di Luigi Manconi
La Repubblica, 12 gennaio 2022
Con le richieste indirizzate dal giudice dell'udienza preliminare al governo italiano, qualunque margine residuale di ambiguità si è esaurito. Nella rete complessa di procedure e istanze che amministrano la giustizia, tanto più in una vicenda di dimensione internazionale come l'assassinio di Giulio Regeni, si rischia di non cogliere l'importanza di una decisione quale quella assunta lunedì 10 gennaio fa dal Tribunale di Roma. Con le richieste indirizzate dal giudice dell'udienza preliminare, Roberto Ranazzi, al governo italiano, qualunque margine residuale di ambiguità si è esaurito: e la politica viene chiamata a svolgere, finalmente, il proprio ruolo.
Il giudice sollecita le autorità pubbliche italiane e, in particolare, il ministero della Giustizia e gli apparati dello Stato ad agire per ottenere informazioni circa il domicilio dei quattro appartenenti alla National Security Agency (Nsa), indicati dalla Procura di Roma come i responsabili della morte di Regeni. Ciò al fine di notificare loro l'iscrizione nel registro degli indagati e consentire lo svolgimento del processo a loro carico.
Dunque, un'attività investigativa da condurre utilizzando qualsiasi tipo di fonte utile e, soprattutto, un impegno politico e diplomatico. Ovvero azioni di pressione affinché si realizzi, infine, "un'interlocuzione" efficace con il regime egiziano per ottenere la "cooperazione giudiziaria", sempre annunciata e sempre risoltasi in un nulla di fatto. E, in particolare, per ricevere risposta alla rogatoria rivolta alla Procura del Cairo nell'aprile del 2019. Non solo: nell'ordinanza del Gup si ipotizza una soluzione normativa della quale è stata la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, la prima a parlare: la possibilità, cioè, di notificare i capi di imputazione presso lo stato di appartenenza degli indagati, qualora non fossero rintracciabili i domicili degli stessi.
In altre parole, si chiede al governo italiano di fare ciò che non hanno mai voluto o potuto fare gli esecutivi succedutesi dal 2016 a oggi. Da parte dell'attuale governo, qualche segnale positivo. L'avvocatura dello Stato, già costituitasi parte civile per conto del nostro Paese, si è associata alle richieste indirizzate dal Gup al governo. Questa dimensione tutta politica della iniziativa che ora va intrapresa solleva una questione rimasta finora irrisolta. Quali strumenti di pressione e quali forme di condizionamento, quale capacità di negoziato e quale peso politico diplomatico l'Italia è in grado di esercitare nei confronti dell'Egitto? Finora è come se il nostro Paese vi avesse completamente rinunciato. In questi anni, i successivi governi hanno definito un "amico" il despota Al-Sisi; e non hanno attuato alcun programma di intervento incisivo nel campo delle relazioni tra i due Paesi: e, ancor meno, di quelle tra l'Europa e lo Stato nordafricano.
Tutto questo in nome di una "strategia del Mediterraneo" che si è rivelata, alla resa dei conti, niente più che la solita politichetta dell'ammuina ispirata da interessi mediocri e da prospettive di corto respiro. Non c'è stata nell'ambito dei rapporti bilaterali una sola iniziativa che avesse un peso capace di indurre il regime di Al-Sisi ad ascoltare l'Italia, a rispettarne la sovranità, ad accogliere la sua domanda di verità e di giustizia: non nei rapporti economici e commerciali, non in quelli culturali e turistici, né in quelli militari e nemmeno in quelli sportivi.
E così, in questi sei anni, tra Egitto e Italia, ha prevalso una rasserenante e rassicurante normalità politico-diplomatica. Come se nulla fosse accaduto: come se un nostro connazionale non fosse stato ucciso per mano di funzionari di quel regime. In proposito, la parabola della delegazione diplomatica italiana in Egitto è eloquente. Sin dal primo momento, i familiari di Giulio Regeni hanno sollecitato il ritiro dell'ambasciatore italiano al Cairo. Cosa effettivamente avvenuta l'8 aprile del 2016. Ma poi, alla vigilia del ferragosto del 2017, nel pomeriggio di un torrido lunedì, il governo ha deciso il ritorno dell'ambasciatore al Cairo. Con la motivazione che, così, avrebbe potuto seguire "più da vicino e con maggiore efficacia" la cooperazione giudiziaria tra la procura di Roma e quella del Cairo.
