di Giulio Marotta
La Repubblica, 15 gennaio 2022
Imprese deboli e fondi pubblici obiettivi principali della criminalità organizzata. De Raho: "La modernizzazione delle mafie si completa investendo in aziende che non hanno accesso al credito bancario per la crisi. Le mafie non hanno bisogno di firmare atti, non hanno bisogno di documenti; al contrario occultano comportamenti illeciti con lo schermo di soggetti solo apparentemente sani, entrano così nel mercato dell'economia legale". Nel mirino anche il Pnrr.
Le ingenti risorse economiche che derivano dalle attività illecite (narcotraffico, traffico d'armi, estorsioni, gioco d'azzardo e scommesse, contrabbando) vengono riciclate dalle organizzazioni criminali nell'economia legale, anche attraverso un'attività di infiltrazione nelle imprese in difficoltà finanziaria. Per contrastare la presenza mafiosa nell'economia è essenziale il lavoro di intelligence degli apparati dello Stato per realizzare un'attività costante di prevenzione.
In questo contesto le interdittive antimafia colpiscono gli operatori economici in affari o in rapporto con le organizzazioni criminali o che ne subiscono il condizionamento. Le imprese destinatarie di interdittiva non possono infatti stipulare contratti e subcontratti relativi a lavori, servizi e forniture con pubbliche amministrazioni, enti pubblici ed aziende vigilate dallo Stato; nel caso di un contratto già in corso, ne è disposta la revoca oppure possono essere adottati provvedimenti di sostituzione degli amministratori dell'impresa e di controllo sulla sua attività, che ne permettano una gestione corretta, garantendo la prosecuzione di opere o servizi di importanza strategica (decreto-legge n. 90 del 2014).
Le nuove strategie delle organizzazioni mafiose - Le indagini della magistratura e l'analisi della Direzione investigativa antimafia confermano l'evoluzione delle organizzazioni di tipo mafioso, volte a sviluppare una fitta rete di relazioni e complicità per infiltrarsi in modo "silenzioso" nella realtà politica ed economica, ricorrendo in misura più residuale all'uso della violenza: se infatti calano gli "omicidi di tipo mafioso" e le "associazioni mafiose", c'è un sensibile aumento dei reati collegati alle infiltrazioni della criminalità organizzata nei settori produttivi e all'accaparramento illecito di fondi pubblici (corruzione, concussione, turbativa d'asta): tutto ciò permette ai clan mafiosi di "mimetizzare" meglio la propria attività criminale.
Come sottolineato dal Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, "la modernizzazione delle mafie si completa nel reinvestire capitali in soggetti economici deboli; in quei soggetti che non trovano più un accesso al credito bancario per la crisi. Le mafie non hanno bisogno di firmare atti, non hanno bisogno di documenti; al contrario occultano comportamenti illeciti con lo schermo di soggetti solo apparentemente sani, entrano così nel mercato dell'economia legale. Questo è veramente preoccupante".
Codice antimafia e interdittive - Il codice antimafia prevede una serie di misure per impedire lo svolgimento di attività economiche delle organizzazioni criminali, a partire dagli appalti pubblici (sin dall'avvio delle procedure di gara). In particolare, la legge prevede l'obbligo per le Amministrazioni pubbliche di verificare l'assenza del pericolo di infiltrazione mafiosa per i contratti di importo superiore a 150 milioni di euro e, sotto questa soglia, per alcune tipologie di lavori, considerate "come maggiormente esposte a rischio di infiltrazione mafiosa" (ad esempio trasporto di materiali e rifiuti, guardiania, concessioni di terreni agricoli legati a finanziamenti europei). Gli enti locali sciolti per mafia sono comunque obbligati a richiedere sempre la certificazione per 5 anni dalla data dello scioglimento, indipendentemente dal valore della transazione.
Nel corso del tempo, sotto la spinta di alcuni protocolli di legalità, le Amministrazioni richiedono la certificazione antimafia anche per contratti, contributi e sovvenzioni di limitato importo, nonché in caso di concessione di licenze e autorizzazioni per lo svolgimento di un'attività economica, indipendentemente cioè dall'erogazione di risorse pubbliche (come avvenuto, ad esempio, nei casi del servizio di autotrasporto o della gestione di una sala giochi). Per assicurare la verifica preventiva dell'assenza di infiltrazioni mafiose nelle aziende che hanno rapporti con le pubbliche amministrazioni, sono stati istituite le white list, cui si devono iscrivere le imprese, previa autorizzazione della prefettura, che appunto certifica l'assenza di cause ostative alla partecipazione ad appalti pubblici ed alla stipula dei contratti. A tal fine le imprese devono sempre comunicare le variazioni dell'assetto proprietario e dei propri organi sociali in modo da consentire le attività di verifica da parte della prefettura.
L'interdittiva antimafia, così come l'iscrizione alle white list, è rilasciata dalle Prefetture, al termine di approfonditi accertamenti sui possibili collegamenti tra imprese e criminalità organizzata. In quest'ambito un ruolo essenziale è svolto dalla Direzione investigativa antimafia (la DIA è nata 30 anni fa su un'intuizione di Giovanni Falcone), che effettua un monitoraggio costante degli appalti ed assicura una rapida istruttoria delle richieste di verifiche antimafia inoltrate dalle Prefetture.
La Banca Dati Nazionale unica della documentazione Antimafia, gestita dal Ministero dell'Interno e alimentata dalle Prefetture, grazie anche alle segnalazioni delle transazioni sospette provenienti dai diversi apparati dello Stato e dalle stesse associazioni di categoria, consente alle stazioni appaltanti e agli addetti ai lavori di conoscere la posizione antimafia aggiornata delle imprese. Il database consente anche di accelerare il rilascio di tutte le comunicazioni antimafia.
I dati sulle interdittive (1826 provvedimenti adottati dalle prefetture negli ultimi 4 anni) confermano l'estrema rilevanza del fenomeno delle infiltrazioni mafiose nell'economia legale. Va sottolineato che, accanto alle regioni con tradizionale radicamento mafioso (Calabria, Sicilia, Campani, Puglia) moltissime interdittive sono state emanate a carico di imprese che operano nel Nord Italia (in particolare Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte), a conferma delle analisi dell'ultima relazione della Direzione investigativa antimafia sul fatto che le organizzazioni mafiose non conoscono confini di settore e geografici.
