di Davide Dionisi
Città Nuova, 29 gennaio 2022
La "doppia detenzione" raccontata ai microfoni de "I Cellanti", settimanale di Radio Vaticana Italia. Il carcere è un mondo di uomini e donne che hanno una storia segnata dal dolore, quello proprio e quello che hanno talvolta causato nelle vite degli altri. La pandemia li ha colti di sorpresa ma, paradossalmente, erano preparati perché da ristretti loro ci vivono da anni. E proprio perché la situazione la conoscono molto bene, hanno deciso di lanciare un messaggio a quello che sono soliti chiamare "mondo libero". Un messaggio di solidarietà, di speranza e, non ultimo, di disponibilità ad aiutare chi stava soffrendo.
Per farlo hanno scelto "I Cellanti", il programma settimanale di Radio Vaticana Italia che si occupa di pastorale carceraria. "Così siamo sicuri che ci ascolterà papa Francesco. Ci vuole bene e parla sempre bene di noi. Anche noi gli vogliamo bene e preghiamo sempre per lui", hanno ripetuto più volte ai nostri microfoni. Così facendo, hanno ancora una volta espresso il desiderio di essere trattati come persone e non come numeri o cose. La potenza del loro messaggio ha rovesciato l'aridità della condizione detenuta nell'attiva soggettività sociale e ha creato le possibilità di operare anche da reclusi attraverso condizioni di cooperazione con la comunità libera.
I loro gesti raccontanti all'emittente pontificia hanno riavvicinato il carcere alla società, al territorio, e chi ha ascoltato ha avuto la possibilità di guardare "oltre il muro" non più come ad un luogo dell'immaginazione, ma ad una vera comunità di socializzazione.
Gianni, Massimo, Orlando, Massimiliano, Daniele, Mouhcine, Paolo, Goffredo, Alessandro, Danilo, Silvio e Francesco. Sono solo alcuni dei nostri protagonisti, ognuno con un percorso diverso, drammatico per certi versi. Ragazzi che avrebbero potuto assumere altri atteggiamenti: lamentarsi, denunciare, protestare.
Invece hanno scelto la via della partecipazione e del coinvolgimento. "Abbiamo subito cercato di coinvolgere le ragazze in un progetto mirato dalla duplice finalità: mantenere l'occupazione e dare una mano a chi ne aveva bisogno. Da qui è nata la riconversione delle nostre sartorie per la produzione di mascherine", raccontano le volontarie di "Made in carcere", l'associazione che dal 2007 realizza corsi di taglio e cucito nella Casa circondariale di Lecce e Trani. Stesse dinamiche, con risultati altrettanto sorprendenti, si sono manifestate a Forlì. E ancora a Napoli, dove fermare la pizza e il caffè non è certo impresa facile. E lo sanno bene le ragazze delle "Lazzarelle", la cooperativa di sole donne nata nel 2010 che produce caffè artigianale, secondo l'antica tradizione napoletana, all'interno del più grande carcere femminile di Pozzuoli.
A Taranto i detenuti hanno realizzato mascherine destinate agli uffici giudiziari, mentre a San Vittore le ospiti hanno confezionato turbanti per le pazienti del reparto di ginecologia oncologica dell'Istituto dei Tumori di Milano. C'è dunque chi si è rimboccato le maniche e chi, invece, ha giocato d'anticipo puntando sulla solidarietà.
A Venezia, nella Casa di reclusione femminile della Giudecca è stato raccolto un bel gruzzolo (110 euro!) poi donato al reparto di Terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre, mentre dall'Istituto di Sanremo sono arrivati ben 100 kg di alimenti alla Caritas.
Questi sono solo alcuni episodi durante il lockdown che abbiamo scelto di raccontare per convincere anche i più scettici che umanizzare gli istituti deve essere l'obiettivo principale e per renderlo effettivo è necessario un impegno a tutto campo che sviluppi quell'inventiva pedagogica che è nella struttura e nei programmi di chi ogni giorno si prodiga affinché il detenuto non venga mai identificato con la pena che ha commesso. C'è inoltre chi ha riscoperto il piacere di scrivere.
Abbiamo raccolto tante testimonianze di iniziative che hanno visto protagonisti ragazzi e ragazze ristrette che hanno scelto di far conoscere fuori l'emergenza Covid-19 in carcere, i conseguenti provvedimenti restrittivi che hanno visto la sospensione temporanea dei colloqui visivi con i propri familiari, l'interruzione di tutte le forme di volontariato, fonte di massimo aiuto per coloro che si trovano privati della libertà negli istituti.
La produzione è stata sorprendente. Grazie all'esercizio della scrittura hanno rivelato, seppur con diverse sfumature, che il carcere oggi è sì concentrato sul ruolo della trasformazione degli individui, ma allo stesso tempo è la ragione principale dell'esclusione sociale. Il sistema di detenzione spesso supera la tolleranza dei diritti umani, cosa che rappresenta un enorme problema politico e sociale.
Qual è dunque l'alternativa alla cultura della pena? È evidente che le misure volte alla deflazione delle carceri mediante l'apertura a misure alternative alla detenzione vanno incontro alla doppia funzione di garantire condizioni umane per i detenuti, che comunque versano ancora in condizioni molto difficili, ma soprattutto risultano più efficaci per il recupero di coloro che hanno commesso reati minori e che mediante un sistema di giustizia riparativa hanno più possibilità di non delinquere oltre: occasione che in carcere verrebbe senz'altro meno.
