di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 18 gennaio 2022
Dopo la battaglia di Mario l'appello di Antonio, adesso isolato con il Covid in rianimazione: "Così non ha senso vivere". Oggi i giudici decideranno se obbligare l'Asl a valutare se ci sono le condizioni perché ottenga il suicidio assistito. "Ero una persona libera, adesso dipendo dagli altri per ogni gesto. Ho dolori atroci. La medicina palliativa? Attenua la sofferenza del corpo ma non della mente".
Otto anni fa Antonio è sceso per sempre dalla sua - amatissima - moto. Uno schianto e la sua vita "di corsa" che si trasforma in una vita immobile, è salvo ma tetraplegico, i suoi confini diventano un letto, una carrozzina, una terrazza per respirare e guardare l'orizzonte. "Era il 14 giugno del 2014 e se allora, all'inizio, quell'esistenza mi sembrava possibile, oggi la mia condizione è diventata insopportabile". Antonio ha 44 anni, è, anzi era, un ragazzo forte e atletico, moto, auto, viaggi e libertà le sue parole d'ordine. A settembre del 2020 ha chiesto all'Asur Marche, cioè l'azienda sanitaria unica della sua regione, di poter morire con il suicidio assistito, così come previsto dalla Corte Costituzionale dopo il caso di Dj Fabo e l'assoluzione di Marco Cappato nel 2019.
Sedici mesi dopo Antonio non ha ricevuto risposta. Oggi il tribunale di Ancona dovrà decidere se obbligare, in via giudiziaria, l'azienda sanitaria delle Marche ad effettuare su Antonio quelle visite mediche necessarie a stabilire se la sua situazione rientra nei parametri indicati dalla Corte Costituzionale per accedere al suicidio assistito. (Essere cioè pienamente consapevoli della scelta, vivere una patologia irreversibile con sofferenze insostenibili ed essere dipendente da trattamenti di sostegno vitale).
Racconta Antonio: "Sapete, prima lavoravo, avevo degli hobby, mi divertivo con gli amici, non avevo bisogno di nessuno e di niente, facevo tutto da me. Oggi chiedo il suicidio assistito perché la mia condizione è insopportabile. Devo chiedere aiuto per qualsiasi cosa, da un semplice bicchiere d'acqua al vestirmi. Questa è la cosa che mi fa più male: dover chiedere in continuazione, non essere più autonomo, io che sono sempre stato libero di fare quello che volevo". Parole che Antonio ci aveva consegnato in vista dell'udienza di oggi, prima che un'altra tragedia si aggiungesse alla sua tragedia. Antonio è stato contagiato dal Covid, è in terapia intensiva. "E lui che dopo tanta sofferenza non voleva morire in solitudine ma dolcemente - dice accorata Filomena Gallo, segretaria dell'Associazione Coscioni e sua avvocata insieme ad un collegio difensivo ampio - vicino ai suoi genitori e ai suoi due fratelli, lui che sarebbe potuto andare in Svizzera, ma ha creduto nell'Italia, rischia di morire nel dolore di un letto di ospedale senza nessuno accanto".
Perché ciò che sta accadendo nelle Marche, dove sono già due i casi di richiesta di suicidio assistito, è davvero grave. Il primo è Mario - ricordate - il camionista di 44 anni cui dopo una lunga battaglia portata avanti con i legali dell'Associazione Luca Coscioni, il comitato etico dell'Asur Marche ha riconosciuto che possiede i requisiti per poter accedere all'aiuto al suicidio assistito. Era il novembre scorso, sembrava che sul fronte dei diritti civili l'Italia avesse fatto un passo in avanti. Niente affatto. La paura (forse) di dover effettivamente dare seguito a quella decisione e aiutare Mario a morire, ha fatto sì che la procedura si arenasse sulla verifica del farmaco letale, in un palleggio, forse strumentale, di responsabilità e burocrazie. Adesso sempre nelle Marche si è aperto il secondo fronte, quello di Antonio, anche questo un nome di fantasia per proteggere la privacy di storie così sensibili.