"La mafia, la 'ndrangheta, la camorra, la mafia foggiana - ha detto De Raho - nascono su specifici territori per poi proiettarsi altrove. Questo è il segno della loro forza, costituire proprie cellule che sono cosche, 'ndrine, clan in altre regioni d'Italia. A questo segue la proiezione delle strutture economiche che operano su tutto il territorio nazionale per reinvestire e occultare i capitali accumulati. Quindi da una parte il controllo del territorio di provenienza anche attraverso l'uso della forza, e dall'altra parte il controllo dell'economia nei territori che vengono infiltrati. II salto di qualità è quando si superano i confini nazionali, quando la proiezione è di livello europeo e oltre oceano, ecco che diventa chiara la proiezione globale delle mafie. Una rete criminale che non ha confini o frontiere".
Cosa vuol dire "infiltrazione mafiosa nelle imprese" - L'interdittiva antimafia è una misura di carattere preventivo, che prescinde dall'accertamento di responsabilità penali o dall'esistenza di un vincolo associativo di tipo mafioso (le organizzazioni criminali utilizzano spesso prestanome incensurati per esercitare l'attività imprenditoriale). Colpisce perciò non solo i soggetti affiliati o contigui alla mafia ma anche le aziende le cui scelte sono condizionate (ad esempio attraverso l'intimidazione o l'estorsione) ed asservite ai loro interessi (vedi Consiglio di Stato n. 4061/2021, n. 5734/2021 e n. 7855/2021). E l'interdittiva è applicabile anche in caso di "tentativi di infiltrazione mafiosa", al fine di prevenire ogni possibile pericolo di ingerenza dei clan criminali nella vita delle imprese (Consiglio di Stato n. 3379/2021).
Il codice antimafia individua alcuni elementi-spia dell'infiltrazione mafiosa, come la condanna per taluni gravi delitti (ad esempio in relazione ad una gara d'appalto: vedi Consiglio di Stato n. 7503/2021), l'esistenza di misure di prevenzione o la mancata denuncia di delitti di concussione e di estorsione da parte dell'imprenditore. Al tempo stesso, nell'impossibilità di indicare in astratto tutte le modalità con cui si concretizzano i tentativi di infiltrazione mafiosa lascia comunque un ampio margine di discrezionalità alle prefetture nell'individuazione delle prove raccolte sul pericolo di infiltrazione mafiosa: l'elasticità della norma risulta necessaria proprio per evitare la facile elusione, da parte delle organizzazioni criminali, delle prescrizioni del codice che altrimenti perderebbe qualsiasi efficacia.
Dall'esame delle interdittive e dalla giurisprudenza amministrativa (che ha dato un importantissimo contributo a precisare le condizioni necessarie per giustificare un'interdittiva antimafia) assumono particolare valore, innanzitutto, i legami tra diverse imprese, per tener conto delle continue mutazioni societarie effettuate dalle organizzazioni criminali per eludere la normativa antimafia (vedi ad esempio le sentenze del Consiglio di Stato n. 7545/2021, n. 7502/2021 e n. 7890/2021): parti di aziende colpite da interdittiva sono cedute ad altre società con nomi, sedi e rappresentanti diversi mentre le associazioni mafiose continuano ad esercitare un controllo "dietro le quinte" (Consiglio di Stato n.3530/2021); oppure può verificarsi il caso di un'azienda che si avvale della collaborazione continuativa, in termini di mezzi e personale (ad esempio per un subappalto), di un'altra impresa già colpita da informazione interdittiva (Consiglio di Stato n. 3890/2016 e n. 7503/2021).
Può anche assumere rilievo, ai fini dell'interdittiva antimafia, l'assunzione di un numero elevato di persone con precedenti penali gravi, ovvero i rapporti di frequentazione assidua dei titolari, soci, amministratori con soggetti raggiunti da provvedimenti di carattere penale o da misure di prevenzione antimafia (Consiglio di Stato n. 4293/2021 e n. 5042/2021). Anche i rapporti di parentela, che di per sé non costituiscono un elemento di prova, possono essere utilizzati ai fini dell'interdittiva quando sia dimostrata l'esistenza di una effettiva "disponibilità" dell'impresa verso le attività dei gruppi criminali sotto il profilo finanziario, commerciale, lavorativo etc. (Consiglio di Stato n. 2651/2020 e n. 4056/2021): tali organizzazioni inseriscono spesso nell'azienda familiari incensurati ma facilmente controllabili, in ragione proprio dei fortissimi vincoli familiari che caratterizzano i clan mafiosi (Consiglio di Stato n. 5770/2021).
La legittimità costituzionale della disciplina del codice antimafia - I giudici hanno affrontato in molteplici occasioni il tema della legittimità costituzionale della normativa sulla certificazione antimafia, con riferimento anche all'utilizzo estensivo di tale istituto al fine di impedire l'esercizio di ogni attività economica da parte di aziende legate ad organizzazioni criminali.
In particolare, la Corte costituzionale (sentenze n. 4 del 2018 e n. 57 del 2020), ha giudicato non fondate le questioni di costituzionalità, sottolineando che di fronte di una situazione di particolare pericolo di inquinamento dell'economia legale si giustifica anche la compressione del diritto di impresa: "Il legislatore, rispetto agli elementi di allarme desunti dalla consultazione della banca dati può legittimamente reagire attraverso l'inibizione, sia delle attività contrattuali con la pubblica amministrazione, sia di quelle in senso lato autorizzatorie, prevedendo l'adozione di un'informazione antimafia interdittiva che produce gli effetti anche della comunicazione antimafia".
I giudici amministrativi hanno evidenziato che il codice antimafia è volto a garantire non solo il buon andamento e l'imparzialità della pubblica amministrazione, ma anche un sano regime concorrenziale tra le imprese (spesso le aziende legate alla criminalità organizzata operano in una situazione di parziale illegalità: evasione fiscale e contributiva, mancato rispetto della normativa sul lavoro); l'interdittiva, emessa al termine di un'approfondita analisi dei fatti, consente alle prefetture di intervenire in modo tempestivo e di prevenire così comportamenti e pratiche lesive dei valori sopra enunciati.
