primalariviera.it, 8 gennaio 2022
L'uomo, marocchino, era stato messo in isolamento perché positivo alla tubercolosi. Per protesta aveva dato fuoco alla cella. È morto all'ospedale Villa Scassi di Genova il detenuto di 39 anni che il 18 dicembre aveva dato fuoco al materasso della sua cella nel carcere di Sanremo.
Erano intervenuti cinque agenti, rimasti lievemente intossicati, per salvarlo. Il detenuto era stato trasferito con l'elicottero al Centro grandi ustionati in gravi condizioni. Il fumo inalato e i polmoni compromessi dalla malattia non gli hanno permesso di salvarsi.
di Vincenzo Bisbiglia
Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2022
Per i presunti depistaggi sono imputati otto carabinieri: il generale Alessandro Casarsa all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Le accuse, a vario titolo e a seconda delle posizioni sono quelle di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia.
Due milioni di euro e una provvisionale di 750 mila euro. È il risarcimento chiesto dall'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Stefano Cucchi a conclusione del suo intervento nel processo a carico di otto carabinieri accusati di avere messo in atto depistaggi per sviare il corso delle indagini sulla morte del giovane, avvenuta nell'ottobre del 2009. "Non ce la facciamo più - ha detto il legale - Siamo stati carne da macello per queste persone, ma noi siamo essere umani: è stato fatto di tutto per nascondere responsabilità gravi". Nell'intervento dall'aula bunker di Rebibbia Anselmo ha ricordato come il corpo di Stefano fosse "un mappamondo di lesioni".
Per i presunti depistaggi sono imputati otto carabinieri: il generale Alessandro Casarsa all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Le accuse, a vario titolo e a seconda delle posizioni sono quelle di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Per tutti il pm Giovanni Musarò ha chiesto la condanna. "Questa è stata una vicenda tremenda per la famiglia, per gli agenti penitenziari, per lo Stato, e anche per l'Arma che è parte civile. Da queste quaranta udienze, da questa inchiesta - ha detto l'avvocato - è emerso che esistono tanti parti sane nell'Arma dei carabinieri". Nel 2015, ha ricordato Anselmo, "si è perso però il treno per poter rimediare e si reiterato il depistaggio. Anche dopo quella data e anche per quello che è accaduto in quest'aula ci sono stati segnali inquietanti".
L'avvocato Anselmo ha ricordato che tra i militari "c'e anche chi ha avuto il coraggio di parlare. qualcuno lo ha fatto in ritardo ma ha avuto coraggio". "Quando parlo di umanità penso a Colombo Labriola (uno degli otto imputati e all'epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, una delle stazioni dove Cucchi fu trattenuto nella camera di sicurezza ndr), non si può non apprezzare il suo comportamento processuale, il suo coraggio nel tenere testa ai superiori, la sua onestà intellettuale nel riferire ciò che andava anche contro di sé".
di Gennaro Grimolizzi
Corriere della Sera, 8 gennaio 2022
Con una sentenza clamorosa e destinata a restare nella storia, l'ex governatore della Sicilia è stato assolto, nell'appello bis a Catania, dall'accusa di concorso esterno e corruzione elettorale. I fatti per i quali era (ancora) a giudizio risalgono al 2008.
Lo avevano descritto secondo i più infamanti paradigmi per un uomo delle istituzioni: corrotto e colluso con la mafia. Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione Sicilia, è stato invece assolto ieri dalla Corte d'appello di Catania. Era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale.
La decisione è arrivata dopo circa cinque ore di camera di consiglio e dopo la difesa conclusiva affidata all'avvocato Vincenzo Maiello, ordinario di Diritto penale nell'Università di Napoli Federico II. Lombardo era presente al momento dell'arringa del suo difensore ma non quando è stato letto il dispositivo della sentenza dalla presidente della Corte d'Appello, Rosa Angela Castagnola: "In riforma della sentenza emessa", la Corte "assolve Raffaele Lombardo del reato di cui al capo "a" perché il fatto non sussiste e del reato al capo "b" per non avere commesso il fatto".