Gallo, che oggi sarà in aula ad Ancona, sottolinea il carattere di Antonio. "Antonio ha fatto una scelta lucida, dovreste vedere la casa in cui vive, al piano di sopra dei suoi genitori, una casa senza barriere architettoniche, con ogni tipo di strumentazione tecnologica da lui ideata per poter muoversi, tutto sommato, in libertà. Una persona che fino a quando lo ha ritenuto sopportabile ha scelto di vivere. Diceva, anzi, ho avuto la vita più bella che potessi desiderare".
Poi il ricovero in terapia intensiva. "L'Asur Marche, che per Antonio abbiamo anche denunciato penalmente per omissione di atti d'ufficio, è gravemente inadempiente. Addirittura - incalza Filomena Gallo - ha affermato che senza la trasformazione in legge della sentenza della Consulta, il suicidio assistito non può essere richiesto. Evidente falsità perché quella sentenza, come sappiamo, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, è immediatamente applicabile. La verità è che manca la volontà politica di rispettare la volontà dei malati".
"Provo disagio e tristezza. Ho dolori alla schiena e alle spalle, al sedere, stando sempre nella stessa posizione. Le cure palliative non voglio nemmeno provarle - confessa Antonio - mi alleggerirebbero il dolore fisico ma quello mentale no. Cosa faccio? Pranzo con i miei genitori, ho sempre avuto un ottimo rapporto con la mia famiglia che si è fortificato dopo l'incidente. Poi mi rimetto a letto. Così, sempre. Io che ho avuto una vita così bella, tante soddisfazioni, oggi mi limito a sopravvivere. Andare in Svizzera? Era il mio primo progetto, poi ho scoperto grazie a Marco Cappato, che si poteva fare anche in Italia. Ma ci penso ancora". Sul giorno dell'addio Antonio ha parole semplici: "Sì, soffriranno, c'è sempre dolore nel privarsi di chi si ama, ma abbiamo parlato e comprendono e rispettano la mia scelta. Il mio ultimo appello però è per giudici e la politica: fate qualcosa perché ognuno sia libero di poter decidere della propria vita".
di Elena Stancanelli
La Stampa, 18 gennaio 2022
L'elezione del Presidente della Repubblica italiana contiene un paradosso. Non ci riguarda direttamente, eppure ci riguarda più di qualsiasi altra investitura politica. Non lo votiamo, non dobbiamo scervellarci e confrontarci, azzardare, informarci, negare quando ci vergogniamo di aver commesso un errore o azzannare quando quell'errore l'ha commesso qualcuno che ci è caro. Siamo seduti sul divano ad aspettare, proprio come quando deve essere fatto il nuovo Papa.
Ma se nessuno conosce vita e miracoli dei candidati al soglio pontificio, tutti sappiamo chi meriterebbe la carica di Presidente e soprattutto che cosa vogliamo da lui/lei. Il/la Presidente è una figura di riferimento, un garante. È sopra le parti, integerrimo e saggio, è il volto più umano della politica. Ha un nome e un cognome che tutti ricordano, sta in carica sette anni salvo cataclismi, incarna valori che ci sono familiari. È un genitore che sa essere severo ma anche comprensivo: è il termine ultimo della nostra disperazione.
Quando io ero bambina si diceva "scrivi al Presidente della Repubblica" come si direbbe "scrivi a Babbo Natale": per segnalare un'ingiustizia, per chiedere attenzione su qualcuno o qualcosa. Scrivi al Presidente se pensi che noi non siamo abbastanza bravi, dicevano i genitori. Chissà se lo dicono ancora, ma certamente a nessuno viene in mente di scrivere al segretario di un partito, ma neanche al presidente del Consiglio se un'istanza morale lo scuote, un bisogno lo attanaglia.
Il/la Presidente dalla Repubblica è semplicemente il migliore di noi, quello che non dovrebbe neanche essere eletto ma acclamato. Ed è più o meno questa la ragione per cui non siamo noi cittadini a votarlo. Perché alla domanda chi deve essere il prossimo Presidente i parlamentari dovrebbero girarsi tutti, all'unisono, verso la stessa persona.