Il fallimento, va detto, è stato totale. Ora, il richiamo dell'ambasciatore in Italia può essere riproposto come una misura utile? Francamente, penso di sì, se non altro perché è l'unica in grado di certificare, inequivocabilmente, lo stato di crisi delle relazioni tra Italia ed Egitto. Ed è in una tale dimensione di crisi politico-diplomatica che può essere assunta una iniziativa capace di affrontare il regime egiziano, di incalzarlo, di chiamarlo in causa in tutte le sedi internazionali e di concludere alleanze con altri Paesi che possano, a loro volta, esercitare un'adeguata pressione.
Contro l'ipotesi di questa misura, sono soliti insorgere gli ossequiosi cultori della Realpolitik da circolo del tennis (numerosi alla Farnesina e nello stesso governo): tutti appassionati di Risiko e devoti del cancelliere von Bismarck, più per pavidità che per intelligenza strategica. Ma, da loro, non una sola proposta alternativa, in grado di dare efficacia e forza all'iniziativa italiana. Lo status quo, al quale condannano il nostro Paese, è una condizione torpida e inerte, nella quale la sovranità dello Stato italiano è ulteriormente mortificata e Giulio Regeni viene oltraggiato ancora una volta.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 12 gennaio 2022
A tre anni dalla legalizzazione, il governo canadese ha pubblicato gli ultimi dati relativi a prevalenze e modalità di consumo di cannabis.
Scontato l'effetto novità e quello di emersione dall'illegalità e dallo stigma, i consumi non "esplodono" ma paiono assestarsi su livelli paragonabili a quelli precedenti la legalizzazione.
Questo nonostante il lockdown e l'evidente espansione del mercato legale, arrivato a 2,6mld di euro negli ultimi 12 mesi, con un aumento di valore del 60% rispetto ai precedenti. Eppure, i consumatori di cannabis diminuiscono: dopo l'aumento iniziale che aveva portato la prevalenza d'uso nel corso dell'anno dal 22 al 27%, questa scende al 25%. Parimenti scende anche il consumo frequente, che torna ai livelli del 2019 (17%). Il consumo abituale resta sostanzialmente invariato rispetto al periodo pre-legalizzazione.
L'età media del primo approccio alla sostanza si alza: significa che gran parte dei nuovi consumatori sono sostanzialmente adulti, ma anche che i più giovani non sono più attratti come prima, e i dati 2020 avevano già dimostrato una diminuzione nel consumo negli adolescenti.
Si conferma la progressiva sostituzione del mercato legale a quello illegale, nonostante le difficoltà iniziali e la persistenza del mercato nero e grigio, in particolare a causa dei prezzi e del sistema di distribuzione. Nel 2021 vi è stato un balzo deciso dell'acquisto nei negozi (dal 41% al 53%): insieme a store on line legali (11%) e all'autocoltivazione (8%) si arriva al 72% di fonti di approvvigionamento legale.
Le stesse rappresentavano il 61% nel 2020 ed il 43% nel 2019. Se aggiungiamo quelle legate all'uso sociale, ovvero con amici (11%), condivisione fra gruppi di amici (5%) e famiglia (3%) si fa un salto al 91%. Il 63% dei rispondenti non ha mai utilizzato fonti illegali. La spesa rimane minore a quella del 2018 e sostanzialmente invariata nel post legalizzazione, anche se aumentano del 32% le persone che, probabilmente a causa della pandemia, dichiarano di consumarne di più, in particolare i minori di 25 anni.
Quasi sempre esclusa dalla ricerca sulle droghe, la domanda sul perché si usa cannabis non è ancora entrata nel Canadian Cannabis Survey. C'è invece quella sugli effetti positivi e negativi percepiti nel suo uso, che qualcosa dice. I principali benefici sono sulla qualità della vita (52%), salute mentale (48%) e vita sociale (33%). Gli effetti negativi percepiti appaiono limitati: il 10% riporta peggioramenti sulla salute fisica, mentre il 7% riferisce effetti negativi sulla salute mentale e sulla performance lavorativa e scolastica.
