a cura della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
Ristretti Orizzonti, 23 gennaio 2022
In tanti, fra Garanti dei diritti delle persone private della libertà ed esponenti del Volontariato e del Terzo Settore, si sono collegati, martedì 18 gennaio, all'incontro online indetto dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia insieme ai Garanti per monitorare la ripresa nelle carceri delle attività in presenza, cercare di evitare chiusure repentine e spesso poco utili, rilanciare l'azione del volontariato, sostenere le realtà territoriali più deboli, cercare di rafforzare le uniche cose buone "regalate" dal Covid, cioè l'uso massiccio delle tecnologie per sostenere i legami affettivi e i percorsi rieducativi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2022
Politica e magistratura. Cartabia: "Lo status quo ha dato pessima prova di sé". Negli uffici giudiziari le valutazioni sui progetti del Governo.
Se "è sotto gli occhi di tutti che lo status quo non ha dato buona prova di sé", come ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia intervenendo ieri a Reggio Calabria, allora le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario, tradizionale appuntamento utile a fare il punto anche sui rapporti, il più delle volte pessimi o almeno critici, tra politica e giustizia, hanno rappresentato ieri un punto di svolta. O almeno di crescita di consapevolezza. Perché nei vari uffici giudiziari, oltre a non essere segnalate all'esterno forme di protesta, alle quali si era in qualche modo abituati, emerge la volontà, negli interventi dei protagonisti della giurisdizione (dai magistrati agli avvocati), di affrontare in maniera costruttiva una fase realmente nuova.
di Stefano G. Guizzi
Il Domani, 23 gennaio 2022
L'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione avviene con l'ombra lunga del conflitto tra Consiglio di Stato e Csm, risolto dal consiglio frettolosamente. Ogni "rito" è importante in uno stato costituzionale di diritto, ma esso vive, soprattutto, di sapienza, giacché è nell'accorto e prudente esercizio del potere che ogni Istituzione trova, in ultima analisi, la sua principale fonte di legittimazione.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 23 gennaio 2022
Processi lunghi, edilizia a pezzi e risorse scarse. Dopo la cerimonia di ieri in Cassazione, oggi si inaugura l'anno giudiziario in tutte le Corti di Appello d'Italia. Meliadò: "Un'alleanza tra magistratura e avvocatura per salvare i diritti".
Per il presidente della Corte di Appello di Roma, il dottor Giuseppe Meliadò, "i dati danno atto della forte ripresa dell'attività giudiziaria presso tutti gli uffici del distretto e confermano come non fosse velleitaria la previsione della possibilità di riavviare, in tempi ravvicinati, le strategie di riduzione dell'arretrato perseguite dalla magistratura romana".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 23 gennaio 2022
A noi avvocati penalisti, si sa, le Cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario non sono mai piaciute. Da sempre combattuti se accettare o meno gli striminziti inviti a parteciparvi seduti su uno strapuntino, infine decidemmo (or sono 15 anni) di organizzarcele per nostro conto. Già la ostentata solennità di quelle cerimonie ci è parsa da sempre incomprensibile: magistrati costretti ad indossare, con evidente sacrificio personale, toghe e tocchi implausibili, ed infatti mai usati nei rimanenti 364 giorni dell'anno, sfilano con malcelato imbarazzo, senza - essi per primi - comprenderne la ragione. Peraltro, di questi tempi e con questi chiari di luna, questi pomposi cortei sarebbe proprio il caso di risparmiarseli, cogliendo così virtuosamente l'occasione per definitivamente archiviarli: non un solo essere umano dotato di raziocinio li rimpiangerebbe.
Spogliate da queste pomposità del tutto fuori luogo, le inaugurazioni dell'Anno Giudiziario (sia territoriali che nazionali) avrebbero tuttavia un senso preciso, come occasione e luogo per fare un bilancio della vita giudiziaria, analizzarne le criticità, individuare soluzioni, ove però fossero concepite ed organizzate diversamente.