È emerso dai loro racconti che un sistema di detenzione senza cura e trattamento umano del detenuto non funziona in maniera adeguata e spesso determina una ricaduta da parte dello stesso in terribili reati. Fare prevenzione durante l'esecuzione della pena e gli anni di detenzione non è sufficiente, se non si investe in una seria terapia, per garantire la sicurezza ed evitare la reiterazione del reato.
È necessario investire sempre di più nella rete che collega la realtà penitenziaria con la società civile, un ponte che va costruito per realizzare la vera prevenzione a tutela della sicurezza a tutti i cittadini. Il programma radiofonico della Radio Vaticana, in questo senso, intende contribuire a migliorare la qualità dei servizi, portando un significativo supporto ai detenuti, ascoltando i loro problemi e dando sostegno morale e psicologico.
Una piccola rivoluzione culturale sul concetto di detenzione e anche se sembra poca cosa il coinvolgimento di persone che hanno rotto il patto sociale serve a molto anche se il carcere per molti rimane un pianeta sconosciuto, ma abitato da persone concrete. Esistono le mura che delimitano l'area della detenzione, ma esistono anche le barriere del pregiudizio, che segnano le dimensioni dell'esclusione. La vicenda della pandemia, pur nella sua drammaticità, ci ha confermato che il carcere può essere un luogo educativo (o meglio ri-educativo) dove poter esprimere continuamente una personalità attiva sia verso l'universale (lo Stato) che verso il particolare (le persone e i gruppi sociali). Un territorio di frontiera che oggi più che nel passato esige un surplus di progettualità per poter operare in favore della comunità. Non solo quella carceraria.
di Giulia Merlo
Il Domani, 29 gennaio 2022
Ha votato circa il 52 per cento degli aventi diritto, tra il primo e il secondo quesito. Schiacciante il favore per un sistema elettorale proporzionale, mentre la magistratura si divide sul sorteggio: l'ipotesi non sfonda ma raggiunge il 42 per cento dei voti. Sono arrivati i risultati del referendum online promosso dall'Anm, sulla riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura. I quesiti erano due. Il primo chiede se si è favorevoli o contrari a che "i candidati al Csm siano scelti mediante sorteggio di un multiplo dei componenti da eleggere". Il secondo invece "quale sistema ritieni preferibile per l'elezione della componente togata del Csm" con la possibilità di scegliere se proporzionale o maggioritario.
I risultati: il sorteggio non vince - Su un totale di 7872 elettori, hanno votato in 4275, ovvero circa il 54 per cento del totale. Per il primo quesito sul sorteggio, il risultato è stato di 2470 contrari e 1787 favorevoli al sorteggio, pari a circa il 42 per cento dei votanti. Il risultato è stato così commentato con Domani da Mariarosaria Savaglio, Segretario Nazionale Unicost: "Il risultato elettorale, pur avendo vinto il no al sorteggio, deve comunque indurre ad una più approfondita riflessione. Si deve tener conto sia della bassa affluenza rispetto alla platea degli aventi diritto, sia delle molte preferenze avute dal l'opzione del sorteggio temperato. Da una parte vi è disinteresse, dall'atra un malcontento del corpo elettorale di cui bisogna prendere atto". Sul punto ha preso posizione anche Pierantonio Zanettin, deputato di Forza Italia e sostenitore del sorteggio, secondo cui "Questo risultato, alla viglia impensabile, ci conforta nella nostra battaglia per una riforma che punti davvero a ridimensionare il peso delle correnti".
Anche il gruppo di Area si è espresso con una nota spiegando che "Siamo preoccupati per l'astensionismo", ma "constatiamo con soddisfazione che i magistrati, pur disincantati e delusi per tutto ciò che è successo in questi anni, non ritengano il sorteggio la soluzione dei mali dell'autogoverno".
I risultati: vince il proporzionale - Al secondo quesito ha votato il 51 per cento degli aventi diritto e i risultati sono stati schiaccianti in favore di un sistema elettorale prevalentemente proporzionale, con 3189 voti contro i 745 in favore del maggioritario. Anche su questo, Savaglio ha spiegato che "Questo significa che la magistratura vuole che il Csm sia largamente rappresentativo e il dato appare in contrasto con una scelta casuale dei suoi componenti".
Il commento del presidente Santalucia - Una dichiarazione è arrivata anche dal presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, che ha parlato a titolo personale ma ha detto che "è evidente che un numero significativo di magistrati hanno votato contro il sorteggio, bocciandone la proposta politica. Il dato letto insieme all'alto numero di magistrati che non hanno votato, può significare che il sorteggio non è stato interpretato come la svolta epocale prospettata dai promotori".
di Lucilla Gatt, Luigi Viola e Gianfranco D'Aietti
Il Domani, 29 gennaio 2022
La parola "informatica" è distribuita omogeneamente nel corso dell'intera relazione; è evidente l'attenzione che ormai le nuove tecnologie rivestono nell'organizzazione giudiziaria e l'informatica ne assorbe la parte più rilevante, determinandone ogni profilo organizzativo. Si è tenuta il 21 gennaio, presso la sede della Suprema Corte di Cassazione, l'inaugurazione dell'anno giudiziario e il Primo Presidente Pietro Curzio ha svolto una relazione sull'amministrazione della giustizia, evidenziando un successo storico: "Le sei sezioni civili hanno definito il 23,3% in più di processi rispetto al 2019 (40,1% in più rispetto al 2020)). Mai la Cassazione civile nei suoi cento anni di storia aveva deciso un numero di cause così elevato".
