di Marta Serafini
Corriere della Sera, 10 gennaio 2022
In un Paese dove la metà della popolazione è così povera da non avere i beni di prima necessità, le famiglie le vendono per matrimoni. In cambio di cibo. Storia di Benazir e delle sue sorelle, cedute per 2 mila dollari. Il prezzo medio per una sposa bambina
Schiva, con lunghe ciocche di capelli color ruggine tinti con l'henné, Benazir, accoccolata sul ciglio della strada, stringe nel palmo della mano una manciata di ghiaia. Quando le viene chiesto se sa di essere stata promessa in sposa, guarda a terra e affonda la testa tra le ginocchia. Nessuno ha spiegato a Benazir cosa le accadrà. "È troppo giovane per capire", spiega alla Nbc suo padre, venditore ambulante di Shaidai, un villaggio nel deserto, ai margini delle montagne di Herat, nell'Afghanistan occidentale. Benazir ha 8 anni. Ed è stata venduta per duemila dollari. Il prezzo medio per una sposa bambina in Afghanistan.
Parwana Malik ha nove anni. L'uomo che l'ha comprata racconta alla Cnn di avere 55 anni, ma per Parwana è solo "un vecchio" che la picchierà e la costringerà a lavorare nella sua casa. I suoi genitori affermano di non avere avuto scelta: vivevano in un campo di sfollati nella provincia nordoccidentale di Badghis, sfamandosi solo grazie agli aiuti umanitari e a lavori umili con una paga da pochi dollari al giorno. "Siamo in otto. Devo vendere mia figlia per mantenere in vita gli altri membri della famiglia", racconta Abdul, padre della bambina. Parwana ha sperato fino all'ultimo di far cambiare idea ai suoi genitori: sognava di studiare per diventare insegnante. Poi il 24 ottobre, quel "vecchio", di nome Qorban, è arrivato a casa sua e ha consegnato pecore, terra e contanti al padre di Parwana per un valore di 200 mila afghani, l'equivalente di 2.200 dollari. "Era a buon mercato e suo padre è molto povero e ha bisogno di soldi", ha dichiarato Qorban.
Magul, un'altra bambina di 10 anni della provincia di Ghor, piange ogni giorno al pensiero di essere venduta a un uomo di 70 anni. I suoi genitori hanno preso in prestito 200 mila afghani da un abitante del loro villaggio, ma senza un lavoro non possono saldare il debito. Il creditore ha trascinato il padre di Magul, Ibrahim, in una prigione talebana, minacciando di farlo incarcerare. "Non so cosa fare", si dispera Ibrahim. "Anche se non gli do le mie figlie, le prenderà". "Davvero non lo voglio. Se mi fanno andare, mi uccido", singhiozza Magul, seduta sul pavimento della sua casa. "Non voglio lasciare i miei genitori".
Il commercio comincia quando sono ancora in fasce - "Abbiamo ricevuto rapporti credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote". Le parole di Henrietta Fore, direttore generale dell'Unicef, pesano come pietre. Matrimoni infantili, matrimoni forzati e spose bambine. Il fenomeno non è certo nuovo in Afghanistan. "Anche prima della recente instabilità politica, i partner dell'Unicef avevano registrato 183 matrimoni di bambini e 10 casi di vendita di bambine nel corso del 2018 e del 2019 solo nelle province di Herat e Baghdis. Le bambine avevano un'età compresa tra i 6 mesi e i 17 anni", ha spiegato ancora Fore. Cifre dietro le quali si nasconde un fenomeno ben più esteso. Nonostante la legge afghana vieti di sposare minori sotto i 15 anni (ben al di sotto dello standard di 18 raccomandato a livello internazionale), il commercio è ampiamente praticato dalle famiglie. Unicef stima che il 28% delle donne afghane tra i 15 e i 49 anni si siano sposate prima dei 18 anni.
La ong e il "badalè", matrimonio basato sullo scambio - "Le nozze forzate in Afghanistan possono assumere forme diverse", spiega a 7 il program manager di Hawca, ong afghana che collabora con l'italiana Cospe, e che chiede di restare anonimo per motivi di sicurezza. "Nella cultura pashtun il badalè un matrimonio basato sullo scambio, in cui due famiglie si mettono d'accordo per dare in sposa una figlia a un uomo dell'altro gruppo, appianando così i costi della dote.
Il baad è invece un matrimonio compensatorio, nel senso che una donna di una famiglia viene data all'altra per riparare un torto subìto da questa seconda famiglia. Il baad teoricamente è vietato dalla legge, ma non si ha notizia di persone denunciate o di processi istruiti per questa pratica. In una società fortemente dominata dagli uomini, una cosa sono le leggi scritte, un'altra le consuetudini che ostacolano l'applicazione della legge. E ora che i talebani sono tornati al potere, nessuno si azzarda a denunciare queste unioni". Agli inizi di dicembre, i talebani hanno emesso un "decreto speciale" col quale si vietano i matrimoni precoci e si afferma che "nessuno può costringere una donna a sposarsi con la coercizione o la pressione". Tuttavia sono in pochi a credere che le cose cambieranno.
"I talebani stanno fingendo di essere più liberali e rispettosi dei diritti delle donne per avere il riconoscimento internazionale e ottenere così lo sblocco dei fondi", spiega il dottor Bahar Jalali, ex professore all'Università americana dell'Afghanistan. "Ma non sono sinceri. È solo uno stratagemma per cercare di apparire più moderati". A peggiorare la situazione, come avvertono anche le Nazioni Unite, è "il divieto alle donne di svolgere la maggior parte dei lavori retribuiti. Un provvedimento che ha colpito proprio le famiglie dove le donne erano le colonne portanti. Anche nei settori in cui le donne possono ancora lavorare, come l'istruzione e l'assistenza sanitaria, molte hanno deciso di lasciare per paura di rappresaglie".
Ma non solo. Il Covid-19, l'attuale crisi alimentare e l'inizio dell'inverno hanno ulteriormente acuito la situazione per le famiglie afghane. Già nel 2020, quasi la metà della popolazione era così povera da non avere beni di prima necessità come l'alimentazione di base o l'acqua pulita. Tutto ciò, affermano da Unicef, "sta spingendo sempre più famiglie nella povertà e le costringe a fare scelte disperate, come far lavorare i bambini e far sposare le ragazze in giovane età". Ora secondo i dati dell'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura, più di 18 milioni di afghani non sono in grado di nutrirsi ogni giorno. Questo numero è salito a quasi 23 milioni alla fine del 2021. E, a causa della fame, donne e bambini stanno diventando merce di scambio. Tra i casi peggiori restituiti dalle cronache locali c'è la vendita di una bambina di 6 anni e di un piccolo di 18 mesi, dati via rispettivamente per 3.350 dollari e 2.800 dollari. "Le ragazze afghane stanno di fatto diventando il prezzo da pagare per il cibo", spiega l'attivista per i diritti delle donne afghane Mahbouba Seraj. "Senza la loro vendita, le famiglie morirebbero di fame".