Sarebbe infatti necessario, innanzitutto, cancellare l'idea, davvero odiosa, che vi siano dei padroni di casa, vestiti a festa, che invitano degli ospiti; ai quali, per di più, vengono offerte informazioni acquisite, organizzate e selezionate in totale, indisturbata autonomia ed esclusività. Noi pensiamo infatti che Giudici e Procuratori non siano i padroni di casa, o certamente non gli esclusivi, nei Tribunali e nelle Corti di Appello (e nella Suprema Corte di Cassazione). Ne sono i responsabili amministrativi, certamente, ma l'esercizio della giurisdizione è affidato alla responsabilità di tutti i suoi indispensabili attori, tra i quali l'avvocatura assolve un compito almeno pari a quello della controparte, cioè i Magistrati dell'Accusa.
La rappresentazione scenica - che nelle cerimonie però è sostanza - racconta invece tutt'altro. Presidenti (di Corte di Appello o di Cassazione) e Procuratori (Generali) agiscono e si propongono come i padroni di casa; l'Avvocatura è ospite, giusto chiamata a portare un qualche breve indirizzo di saluto. Un quadro francamente inaccettabile. Quanto alle statistiche, che sono poi il cuore di queste cerimonie, e ne rappresenterebbero anche la indiscutibile utilità, il punto è che esse sono gestite, come dicevo, in modo totalmente unilaterale dalla Magistratura, che decide in via esclusiva quali dati raccogliere, e quali statistiche comunicare. I dati statistici non sono certamente neutri, e meno che mai la lettura che se ne può dare. D'altronde, questa della inaccessibilità pubblica dei dati statistici dell'amministrazione giudiziaria è questione che poniamo da tempo; così come da tempo abbiamo dimostrato, con le nostre indagini in collaborazione con l'Istituto Eurispes, che la giustizia penale la si racconta a seconda dei dati che si sceglie di raccogliere.
Insomma, come avete ben compreso, ce ne è quanto basta per non farci appassionare - sia detto con il massimo rispetto - a cerimonie così concepite. Preferiamo organizzarcele per nostro conto, facendone sempre occasione di ricco ed approfondito confronto e dibattito con la Magistratura locale e nazionale, non meno che con l'Accademia. Quest'anno saremo a Catanzaro, per esempio, a discutere su quanto la tutela forte del diritto di difesa sia indispensabile non solo quale garanzia per i diritti primari della persona indagata o imputata, ma altrettanto -e per certi versi ancor di più- come garanzia per il giudice, per la sua indipendenza, e per la forza e la credibilità del suo giudizio agli occhi della pubblica opinione; la quale ultima non potrà che diffidare di una sentenza pronunciata all'esito di un giudizio celebrato con un difensore debole, intimidito, minacciato nella sua libertà morale. Tutti a Catanzaro, dunque, o collegati con noi, l'11 e il 12 febbraio. Oltretutto, non ci sarà bisogno di indossare pellicce di ermellino.
di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2022
Critiche alla politica che si vuole "vendicare" della magistratura con riforme e referendum "discutibili". Autocritica per "il male oscuro" del carrierismo che ha pervaso le toghe. Nino Di Matteo, consigliere del Csm, non fa sconti a nessuno e non le manda a dire sullo stato della giustizia in occasione dell'inizio dell'anno giudiziario, che ieri si è aperto nelle Corti d'appello italiane. Il magistrato era nella sua Palermo, dove per 18 anni è stato tra i protagonisti di inchieste e processi contro Cosa Nostra e sulla trattativa Stato-mafia.
Sulla politica giudiziaria, Di Matteo denuncia: "Stiamo vivendo una profonda crisi di credibilità nella quale parte del potere politico, economico, finanziario vuole oggi approfittare per avviare un vero e proprio regolamento di conti contro quella parte di magistratura che ha inteso esercitare a 360 gradi il controllo di legalità". Per il consigliere si tratta di "un regolamento di conti con chiare finalità di vendetta da un lato e di prevenzione dall'altro, con il malcelato scopo di rendere l'organo giudiziario, anche attraverso progetti di riforma e iniziative referendarie assai discutibili, collaterale e servente rispetto agli altri poteri".
