di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2022
"Scontro" nelle scuole. All'offensiva principalmente gruppi conservatori, talvolta finanziati da miliardari di destra come il gruppo Koch. Le guerre culturali che scuotono l'America - dal razzismo all'aborto passando per vaccini e mascherine anti-pandemia - da tempo sono arrivate anche nel mondo dell'istruzione. Il 2021 è stato un anno di scontri furibondi nei distretti scolastici degli Stati e anche tra gli attivisti che si sono fronteggiati nei school board di città e contee.
Dove inveire contro lacritical race theory (l'America fondata sullo schiavismo e non sulla libertà dal colonialismo britannico) o contro il white saviorism (i bianchi accusati di paternalismo da afroamericani che vedono nella loro adesione ai diritti civili delle minoranze solo un gesto di facciata) è diventato un modo per scavare trincee da dove vengono sparati tentativi di mettere al bando centinaia di libri genericamente accusati di avere contenuti osceni o di trattare i rapporti razziali e i diritti dei gay in modi non condivisi da molti, soprattutto a destra. Libri di testo scelti dai distretti scolastici, ma soprattutto quelli delle letture che riempiono gli scaffali delle biblioteche degli istituti.
All'offensiva principalmente gruppi conservatori come Moms for Liberty e Parents Defending Education: dietro l'apparenza di iniziative spontanee di famiglie degli studenti, spesso spuntano strutture politiche finanziate da miliardari di destra come il gruppo Koch. Per l'Ala, l'associazione dei bibliotecari americani, il fenomeno è in crescita esponenziale: nel solo ultimo trimestre dell'anno appena concluso è stata chiesta la messa al bando di 330 libri: più del doppio dei 156 dell'intero 2020. Ogni richiesta, sostiene l'Ala, produce un effetto-valanga. In Texas a ottobre il parlamentare Matt Krause ha seminato il panico nelle biblioteche inviando a tutte una lista di 850 libri su materie varie, chiedendo se ne avevano, quante copie e quanto avevano speso. Oltre che in Texas le "purghe" dei libri si stanno diffondendo in Virginia, Kansas, Utah, Wyoming e Pennsylvania dove, però, la messa al bando anche di libri per bambini su Martin Luther King e Rosa Parks è stata revocata dopo una rivolta degli stessi studenti. Non si fa attendere la reazione della sinistra radicale vogliosa di spedire in soffitta opere letterarie in odore di paternalismo razziale come Il buio oltre la siepe di Harper Lee o Uomini e Topi di Steinbeck, mentre rischia anche Mark Twain per gli epiteti sui neri di Huckleberry Finn.
di Stefano Stefanini
La Stampa, 28 gennaio 2022
A metà dicembre la crisi ucraina è passata dalla cottura a fuoco lento all'ebollizione con l'ultimatum russo di due trattati con Usa e Nato. È diventata crisi fra Russia e Occidente (Usa, Nato e Ue), oltre che fra Mosca e Kiev. I russi non si accontentavano di discuterne a voce. Volevano risposte scritte. Ora le hanno ricevute da entrambi. Non potevano che ripetere il no orale alle richieste russe e la proposta di un negoziato sulla sicurezza di tutti - della Russia che teme di essere minacciata dalla Nato, ma anche dell'Ucraina che è minacciata dalla Russia. Non sappiamo il contenuto delle risposte scritte, se non che confermano l'offerta di negoziare reciproche misure di controllo e riduzione armamenti, in particolare sui missili con testate nucleari a medio raggio, e altre misure di de-escalation militare in Europa. Più dello scritto sarebbe interessante sapere cosa si sono detti a voce americani e russi negli incontri bilaterali - se si sono detti qualcosa che vada appena al di là delle posizioni ufficiali. Perché, fermo restando il no alle richieste russe, un percorso negoziale esiste.