"Tutte le cose che finiscono con il dolore" - A portare all'attenzione dell'opinione pubblica il tema dei matrimoni infantili in Afghanistan è stata nel 2016 Zahra Yaganh. Trentanove anni, divorziata, due figli, e oggi passata in Maryland grazie ad un ponte aereo, in quello che è diventato uno dei libri più venduti in Afghanistan Yaganah ha raccontato la sua vita. Una straziante oppressione di cui, secondo lei, soffrono quasi tutte le donne. In Light of Ashes, scrive: "Odiavo il matrimonio, la prima notte di nozze, il concetto di marito e moglie e tutte le cose che finivano con il dolore. L'odio era un vestito che si adattava perfettamente al mio corpo. Di notte, quando fummo in camera da letto, senza alcuno scambio di parole tra di noi, mi trovai Sultan al mio fianco. Subito dopo un forte dolore trafisse il mio corpo. Non riuscivo a ricordare nulla dopo. Quando ho aperto gli occhi, mi sono ritrovata in un letto d'ospedale".
Le questioni di salute gestite dalla suocera - Il matrimonio precoce ha conseguenze devastanti sulla salute di una ragazza per via degli abusi fisici e sessuali ed equivale a una forma di schiavitù moderna. Quelli combinati intrappolano le donne in un ciclo di povertà. Molte sono troppo giovani per essere in grado di acconsentire al sesso e affrontano complicazioni durante il parto a causa dei loro corpi non sviluppati. I tassi di mortalità legati alla gravidanza per le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni sono più del doppio del tasso per le donne di età compresa tra i 20 e i 24. "Per molte di loro il problema è anche la scarsa conoscenza del loro corpo. Le questioni di salute femminile vengono gestite all'interno delle famiglie dalla suocera", racconta Eleonora Selmi, ostetrica di Medici Senza Frontiere che ha lavorato in Afghanistan. Il risultato è che, senza accesso alla contraccezione o ai servizi di salute riproduttiva, quasi il 10 per cento delle ragazze afghane di età compresa tra 15 e 19 anni ha già avuto un figlio, secondo i dati delle Nazioni Unite.
"Ed ecco perché è particolarmente importante che le giovani abbiano accesso a buone strutture sanitarie, dove possano essere seguite da un'ostetrica". A complicare il quadro, la credenza che la prima mestruazione renda una ragazzina pronta per avere rapporti sessuali o per essere madre.
"In realtà, soprattutto dove l'età del primo ciclo è molto bassa, come in Afghanistan, questo non dovrebbe essere assolutamente un parametro ma purtroppo lo diventa", conclude Selmi. A favorire i matrimoni infantili, il sempre più difficile accesso delle giovani afghane all'istruzione. Secondo Girls not Brides, un'organizzazione focalizzata sulla fine dei matrimoni precoci, le ragazze senza istruzione hanno tre volte più probabilità di sposarsi entro i 18 anni rispetto a quelle con un'istruzione secondaria o superiore. E, non a caso, il 60 per cento delle donne afghane di età compresa tra 20 e 24 anni senza istruzione si è sposata prima dei 18 anni.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 10 gennaio 2022
La denuncia della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il Paese trasformato in un carcere-lager, dove si moltiplicano i suicidi. La ferocia e le bugie del dittatore-sultano.
Avevo spento la luce e mi ero imposto di tacere sulle mille porcherie che conosco, e di cui vengo costantemente informato, nella Turchia del dittatore-presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. Era diventata quasi un'ossessione. Ma ora non posso più tacere. Le notizie e i video che tanti coraggiosi turchi mi mandano sono davvero mostruosi. Il Paese che amo da sempre è diventato una gigantesca e feroce prigione, preambolo di morte altamente probabile. Chi finisce in carcere, oltre a violenze di ogni genere, è spinto a suicidarsi.
Sono centinaia gli arrestati che hanno avuto la forza di gridare la verità e che vanno a moltiplicare il numero di coloro che preferiscono togliersi la vita, impiccandosi, piuttosto che sottostare all'infamia della spietata dittatura. Non parlo dei fatti che ho denunciato per anni. Non parlo della vendita o svendita di terre turche per arricchire l'unico padrone e i suoi accoliti. Non parlo della telefonata di Erdogan al figlio, chiedendogli di far sparire oltre 20 milioni di dollari, frutto di traffici illeciti.
Non parlo del ridicolo PHD all'Università di Bologna del figlio (oggetto di un'inchiesta giudiziaria), iscrittosi solo per poter raggiungere in fretta la Svizzera e depositare il malloppo. Non parlo dei soldi pagati ad Ankara dall'Unione europea per evitare un'invasione di profughi. Non parlo di ciò che Ankara fa nel Kurdistan contro l'Intrepida minoranza curda. Non parlo di una politica estera dissoluta. Silenzio imbarazzato su tutto. Eppure ho sempre creduto nel giornalismo vero, composto di cronaca, buona scrittura e capacità di analisi e di visione.
Però credetemi. Mai avrei immaginato la catena degli orrori che mi raccontano e mi documentano. Amici magistrati, riusciti a sfuggire agli arresti, fuggono per salvarsi. Il 16 marzo di quest'anno la "Questione Giustizia" in Turchia è stata denunciata dalla Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite. Pensate che nel 2020 ben 283.000 persone erano state arrestate, per ordine di Erdogan, perché accusate di terrorismo. E pensate che all'inizio del 2021 il numero era salito a 597.783. Un lager mostruoso. Lo dico con il cuore a pezzi perché avevo creduto, all'inizio, al riformismo di Erdogan. Quando era sindaco di Istanbul e persino quando era riuscito a diventare primo ministro. Era stata un'illusione.
Ho conosciuto bene il dittatore-sultano, l'ho intervistato quattro volte, oltre ad averlo ascoltato e aver discusso animatamente con lui durante alcune conferenze-stampa a Istanbul e ad Ankara. Alcune decisioni, appena eletto presidente, mi hanno sconcertato, altre mi hanno sconvolto. La porcheria che il sultano aveva inventato la notte del presunto colpo di Stato, porcheria che aveva fatto rabbrividire il mondo, era davvero troppo. Ero riuscito a scoprire, con alcune importanti telefonate, e non dal mio super controllato cellulare, che Erdogan era in vacanza.
