askanews.it, 11 gennaio 2022
"Una cosa su cui ho chiesto subito di intervenire è quella dei trasferimenti. Durante le pandemie è stato ad esempio necessario redistribuire, ma allontanare una persona, in particolare un giovane, dalla zona dove ha i suoi legami, è un incremento di pena". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, parlando dei trasferimenti di detenuti, durante la presentazione del libro di Andrea Franzoso "Ero un bullo. La vera storia di Daniel Zaccaro", sull'esperienza del giovane, ex detenuto, ora educatore presso la comunità Kayròs a Vimodrone (Milano).
"Ci sono allora mille fronti sui quali chi ha responsabilità", dai giudici di sorveglianza a altre professionalità del mondo carcerario, deve valutare "con i piedi saldamente sulla terra, ma con negli occhi storie come quelle di Daniel. Quella è la direzione verso la quale dobbiamo muoverci" ha aggiunto la Guardasigilli.
"Abbassiamo quei ponti levatoi e permettiamo a chi è fuori di vedere anzitutto qual è la reale esperienza e da dove viene una storia che ti ha portato dentro al carcere e permettiamo anche di lasciarci vedere perché questo credo sia un beneficio per tutti, perché dietro quelle mura non c'è qualcosa di alieno, c'è un pezzo della nostra società, questo è un po' il senso verso il quale stiamo cercando di prendere tante iniziative" ha concluso Cartabia.
ansa.it, 11 gennaio 2022
La ministra della Giustizia: "È una priorità del governo". Lo ha sottolineato la ministra della Giustizia Marta Cartabia, alla lezione inaugurale del Corso in Scienze giuridiche della Scuola di dottorato dell'Università Bicocca di Milano ricordando che si sono da poco conclusi i lavori della commissione Ruotolo.
riviera24.it, 11 gennaio 2022
È morto Mario Bonturi, 64 anni, unico imputato del processo per la morte dell'orafo imperiese Luciano Amoretti, 77 anni, avvenuta a Sanremo nella notte tra l'1 e il 2 agosto del 2020.
La morte di Bonturi, che ha avuto un malore nel carcere di Milano Opera, dove era detenuto, per poi spirare presso l'Ospedale di Rozzano, pone fine al processo per omicidio. Il prossimo 13 gennaio, dunque, il presidente della Corte d'Assise pronuncerà sentenza di non luogo a procedere per la morte dell'imputato.
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 11 gennaio 2022
Percorse anche lei il calvario giudiziario del presentatore e giornalista Rai Nessuno pagò per quell'errore, qualche magistrato fece anche carriera. Quante volte il padre, Enzo, lo si è sentito sospirare: "Mi hanno fatto scoppiare una bomba dentro..."; quella bomba, infine, il 18 maggio del 1988 lo uccide. Il "tic- tac" della "bomba" comincia cinque anni prima: il 17 giugno 1983, quando su ordine della procura di Napoli Tortora viene arrestato a Roma nel cuore della notte, e poi, ore dopo "esibito", in manette, portato in carcere a Regina Coeli tra due "ali" di fotografi e tele- cineoperatori adeguatamente informati. Un osceno circo mediatico. Quando le immagini vengono trasmesse dal "Tg2", un gruppo di giornalisti, stomacato, irrompe nella stanza dell'allora direttore Ugo Zatterin, si fa consegnare la casetta con le immagini, e provvede a distruggerle.
Silvia Tortora ha appena vent'anni; lei e la sorella Gaia, figlie amatissime di Enzo, assistono allo scempio, alla barbarie che massacra il padre. Coincidenza dei numeri: Silvia ci lascia quando ha gli stessi anni del suo babbo. "Ormai divido la gente in due categorie molto semplici", dice Enzo: "quelli che conoscono sulla pelle l'infamia di una carcerazione in un regime cosiddetto democratico, protratta all'infinito, protratta per anni; e quelli che non hanno la jattura di conoscerla".
"Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto", dice Silvia. "I processi continuano all'infinito. Anzi in tutti questi anni c'è stata una esplosione numerica". Stessa amarezza, stesso severo "rimprovero" a chi può e non fa, a chi deve e non vuole; a chi non muove un dito, e inerte, indifferente, complice, assiste allo sfacelo di una giustizia che non è tale, e si risolve in arbitrio, decimazione.