Dovrebbe essere ovvio, inattaccabile, ineccepibile. Non c'è bisogno di andare a votare perché i nostri rappresentanti in Parlamento dovrebbero solo ratificare quello che è già evidente: è il migliore, che altro? In virtù di questo ragionamento non è chiaro perché ogni volta ci sottoponiamo all'ordalia dei nomi insensati, perché dobbiamo perdere tempo a spiegare quanto siamo scriteriati, e non possiamo invece, sommessamente, indicare ai nostri parlamentari la persona giusta verso la quale girarsi, che magari si sono distratti. Non è vero che ognuno ha il suo nome da fare per la presidenza, perché come dicevo quei nomi sono pochi, e non possono che essere condivisi.
Non sto parlando di numeri, dell'avere o no i numeri, sto parlando di rispettabilità. Sono i migliori, appunto, sono persone che hanno usato la loro vita per vigilare sui diritti di tutti, per garantire che la Costituzione più bella del mondo protegga anche chi ha poca voce. Quelli che non si sono tirati indietro e col loro impegno hanno tenuto in piedi questa democrazia, ci hanno consentito di non vergognarci di essere italiani.
Tra questi pochi, in molti indichiamo da anni Luigi Manconi. Lo facciamo anche quest'anno, lo ha fatto Christian Raimo sulla sua pagina Facebook, raccogliendo subito un grande consenso, lo hanno fatto Sandro Veronesi, Ascanio Celestini, Nicola Lagioia, Alessandro Bergonzoni, per fare solo alcuni nomi di intellettuali che da anni sostengono il lavoro di Manconi. Sarebbe un Presidente di cui andare fieri, uno a cui scrivere lettere, un politico che ha usato la politica per cercare di mitigare le ingiustizie. Ma Luigi Manconi chi? Quello che ha stroncato "Storia di un impiegato" di De André?? scrive qualcuno indignato a commento della lettera di Raimo. Lo ammetto: non lo sapevo. Ma come direbbe qualcun altro: nessuno è perfetto.
di Stefania Saltalamacchia
vanityfair.it, 18 gennaio 2022
È stato bullo, teppista, rapinatore: Daniel Zaccaro non si sarebbe fermato "perché il male affascina". Ha sbagliato e pagato, poi ha trovato aiuto. Ora, da educatore, ecco che cosa dice ai ragazzi come lui.
Primavera 2001, Milano, zona Niguarda. Daniel ha 10 anni, gioca nei pulcini dell'Inter ed è la partita più importante. La porta davanti a lui è vuota, tira, ma finisce fuori. Come fuori finirà anche lui. "Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore", ma per il padre è l'ennesima occasione per dirgli "non vali niente, non combinerai mai nulla".
Daniel Zaccaro, nato e cresciuto a Quarto Oggiaro, periferia nord-ovest, oggi ha 28 anni. È stato bullo, teppista e persino rapinatore. Ha sbagliato e ha pagato, è finito in carcere. Prima al Beccaria. Dopo a San Vittore. In mezzo, i trasferimenti per cattiva condotta nelle carceri di Catania, Bari e Bologna e i tentativi nelle comunità di Varese e Arezzo. Poi l'incontro con le persone giuste, e la volontà, lentamente, di cambiare. Il diploma, l'università. All'inizio del 2020 è diventato dottore in Scienze dell'Educazione.
Alla sua laurea c'erano tutti: la pm del Tribunale per i minori che l'ha fatto condannare; Fiorella, l'insegnante in pensione che in carcere l'ha fatto studiare; don Claudio, cappellano del Beccaria e fondatore della comunità Kayròs, che l'ha rimesso in piedi. "Non mi sono mai sentito né carnefice, né vittima. Ho solo cercato in ogni modo di emergere come il più forte", spiega, dosando bene le parole. La sua è una storia di caduta e rinascita, di seconde opportunità e di capacità di coglierle. La racconta Andrea Franzoso in Ero un bullo. La vera storia di Daniel Zaccaro, in libreria dall'11 gennaio per De Agostini. Anche il loro incontro è una storia. "Noi siamo opposti", spiega Franzoso, mentre Daniel sorride, "io sono un ex bullizzato.
A scuola ero un secchione, Daniel mi avrebbe massacrato. E quando lui faceva le rapine, io ero ufficiale dei carabinieri, avrei potuto arrestarlo io".
Invece chi l'ha arrestata?
"Sono venuti a casa, a cercarmi. Ma l'avevo messo in conto, era parte del piano per diventare popolare. Mi dicevo "Così si affermerà ancora di più il mio nome in quartiere"".