Lo si può immaginare in tre stadi collegati: il primo è appunto quello di negoziati su forze nucleari intermedie e convenzionali, cui bisognerebbe aggiungere lo spazio extra-atmosferico un codice di condotta cyber; il secondo l'avvio, o ripresa via Consiglio Nato Russia, di un permanente dialogo di sicurezza con la Russia che possa poi sfociare in una nuova architettura di sicurezza europea; il terzo, il più difficile, riguarda il rapporto Russia-Ucraina. L'accordo Minsk II è un punto di partenza ma va aggiornato (è del 2015). Nulla vieta poi all'Ucraina - una volta sollevata dalla minaccia russa - di rinunciare alla Nato barattando neutralità per indipendenza e sicurezza. Con le garanzie del caso, beninteso. Ma lo deve fare l'Ucraina, non la Nato o gli Usa. Intanto però Mosca continua ad alzare la temperatura militare. Sta inviando (altre) truppe in Belarus per un'esercitazione militare congiunta - Determinazione Alleata 2022 - che schiererà dalla 60 alle 80mila unità. Lontano dal Donbas conteso ma a poco più di 300 km in linea d'aria da Kiev. Sta spostando verso il Mediterraneo un'ingente flotta, compresi mezzi da sbarco.
La tenaglia intorno all'Ucraina continua a stringersi. Forse non sarà usata ma non è un bluff. È una pesante minaccia tesa a uno scopo. Le mete di Putin sono la zona d'influenza russa in Europa, il ritorno dell'Ucraina sotto l'ala di Mosca e il ritiro della Nato. La risposta americana apre prospettive negoziali che possono spingersi fino a metà strada: una stabilizzazione della sicurezza in Europa, meno truppe della Nato ai confini della Russia in cambio di meno truppe della Russia a quelli della Nato, un'Ucraina che sia libera di scegliere altre formule di sicurezza - per il momento, comunque, l'ingresso di Kiev nell'Alleanza è in altissimo mare. La Russia lo sta usando come pretesto. Le condizioni per negoziare dunque ci sono. Se negoziare è quello che Mosca vuole. Aspettiamoci due-tre settimane di diplomazia.
Putin andrà a Pechino per le Olimpiadi invernali. Non inizierà una guerra che romperebbe le uova nel paniere all'amico Xi del cui appoggio ha più che mai bisogno. Intanto, le grandi pianure geleranno completamente, condizione ideali per i cingoli dei carri armati, dicono gli esperti militari. Per ora la Russia torna al dialogo, con gli americani di sicuro, forse anche con la Nato. Ma quanto in buona fede? Mosca ha già messo le mani avanti. Non c'è un granché da essere ottimisti hanno detto i portavoce vari ma "il Presidente sta studiando" le risposte ricevute. Con calma. In pratica sarà una sola persona, Vladimir Putin, a sciogliere il nodo guerra e pace. Avrà sicuramente letto Tolstoj per cui saprà a cosa va incontro con l'una o con l'altra. Questo è forse l'unico filo di speranza.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2022
Da maggio il contingente italiano a Erbil (circa 1.100 uomini) assumerà il comando dei circa 5.000 soldati del corpo di spedizione internazionale. Il Califfato non è morto. A tre anni dalla loro sconfitta nell'ultima roccaforte di Baghouz, nella Siria nord-orientale, i fanatici jihadisti di Isis tornano a colpire forti e agguerriti. Lo dimostrano i sei giorni di furiosi combattimenti con le forze curde terminati solo poche ore fa per il controllo del grande carcere Gweiran, alla periferia della città di Hasakeh, nella regione autonoma che i curdi siriani chiamano Rojawa.
"Oltre un migliaio di guerriglieri di Isis giovedì scorso avevano fatto irruzione nel carcere, erano ben armati e con parecchie munizioni. A loro si sono unite alcune centinaia tra i prigionieri. I testimoni raccontano di episodi di violenza gravissima, incluse le prese di ostaggi tra i prigionieri minorenni da parte dei jihadisti con l'intento di utilizzarli come scudi umani", ci spiega un giornalista locale. I miliziani delle Forze Curde Democratiche, le unità militari di Rojawa, erano intervenute con rapidità. Ma si sono resi subito conto di essere di fronte ad una vera e propria operazione di guerra, ben pianificata, tanto che hanno ben presto chiesto l'aiuto del contingente americano acquartierato in Iraq. Resta incerto il numero delle vittime.