Ancora oggi risulta incredibile che il babbo di Silvia lo si sia potuto descrivere: "cinico mercante di morte" ; e senza un'ombra di prova a sostegno di questa gravissima, infamante affermazione. E' perfino accaduto che il Pubblico Ministero, rivolto a noi increduli, si sia rivolto severo assicurando che "più cercavamo le prove della sua innocenza, più trovavamo quelle della sua colpevolezza". Solo che le prove non c'erano; e neppure ci si era dati pena di cercarle: un supposto numero di telefono di Tortora, e scovato in un'agendina della compagna di un camorrista, nessuno l'aveva controllato; e quando anni dopo è la difesa a farlo, si scopre che non di Tortora si tratta, ma di Tortona. Nella grafia, la "N" scambiata per "R", anche così si può finire in galera. Chi più chi meno, tutti i magistrati dell'affaire Tortora hanno fatto carriera; e dei falsi collaboratori di giustizia, non uno che sia stato chiamato a rispondere delle menzogne propalate; quanto ai giornalisti: se non m'inganno uno solo, è stato condannato per aver scritto che Tortora si era impadronito dei fondi per i terremotati dell'Irpinia.
Quella "bomba" che devasta Enzo non può non aver segnato anche Silvia. Provate a immaginare cosa può essere vedersi un padre stimato, amato, accusato d'essere affiliato alla camorra, spacciatore di droga, ladro. Provate a immaginare che devastazione può essere il vedere il proprio genitore ammanettato, condotto in carcere, e poi processato: la sua parola ridotta a niente, mentre vengono creduti personaggi come Giovanni Pandico: camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Raffaele Cutolo: lo interrogano diciotto volte, solo alla quinta si "ricorda" che Tortora è camorrista; o come Pasquale Barra 'o nimale: in carcere uccide il gangster Francis Turatello, ne addenta l'intestino. Immaginatelo voi cosa può voler dire ogni giorno, per mesi, comperare un giornale, accendere la TV, e leggere e sentire sul conto del proprio padre farneticazioni che non si sa come contrastare, controbattere, respingere.
Perché nelle ore successive all'arresto si fu davvero in pochi a credere infondate e assurde quelle infamanti accuse, e anche se tra noi c'erano Enzo Biagi e Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Giacomo Ascheri, Piero Angela, Massimo Fini...; tra i politici Marco Pannella; dopo, molto dopo, si sono accodati gli altri. Giorni durissimi, per Silvia e Gaia; e per la compagna di Enzo, Francesca Scopellitti. Poi la candidatura per il Parlamento Europeo, offerta dal Partito Radicale, l'elezione; le successive dimissioni per non sottrarsi alla richiesta avanzata dalla magistratura di arresto; l'impegno totale per la giustizia giusta; il fisico già minato, e l'irriducibile volontà di tornare in RAI, a quel "Portobello" da cui era stato strappato, per poter dire: "... A che punto eravamo rimasti?".
Nel ripercorrere questa vicenda non posso negare di essere afferrato da un senso di sgomento, di angoscia: la consapevolezza di vivere in un paese dove la magistratura fa paura. Una situazione che Silvia ha vissuto e patito con grande dignità e fierezza; quella dignità e fierezza - buon sangue non mente! - figlie di suo padre. I sei referendum per la giustizia più giusta che, Corte Costituzionale piacendo, si spera di poter votare a primavera: vanno difesi e vinti anche nel nome di Enzo, e ora di Silvia.
di Errico Novi
Corriere della Sera, 11 gennaio 2022
Avevamo dubbi, certo, sulle norme che tutelano la presunzione d'innocenza. Non tanto per sfiducia in quella legge, divenuta formalmente tale da quando lo scorso 14 dicembre il decreto legislativo di Marta Cartabia è entrato in vigore. A preoccupare era il rischio che il circuito mediatico-giudiziario riuscisse in un modo o nell'altro ad aggirare i divieti. Ma è una delle recenti vicende penali di maggiore risonanza a dimostrare il contrario, o almeno a segnalare come le nuove norme abbiano fatto breccia proprio fra i magistrati: ci riferiamo all'indagine di Foggia sul caporalato, che vede coinvolta l'imprenditrice Rosalba Livrerio Bisceglia e che ha avuto un pesantissimo effetto sul marito di quest'ultima, il prefetto Michele Di Bari, di fatto costretto a dimettersi da capo del dipartimento Immigrazione del Viminale. Ebbene, è l'Anm di Bari-Foggia con una nota, ad additare la stampa per il "clamore mediatico" con cui l'inchiesta è stata presentata, e per le "conseguenze negative" provocate proprio sull'importantissimo dirigente ministeriale.
Proviamo a riassumere. Bisceglia è indagata con altre 15 persone dalla Procura di Foggia, ed è accusata in particolare di "intermediazione illecita" (per i presunti rapporti con due "caporali", un gambiano e un senegalese) e "sfruttamento di manodopera" (all'interno della propria azienda agricola, tra le maggiori del Foggiano).