Non era in volo, chiedendo asilo politico si leader di tutta Europa. Non sarebbe tornato ad Ankara ma a Istanbul la mattina dopo, sperando che avrebbero vinto gli allocchi creduloni. Ho giocato allora, alla vigilia del mio 70mo compleanno, tutte le carte della mia credibilità. Che mai avrei sacrificata per uno scoop improbabile. Il giorno dopo ero diventato, sempre improbabilmente, un genio. Da quel momento Erdogan nella mia mente si è quasi trasformato in un criminale. Oggi eliminerei il quasi. Ogni porcheria in Turchia è possibile. E anche l'Europa, che gli vende armi dovrebbe vergognarsi. A questo proposito Giorgio Gaber cantava "Mi fa male il mondo". Quanto è vero e quanto mi manchi, caro amico Giorgio.
di Elena Molinari
Avvenire, 10 gennaio 2022
Il campo a Cuba resta attivo con ancora 39 uomini rinchiusi in un universo separato, fuori dalla portata del diritto federale o internazionale. Trump l'ha mantenuto e Biden non parla più di chiusura. L'11 gennaio 2002 i primi prigionieri della guerra al terrorismo sbarcarono a Guantanamo, un angolo nel sud di Cuba che gli americani avevano strappato all'isola oltre cent'anni prima in cambio dell'aiuto a liberarsi dagli spagnoli. Da allora quasi 800 detenuti sono passati per le celle del famigerato Camp X Ray, molti dei quali non sono mai stati formalmente accusati di un crimine o processati. Vent'anni dopo, il centro resta una macchia nella storia degli Stati Uniti e nella loro immagine di difensori dei diritti umani, con ancora 39 uomini rinchiusi in un universo separato, fuori dalla portata del diritto federale o internazionale. Del resto l'obiettivo di George W. Bush, quando aprì un campo di prigionia all'interno della base americana, era proprio di sottrarre la protezione delle convenzioni di Ginevra per rinchiudervi i "combattenti nemici illegali" catturati in Afghanistan e in Pakistan - uno status non contemplato nel lessico del diritto umanitario che l'Amministrazione repubblicana aveva coniato per i sospetti terroristi dopo gli attacchi dell'11 settembre.
Anche la definizione di al-Qaeda come il nemico nella "guerra al terrore" globale dava all'Amministrazione Bush il diritto di trattare i suoi membri come prigionieri di guerra, piuttosto che criminali. Subito dopo il crollo delle Torri gemelle, infatti, la Casa Bianca cercò modi per mostrare al popolo americano che stava facendo tutto il possibile per consegnare i responsabili della strage alla giustizia. E, con l'azione militare in Afghanistan avviata il 7 ottobre 2001, lanciò la caccia ai possibili responsabili del più mortale attacco terrorista sul loro suolo. Come per le altre cosiddette politiche di "guerra al terrore", inclusi gli "interrogatori rafforzati", gli avvocati dell'Amministrazione (come il consigliere della Casa Bianca Alberto Gonzales) si misero al lavoro per trovare giustificazioni legali ad azioni contrarie ai valori americani, come la tortura e la detenzione senza processo. Nel frattempo, il Dipartimento di Stato cominciò a cercare un luogo adatto dove rinchiudere i sospetti che, anche quando non erano cittadini statunitensi, godevano di diritti costituzionali Usa quando si trovavano sul suolo americano. Nelle basi Usa in Iraq e Afghanistan venivano allestiti diversi "siti neri", incluse la base aerea di Bagram a nord di Kabul e la famigerata prigione irachena di Abu Ghraib, dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a interrogatori con metodi disumani, tra cui il waterboarding e la privazione del sonno.
Per i processi e la detenzione di lungo termine venendo considerate le basi militari Usa in tutto il mondo, ma molte presentavano svantaggi. Le basi in Europa sarebbero state soggette alle critiche della stampa locale e all'avversione dell'opinione pubblica; le posizioni nel mondo arabo sarebbero politicamente sensibili, considerando che coloro che i futuri carcerati sarebbero stati prevalentemente arabi.
Guantanamo era offshore, e quindi soddisfaceva i requisiti di un "buco nero legale", era isolata, e era già servita come centro di detenzione, quando George H.W. Bush vi aveva raccolto i rifugiati haitiani. Dopo 20 anni di critiche internazionali e denunce di molti gruppi umanitari su ciò che avveniva a Camp Delta, Guantanamo resta aperta, nonostante un presidente Usa, Barack Obama, nel 2009 ne avesse ordinato la chiusura. Incapace di superare le resistenze di molti Paesi d'origine dei carcerati e dello stesso Congresso, Obama ha fallito nel suo intento. Nel 2011 ha però istituito una commissione incaricata di riesaminare periodicamente i casi dei prigionieri, che ha ridotto la popolazione del centro da 245 a 41.
Donald Trump invece ha emesso un ordine esecutivo per tenere aperta Guantanamo a tempo indeterminato. Joe Biden durante la campagna elettorale ha ribadito la promessa di Obama, ma a quasi un anno dall'avvio della sua presidenza, sta progettando di costruire una nuova aula di tribunale a Guantanamo Bay. Un passo che segnala l'interesse ad aprire o continuare i processi degli ultimi detenuti, ma che fa anche capire che la chiusura di Guantanamo, per ora, non è all'orizzonte.
di Domenico Quirico
La Stampa, 10 gennaio 2022
Il campo di prigionia americano veniva aperto a Cuba l'11 gennaio 2002, su quei 114 chilometri quadrati la più grande potenza del mondo ha creato un mostro. Ho conosciuto un prigioniero di Guantanamo. Otto anni aveva passato laggiù, otto anni. Era nel contingente dei primi arrivati, "i peggiori dei peggiori" come li insolentì il segretario alla difesa americano Rumsfeld. L'undici gennaio 2002 fu l'inizio, anche lui incatenato nella stiva di un aereo decollato dall'Afghanistan appena ripulito da Al Qaeda e taleban, sedici ore di volo da Kandahar, davanti agli occhi una maschera da fonditore e alla bocca una museruola come quella dei cani. "Adesso sei proprietà dei marines degli Stati Uniti" gli dissero i guardiani: poi la tuta arancione, la gabbia, il campo "X Ray", che adesso non esiste più, è solo una distesa abbandonata di erbe alte e di lamiere arrugginite che friggono nel caldo tropicale.
Ho incontrato Adel Ben Mabrouk nella sua città, Tunisi, da uomo libero. Lo aveva fatto uscire da Guantanamo Obama; frustrante, patetico, fallito tentativo di chiudere il lager di Bush di quel presidente velleitario, sempre incompiuto. Doveva essere trasferito nel suo Paese di origine: offriva con piacere le indigene galere per continuare Guantanamo Ben Ali, autocrate modernista e implacabile nemico dei jihadisti. Ma il destino non aveva smesso di rimescolare con i suoi gesti da cieco. Quando era sbarcato a Tunisi non c'era più nulla: Ben Ali la gendarmeria i giudici le prigioni. Tutto evaporato. C'era invece la rivoluzione. Dall'aeroporto aveva raggiunto casa sua, tranquillo come un lavoratore che ha finito il suo turno e si prepara a iniziarne un altro. Nulla era rimasto indietro che non fosse compiuto. Aveva sciolto il suo passato.