L'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, basato in Gran Bretagna, riporta almeno 124 morti di Isis, una cinquantina tra le forze curde e 7 minorenni. Ma fonti locali segnalano che i numeri potrebbero essere ben più gravi, con oltre 200 vittime tra i prigionieri, la grande maggioranza militanti di Isis. La battaglia si era anche allargata al nucleo urbano dell'intera Hasakeh, dove la presenza di cellule dormienti aveva costretto i comandi curdi ad imporre un rigido coprifuoco. Del resto, erano pronti. Già più volte in passato i militanti di Isis avevano cercato di liberare i loro circa 4.000 compagni chiusi nelle celle, inclusi i circa 600 minorenni.
L'episodio riporta alle cronache, tra l'altro, la questione dei volontari stranieri di Isis, che i Paesi d'origine rifiutano di riaccogliere in patria. Nel grande campo limitrofo di Al Hol, decine di migliaia tra donne e bambini restano chiusi in un limbo fatto di freddo e privazioni. E l'intera questione del riproporsi della minaccia di Isis interessa anche l'Italia.
Da maggio prossimo il contingente italiano basato a Erbil, nell'Iraq curdo settentrionale (circa 1.100 uomini), con una piccola presenza a Baghdad, assumerà infatti il comando dei circa 5.000 soldati del corpo di spedizione internazionale. Intanto le operazioni di Isis si intensificano nelle regioni irachene sunnite sino a Mosul. Di recente 11 soldati iracheni sono stati uccisi nel sonno dalle cellule di Isis che operano nel deserto sul confine tra Iraq e Siria, dove è appena stato in visita anche il premier iracheno Mustafa al Kadhimi.
di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 27 gennaio 2022
Il Garante nazionale dei detenuti denuncia "la criticità della situazione in questo avvio dell'anno". Studio negli istituti di pena dei ricercatori delle università Lumsa e Bocconi.
Sos sovraffollamento carcerario. Inizio d'anno choc oltre le sbarre: un suicidio ogni tre giorni, numero dei detenuti in aumento e solo uno su tre lavora. Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, denuncia "la criticità della situazione in questo avvio dell'anno" e segnala la "necessità di ritrovare un dialogo produttivo attorno al tema dell'esecuzione penale detentiva che sappia rispondere alla particolare difficoltà oggi vissuta negli istituti da parte di chi vi è ristretto e da parte di chi in essi opera quotidianamente".
di Guido Stampanoni Bassi
linkiesta.it, 27 gennaio 2022
La Consulta ha stabilito con una sentenza che i detenuti al regime di carcere duro possono scrivere al loro legale senza che le loro missive vengano censurate. Si è ribadito la centralità del ruolo della difesa e l'impossibilità di identificarla con i crimini che vengono contestati all'assistito.
È stata da poco depositata una importante sentenza della Corte Costituzionale sul cd. carcere duro (art. 41-bis) relativa - più nello specifico - alla sottoposizione a censura della corrispondenza del detenuto, senza esclusione di quella indirizzata ai difensori.
di Mauro Mazza*
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
La Corte costituzionale italiana, con l'importante sentenza n. 18 del 24 gennaio 2022, ha stabilito la contrarietà con il diritto costituzionale alla difesa della previsione, contenuta nell'art. 41-bis, comma 2- quater, lett. c) della legge 26 luglio 1975, n. 354, che dispone in tema di ordinamento penitenziario (ed esecuzione delle misure privative e limitative della libertà). La norma contemplava la necessità del visto di censura sulla corrispondenza dei detenuti, in regime di "carcere duro" (c. d. 41-bis), con il proprio difensore. Secondo i giudici della legittimità costituzionale, chiamati a pronunciarsi su richiesta della Prima Sezione penale della Corte di cassazione, vi è contrasto sia con alcune norme della nostra Costituzione (articoli 3, 15, 24, 111 e 117), sia anche con l'art. 6 della Convenzione europea sui diritti umani.
di Michele Miravalle*
Il Riformista, 27 gennaio 2022
Nel percorso di superamento degli Opg molto ha funzionato, qualcosa va corretto. Vanno immaginati nuovi modelli per la salute mentale. E le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza devono essere luoghi di passaggio.