La Procura generale, rappresentata in aula dai magistrati Sabrina Gambino e Agata Santonocito, aveva chiesto la condanna dell'ex governatore siciliano a sette anni e quattro mesi di reclusione, considerando le riduzioni previste dal rito abbreviato con cui il processo è stato celebrato. Secondo l'accusa, Lombardo avrebbe favorito clan e ricevuto voti alle Regionali del 2008, quando fu eletto presidente.
Il processo, lungo e delicato, ha affrontato diversi passaggi. La Seconda sezione penale della Cassazione, tre anni fa, aveva annullato con rinvio la sentenza emessa il 31 marzo 2017 dalla Corte d'appello di Catania con la quale l'ex governatore era stato assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ed era stato condannato a due anni (pena sospesa) per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, ma senza intimidazione e violenza.
La sentenza di secondo grado aveva riformato quella emessa il 19 febbraio 2014, col rito abbreviato, dal Gup Marina Rizza. In quel caso Lombardo era stato condannato a sei anni e otto mesi per concorso esterno all'associazione mafiosa. Venne, tra l'altro, considerato "arbitro" e "moderatore" dei rapporti tra mafia, politica e imprenditoria.
Tutte le e contestazioni sono state sempre respinte da Raffaele Lombardo. Il verdetto di oggi riabilita il politico, anche se dopo dieci anni di processo ritornare tra la gente e chiedere il sostegno elettorale diventa molto difficile. Lombardo, leader e fondatore dell'Mpa, all'inizio degli anni Duemila, era considerato uno dei politici più influenti non solo in Sicilia. È stato anche Presidente della Provincia di Catania ed eurodeputato.
di Giuseppe Recca
La Sicilia, 8 gennaio 2022
Dal 1998 l'associazione "Antigone" è autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare i quasi 200 Istituti penitenziari italiani e redige un rapporto annuale sulle condizioni di detenzione in Italia, che è strumento di conoscenza per chiunque si avvicini alla realtà carceraria.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato il diciassettesimo rapporto che fa riferimento alle visite svolte negli ultimi mesi del 2021. I rappresentanti di "Antigone" sono stati anche nei due istituti di pena della provincia di Agrigento, il "Pasquale Di Lorenzo" di contrada Petrusa, nel capoluogo, e la Casa circondariale di Sciacca.
Nella Casa Circondariale di Sciacca, ospitata fin dal 1860 in un vecchio convento del 1200, le condizioni generali per l'associazione "Antigone" sono "mediocri". Oltre ai cronici problemi strutturali, in occasione della visita dello scorso 27 ottobre agli occhi degli "osservatori" è balzata un'assistenza sanitaria appena sufficiente e il paradosso della presenza di un laboratorio odontoiatrico all'avanguardia ma inutilizzato. "Abbiamo rilevato - ci dice Pino Apprendi di "Antigone" - che in tema di assistenza sanitaria non c'è un rapporto continuativo con l'Asp di Agrigento e che ci sono difficoltà a reperire medici e personale sanitario in generale. C'è però stranamente un ambulatorio dentistico di ultima generazione non utilizzato".
Sul piano strutturale, più volte in occasioni di visite ispettive è emersa la precarietà dell'edificio, anche in funzione del fatto che gli spazi non sono nati per ospitare persone e che un adeguamento richiederebbe notevoli fondi.
"Non è solo un problema di soldi - aggiunge Apprendi - si tratta di un edificio storico nel quale la Soprintendenza non autorizzerà mai azioni corpose di adeguamento strutturale e impiantistico. Inutile dire che essendo stato un convento è più adatto ad esposizioni museali. Come carcere andrebbe chiuso per farne uno nuovo, la città ne guadagnerebbe in termini di proposta culturale e accoglienza turistica".
In passato più volte si è parlato della realizzazione di un nuovo istituto, ad un certo punto era stato pure inserito in un piano nazionale di nuova edilizia penitenziaria. Si era inoltre individuato un sito, tra Sciacca e l'area del Belice, ma poi tutto finì nel dimenticatoio.