L'imprenditrice è appunto moglie di Michele Di Bari, originario di Mattinata, sul Gargano, ex prefetto di Modena e Reggio Calabria e, fino a pochi giorni fa, dirigente al ministero dell'Interno, proprio come capo del dipartimento Immigrazione. Lo scorso 10 dicembre a carico di Bisceglia vengono ordinate, dal gip di Foggia Margherita Grippo, due misure cautelari: obbligo di dimora e contestuale obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Ma una settimana fa arriva una prima svolta: in seguito all'interrogatorio davanti alla stessa gip, la moglie del prefetto ottiene la revoca delle misure cautelari. Diversi organi di stampa segnalano come il dietrofront del Tribunale sveli ancora una volta quali terribili effetti collaterali possano discendere da conclusioni raggiunte con eccessiva precipitazione dall'autorità giudiziaria.
Ad esempio, il maggiore quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, scrive: "Tra intercettazioni "inequivocabili" e ricostruzioni "inoppugnabili" contenute in 117 pagine di ordinanza è stato procurato un danno enorme a due persone, l'una accusata di reati infamanti e l'altra praticamente costretta a dimettersi per la carica pubblica ricoperta. Quando invece, dice il difensore dell'imprenditrice, tutti i pagamenti ai braccianti sono avvenuti con bonifico e nel rispetto dei contratti di lavoro provinciale e nazionale. Domanda: ma verificare tutto questo "prima"? No?". Risponde (non solo al Corriere) innanzitutto il procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro.
Parla sì - con una nota ufficiale, così come prescritto dalle nuove norme sulla presunzione d'innocenza - di "quadro indiziario" che "non risulta mutato" ma che "anzi, per certi versi può ritenersi confermato". Poi però mostra di rispettare non solo la forma ma anche lo spirito della disciplina garantista appena introdotta: "Si precisa che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari, che a carico di Livrerio Bisceglia sono stati raccolti indizi di colpevolezza ritenuti gravi dal gip che ha applicato la misura e che l'indagata non può essere considerata colpevole fino alla condanna definitiva". Puntiglioso ma corretto.
L'Anm Bari-Foggia, come detto all'inizio, va oltre: "Alcuni giornali hanno pubblicato con titoli a effetto la notizia della revoca della misura cautelare non detentiva cui era stata sottoposta la signora Livrerio Bisceglia", premette il "sindacato" nella nota dello scorso 7 gennaio. Segue anche qui una difesa delle tesi accusatorie: "Sarebbe bene che tutti sapessero che la revoca della misura cautelare è stata disposta non perché siano venuti meno indizi di colpevolezza, ma perché il gip ha ritenuto venute meno le esigenze cautelari, cosa ben diversa e che non riguarda affatto gli elementi di accusa sino ad ora raccolti".
Fino alla paradossale accusa rivolta ai media, che nel caso di Bisceglia sarebbero sostanzialmente responsabili di aver danneggiato l'immagine dell'imprenditrice e del marito, e di aver provocato le dimissioni di quest'ultimo, ben a di là, sempre secondo l'Anm locale, della risonanza data dalla magistratura all'inchiesta: "Sarebbe bene che tutti sapessero che la signora Livrerio Bisceglia non è mai stata indicata come "una specie di capo nella piramide del caporalato" e che la Procura della Repubblica, dopo l'esecuzione delle misure cautelari, non ha emesso comunicati e non ha effettuato conferenze stampa, per evitare i clamori mediatici che invece altri hanno ritenuto di creare".
E ancora, si legge nella nota dell'Anm Bari-Foggia: "Sarebbe bene che tutti sapessero che, ferma la libertà di critica, i risultati di una indagine si accertano davanti ad un giudice in un palazzo di giustizia e non in trasmissioni televisive o articoli di giornale". E qui verrebbe voglia di incorniciare la frase: è la tesi che i cosiddetti garantisti affermano da decenni, dai tempi di Mani pulite, in pratica. La legge sulla presunzione d'innocenza realizza dunque il miracolo di spingere le toghe ad appropriarsi di quel discorso. Non è finita qui: "Sarebbe bene sapere che né il pm né il giudice hanno mai affermato che gli indagati nella indagine sul caporalato fossero colpevoli e che essere indagati non significa essere colpevoli". Altro passaggio da scolpire. Seguono critiche all'incompletezza dei report comparsi sui giornali, allo scarso, secondo l'Anm, "rispetto" nei confronti del pm e della gip. Fino alla lezione conclusiva: "Sarebbe bene che tutti si interroghino sul fatto che le conseguenze negative delle indagini sulla vita personale e professionale di chi ne è oggetto e di chi nelle stesse non è direttamente coinvolto possono anche dipendere dal clamore mediatico e da altre logiche che sono del tutto estranee al lavoro della magistratura".