Un'accelerata di rilevanza storica, dunque, dimostrata con la forza dei numeri. Anche in ambito penale, vi sono stati risultati importanti con definizioni ben superiori al flusso dei ricorsi pervenuti nel 2021: "la durata media dei procedimenti è stata inferiore all'anno".
I risultati sono stati raggiunti nonostante la scarsità di risorse dei magistrati: "Dal rapporto 2020 della Commissione europea per l'efficacia della giustizia del Consiglio d'Europa (CEPEJ), emerge che in Italia il personale impiegato nel sistema giustizia è sensibilmente inferiore a quello di altri paesi europei. Ad esempio, il raffronto con la Germania è il seguente: in Italia ogni 100.000 abitanti vi sono 11.6 giudici affiancati da 37.1 amministrativi. In Germania ogni 100.000 abitanti vi sono 24.5 giudici affiancati da 65.1 amministrativi".
Anche sul piano della c.d. informatica giuridica vi è stato un significativo impegno. Nel corso della sua relazione scritta (300 pagine) il presidente Curzio ha riportato per 88 volte la parola informatica. La parola "informatica" è distribuita omogeneamente nel corso dell'intera relazione; è evidente l'attenzione che ormai le nuove tecnologie rivestono nell'organizzazione giudiziaria e l'informatica ne assorbe la parte più rilevante, determinandone ogni profilo organizzativo. I settori principali sono stati rappresentati dal potenziamento delle strutture del Centro Elettronico della Cassazione (ricco di materiale documentario giuridico, sentenze e massime) e dalla recentissima introduzione in cassazione dell'informatica gestionale con il processo telematico Civile (già operativo negli uffici territoriali italiani).
Intelligenza artificiale - Le parole intelligenza artificiale sono, invece, riportate 5 volte. Il presidente Curzio ha segnalato che per lo sviluppo di tecniche potenziate dalla intelligenza artificiale "la Corte di cassazione ha realizzato un accordo con la Scuola Universitaria di Studi Superiori di Pavia per una collaborazione strategica con il Centro di Documentazione Elettronica (CED) della Cassazione, per l'organizzazione di materiale giuridico digitale al fine di estrarre e rappresentare conoscenze giuridiche, trovare correlazioni implicite, individuare orientamenti giurisprudenziali e/o legislativi".
Le prospettive della intelligenza artificiale, però, vengono accuratamente delimitate nel discorso segnalando i problemi etici che essa pone, l'attenzione all'indipendenza dei giudici, con focalizzazione anche sulla percezione che di essa ha il pubblico. Viene chiaramente indicato che ogni sistema di IA non deve in alcun modo interferire nella valutazione dei giudici ma solo costituire un supporto per una migliore conoscenza di tutti gli elementi in gioco.
Sull'intelligenza artificiale, però, viene lanciato un allarme da Laura Viaut, docente di storia del diritto all'Università Sorbona (Les modèles mathématiques probabilistes au service de la justice quantitative, in Actu-Juridique.fr) che afferma: "Il giudice in carne ed ossa non deve cedere il passo al giudice virtuale. Non dobbiamo dimenticare che le correlazioni statistiche non sempre hanno senso. La correlazione non deve essere confusa con la causalità. Se una correlazione è un nesso statistico che non permette di sapere quale variabile agisce sull'altra, la causalità è un nesso che afferma che una variabile agisce su un'altra. In altre parole, se due eventi sono vicini nel tempo o nello spazio, possiamo dire che sono correlati. Tuttavia, questo non significa necessariamente che uno abbia causato l'altro".
Il ruolo dei precedenti - Bisogna riaffermare che il numero dei precedenti giurisprudenziali dati o negati non deve essere mai decisivo a fondare la giustezza o meno di una tesi. Il conformismo rappresenta un grave e subdolo pericolo per la giurisdizione. In tal senso, modelli basati sulla frequenza dei precedenti "conformi" devono essere sempre valutati come "informazione" e mai come "modello di decisione".
Il pericolo del giudice "robot" (solo dal punto di vista culturale) potrebbe non essere, poi, troppo remoto. Ma piuttosto che paventare il giudice robot, la Cassazione e l'intero apparato giudiziario dovrebbero piuttosto perseguire l'obbiettivo di automatizzare, con una attenta rilevazione delle procedure e delle situazioni, tutta l'attività dei flussi organizzativi delle cancellerie.
Lavoriamo in modo collaborativo e multidisciplinare, dialogando in modo effettivo con le categorie professionali e l'accademia, per un modello più giurimetrico e meno informatico, finalizzato a comprendere esattamente la specificità del caso, valorizzando il diritto di difesa e senza correlazioni rischiose. Si spera che la strada dell'informatizzazione venga rafforzata anche con ulteriori accordi.
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 29 gennaio 2022
Il pm che ha seguito le indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino e sulla trattativa stato mafia vive sotto scorta per le minacce di morte dei padrini della mafia siciliana. Un personaggio che divide garantisti e giustizialisti. Il gruppo degli ex 5 Stelle che compongono "l'Alternativa" ha deciso che per il Quirinale il nome giusto è quello di Nino di Matteo, il pm antimafia che ha indagato sulle stragi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e in seguito sulla trattativa stato-mafia.