In occasione dell'ispezione dello scorso 27 ottobre, come in altre ispezioni, è emerso che le celle visitate non sono risultate riscaldate, che l'acqua calda non viene garantita in tutti i locali detentivi e che non ci sono schermature alle finestre.
I detenuti erano 56 a fronte di una capienza di 72. La dotazione del personale di Polizia penitenziaria è invece adeguata, 47 agenti a fronte di una pianta organica di 48 unità. Alla data del 27 ottobre 2021 non risultano casi di contagi da Covid 19.
Ci sono state comunque delle modifiche strutturali e organizzative alla vita interna dell'istituto adottate in conseguenza della pandemia: la stanza che prima ospitava l'articolo 21 adesso viene utilizzata come isolamento sanitario, mentre un magazzino è adibito a triage. In merito agli eventi critici, nei mesi precedenti alla visita dei rappresentanti di "Antigone", nel carcere di Sciacca ci sono stati 8 casi di autolesionismo e 4 tentativi di suicidio.
È positivo l'aspetto della formazione, dell'istruzione e delle attività ricreative: nell'istituto di pena di via Gerardi secondo la scheda fornita dalla direzione ci sono 18 lavoratori alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria e la disponibilità di un budget annuale di 150 mila euro. I corsi di alfabetizzazione, scuola media, enogastronomia e ospitalità alberghiera coinvolgono 15 detenuti.
di Michele Pusterla
Il Giorno, 8 gennaio 2022
Malgrado l'impegno e la dedizione del personale della Polizia Penitenziaria, attestato anche nella relazione 2021 del Garante, dottoressa Orit Liss, la Casa circondariale di Sondrio vive la difficile situazione conseguente alle gravi carenze di organico e al sovraffollamento di detenuti (pari al 142%) che la pongono tra le 100 carceri italiane gravemente sovraffollate (su un totale di 189 istituti).
"La scheda ministeriale sul Carcere, aggiornata al 2 dicembre - scrivono Giuliano Ghilotti e Mariolina Nobili del Partito Radicale - evidenzia la mancanza di 1 agente e di 11 amministrativi e, ancora più grave, la mancanza da lungo tempo di un direttore fisso e dell'unica educatrice prevista in pianta organica (cui si sopperisce con un direttore reggente e un'educatrice supplente, entrambi presenti, secondo la relazione del Garante, n. 2 gg mese) con grave nocumento alla possibilità di assolvere ai propri compiti istituzionali e, in particolare, di realizzare quei percorsi educativi, riabilitativi e di reinserimento sociale che, soli, consentono di abbattere la recidiva". Questa, secondo un'indagine del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, passerebbe dal 70% al 30% mediante l'adozione delle misure alternative e addirittura all'1%, quando vanno a buon fine progetti mirati all'inserimento lavorativo del detenuto. Si ricorda che la relazione del Garante richiamava, quale grave criticità, l'assenza dell'educatrice, per il ruolo decisivo che tale figura riveste.
"Si auspica - aggiungono i due esponenti radicali - l'attivazione del Comune di Sondrio per superare le carenze evidenziate con il presupposto di considerare la comunità carceraria come parte integrante della propria comunità e farsene debitamente carico. Riteniamo altresì doveroso da parte del Comune avviare una riflessione sull'ipotesi di una nuova struttura a custodia attenuata con spazi e numeri più adeguati, in sostituzione dell'attuale Casa circondariale, costruita nel 1908 che, come dichiarava l'Associazione "Antigone" "anche per la carenza di spazi, pregiudica in partenza la possibilità di avviare quelle attività riabilitative e/o lavorative e/o di svago che per definizione necessitano di spazi abbastanza ampi".
di Erica Esposito
vesuviolive.it, 8 gennaio 2022
L'associazione di volontariato "Liberi di Volare Onlus" nasce nel 2010 grazie all'aiuto della Pastorale Carceraria di Napoli. Si occupa di detenuti che si trovano nel carcere di Poggioreale ed in detenzione domiciliare. L'obiettivo dell'associazione è quello di fornire sostegno ai detenuti ed alle famiglie, aiutandoli poi con il reinserimento in società e nell'ambito lavorativo. Il supporto dell'associazione avviene sia nel carcere che all'esterno. Infatti, l'associazione conta circa 60 volontari che lavorano all'interno del carcere, dove fanno colloqui di sostegno, forniscono beni di prima necessità e fanno vari progetti.