In altre parole: se il prefetto Michele Di Bari si è dimesso da capo del dipartimento Immigrazione, sostiene la sezione Bari-Foggia dell'Anm, è colpa vostra, cari giornali. Poi certo, il finale è un ritorno al quadro indiziario rimasto grave, per giudice e pm, e al relativo "comunicato della Procura", a cui, dice l'Anm, sarebbe cosa opportuna che "si dia la stessa pubblicità".
Ed è chiaro, c'è anche un interesse di parte, in questa così puntuale difesa della presunzione d'innocenza che le toghe pugliesi esibiscono. Però fino a poche settimane fa, fino a prima del decreto Cartabia, in rarissime occasioni un discorso simile era stato pubblicamente sostenuto dalla magistratura. E già questo innovativo comunicato stampa dimostra che sì, qualcosa, nella cultura del sistema giudiziario, le norme sulla presunzione d'innocenza rischiano di cambiare veramente.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 gennaio 2022
Un regolamento di conti. È questo, secondo molti, il senso del processo interno all'Associazione nazionale magistrati, ultimo capitolo di una storia che finora ha mietuto un'unica vittima: l'ex zar delle nomine Luca Palamara. Sul banco degli "imputati", due anni e mezzo dopo la pubblicazione delle chat che svelarono il manuale Cencelli degli incarichi negli uffici giudiziari italiani, centinaia di toghe, colpevoli di aver messaggiato con Palamara, ex leader del sindacato dei giudici, chiedendo raccomandazioni e favori.
La lista degli incolpati, secondo quanto rivelato dal Riformista, conterrebbe ad oggi 70 nomi, tra i quali quelli del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi e dell'ex leader di Magistratura democratica (e segretario Anm) Giuseppe Cascini, attualmente togato al Csm. Si tratta degli unici due nomi trapelati, quasi a conferma del boomerang che si è abbattuto sull'ala sinistra della magistratura, "sopravvissuta" allo scandalo dell'Hotel Champagne. Il procedimento arriva a ridosso delle elezioni dei nuovi membri del Csm, prevista per luglio, e potrebbe spostare nuovamente gli equilibri, mantenendo però intatto il potere delle correnti.
Lo scenario, insomma, potrebbe rimanere identico a quello precedente allo scandalo, in una sorta di eterno ritorno dell'uguale, anche grazie allo stallo che si registra in merito alla riforma del Csm, che porta con sé anche la modifica della legge elettorale. L'ipotesi attualmente sul tavolo è quella di un sistema maggioritario con collegi binominali, turno unico e unica preferenza.
Ma sono diverse le voci che chiedono di valutare l'ipotesi del sorteggio, respinta dalla ministra Marta Cartabia: tra queste Forza Italia e Articolo 101, il gruppo di magistrati "dissidenti" dell'Anm. "Serve una classe dirigente svincolata dalle correnti e questo procedimento potrebbe rappresentare un'occasione per puntare sul sorteggio, cosa che una politica avveduta e coraggiosa sceglierebbe, anche solo come tentativo, per vedere se le cose cambiano", sottolinea un ex membro del Csm. Convinto anche della strumentalità dell'intera vicenda: "Chi sta finendo la consiliatura entra nelle mire di chi subentra, esattamente come accaduto a Luca Palamara - spiega -, l'unico punito con il massimo della pena".
Più in generale il tema riguarda i consiglieri del Csm coinvolti nei procedimenti disciplinari, ed è proprio per questo, forse, che i nomi di Cascini e Salvi sono i primi ad essere venuti fuori dal mucchio. Anche perché non si sono mai astenuti, benché coinvolti nelle chat. Ma la scadenza imminente della consiliatura ha distrutto ogni rete di protezione, facilitando dunque la fuga di notizie, partita magari da chi aveva qualche sassolino nella scarpa.
Secondo voci interne all'associazione, potrebbero essere molti di più di 70 i nomi che finiranno a processo per violazione del codice etico e che potrebbero imbattersi in una censura: sono infatti circa 60mila le pagine di chat acquisite dal perito incaricato dall'Anm.
La lentezza dell'iter sarebbe legata in primo luogo a questioni tecniche: la procura di Perugia ha infatti inviato al ministero della Giustizia, alla procura generale della Cassazione e al Csm le chat di tutti i magistrati che hanno chiacchierato con Palamara, per valutare eventuali azioni disciplinari e incompatibilità ambientali.
Nulla, invece, è stato inviato all'Anm, che pure ne aveva fatto richiesta e che ha dovuto dunque procurarsi da sé i documenti ed estrarre i file riferiti ai propri iscritti uno per uno. Ciò ha ritardato enormemente le operazioni: il lavoro dei periti è stato ultimato solo a novembre scorso, e il collegio dei probiviri ha preso in mano i documenti a dicembre. Da qui le prime 70 iscrizioni, che potrebbero diventare molte di più.