Aspettava le ore della preghiera seduto davanti al portone, guardando i venditori di verdura e cianfrusaglie immobili agli angoli di quel quartiere di sommessa povertà, senza grida, senza gesti, goffamente abbarbicati ai marciapiedi. Il suo volto era tagliente, solo linee, respiro e occhi. Le donne passavano davanti a lui e con gesto automatico di rispetto stringevano il velo abbassando gli occhi, gli uomini e i ragazzi si inchinavano, un segno di ammirazione per l'eroe, l'invitto di Guantanamo.
Volevo parlare di Bin Laden, dell'operazione Geronimo, del capo di Al Qaeda ucciso dai soldati americani, il corpo gettato in mare come un volgare rifiuto per non creare un luogo di pellegrinaggio. Perché aveva fatto parte della guardia personale dello sceicco Osama, gli aveva parlato, aveva combattuto al suo fianco, aveva giurato di morire con lui nei giorni ardenti e feroci di Tora Bora. Prima che i pachistani lo tradissero "vendendolo agli americani per denaro", e salpasse verso quel lungo naufragio di Guantanamo.
I suoi occhi brillavano a quella parola. Si poteva guardare attraverso quegli occhi come se non finissero mai. Del resto, per quanto riguarda l'essenziale, l'uomo è ciò che nasconde.
Guantanamo... che parola! La più misteriosa parola del mondo: il tramonto della civiltà occidentale, il vergognoso, informe crepuscolo degli dei americani, i tribunali di eccezione del Patriot Act con arresti abusivi, mancanza di prove, confessioni strappate sotto tortura, invenzioni giuridiche per aggirare la convenzione di Ginevra e le garanzie della costituzione americana, le bandiere scolorite dei diritti dell'uomo, la marea montante del fango. Tutto questo è ancora oggi, dopo venti anni, Guantanamo, "la sconfitta quotidiana" come ben la definiva Biden quando era vice presidente. Ma che da presidente neppure lui ha ordinato di chiudere. Troppo pericoloso per il vinto di Kabul. Lo strumento della vendetta si è avviluppata attorno ai vincitori e li lega per sempre.
Accettò di parlare di tutto, il "waterboarding"', la ripetitiva tortura dell'acqua che avete visto in mille film, il ricorso al rumore per impedire che i prigionieri dormissero, la alimentazione forzata per annullare gli scioperi della fame con tubi infilati nell'ano e la bocca sigillata per impedire di vomitare, gli interrogatori duri.
"Ma non ti dirò nulla dello sceicco Obama... ", avvertì subito. Poi ho capito perché: non ce n'era bisogno. Guantanamo era già, in sé, la perfetta, implacabile descrizione della vittoria del miliardario del terrore. Con cinque taglierini, il costo di due posti al cinema, aveva spinto Bush a volere quello che lui voleva, a precipitarsi nel non diritto.
In quei 117 chilometri quadrati dell'isola di Cuba, avanzo dal 1898 di una delle prime manifestazioni dell'imperialismo americano, la guerra contro la Spagna, c'era la catena di cui la più grande potenza del mondo non riusciva più a liberarsi. Bin Laden aveva fatto cadere il suo nemico nell'errore di creare un mostro. Sì. Guantanamo è un mostro americano. Non perché ha messo in prigione degli innocenti. Gli ottocento che vi sono stati rinchiusi erano jihadisti, assassini, molti ideatori e esecutori di attentati sanguinosi, volevano purificare il mondo uccidendo gli uomini. La mostruosità, il peccato originale di Guantanamo e della guerra al terrorismo, è nel fatto che una democrazia non ha saputo trovare una forma di giustizia per punirli senza a sua volta commettere ingiustizie. Senza diventare come loro. Guantanamo, purtroppo, non è un anniversario. È la fotografia della nostra sconfitta come Occidente, nel suo essere ancora lì, intangibile, forse eterna, con i suoi 400 milioni di dollari l'anno di costo per una quarantina di detenuti rimasti, i suoi cartelli surreali che invitano a non dar da mangiare alle iguane, le tavole dei pesci rari, i percorsi natura che nessuno può utilizzare perché tutto è vietato, con una nuova scuola per i figli del personale appena inaugurata e impianti per ridurre le spese di elettricità e acqua potabile costati decine di milioni di dollari.
Il processo a tre attentatori dei massacri di Bali e Giakarta del 2003 che provocarono 215 morti va avanti stancamente, quasi con imbarazzo, il rito degli avvocati che incontrano clienti incatenati alle sedie, i volti nascosti, l'obbligo di non descrivere i luoghi. Sono rimasti alcuni detenuti "di alto valore", li chiamano così: come il pachistano Khaled Mohammed detto "KSM", uno dei cervelli dell'undici settembre; o il saudita Rahim al Nashiri, uno degli attentatori della "Uss Cole" nel 2000. E poi i "detenuti illimitati", troppo pericolosi per essere liberati ma i cui processi sono appesi a confessioni ottenute con la tortura. Come si fa, come i gatti, a cancellare le tracce, a ricoprire di sabbia la sporcizia prodotta?
Guantanamo è la prova del fallimento della crociata contro il terrorismo. Poco tempo dopo il nostro incontro Adel è partito per la Siria, Al Qaeda chiamava di nuovo a raccolta i suoi. È morto fulminato da un cecchino vicino a Idlib. Anche lui faceva della guerra una igiene esistenziale, era certo che la vicinanza con la morte sul campo di battaglia desse un senso alla vita. Rischiare la propria vita per un dio totalitario significava acquisire un'anima. quando è uscito da Guantanamo era un morto vivente pronto a trasformare in morte tutto ciò che toccava. La morte l'aveva contaminato e lui a sua volta contaminava la morte.
Dopo venti anni dall'arrivo dei primi prigionieri nella base navale a Cuba gli americani hanno mangiato la polvere in Afghanistan. Uno dei detenuti afgani, Abdul Zakir, è ministro nel governo dell'Emirato islamico, altri sei sono tra i capi talebani di nuovo al potere. Non si contano tra i liberati quelli che combattono nelle finte "guerre al terrorismo" lanciate dai politici occidentali in combutta con i venditori di armi o per sostenere vecchi e nuovi complici. Non ci sono pentiti. La domanda ahimè senza risposta di Guantanamo ruota attorno a quello che deve essere il fondamento di ogni impresa umana: dove è la giustizia in tutto questo? Così quella guerra continua. È appena cominciata. Per noi tutto sta finendo, per loro tutto comincia. Aveva ragione Bush quando qualche giorno dopo l'11 settembre annunciava agli americani: "Questa crociata prenderà un po' di tempo".
di Apostolis Fotiadis, Daniel Howden, Ludek Stavinoha e Giacomo Zandonini
Il Domani, 10 gennaio 2022
L'agenzia di polizia europea ha raccolto una montagna di dati sui cittadini, seguendo il modello della Nsa americana In questo sistema opaco pochissimi europei sono consapevoli di essere stati schedati pur non avendo commesso reati.