Il quartiere è Quarto Oggiaro. Com'è stato crescere lì?
"Ruotava tutto intorno al palazzo popolare di via Lopez, numero 8. I primi ricordi sono legati al calcio. Tornavo da scuola, mi cambiavo e giocavo a pallone".
Conserva ancora il kit dell'Inter?
"Oggi tifo Juve, ma allora ero interista. La divisa era il mio orgoglio. Su di me c'era una grandissima aspettativa. Quando uno di Quarto Oggiaro va a giocare all'Inter diventa un po' il sogno di tutti. Ho sentito addosso troppa pressione. Ogni volta che toccavo il pallone ci si aspettava la giocata perfetta, se sbagliavo erano solo insulti. Ero contento quando mio padre non veniva alle partite".
Che rapporto ha oggi con i suoi genitori?
"Dopo il carcere e la comunità sono tornato a vivere con mia madre. Con mio padre non parlo da anni. Hanno divorziato quando avevo 8 anni. Mio padre a volte diventava violento, non ha avuto una vita facile nemmeno lui. Gli è rimasta una ferita aperta, ferita che a lungo ho avuto anch'io".
Che ricordo ha del primo furto?
"A 12 anni rubavo i tappini degli pneumatici delle auto. Sentivo l'adrenalina. Ma credo che quella fosse una ragazzata, non una cosa da criminali".
Cos'è da criminale?
"Quello che è venuto dopo. Rubare le biciclette, i motorini, i portafogli ai ragazzi della Milano bene. In quelle azioni trovavo piacere, mi sentivo appagato. Intanto a scuola erano iniziati i casini. Io che ero sempre andato bene accumulavo sospensioni, picchiavo i compagni".
Cosa si prova a essere un bullo?
"Ti senti sicuro di te stesso, ma è tutto basato sulla paura. Non guadagni rispetto, è timore. Il bullo, in realtà, è un bullizzato. Mio padre prima esercitava il controllo su di me, e io poi lo esercitavo sugli altri".
Qual è il momento in cui ha sentito che non poteva più tornare indietro?
"Ho rubato il cellulare a un ragazzo e si è messo a piangere, mi ha impietosito. Non potevo restituirglielo, ma mi sono tenuto solo la batteria. Poi c'erano le risse. Un giorno ho marinato la scuola per andare a rapinare una banca. Avevo 17 anni".
Cosa ricorda di quel giorno?
"Io e il mio migliore amico ci siamo promessi di lasciare il cuore a casa. Siamo stati dentro 3 minuti, ne siamo usciti con più di 10 mila euro. Nei quattro mesi successivi, abbiamo organizzato altre due rapine. Ero pieno di soldi, di donne, di adrenalina. Volevo le cose più belle: giubbotti, scarpe, regali per le fidanzate. Ci siamo comprati anche una macchina che guidavamo senza patente".
Non si sentiva in colpa?
"Un po', ma faceva parte del gioco. Comportarmi così mi portava a essere glorificato dagli altri. Il bene ti spinge a fare ancora più bene, il male è peggio: affascina. Quando ho iniziato a fare le rapine il mio sogno era prendere un portavalori, e sono certo che se l'avessi fatto non mi sarei fermato. Potevo uccidere, potevo essere un Vallanzasca".
Chi è stato il primo a darle una seconda possibilità?
"In carcere ho toccato la profondità del dolore. Quando sei così giù, provi a pensare di cambiare e allora ti si presenta davanti qualcuno che può aiutarti. Il primo è stato un brigadiere. Poi don Claudio. Infine a San Vittore, nel momento più buio, mi è apparsa Fiorella. Il suo sapere mi ha cambiato. Ho iniziato a divorare romanzi, saggi, tutta la letteratura italiana. Dante, Leopardi, Verga, le maschere di Pirandello. Mi sono detto: da qui, posso ripartire. Dopo San Vittore, don Claudio mi ha riaccolto nella sua comunità. All'inizio pensavo fosse fortuna, ma c'è un filosofo che dice "non esiste la fortuna, esiste il talento che incontra l'opportunità"".
Oggi, da educatore, cosa insegna?
"Che nessuno può salvare nessuno, devi farlo tu. Bisogna stare con gli adolescenti, dargli fiducia. E soprattutto essere coerenti".