A quest'ultimo riguardo però l'80% ha dichiarato di non risentire effetti e il 13% di trarne invece benefici. Cambiano le modalità di consumo: se il fumo era quasi l'unico modo di assunzione pre-legalizzazione (89%), nel 2021 è sceso al 74% grazie alla diffusione dei vaporizzatori e alla disponibilità di edibili e oli.
Emergono informazioni più credibili per chi usa e diminuiscono i comportamenti a rischio: i canadesi che riportano di aver guidato dopo aver usato la sostanza calano del 38%. Questo conferma anche un recente studio che, analizzando i dati USA dal 1985 al 2019, associa la diffusione della Marijuana Medica Legale alla diminuzione degli incidenti stradali, senza che le successive regolamentazioni di quella ricreativa generassero modifiche statisticamente rilevanti. Insomma, in questi primi tre anni di regolamentazione legale in Canada non vi è stato un boom del consumo di cannabis, men che meno fra gli adolescenti, l'età di primo approccio è progressivamente aumentata e il mercato legale si allarga a scapito delle narcomafie.
È presto per trarre conclusioni definitive, ma qualche riflessione utile anche al dibattito italiano sul referendum cannabis, è possibile.
di Ludovica Amici
Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2022
È il simbolo dell'illegalità e della sospensione dei diritti umani. Degli eccessi degli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Noto all'opinione pubblica mondiale per via delle sistematiche violazioni delle Convenzioni di Ginevra. Per il maltrattamento dei prigionieri e la detenzione di sospetti per due decenni per lo più senza accusa.
L'11 gennaio 2022 segna i venti anni da quando i primi detenuti sono stati inviati a Guantánamo Bay, centro di detenzione situato nella base navale statunitense nel sud-est di Cuba. Il campo ha ospitato quasi 800 uomini da quando è stato istituito durante la Guerra Mondiale al Terrore dell'amministrazione di George W. Bush. Un luogo nato quattro mesi dopo l'11 settembre 2001 per detenere i membri dell'organizzazione di Al-Qaeda e i sospetti complici degli autori degli attacchi. Prigionieri ritenuti collegati ad attività terroristiche, catturati in Afghanistan e Pakistan, anche tramite extraordinary rendition.
Molti detenuti, per lo più uomini musulmani, sono stati trattenuti per anni senza accuse, processi o diritti legali fondamentali. Alcuni di loro sono stati torturati nei Black Site, le prigioni segrete della Cia, prima del loro trasferimento a Guantánamo. Sottoposti ad abusi disumani e umilianti tra cui il waterboarding e la privazione del sonno, utilizzati dagli agenti per estorcere informazioni e confessioni ai sospettati di terrorismo. Uomini che ora convivono con problemi cronici di salute e psicologici; con il disturbo da stress post-traumatico. Questi metodi utilizzati a Guantánamo sono diventati rapidamente una questione critica per Washington, accusata di detenzione illegale.
Oggi sono 39 gli uomini rimasti sul sito ma non hanno ancora ricevuto un processo equo e continuano a essere detenuti a tempo indeterminato, in violazione del giusto processo legale. Il processo contro i cinque accusati di partecipazione diretta agli attacchi dell'11 settembre, incluso l'autoproclamato artefice Khalid Sheikh Mohammed, non è nemmeno iniziato.
La maggioranza degli ex detenuti di Guantánamo è stata rimpatriata nei propri paesi d'origine, e circa il venti per cento è finito altrove: l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Regno Unito, la Slovacchia e l'Albania sono stati tra i maggiori paesi ad accoglierli. Ma molti rimangono nel limbo legale, vulnerabili all'espulsione, incapaci di lavorare o riunirsi con le loro famiglie. Come saranno gestiti gli uomini ancora detenuti o dove saranno ospitati? Gli Stati Uniti nel trasferire i detenuti fuori Guantánamo devono trovare degli accordi che garantiscano un trattamento umano dai loro paesi d'origine. Altrimenti fare in modo che un paese terzo accetti di reinsediarli.