L'agenzia di polizia dell'Unione europea, Europol, sarà costretta a cancellare una parte significativa di un enorme archivio di dati personali che ha accumulato illegalmente negli ultimi anni. A ordinarlo è lo European Data Protection Supervisor (Edps), il garante europeo per la protezione della privacy. A finire sotto i riflettori del garante è quella che gli esperti descrivono come una "montagna di big data", contenente miliardi di informazioni. Dati sensibili estratti da inchieste sulla criminalità organizzata, da operazioni di hackeraggio di piattaforme telefoniche criptate o ancora da controlli su richiedenti asilo che non hanno commesso alcun reato. Secondo documenti interni, le banche dati di Europol contengono almeno 4 petabyte di dati. Per farsi un'idea, è l'equivalente del contenuto di tre milioni di Cd-Rom o di un quinto del materiale digitale raccolto nella Library of Congress degli Stati Uniti, tra le biblioteche più grandi del mondo. Secondo gli esperti di privacy, un tale volume di informazioni fa pensare che Europol svolga compiti di sorveglianza di massa, ricalcando i passi della National Security Agency (Nsa), l'agenzia di polizia statunitense che - come rivelato nel 2013 dal whistleblower Edward Snowden - spiava illegalmente cittadini innocenti.
Disseminati tra questi 4 quadrilioni di dati personali, ci sono i dati di 250mila persone implicate o collegate a inchieste sul terrorismo, e di migliaia di altri individui che, per motivi diversi, erano parte della loro rete di contatti. Si tratta di informazioni accumulate negli ultimi sei anni, in seguito a una serie di operazioni di polizia.
Il 10 gennaio il garante Ue rende pubblica la sua decisione di ordinare ad Europol di cancellare una parte di questi dati, trattenuti in modo illegittimo. L'agenzia avrà tutto il 2022 per farlo, separandoli da altri che detiene legalmente. Quello che oppone le due autorità dell'Ue è un conflitto inusuale, che vede la piccola autorità per la privacy contrapporsi a una sempre più potente agenzia di polizia, destinata a diventare un riferimento per l'impiego di algoritmi e intelligenza artificiale nelle questioni di sicurezza europee.
"Le forze dell'ordine hanno bisogno degli strumenti, delle risorse e del tempo per analizzare dati che ricevono in modo legale" ha detto a Domani Ylva Johansson, la commissaria Ue per gli Affari interni, aggiungendo che "in Europa, la piattaforma che sostiene le polizie nazionali, impegnate in questo compito sovrumano, è Europol".
Tra i vertici dell'Ue ci sono però divergenze fondamentali su quali equilibri mantenere tra esigenze di privacy e di sicurezza. E nel mondo ovattato delle istituzioni dell'Unione, la presa di posizione del garante è percepita come un elemento radicale, che alza la posta in gioco in un dibattito che riguarda il futuro della privacy nel continente. Secondo Chloé Berthélémy, esperta di protezione dei dati per la rete European Digital Rights, Europol sta seguendo i passi della Nsa statunitense, pur con risorse tecnologiche molto inferiori. "La capacità di Europol di raccogliere grandi quantità di dati e di accumularli in quella che possiamo definire una 'montagna di big data' sta trasformando l'agenzia in una sorta di buco nero", ha spiegato.
Europol e i suoi sostenitori, ai vertici delle istituzioni di Bruxelles, negano però ogni irregolarità e ritengono anzi che l'annuncio del garante sia una testimonianza del funzionamento del sistema. Omettono però di aver fatto tutto il possibile per ritardare la decisione dell'Edps. Ora che il dado è tratto, Europol ha dichiarato al team di questa inchiesta che il garante probabilmente interpreta la legge in modo poco flessibile. "Il regolamento di Europol - ha comunicato l'agenzia, in un curioso ragionamento giudiziario - non può essere inteso come un requisito impossibile da rispettare [dalla stessa Europol]". La decisione del garante arriva in un momento cruciale: l'Ue è infatti nella fase finale di un lungo negoziato per modificare il Regolamento di Europol, accrescendone incredibilmente i poteri. L'obiettivo è anche di legalizzare retrospettivamente la "montagna di dati", utilizzandone il contenuto come base per sviluppare nuovi sistemi di analisi tramite l'intelligenza artificiale.
Nata nel 1999 per coordinare forze di polizia nazionali, Europol ha visto crescere fondi, ruolo e aspettative a partire dal 2015, quando, dopo l'attacco al Bataclan di Parigi, è stata presentata come una soluzione al terrorismo jihadista ed ha iniziato a ricevere e immagazzinare dati personali da Stati, forze di polizia e organizzazioni internazionali. Sulla carta, Europol è vincolata ad un regolamento che definisce nel dettaglio quali dati personali può registrare e processare e per quanto tempo. Si tratta di dati di sospetti, testimoni ed informatori, che abbiano una rilevanza in casi di terrorismo o criminalità internazionale. Ma spesso, secondo Edps, questo trattamento dei dati è stato lasciato al caso.
Le dimensioni e l'origine di una parte significativa dei dati presenti nella ' montagna' la rendono evidentemente poco trasparente. Sono pochissimi i cittadini europei che, pur non avendo commesso reati, hanno scoperto di essere finiti in questo database e nessuno sembra essere riuscito ad ottenere informazioni dettagliate su quali dati siano effettivamente registrati. Tra di loro c'è l'attivista olandese Frank van der Linde. Uno dei rari fili visibili in una matassa altrimenti indistinguibile di dati. Van der Linde, le cui esperienze con la polizia sono limitate all'aver forzato una finestra per entrare in un edificio da usare come dormitorio per persone senza dimora, è stato rimosso nel 2019 da un registro olandese di potenziali terroristi su cui tenere gli occhi aperti. Un anno prima si era però trasferito a Berlino. Senza che lo sapesse, la polizia olandese lo aveva comunque segnalato ai colleghi tedeschi e a Europol. L'attivista lo scoprirà per caso, accedendo ad alcuni file personali consegnatili dal comune di Amsterdam. Quando chiede alle autorità olandesi di aiutarlo a rimuovere i dati, si trova di fronte ad un muro. Chiede allora ad Europol che, nel giugno 2020, gli risponde di non avere nessuna informazione a cui fosse "autorizzato ad accedere". L'attivista si rivolge così all'Edps.