Anche perché nel mirino ci sono tutte le condotte di autopromozione ed eteropromozione, criticate soprattutto dai "101", tra i primi a puntare il dito contro il pg della Cassazione, autore di una circolare che ha escluso l'autopromozione dalle condotte punibili in sede disciplinare, ma tirato in ballo da Palamara. Sia nel suo libro "Il sistema" sia davanti al gup di Perugia, l'ex capo Anm riferì infatti che Salvi gli offrì un pranzo "con lo scopo di "autosponsorizzarsi"" per l'incarico a piazza Cavour.
Articolo 101 aveva chiesto sin da subito che il pg chiarisse la sua posizione o querelasse Palamara, nella convinzione che "chi ha più responsabilità ha più doveri di trasparenza". La vicenda, ora, può tornare utile anche a Palamara, che dopo la sua radiazione ha annunciato di voler presentare ricorso alla Cedu, alla quale chiederà di verificare se il giudice che lo ha giudicato è terzo e imparziale, nonché di valutare la mancata ammissione, nel corso del procedimento disciplinare, dei testimoni richiesti, ai quali l'ex capo Anm voleva far spiegare come si era sviluppata la prassi delle nomine e degli accordi. La decisione di tenerli fuori, oggi che l'Anm vuole fare ciò che il Csm ha impedito, potrebbe assumere un significato particolare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 gennaio 2022
È un 78enne affetto dal morbo di Parkinson, aggravato da una grave instabilità motoria causato da diverse cadute tanto da essersi fratturato il femore. Vive in cella con la carrozzella ed è assistito da un piantone. Ha diverse patologie e soffre di attacchi intensi di ansia tanto da prendere gli psicofarmaci. A causa di una incostante difficoltà nella deglutizione, diventa difficoltosa l'assunzione regolare di farmaci.
Le condizioni di salute di A.P., 78 anni, campano, detenuto in regime di Alta Sicurezza ricoverato nel Sai (Servizio Assistenza Intensiva) della Casa Circondariale di Cagliari- Uta, trasferito da poco dal carcere di Parma, suscitano preoccupazioni. A segnalare la vicenda è Maria Grazia Caligaris, dell'associazione "Socialismo diritti riforme" avendo ricevuto una segnalazione dai familiari che hanno denunciato una nuova caduta dell'anziano detenuto verificatasi nei giorni scorsi. "A. P. - sottolinea Caligaris - si trova dai primi giorni di dicembre nella Casa Circondariale di Cagliari, proveniente da Parma. Nonostante le cure dei sanitari però, le condizioni generali non appaiono compatibili con un regime detentivo. Il suo quadro clinico infatti appare molto complesso e aggravato dall'età e dallo stato depressivo".
Caligaris sottolinea che si tratta di una persona in tarda età costretta a stare su una sedia a rotelle e quasi del tutto incapace di badare a sé stessa, non riuscendo più a governare il tremore degli arti. Uno stato che, come documenta la cartella clinica e una perizia redatta da Ciro Florio ex direttore del Reparto di Neurologia- Stoke Unit dell'Ospedale "A Cardarelli" di Napoli grava pesantemente anche sulla sua condizione psicologica.
Il Dubbio ha potuto visionare la cartella clinica e la perizia, e in effetti il quadro è a dir poco preoccupante. Dalla perizia redatta da Cirio Florio, ex direttore del reparto neurologia dell'ospedale Cardarelli di Napoli, si apprende che l'anziano detenuto ha raggiunto l'ambulatorio del carcere obbligato in sedie a rotelle accompagnato da un piantone, essendo impedito nel muoversi autonomamente mantiene la stazione eretta con estrema difficoltà e solo se sorretto, con ampie oscillazioni del corpo ostacolato dal tremore e dalla evidente paura di cadere.
La perizia ribadisce che A. P. risulta più volte caduto in carcere "come non sempre correttamente riportato nelle cartelle cliniche nonostante più volte denunciate quali conseguenze delle molteplici comorbidità della malattia di base (ipotensione ortostatica, abuso di lassativi, cattiva alimentazione, scarso controllo farmacologico ecc.) fino ad arrivare alla frattura del femore del 20 maggio nel carcere di Parma, e nonostante il medico del carcere in data 5 maggio avesse allertato del rischio obbligando il paziente a non alzarsi da solo dal letto e a ridurre la somministrazione del farmaco antiprostatico Xatral a giorni alterni, a causa dei noti effetti ipotensivanti dello stesso". Non solo. La perizia sottolinea che, già in epoca precedente alla frattura, "il fisiatra del carcere aveva prescritto un trattamento riabilitativo che il terapista del carcere non si era sentito di praticare preoccupato per le condizioni mediche generali del paziente come poi il trauma ha tragicamente confermato".