Gli accertamenti devono comunque essere effettuati con estremo rigore, e adeguatamente motivati, tenendo conto anche di circostanze sopravvenute che modifichino il quadro indiziario delineato dalla prefettura: a tal fine l'azienda ha diritto a chiedere il riesame della pratica ovvero a presentare ricorso. Proprio la giurisprudenza amministrativa, cui spetta un'accurata valutazione degli elementi raccolti e degli argomenti difensivi dei soggetti interessati, ha dato un importante contributo a precisare le condizioni indispensabili per emanare un'interdittiva antimafia (vedi le sentenze del Consiglio di Stato n. 2141/2019 e n. 1825/2021). E l'inadeguatezza degli elementi raccolti dalla prefettura determina l'annullamento dell'interdittiva (Consiglio di Stato n. 5312/2021 e n. 7316/2021).
Recentemente sono state inoltre rafforzate le garanzie dei soggetti coinvolti nelle procedure di verifica delle prefetture: con il decreto-legge n. 152 del 2021, infatti, è ora prevista la possibilità delle aziende, raggiunte da un "preavviso di interdittiva" (con cui sono precisati gli elementi rilevatori del tentativo di infiltrazione mafiosa) di essere ascoltate e presentare una memoria difensiva (art. 48). Al termine del procedimento, il prefetto può valutare l'applicazione, nel caso specifico, delle disposizioni che consentono la prosecuzione dell'attività dell'impresa in regime di controllo giudiziario.
Gli appetiti delle mafie sulle risorse del PNRR - Da più parti sono stati sollevati allarmi sul forte interesse delle mafie di accedere alle ingenti risorse messe a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per contrastare le organizzazioni criminali sarà pertanto necessario attivare tutti gli strumenti previsti dalla normativa antimafia, alla luce anche delle più recenti disposizioni. Si segnalano al riguardo gli interventi in materia di riciclaggio e lo scambio di informazioni finanziarie tra le diverse amministrazioni per le indagini riguardanti la criminalità organizzata e altri gravi reati (vedi in particolare la direttiva UE 2019/1153); ovvero l'applicazione per un periodo di 6/12 mesi, in alternativa all'interdittiva, di una serie di misure di controllo sull'attività dell'impresa (interventi di natura organizzativa, obbligo di comunicare tutti i documenti di rilievo per la gestione aziendale, utilizzo di un conto corrente dedicato per favorire la tracciabilità delle operazioni finanziarie, eventuale nomina da parte del prefetto di esperti che collaborino con l'azienda etc.), nei casi meno gravi di agevolazione "occasionale" ai clan mafiosi (decreto-legge n. 152 del 2021, art. 47 e 49).
Quest'ultima disposizione appare volta a "recuperare alla legalità" imprese, coinvolte in fenomeni di infiltrazione mafiosa, che manifestino la capacità di affrancarsi completamente dalla criminalità organizzata: al termine di tale periodo di "controllo attivo" la prefettura potrà infatti rilasciare un'informazione antimafia liberatoria. Come osservato dal Procuratore Nazionale Antimafia, sarà importante verificare la concreta applicazione della nuova normativa, al fine di verificare, attraverso un costante monitoraggio, la piena funzionalità dei diversi strumenti previsti dal codice antimafia per il contrasto delle infiltrazioni della criminalità organizzata nell'economia.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 gennaio 2022
La Cassazione aveva annullato con rinvio la prima pronuncia di secondo grado. La decisione della Corte di giustizia europea che dichiarò illegittima la condanna di Bruno Contrada, ex numero due del Sside ritenuto responsabile del reato di concorso in associazione mafiosa, "non influisce sulle fonti di prova che hanno portato i giudici di merito ad affermarne la penale responsabilità, profilo sul quale la Cedu non ha mosso rilievi.
Le motivazioni della "bocciatura" della Corte di Strasburgo poggiano infatti sulla "imprevedibilità del reato di concorso esterno in associazione mafiosa" all'epoca dei fatti contestati a Contrada e non sul fatto che "gli elementi posti a fondamento del giudizio siano stati acquisiti nel rispetto delle regole del giusto processo".
E' il ragionamento della Corte d'appello di Palermo che, su rinvio della Cassazione, è tornata a pronunciarsi sul risarcimento per ingiusta detenzione per Contrada. Una prima sentenza glielo aveva concesso, poi i giudici romani avevano annullato con rinvio il provvedimento chiedendo un nuovo processo che ha negato il risarcimento all'ex poliziotto. Oggi la corte ha depositato le motivazioni della sentenza. La sentenza della Cassazione, che revocò gli effetti penali della condanna di Contrada dopo la pronuncia della Cedu, secondo la corte d'appello, non ha affatto escluso la sussistenza dei fatti contestati al funzionario di polizia e processualmente accertati.
"I giudici hanno ritenuto provate sulla base di una piattaforma probatoria ponderosa ed eterogena una serie di comportamenti illeciti di Contrada", si legge nel provvedimento.
Pertanto per la corte d'appello l'ex numero due del Sisde "non può essere considerato vittima". I giudici addebitano a Contrada "opache e compromettenti frequentazioni che sarebbero scevre da ragioni di servizio e di comportamenti volti a favorire e rafforzare la mafia". Per cui sostiene la corte era prevedibile per chiunque e in particolare per un poliziotto che lo Stato avrebbe reagito con provvedimenti restrittivi e sanzionatori. La misura cautelare per cui si chiede il risarcimento indipendentemente dal fatto che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse codificato all'epoca, non solo era giustificata ma "si imponeva come doverosa in relazione alla oggettiva gravità e perduranza delle condotte criminose". Contro il risarcimento del danno per ingiusta detenzione all'ex 007 si è sempre opposto il pg Carlo Marzella.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 15 gennaio 2022
Le misure adottate dal governo non possono che riguardare anche i penalisti, al pari dei medici, dei docenti e di altri esercenti funzioni sociali di difesa primaria dei diritti dei cittadini. Quelli che protestano per fortuna sono pochi.