Nato a Palermo nel 1961, 60 anni, vive sotto protezione per le minacce dei boss: lo stesso Totò Riina, il "capo dei capi" durante l'ora d'aria nel carcere di Opera di Milano nel 2014 disse di volergli far fare "la fine del tonno". L'ordine di ucciderlo secondo alcuni pentiti sarebbe stato rinnovato anche dal super latitante Matteo Messina Denaro.
Entrato in magistratura nel 1991 come sostituto procuratore presso la direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta è poi diventato pubblico ministero a Palermo nel 1999. Nel 2019 è diventato membro del consiglio superiore della magistratura. Il Corriere della sera lo ha definito un "magistrato divisivo" perché in prima linea non solo nella lotta alla criminalità ma anche sui temi che riguardano la giustizia e la politica, da ultimo le critiche per la candidatura poi sfumata di Silvio Berlusconi al Quirinale.
A novembre, Di Matteo suscitando l'indignazione di Forza Italia, ha sottolineato che il presidente della Repubblica è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura. Senza voler esprimere giudizi politici, il Pm invitò a riflettere se Berlusconi fosse o no adatto a quel ruolo e ha ricordato che secondo quanto emerso da una sentenza definitiva su Marcello Dell'Utri, che, hanno certificato i giudici, fu intermediario di un accordo tra il 1974 e il 1992 con le famiglie mafiose palermitane. Un patto che in cambio della protezione personale e imprenditoriale di Berlusconi prevedeva il versamento di somme ingenti di denaro da parte del Cavaliere a Cosa Nostra.
Le critiche di Di Matteo prescindono dal colore politico. Nel 2019, su La 7, Di Matteo ha raccontato che a fine giugno 2018 era stato contattato dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede (M5s), per diventare nuovo il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) ma "il ministro mi fece capire che per la soluzione di capo del Dap aveva ricevuto delle prospettazioni di diniego o mancato gradimento" ha ribadito poi in commissione parlamentare Antimafia. Per lui era "gravemente incomprensibile il comportamento del ministro".
Di recente è tornato a esprimersi sulla riforma della giustizia che ha spaccato il Movimento cinque stelle. Secondo Di Matteo la politica ha rinunciato alle sue responsabilità per "usare i magistrati come alibi" e - sottolineava Di Matteo - sta discutendo una "pessima riforma" della Giustizia presentata dalla ministra Marta Cartabia, che "rischia di mandare in fumo tanti processi". Nel dibattito alle Camere sono arrivati aggiustamenti ma "Io continuo a ritenere che nonostante i correttivi, complessivamente la riforma Cartabia sia una pessima riforma". Il gruppo di fuoriusciti del Movimento 5 stelle ha deciso così di abbandonare la candidatura di Paolo Maddalena, ex vice presidente della Corte costituzionale, per puntare tutto sul magistrato simbolo del processo stato-mafia.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 29 gennaio 2022
Da Giuliano Amato a Paola Severino passando per Cassese, Nordio, Violante e Cartabia. Chiunque sarà avrà di fronte un compito immane. Non basta porsi la domanda "chi sarà il prossimo Capo dello Stato".
Per noi curiosi delle dinamiche di politica giudiziaria, l'altra domanda fondamentale è: "Che Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura sarà?". O meglio "quale potrebbe essere la sua idea di amministrazione della giustizia?". Assai difficile esprimere un giudizio prognostico ma nel valutare alcuni candidati possiamo trarre spunto dai loro atti e dalle loro parole.
Giuliano Amato, già professore ordinario di diritto costituzionale italiano e comparato, oggi verrà eletto nuovo Presidente della Corte costituzionale, visto che il mandato di Giancarlo Coraggio è scaduto ieri. È stato relatore, nel luglio scorso, di una decisione della Consulta che ha ritenuto illegittima la revoca dei trattamenti assistenziali dei condannati per mafia e terrorismo che scontano la pena fuori dal carcere.
A margine della presentazione del libro di Annalisa Chirico "Condannati preventivi" disse: "Io ho sempre scritto, fin dagli anni 60, che la carcerazione preventiva non può essere una anticipazione di pena, deve essere ritenuta, come dice il Codice, l'extrema ratio e non può mai essere automatica. I troppi casi nei quali la si usa non come extrema ratio ma come normale trattamento di qualunque imputato concorre enormemente al sovraffollamento carcerario". Nell'ottobre 2018 a Rebibbia, quando iniziò il viaggio della Consulta nelle carceri, prendendo come spunto una domanda di un detenuto sulla pena accessoria, in particolare sull'interdizione spesso perpetua al diritto al voto, Amato si rivolse al leghista Morrone: "Varrebbe la pena, signor Sottosegretario, che gli organi politici se ne occupassero perché francamente togliere il diritto di voto ad una persona che rientra nella società è togliergli il pezzo più grosso della cittadinanza".
Marta Cartabia invece l'abbiamo imparata a conoscere in questi mesi. Apparentemente super partes, ha portato a casa in pochi mesi la riforma del processo penale e civile. Primi obiettivi del Pnrr raggiunti, ma a che prezzo?
