'intero nucleo urbano di Hasakeh è rimasto paralizzato dal coprifuoco. I curdi dicono di avere vinto, ma non è chiaro quanti siano evasi e quanti abbiano raggiunto il vicino campo di Al Hol, dove sono detenuti quasi 60.000 tra mogli e figli dei jihadisti. Intanto il governo di Baghdad segnala la crescita dei blitz di Isis nei pressi di Mosul. I curdi vanno ascoltati.
ansa.it, 31 gennaio 2022
L'assalto del gruppo dello Stato islamico alla prigione di Ghwayran nella città di Hassake nel nord-est della Siria e gli scontri tra jihadisti e forze curde hanno provocato 332 morti dal 20 gennaio. Lo riferisce un nuovo rapporto annunciato dall'Osservatorio siriano dei diritti umani (Osdh). Ieri si sono verificati nuovi sporadici scontri tra le forze curde, sostenute dalle forze statunitensi, e membri dell'Isis ancora in libertà vicino alla prigione, dove almeno 3.500 jihadisti di diverse nazionalità sono stati detenuti. L'ong siriana ha precisato che dei 332 morti 246 sono jihadisti, 79 membri delle forze curde, mentre sette sono civili. Secondo l'Osservatorio, l'aumento del bilancio delle vittime è dovuto al ritrovamento di nuovi cadaveri durante le operazioni di ricerca da parte delle forze curde negli edifici carcerari e nelle aree adiacenti. Secondo la ong il bilancio delle vittime rischia di aggravarsi a causa delle persone rimaste gravemente ferite.
di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 31 gennaio 2022
A cinquant'anni esatti dalla strage in cui quattordici dimostranti irlandesi per i diritti civili morirono ammazzati dai paracadutisti britannici, la popolazione di (London)Derry ha ripercorso ancora una volta ieri, come ogni anno, l'itinerario di quel fatale corteo nel Bogside, l'area cattolica della città.
In centinaia si sono raccolti davanti al memoriale Bloody Sunday, dove il primo ministro irlandese Micheal Martin ha deposto una corona di fiori per ricordare le vittime cattoliche in quei dieci minuti di fuoco del 30 gennaio 1972, come il ministro degli Esteri Simon Coveney e altri leader politici, tra cui la leader del Sinn Féin Mary Lou McDonald e il leader del nazionalista Sdlp, il Social Democratic and Labour Party, Colum Eastwood.
Dopo una cerimonia religiosa nel corso della quale sono stati letti, come di consueto, tutti i nomi dei morti - tra cui figurano vari adolescenti: chi colpito alle spalle, chi a terra, chi mentre agitava un fazzoletto - il premier irlandese Martin ha privatamente incontrato i familiari delle vittime presso il Museum of Free Derry. E ha commentato l'iniziativa del governo populista ed euroscettico di Boris Johnson, che intende promuovere una legislazione riconciliatoria che ammonta in buona sostanza a un'amnistia, vista anche l'età avanzata dei soldati coinvolti.
"Non credo debbano esserci amnistie per chicchessia, ritengo che si debba andare in fondo con i procedimenti penali e l'applicazione della giustizia" ha detto il taoiseach (tiscech, primo ministro) Martin, echeggiando Michael McKinney, il fratello di William, una delle vittime, che ha ribadito l'opposizione delle famiglie all'idea: "Se realizzeranno le loro proposte, le famiglie della Bloody Sunday le fronteggeranno a viso aperto".
Contro l'amnistia si era espresso anche l'ex leader laburista Jeremy Corbyn, intervenuto sabato pomeriggio: "È oltraggioso che nessuno sia stato mai indagato per la morte di quattordici dimostranti innocenti. È un doppio oltraggio che il governo britannico stia progettando una legislazione che renderebbe un simile sforzo ancora più arduo in futuro".
L'anniversario, che molti in Italia ricordano anche grazie all'omonimo, opinabile inno degli U2, rievoca una delle pagine più nefaste della storia britannica del Novecento, forse la peggiore dei Troubles (disordini, così viene eufemisticamente definita la guerra civile in Irlanda del Nord) e fa da corollario ad altre nefandezze colonial-militari. Non solo per la gravità - altri episodi di violenza da ambo le parti, nazionalista cattolica e unionista protestante hanno fatto registrare altrettante vittime - ma per il prolungato tentativo di occultare la verità da parte di Londra.