Questa maledetta pandemia ha da subito posto problemi complessi in tema di esercizio del diritto di difesa, come era ovvio che fosse. Accadde, lo ricorderete, nel primo e nel secondo lockdown ai quali siamo stati tutti costretti, canti sui balconi, inno nazionale quotidiano eccetera. Il tentativo che subimmo, insidioso quanti altri mai perché forte di una obiettiva quanto inedita condizione di emergenza sanitaria, fu quello della smaterializzazione del processo.
"Facciamo i processi su Zoom", ci venne detto. L'Unione delle Camere Penali Italiane reagì con durezza e determinazione. Vada eccezionalmente per le udienze di convalida degli arresti; d'accordo sulle udienze di discussione in Corte di appello e di Cassazione solo su richiesta espressa del difensore (ma senza camere di consiglio da remoto, in ogni caso); ma per il resto guai a "ridurre ad icona", dicemmo, il diritto di difesa, che è garantito solo da un processo svolto fisicamente nelle aule. Se non si può fare, si rinvii a quando sarà possibile.
L'Associazione magistrati impegnò tutte le sue forze contro la nostra posizione, che infine tuttavia prevalse, un risultato che orgogliosamente rivendichiamo come pressoché miracoloso (governo Conte 2, Ministro Alfonso Bonafede, giusto per non perdere memoria delle cose). Abbiamo anche combattuto contro gli abusi regolamentari degli accessi agli uffici piovuti come la grandine su tutti gli uffici giudiziari italiani; contro la pretesa - infine sanzionata dalla Corte Costituzionale di sospensione del corso della prescrizione per carenze organizzative autodiagnosticate dai capi degli uffici; e molto altro ancora.
Questo hanno fatto, in tempi di Covid, le Camere Penali italiane a tutela del diritto di difesa che, come dovrebbe essere a tutti noto, è un diritto dei cittadini, non una guarentigia corporativa degli avvocati. Una parte non piccola dei quali, aggiungo, all'epoca protestò contro quelle nostre battaglie, invocando il diritto al lavoro (che ovviamente sarebbe stato largamente favorito dalla celebrazione dei processi su piattaforma digitale). L'avvento dei vaccini ha consentito un seppur parziale e precario recupero della normalità: siamo potuti uscire dalle nostre case e rientrare nelle aule di giustizia a fare il nostro mestiere.
Ora infuria (in tutto il mondo) la quarta ondata pandemica, e si rischia di nuovo di guardare la vita dal balcone di casa. Come è a tutti noto, questa pandemia intanto impatta sulla vita sociale e sulla libertà ed i diritti di tutti noi, in quanto le sue conseguenze cliniche più gravi, ancorché percentualmente modeste, impongono il ricovero nei reparti di terapia intensiva, che hanno ridottissimi limiti di capienza. È altrettanto pacifico che i vaccinati, pur solo parzialmente protetti dal contagio, lo sono invece ampiamente dalle conseguenze patologiche più gravi o letali. Il Governo ha dunque ritenuto di adottare misure volte manifestamente ad incentivare la copertura vaccinale, oltre che a ridurre fortemente gli accessi nei luoghi pubblici alle persone più esposte al contagio. Queste misure non possono che riguardare anche gli avvocati, al pari dei medici, dei docenti, e di altri esercenti funzioni sociali di difesa primaria dei diritti dei cittadini.
Dunque, la indignata invocazione - da parte, fortunatamente, di una assai ristretta minoranza di noi avvocati - di una pretesa violazione del diritto di difesa dei cittadini assistiti dagli avvocati (perché di questo si tratta) che non intendano vaccinarsi né acquisire certificazione sanitaria abilitativa all'accesso agli uffici giudiziari, appare frutto di un radicale fraintendimento dei principi in gioco.
Quella di non vaccinarsi e addirittura di contestare l'onere di certificazione sanitaria è una scelta del singolo cittadino avvocato, che perciò stesso non può intestare in capo a chi la compie una condizione di impedimento legittimamente invocabile (salva, ovviamente, la documentata impossibilità di acquisire la certificazione richiesta).
Certo, si può ben contestare - tema certamente complesso l'obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni; assai meno richiederne una deroga per la categoria degli avvocati. Noi della Giunta Ucpi abbiamo con convinzione ritenuto di indicare una scelta precisa tra il dovere di solidarietà sociale e di garanzia della salute della collettività cui la pandemia ci richiama tutti, ed una malintesa e solo indiretta tutela del diritto di difesa, sulla quale, come ho appena ricordato, non abbiamo certo da ricevere lezioni da nessuno.
Mi sia infine consentita una nota personale: nella mia vita ho avuto la fortuna di partecipare, e perfino di dare il mio piccolo contributo, a quarant'anni delle più straordinarie battaglie libertarie di questo Paese. Ricevere lezioni di libertarismo da chi nemmeno le ricorda, ed anzi spesso proviene con ostentato orgoglio da storie politiche dichiaratamente totalitarie ed illiberali, un po' mi fa sorridere, ma molto di più mi racconta l'impazzimento che sembra attraversare questi nostri difficilissimi tempi.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 15 gennaio 2022
L'annuncio nel giorno della visita della ministra Cartabia: "Qui molte criticità". L'annuncio è arrivato al termine dell'attesa visita della ministra Cartabia a Sollicciano. Undici milioni, di cui 7 dello Stato e 4 della Regione, saranno investiti per rifare il carcere attraverso lavori strutturali. La visita della ministra è stata anche l'occasione per vedere da vicino le pessime condizioni in cui versa la struttura: "Ma anche il carcere fa parte della Repubblica", ha sottolineato Cartabia.
Undici milioni per rifare Sollicciano. È quanto stanziato dal Ministero della Giustizia (7 milioni) e dalla Regione (4 milioni) per dare nuova vita, entro il 2024, al penitenziario fiorentino. Una svolta importante annunciata ieri dalla ministra della giustizia Marta Cartabia che, dopo l'invito del sindaco Dario Nardella, è arrivata in visita al carcere incontrando alcuni detenuti e agenti, rendendosi personalmente conto del degrado in cui versa l'istituto.