Van der Linde, che aspetta risposte da oltre un anno, è convinto che i suoi dati convivano con quelli di centinaia di migliaia di persone. Criminali, sospetti, testimoni, vittime e persone legate, in modo generico, all'ambiente o alla località frequentati da uno di loro. "Mi inquieta quanto sia facile finire registrati in un archivio di questo tipo, quanto la polizia abbia l'abitudine di scambiare dati personali oltre i confini, e quanto sia difficile essere rimossi da queste banche dati una volta che ci si finisce", dice Van der Linde.
Un'irrequietezza condivisa da tempo dal garante europeo. In una prima comunicazione, del settembre 2019, il garante sosteneva infatti che i dati acquisiti da Europol fossero poi immagazzinati senza i necessari controlli, ovvero senza verificare che i titolari di quei dati appartenessero alle categorie per cui l'agenzia è autorizzata a conservare informazioni sensibili. Certo l'accesso a questi dati è strettamente sorvegliato e una parte importante della 'montagna' è composta da dati trattenuti e usati in modo legale. Ma la parte restante?
Il garante ritiene che gli sforzi di Europol di rispondere alle sue osservazioni del 2019 non siano stati sufficienti e, nel settembre 2020, avvia quindi una procedura formale di ammonimento, chiedendo di trovare una soluzione in tempi rapidi. Al cuore delle preoccupazioni dell'Edps c'è il fatto che "i titolari dei dati rischiano di essere ingiustamente collegati ad attività criminali all'interno dell'Ue, il che può danneggiare potenzialmente la loro vita personale e famigliare, la libertà di movimento e di impiego che questa garantisce".
Nasce qui un conflitto, registrato da una serie di documenti interni, ottenuti tramite richieste di accesso agli atti, che mostrano come Europol abbia cercato di prendere tempo, mentre il garante insisteva sul fatto che non avessero risolto la "violazione legale". L'agenzia di polizia sembra così attendere l'approvazione del suo nuovo regolamento per ottenere una copertura di pratiche adottate per sei anni senza una vera base legale.
Un conflitto che ha innervosito la Commissione europea, tanto da spingere Monique Pariat, direttrice generale per gli Affari interni, ad organizzare un incontro prenatalizio, a dicembre 2021. Fonti vicine all'incontro dicono che il garante sia stato invitato a "smorzare" ogni critica pubblica dell'operato di Europol. Il garante, Wojciech Wiewiórowski, ha detto a Domani che l'incontro di dicembre è stato "l'ultimo momento per Europol per aggiungere alcune informazioni che non erano state aggiunte nelle ultime risposte alla nostra lettera".
L'incontro però non ha offerto risposte alle inquietudini di Wiewiórowski sulla legalità della registrazione dei dati, quindi, ha proseguito, "non c'era altro modo di risolvere il problema: dovevamo adottare una decisione di cancellare tutti quei dati trattenuti da più di sei mesi".
Per Niovi Vavoula, ricercatrice alla Queen Mary University di Londra, "la nuova legislazione è un modo di prendersi gioco del sistema: Europol e la Commissione hanno cercato ex-post di rettificare il fatto di aver detenuto questi dati per anni, illegalmente". Ma la legge, spiega, "non funziona così, non puoi cambiare le norme per riparare passate condotte illegali". Le preoccupazioni degli esperti non si limitano però alla durata del trattenimento dei dati personali. Europol, dicono, mira alla sorveglianza di massa. Nel giugno 2021, durante un dibattito interno della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento Ue, alcuni eurodeputati hanno paragonato Europol alla Nsa. A sorpresa, Wiewiórowski ha sottoscritto il paragone, spiegando come Europol usi argomenti simili a quelli usati dall'agenzia Usa per difendere quelle operazioni di raccolta di dati e di sorveglianza rivelate da Snowden.
"Dopo lo scandalo Prism - dice Wiewiórowski ai deputati riferendosi al programma di sorveglianza statunitense - la Nsa disse che non stavano processando dati ma solo raccogliendoli, e che li avrebbero usati solo se neccessari per delle inchieste". Un approccio che, per il garante, "non risponde alle norme europee sulla gestione dei dati personali".
Eric Topfer, un esperto di sorveglianza del German Institute for Human Rights, sostiene che con il nuovo regolamento, la cui approvazione avverrà nei prossimi mesi, l'agenzia potrà ottenere dati personali da banche, compagnie aeree, società private e servizi di email. "Se Europol dovrà solo chiedere alcune tipologie di informazioni per averle servite su un piatto d'argento, questo significa che ci stiamo avvicinando al modello della Nsa" spiega.
di Asher Colombo
Il Domani, 10 gennaio 2022
In Olanda c'è una morte medicalmente assistita ogni 27 decessi, in California una ogni 1.000, ma i due stati si somigliano dal punto di vista medico. È una questione di mentalità, che sta cambiando. Anche in Italia.
Sembra ormai inevitabile che tre elementi tra loro inestricabilmente intrecciati siano destinati a convergere a breve e a riaccendere, con le consuete modalità carsiche, il dibattito sul cosiddetto "fine vita" in Italia. Il primo è il referendum, previsto la prossima primavera, per la modifica dell'articolo 579 del codice penale, che punisce l'omicidio del consenziente.
Il secondo è il pronunciamento n. 242/2019 della Corte costituzionale, a proposito del caso Dj Fabo/Marco Cappato, per violazione dell'articolo 580 del codice penale che punisce l'istigazione e l'aiuto al suicidio. In questa sentenza la Corte ha rilevato elementi di criticità dell'articolo, e indicato quattro criteri di esclusione della punibilità. Il terzo, innescato dal precedente, è l'iter della proposta di legge sul suicidio assistito di cui sono relatori i parlamentari Alfredo Bazoli (Partito democratico) e Nicola Provenza (Movimento Cinque stelle). Questa si pone in una posizione per così dire intermedia tra la situazione attuale di chiusura assoluta e quella che scaturirebbe da un eventuale successo del referendum, che collocherebbe di colpo l'Italia ai primi posti, se non al primo, in termini di apertura all'eutanasia. Come spesso accade, non solo in Italia, il dibattito su questi temi ha assunto la forma di una contrapposizione tra punti di vista difficilmente negoziabili che fanno riferimenti a valori etici inconciliabili. È un dibattito anche utile, ma che potrebbe trarre qualche beneficio da un'osservazione non partigiana delle esperienze fatte nei paesi in cui norme di questo tipo sono già state introdotte. Non tanto, come spesso avviene, in termini di confronti tra le norme, quanto in termini di valutazione delle dinamiche che concretamente quelle norme hanno generato.
