di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2022
Previsti anche il totem touch per le richieste dei detenuti, le parabole satellitari per vedere le partite di calcio e i canali stranieri. Lo sport diventa elemento del trattamento penitenziario e i servizi igienici vanno obbligatoriamente separati.
"Da gennaio il carcere sarà la mia priorità". Le parole pronunciate dalla Ministra Marta Cartabia poco prima di Natale davanti ai membri della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, dopo la presentazione della relazione finale, lasciano ben sperare per l'avvio di una nuova stagione. "Il carcere - ha proseguito la Guardasigilli - ha sterminati bisogni: il mio obiettivo è introdurre cambiamenti molto concreti, che incidano anzitutto livello amministrativo allo scopo di migliorare la vita quotidiana di chi vive e lavora in carcere".
di Valter Vecellio
lindro.it, 6 gennaio 2022
Si può cominciare dai dati, significativi e indiscutibili: al 29 dicembre, i detenuti nelle carceri italiane risultano essere 52.705, a fronte di 50mila posti disponibili sulla carta (ma - necessaria precisazione - solo 47.258 sono gli effettivi). I detenuti positivi censiti al 29 dicembre 588; otto i sintomatici, sei i ricoverati. 95.081 i vaccini fatti. Tra i 37mila agenti della Polizia Penitenziaria, 657 i positivi. Oggi lavorano 15.827 detenuti, il 30% circa. In 189 istituti ci sono 194 lavori di pubblica utilità, 275 produzioni, 246 corsi scolastici.
Luci ed ombre, insomma. Più luci di quando al ministero della Giustizia 'sedeva' Alfonso Bonafede; tanto lavoro ancora da fare per l'attuale ministro, Marta Cartabia, cui va comunque riconosciuto che ha imboccato una strada completamente diversa rispetto a quella del suo predecessore.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2022
Con il decreto Milleproroghe il rinvio è stato svincolato dallo stato di emergenza. Le ragioni sono individuate negli obiettivi di smaltimento dell'arretrato. Camere di consiglio (e sentenze) da remoto per tutto il 2022 nel processo penale. Lo ha stabilito il decreto Milleproroghe, svincolando però la misura dallo stato di emergenza, oggi fissato al 31marzo.
Una previsione che incontra la forte opposizione dei penalisti che, in una nota delle Camere penali; sottolineano "l'evidente ennesimo attacco alle garanzie ed alle prerogative difensive, questa volta perpetrato strumentalizzando la pandemia per individuare un termine di proroga privo di qualsiasi collegamento con l'emergenza sanitaria".
L'invito, per evitare che la collegialità delle decisioni sia ridotta a semplice simulacro, è allora a una correzione della disposizione in sede di conversione del decreto. Decreto che peraltro introduce anche una fase transitoria che stralcia dal perimetro della digitalizzazione le udienze già fissate per gennaio. In realtà il rinvio disciplinato dal "Milleproroghe" riguarda, per l'intero 2022, tutte le misure che hanno permesso lo svolgimento dei processi sia civili sia penali.
Misure che, si mette in evidenza nella relazione, si sono rivelate assolutamente efficaci per consentire una più rapida trattazione dei processi civili e penali, nel pieno rispetto delle necessarie garanzie procedimentali e "idealmente dovrebbero saldarsi alle nuove misure allo studio del Governo in sede di recepimento delle deleghe per la riforma del processo civile e penale".
Dove la logica non sarebbe più quella solo emergenziale, di garantire condizioni di sicurezza per lo svolgimento dei procedimenti, ma ambirebbe a rendere strutturale una serie di misure che andranno a rappresentare una parte significativa della futura procedura civile e penale.
Ed è proprio questa logica che viene contestata dall'avvocatura penale, che vi vede tra l'altro un favore fatto dal ministero della Giustizia all'Anm. E una sponda politica arriva da Enrico Costa, deputato di Azione, per il quale non si può utilizzare in maniera strumentale l'emergenza sanitaria per fare prima entrare in vigore norme assai discutibili e in attrito con i principi di oralità della trattazione per poi renderle stabili legandole a obiettivi di smaltimento dell'arretrato.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 gennaio 2022
Prima di diventare il migliore del mondo, anche quello norvegese era un sistema penitenziario in cui molti detenuti avevano problemi psichiatrici, nelle celle circolava droga, i detenuti organizzavano proteste ed evasioni, tre guardie penitenziarie furono uccise e il tasso di recidiva era del 70%.