Poi si va sul punto che rende bene l'idea di come il carcere peggiora la situazione. La fisiochinesiterapia riabilitativa rappresenta il fondamentale trattamento nelle forme avanzate di Parkinson, come in questo caso, che come anche sostenuto dal medico legale e dai medici del carcere "non può essere gestito correttamente - si legge nella perizia - nell'attuale carcere e verosimilmente anche in altri". Si sottolinea che l'unico trattamento dimostratosi valido si è ottenuto solo "quando il paziente aveva effettuato una intensiva terapia riabilitativa in clinica specializzata all'epoca degli arresti domiciliari, e da una attenta somministrazione dei molteplici farmaci, condizione oggi ancora più valida in considerazione dell'aggravante della frattura di femore occorsa nel carcere e riabilitata pochissimo (4+9 brevi sedute) nonché tardivamente".
Maria Grazia Caligaris, alla luce delle evidenze sottolineate dai medici, denuncia che davanti a una condizione così pesante in cui il tremore impedisce all'uomo perfino di mangiare senza un aiuto, non sembra che permanere in una struttura penitenziaria possa far migliorare il suo stato e possa consentirgli di vivere la detenzione in maniera dignitosa soddisfacendo le ragioni per le quali ha senso un programma di riabilitazione sociale. "Occorre infine ricordare - conclude l'esponente di Sdr - che se il morbo di Parkinson, benché a progressione degenerativa inarrestabile, può essere in parte gestito con interventi riabilitativi mirati, costanti e praticati in ambiente idoneo, ciò non sembra poter avvenire in un carcere. L'auspicio è che al più presto possa accedere a una pena alternativa o a un ricovero in una residenza sanitaria assistenziale, in attesa che le sue condizioni di salute gli permettano un eventuale ritorno in carcere. Mantenere una persona in così gravi difficoltà in un regime detentivo appare in contrasto con il comune senso di umanità".
Il 5 gennaio scorso risulta che il detenuto recluso attualmente nel carcere Uta di Cagliari, in tarda sera, è caduto riportando escoriazioni in varie parti del corpo. L'avvocato Raffale Esposito del foro di Napoli che l'assiste, ha invitato una sollecitazione al magistrato di sorveglianza di Cagliari. Sottolinea che l'ultimo episodio "rappresenta un'ulteriore dimostrazione della impossibilità, da parte del carcere, di far fronte alla grave patologia che affligge A. P. e del conseguente pericolo che corre ogni giorno che passa". Per questo, facendo seguito all'istanza di sospensione della pena, già depositata, ha colto l'occasione per sollecitare la magistratura di sorveglianza, affinché acquisisca il referto medico relativo alla caduta recente e solleciti la Direzione Sanitaria del carcere di Uta alla redazione della relazione sanitaria.
di Serena Uccello
Il Sole 24 Ore, 11 gennaio 2022
Attraverso una storia vera il libro di Andrea Franzoso racconta un modello "virtuoso" in cui la detenzione diventa uno strumento di recupero e reinserimento, così come previsto dall'articolo 27 della Costituzione.
"Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Così l'articolo 27 della nostra Costituzione. Questo il principio, ma la realtà? Quanto davvero la detenzione è anche uno percorso di recupero e di reinserimento? Il dato italiano sul tasso di recidiva è impietoso: il settanta percento indica l'affanno di un sistema che non riesce né a salvare né a salvarsi.
Esistono tuttavia eccezione che confermano quanto il contrario, cioè la creazione di un sistema pienamente centrato sul dettato costituzionale, sia possibile. Quanto cioè la detenzione può essere può essere sia percorso penale che trattamentale.
Un altro carcere - Una di queste eccezioni è la storia di Daniel Zaccaro, raccontata da Marco Franzoso in "Ero un bullo" - in libreria per DeAgostini dal 11 gennaio - e presentata in anteprima da Franzoso presso la comunità Kayrós insieme al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, alla direttrice dell'istituto Beccaria, Cosima Buccoliero, e al cantante Marracash.
"Alle 19 portarono Daniel in carcere. Seduto sul sedile posteriore, si sentiva completamente stordito. Guardava fuori dal finestrino e non vedeva niente. Superato il semaforo di via Inganni, il carabiniere alla guida lo guardò tramite lo specchietto retrovisore e cercò di sdrammatizzare con una battuta: "Ci siamo quasi, Zaccaro. Benvenuto al Grand Hôtel".
Daniel sbuffò dalle narici abbozzando un sorriso. Il militare che gli sedeva accanto tentò di rassicurarlo: "Tranquillo, due mesi al massimo e sarai fuori. Sei giovane, cerca di mettere la testa a posto". E poi arrivarono davanti al cancello del Beccaria. Quando lo vide spalancarsi lentamente davanti a sé, Daniel sentì stringersi un nodo alla gola. Superato quel portone, sarò segnato per sempre: un delinquente. Questa considerazione era accompagnata da sentimenti confusi: angoscia e assegnazione ma anche orgoglio e ribellione. Nella mente di Daniel era in corso una guerra".