Il compromesso politico ha scontentato magistratura, avvocatura e accademia. Tuttavia, paradossalmente, proprio questa sua capacità di ascoltare, di mediare, di non alzare mai la voce, di essere prudente la fa apprezzare in quegli ambienti che potrebbero volerla al Colle. Però, sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario, ci si sarebbe aspettati da lei maggiore coraggio e spinta riformatrice, al momento però ci troviamo in una fase di stallo, forse per colpa di Palazzo Chigi; e inoltre le bozze degli emendamenti governativi trapelate qualche settimana fa non piacciono ai diretti interessati. Quindi aver sponsorizzato una proposta di modifica con la contrarietà della gran parte della magistratura associata non fa prefigurare una calorosa accoglienza al Csm.
Profilo completamento diverso quello dell'attuale presidente del Senato Elisabetta Casellati, la cui elezione è stata bruciata da una settantina di franchi tiratori. Sarà contenta Repubblica che in questi giorni ha tentato di silurarla in anticipo proponendo ad intervalli regolari una foto che la ritrae in atteggiamenti amichevoli e confidenziali con Luca Palamara: come potresti guidare il rinnovato e nuovo credibile Csm se sei andata a braccetto con il virus più letale che ha infettato la magistratura? Comunque per alcuni sarebbe stata una figura che avrebbe portato un po' di imbarazzo a Palazzo dei Marescialli in qualità di presidente: l'attuale Presidente del Senato, infatti, fu tra i 150 parlamentari del Popolo delle Libertà che marciarono sul tribunale di Milano contro i giudici e la celebrazione del processo Ruby. Ad essere imbarazzante per noi è semmai la sua adesione alla ipotesi di castrazione chimica per gli stupratori.
Di tutt'altro spessore l'ex giudice della Corte costituzionale Sabino Cassese, per nulla morbido con il potere degli organi inquirenti, come ha evidenziato in una intervista del 2020 rilasciata al Riformista: "Le procure sono diventate un potere indipendente dalla stessa magistratura, un quarto potere dello Stato, grazie al compito che si sono arrogate di "naming e shaming", cioè di additare al pubblico ludibrio. Un attento esame compiuto da un magistrato, qualche tempo fa mise in luce che solo un numero molto limitato delle accuse si rivelavano fondate. Ma intano, una volta rese pubbliche, avevano già "condannato" gli accusati".
Cassese è anche favorevole alla separazione delle carriere, secondo il suo pensiero va infatti assicurata "una piena indipendenza e imparzialità di quella parte del corpo dei magistrati che fa parte degli organi giudicanti. Questo vuol dire completa impermeabilità, nei due sensi, sia dall'esterno verso l'interno, sia dall'interno verso l'esterno. E questo comporta una separazione tra componenti degli organi di accusa e componenti degli organi giudicanti".
Nell'ipotesi remota di un Sergio Mattarella bis sapremmo già quale potrebbe essere il suo stile: ha presieduto il plenum del CSM in poche occasioni, come sempre avviene. Per qualcuno non avrebbe denunciato abbastanza la crisi della magistratura, tesi corroborata dal suo silenzio sui temi della giustizia nel suo ultimo discorso del 31 dicembre. Per altri, invece, avrebbe parlato e agito nei momenti necessari. Come quando al decennale della Scuola Superiore della Magistratura diede un ultimatum sulla riforma del Csm: "basta con le trincee corporative"; e in ultimo quando ha presieduto la seduta in cui, a dispetto della sentenza del Consiglio di Stato, sono stati rinominati Curzio e Cassano ai vertici della Cassazione.
L'ex Ministro della Giustizia del Governo Monti Paola Severino non troverebbe molto probabilmente il favore dell'avvocatura quale presidente del Csm. Seppur avvocato, con la sua revisione della geografia giudiziaria che prevedeva il taglio di 37 tribunali e 38 procure, si inimicò gran parte della sua categoria di appartenenza, soprattutto quando liquidò la questione dicendo "qualche km in più non è grave". Se supererà il vaglio della Corte costituzionale, la prossima primavera gli italiani saranno chiamati a votare sul referendum di Lega e Partito Radicale per l'abolizione della nota Legge Severino sulla incandidabilità alle elezioni politiche per coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, legge che fu poi applicata in maniera retroattiva a Silvio Berlusconi.
Sull'abrogazione della legge Severino si è detto favorevole un altro dei quirinabili, Carlo Nordio, che proprio in una intervista al nostro giornale, disse: "Questa legge non è stata fatta dopo una opportuna valutazione tecnica, ma per ragioni di demagogia politica. Ed è nata male come tutte le norme che nascono con questa motivazione".
In ultimo c'è l'ex magistrato ed ex presidente della Camera dei deputati Luciano Violante: capo del partito dei giudici, per tre decenni è stato in Parlamento il portabandiera delle toghe rosse. Francesco Cossiga, come ricordò il Giornale, "lo chiamava "Il piccolo Vishinsky", dal nome dell'aguzzino delle purghe staliniane, considerandolo l'istigatore dei processi politici degli anni Novanta (Andreotti, ecc.)".