Joe Biden era vicepresidente quando Barack Obama ordinò la chiusura di Guantánamo nel gennaio 2009 per processare i prigionieri nei tribunali civili, ma la decisione fu poi sospesa. Il presidente Biden potrebbe ora chiuderlo, adempiendo alla sua promessa durante la campagna elettorale, portando a termine ciò che altre amministrazioni avevano cercato di fare. Per ora però non sembrano esserci grandi progressi e anzi, secondo quanto riportato dal New York Times, sarà ampliato con una nuova aula di tribunale da 4 milioni di dollari da costruire quest'anno che escluderà il pubblico dalla camera. L'ultima mossa verso la segretezza in questa operazione di detenzione in cui il pubblico poteva già vedere ben poco.
Le organizzazioni per i diritti umani chiedono un'azione efficace da parte di Joe Biden e l'immediata chiusura. "Le commissioni militari istituite per processare i detenuti di Guantánamo non hanno garantito agli imputati il diritto a un giusto processo e non hanno fornito giustizia alle vittime e ai sopravvissuti degli attacchi dell'11 settembre 2001" ha dichiarato Amnesty International, sollecitando il presidente degli Stati Uniti a tenere fede al suo impegno di chiudere Guantánamo una volta per tutte. Perché "più a lungo quella prigione resterà aperta, più a lungo la credibilità globale degli Usa nel campo dei diritti umani risulterà compromessa".
È quindi necessario rinnovare una certa urgenza su questo tema. Fare un passo verso la ricerca di soluzioni per tutti i restanti detenuti a Guantánamo in modo che questo luogo, simbolo di torture e ingiustizie, possa chiudere e possa terminare anche questo capitolo della guerra al terrore consumato in nome della democrazia.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 12 gennaio 2022
Il municipio è stato sventrato e dato alle fiamme, i bancomat sono stati divelti e le vetrine frantumate. "La città è stata lasciata in preda alla violenza". Nominato un nuovo premier. "Nelzja!". Il soldato sbuca all'improvviso dalla porta di destra, l'unica aperta delle tre da cui si entra in ciò che resta dell'Akimat, il municipio di Almaty. "Nelzja!", urla una seconda volta. In russo significa "non si può", ma non c'è bisogno del traduttore per intuire il messaggio. Bastano gli occhi spiritati del giovane militare e la canna del fucile d'assalto puntata addosso. Sette piani sopra la sua testa, sul tetto di questo edificio di imponente architettura post-sovietica che è stato il più importante della nazione prima del trasferimento della capitale a Nur-Sultan, un'inedita bandiera del Kazakistan è ammainata a mezz'asta. Dovrebbe essere azzurra e invece ha il colore del carbone. Annerita dalle fiamme che hanno illuminato la città nella notte più drammatica.
Il Kazakistan oggi è come quel soldato: spaventato, in cerca di responsabili e responsabilità, pronto a sparare a vista. Almaty, la sua capitale economica e finanziaria, è come quella bandiera lassù: bruciata, immobile, oltraggiata, in attesa che qualcuno la aiuti a rialzarsi dopo il passaggio dell'Orda cui è seguita la sanguinosa repressione del regime.
La scena di un delitto che il presidente kazako Karim-Jomart Tokayev non esita a definire "tentato colpo di Stato" presenta i segni tipici dell'assalto al Palazzo di Inverno. L'Akimat, ex sede dei governo circondata da un bel giardino innevato di aceri e betulle, è stato il primo centro del potere a cadere. I rivoltosi, prima di appiccare l'incendio a tutti i sette piani con la benzina, si sono scattati selfie nell'aula degli stucchi e delle riunioni. Come hanno fatto, con singolare coincidenza esattamente un anno fa, gli assalitori di Capitol Hill a Washington.
Il municipio sventrato domina Piazza della Repubblica, che è deserta, cinturata da check-point e paracarri. Gli agenti perquisiscono i passanti, aprono borse, cancellano foto e video dei telefonini, gridano ordini con gli altoparlanti. Il cielo è una cappa grigia carica delle emissioni inquinanti delle centrali elettriche a carbone. Fanno - 4 gradi. Il "battesimo del freddo", come chiamano il giorno in cui dalla sera alla mattina la temperatura scenderà fino a - 25, è atteso per la prossima settimana.