Erano gli anni Ottanta e accadeva quello che più o meno accade ancora oggi nelle nostre prigioni, con la differenza che in Norvegia in questi quarant'anni sono riusciti a rendere possibile la rivoluzione del sistema penitenziario al punto da trasformare Halden e, da struttura di reclusione simile alle nostre grandi prigioni (pensiamo a Poggioreale), portarla ad essere il carcere più umano e vivibile del mondo, mentre da noi ancora si discute di come far arrivare l'acqua potabile in un carcere aperto da metà anni Novanta e con una media di circa mille detenuti (parliamo di Santa Maria Capua Vetere).
di Federico Ferrero
Il Domani, 6 gennaio 2022
L'ex consigliere del Piemonte che si è suicidato la vigilia di Natale era stato assolto e poi condannato per aver preso rimborsi per mille euro al mese. La vicenda ha innescato la solita zuffa fra giustizialisti e garantisti, ma la storia ricorda più Kafka.
Quanti euro ha rubato Angelo Burzi, l'ex consigliere regionale del Piemonte che si è tolto la vita alla vigilia di Natale? L'ennesima corrida tra garantisti e giustizialisti, giocata attorno al suo cadavere, come al solito non aiuta a capire un bel niente. Le verità di questa vicenda tragica vanno rintracciate nei dettagli, non certo negli slogan.
Burzi si è negato l'esistenza a 73 anni, "interrompendo il gioco e abbandonando il campo in modo definitivo": agli atti esiste una email, spedita ad amici e colleghi, che indica tre ragioni alla base del gesto. La prospettiva di prossimi "interventi chirurgici e di terapie per nulla gradevoli", la decisione (definita "peggiore" rispetto alla scoperta della malattia) della Corte d'appello di rideterminare la sua pena in anni tre di reclusione per il reato di peculato e, infine, la conseguenza di vedersi sospeso il vitalizio, su cui Burzi contava, "non essendomi arricchito" con la politica. Ha ritenuto non più tollerabili "la sofferenza, l'ansia, l'angoscia che in questi anni ho generato, oltre che a me stesso, anche attorno a me nelle persone che mi sono più care", cui ha preferito somministrare "oggi, adesso, una dose di dolore più violenta, ma una tantum" piuttosto che trascinare quei sentimenti per un tempo indeterminato. Collegare direttamente un suicidio a una ragione specifica è sempre operazione arrischiata, spesso in malafede. Semmai, sarà utile notare come il suicidio di Burzi possa aiutare a gettare una luce nuova, non scontata, sul tema dei rapporti tra magistratura e politica.
Burzi, ingegnere, tra i fondatori di Forza Italia in Piemonte negli anni Novanta e, per ultimo, esponente del gruppo di fuoriusciti dal Pdl di Progett'Azione, era uno dei venticinque imputati nel processo principale di Rimborsopoli, nato sostanzialmente da alcune dichiarazioni rese a una tivù locale da un consigliere regionale dello stesso suo partito di provenienza che aveva accusato compagni di casacca - e non - di approfittare delle maglie larghe dei rimborsi, bollando il sistema come "una fogna". L'indagine susseguente della Guardia di finanza aveva portato alla scoperta di una scoppiettante sequela di beni e utilità personali pagati con soldi pubblici: tagliaerba, valigie, biglietti per eventi sportivi, night club, weekend all'estero, ferramenta, centri estetici, cd musicali, tabacchi, giocattoli, gioielli, multe per eccesso di velocità, mobilio e altre amenità, per i quali erano stati chiesti e ottenuti rimborsi senza che nessuno, in regione, avesse battuto ciglio.