Poi la metamorfosi, sintetizzata qualche giorno dal Fatto: "Mani Pulite è stata una stagione giacobina", "Craxi un capro espiatorio". E poi: "Esistono giudici che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare", e da ultimo ha avuto anche parole di condanna nei confronti dell'intreccio malato tra giornalisti e pm.
di Pieremilio Sammarco*
Il Dubbio, 29 gennaio 2022
Egregio Direttore, mi consenta una breve replica all'articolo apparso il 26 gennaio u. s. sul suo giornale a firma del professor Filippo Donati, il quale ha ricordato a tutti che gli atti del Csm, come qualunque atto della pubblica amministrazione, sono soggetti al controllo di legittimità del giudice amministrativo e che il ricorso alla giurisdizione costituisce un diritto costituzionale insopprimibile. Come poter contraddire questo assunto?
Impossibile, perché è lapalissiano. Oltre la difesa d'ufficio, il professor Donati, però, non spiega le ragioni per cui nei confronti delle decisioni di annullamento da parte del giudice amministrativo il Csm ha assunto spesso un atteggiamento ondivago. Ad esempio, nel febbraio del 2019 in occasione dell'annullamento della nomina del Procuratore aggiunto della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, il Csm, senza alcun strepitio, recepì l'annullamento del Consiglio di Stato della nomina del dottor Romanelli, magistrato notoriamente esperto in antiterrorismo, nominando al suo posto la dottoressa De Simone. Forse perché in quella occasione il dottor Romanelli non era stato adeguatamente sostenuto da qualche corrente? E, volendo continuare con gli esempi, si può fare riferimento all'annullamento della nomina del Procuratore di Modena avvenuta in quello stesso periodo.
In secondo luogo, il professor Donati non spiega il reale motivo per il quale alcune delle nomine per le posizioni apicali della giurisdizione ordinaria negli ultimi anni sarebbero state decise in via definitiva dal giudice amministrativo che ha annullato le decisioni prese dal Csm. La spiegazione (non detta) è che, basandoci su quanto riportato dalle cronache giudiziarie, le delibere del Csm sarebbero sovente assunte in modo discrezionale sulla base delle indicazioni delle correnti con la conseguenza che esse sono talvolta sorrette da motivazioni insufficienti o contraddittorie e questo genera un contenzioso amministrativo (tra legittimità e ottemperanza) di oltre 100 ricorsi all'anno che costringe il Csm a modificare le proprie decisioni. Ma sono note alle cronache solamente le decisioni per le posizioni apicali della giurisdizione (ad es. la nomina del primo presidente della Cassazione
Vincenzo Carbone nel 2007, la nomina di Lo Voi a Procuratore capo di Palermo nel 2014, ancora Lo Voi a Roma nel 2021, oltre l'attuale diatriba per la presidenza del Tribunale di Lecce e quanto accaduto pochi giorni fa con i vertici della Cassazione). Vista l'entità del fenomeno, due sono le ipotesi (alternative): il Csm erra nella valutazione dei candidati o il Consiglio di Stato erra nella valutazione dei ricorsi sottopostigli? Al lettore il compito di scegliere tra le due opzioni. In entrambe le ipotesi però è il cittadino, l'utente e l'operatore della giustizia a rimanere disorientato.
*Professore Associato di Diritto Privato Comparato l'Università degli Studi di Bergamo
di Paolo Comi
Il Riformista, 29 gennaio 2022
I quesiti erano due: il primo, relativo al sorteggio dei togati raccoglie il 42% dei sì perché sempre più magistrati sono stufi del potere delle correnti. Il secondo boccia il maggioritario voluto da Cartabia. Stroncata la riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, l'organo di autogoverno delle toghe, proposta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Il sistema attuale va bene così e, se proprio un correttivo ci dovrà essere, allora forse è il caso di mettere mano al sorteggio. È quanto emerge dal referendum consultivo proposto questa settimana dall'Associazione nazionale magistrati. I quesiti erano due: uno relativo proprio al sorteggio dei togati, e l'altro sulla scelta del meccanismo di voto fra maggioritario o proporzionale.
Su circa 8.000 iscritti all'Anm, i votanti sono stati 4.275 per il primo quesito e 4.091 per il secondo. 1.787 quelli a favore del sorteggio e solo 745 a favore del maggioritario ipotizzato dalla Guardasigilli. Trionfo, invece, per il proporzionale, il sistema in vigore che ha consentito fino a oggi alle correnti di condizionare l'attività del Csm, trovando in Luca Palamara il suo alfiere più rappresentativo. "A tutti gli iscritti è stata offerta la possibilità di votare. Si sono accreditati quelli che si sono accreditati e amen... Di questi, il 42 per cento è stato favorevole al sorteggio", ha detto Andrea Mirenda, giudice a Verona e fra i primi a spingere su questo sistema di elezione che dovrebbe mettere fine allo strapotere correntizio,
"Una risicata maggioranza - prosegue Mirenda - ha fatto vincere il no. Chi è rimasto silente tra gli accreditati ha assunto una posizione giuridica di neutralità rispetto a qualsivoglia soluzione". "Questa è un'ulteriore riprova della tenuta costituzionale del sorteggio, a definitiva smentita dell'inconsistenza delle tesi correntizie. Perché, è appena il caso di ricordarlo, questo consenso è espresso da una comunità di giuristi di prim'ordine", ha concluso il magistrato. Soddisfazione dalle toghe di Articolo 101, il gruppo di magistrati anti-correnti che del sorteggio ha fatto un manifesto identitario. Il sorteggio in discussione è di tipo "temperato". Verrebbe, infatti, costituito un paniere di magistrati sorteggiati con determinati requisiti di professionalità ed anzianità e da questo paniere si procederebbe poi con le votazioni. Un modo per non toccare la Costituzione che prevede l'elezione dei componenti togati del Csm.