È in questa piazza che, con un inspiegabile ritardo di diverse ore, a metà del 5 gennaio è cominciata la reazione delle forze di sicurezza. Soldati come il ragazzo che è di guardia all'Akimat hanno avuto l'autorizzazione a fare fuoco su chiunque si trovasse nei dintorni. Fermarli, vivi o morti. Sparavano anche i rivoltosi, con kalashnikov e pistole di fabbricazione sovietica. Dicono che solo ad Almaty siano decedute 107 persone. "Decine, ne hanno uccisi a decine, che cosa vuole che importi il numero esatto?", bofonchia un operaio tartaro con la pettorina arancione mentre solleva mattoni di granito e rattoppa la piazza. L'Orda ha frantumato il pavimento per rimediare oggetti da tirare. Qualche passo più avanti, quando si arriva alla ex residenza presidenziale, si percepisce veramente quale furiosa e brutale battaglia si sia combattuta una settimana fa.
Le carcasse bruciate di quattro auto sono ancora in strada. Tre giacciono su un fianco, una è rovesciata. Una quinta è piantata contro il cancello, tra rami di albero spezzati e detriti. La garitta di ferro battuto e intarsi dorati è sbriciolata, i vetri esplosi. Non sono passati da qui. Per entrare nella villa del capo dello Stato hanno preferito lanciare un camion in retromarcia a tutta velocità contro la recinzione. Sono sciamati dentro come vespe impazzite, spaccando macchine, depandance, uffici che poi hanno provato ad ardere. A protezione degli edifici sensibili adesso ci sono le forze speciali russe della 45esima Brigata. Hanno alzato barricate con sacchi di sabbia e mitragliatori, come in guerra. Putin ha assicurato che tra due giorni, se la situazione sarà sotto controllo, comincerà il ritiro delle truppe. Tokayev lo ringrazia dell'aiuto. Gli Stati Uniti non si fidano.
I kazaki di Almaty non rilasciano commenti, hanno paura. Nell'Arbat, la via pedonale ristrutturata da un architetto italiano, nessuno sente il desiderio di sfogarsi davanti alla telecamera per tutte le botteghe senza più le porte, i bancomat divelti, le vetrine scassate, le centraline dei lampioni coi fili scoperti, il dedalo di vie interrotte e 93 check-point, i 23 centri commerciali Magnum depredati, i distributori coi serbatoi di carburante dissotterrati, le scuole che non riaprono. La Rete solo ieri è stata resa di nuovo accessibile dal governo, l'aeroporto invece è off-limit: da Nur-Sultan si arriva a bordo di treni vecchissimi che impiegano 15 ore per attraversare la steppa, un viaggio interminabile tra i sussulti delle carrozze.
I negozianti riparano gli scaffali, senza fiatare. Gli stessi giornalisti locali fanno fatica a parlare, eppure ne avrebbero motivo visto che le sedi delle televisioni statali Khabar e Ktk sono state assaltate, così come il dipartimento dell'istruzione e il tribunale. Per avere una reazione, bisogna garantire di non fare nomi e cognomi. Allora sì che viene fuori l'insofferenza che, almeno in parte, può spiegare la sommossa. "Siamo disperati", dice un kazako di 50 anni sceso in piazza non per aggredire ma per contestare. "I pensionati non vedono le pensioni, i dottori sono corrotti, le famiglie giovani non riescono a comprare casa se non indebitandosi con le banche a tassi di interesse assurdi". Nell'anonimato spiegano che i poliziotti quel giorno hanno abbassato gli scudi, in segno di resa. E settimane prima della guerriglia ad Almaty c'erano macchine ministeriali, riconoscibili dalla targa ("Hanno due cifre invece di tre") da cui uscivano stranieri mai visti prima.