Chi si occupa della questione della cura/controllo delle persone con patologia psichiatrica autori di reato (i folli-rei, li definisce il linguaggio novecentesco del codice penale) sapeva che il 2022 si sarebbe aperto con almeno tre decisioni importanti: due della Corte Europea dei diritti dell'Uomo, il caso Sy e il caso Ciotta, e una della Corte Costituzionale, a seguito dell'Ordinanza 131/2021 su impulso della questione sollevata dal giudice di Tivoli.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
Da stamattina alle 8 fino alle 17 di domani gli iscritti all'Anm saranno chiamati a votare per il referendum consultivo su due quesiti afferenti al sistema elettorale del Csm di prossima, si spera, modifica legislativa. Nel primo si chiede agli associati se vogliano il sorteggio, nel secondo se prediligono un sistema a ispirazione maggioritaria o proporzionale.
Tale consultazione è stata fortemente voluta dalla corrente Articolo 101. Per il loro esponente in Anm, il dottor Andrea Reale, "c'era già stato nel 2016 un referendum su iniziativa di 300 iscritti, ma questa è la prima volta che lo indice il Comitato direttivo centrale. Questa è la novità importante non solo per il momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto per il contenuto dei quesiti. Troppe volte il metodo del sorteggio è stato tacciato di incostituzionalità: invece per la prima volta i magistrati potranno esprimersi. Noi riteniamo che attualmente sia l'unico modo per cercare di recidere qualunque genere di legame delle correnti all'interno del Csm". Tuttavia, sembra che non passerà: "Ne siamo consapevoli. Ma siamo forti del fatto che l'Anm non potrà dire più che la magistratura non vuole il sorteggio perché, anche se minoranza, c'è una parte di essa che lo appoggia. Fino a poco fa era un tabù poter discutere di sorteggio nell'Anm: oggi lo abbiamo posto come tema di tipo culturale e di politica giudiziaria associativa sia al suo interno sia soprattutto all'esterno, atteso che anche la politica ha recepito questa proposta riformista. Ci auguriamo che possa farla propria, anche a prescindere dall'esito del referendum Anm. È l'unica concreta possibilità di reale cambiamento auspicabile per il governo autonomo della magistratura".
Contrario al sorteggio ma soddisfatto per il dibattito interno è Angelo Piraino, Segretario di Magistratura Indipendente: "Premesso che il metodo referendario è sempre importante perché consente di avere un dialogo diretto con la base, tuttavia, in questo caso, la mia perplessità nasce dal fatto che si tratta di un tema complesso ridotto a quesiti molto essenziali. Comunque, al di là dell'esito, è stata una occasione per innescare al nostro interno un confronto e rilanciare lo spirito associativo, come luogo di riflessione congiunta intervenendo in un momento di stanchezza dell'attività, in quanto diversi magistrati non nutrono più grande fiducia nell'Anm".
Sul merito dei quesiti, dice Piraino, "non si può però rinunciare ad una libertà fondamentale, come quella di candidarsi. Quindi bisogna trovare un'altra strada, diversa da quella del sorteggio. Noi siamo favorevoli ad un sistema maggioritario che preveda collegi più piccoli per dar voce ai territori e non soltanto alle correnti in sede centrale, il cui eccessivo interventismo nella scelta dei candidati sarebbe agevolato, invece, da un sistema proporzionale che prevede necessariamente delle liste".
Anche per il consigliere del Csm Giuseppe Marra, di Autonomia e Indipendenza, "è sicuramente ottima l'iniziativa del referendum consultivo. Il risultato credo possa rappresentare una indicazione molto utile per la politica visto che è in una situazione di stallo, considerato anche che la proposta Cartabia non ha suscitato piena condivisione neanche all'interno delle forze di maggioranza". I pronostici dicono che il sorteggio non passerà. Se così sarà, dice Marra, "fare una legge con la contrarietà della gran parte della magistratura associata sarebbe un grosso errore politico". Nel merito dei quesiti Marra si dice "contrario al sorteggio".
A suo giudizio, inoltre, "il vero punto cruciale è il collegio unico nazionale che non consente a chi non ha l'appoggio del gruppo organizzato di poter essere eletto". Tra un sistema a ispirazione maggioritaria o proporzionale, "il secondo è quello migliore perché garantisce la rappresentatività delle varie anime della magistratura. Ove non si potesse arrivare al proporzionale, il modello migliore sarebbe quello maggioritario, con un recupero proporzionale, però su un distretto piccolo, dove anche il magistrato che non ha l'appoggio di un gruppo può concorrere alla pari".