Sulla riforma penale della ministra Marta Cartabia, Di Matteo ricorda che il Csm "ha anche evidenziato i numerosi e rilevanti profili di criticità sia di ordine sistematico che di possibile frizione con principi di rango costituzionale, con particolare riferimento all'istituto della improcedibilità" in appello e Cassazione se si superano i tempi prestabiliti per il giudizio. E ai suoi colleghi magistrati chiede di coltivare "la pretesa che il Csm funga da scudo contro quegli attacchi all'indipendenza della magistratura che vengono mossi dall'esterno e dall'interno dell'ordine giudiziario". Cosa niente affatto scontata, dato che "quello che è appena trascorso non è stato un anno facile. Il Csm sta ancora affrontando l'onda lunga dei ripetuti scandali emersi, a partire dall'inchiesta della Procura di Perugia (sullo scandalo Palamara, ndr), che rappresentano uno spaccato di una patologia che si è diffusa come un cancro, con la prevalenza di logiche di clientelismo, appartenenza correntizia o di cordata, collateralismo con la politica".
Critiche alla riforma Cartabia sono arrivate anche dai due distretti calabresi. Il presidente della Corte d'appello di Catanzaro Domenico Introcaso sostiene che "è necessario intervenire sul 'sistema giustizia' e non su un singolo parametro, il tempo, con un intervento estraneo e formale di risoluzione delle criticità fatto con l'accetta". Cento chilometri più a sud, a Reggio Calabria, è intervenuto il consigliere del Csm Sebastiano Ardita, con in prima fila il ministro della giustizia Marta Cartabia. Ardita ha criticato la riforma del Csm, "una complessa e pericolosa sfida per governo e Parlamento". Poi si è scagliato contro "l'adozione di un sistema maggioritario uninominale o binominale con collegi medio-piccoli" che genererebbe "bipolarismo, conflittualità e un governo politico della giustizia" e consegnerebbe "la vita professionale dei magistrati al sistema di potere delle correnti". Cartabia, da parte sua, ha auspicato che la riforma del Csm arrivi "al più presto" alle Camere, pur dichiarandosi disponibile all'ascolto "di critiche propositive e non meramente demolitorie".
Il riferimento è proprio ad Ardita che, invece, attacca anche sulla presunzione di innocenza: senza mai nominarlo, critica il decreto che a dicembre ha di fatto messo il bavaglio ai procuratori e alla stampa: "C'è bisogno di garantismo, ma deve essere un garantismo che parta dal basso, che riguardi i più deboli, che non si presti a essere utilizzato da chi comanda nella dimensione del crimine mafioso, della grande finanza, o delle responsabilità pubbliche e istituzionali". Un punto toccato anche dal pg di Genova Roberto Aniello, secondo cui quella sulla presunzione d'innocenza "non è una legge bavaglio", ma "probabilmente incorre in un eccessivo irrigidimento delle modalità di comunicazione".