In udienza, un consigliere aveva provato a difendersi sostenendo di essersi recato a teatro con ticket a carico della regione per verificare la qualità degli spettacoli. Si raggiunsero altre punte di spregio istituzionale notevoli, da parte di rappresentanti del popolo che avevano inteso la nomina a palazzo Lascaris come la vincita di cinque anni di vita a sbafo e si erano fatti ripagare pure le cresime dei nipoti. Le cronache trovarono irresistibile il costume da bagno (verde, il colore della Lega) messo a rimborso dall'allora governatore Roberto Cota, che figurava tra gli assolti in primo grado e condannati dell'ultima sentenza in appello-bis, proprio come Burzi.
Sull'episodio specifico si ricostruì, peraltro, che si era trattato di un errore materiale dell'addetta alla contabilizzazione delle spese: la marca dell'indumento (Vineyard Vines) e il costo dello stesso potevano suggerire trattarsi di un pasto in vineria. Ma Burzi, cosa aveva fatto? Gli fu contestato il peculato - cioè l'appropriazione indebita commessa da un pubblico ufficiale - per spese proprie come consigliere Pdl e come capogruppo di Pdl e del gruppo Progett'Azione.
Nel complesso gli è stato chiesto conto di 12.784 euro per ristoranti, 432 euro per spese di patrocinio legale, 260 euro per un acquisto di fiori, più una singola fattura plurima da 1.400 euro per una serie di pasti pagati in un'unica soluzione. E altri 13.000 euro circa di scontrini di colleghi consiglieri da lui autorizzati al rimborso in qualità di capogruppo. In tutto 28.000 euro di spese contestate effettuate da maggio 2010 a settembre 2012: 28.000 euro in 28 mesi, mille euro al mese per i quali l'azione penale si chiude per "morte del reo" a dieci anni dai fatti.
Nel maggio 2015, a Torino, Burzi si presentò in aula davanti alla presidente Silvia Bersano Begey per rispondere degli addebiti. Il giudice mostrò di apprezzare "la analitica difesa, fondata sulla ricostruzione ex post - per quanto possibile - dalla sua agenda per quanto attiene agli impegni che riteneva, per il commensale (o i commensali) e l'oggetto, aventi natura istituzionale". Non c'erano ricevute per Rolex, né resort di lusso, né massaggi. Nel corso dell'esame, Burzi tentò di rammentare, scontrino per scontrino, con chi avesse pranzato nel tale giorno del tale mese, anche sei o sette anni prima. Fece notare, depositando gli estratti conto, che - onde evitare confusioni - era solito pagare con un bancomat le spese di ristorazione "di lavoro", e quelle certamente private con un'altra carta. Risultava.
Il pubblico ministero, tuttavia, gli imputava un certo numero di irregolarità. A volte perché Burzi risultava aver pagato nel tale locale, mentre il suo telefono agganciava una cella in un'altra zona della città. Un riscontro che i giudici di primo grado esaminarono risolvendolo a suo favore: con un accertamento tecnico, la difesa aveva dimostrato la presenza di dati non affidabili nell'abbinamento di indirizzi di locali e posizione del telefono catturata dalle celle telefoniche. Il giudizio di primo grado assolse Burzi, giudicando legittime sia le spese sostenute per il patrocinio legale, sia quelle per l'acquisto di fiori (non rose per un'amante ma una corona mortuaria acquistata a nome del gruppo consiliare), sia la fattura per la realizzazione di un Dvd di propaganda del gruppo del Pdl e non, come ipotizzato, per la campagna elettorale personale.
Per le altre spese, quelle dei pasti, definite "ambivalenti", accolsero la difesa di Burzi, che le aveva ritenute "ascrivibili alle spese di rappresentanza, perché sostenute nell'ambito della sua attività istituzionale e per ragioni a essa connesse". Per le spese illegittime altrui di cui rispondeva come capogruppo per omessa verifica, invece, mancava "la consapevolezza di concorrere in una condotta criminosa", talora perché il consigliere disonesto gli aveva presentato documentazione artefatta che, a un esame non troppo approfondito, poteva apparire autentica.
Per capire come la sentenza di assoluzione piena del 2016 ("il fatto non sussiste") sia divenuta una condanna altrettanto piena nel 2018 in Corte d'appello (che condannò tutti e venticinque gli imputati, anche i quindici assolti in primo grado) è necessario addentrarsi nei gangli di una normativa non così intuitiva ed esposta a interpretazioni variegate. Non visioni garantiste o giustizialiste, come ci indica un dibattito pigramente ideologico e avulso dai fatti: semmai, interpretazioni più burocratiche che psicologiche, argomenti che appaiono di primo acchito più adatti a un processo amministrativo che a quello penale.