Per Mariarosaria Savaglio, Segretario nazionale Unicost, "il sorteggio, anche nella sua forma temperata, della componente togata del Csm appare incostituzionale, ma al di là di questo appare una soluzione avvilente che andrebbe a minare ancor di più la credibilità del corpo giudiziario; una resa incondizionata a coloro che ritengono che il potere giudiziario non debba essere indipendente e autonomo, a garanzia di tutti i cittadini, ma tenuto sotto controllo dal potere esecutivo. Inoltre, il voto è responsabilità, per l'eletto e l'elettore, è proprio in tempo di crisi occorrerebbe rifuggire da qualsiasi soluzione semplicistica che deresponsabilizzi.
Quello della formula elettorale da prediligere è un discorso più complesso, anche perché sono diverse le variabili che entrano in gioco e fanno la differenza. Di certo l'opzione proporzionale esprime l'esigenza, che è propria dell'organo, che tutte le diverse anime della magistratura siano rappresentate. Un buon sistema elettorale è quello che tiene innanzitutto conto delle esigenze dell'organo e non mira, invece, a fini eterogenei e di parte".
Il Coordinamento di Area Democratica per la Giustizia si è espresso tramite una nota: "Si tratta di una scadenza importante per la magistratura, per l'effetto che l'esito della consultazione potrebbe avere sulla scelta che il Parlamento sarà chiamato ad effettuare in merito proprio alla modifica del sistema elettorale del Consiglio. Sarà fondamentale che l'esito del referendum non si presti alle strumentalizzazioni, che parte del mondo politico è pronto a mettere in atto, al fine di ridimensionare il ruolo del Csm e ridurre di conseguenza l'autonomia di cui gode la magistratura".
Nel merito, aggiunge AreaDg, "riteniamo che il sorteggio, comunque temperato o edulcorato, oltre ad essere incostituzionale, sia il peggior sistema possibile. Scegliere tale opzione equivarrebbe ad ammettere che i magistrati non sono in grado di designare i propri rappresentanti nell'organo di governo autonomo". Si dicono "contrari alla scelta in favore di sistemi maggioritari, come quello vigente e come quello proposto dalla Ministra Cartabia" e "invece favorevoli a sistemi di tipo proporzionale o che, comunque, contemplino un forte recupero della rappresentanza in chiave pluralistica".
D'accordo con il proporzionale anche l'esecutivo di Magistratura Democratica che rivolge agli associati un appello pubblico: "A febbraio sono al vaglio della Consulta, tra gli altri, i referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla separazione delle carriere. Il Consiglio di Stato azzera, una settimana prima della inaugurazione dell'anno giudiziario, le nomine dei vertici della Cassazione. I compromessi politici, che hanno pesato sulla riforma della giustizia, hanno prodotto delle soluzioni che non ci hanno visto stimati quali interlocutori, senza, tuttavia, che il nostro impegno sia scemato nella voglia di elaborare nuovi spazi di intervento per utilizzare ogni risorsa che ci sarà consegnata. Aleggia su di noi la possibile nomina di un Capo dello Stato, Presidente del Consiglio superiore della magistratura, che avrà le fattezze di chi ci vuole "geneticamente modificati". Nello scenario delle proposte politiche, esterne ed interne alla magistratura, avanza come soluzione il sorteggio dei candidati al Csm, quale unico antidoto al metodo delle chat e del carrierismo". Per questo dicono "no al sorteggio, sì al proporzionale".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2022
Per la Consulta è illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra mafiosi al 41-bis e i loro avvocati. "Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa".
La Corte costituzionale ha dichiarato nei giorni scorsi illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra detenuti mafiosi al carcere speciale, il 41-bis, e i loro avvocati, come chiesto dalla Cassazione. Il diritto di difesa, si legge, "comprende il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore". Abbiamo chiesto in merito un'opinione a Sebastiano Ardita, consigliere togato del Csm, ex direttore dell'ufficio detenuti del Dap. "Ho letto la sentenza e non vi ho trovato nulla di nuovo sui principi generali, perché era noto a tutti e da tempo che la corrispondenza con i difensori, anche di 41-bis, non deve essere sottoposta a controllo. Ma temo che il caso concreto abbia poco a che fare con il controllo della corrispondenza e che il nodo centrale non sia stato affrontato dalla Corte".