Per quanto riguarda il percorso dei detenuti che si trovano all'esterno del carcere, quest'ultimo vede sempre un percorso guidato una psicologa per elaborare gli errori commessi, affiancato da uno più spirituali. Infatti, la struttura dell'associazione è della Curia di Napoli, quindi è tutto a base cristiana. Inoltre, propongono anche varie attività di laboratori di artigianato, dove imparano la lavorazione di alcuni prodotti, bigiotteria, scrittura creativa e così via. A raccontarci di più dell'associazione è la presidente Valentina Ilardi, attiva in prima linea, psicologa e psicoterapeuta, raggiunta telefonicamente dalla redazione di Vesuvio Live.
"Abbiamo circa 50 persone affidate, tra domiciliari ed in carcere. Noi proponiamo il progetto, e poi i detenuti scelgono se partecipare o meno. Per l'esterno, sono le famiglie dei detenuti che chiedono se c'è posto per un affidamento o per una detenzione domiciliare. In genere le persone stanno con noi intorno ai 18 mesi o 24 mesi. Abbiamo anche un centro di ascolto attivo 3 giorni alla settimana, per le famiglie ed i detenuti. Però comunque li sosteniamo anche dopo che hanno terminato la loro pena. Nessuno va via del tutto, ci vengono a trovare e ci danno una mano nei laboratori e così via. Siamo ormai un punto di riferimento", ci spiega la presidente dell'associazione.
"L'obiettivo è quello di formarli per farli reinserire nella società e nell'ambiente lavorativo. Nella nostra sede c'è anche la Cooperativa Articolo 1, che si occupa dell'inserimento lavorativo dei detenuti. Ultimamente, stiamo riuscendo a trovare la strada giusta per dargli una mano concreta. Le persone che stanno a fine percorso vengono così inserite in contesti lavorativi. Per il momento la cooperativa si occupa di pulizie, quindi abbiamo delle persone che lavorano come addette alle pulizie in alcuni edifici del centro storico."
L'associazione sopravvive principalmente grazie a donazioni, collaborazioni con altre fondazioni e l'8×1000 della Cura di Napoli. "È stimolante e gratificante, perché aiutare qualcuno ad avere una vita normale è sicuramente gratificante ed è necessario farlo. Permettere che le persone abbiano delle opportunità successive invece che lasciarli allo sbaraglio a non fare niente. Però non ci sentiamo eroi", conclude la presidente Ilardi.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 8 gennaio 2022
"La comunità internazionale non vuole ascoltarci", denunciano i rifugiati sopravvissuti ai rastrellamenti dello scorso ottobre e ai centri di prigionia. Le richieste di protezione avanzate in più di tre mesi di lotta sono cadute nel vuoto. Dall'inizio della protesta tre persone sono state uccise e una rapita. Nuovi arresti di migranti a Sabratha e Tripoli.
La notizia è che non è successo nulla. A Tripoli migliaia di rifugiati protestano da novantanove giorni chiedendo l'evacuazione verso un qualsiasi paese dove non rischino la vita a ogni passo, ma nessuno ha dato loro risposte. Insieme a frustrazione e paura è cresciuta la consapevolezza di essere stati dimenticati dal mondo. "La comunità internazionale non vuole ascoltarci. Il nostro presidio è ormai normalizzato per il pubblico globale. All'inizio ci sono state alcune reazioni dai media. Poi più niente. Sembra non importare a nessuno che queste persone rivendichino il diritto a vivere e non subire torture", dice David Oliver Yambio, un 24enne sudanese tra i più attivi nella mobilitazione. "Paura? Non ho più nulla da perdere, in questa protesta ci stiamo giocando quel poco che ci era rimasto", continua.