La cifra più corposa (4,5 milioni) sarà utilizzata per realizzare opere di efficientamento energetico: installazione di pannelli fotovoltaici e sostituzione degli infissi nelle aree detentive, negli uffici e nelle caserme. Ci sono poi 2,6 milioni che saranno destinati alla sistemazione delle facciate esterne, alla coibentazione di tutti i padiglioni detentivi con la conduzione di acqua calda nei reparti dove adesso manca. Quasi 2 milioni andranno al potenziamento della videosorveglianza esterna, con tanto di sistema anti scavalcamento. E ancora 1,4 milioni serviranno per realizzare due campi da calcetto. Saranno poi rifatte le docce, rimossi i parapetti in degrado presenti sul camminamento di ronda e ristrutturati chiesa e teatro del reparto femminile.
"Questo penitenziario ha molte criticità a partire dalle strutture, gli edifici e i locali, per continuare con le condizioni generali che portano a situazioni di aggressioni nei confronti della polizia che sono situazioni gravi e difficili da gestire - ha detto la ministra Cartabia - Difficoltà di vigilanza ma anche condizioni che mettono i detenuti in situazioni tali da praticare forme di autolesionismo e tentativi di suicidio.
Tutto questo - ha aggiunto - richiede risposte articolate e complete ma venire a visitare il carcere ha anche significato vedere dei lavori in corso, ho potuto constatare con i miei occhi che non si tratta solo di progetti ma che una forte importante ristrutturazione straordinaria è in atto. Tutta la Repubblica in tutte le sue autorità di vario livello - ha concluso - si interessa al carcere, perché è parte delle Repubblica Italiana".
"È fondamentale - ha detto il sindaco Nardella - che Sollicciano non sia vissuto come un luogo avulso ed estraneo alla vita della città, che si possa fare il massimo dell'investimento possibile sul reinserimento sociale dei detenuti perché possano uscire migliori di come sono entrati proprio per evitare che i livelli di recidiva possano essere alti a scapito della comunità della stessa città. Abbiamo anche chiesto un impegno a valutare e a studiare tutte quelle che sono le possibili azioni di intervento strutturale su quella che è una struttura carceraria che ha molti limiti funzionali".
La ministra ha anche incontrato il cappellano del carcere don Vincenzo Russo, che ha lasciato a Cartabia una lettera: "La pandemia da Covid - è scritto nella missiva - si è affiancata alla presenza in carcere di persone malate, tossicodipendenti, disagiati psichici, malati comuni e gravi, che faticano ad avere cure adeguate ed assistenza". E proprio il Covid è un'emergenza di Sollicciano, visto che sono circa cento i detenuti positivi, tutti trasferiti in un singolo reparto in isolamento dal resto della popolazione carceraria.
di Davide Ferrario
Corriere di Torino, 15 gennaio 2022
Qualche giorno fa Rosalia Marino, direttrice reggente del "Lorusso e Cutugno", se ne è andata, esternando la delusione per l'abbandono in cui il carcere delle Vallette è stato lasciato da tutti. Non solo: i primi tre classificati del concorso per il nuovo direttore hanno rinunciato, preferendo altre sedi. Oggi, purtroppo, è facile leggere sulla stampa che il penitenziario di Torino è "il peggiore del Paese", perfino di certi istituti che hanno causato all'Italia le ripetute condanne della Corte Europea. È una bruttissima notizia per la città, in particolare per chi delle Vallette ha una conoscenza diretta.
Io ci ho fatto il volontario per sette anni, girandoci anche un film con guardie e detenuti (Tutta colpa di Giuda, nel 2009, con Kasia Smutniak e Fabio Troiano): e quell'istituzione non assomigliava per nulla a quella di oggi. Mi risuonano però in mente le parole profetiche di Pietro Buffa, il direttore che in quegli anni ne aveva fatto un istituto modello: "Lei filmerà gli ultimi momenti di un'idea di carcere destinata a sparire". Quell'"idea" era un progetto in cui carcere e società si parlavano e si aprivano vicendevolmente: perché la galera non è un luogo "altro", ma il diretto prodotto di ciò che gli sta intorno. Certo, si sa che la maggioranza dell'opinione pubblica prende alla lettera la definizione di "penitenziario": e cioè un luogo di pena il cui unico scopo è il castigo.
Ma anche tralasciando il dettato costituzionale, per cui la pena non deve essere afflittiva ma tesa al recupero del detenuto, basterebbe pensare a quanto costa un sistema così inefficiente. Che direste di un ospedale in cui i malati non vengono curati ma solo parcheggiati e poi rimessi fuori tali e quali a prima del ricovero? È esattamente quello che succede nelle galere italiane. Eppure a Torino, nel primo decennio del 2000, c'erano numerosi progetti di attività per i detenuti; c'era una mailing list di 1500 cittadini "normali" che a turno incontravano i detenuti nel cinema-teatro; c'erano attività che educavano al lavoro.
Soprattutto, c'era un clima umano che è drammaticamente peggiorato proprio a causa dell'abbandono dell'istituzione a sé stessa di cui parla l'ex-direttrice. Chi conosce la galera solo dai film, non capisce che ogni carcere è una sorta di piccolo paese dove convivono forzatamente non solo i condannati, ma anche gli agenti e il resto del personale: che del sistema non sono i padroni, ma gli ostaggi. Un sistema che si regge su un equilibrio fragile, che dipende molto dalla capacità dei direttori di gestire i rapporti tra detenuti e personale. Al netto di tutti i buonismi, la mia esperienza alle Vallette fu quella di un luogo in cui, nell' inevitabilità del rapporto carcerato carceriere, esisteva un sostanziale rispetto.
Oggi, a quel che leggo e che mi viene detto, è invece in corso una sorta di guerra di tutti contro tutti, che produce violenza indifferenziata e spesso autolesionista. Il primo segnale del degrado del Lorusso e Cutugno fu infatti il terribile evento del dicembre 2013, che coinvolse due agenti, uno dei quali uccise l'altro e poi si sparò davanti ai colleghi in mensa. Da lì in poi delle Vallette si è parlato solo per vicende sempre più drammatiche: torture ai detenuti, suicidi, proteste per mancanza di personale, morti per incuria. Il "Sestante", la sezione per gli psichiatrici, è stata chiusa a novembre in quanto "reparto degli orrori".