A Milano, la cerimonia è apparsa quasi surreale: dentro il palazzo di giustizia che vide, 30 anni fa, la nascita di Mani pulite, si è consumato negli ultimi mesi un conflitto mai visto prima. Ma ieri sembrava di essere, tuttalpiù, a un tranquillo convegno giuridico. La relazione del presidente della Corte d'appello, Giuseppe Ondei, trabocca di inutili riferimenti colti, da Husserl a Lyotard, e di panglossiani entusiasmi per le riforme in corso oggi, "momento kairologico", con l'arrivo salvifico dei soldi del Pnrr (ma neanche un euro per le Procure che fanno le indagini, ha ricordato il procuratore generale Francesca Nanni, e bavaglio all'informazione - aggiungiamo - travestito da "presunzione d'innocenza"). Entusiasmo appena scalfito dalle dure cifre (per esempio: il 42% della popolazione carceraria qui è composto da stranieri). Solo la rappresentante del Csm, Alessandra Dal Moro, osa rompere l'incanto, citando la drammatica crisi morale della magistratura dopo il caso Palamara, il correntismo da battere e i problemi reali da risolvere, con il 13% dei posti da magistrato scoperti e con una riforma (Cartabia) che crede di abbreviare i processi cambiando il nome della prescrizione in improcedibilità. "Una norma che decreta la morte del processo", ha detto a Torino il pg Francesco Saluzzo. Aggiungendo: "Penso e spero che la Corte costituzionale avrà modo di interloquire su questo istituto".
di Liana Milella
La Repubblica, 23 gennaio 2022
La ministra all'inaugurazione dell'anno giudiziario a Reggio Calabria ribadisce l'invito al Parlamento a raggiungere rapidamente un accordo tecnico e politico sul futuro del Consiglio superiore della magistratura.
"Lo status quo al Csm non ha dato buona prova di sé, confido che al più presto possano arrivare alle Camere anche gli emendamenti per la riforma ". Da Reggio Calabria, dove ha scelto di inaugurare l'anno giudiziario dei distretti italiani, la Guardasigilli Marta Cartabia lancia di nuovo, dopo averlo fatto mercoledì alla Camera e al Senato, e ancora ieri in Cassazione, l'invito a raggiungere al più presto in Parlamento un accordo tecnico e politico sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura. Una riforma sollecitata più volte, come ha ricordato la stessa Cartabia, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e che è imposta dalla contingenza, e anche dal rinnovo di questo Csm che scade il prossimo luglio.
Si apre l'anno giudiziario nei singoli distretti giudiziari dopo la cerimonia in Cassazione e, come ogni anno, è l'occasione per una panoramica sui mali e sulle emergenze della giustizia italiana. Dal Covid, al sovraffollamento nelle carceri, al discredito stesso sulla magistratura dopo il caso Palamara, che rende indispensabile la riforma del Csm. E di questo parla Marta Cartabia che però, nel suo speech a Reggio Calabria, privilegia anche il capitolo delle riforme per garantire una buona giustizia. A partire dall'ufficio del processo, l'arrivo di una task force di 16.500 giovani che saranno gli ausiliari di pm e giudici.
Ma dal discorso di Cartabia conviene trarre queste righe emblematiche di come la legalità, attraverso un percorso di giustizia, possa cambiare il volto dell'Italia: "Ieri sera ho avuto il privilegio di cenare con alcuni giovani qui a Reggio, radunati in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, intorno a una associazione che si propone di accompagnarli nel faticoso, e spesso insidioso percorso della ricerca della propria strada nel mondo. Giovani coppie con i loro figli che si affacciano ora nel mondo: tocca a noi preparare le condizioni per un futuro che possano essere una vera possibilità per loro. Uno di loro raccontava di essere stato letteralmente salvato, miracolato diceva, dall'incontro con questa realtà e strappato dalla sua rabbia, che lo stava indirizzando verso la via della malavita. In mezzo a questi giovani, si respira il 'fresco profumo della libertà', per prendere in prestito le parole di Paolo Borsellino".
Il vicepresidente del Csm David Ermini sceglie invece la sua regione, la Toscana, e Firenze. Il Csm scade a luglio, forse sarà necessaria una proroga di un paio di mesi per via della legge elettorale ancora in itinere, ma ormai i quattro anni previsti in Costituzione stanno per scadere. Ed ecco Ermini rivolto alla platea di toghe e avvocati: "Non vi siete liberati di me... tra alcuni mesi mi vedrete di nuovo in queste aule giudiziarie, con la mia borsa da lavoro e la mia toga. Spero non mi troverete cambiato. Questi anni sono stati difficili e spesso amari; anni trascorsi non senza sofferenza, ma vissuti anche con entusiasmo e nel rispetto delle istituzioni. Non credo che mi abbiano cambiato, e spero voi ne possiate presto essere buoni testimoni". Ermini, dal ruolo di vice di Mattarella al Csm e di ex deputato del Pd, nonché anche responsabile Giustizia, ha sollecitato più volte come improrogabile, anche nei tempi, la riforma del Consiglio.