Tutto è cominciato il primo ottobre scorso, con i rastrellamenti nel quartiere di Gargaresh e poi in altre zone della città. Circa 5mila migranti sono stati arrestati. Chi è scampato ai raid ha cercato riparo al Community Day Centre (Cdc) dell'Unhcr. Le presenze sono aumentate con il passare dei giorni e ne è nato un accampamento di protesta. Dopo la fuga di 2mila persone dal centro di prigionia di Al Mabani l'8 ottobre, i manifestanti si sono moltiplicati e Unhcr ha chiuso il centro affermando di non essere in grado di offrire assistenza a tutti.
I sopravvissuti hanno portato con loro le storie e i segni delle violenze subite durante la detenzione. Quello che per anni è stato denunciato dai rapporti delle agenzie Onu o da Ong come Medici senza frontiere, è venuto fuori direttamente da voci e corpi di chi ha sofferto abusi e torture. Dall'accampamento sono state organizzate conferenze stampa e dirette con media internazionali. Sui profili social di @RefugeesinLibya vengono postati testi e video strazianti. Come quello di una donna che racconta in lacrime di aver subito violenza da cinque libici armati e di non trovare più la figlia di sei anni. O quello di un rifugiato del Ciad ammanettato, con la faccia sporca di polvere e i vestiti strappati, picchiato davanti alla telecamera per convincere la famiglia a mandare soldi ai miliziani.
Nel picco della partecipazione l'accampamento ha raggiunto 3mila presenze, adesso sono circa un migliaio. Dall'inizio della protesta al Cdc sono stati uccisi tre rifugiati: uno colpito in mezzo alla folla, altri due investiti. Il reporter libico Saddam Alsaket è stato arrestato il 24 ottobre dopo aver coperto gli eventi e non si sa che fine abbia fatto. Il 29 dicembre Al-Hadi Mohamed Sharaf, un rifugiato di 52anni e attivista, è scomparso. I manifestanti sostengono sia stato rapito. L'ultima volta l'hanno visto vicino al checkpoint della polizia nei pressi dell'accampamento.
"Volevamo raggiungere l'Europa per cercare una seconda possibilità e quindi siamo venuti in Libia. Qui siamo diventati la forza lavoro nascosta dell'economia libica - si legge nel manifesto politico scritto durante la lotta - A quanto pare non è abbastanza per le autorità. Vogliono il pieno controllo dei nostri corpi e della nostra dignità. Abbiamo trovato un incubo fatto di torture, stupri, estorsioni, detenzioni arbitrarie". Tra le sette richieste in calce al testo, oltre all'evacuazione, ci sono: abolizione dei finanziamenti alla "guardia costiera" di Tripoli; chiusura dei centri di detenzione; indagini e processi sugli autori di violenze e omicidi; ratifica della Convenzione di Ginevra sui rifugiati da parte della Libia.
Il 18 ottobre le stesse rivendicazioni sono state inserite in una lettera indirizzata all'Unione Europea. Un j'accuse contro le politiche migratorie implementate in questi anni messo nero su bianco da chi ne ha sofferto gli effetti sulla propria pelle. "Chiediamo alle autorità e al mondo intero di riconoscerci come esseri umani, di rispettare e proteggere i nostri diritti", hanno scritto i rifugiati. Da Bruxelles sono arrivate due risposte, una "per conto del vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas". Il succo di entrambe: l'Europa si dice preoccupata per la situazione in Libia, le violenze contro i migranti e le detenzioni arbitrarie, ma di evacuare chi rischia la vita non se ne parla. Del resto "l'inferno libico" è una diretta conseguenza delle politiche europee che vorrebbero bloccare le persone al di là del mar Mediterraneo. A qualsiasi costo.
Le uniche vie per uscire legalmente dal paese restano i rimpatri volontari dell'Oim per i "migranti economici", i corridoi umanitari e i reinsediamenti organizzati dall'Unhcr per i rifugiati più vulnerabili. Le evacuazioni umanitarie e i voli di trasferimento in Niger e Ruanda, dove le persone attendono di essere reinsediate nei paesi che accettano le quote, sono stati interrotti a singhiozzo dal 2020 per decisione libica. Sono ripresi il 4 novembre 2021, un mese dopo l'inizio della protesta. Nelle cinque settimane successive 1.640 persone hanno potuto lasciare la Libia in sicurezza. Ma i rifugiati registrati presso l'Unhcr nel paese nordafricano sono oltre 40mila. "Siamo tutti vulnerabili, rischiamo tutti la vita ogni giorno", afferma Yambio.