Questo declino, che dura da anni, si è svolto nell' indifferenza. Nona caso il carcere è piantato là, in fondo alla città, in un cul-de-sac, separato dal resto del mondo. Non si tratta solo di una misura di sicurezza: rivela l'inconscia reazione della società. Come disse Claudia Clementi, la direttrice che succedette a Buffa cercando di continuarne il lavoro: "Il carcere è percepito come una discarica sociale dove non si fa nemmeno la raccolta differenziata".
di Gaetano de Stefano
La Città di Salerno, 15 gennaio 2022
Protestano i familiari dei detenuti: applicate la liberazione anticipata speciale. Protestano i detenuti del carcere di Salerno-Fuorni. E lo fanno attraverso la "battitura", ossia facendo "suonare" le inferriate delle celle percuotendole con utensili o qualsiasi altro attrezzo utile per produrre il tintinnio. Che diventa quasi una nenia alle 9.30 in punto, quando viene dato il là al "concerto". Fuori, a dare man forte alla protesta pacifica, ci sono i parenti dei detenuti, assieme a Donato Salzano dell'Associazione Radicale "Maurizio Provenza" che chiedono la "liberazione anticipata speciale" per "scongiurare il flagello in atto in queste ore nelle carceri con la diffusione del virus". E che il sindaco di Salerno, Enzo Napoli firmi la petizione "per una somministrazione del vaccino e la diagnostica efficace e in sicurezza in città fuori e dentro le mura del carcere" tenuto conto che il virus sta facendo danni anche all'interno del carcere di Fuorni, con 7 detenuti e 21 agenti di polizia penitenziaria positivi. Alla protesta pacifica s'aggiunge anche il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, che ascolta i familiari che denunciano anche le lungaggini burocratiche per i colloqui e la precarietà dello spazio antistante il carcere dove attendono di essere chiamati per entrare nella struttura penitenziaria.
I problemi del carcere. Ciambriello, quindi, entra nella Casa circondariale, accompagnato dalla direttrice dell'Istituto Rita Romano, dalla comandante Grazia Salerno, e s'incontra coi detenuti delle sezioni 3A e 3B e una delegazione dell'alta sicurezza e del reparto femminile. E all'uscita "svela" i principali problemi riscontrati, tra cui sovraffollamento, malasanità, ritardi della magistratura di sorveglianza, celle fatiscenti. "Sono questi i temi - evidenzia il garante dei detenuti - posti al centro sia di una lettera che mi hanno inviato i detenuti che della protesta. Nei vari reparti ho potuto riscontare queste criticità. Incredibilmente, dopo aver effettuato il tampone l'esito sia della positività che negatività al Covid-19 viene comunicato, in qualche caso, da alcuni dei loro familiari, prima che dalla stessa direzione sanitaria dell'Istituto".
Assenza di spazi sanitari. È carente, per usare un eufemismo, anche l'organizzazione sanitaria. "Nei singoli reparti - rimarca Ciambriello - non c'è uno spazio sanitario, ma un'unità centrale. Ho visto diversi detenuti malati oncologici o con patologie post operatorie, che stanno nelle celle normali insieme agli altri. Mi auguro che al più presto anche questo carcere si doti di un servizio di assistenza integrata, un reparto di infermeria perché il diritto alla salute, alla dignità del detenuto alla vita è fondamentale come la certezza della pena". Difficoltà d'accesso anche per i medici privati, "in primis dentisti - precisa Ciambriello - a cui non vengono concessi spazi e attrezzature sanitarie presenti all'interno dell'Istituto".
Sos sovraffollamento. Anche il numero dei detenuti è maggiore rispetto alla capienza dichiarata sul sito del Ministero della Giustizia. Attualmente sono nella struttura, che può contenere al massimo 390 reclusi, 471 persone, di cui 413 uomini (70 nell'alta sicurezza) 34 donne, 17 semiliberi che sono in licenza straordinaria nelle rispettive abitazioni, nonché 7 detenuti ristretti nell'articolazione psichiatra.
Le carenze d'organico. Tra i mali atavici del carcere di Fuorni c'è anche la carenza d'organico. "La struttura - spiega Ciambriello - dovrebbe avere un vice-direttore che purtroppo non c'è, un comandante, e due vice che non ci sono; c'è solo una "vice" che esercita la funzione di comandante. Mancano 34 agenti: durante i turni notturni, all'interno dell'Istituto, ne restano appena 9 per custodire l'intero istituto. La politica non potenzia il numero degli agenti, degli educatori e assistenti sociali. Tra l'altro i detenuti hanno messo in risalto proprio l'assenza delle assistenti sociali". E note dolenti arrivano anche dai procedimenti penali che, il più delle volte, sono lunghissimi. "La magistratura di sorveglianza - rivela Ciambriello - in qualche caso ha fissato le udienze dopo la scarcerazione; altri detenuti, in particolare donne, per un periodo sono usciti in permesso, beneficio previsto dalla normativa che ora però gli è stato negato".
Corriere di Viterbo, 15 gennaio 2022
Detenuto in sciopero della fame da oltre una settimana per assenza di cure. È la storia di Bernd Feil, 57enne, di origini tedesche, recluso presso il carcere di Mammagialla, il quale da più di 7 giorni ha iniziato la sua personale protesta per non aver ottenuto l'assistenza sanitaria adeguata dopo che gli è stata diagnosticata la rottura del tendine d'Achille al piede destro.
Dopo l'infortunio e i successivi accertamenti clinici, le richieste del cinquantenne, che sta scontando una pena nella prigione viterbese, secondo l'avvocato Paolo Labbate che lo rappresenta, sembra non siano ancora state prese in considerazione.
"Bernd parla e capisce benissimo l'italiano. La madre è originaria della Calabria. In questo periodo abbiano inoltrato diverse sollecitazioni a chi di dovere per smuovere le acque. Nonostante tra l'altro una pec inviata alla dirigente del penitenziario e la segnalazione partita dallo stesso detenuto ancora non abbiamo avuto alcun riscontro - ha riferito il legale del 57enne.