La riforma è stata uno dei tempi più gettonati perché legata alla immagine in crisi della magistratura. A Napoli ecco la provocazione lanciata dal Pg Luigi Riello che chiede "riforme serie perché altrimenti tanto vale abolire il Csm e dare al ministro il potere di nominare i capi degli uffici, come avviene per prefetti e questori". E a Bari è il presidente della Corte di Appello Franco Cassano, che ha competenza anche su Trani e Foggia, a parlare di "cronache quotidiane che ci consegnano una realtà devastante di magistrati arrestati, inquisiti, condannati per fatti di corruzione, e che testimoniano una questione morale che non può essere sempre sottovalutata". Una crisi per cui alla fine i magistrati sono avvertiti come un corpo impenetrabile all'innovazione, fondamentalmente autoreferenziale, preoccupato più di esercitare un potere che di rendere un servizio".
E da Milano la Pg Francesca Nanni richiama i pm con parole dure: "La ricerca del consenso a tutti i costi è e deve rimanere un atteggiamento estraneo allo svolgimento dell'attivita' giudiziaria, compreso ovviamente l'operato del pubblico ministero, soggetto processuale sensibile, ma non condizionato dalle esigenze e dalle richieste delle parti".
Ma Nanni riserva un capitolo importante della sua relazione per magistrati e giornalisti, e per tutta l'informazione italiana in materia giudiziaria, sulla recente legge sulla presunzione di innocenza: "Fermo restando che le modalità di diffusione della notizia devono evitare di indicare la persona indagata o imputata come colpevole in via definitiva, sarebbe preferibile una normativa meno restrittiva nelle fasi non coperte da segreto istruttorio o almeno per le fasi che si svolgono in udienze aperte al pubblico, anche per garantire la necessaria trasparenza delle decisioni assunte dopo la chiusura delle indagini".
E siamo alla riforma del processo penale, chiusa tra agosto e settembre alla Camera e al Senato e ora nella fase dei decreti legislativi. Una riforma che ha diviso la maggioranza almeno alla Camera e che adesso vede un atteggiamento critico nella magistratura. A partire da quello di Nino Di Matteo, l'ex pm di Palermo oggi componente togato del Csm. "Il Consiglio - dice Di Matteo - ha evidenziato i numerosi e rilevanti profili di criticità della riforma, sia di ordine sistematico che di possibile frizione con principi di rango costituzionale, con particolare riferimento all'istituto dell'improcedibilità per superamento dei termini di ragionevole durata del giudizio di impugnazione". Norma di cui si lamenta, a Torino, anche il Pg Francesco Saluzzo che parla addirittura di "morte del processo".
Il dramma dei morti sul lavoro - La carrellata nei distretti italiani ci dà il polso delle emergenze italiane e dei problemi sempre aperti della giustizia. A partire, quest'anno, dai morti sul lavoro. A Genova il Procuratore generale Roberto Aniello documenta che "in Liguria sono cresciuti gli infortuni e le morti". A Firenze ne parla il Pg Marcello Viola citando i venti morti registrati in Toscana che "destano particolare preoccupazione".
Il sovraffollamento nelle carceri - Ma ecco l'emergenza delle carceri, a Firenze Viola ricorda "l'allarmante situazione di Sollicciano", mentre a Milano il presidente della Corte di Appello Giuseppe Ondei cita i 6.189 detenuti del suo distretto, "una cifra che a giugno era tra le più elevate sull'intero territorio nazionale con un indice di affollamento in media del 122% in aumento rispetto al già alto 120,14% dello scorso anno".