Durante le proteste ci sono stati momenti di tensione tra Unhcr e rifugiati. L'Alto commissariato ha denunciato episodi di violenza da parte di alcuni manifestanti e sospeso le attività al Cdc e, nei primi dieci giorni di dicembre, al quartier generale dove effettua le registrazioni. I rifugiati affermano che l'Unhcr non li tutela dalle violenze e non appoggia le loro rivendicazioni. Il capo missione Jean Paul Cavalieri ha dichiarato di non ritenere l'evacuazione un'ipotesi praticabile e che le soluzioni vanno trovate in Libia, facendo pressioni sulle autorità affinché rispettino i diritti umani e mettano fine alle detenzioni arbitrarie. Allo stesso tempo ha riconosciuto che Unhcr non è in grado di proteggere i rifugiati.
Le autorità libiche hanno un atteggiamento ostile verso l'organizzazione e rifiutano di stipulare un accordo ufficiale con l'agenzia Onu. Il 2 gennaio il Consiglio nazionale libico per le libertà civili e i diritti umani ha pubblicato un comunicato in cui afferma che le attività dell'Unhcr sono illegali perché Tripoli non ha firmato la Convenzione di Ginevra. Associazioni e Ong di diverse città hanno risposto con una nota congiunta contestando tale argomentazione.
Intanto nel Paese che il 24 dicembre avrebbe dovuto celebrare elezioni poi rimandate sono ripresi gli arresti di migranti, comprese donne e bambini, accusati soltanto di non essere in regola con i documenti. Nuovi raid sono stati denunciati nei primi giorni del 2022 a Sabratha e Tripoli. Il Cdc ha ormai chiuso definitivamente i battenti e i manifestanti temono che questo possa dare il via ad attacchi da parte delle milizie. Mantengono il presidio e continuano a invocare aiuto. Ma nessuno vuole davvero ascoltare i rifugiati che si auto-organizzano e lottano. Anche se chiedono solo un trattamento degno di esseri umani.
met.cittametropolitana.fi.it, 8 gennaio 2022
Lo spettacolo, primo in Italia a utilizzare le nuove risorse digitali per un progetto di teatro in carcere, materializzerà in scena in tempo reale i giovani detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni G. Meucci di Firenze, raccontando una storia tra ossessioni e voglia di libertà.
Per motivi indipendenti dall'organizzazione, slitta la prima assoluta di "One Man Jail: le prigioni della mente", lo spettacolo prodotto da Compagnia Interazioni Elementari e diretto da Claudio Suzzi che intreccia per la prima volta tecnologie digitali e recitazione in un progetto di teatro in carcere. Già riprogrammate le date del debutto, che si sarebbe dovuto tenere l'8 e il 9 di gennaio, ora spostato a martedì 25 e mercoledì 26 gennaio alle 21.00 presso il Teatro Cantiere Florida di Firenze (via Pisana 111/R).
Lo spettacolo materializzerà in scena in tempo reale i giovani detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni G. Meucci di Firenze, raccontando una storia tra ossessioni e voglia di libertà. Protagonista Frank Petroletti, interpretato dall'attore Filippo Frittelli, comico che, all'apice del successo, viene arrestato e incarcerato. All'interno della prigione, di fronte a un pubblico di detenuti ostili e disinteressati, si prepara a esibirsi nella sua ultima performance. Lo show, caustico e strampalato, lo porterà ad affrontare le proprie paure e i pensieri che lo tengono realmente prigioniero, a liberarsi dai personaggi che affollano la sua mente, per raggiungere un "altrove" forse meno rassicurante di quello che gli si vorrebbe far credere.