In che senso?
Nel caso specifico affrontato dalla Corte, nessuno ha preteso di aprire una busta destinata a un difensore per cercare eventuali messaggi. Risulta, invece, che un detenuto del carcere di Opera ha consegnato agli agenti una bozza di telegramma, da cui emergeva con evidenza un testo suscettibile di contenere un messaggio pericoloso.
La Corte non avrebbe centrato il tema?
La questione era un'altra. Quella di distinguere tra controllo preventivo - ossia ricerca della possibile comunicazione illecita - e trattenimento di una comunicazione aperta che già appariva ambigua. Non ho letto il telegramma, ma se è vero che il testo si prestava a comunicazioni cifrate o pericolose il trattenimento, alla luce dell'intero sistema normativo, avrebbe potuto considerarsi legittimo se non addirittura doveroso.
La Corte, dunque, avrebbe dovuto differenziare?
Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa. In questo secondo caso andavano a mio avviso messi in raffronto i due beni che venivano in conflitto: da un lato il pericolo concreto per i cittadini che parta dal carcere un ordine di commettere un delitto, dall'altro il diritto di comunicare con il difensore, che non tollera controlli, ma non può spingersi fino a impedire il trattenimento di un testo da cui risulti già evidente che possa derivare un danno.
La Corte riconosce che il diritto alla riservatezza in certi casi "non è assoluto", ma ritiene il controllo in questione inutile al fine di impedire ai boss di comandare dal carcere, dato che hanno diritto a colloqui riservati con i legali...
Questo argomento non è pertinente al caso concreto venuto all'attenzione della Corte. Ribadisco che qui non si tratta del problema del controllo delle comunicazioni. Una volta che è palese la pericolosità di un testo aperto, sarei molto cauto nel dire che non si possa trattenere solo perché è diretto a un difensore.
La censura della corrispondenza, dice la Corte, essendo prevista "anche in assenza di qualsiasi elemento concreto" di pericolo, presuppone una "generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore"...
Non c'è nessuna offesa né al ruolo dei difensori né al diritto di difesa. Ma così ragionando, si potrebbe arrivare alla conclusione che la matricola avrebbe dovuto inoltrare il telegramma anche se ci fosse stato un messaggio con l'ordine di commettere un omicidio.
Quando era al Dap si è imbattuto in lettere sospette di boss ad avvocati?
Non ricordo di lettere ai difensori sottoposte a censura quando stavo al Dap, perché mai si è avallata questa prassi. Credo che il ruolo degli avvocati vada rispettato e tutelato, ma ciò non esclude la pervasività delle organizzazioni criminali mafiose nel tentativo di mandare messaggi all'esterno. Ricordo la lettera che un avvocato lesse a nome dei suoi assistiti, capi del clan dei Casalesi e imputati nel processo, che con intento intimidatorio accusavano la Corte di lasciarsi influenzare dalle opinioni di Roberto Saviano e di Raffaele Cantone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
Il superamento degli Opg è stata una vera rivoluzione, ma senza una riforma radicale ci potrebbe essere un ritorno a una logica manicomiale. E da un anno giace la proposta di legge di Riccardo Magi di +Europa.
La sentenza della Corte Europea di Strasburgo che ha condannato l'Italia per aver trattenuto in carcere un ragazzo con problemi psichiatrici è sicuramente significativa, ma quando parla di "cura" si pensa subito all'internamento. Il rischio è che le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) non diventino più l'extrema ratio, ma la prassi. Senza una riforma radicale contro la non imputabilità e il doppio binario del Codice fascista Rocco, si rischia di ritornare alla logica dei manicomi. Questo lo sa bene Franco Corleone, ex commissario unico per il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), che ha fin da subito posto il problema del codice penale invariato e dei nodi e le contraddizioni che da sempre caratterizzano la misura di sicurezza detentiva psichiatrica. Il superamento degli Opg è stata una grande conquista perché ha messo fine ad una storia di violenze, spoliazioni e condizioni di vita inumane, relazionate dall'allora Commissione d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del sistema sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino.
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