Da dove è venuta l'Orda? Chi l'ha guidata? Chi erano i 5-6 mila sediziosi che hanno sequestrato una protesta per il rincaro dei prezzi del Gpl nata pacifica e l'hanno tramutata in aggressione allo Stato? Gli unici punti fermi dell'enigma kazako è che sono arrivati da lontano ed erano organizzati. Il 4 gennaio, poco prima del calar del sole, una folla si è radunata fuori dall'Almaty Arena, palazzetto dello sport nel quartiere periferico di Momyshuly, abitato da musulmani e dagli oralmahi, kazaki nati all'estero cui è stata data la possibilità di rientrare dopo l'indipendenza. Da lì hanno preso a risalire le due arterie Tole Bi e Abaya: sono viali lunghi chilometri, dove sono cominciati i saccheggi. Hanno rubato pure profumi francesi e vestiti eleganti che hanno indossato mentre bruciavano il municipio. La polizia e la Guardia Nazionale avevano tutto il tempo per bloccarli e tenerli lontano dall'Akimat, eppure non sono intervenuti. "La città è stata lasciata in preda alla violenza, qualcuno deve ha dato loro l'ordine di ritirarsi", ragiona Carmine, un pittore italiano che vive ad Almaty da trent'anni.
Ne sono convinti in tanti, a cominciare dal presidente 68enne Tokayev che ieri ha nominato Alikhan Smailov primo ministro, dopo l'epurazione del governo di Askar Mamin: che si sia trattato, cioè, di un'operazione "terroristica" pianificata da tempo, con l'ausilio di forestieri kirghizi, tagiki, miliziani afghani islamisti entrati di nascosto nel Paese e la complicità di qualcuno che conta negli apparati. Forse proprio quel Karim Masimov arrestato per alto tradimento: ex primo ministro legato al padre "della patria" Nursultan Nazarbayev, fino a giovedì scorso era il capo dei servizi segreti interni. E c'è chi già scommette sull'esilio di Nazarbayev, la cui ultima apparizione pubblica risale a due settimane fa. "Queste sono giochi politici che fanno a Nur-Sultan, noi abbiamo altri problemi...", dice una signora dal passo svelto. Sta andando all'obitorio di Kazybek Bi, dove c'è la fila per riconoscere i cadaveri di padri, fratelli, sorelle, figli. I rivoltosi si sono intrufolati anche lì dentro, per riprendersi i corpi dei loro caduti. Nella notte di Almaty, neanche i morti sono stati lasciati in pace.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 12 gennaio 2022
L'11 gennaio 2002 il primo di circa 780 uomini di religione musulmana entrò nella prigione militare statunitense di Guantánamo Bay. Ben presto e negli anni a seguire, quel centro di detenzione situato in territorio cubano diventò il simbolo dello sfregio ai diritti umani.
Guantánamo andava chiusa da tempo. Già all'epoca dell'amministrazione Bush, esperti di sicurezza nazionale ed esponenti politici avevano concordato che quel famigerato centro di tortura e di ingiustificata detenzione a tempo indeterminato doveva essere smantellato. Invece, a 20 anni da quell'11 gennaio 2002, a Guantánamo 39 uomini di religione musulmana continuano a essere detenuti a tempo indeterminato, in violazione del diritto a un giusto processo (cui non sono mai stati sottoposti) e di altri diritti riconosciuti a livello internazionale.
Dodici di loro sono sotto la giurisdizione delle commissioni militari, tribunali che mai hanno garantito agli imputati il diritto a un giusto processo e che non sono destinati a fornire giustizia alle vittime e ai sopravvissuti degli attacchi dell'11 settembre 2001.
Altri dieci detenuti, arrivati a Guantánamo tra il 2002 e il 2004, dovevano essere rilasciati da tempo ma si è in attesa di uno stato che li accolga. Gli ultimi 17 sono considerati pericolosi, non verranno né processati né rilasciati. Amnesty International ha sollecitato il presidente Biden a tenere fede al suo impegno di chiudere Guantánamo una volta per tutte. Più a lungo quella prigione resterà aperta, più a lungo la credibilità globale degli Usa nel campo dei diritti umani risulterà compromessa.
di Gian Luigi Gatta*
Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2022
Assieme alla legge di bilancio, la Camera ha approvato un ordine del giorno con il quale impegna il governo "a garantire l'immediata copertura delle attuali vacanze degli Uffici dell'esecuzione penale esterna (Uepe, ndr) e un adeguato aumento delle loro piante organiche".