Lo spettacolo si inserisce all'interno del progetto "Streaming Theater: un ponte tra carcere e città", percorso di educazione ai mestieri dello spettacolo e della performance tramite l'utilizzo di tecnologie digitali, che vuole andare a colmare due bisogni fondamentali di chi abita l'istituto di detenzione minorile: stabilire un collegamento con la comunità esterna e ottenere una formazione lavorativa, in grado di aprire prospettive future per i giovani detenuti, già a partire dal periodo di permanenza in carcere. Per ulteriori informazioni www.interazionielementari.com.
La compagnia teatrale Interazioni Elementari, nata nel 2014 a Parigi come gruppo informale e costituitasi poi nel 2017 a Firenze come Associazione di Promozione Sociale, porta avanti attività di formazione, produzione e organizzazione di eventi sul territorio nazionale ed europeo. I componenti, artisti e operatori di diverse generazioni e provenienze, sono uniti da una visione comune delle arti teatrali e performative che punta sul rapporto tra ricerca artistica e società. Dal 2017 organizza laboratori di teatro per i detenuti dell'Istituto Penale per i Minorenni G. Meucci di Firenze e dal 2018, sia dentro che fuori dal carcere, organizza il Festival Spiragli - Teatri dietro le quinte, nel quadro del programma dell'Estate Fiorentina del Comune di Firenze e finanziato dal Bando Cultura della Città Metropolitana di Firenze.
Il progetto è finanziato dal bando "Giovani al centro" e rientra nell'ambito di Giovanisì, il progetto della Regione Toscana per l'autonomia dei giovani, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento delle politiche giovanili e del Servizio civile universale e dalla Regione Toscana, dal Ministero della Giustizia - Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e da Publiacqua S.p.A. In partenariato con Associazione Volontariato Penitenziario Onlus, Associazione Altro Diritto Onlus, Associazione di Promozione Sociale Progress. In collaborazione con Istituto Penale Minorile "G.Meucci" di Firenze, Assessorato all'Educazione, Università e Ricerca, Formazione Professionale, Diritti e Pari Opportunità del Comune di Firenze, Assessorato alla Cultura, Moda e Design del Comune di Firenze, Garante dei detenuti della Regione Toscana, Garante dei detenuti del Comune di Firenze, Associazione Antigone Onlus, Cinema Teatro di Castello e Teatro delle Arti Lastra a Signa.
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 8 gennaio 2022
Mehdi Ali, un profugo iraniano detenuto da quando aveva 15 anni nella struttura trasformata in centro di detenzione per immigrati dove è stato traferito anche il campione serbo. Ora ha 24 anni. "Non abbiamo mai visto tanti giornalisti e tante telecamere, che delusione rispetto all'interesse nei nostri confronti", dice al Guardian.
"Novak Djokovic si dichiara un prigioniero perché passerà qui dentro nove ore o magari nove giorni, ma alcuni di noi ci sono da nove anni". Il braccio di ferro tra Novak Djokovic e le autorità australiane ha attirato l'attenzione sugli altri "ospiti" del Park Hotel, l'albergo di Melbourne adibito a centro di detenzione per rifugiati a cui si è aggiunto il campione di tennis serbo in attesa di capire se potrà giocare all'Open di Australia o dovrà tornare in patria per il suo apparente rifiuto di vaccinarsi.
"Tutti adesso chiedono come si trova Novak, ma non chiedono di noi, che siamo trattenuti in questo posto da mesi e anni", dice Mehdi Ali, un profugo iraniano che ha presentato richiesta di asilo ma è di fatto prigioniero dell'hotel dal 2013. "Non abbiamo mai visto tanti giornalisti e tante telecamere", afferma guardando in strada dalla finestra, "che delusione rispetto all'interesse nei nostri confronti".
L'hotel prigione dei rifugiati - Acquistato due anni orsono per 35 milioni di dollari da uno dei maggiori gruppi immobiliari nazionali, il Park Hotel aveva ambizioni differenti, ma le sue 107 stanze sono diventate prima un albergo per la quarantena obbligata durante il lungo lockdown per il Covid e quindi un carcere di fatto per immigrati in attesa di una decisione sul loro status. La maggior parte di quelli che vi sono alloggiati attualmente proviene da Nauru, l'isola dell'Oceania a lungo sede di un controverso campo di prigionia australiano offshore, da dove sono stati trasferiti per lo più per ragioni mediche. Ufficialmente è un "campo di detenzione alternativo" utilizzato dal governo di Canberra.