Daniel vive a Quarto Oggiaro, un quartiere difficile alle porte di Milano, in famiglia pochi soldi e tante liti. Cresce per strada, in cortile e alle medie Daniel diventa un bullo temuto da tutti. Oltre alle regole non scritte, che andavano in qualche modo rispettate, rimaneva un ostacolo non da poco: il suo aspetto fisico. Daniel era il più piccolo della classe, e questo per lui era inaccettabile. Sapeva di avere coraggio da vendere, e doveva trovare l'occasione giusta per dimostrare quello che valeva. Curioso, sveglio, non vedeva l'ora di mettersi alla prova".
E come tutti i bulli ambisce alla "carriera criminale": violenze, pestaggi, furti, rapine. "Il 4 novembre 2007, mentre andava a scuola in treno, assieme a Maxim e a Dennis aveva picchiato un ragazzo. Gli avevano sferrato un pugno in faccia per strappargli di mano il cellulare. Il ragazzo che aveva subito l'aggressione si era messo nelle mani di un avvocato, e ne era uscito un casino. E Rita si ritrovava a dover pagare dei bei soldi di anticipo al legale che aveva rimediato per il figlio. Ma quello era soltanto l'inizio".
Fino a quando non finisce al carcere minorile: adolescente indomabile, carico di rabbia e aggressività. Per tutti è un ragazzo perduto, irrecuperabile. La svolta arriva con l'incontro con il cappellano del "Beccaria", don Claudio, e l'affido alla sua comunità. Ma proprio quando sembra aver messo la testa a posto, ricade in errore e viene arrestato di nuovo. Stavolta finisce a San Vittore. Daniel si sente smarrito, pensa di aver deluso tutti. Ma don Claudio non lo abbandona. E di lui si prende cura anche una professoressa di lettere in pensione, Fiorella, che fa la volontaria in carcere.
"L'unico sollievo arrivava dai libri. Ogni sezione del carcere aveva una stanza adibita a biblioteca. Per Daniel quel luogo diventò una scatola magica: si chiudeva dentro e si perdeva fra gli scaffali immergendosi nelle pagine dei volumi. Lì si sentiva finalmente libero. E poi, la biblioteca era tutta per lui: non ci andava nessun altro".
Daniel riprende così gli studi che aveva interrotto, si diploma, decide di iscriversi all'università. Oggi fa l'educatore, e aiuta altri ragazzi difficili a cambiare strada. "2 marzo 2020, Campetto da calcio di Kayrós. Mentre raggiungeva in macchina la comunità, Daniel si ricordò che quel giorno ricorrevano dieci anni dal suo primo arresto: Dieci anni, sembra impossibile".
La giustizia che "ripara" e riabilita - Nella storia di Daniel ci sono due elementi fondamentali che delineano il suo recupero: l'incontro con i libri, l'istruzione, e l'incontro con adulti autorevoli. Un aspetto questo che ha sottolineato la direttrice del Beccaria, Cosima Buccoliero: "Questo libro è un libro importante per i ragazzi, perché apre loro una speranza, li spinge a superare le difficoltà e a pensare che un'altra storia è possibile sempre. Ma è un libro necessario agli adulti perché ci insegna l'importanza dell'essere credibili. Si sofferma sulla necessità di comunicare con i più giovani. E poi è un segnale di ottimismo per noi operatori che dobbiamo avere sempre chiaro qual è il nostro obiettivo. E il nostro obiettivo è aiutare i ragazzi ad impiegare il tempo della pena in un modo che consenta loro di superare le fasi più critiche ed intanto acquisire strumenti per nuove opportunità".
"Dobbiamo creare tutte le condizioni, le risorse e gli strumenti, anche in un momento di pandemia come questo, per creare le giuste condizioni che favoriscano la rieducazione nelle carceri", ha sottolineato il ministro della Giustizia, Marta Cartabia. In questo senso "è necessario soprattutto dedicarsi alla formazione di tutto il personale della Polizia Penitenziaria, anche perché tante volte è proprio da loro che parte un'occasione", ha aggiunto il guardasigilli. L'articolo 27 della Costituzione Italiana "deve essere una finestra aperta per tutti, in vista di una seconda possibilità. Più che una speranza è una certezza perché c'è tutto un coro e una comunità che rende possibile questa scintilla di fiducia e di certezza", ha concluso Cartabia.
di Pierluigi Melillo
La Repubblica, 11 gennaio 2022
È accaduto a Bellizzi in provincia di Avellino. In fuga un cittadino marocchino e un rumeno, mentre un uomo di origine albanese è stato subito catturato. Si sono calati dalla cella con delle lenzuola annodate dopo aver effettuato un foro nella parete. Come in un film la fuga di tre detenuti nella notte dal carcere di Bellizzi Irpino, situato alla periferia est della città capoluogo. A scappare, secondo le prime informazioni, sono stati tre detenuti stranieri che erano ristretti nella prima sezione penale.