Le forze politiche che sostengono l'esecutivo, e che sul terreno della giustizia penale sono portatrici di visioni indubbiamente diverse, hanno convenuto sulla necessità di investire urgentemente sugli Uepe. L'ordine del giorno ha ottenuto un consenso trasversale e il plauso della ministra Cartabia: "L'esecuzione penale esterna è un settore sempre più strategico".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 gennaio 2022
Cinque morti dall'inizio del nuovo anno. Tre di loro sono suicidi. A Napoli è morto, dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale, un detenuto con gravi problemi psichiatrici che aveva subito percosse dal compagno di cella con altrettanta patologia. Al carcere di Sanremo è morto un detenuto, già affetto d tubercolosi, che il mese scorso aveva incendiato il materasso, ustionandosi e intossicandosi gravemente.
Sabato scorso, se non fosse stato per l'intervento tempestivo degli agenti penitenziari, rischiava di lasciarci le penne un detenuto del carcere di Brescia Canton Mombello che ha cercato di darsi fuoco con la bombola del gas. In tutto questo, il Covid 19 galoppa nelle carceri e accade, come il carcere di Poggioreale, che a causa del sovraffollamento, i detenuti si infettano a macchia d'olio. Numeri che stanno preoccupando in particolare il padiglione Firenze, i quali, da sabato scorso, hanno iniziato una mobilitazione come segno di protesta nei confronti della gestione dell'emergenza che stanno vivendo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 gennaio 2022
"Condivido la proposta di legge di Roberto Giachetti di Italia Viva che punta alla liberazione anticipata speciale. Un'altra misura valida contro il sovraffollamento potrebbe essere l'ammissione all'affidamento in prova ai servizi sociali dei semiliberi che hanno ottenuto le licenze speciali per il Covid e che consente loro di non rientrare nelle ore notturne".
Tre suicidi dall'inizio dell'anno, il virus che dilaga, la radicale Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, che da due giorni ha ripreso lo sciopero della fame "per aiutare governo e Parlamento a prendere le decisioni ormai non più rimandabili volte a ridurre la "congestione" dei corpi ristretti nelle carceri italiane". Insomma lo stato di salute delle nostre carceri è forse da terapia intensiva. Ne parliamo con l'onorevole Walter Verini, membro dem in commissione Giustizia e Tesoriere del partito che ci dice: "Pronti a sostenere un decreto d'urgenza della Cartabia".
marinacastellaneta.it, 11 gennaio 2022
Il Governo italiano deve rispondere alla comunicazione inviata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo sul caso Karima Zemzami, ricorso n. 13015/20, pubblicato il 6 dicembre 2021, che porta nuovamente in primo piano le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri italiane (Zemzami v. Italy).
A presentare il ricorso alla Corte di Strasburgo è stata la sorella di un detenuto che si era ucciso in carcere senza che - ad avviso della ricorrente - le autorità italiane avessero adottato misure per proteggere la vita del fratello perché, prima del suicidio, non gli erano stati forniti trattamenti medici tempestivi e adeguati. Di conseguenza, per la ricorrente, sarebbe stato violato l'articolo 3 della Convenzione europea che vieta trattamenti inumani e degradanti e l'articolo 2 sul diritto alla vita, anche a causa dell'assenza di indagini adeguate sulla morte del detenuto.
di Giorgio Pagliari
Gazzetta di Parma, 11 gennaio 2022
Ho letto e riletto la lettera dell'ex Consigliere regionale, che si è tolto la vita, per capire le ragioni di tante (e così forti) reazioni soprattutto "togate". Dico subito che non le ho trovate.
A fine lettura (e rilettura), infatti, ho provato profondo rispetto per l'Uomo e per il suo dramma umano, apprezzando la dignità dimostrata nel raccontare la sua vicenda e la sua decisione. È, infatti, il messaggio di una Persona, che confessa la sua insostenibile situazione, caratterizzata dall'angoscia per il presente e per il futuro, dall'insostenibilità (prima di tutto psicologica) della propria condizione e dalla conseguente preoccupazione di diventare un problema, una fonte di dolore quotidiano, per la Famiglia e per gli amici. Una Persona, che, di fronte ad un tale quadro, decide di provocare alla Famiglia un dolore violento, ma comunque temporaneo, per darle una "chance" di futuro, che teme che la sua presenza avrebbe gravemente condizionato.