Ma la maggioranza di coloro che vi risiedono non ha ricevuto le cure mediche promesse, scrive il Guardian in un servizio da Melbourne. E quella che doveva essere una permanenza provvisoria si è trasformata in una prigionia a tempo indeterminato. Il caso di Medhi Ali, già sollevato da organizzazioni per i diritti umani, è uno dei più eclatanti: profugo iraniano, ha compiuto recentemente il suo 24esimo compleanno chiuso nella spartana stanza in cui arrivò a 15 anni.
Nove compleanni da detenuto - "Nove compleanni da detenuto", racconta al quotidiano londinese. "Ho compiuto qui 16 anni, 17, 18, 19, 20 e via di seguito. Cerco di trovare il modo di riempire le mie giornate per sopravvivere. Se riesco a dormire, dormo più che posso, altrimenti fumo una sigaretta, guardo un film, leggo un libro. Ma in genere non faccio nulla, rimango steso nel letto a occhi aperti".
Appartenente all'etnia araba awhazi, una minoranza perseguitata in Iran, nel 2013 i familiari lo aiutarono a emigrare clandestinamente per via di mare, nella speranza di trovare una vita migliore dall'altra parte del mondo. Da allora è stato detenuto in base alle leggi australiane, a Nauru, a Brisbane e soprattutto a Melbourne, senza trascorrere un solo giorno di libertà: pur non essendo incriminato per alcun reato, rimane in un limbo.
"Il tempo passa ed è davvero triste che la mia gioventù svanisca così", afferma, "non vorrei essere un uomo di mezza età quando uscirò di qui". In teoria c'è un accordo con gli Stati Uniti che sarebbero pronti a dargli asilo, ma il procedimento è lento e non si sa quando verrà trasferito. Mehdi sostiene di essere stato picchiato e torturato, ha visto compagni di prigionia darsi fuoco per disperazione, tiene un profilo su Twitter per pubblicizzare la sua situazione, che non è unica ma tipica di molti rifugiati del Park Hotel. L'albergo che, da qualche giorno, attira l'attenzione del mondo a causa di Djokovic.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 8 gennaio 2022
Finirà molto peggio che nel 2011 a Zhanaozen, quando la polizia uccise almeno 14 manifestanti in quello che era stato, fino all'inizio di quest'anno, il momento più grave di crisi del Kazakistan, lo stato del padre-padrone Nursultan Nazarbayev.
Con ogni probabilità, quel numero è stato già superato (gli organi di stampa filogovernativi parlano di "decine di aggressori liquidati" e lo stesso presidente Tokayev di "centinaia"), anche perché alle forze di sicurezza è stato impartito l'ordine di sparare proiettili veri contro la folla senza preavviso. Ci sono diverse vittime anche tra le forze di sicurezza. Oltre un migliaio sono i feriti, quasi 4000 gli arresti nei primi cinque giorni delle proteste, via via fattesi violente dal 2 gennaio, contro l'improvviso aumento del prezzo del Gpl, ieri nuovamente calmierato.
Le autorità dello stato dell'Asia centrale hanno imparato che la prima azione repressiva è quella di bloccare Internet, per poter sgomberare le piazze senza occhi indiscreti e ostacolare le successive manifestazioni. Sono seguite le successive azioni: dichiarazione dello stato d'emergenza, invito agli organi di stampa a "non violare la legge", delegittimazione delle proteste come "terrorismo" e richiesta di aiuto.
Il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha infatti invocato l'applicazione del Trattato per la sicurezza collettiva, l'alleanza difensiva che lega la Russia ad altri stati dello spazio ex-sovietico. Gli alleati sono puntualmente arrivati. Questa mattina le autorità locali hanno dichiarato che il collegamento alla rete Internet è stato ripristinato e che l'ordine costituzionale è stato "per lo più ristabilito". A quale prezzo lo sapremo, se lo sapremo, nei prossimi giorni.
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