Ieri mattina sono andato a trovarlo per discutere con lui delle sue vicende giudiziarie e purtroppo non sta bene. Ho constatato che è dimagrito parecchio. E com'è comprensibile è anche molto provato sia dai dolori ma soprattutto dal digiuno che ha deciso di intraprendere nella speranza che qualcuno intervenga".
Il difensore del detenuto ha fatto sapere inoltre di aver provveduto proprio in questi giorni a informare della situazione e della condizione detentiva del proprio assistito anche l'ambasciata tedesca.
di Luca Kocci
Il Manifesto, 15 gennaio 2022
Appello al governo. Tra i firmatari della missiva: Acli, Azione cattolica e Pax Christi. "L'Italia firmi il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari". Lo chiedono, in un appello congiunto, i dirigenti nazionali di cinque fra le più importanti associazioni e movimenti cattolici italiani: Acli, Azione cattolica, Comunità papa Giovanni XXIII, movimento dei Focolari e Pax Christi.
La prossima settimana sarà un anno esatto dall'entrata in vigore del Trattato che dichiara illegale l'uso delle armi nucleari (Tpnw), adottato dall'Onu il 7 luglio 2017 e diventato esecutivo il 22 gennaio 2021, ovvero novanta giorni dopo la ratifica da parte di cinquanta Stati. L'Italia non è fra questi. Così come ovviamente non ci sono le potenze atomiche "ufficiali" (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina), che però lo scorso 4 gennaio, in un messaggio al Consiglio di sicurezza dell'Onu, hanno avuto l'ipocrisia di affermare che le armi nucleari rappresentano una grave minaccia per tutta l'umanità, che "non c'è modo di vincere una guerra nucleare" e che per questo "non deve mai essere combattuta".
Dopo un primo appello lo scorso 2 giugno, "Per una Repubblica libera dalle armi nucleari", che fu sottoscritto da 44 associazioni e movimenti del mondo cattolico, ora in cinque rilanciano l'iniziativa e chiamano a raccolta gli altri, chiedendo all'Italia di firmare, alla vigilia del primo anniversario dell'entrata in vigore del Trattato e anche in vista della Conferenza Onu di Vienna di marzo, quando si riuniranno i Paesi che finora lo hanno sottoscritto.
Citano don Primo Mazzolari: "Abbiamo bisogno di giustizia sociale, non di atomiche". E citano papa Francesco, che nel messaggio per la Giornata mondiale della pace ha denunciato l'aumento della spesa militare e il taglio agli investimenti per la scuola (v. il manifesto del 2 gennaio). E che lunedì scorso, incontrando in Vaticano gli ambasciatori dei 183 Paesi che hanno rapporti diplomatici con la Santa sede, ha detto che "le armi nucleari sono strumenti inadeguati e inappropriati a rispondere alle minacce contro la sicurezza", "il loro possesso è immorale", "la loro fabbricazione distoglie risorse alle prospettive di uno sviluppo umano integrale" e "il loro utilizzo, oltre a produrre conseguenze umanitarie e ambientali catastrofiche, minaccia l'esistenza stessa dell'umanità" (v. il manifesto del 2 gennaio).
Ma citano anche la proposta dei cinquanta premi Nobel, fra cui i fisici italiani Carlo Rubbia e Giorgio Parisi: un negoziato comune tra tutti gli Stati membri dell'Onu per ridurre del 2% ogni anno, per cinque anni, le spese belliche di ciascun Paese, liberando così un "dividendo di pace" di mille miliardi di dollari entro il 2030. E la campagna "Italia Ripensaci" (promossa da Rete disarmo e da Senzatomica), ramo italiano della Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari (Ican), che nel 2017 è stata premiata con il Nobel per la pace.
"Intendiamo rinnovare il nostro appello affinché anche il nostro Paese ratifichi il Trattato Onu, unendosi così agli oltre cinquanta altri Stati che l'hanno già fatto", scrivono nel documento Giuseppe Notarstefano (presidente nazionale Azione cattolica), Emiliano Manfredonia (presidente nazionale Acli), Giovanni Paolo Ramonda (responsabile generale Comunità papa Giovanni XXIII), Cristiana Formosa e Gabriele Bardo (responsabili nazionali Movimento Focolari) e monsignor Giovanni Ricchiuti (presidente nazionale di Pax Christi).
"Chiediamo che il governo del nostro Paese sia presente, almeno in qualità di osservatore, alla Conferenza di Vienna del prossimo mese di marzo 2022, che riunirà tutti i Paesi che hanno ratificato il Trattato Onu".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 15 gennaio 2022
Alla sua prima udienza come avversario gli capita il sostituto procuratore responsabile della sua condanna all'ergastolo che non nasconde lo smarrimento: "Ma come fai essere qui!?", esclama stupito. La risposta è folgorante: "Impegno e buona volontà. Non so quale sia il tuo metodo".
In effetti Aaron Wallace, protagonista di For Life la serie scritta e ideata da Hank Steinberg, prodotta dal rapper 50 Cents e approdata da alcuni giorni su Netflix, è un monumento all'intelligenza e alla forza di volontà. "Non ha tempo per il dolore, non ha il tempo per la gioia e non ha nemmeno il tempo per la rabbia, è concentrato sul suo unico obiettivo: uscire dalla galera", dice il bravissimo Nicholas Pinnock, l'attore che presta il volto a Wallace.
Arrestato ingiustamente per spaccio di droga e condannato alla prigione a vita perché non ha voluto patteggiare una pena a vent'anni, Wallace potrebbe sprofondare nella disperazione, nell'inerzia vuota della prigionia. Ma ha carattere e convinzioni di ferro; non si dà mai per vinto e invece di piangersi addosso lancia la sua sfida al sistema giudiziario. Così decide di studiare legge dietro le sbarre, per sette lunghissimi anni.