I tempi lunghi del processo - Ma è con i tempi tuttora lunghi del processo che conviene chiudere questa rapida carrellata. Il presidente della Corte di Appello di Roma Giuseppe Meliadò ricorda l'arretrato della sua Corte che "costituisce quasi il 20% di quello nazionale civile e penale, trasformando il problema dei tempi del processo in questa città in una questione giudiziaria nazionale, al punto che non pare contestabile come l'aumento degli organici rappresenti uno dei principali snodi del cambiamento dell'organizzazione giudiziaria italiana".
di Mario Consani
Il Giorno, 23 gennaio 2022
Una media di presenze pari al 122 per cento dei posti letto regolamentari. E la pandemia ha ridotto colloqui e permessi esterni. Tutti gli anni la stessa musica stonata. A fine giugno scorso "la popolazione carceraria degli Istituti del distretto (detenuti 6.189) era tra le più elevate sull'intero territorio nazionale con un indice di affollamento in media del 122%, in aumento rispetto al già alto 120,14% dello scorso anno".
Così ripete il presidente della Corte d'appello Giuseppe Ondei, che pure l'anno scorso aveva illustrato lo stesso concetto, ribadendo stavolta che "si tratta di dati allarmanti che denotano l'esistenza di situazioni detentive non conformi alla capienza regolamentare e all'esigenza di una carcerazione adeguata alle norme vigenti".
Si crea dunque "l'esigenza - ha spiegato - di una costante vigilanza degli istituti penitenziari da parte dei magistrati preposti", dato il "consistente numero di reclami contro la carcerazione disumana e degradante per violazione dell'art. 3 Cedu".
Eppure nel periodo dell'emergenza sanitaria, osserva nel suo intervento la pg Francesca Nanni, quasi tutte le procure del distretto "hanno operato una valutazione maggiormente selettiva degli arresti in flagranza e delle successive richieste di applicazione delle misure custodiali in carcere". Non è servito. E poi la diffusione del virus e ha comportato "una netta riduzione dell'attività trattamentale svolta nelle varie case circondariali". E ovviamente ulteriori disagi per i detenuti, oltre al sovraffollamento. "Sono stati sospesi i permessi, i colloqui in presenza e le attività extracarcerarie proprio per evitare il rischio di assembramenti".
Fortunatamente - ha aggiunto Nanni - "la capillare campagna vaccinale sta consentendo la graduale riorganizzazione e riapertura delle attività trattamentali sia interne che esterne".
C'è poi il grosso problema dei detenuti con problemi psichici che in carcere non dovrebbero proprio stare ma che, spesso, non trovano posto nelle Rems, le residenze per le misure di sicurezza che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. "Recentemente - spiega la procuratrice generale - è stato sottoscritto un protocollo" tra i vertici di Palazzo di Giustizia, Avvocatura e Regione Lombardia "per individuare soluzioni alternative". "Comunque - conclude Nanni - il problema della indisponibilità di posti nelle Rems dove allocare i soggetti sottoposti a misura di sicurezza, permane".
corriereromagna.it, 23 gennaio 2022
Nelle carceri dell'Emilia-Romagna un detenuto su quattro è imputato, gli altri tre invece stanno scontando una condanna definitiva. È la fotografia che emerge dalla relazione stilata dal presidente della Corte d'appello di Bologna, Oliverio Drigani, per l'apertura dell'anno giudiziario. Al 30 giugno 2021 erano presenti 764 imputati e 2.428 condannati. Gli stranieri presenti erano 1.520 (il 46,77% del totale della popolazione detenuta), con il picco nella Casa circondariale di Piacenza: 62,47%.