Questo è il succo della riflessione d'addio, nella quale le parole crude relative alla sua vicenda giudiziaria trasudano, a mio modo di vedere, dolore più che rabbia e non hanno il carattere di una critica (pur legittima in linea di principio) "senza se e senza ma" al sistema giudiziario. Da un lato, infatti, non mancano apprezzamenti per un giudice; dall'altro, sono espresse valutazioni sugli uomini e sulle interpretazioni del ruolo; valutazioni critiche (non entro nel merito), che, per chi frequenta le aule giudiziarie, sono comprensibili e che stigmatizzano un atteggiamento giustizialista talvolta oggettivamente affiorante. Niente di oltraggioso; niente, che giustifichi certe levate di scudi e talune reazioni indignate.
Sinceramente credo che tutto si sia sviluppato perché la lettera ha avuto la funzione della "goccia, che fa traboccare il vaso" determinando l'apertura di una discussione, che ha preso (solo) spunto da detta lettera, ma che si è allargata anche a temi nemmeno implicitamente toccati.
Riprendo esclusivamente alcuni spunti di questa lettera, per niente "scandalosa". Il primo spunto è la chiara critica al giustizialismo, che è una questione sistematica, ma anche di atteggiamento individuale. Giustizia e giustizialismo costituiscono un ossimoro.
La giustizia ricerca il colpevole "oltre ogni ragionevole dubbio"; il giustizialismo tende sia a costruire artificiosamente il colpevole attraverso un uso strumentale dei meccanismi e delle regole, sia a considerare l'essenza dell'attività giudiziaria non l'accertamento della verità (pur sempre e solo processuale), ma l'individuazione ad ogni costo di un colpevole.
Il giustizialismo è una piaga sociale, è l'uso distorto della funzione giudiziale sia inquirente che decidente; è l'espressione massima dello straripamento di potere, cioè, dell'uso della funzione per un fine diverso da quello che le è proprio. È la causa dei processi mediatici e di troppi errori giudiziari. E ciò che spinge alla politicizzazione dell'azione giudiziaria: politicizzazione, che - sia ben chiaro - è più marcata ed evidente non quando viene colpito un politico, ma quando tutto viene fondato su una ricostruzione pregiudiziale e agiuridica.
È la negazione della presunzione costituzionale di non colpevolezza, che la Repubblica (nel suo significato più pregnante) deve garantire che non sia solo una petizione di principio formale, ma anche un dato della realtà, impedendo la criminalizzazione delle persone, per il solo fatto di essere indagate. Questo risultato richiede, tra l'altro, l'introduzione della responsabilità anche della magistratura inquirente per le proprie indagini, per la divulgazione delle informazioni e per i provvedimenti richiesti, qualora viziati da dolo, ignoranza, imperizia o negligenza. L'irresponsabilità, è ormai un vero privilegio anacronistico perché nessun altro dipendente pubblico ne è esente.
Il secondo spunto è rappresentato - e non è una novità - dalla lunghezza dei processi, che è un anticipo di pena, talvolta con effetti più irreversibili di quelli propri della sentenza di condanna: la condizione di imputato esposto al pubblico ludibrio ha costi umani pesantissimi con risvolti personali e familiari drammatici, come bene illustra la lettera.
Questo impone che questa condizione duri un tempo breve: quello strettamente necessario per celebrare i tre gradi del giudizio. Sotto questo profilo, dei passi avanti, sul piano delle regole processuali, sono stati compiuti, anche se insufficienti. Su queste basi, negare credito alla lettera è un atteggiamento pregiudiziale del tutto inaccettabile, ma lo è ancor di più continuare a "voltarsi dall'altra parte" e non accettare di "mettersi in discussione" e di collaborare alla soluzione dei problemi. La giustizia come ideale, come organizzazione e come servizio va ricostruita con la collaborazione di tutti.
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