In appello si stabilì che Burzi fosse colpevole perché aveva interpretato le norme sulla rappresentanza in modo ingiustificatamente estensivo e che non avesse vigilato come dovuto sulle spese irregolari autorizzate ai suoi consiglieri. E il nodo è tutto qui. Nessuno ha contestato a Burzi (ad altri sì, eccome) l'incongruenza nelle spese: erano pasti in giornate di lavoro, non borse griffate o maquillage. E per un ammontare ragionevole rispetto ai valori di mercato: niente vini di pregio né menu di lusso. Solo che, secondo i giudici, non erano comunque rimborsabili. La legge regionale allora vigente in materia, datata 1972, era piuttosto vaga sul tema dei rimborsi concessi ai gruppi. Non stilava elenchi tassativi di spese ammesse e non ammesse.
E se non c'era bisogno di avvalersi di una perizia tecnica per capire che il weekend a Madrid con la moglie, o l'acquisto di una Playstation al figlio, non rientrassero nelle spese di rappresentanza del gruppo, è vero anche che la prassi ultradecennale in seno a tutte (dicansi tutte) le forze politiche in tutti i consigli regionali d'Italia aveva sfumato i confini della correttezza. Cosicché la Corte d'appello insistette su un punto: al di là dei delinquenti che si pagavano il tappeto in soggiorno e l'impianto stereo in automobile coi soldi della regione, ai consiglieri toccava fare una distinzione a monte.
E cioè: le somme di cui si parlava, dette "fondi di funzionamento", non erano genericamente rimborsi ai consiglieri ma somme messe a disposizione dei gruppi consiliari. Non dei singoli, né dei partiti di cui pure erano espressione. Un concetto non così lapalissiano per il cittadino poco avvezzo alla macchina istituzionale ma che i consiglieri, secondo i giudici, dovevano avere chiaro essendo peraltro legislatori, e avendo loro stessi nel 1972 creato la norma poi invocata per difendersi.
Una spesa connessa all'attività politica, insomma, non era rimborsabile a meno che non fosse connessa a iniziative del gruppo. Come statuì la Corte dei conti nel 2012, rimborsabili con quei soldi erano soltanto le spese "finalizzate ad apportare vantaggi che l'ente trae dall'essere conosciuto": come poteva essere un rinfresco in cui si presentasse l'attività politica del gruppo e si offrisse da mangiare, da bere, e pure qualche gadget di modesto valore.
Mentre il pasto consumato dal consigliere con l'ospite per promuovere la propria attività, o per discutere di problemi della città o della regione ma slegato da iniziative del gruppo, non valeva. Le spese per l'acquisto di quotidiani, rassegne stampa e libri erano ammesse, perché compatibili con l'attività di un gruppo. Quelle che i consiglieri per decenni hanno sostenuto per incontrare membri della società civile - giornalisti, professionisti, elettori - quelle no.
Se Burzi parlava col cronista della viabilità o di politiche di occupazione o dello sport, come peraltro ammesso in alcune circostanze, stava facendo il suo lavoro di consigliere ma doveva farsi bastare emolumenti e diarie previste per i consiglieri. I pranzi di lavoro rimborsati con i soldi della legge del 1972 dovevano avere uno scopo promozionale o comunque dovevano essere espressione di attività politica del gruppo consiliare.
Un principio che, apparentemente, implicherebbe il dovere per il giudice penale di indagare in dettaglio i contenuti specifici di ogni conversazione fatta da un politico con le gambe sotto al tavolo. Il confine è sottile ma su questo si gioca il giudizio se il politico di turno sia o non sia un ladro, visto che l'articolo 314 del codice penale definisce colpevole di peculato colui che "avendo, per ragione del suo ufficio o servizio, il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria".