La percentuale regionale dei detenuti tossicodipendenti si è al 42,46%, in leggero aumento rispetto al 2020 (36,83%), mentre la media nazionale è del 27,47%. Sempre al 30 giugno, nei penitenziari della regione erano presenti 181 ergastolani, 26 detenuti con pena superiore a 20 anni, 446 con pena fino a un anno, 413 con pena da uno a due anni e dieci donne con figli (nell'arco di un anno). Dai dati acquisiti dall'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna di Bologna le misure alternative in corso nel distretto sono 4.027 a cui occorre aggiungere 440 libertà vigilate; si registra una decisa prevalenza dell'affidamento in prova al servizio sociale, che riguarda 2.186 soggetti.
La relazione di Drigani dà poi conto del fatto che "la pianta organica dei magistrati degli Uffici di sorveglianza del distretto non è interamente coperta, stante la vacanza di quattro posti presso l'Ufficio di Bologna e di un posto presso l'ufficio di Reggio Emilia. Tale situazione pone il Tribunale e l'Ufficio di sorveglianza di Bologna in condizioni di oggettiva grave difficoltà operativa, che si cerca di contenere attraverso l'applicazione dei colleghi dell'Ufficio di sorveglianza di Modena".
di Alessandra Pieracci
La Stampa, 23 gennaio 2022
L'inaugurazione dell'anno giudiziario a Genova. Aumentano incidenti sul lavoro e violenze in famiglia. Più inchieste legate alla pandemia, sui decessi sia per Covid che per vaccinazioni, sui Green Pass falsificati e sulle violenze dei no vax, comprese le minacce a Bassetti e Toti e le aggressioni a chi sollecitava a indossare la mascherina, ma anche un aumento più generale di reati come i casi di stalking, i maltrattamenti in famiglia e gli omicidi rispetto all'anno precedente, mentre lo spaccio di droga vede sempre più coinvolti i minori (il 28,71% rispetto alle segnalazioni complessive, media nazionale 17%) e l'età della prima assunzione scende a 11 anni. Sono in crescita gli infortuni e le morti sul lavoro. Però quasi la metà dei processi si conclude con un'assoluzione.
In parallelo, nel distretto della corte d'appello di Genova si registra una "diffusa e in molti casi grave carenza di personale amministrativo che in tutte le procure oscilla tra il 30 e il 40% dei posti in organico, tranne quella di Genova dove la carenza è del 26% circa". A tutto questo si aggiunge il sovraffollamento delle carceri.
È il quadro della giustizia in Liguria tracciato dal presidente vicario della Corte d'Appello Alvaro Vigotti e dal procuratore generale Roberto Aniello all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario, oggi a Genova. In particolare nell'anno appena trascorso ci sono stati 297 casi di stalking (a fronte di 238 nel 2020), 547 maltrattamenti in famiglia (429) e 41 omicidi (16). Aumentate anche le misure cautelari nei confronti di uomini violenti, che però molto spesso le violano. Crescono i sequestri preventivi per indebita percezione del reddito di cittadinanza. La durata media di un procedimento penale è di 474 giorni a fronte dei 324 del 2020. 137 le sentenze di prescrizione davanti al giudice monocratico, contro 51 del 2020.
Quello degli infortuni sul lavoro "è un fenomeno - sottolinea Aniello - che rischia di incrementarsi anche perché le recenti normative che hanno introdotto agevolazioni finanziarie per le ristrutturazioni edilizie", oltre agli effetti positivi, "hanno dato luogo a un proliferare di lavori edili che però non sempre sono assistiti dalle prescritte cautele". In quanto alle carceri, ci sono 1.527 detenuti rispetto alla capienza di 1.296: a Genova la percentuale di sovraffollamento è 133.08% per Marassi e 143.16% per Pontedecimo.
Dalla Corte d'Appello dove sono stati assolti Marco Cappato e Mina Welby, il procuratore generale si rivolge al Parlamento perché finalmente vari una legge sul fine vita. E forse è quel quasi 50% di assoluzioni a far dire al procuratore generale che non è una "legge bavaglio" "il divieto per le autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l'imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili".
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