Morte assistita - A oggi, forme di legalizzazione, o depenalizzazione, di una o più forme di morte medicalmente assistita sono state adottate da nove paesi. Sei si trovano in Europa: Svizzera, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania, Spagna. Tre sono nelle Americhe: Colombia, Canada e undici dei cinquanta stati Usa. Le forme sono diverse. Si va dal suicidio medicalmente assistito all'eutanasia volontaria, fino a casi di eutanasia non volontaria.
L'Istituto Cattaneo ha preso in considerazione, e analizzato tutti i dati disponibili fino a questo momento allo scopo di analizzare le dimensioni e l'andamento nel tempo di queste morti medicalmente assistite. A suscitare la prima sorpresa sono le forti differenze assunte dalle dimensioni del fenomeno. Il numero di morti medicalmente assistite, genericamente intese, varia da una media di poco più di 1 ogni mille decessi nello stato della California, a una di quasi 27 in Olanda.
Stessa incidenza di tumori - In generale è facile vedere che, passando da una sponda all'altra dell'Oceano, quelle che le leggi americane definiscono "morti con dignità" o "scelte di fine vita" crescono decisamente, e raggiungono il loro massimo in Belgio e proprio in Olanda. Dato che la stragrande maggioranza delle richieste di accesso alla morte medicalmente assistita riguarda tipicamente pazienti oncologici (dove i dati sono disponibili, oltre due terzi del totale) si potrebbe presumere che le dimensioni del fenomeno siano riconducibili a divari nell'incidenza dei tumori. Tuttavia, il tasso di decessi per tumore è massimo in Olanda, negli stati di Washington e Oregon, e minimo in Belgio e Svizzera. Non sembra quindi che distanze così macroscopiche possano essere ricondotte a divari nella diffusione dei tumori tra la popolazione.
Se in Olanda l'incidenza delle morti medicalmente assistite è superiore a quella di Svizzera e Belgio, e se l'incidenza delle morti assistite in questi paesi è superiore a quella che si registra in Usa, questo sembra piuttosto riconducibile a differenze nelle opinioni pubbliche. I livelli di resistenza di queste ad accettare l'idea che alla vita possa essere messa fine in base a una scelta deliberata - sia essa di un individuo, di una famiglia, del personale medico, o anche di un'istituzione o di una qualche combinazione tra questi attori - varia molto.
Questione di scelta - L'accettabilità dell'eutanasia raggiunge i suoi valori massimi proprio in Olanda, Belgio, Svizzera, e quelli minimi negli Stati Uniti. È un gradiente che rispecchia, fra gli altri, differenze nel livello di secolarizzazione. Le religioni monoteiste hanno sempre esercitato un impatto decisivo sugli atteggiamenti verso i suicidi e l'eutanasia, e non smettono di farlo nemmeno oggi. In quest'ottica va inquadrata la collocazione dell'Italia, il cui livello di accettazione della morte medicalmente assistita è certamente molto cresciuto negli ultimi anni e risulta oggi superiore a quello che si registra nella maggioranza degli stati americani, ma è comunque inferiore a quello rilevabile nei quattro paesi europei, e perfino in due tra gli assai meno secolarizzati Stati Uniti.
La crescita - Ma c'è una seconda questione che le esperienze consolidate aiutano a inquadrare meglio. Se consideriamo l'andamento delle morti assistite nei vari paesi è facile osservare due dinamiche. La prima è che in tutti si è registrata una crescita quasi costante. A dieci anni dall'introduzione delle morti assistite il tasso annuo di crescita ha variato tra l'8 per cento dell'Olanda e oltre il 15 epr cento della Svizzera. La seconda è che nessuno dei paesi considerati ha mai interrotto la propria corsa. Significa che chi introduce la morta assistita è destinato a vederla correre su un piano inclinato, come paventano i critici della legalizzazione? Difficile dirlo al momento.
È una dinamica compatibile con spiegazioni diverse: l'invecchiamento della popolazione, un rilassamento delle definizioni o dei criteri stessi di accesso, un processo di progressivo abbassamento delle resistenze a richiedere una pratica mano a mano che questa si diffonde e viene percepita come sempre più "normale". A guardare bene però sono in gioco anche fattori istituzionali.
Questione individuale - Dove il percorso è più concepito come una questione individuale con un ruolo solo ancillare dei medici, come in Svizzera, la crescita appare più marcata. Ed è proprio sui fattori istituzionali, sulle norme certo, ma anche sulle concrete procedure di accesso e di valutazione delle richieste che si giocherà la vera partita quindi. Nelle settimane che ci aspettano il confronto su questi temi tornerà più acceso di prima. Ma se è lecito nutrire dubbi che possano davvero essere i fatti a indirizzare un dibattito così polarizzato, è altrettanto chiaro che prendere posizione su un tema controverso senza tenere conto proprio dei fatti è poco auspicabile.
di Mario Giro
Il Domani, 10 gennaio 2022
Il conflitto potrebbe incistarsi diventando una guerra di attrito. Gli Usa stanno facendo tutto il possibile per far iniziare la trattativa di pace. Gli altri attori regionali o globali stanno invece decidendo con chi schierarsi. Le precondizioni di entrambe le parti per iniziare a trattare sono ancora molto distanti. Il conflitto ha assunto per ciò stesso un aspetto da guerra totale che non risparmia i civili e funziona col sistema della terra bruciata. Ecco perché la spinta al negoziato dovrebbe vedere anche l'Italia e l'Europa in prima fila.
I tentativi di dialogo tra Etiopia e Tigrai falliscono prima ancora di cominciare a causa dei bombardamenti di Addis sul campo profughi di Dedebit a pochi chilometri da Sciré. L'occasione era la tregua de facto dei combattimenti e la decisione di ritiro delle forze del Tigray Defense Forces (TDF) dalle regioni di Afar e Amhara per concentrarsi nel proprio territorio.
Pareva un buon momento per avviare esplorazioni in vista di una soluzione negoziata del conflitto. Jeffrey Feltman, l'inviato speciale americano, si è recato ad Addis nei giorni scorsi per discutere tali prospettive con le autorità di Addis. In quell'occasione il governo del premier Abyi Ahmed ha dichiarato che "non intende proseguire l'offensiva nel Tigrai": un'apertura che è sembrata di buon auspicio. Ora i recenti bombardamenti paiono smentire tale impegno.
La spinta diplomatica è giunta anche grazie alla lettera che il leader del Tigray People's Liberation Front (Tplf) Debretsion Gebremichael ha scritto al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres il 19 dicembre scorso, annunciando il ritiro delle sue forze dalle regioni di Afar e Amhara. "Confidiamo che il nostro coraggioso atto di ritiro rappresenterà un'apertura decisiva per la pace", ha scritto Debretsion chiedendo una "immediata cessazione delle ostilità" seguita da trattative. La situazione della crisi resta tuttavia molto complessa.