Due detenuti, un rumeno e un marocchino, sono ancora in fuga mentre un albanese è stato catturato mentre si trovava ancora all'interno del muro di cinta. A dare l'allarme sono stati gli agenti della Polizia Penitenziaria. Nel corso delle ricerche un'auto rubata sarebbe stata intercettata nella notte nel territorio di Luogosano da una pattuglia impegnata nel servizio di vigilanza sul territorio.
Potrebbe essere stata utilizzata per un primo tragitto dagli evasi. Indagini in corso da parte delle forze dell'ordine che hanno già effettuato un primo sopralluogo all'interno del penitenziario avellinese. I fuggitivi avrebbero forato il muro della cella e guadagnato l'esterno calandosi con lenzuola annodate. È scattata subito una maxi operazione delle forze dell'Ordine e della Polizia Penitenziaria con posti di blocco e controlli a bus e treni. Ed è polemica, intanto, con il sindacato che lancia accuse pesanti.
"Non servono studi accademici come quelli voluti dalla Ministra Cartabia per dire che i detenuti vanno rieducati offrendo loro telefonini, lavoro e umanizzazione della pena, che già esistono nel vigente ordinamento penitenziario. Senza pensare di dotare la polizia Penitenziaria idonee risorse umane e strumentali significa essere miopi rispetto a chi fa spregio delle leggi e delle regole penitenziarie e favorire colpevolmente evasioni e disordini ormai all'ordine del giorno".
Così, in una nota, il presidente del sindacato di Polizia Penitenziaria Uspp, Giuseppe Moretti, e il segretario regionale della Campania, Ciro Auricchio, commentano l'evasione avvenuta la scorsa notte ad Avellino. "Spiace - sottolineano - l'assordante silenzio in cui vengono lasciati gli agenti che restano troppo spesso gli unici a pagare senza avere colpe sullo stato di sicurezza delle carceri. È da tempo che denunciamo lo stato di abbandono delle carceri in Campania sia in termini di personale mancano 600 agenti di polizia penitenziaria in regione sia in termini di strumenti tecnologici avanzati", concludono i due sindacalisti.
Cronache Maceratesi, 11 gennaio 2022
I primi due casi sono stati registrati ieri ma il numero è poi aumentato nel pomeriggio di oggi. Proprio questa mattina sono state montate le protezioni per effettuare i colloqui in presenza mentre dal 20 gennaio sarà obbligatorio il Green Pass per familiari e avvocati.
Risultati positivi al Covid nella serata di ieri, da 2 detenuti iniziali si è arrivati ai circa 20 di questo pomeriggio. Cresce purtroppo velocemente il numero dei carcerati di Montacuto che, a seguito degli screening, risultano avere sintomi influenzali correlati alla pandemia facendo registrare un vero e proprio focolaio all'interno della casa circondariale di Ancona. I primi due casi sono stati registrati nei confronti di due extracomunitari: uno che aveva fatto solo una dose del vaccino e l'altro invece non vaccinato a causa di patologie pregresse.
Per tali ragioni due sezioni comuni del carcere, che sarebbero la quinta e la sesta, sono state chiuse e gli screening procedono ininterrottamente anche nei confronti degli agenti della polizia Penitenziaria per i quali al momento ne risulterebbero due. Le condizioni dei detenuti e agenti non desterebbero preoccupazioni. Nel frattempo, all'interno di un'altra sezione, si sta allestendo un'area di isolamento dove collocare i detenuti positivi.
Il contagio potrebbe essere avvenuto durante qualche colloquio famigliare e il virus si sarebbe poi diffuso nelle aree comuni dei detenuti. Il Green Pass richiesto agli avvocati e ai parenti per accedere alle sale ed effettuare il colloquio in presenza entrerà in vigore dal 20 gennaio mentre da oggi sono presenti i pannelli di protezione.
- Bologna. Il laboratorio teatrale alla Dozza
- Roma. A Rebibbia, un calcio alla prigione
- Cuneo. Criticità strutturali e logistiche delle carceri, il dossier presentato in Provincia
- Stati Uniti. La vita di Leonard Peltier rubata con le armi del diritto
- Bielorussia, l'inganno dei "viaggi della speranza" dal Medio Oriente alla frontiera europea