L'ultima parole alla politica. Sul sorteggio è da tempo in atto uno scontro nella maggioranza. Lega e Forza Italia sono favorevoli al sorteggio temperato, a differenza del Pd e del M5s. Forza Italia, in particolare, è spaccata: Pierantonio Zanettin, capogruppo forzista in Commissione giustizia è un un grande fan del sorteggio, a differenza di Francesco Paolo Sisto, sottosegretario azzurro a via Arenula.
Tornando alla riforma del Csm, la discussione in Parlamento, che si trascina stancamente da due anni e mezzo, è adesso sospesa per l'elezione del capo dello Stato. Le eventuali modifiche dovranno essere fatte entro pochi mesi dal momento che a luglio sono in programma le votazioni per il rinnovo dell'attuale consiliatura.
di Giuliano Pisapia
Il Dubbio, 29 gennaio 2022
Due sentenze - la prima della Corte Costituzionale, la seconda della Corte Europea dei diritti dell'uomo - riportano al centro il tema delle carceri nel dibattito pubblico italiano. Nel primo caso la Consulta - accogliendo l'interpretazione della Corte di Cassazione - ha riconosciuto l'illegittimità del visto di censura sulla corrispondenza tra il detenuto sottoposto al "carcere duro" come previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario italiano - e il suo difensore. La Corte di Strasburgo è invece intervenuta riguardo ai due anni di detenzione di Giacomo Seydou Sy - in una struttura - il Carcere di Rebibbia del tutto inadatto al suo stato di salute mentale.
La Cedu ha evidenziato e condannato il trattamento inumano non per le pessime condizioni carcerarie, ma anche per la mancanza delle terapie idonee a curare il ragazzo affetto da disturbi della personalità e bipolarismo.
Devono far riflettere le parole che si leggono nella sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo: "I governi hanno l'obbligo di organizzare il sistema penitenziario in modo da garantire il rispetto della dignità dei detenuti, indipendentemente da qualsiasi difficoltà finanziaria o logistica". Secondo i giudici di Strasburgo non possono essere delle scusanti di un comportamento disumano la mancanza di fondi e di strutture.
Da troppi decenni non si affronta veramente questo nodo, rendendo di fatto inattuato anche l'articolo 27 della nostra Costituzione che prevede che le "pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità".
Avere carceri "umane", capaci di accogliere i detenuti rispettando la loro personalità e garantendo i loro diritti non può essere un mero e vuoto impegno ma deve diventare una priorità per l'intero Paese e, in particolare, per chi ha responsabilità istituzionali e politiche. È una questione di civiltà giuridica e carceraria. Ed ecco perché le due sentenze della Consulta e della Cedu, apparentemente distanti, si legano tra loro in quanto pongono al centro i diritti. I diritti che hanno, e debbono avere, anche tutti i detenuti sia quelli condannati con sentenza definitiva sia quelli in carcerazione e preventiva e quindi presunti innocenti. Principio che deve valere anche per chi è anche "condannato" al regime più duro.
Era inaccettabile - e bene ha fatto la Cassazione a sollevare la questione - che ancora vigesse, sono parole della Corte Costituzionale: "Una generale e insostenibile presunzione (...) di collusione del difensore dell'imputato finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso".
Sono parole importanti che riportano al centro il ruolo e la dignità del difensore. Ed è un bene che la Consulta abbia deciso di intervenire dopo la sentenza di nove anni fa - la n. 143 - che aveva sanato la questione dei colloqui personali tra detenuto sotto regime 41 bis e il suo difensore. Il diritto di difesa deve essere al riparo da ogni controllo. La dignità e il rispetto del carcerato sono la misura di ogni Paese. La ministra Cartabia - pur nelle difficoltà insite nella composita maggioranza che sostiene l'attuale Esecutivo - ha indicato priorità e obiettivi per una "giustizia giusta" ponendo al centro anche la questione delle carceri. Dopo due anni di pandemia i problemi all'interno delle strutture penitenziarie si sono acuiti e le rivolte ad inizio dell'emergenza Covid 19 sono state solo la punta dell'iceberg.
Realtà meritevoli come Antigone non mancano ogni giorno di riportare al centro del dibattito i problemi che i detenuti - senza dimenticare le guardie, gli operatori e i volontari si trovano ad affrontare. Dopo l'elezione del Presidente della Repubblica è necessario che si indichi tra le priorità del dibattito parlamentare il ripensamento della giustizia e delle carceri in Italia abbandonando fanatismi e ideologismi. I due distinti casi sanzionati dalla Consulta e della Cedu sono spie d'allarme di un sistema che necessita di un vero e proprio cambio di passo; un cambio di passo indispensabile e non più procrastinabile.
di Francesco Lo Piccolo
huffingtonpost.it, 29 gennaio 2022
Che la terra ti sia lieve, più lieve di quella terra che ti è stata buttata addosso da sistemi giudiziario, penale e sanitario. Eros Priore è morto due giorni fa, martedì 25 gennaio, nell'Hospice San Raffaele di Montecompatri, zona Colli Albani, a una trentina di chilometri dalla sua casa a Colleferro. Avrebbe compiuto 61 anni a maggio.