Il governo etiope ha reagito affermando che si tratta solo di una "pausa" nelle operazioni militari. Addis ha anche criticato le fake news di massacri e genocidio che i tigrini avrebbero fatto lievitare in questi mesi, anche se le agenzie umanitarie sono unanimi nel denunciare tali atti sia da una parte che dall'altra.
Nonostante l'affaticamento militare di entrambe le parti dovuto alle pesanti perdite subite, l'inizio di colloqui rimane per ora un'ipotesi lontana. Lo stesso ritiro del Tdf, causato dall'attacco dei droni di Addis dopo che i tigrini erano ormai giunti a 200 km dalla capitale, potrebbe determinare l'incistarsi del conflitto, mediante il trincerarsi dei due fronti e l'inizio di una guerra di attrito (che pare essere già in atto tra tigrini e amhara) o di un congelamento dello scontro.
Gli Stati Uniti stanno facendo tutto il possibile per avviare il negoziato, debolmente sostenuti dall'Europa, mentre le altre potenze (globali o regionali) interessate alla vicenda stanno soltanto valutando da che parte schierarsi in base ai rispettivi interessi. La questione della diga Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd) ha sicuramente avvicinato l'Egitto al Tdf così come la disputa frontaliera tra Sudan e Etiopia a proposito dell'area di al Fashaga.
Nell'anno di guerra fin qui trascorso non è parso che il governo di Addis abbia in qualche modo modificato la sua posizione inflessibile. Inoltre le sanzioni Usa, e cioè l'esclusione dalle facilitazioni commerciali dell'African Growth and Opportunity Act, non facilitano le buone disposizioni etiopiche nei confronti della pressione americana. Già quest'estate il premier etiopico si era rifiutato di incontrare la direttrice dell'Usaid Samantha Power, una delle personalità più in vista dell'amministrazione Biden. Nei media etiopici si continua a criticare Washington per il fatto di non considerare il Tplf come un gruppo terroristico. Anche i tigrini non sembrano ancora pronti a sedersi al tavolo e cercano di giungerci in posizione di forza, come da reali interlocutori. Il Tplf vuole un riconoscimento politico che Addis non è per ora disposta a concedere trattandoli da ribelli.
L'alleanza etiopico-eritrea della prima fase del conflitto ha reso i tigrini estremamente diffidenti: credono di essere di fronte ad una minaccia esistenziale ed è altamente improbabile che accettino di ridimensionarsi. L'intervento delle forze armate eritree nei primi mesi di guerra rimane una ferita profonda. Accanto alle prime timide offerte di cessazione momentanea dei combattimenti, i falchi di entrambi i lati hanno affermato di essere pronti a una lotta ad oltranza. Nella sua lettera all'ONU, Debretsion dichiara orgogliosamente che le Tdf sono "intatte e imbattute sul terreno" e chiede come precondizione sui futuri colloqui il ritiro delle forze etiopiche, eritree e amhara dalle zone del Tigrai che ancora occupano.
Qui sta un dettaglio diabolico: non c'è consenso (né c'era prima della guerra) sulla frontiera interna tra Tigrai e Amhara. I tigrini considerano di loro pertinenza etnica il distretto di Welkait ed altre aree frontaliere con il Sudan, abitate in prevalenza da amhara. In questo anno di guerra hanno più volte cercato di attaccare l'area che va fino al confine del Sudan, anche per sbloccare l'isolamento a cui sono sottoposti. La forte resistenza delle milizie amhara ha fatto sì che, per scendere verso Addis, le Tdf siano dovute passare dall'altra parte, cioè l'Afar. Si tratta di vecchi contenziosi che avevano provocato molte polemiche nell'Etiopia federale, con il ridisegno dei confini interni da parte del governo Melles Zenawi, ritracciati in seguito dal governo Abiy Ahmed.
Il Tplf chiede in aggiunta una no-fly zone anti-droni sul Tigrai che rappresenta l'unico reale vantaggio strategico di Addis su Maccallé. Infine una richiesta urgente è l'apertura di passaggi e ponti aerei umanitari per consegnare cibo e aiuti che mancano crudelmente al Tigrai fin dall'inizio della guerra. Durante il loro ritiro dalle zone previamente occupate in questi mesi, le Tdf hanno portato via tutto ciò che potevano: un bottino che è servito per rifarsi del saccheggio subito nei primi mesi guerra. Il conflitto ha assunto per ciò stesso un aspetto da guerra totale che non risparmia i civili e funziona col sistema della terra bruciata. Ecco perché la spinta al negoziato dovrebbe vedere anche l'Italia e l'Europa in prima fila.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 9 gennaio 2022
Nel mirino dei procedimenti disciplinari le toghe coinvolte nelle chat di Palamara. Ma resteranno al loro posto. Con calma, con molta calma: ma forse, finalmente, i giudici italiani decidono di fare un po' di pulizia al loro interno. Ad oltre due anni e mezzo dall'esplosione del "caso Palamara" l'unico magistrato che l'Associazione nazionale magistrati ha punito finora è stato proprio Luca Palamara, espulso con ignominia dal sindacato delle toghe.
di Armando Spataro
L'Espresso, 9 gennaio 2022
Né "sfregio alla Costituzione" né "legge-bavaglio". Ma una sobrietà comunicativa rispettosa di principi irrinunciabili. Quasi tutte le riforme in tema di giustizia costituiscono da decenni, qualunque ne sia l'oggetto, ragione di polemiche tra politici e magistrati.
Nel caso della riforma varata con il decreto legislativo n. 188/2021, ormai definito "Decreto sulla presunzione di innocenza", l'area dei polemisti si è allargata fino a comprendere avvocati e giornalisti. Il decreto - è bene dirlo in premessa - impone un obbligo di sobrietà comunicativa rispettoso di irrinunciabili principi, ma ciononostante c'è chi ne parla come di uno "sfregio alla Costituzione" o, rievocando vecchie definizioni, di "legge bavaglio".
di Annalisa Cangemi
fanpage.it, 9 gennaio 2022
Obbligo di green pass per i familiari dei detenuti che entrano in carcere per colloqui in presenza. È una delle misure anti Covid del decreto di gennaio, pubblicato in Gazzetta ufficiale.
È stato pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale il nuovo decreto Covid, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 gennaio, ed entrato in vigore da oggi. Nel provvedimento è contenuto l'obbligo vaccinale per over 50, e l'obbligo di Super Green Pass per tutti i lavoratori over 50. Tra le altre misure contenute nel dl, ci sono anche le nuove norme sulla quarantena a scuola, in vista della ripresa delle lezioni in presenza dopo la pausa natalizia.