Non ha paura di poter ricadere?
"Sì, ma non nel senso di compiere un reato. La psicologa del carcere mi ha scritto una lettera: "Ricordati che sei umano, non perfetto".
telegranducato.it, 18 gennaio 2022
Al via il corso di cucina per i detenuti delle sughere. Organizzato dal Rotary Mascagni Livorno in collaborazione con la Federazione Italiana Cuochi. Un'idea nata dalla commissione progetti del Rotary club Livorno "Mascagni" (nelle persone di Nicola Minervini, Annalisa Verugi, Stefano Mencarelli, Fabrizio Orlandi) coordinata dal presidente Vito Vannucci. Un'idea che è diventata realtà grazie alla collaborazione della Federazione Italiana Cuochi. Con la prima (di dieci lezioni) prende il via un corso di cucina per i detenuti della casa circondariale "Le Sughere".
"Per noi - spiega Vannucci - un altro appuntamento importante, di indubbia rilevanza sociale.. Il motto dell'anno del Rotary International è "servire per cambiare vite". Noi facciamo il possibile a livello locale, ma il contributo di tutti alla fine dovrebbe portare traguardi concreti. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone disponibili per completare un lavoro in equipe: tante buone volontà si sono messe insieme. E cercheremo di dare un seguito al progetto, con un secondo corso e iniziative similari".
L'insegnante Valerio Vittori, chef della Federazione Italiana Cuochi, comincia con l'elargire le norme principali ai 10 ragazzi del carcere selezionati:"Visto che il corso è focalizzato sulla panificazione, proporremo delle ricette di pane, pizza, schiacciata, nelle loro varie declinazioni. E anche pasticceria da panificio, con biscotti secchi e lievitati fritti, in modo che le cose apprese possano essere utilizzate in futuro, in un eventuale inserimento professionale. Ho scelto di fare lezioni pratiche dove i ragazzi mettono le mani in pasta, non voglio che stiano passivi guardando quello che faccio io. All'inizio sbaglieranno, ma è il metodo migliore".
Soddisfatto padrone di casa, il direttore del carcere Carlo Mazzerbo:"Un momento importante, bello e utile, per il quale ringrazio sentitamente di cuore il Rotary Mascagni che ce l'ha proposto. Effettivamente noi abbiamo bisogno di attività concrete, facili, anche da realizzare: la speranza è che qualcuno un domani possa utilizzare le nozioni apprese sul mercato del lavoro. Chi esce con un lavoro, ha meno probabilità di rientrare in carcere. E questo per noi è fondamentale".
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2022
Un compleanno tra i peggiori immaginabili. Con un cappio che gli fa macabramente compagnia dal 21 ottobre 2017, giorno della condanna all'impiccagione pronunciata da un giudice iraniano. Il 14 gennaio Ahmadreza Djalali ha trascorso il suo cinquantesimo compleanno chiuso in una cella minuscola, infestata da insetti, lontano dalla moglie e dai due figli in Svezia. Il 26 aprile saranno passati sei anni dal suo arresto e non è detto che ci arrivi: perché nel frattempo potrebbe essere stato scarcerato, certo, o perché purtroppo potrebbe essere arrivato il boia o le sue precarie condizioni di salute potrebbero averlo anticipato.
Djalali, scienziato di origini iraniane ma residente in Svezia, per alcuni anni ricercatore anche presso l'Università del Piemonte Orientale, è stato arrestato nell'aprile 2016 mentre era in Iran per motivi di lavoro e accusato di aver spiato in favore di Israele. Nei suoi confronti non è mai stata presentata alcuna prova. Ha sempre denunciato di essere stato costretto, con la minaccia di conseguenze per l'anziana madre residente in Iran e anche per la famiglia in Svezia, a "confessare" le sue colpe davanti a una telecamera, leggendo un testo scritto dalle persone che lo interrogavano.
In una lettera scritta dal carcere, nell'agosto 2017, ha accusato le autorità iraniane di aversi voluto vendicare per il suo rifiuto di collaborare a raccogliere informazioni riservate: "Sono uno scienziato, non una spia". Sessant'anni, sempre in carcere, li ha compiuti il 15 gennaio Abdul-Jalil al-Singace, accademico, blogger e difensore dei diritti umani del Bahrein, che da oltre dieci anni sta scontando una condanna all'ergastolo, inflittagli il 22 giugno 2011 da una corte marziale.