Dopo un primo rapporto governativo nel 1972, pieno di menzogne, diffamatorio delle vittime e teso a esonerare i militari da ogni responsabilità, nel 2010 le cinquemila pagine di un'inchiesta durata dodici anni, commissionata da Tony Blair e finita in grembo a David Cameron avevano finalmente stabilito l'ovvio: le vittime erano disarmate, inoffensive e l'ufficiale britannico al comando aveva violato gli ordini. Cameron chiese scusa, ma a oggi nessun militare è mai stato accusato.
Questo passato che non passa rischia di secernere oggi tutta la sua tossicità, anche alla luce delle vicissitudini nordirlandesi dopo i colpi inferti da Brexit alla pace e alla condivisione dei poteri sanciti dal Good Friday Agreement nel 1998. E il ritorno del settarismo si riflette nelle bandiere dello stesso reggimento paracadutisti macchiatosi delle atrocità, fatte sventolare in varie zone protestanti della città.
di Paolo Pezzati*
Il Domani, 31 gennaio 2022
Dopo cinque anni dalla firma dell'accordo Italia-Libia e quattro governi, niente è cambiato. Si continua a morire nel Mediterraneo. L'accordo fondato sull'esternalizzazione delle frontiere che sancì la dottrina Gentiloni-Minniti non solo non ha fermato le stragi in mare, ma ha consentito all'industria del contrabbando e della detenzione di esseri umani di diventare sempre più fiorente. L'Italia in questi anni ha provato in tutti i modi a superare l'ineluttabilità geografica e giuridica dell'essere il paese europeo principalmente coinvolto, ma l'ha fatto nel modo peggiore possibile, senza valori, senza umanità, senza diritti, oltre tutto senza una vera e comune visione europea, ispirata ai principi fondamentali dell'Unione.
Dopo cinque anni dalla firma dell'accordo Italia-Libia e quattro governi, niente è cambiato. Si continua a morire nel Mediterraneo, migliaia di migranti vengono riportati nei lager libici tra abusi, torture e violenza, l'industria del traffico di esseri umani incrementa il suo spietato fatturato, mentre l'Europa continua a far finta di non vedere.
Firmato a Roma il 2 febbraio del 2017, il Memorandum di intesa fondato sull'esternalizzazione delle frontiere, sancì la dottrina Gentiloni-Minniti, misurando la bontà del proprio assunto su nient'altro che il numero degli intercettati o il calo degli arrivi via mare.
Un assunto che deve però ritenersi fallimentare, perché in cinque anni non solo non ha fermato le stragi in mare, con oltre 8.000 morti lunga la rotta del Mediterraneo, ma ha consentito all'industria del contrabbando e della detenzione di esseri umani di diventare sempre più fiorente, riciclando e reinvestendo, grazie anche a ruoli di responsabilità ricoperti da propri uomini nella cosiddetta Guardia costiera o in altre istituzioni libiche.
Sarebbe ipocrita nasconderselo, ma il business dei centri di detenzione e l'odiosa pratica dei riscatti estorti alle famiglie di chi arriva in Libia, per raggiungere l'Italia e l'Europa, altro non sono che la conseguenza dell'aumento delle persone riportate in Libia dalla Guardia costiera negli anni: oltre 80.000 dal 2017, di cui 32.000 solo nel 2021. Non solo: dei 32.000 deportati del 2021, è rimasta traccia solo di 12.000, registrati in centri ufficiali, mentre i restanti 20.000 sono diventati dei fantasmi, senza esiti o destini, stritolati probabilmente nella morsa di aguzzini e trafficanti.
La difesa dei diritti umani è stata affrontata ancora una volta come una variabile "esogena", una componente che nei fatti non ha influenzato nel tempo le scelte politiche dei leader italiani ed europei, sia nell'approccio strategico complessivo, quanto nella scelta degli interlocutori libici specifici, che di volta in volta si sono susseguiti. È stata semplicemente sacrificata all'altare di una apparentemente ineluttabile realpolitik.
L'accordo Italia-Libia costituisce di fatto l'inizio di un vero e proprio "scacco ai diritti umani", nonostante nel tempo si sia voluto accreditare la Libia come un paese sicuro, e che restituirle i migranti intercettati provenienti dalle sue coste fosse tra le opzioni plausibili. Per allestire tutta questa finzione si è formata e addestrata la Guardia Costiera libica con fondi italiani (al costo di 32,6 milioni di euro in 5 anni) ed europei, la si è dotata di mezzi e le si è dato supporto nella richiesta di riconoscimento di una propria zona SaR da parte dell'International Maritime Organization.