Guarda caso, sempre a gennaio e sempre il giorno 25, era il 2010, Eros Priore era finito in Trattamento Sanitario Obbligatorio per aver litigato e per aver rotto un computer nel Centro di Igiene Mentale a Colleferro. Non era la prima volta che aveva a che fare con i medici e con la polizia: dopo la morte dei genitori viveva con la sorella, non aveva un lavoro, se ne stava spesso solo chiuso in casa. Un buono, ma ingenuo, in tanti si prendevano gioco di lui. Facile all'ira, veniva trattato a psicofarmaci che alle volte rifiutava.
Non è certo, ma forse è da quella data di 14 anni fa, da quel lontano 25 gennaio, da quel Tso insomma, che per Eros Priore comincia un calvario fatto di comunità che definiva lager, legacci, psicofarmaci, visite mediche, perizie. Fino ad arrivare a finire rinchiuso nel carcere di Velletri, poi nel carcere di Secondigliano, quindi alla Rems di Subbiaco, e di recente internato nella Casa Circondariale-Casa di lavoro di Vasto. Un calvario non per un reato compiuto per il quale si è condannati alla pena del carcere, ma un calvario per motivi di sicurezza, per risocializzare - come prescrivono i giudici - una persona ritenuta socialmente pericolosa, caratteriale, visionario che si rifiuta di prendere psicofarmaci, che non accetta cure, comunità e restrizioni di alcuna natura.
Un percorso rieducativo e sanitario che in realtà sembra solo una punizione: nella Casa di lavoro di Vasto dove avrebbe dovuto restarci un anno - avrebbe dovuto uscire il 23 aprile di quest'anno - Eros Priore in realtà non ha mai lavorato (come del resto tanti altri internati), abbandonato a se stesso, si è anche ammalato. A causa di una ischemia intestinale gli è stato tolto metà dell'intestino e gli è stata praticata una deviazione verso un sacchetto esterno per la raccolta delle feci. Era lo scorso luglio, avrebbero dovuto togliergli il sacchetto in un paio di mesi, non l'hanno mai fatto. Per mancanza di anestesisti, mi è stato detto. Avrebbero potuto mandarlo a casa, mandarlo in una struttura sanitaria, o in qualsiasi altro posto. Non l'hanno fatto e l'hanno riportato nel carcere-casa lavoro di Vasto.
La sorella Loredana, che l'ha incontrato in carcere con videochiamata dopo il blocco dei colloqui a causa del Covid, mi ha raccontato che era "distrutto, irriconoscibile, andava avanti a sigarette e caffè, caffè e sigarette, più che camminare strisciava aiutandosi con una scopa che usava rovesciata come una stampella, era pelle e ossa".
Pelle e ossa anche a causa di un tumore ai polmoni diagnosticato lo scorso dicembre ormai in fase terminale, metastasi diffuse in tutto il corpo. Di nuovo ospedale. E di nuovo carcere, poi dal carcere all'ospedale, infine due settimane fa la decisione di mandarlo a casa a Colleferro, da sua sorella, in fin di vita.
Ma Eros Priore a casa c'è stato solo due giorni, fino a che l'hanno mandato all'Hospice di Montecompatri, dove martedì mattina ha fatto il suo ultimo respiro. Morto senza essere risocializzato o guarito, morto e certo non curato. Questo a pochi giorni dalla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ha: 1) condannato l'Italia per un caso di un giovane incarcerato a Rebibbia, 2) ricordato che il carcere non può essere un luogo adeguato per i soggetti malati. Almeno non in un Paese che si definisce civile.
Ciao caro Eros, che la terra ti sia lieve, più lieve di quella terra che ti è stata buttata addosso da sistemi giudiziario, penale e sanitario.
Il Mattino, 29 gennaio 2022
"In Campania ad oggi 501 detenuti contagiati da Covid (Poggioreale 163, Carinola 134, Secondigliano 81, Avellino 76), tre ricoverati al Cotugno, 174 agenti ed operatori penitenziari contagiati (101 solo tra Poggioreale e Secondigliano). Emergenza nell'emergenza con il rischio Covid nelle carceri. Che fare per rendere più dignitosa la vita di tutti coloro che sono presenti nelle carceri e stemperare le tensioni? In queste condizioni di sovraffollamento, problemi igienico sanitario, sospensioni delle attività, la pena può davvero conseguire la sua finalità, come prevista dalla Costituzione?".
È quanto si chiede il Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Il garante rende noto che continua la campagna di vaccinazioni nelle carceri: "Tra martedì ad oggi 712 dosi di vaccino solo nel carcere di Poggioreale, dove, però, 21 detenuti che avevano chiesto la prima dose oggi hanno rifiutato di riceverla". "Non ci sono in molte carceri condizioni di efficienza per quel che riguarda gli organici, agenti, personale socio sanitario ed educatori - aggiunge - gli equipaggiamenti e i dispositivi di protezione individuale e ambientale per detenuti e personale.
La politica ha il freno a mano sul carcere, snobba sentenze di Consulta e della Corte Europea dei diritti dell'Uomo. La pena non può essere solo privazione della libertà e sequestro del tempo. Il Covid sta dimostrando i limiti del sistema penitenziario. C'è bisogno di un segnale di svolta da parte della politica, del Governo e del Ministero della Giustizia".
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