Come riconosciuto dalla stessa Commissione indipendente d'inchiesta del Bahrein, istituita nel 2011 dal governo di fronte alle proteste internazionali contro la violenta repressione delle manifestazioni dell'inizio di quell'anno, dopo l'arresto al-Singace venne tenuto in isolamento per due mesi, durante i quali venne torturato e sottoposto a molestie sessuali.
Molti protagonisti della "primavera" del 2011 in carcere sono anziani e in cattive condizioni di salute, spesso a causa delle torture subite dopo l'arresto. Lo stesso al-Singace ha diverse malattie croniche, soffre di sindrome post-polio, anemia, tensione cardiaca e parestesia ai muscoli e agli arti. Di conseguenza, richiede l'uso di stampelle o di una sedia a rotelle. Negli ultimi quattro anni la direzione del carcere di Jaw ha sempre rifiutato di accompagnarlo agli appuntamenti con medici specialisti.
Nel 2015 ha portato avanti uno sciopero della fame di 313 giorni per protestare contro le condizioni carcerarie e il trattamento degradante e inumano riservato ai detenuti. L'8 luglio scorso ha intrapreso un nuovo sciopero della fame, tuttora in corso, che intende proseguire fino a quando la direzione del carcere non gli restituirà un libro. Da novembre, di fronte al rifiuto di fargli effettuare videochiamate con la famiglia, rifiuta anche le flebo e va avanti solo a sale, zuccheri e tè.
di Gaetano De Monte
Il Domani, 18 gennaio 2022
Più di un anno e mezzo fa un bambino è morto di tubercolosi dopo essere rimasto isolato su una nave Le indagini, le associazioni e le testimonianze rivelano i dettagli di una misura che viene ancora adottata. "Durante la fase di navigazione (27 agosto 2020 - 5 settembre 2020), l'esistenza di una importante barriera linguistica, una presentazione clinica atipica, il setting assistenziale della nave poco appropriato e uno sbarco del paziente reso complicato dalle procedure anti Covid-19 hanno certamente rappresentato condizioni che hanno determinato un ritardo diagnostico".
Sono le conclusioni a cui sono giunti i consulenti tecnici dei magistrati nella perizia medico legale depositata alla procura di Siracusa nell'ambito dell'indagine sulla morte del minore di origini somale, Said, deceduto il 14 settembre del 2020 dopo essere stato trattenuto per quasi 10 giorni all'interno di una nave quarantena per migranti. E gettano un'ombra ulteriore sull'utilizzo di questo tipo di misura che la stessa ministra Luciana Lamorgese aveva dichiarato di voler eliminare. Said è stato il secondo minore migrante a morire, in pochi mesi, dopo essere stato ospitato su una nave quarantena per migranti.
La perizia - Ora sulla sorte di Said si addensano nuovi interrogativi, in parte contenuti nel documento di 45 pagine depositato alla procura siciliana dai consulenti tecnici, Maria Tea Teodoro, Fortunato Stimoli e Gaetano Scifo. In sostanza, i periti riconoscono in più passi della perizia che la permanenza per quasi dieci giorni sulla nave quarantena Allegra abbia aggravato le condizioni di salute di Said. Ma gli stessi consulenti scrivono anche "che anche una diagnosi tempestiva avrebbe dato al paziente in verità poche probabilità di sopravvivenza data la complessità e gravità della infezione tubercolare". E dunque - secondo i periti - Said sarebbe morto lo stesso, probabilmente, a causa delle complicanze della patologia. Però è altrettanto vero che avrebbe potuto evitare ulteriori sofferenze, provocate dal trattenimento per alcuni giorni sulle navi quarantena.