L'Italia in questi anni ha provato in tutti i modi a superare l'ineluttabilità geografica e giuridica dell'essere il paese europeo principalmente coinvolto dagli sbarchi provenienti dalla rotta del Mediterraneo centrale. Ma l'ha fatto nel modo peggiore possibile, senza valori, senza umanità, senza diritti, oltre tutto senza una vera e comune visione europea, ispirata ai principi fondamentali dell'Unione. La strada resta sempre la stessa: superare i limiti imposti dal Trattato di Dublino, seguendo un approccio solidale, portando finalmente acqua e vita a una missione europea in grado di attuare ricerca e soccorso nel Mediterraneo e ampliando le vie legali di ingresso.
*Oxfam Italia
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 31 gennaio 2022
Oltre 1.400 manifestanti uccisi, 11.000 persone arrestate più di 8.000 delle quali ancora in carcere, l'ex leader del governo civile Aung San Suu Kyi condannata a sei anni per false accuse e a rischio di ulteriori 100 anni di carcere, molti dei suoi più stretti collaboratori - tra cui il deposto presidente Win Myint - a loro volta condannati.
È questo il bilancio dei 12 mesi seguiti al colpo di stato militare del 1° febbraio 2021 in Myanmar. A questi dati vanno aggiunti il caos, l'insicurezza economica e la crisi sanitaria che stanno mettendo in pericolo la vita di 55 milioni di persone. La recrudescenza dei conflitti tra l'esercito e i vari gruppi armati su base etnica ha costretto centinaia di migliaia di civili alla fuga. Con l'approssimarsi dell'anniversario del colpo di stato, i militari di Myanmar hanno ripreso gli attacchi aerei indiscriminati nel sud-est del paese, bloccato l'afflusso di aiuti umanitari indispensabili a salvare vite umane e lanciato una sanguinosa campagna repressiva contro attivisti e giornalisti.
Come in passato in occasione delle operazioni militari contro i rohingya, anche adesso il mondo sta a guardare, nonostante la Commissione di accertamento dei fatti istituita dalla Nazioni Unite abbia chiesto che il generale Min Aung Hlaing e ulteriori alti ufficiali delle forze armate siano posti sotto inchiesta per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio.
Amnesty International ha rinnovato la richiesta al Consiglio di sicurezza di imporre un embargo totale sulle armi dirette a Myanmar, applicare sanzioni mirate contro i capi delle forze armate e riferire urgentemente la situazione di Myanmar al Tribunale penale internazionale.
di Laura Harth
formiche.net, 31 gennaio 2022
Restrizioni sui visti, uso arbitrario delle restrizioni Covid-19, intimidazioni, minacce e non solo: le tattiche di Pechino per costringere i corrispondenti a "raccontare bene la Cina". Il rapporto del Foreign Correspondents Club of China.
"Interviste annullate, cacciato dalle città nelle aree tibetane del Sichuan dalla polizia, detenuto a Chengdu. E non solo per storie delicate. È diventato impossibile fare giornalismo in Cina". È una delle tante testimonianze dirette incluse nell'ultimo rapporto annuale del Foreign Correspondents Club of China appena pubblicato, "Locked Down or Kicked Out covering China". Il documento presenta un resoconto straziante dell'incessante repressione della stampa e dei giornalisti stranieri nella Repubblica popolare cinese e a Hong Kong, con "ostacoli governativi senza precedenti per bloccare e screditare i giornali indipendenti".
Restrizioni sui visti, uso arbitrario delle restrizioni Covid-19, intimidazioni, minacce ai familiari e colleghi, molestie fisiche, doxing, sorveglianza e divieti di uscita sono solo alcune delle tante tattiche impiegate dallo Stato per costringere i corrispondenti esteri, il personale locale e le loro fonti a conformarsi al mantra del "raccontare bene la Cina".
A pochi giorni dell'apertura dei Giochi invernali di Pechino 2022, i corrispondenti fanno notare come l'approccio della Cina ai giornalisti stranieri è in diretto contrasto con le sue stesse politiche dichiarate per i media stranieri e lo spirito olimpico di eccellenza, amicizia e rispetto.
Il Covid-19 è stato utilizzato frequentemente dalle autorità per ritardare l'approvazione di nuovi visti per giornalisti, interrompere i loro viaggi e rifiutare le richieste di interviste. Una tattica che continua in vista di Pechino 2022: in un travel advisory in cui avvertono senza mezzi termini i colleghi corrispondenti che ogni loro movimento e attività telematica sarà soggetto a sorveglianza, lo stesso Fccc nota come i media internazionali non hanno potuto partecipare a conferenze stampa e coprire la preparazione dei Giochi - come l'arrivo della torcia olimpica - per motivi tra cui l'obbligo di presentare test Covid-19 in un lasso di tempo impossibile.