Ottiene la licenza di penalista e diventa l'avvocato- detenuto grazie alla cieca determinazione e sospinto dalla stima della direttrice della prigione in cui è recluso, Safiya Masry, una riformista illuminata e coraggiosa che tenta di arginare dall'interno le iniquità e le spietatezze dell'universo carcerario americano. La vita in carcere, "un luogo dove le promesse si chiamano debiti", è un elemento centrale di For Life, l'occhio realista di Steinberg ci mostra i conflitti e le lotte di potere, tra i detenuti e tra chi fa funzionare la macchina infernale della prigionia, l'ottusità vendicativa delle guardie, il cinismo dell'amministrazione, l'iniziativa, spesso interessata e priva di scrupoli della procura. E lo fa senza retorica, senza piagnistei, con un tocco minimalista che compensa la verbosità, a tratti eccessiva, dello script. Wallace combatte per se stesso, certo, ma incarna il ruolo dei difensore con fervore e lucidità: "Sono un avvocato, farei di tutto per i miei clienti!". Nel corso della storia lavora per trovare le prove che possano scagionarlo, per dimostrare la sua innocenza, scontrandosi con l'immoralità del potente e corrotto procuratore della contea Glenn Maskins, il villain della pellicola, l'uomo che ha fatto a pezzi la sua vita e che aspira all'ambita guida della Procura generale.
La moglie Marie lo ha lasciato per il suo migliore amico e in fondo non crede del tutto alla sua innocenza oppure ha smesso di farlo per non soffrire ancora di più, la figlia Jasmine, che quando venne arrestato era appena una bambina e ora è un'adolescente inquieta e problematica ma totalmente schierata dalla parte del padre, si ritrova incinta a soli 17 anni.
La sua esistenza di persona onesta e benestante (prima dell'arresto era proprietario di una discoteca) non c'è più. Ma la strada per riscattarsi e ottenere giustizia non è la guerra solitaria, la catarsi hollywoodiana dell'eroe, il "metodo" di Wallace consiste nell'aiutare gli altri detenuti, i suoi compagni, afroamericani vittime come lui di condanne sommarie e di pregiudizi razziali.
Non rifiuta neanche la difesa sconveniente di nazisti e suprematisti bianchi dal quoziente intellettivo di uno scimmione, attirando gli strali della sua "comunità" per il quale diventa un "traditore", ma è un prezzo che paga volentieri perché il diritto e i diritti sono un bene superiore, l'esatta misura della democrazia: "Ho fatto ciò che dovevo: tutti meritano un giusto processo". For Life è liberamente ispirata a una storia vera, il terribile errore giudiziario ai danni di Isaac Wright Jr, arrestato nel 1989 con l'accusa di essere il boss di una rete di spacciatori di cocaina del New Jersey. Incastrato dalla polizia che ha nascosto le prove che lo discolpavano e perseguitato dal procuratore Nicholas Bissell, Wright Jr ha trascorso sette anni in prigione dove si è laureato in giurisprudenza e dopo aver ottenuto l'abilitazione professionale è riuscito a dimostrare con successo la sua innocenza (come quella di altri venti detenuti). Consulente della serie, nel 2020 si è persino candidato a sindaco di New York.
Ci sono ben poche licenze letterarie nei tredici episodi che segnano la prima stagione e l'agognata rinconquista della normalità da parte di Aaron Wallace, ben poche le esagerazioni, le concessioni allo spettacolo, all'intimismo di maniera (il rapporto con la famiglia) o alle intemerate manichee, ogni scena, ogni intreccio è verosimile, spesso perché realmente accaduto, la narrazione resta lineare con episodi auto-conclusivi e una linea orizzontale che invece segue la vicenda personale del protagonista.
For Life ci restituisce in tal senso un'impietosa fotografia della giustizia americana, bullizzata dalle ambizioni personali dei procuratori, dagli interessi politici e finanziari, dalla sciatteria dei giudici, da funzionari di polizia sadici e primitivi, da una burocrazia che schiaccia e umilia i detenuti senza un briciolo di umanità animata da feroci criteri sociali e razziali. La presunzione di innocenza è solo un vago miraggio mentre la giostra dei patteggiamenti seppellisce ogni anno miglia di innocenti delle prigioni federali.
Un sistema malato, che consegna nelle mani dell'attorney un potere quasi divino e mai messo in discussione: "Noi giochiamo con la vita di tantissima gente, noi roviniamo tanta gente, ricordatelo sempre" si sfoga un vecchio collega di Maskins in quello che chiama "un sussulto di coscienza". Maskins però non gli darà retta e continuerà a perseguitare Wallace fino all'inevitabile sconfitta finale.
milanotoday.it, 15 gennaio 2022
Le opere saranno esposte nella sede del Cpia 5 (Centri provinciali per l'istruzione degli adulti) di via Pontano. A Milano ci sarà una mostra dei ragazzi dell'Istituto penitenziario minorile Beccaria e della docente e pittrice Mariuccia Roccotelli. Le opere saranno esposte nella sede del Cpia 5 (Centri provinciali per l'istruzione degli adulti) di via Pontano.
La libertà creativa degli artisti si lega idealmente alle opere realizzate dai ragazzi del Beccaria durante le lezioni con la pittrice e docente Mariuccia Roccotelli. "LiberArte", titolo della mostra, si trasforma così nel manifesto della libertà espressiva, un percorso intimo e universale in cui ogni autore si mette a nudo raccontando dettagli di sé, dei suoi sogni ed emozioni. L'arte diviene quindi strumento di libertà e liberazione e un ideale ponte di collegamento fra culture ed etnie diverse che integrandosi si arricchiscono reciprocamente.
Il linguaggio artistico non ha confini né pregiudizi, non isola anzi unisce. L'esperienza di Mariuccia Roccotelli, docente del Beccaria dal 2016, rivela come la pittura e tutte le espressioni artistiche possano diventare cardine per l'esplorazione e l'espressione delle proprie fragilità. In un contesto come quello di un penitenziario minorile è di primaria importanza intraprendere un percorso di rieducazione alla bellezza, che si trasforma in risorsa e bene collettivo.
La mostra segna altresì l'inizio di una proficua collaborazione con il corso di Terapeutica artistica dell'Accademia di Brera che condivide le finalità di riqualificazione e rivalutazione degli spazi scolastici e detentivi attraverso il mezzo artistico. L'inaugurazione sarà il 20 gennaio 2022 alle 18. Dal 21 gennaio al 25 febbraio - dal lunedì al venerdì ore 9 alle 18 - sarà possibile visitare la mostra. Green pass e mascherina FFP2 sono obbligatori.
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