Il calvario - Come si legge nella relazione predisposta dal responsabile sanitario di bordo, "anche alla luce di una consulenza psicologica effettuata sulla nave, il paziente necessità di essere trasferito in struttura ospedaliera". Lo sbarco è avvenuto, ma soltanto il 7 settembre 2020, "quando il paziente è" finalmente "giunto nel presidio ospedaliero Muscatello", a Siracusa. Già dal 3 settembre "le condizioni del paziente avevano però iniziato a deteriorarsi ulteriormente sia dal punto di vista fisico sia psichico; successivamente il paziente era diventato incontinente e non autonomo e aveva cominciato a manifestare delle allucinazioni", si legge ancora nella sua cartella sanitaria. "Persistendo la incapacità ad alimentarsi e idratarsi più volte si è cercato di praticare l'infusione di liquidi che purtroppo ha avuto esito negativo". È il calvario di Said.
La battaglia della tutrice - L'indagine è nata dall'esposto presentato al Tribunale dei minorenni di Catania dalla tutrice di Said, l'avvocata Antonia Borrello. "Sono stata nominata tutore del minore l'11 settembre", aveva raccontato ai magistrati "nonostante la "legge Zampa" fissi tale obbligo entro tre giorni dall'arrivo in Italia del minore straniero non accompagnato.
I medici del reparto mi hanno detto che non potevano fornirmi la documentazione della nave Azzurra e che non sapevano rispondere alla mia domanda in merito al ritardato trasferimento dalla nave presso una struttura sanitaria". Al momento, la domanda non ha ancora trovato una risposta.
I costi del sistema - Ci sono poi altre domande sulla gestione delle navi quarantena per stranieri. Le ha rivolte, lo scorso marzo, alla Corte dei conti il Comitato verità e giustizia per i nuovi desaparecidos del Mediterraneo attraverso il suo presidente, l'avvocato Arturo Salerni. Il legale ha presentato un esposto chiedendo di "verificare se nei fatti descritti siano rinvenibili ipotesi di illegittimità e di danno erariale, e in caso positivo di individuare i soggetti responsabili".
Su quali siano stati i costi affrontati ci sono al momento solo ipotesi, a partire dalle cifre contenute nei bandi ministeriali. Nel frattempo, nonostante un costo giornaliero sostenuto dallo stato quattro volte superiore rispetto all'accoglienza nelle strutture a terra, e dopo le promesse del ministero dell'Interno, il sistema delle navi quarantena non è mai stato fermato.
Secondo i dati forniti dal progetto In limine dell'Associazione studi giuridici immigrazione, i migranti transitati dall'hotspot di Lampedusa, in soli tre mesi, dal primo luglio 2021 al 20 settembre 2021, e poi trasferiti per la quarantena sulle navi, sono stati 5.838; "ospitati" a bordo di nave Adriatico, nave Allegra, nave Atlas, nave Aurelia, nave Azzurra. A loro si aggiungono le oltre 10mila persone straniere finite in quarantena a bordo delle navi, secondo i conteggi di fine 2020 della stessa associazione. È un tipo di accoglienza che nella realtà nessuno, nel governo, sembra intenzionato a fermare. Ed è un affare legittimamente redditizio per le grandi compagnie di navigazione, ma anche per la Croce rossa che vi assicura a bordo l'assistenza sanitaria.
Testimoni a bordo - In realtà lo stesso presidente della Croce rossa italiana, Francesco Rocca, ha definito, in una recente intervista, "borderline, il modello nato all'inizio della pandemia e in un clima ostile da parte degli amministratori locali che non volevano accogliere i migranti. Un'esperienza che deve chiudersi con la fine dell'emergenza sanitaria", ha detto Rocca a Micromega.
Chi ha lavorato come operatore a bordo della nave Allegra quando c'era Said invece racconta, protetto dall'anonimato: "All'inizio mancava una adeguata strumentazione sanitaria e mancavano i macchinari". "A bordo, anche negli ultimi mesi, sono state ospitate diverse persone che poi dopo l'ingresso sulle navi quarantena si sono dichiarate minorenni, ma che non sono state fatte sbarcare sùbito".