Inoltre, il 62% degli corrispondenti intervistati ha affermato di essere stato ostacolato almeno una volta dalla polizia o da altri funzionari; l'88% dei giornalisti che si sono recati nello Xinjiang nel 2021 ha affermato di essere stato visibilmente seguito e più di un quarto degli intervistati ha affermato che le proprie fonti sono state molestate, detenute o interrogate dalla polizia più di una volta.
"Una donna con cui avevamo chiacchierato amichevolmente, all'improvviso ha fatto un gesto di rinchiudere la bocca, ci è passata davanti ed è corsa fuori dal suo negozio, letteralmente scappando dopo essere stata interpellata dagli uomini oscuri che ci seguivano".
Secondo il rapporto, le autorità cinesi sembrano anche incoraggiare una serie di azioni legali o la minaccia di azioni legali contro giornalisti stranieri, in genere presentate da fonti molto tempo dopo che hanno esplicitamente accettato di essere intervistate. Nel frattempo, gli attacchi sostenuti dallo Stato contro giornalisti stranieri, in particolare con campagne di trolling online, favoriscono una crescente sensazione tra il pubblico cinese che i media stranieri sono il nemico, incoraggiando le molestie fisiche dei giornalisti sul campo.
Le tante testimonianze dettagliate dei giornalisti nel rapporto Fccc forniscono uno spaccato del pesante costo personale, imposto da quello che il Comitato per la protezione dei giornalisti ha definito il "peggior carceriere di giornalisti del mondo" nel suo ultimo sondaggio annuale.
Infatti, al titolo del rapporto Fccc sarebbe da aggiungere la parola "rinchiusi": aumentano alla velocità della luce le sparizioni forzate e l'incarcerazione di giornalisti locali (e non) con il pretesto di mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Centoventisette i giornalisti attualmente detenuti nella Cina continentale e a Hong Kong secondo il rapporto del dicembre scorso di Reporters Without Borders.
Tra loro Zhāng Zhǎn, detenuta dal maggio 2020 e poi condannata a quattro anni di carcere per essere stata "litigiosa e provocatoria" nei suoi reportage da Wuhan. Nel novembre 2021, le procedure speciali delle Nazioni Unite hanno lanciato un appello per il suo rilascio immediato e incondizionato: "L'arresto e la detenzione di Zhāng Zhǎn e di una serie di altri cittadini giornalisti per il loro lavoro sullo scoppio del Covid-19 a Wuhan, una questione di vitale interesse pubblico, è profondamente preoccupante. Non solo rappresenta uno sforzo delle autorità per censurare informazioni nell'interesse pubblico, ma è una preoccupante misura di ritorsione volta a punire coloro che tentano di aggirare questa censura per condividere informazioni nell'interesse della salute pubblica".
Altri attualmente scomparsi o in detenzione includono: Fāng Bīn, un altro giornalista cittadino che si era recato a Wuhan all'inizio del 2020; Chéng Lěi, cittadina australiana detenuta nell'agosto 2020 a causa del peggioramento delle relazioni tra Australia e Cina; e Haze Fan, membro di Bloomberg News a Pechino, arrestata un anno fa in circostanze poco chiare e la quale rimane tutt'ora in incommunicado.
Come accennato, lo stesso destino ora spetta a Hong Kong. Il rapporto 2021 della Fccc evidenzia la chiusura forzata del quotidiano pro democrazia Apple Daily e l'incarcerazione del suo proprietario Jimmy Lai e di cinque dei suoi massimi dirigenti nel primo semestre del 2021. Ma era solo l'inizio: "Mentre il 2021 volgeva al termine, sette editori e membri del consiglio dell'agenzia indipendente Stand News sono stati arrestati ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale. Citizen News, un altro canale indipendente che ha seguito da vicino le proteste anti estradizioni di Hong Kong del 2019, ha chiuso subito dopo per problemi di sicurezza".
L'immagine dipinta dal rapporto della Fccc, opportunamente pubblicato appena prima dell'apertura delle Olimpiadi invernali di Pechino da cui molti corrispondenti sono stati esclusi, fornisce una straordinaria visione del dietro le quinte della propaganda e della macchina di censura della Repubblica popolare cinese. Due facce della stessa medaglia che portano il lettore dentro il clima di paura e oppressione che soffoca ogni libertà di espressione.
di Luca D'Auria
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2022
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