Un'altra fonte che ha lavorato in un altro periodo più recente a bordo delle navi quarantena, racconta: "Dopo la fine della quarantena e lo sbarco a terra dalle navi, le persone vengono trasferite sugli autobus. Poi, in base a una lista che viene consegnata dai funzionari del ministero dell'Interno al personale della Croce rossa, molto spesso gli uomini di origine tunisina o provenienti dal Maghreb vengono destinati ai Centri per i rimpatri, i Cpr". "Non può non sorgere un dubbio - dice - che la pandemia sia soltanto un pretesto per sperimentare un metodo. Potrebbe essere sicuramente molto efficace per i "rimpatri veloci". Ma noi lo possiamo testimoniare: ha un costo in termini economici e di vite umane".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2022
Entro fine marzo la bozza: incontri con l'autore del reato e mediazioni, già sperimentati in tanti progetti, entreranno nell'ordinamento. Far incontrare l'autore del reato e la sua vittima. Per spiegarsi, con l'aiuto di mediatori penali e facilitatori, riconoscere le motivazioni dell'uno e il dolore dell'altro, fare (o ricevere) delle scuse. E arrivare a dare un senso a quello che è accaduto e, in qualche modo, a superarlo.
È la sfida della giustizia riparativa, il modello di risoluzione dei conflitti che tiene in considerazione non solo il reo, ma anche la vittima, i suoi diritti e il suo dolore. Come la ragazzina maltrattata dai compagni che l'accusano di portare sfortuna che incontra uno dei suoi persecutori per riceverne le scuse. O il piromane (condannato) di Sarno, in provincia di Salerno, che, a fine pena, si confronta con sindaco e cittadini.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 17 gennaio 2022
Tra il Consiglio di Stato e il Consiglio superiore della magistratura è in atto una sfida che mette in chiaro l'intreccio di questioni che si è creato negli ultimi anni. La sfida in atto tra il Consiglio di Stato e il Consiglio superiore della magistratura può aiutare a mettere in chiaro, per chi volesse vederlo, l'intreccio di questioni che hanno avvelenato il sistema della giustizia negli ultimi tre anni. Con cadenze e modalità quantomeno sospette, i giudici amministrativi di secondo grado hanno annullato le più importanti nomine fatte dall'organo di autogoverno delle toghe, che dalla primavera 2019 si barcamena tra scandali, dimissioni e tentativi non riusciti di riacquistare credibilità. Per responsabilità proprie e di chi, dall'esterno, vorrebbe approfittare della crisi per rimodellare a proprio piacimento l'autonomia e l'indipendenza dei giudici.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 gennaio 2022
Gennarino De Fazio, segretario nazionale della Uilpa Polizia Penitenziaria. "Nella stessa cella detenuti positivi conclamati e detenuti sani". La diffusione del Covid 19 ha avuto l'ennesima impennata nelle carceri, e in qualche istituto penitenziario avviene che ai detenuti sani, i quali condividono la cella con i positivi al virus, è consentito di sottoscrivere una dichiarazione con la quale si solleva l'Amministrazione penitenziaria e gli altri Enti da ogni responsabilità in caso di contagio. Di conseguenza, si consente quindi ai detenuti positivi di violare, di fatto, la quarantena. A lanciare l'allarme è Gennarino De Fazio, segretario nazionale della Uilpa Polizia Penitenziaria, il quale commenta anche l'esponenziale aumento dei casi di positività nelle carceri.
di Davide Varì
Il Dubbio, 17 gennaio 2022
La sentenza del Consiglio di Stato non scalfisce il Csm che oggi pomeriggio voterà di nuovo per Pietro Curzio e Margherita Cassano. Ma il clima è teso. Corsa contro il tempo, per il Consiglio superiore della magistratura, alla ricerca di una via d'uscita "onorevole" dopo l'annullamento delle nomine dei vertici della Cassazione. Si riunirà infatti oggi nel primo pomeriggio in presenza, la Quinta commissione del Csm che si occupa di incarichi direttivi, per trovare una soluzione dopo la dichiarazione di illegittimità - che di fatto ha "decapitato" il Palazzaccio - delle delibere di palazzo dei Marescialli che nel luglio 2019 aveva nominato Pietro Curzio come Primo presidente della Suprema Corte, e Margherita Cassano come sua "vice", vetta mai prima raggiunta da una donna magistrato.
- Cassazione cassata per poca prudenza
- Al Csm verso la riconferma di Curzio e Cassano, ma Unicost si mette di traverso
- La supplenza dei giudici. Consulta e diritti sociali
- Prato. Boom di positivi in carcere: "È impossibile isolarsi"
- Frosinone. Detenuto morto dopo giorni di sofferenze, spunta il giallo delle date corrette