Nella sentenza di appello, i pranzi "ambivalenti" di Burzi passati in primo grado vengono classificati come soldi rubati, al pari dell'acquisto del tagliaerba: "Le somme con cui veniva costituito il fondo per il funzionamento dei Gruppi costituivano una sorta di "zona franca", di elargizione liberale di denaro da parte della regione che i singoli consiglieri potevano "modellare" e "piegare" liberamente in ragione del senso politico personale". Ma, come si vede, qui non si tratta tanto di un attacco della magistratura alla politica quanto di un giudizio che dà rilievo penale a una pratica amministrativa dai confini incerti: tanto che, sulla base degli stessi elementi di prova, il giudice di primo grado la qualificò come lecita mentre l'appello e la Cassazione la bollarono come reato proprio. Eccependo che, se di errore si era trattato, non era stato un errore di fatto ma di diritto. Tradotto: Burzi non si era sbagliato in buona fede a prendere soldi che riteneva suoi e invece non lo erano, ma aveva consapevolmente chiesto di farsi rimborsare pranzi con soldi pubblici, ignorando di non poterlo fare.
E se - ragionarono in appello - i consiglieri avevano dubbi sulla finalità dei soldi versati ai loro gruppi, potevano informarsi prima di usufruirne, visto che nessuno aveva dato loro il diritto di considerarli a disposizione per il proprio mestiere di politico regionale. Neanche la consuetudine, perché era contro la legge. Nei gradi successivi al primo, la difesa di Burzi ha insistito sulla "natura giuridica composita dei gruppi consiliari e sul rilievo dell'attività compiuta dal singolo consigliere, sulla nozione e sull'ambito applicativo delle spese di rappresentanza", argomentando che vi sarebbero dovute rientrare anche quelle "di cortese ospitalità e quelle esterne rispetto a contesti ufficiali, se non aventi connotazioni meramente personali e di pura liberalità", e rimarcando anche che l'attività singola del consigliere potesse essere intesa come spesa del gruppo.
La risposta è stata un niet: attività singola sì, ma purché "in modo conforme alle iniziative individuate dal gruppo per le finalità istituzionali di questi". Non potevano essere imputate a quel fondo né spese politiche dei partiti, se non erano connesse ad attività politiche del gruppo; né spese per la personale attività politica dei consiglieri. La Cassazione, nel 2019, decise che, per le spese sostenute a titolo personale, a Burzi andasse confermata la condanna; per altre ipotesi in concorso con altri, rinviò il giudizio in appello, non ravvisando provato il concorso nel reato.
"Alla fine del processo di appello, 14 dicembre u.s., ho totalizzato una condanna a tre anni per peculato, svolto continuativamente dal 2008 al 2012", ha scritto Burzi nella sua missiva di addio. "I possibili sviluppi stanno in un possibile nuovo ricorso in Cassazione, che avrà con grande probabilità un esito nuovamente negativo, diciamo alla fine del 2022. E qui iniziano i problemi seri, perché interverrà la sospensione dell'erogazione del vitalizio per la durata della condanna. Probabilmente si sarà fatta nel frattempo nuovamente viva la Corte dei conti, pretendendo le conseguenze del danno di immagine da me provocato, diciamo non poche decine di migliaia di euro". E sì, perché la magistratura contabile già gli aveva chiesto conto.
Trent'anni fa, l'inchiesta Mani pulite aveva messo in scena uno schema diverso. La magistratura perseguiva reati che i politici spesso rivendicavano di aver commesso, ma in nome di una "ragion politica" intesa come implicitamente superiore alla legge. Sergio Moroni, l'esponente socialista che si suicidò rivendicando la sua innocenza, lasciò scritto di non sopportare l'essere stato "accomunato nella definizione di ladro". Il caso di Angelo Burzi è completamente diverso. Indica che i tempi sono cambiati e, se analizzato, aiuta a comprendere come la stanca polemica sui giudici che aggrediscono la politica sia ormai vecchia e inutile: da una parte la curva dei "un ladro di meno"; sul fronte opposto, chi legge ogni vicenda penale che tocchi un politico come evidenza di ordalìa del potere giudiziario.
Per l'allergia del protagonista alla dabbenaggine e alla semplificazione grossolana delle questioni, e per rispetto a una figura unanimemente considerata figlia della classe dirigente sabauda di maggior dignità, è meglio che Burzi non sappia di essersi offerto, con il suo ultimo atto, come vessillo uguale e contrario di un confronto asfittico tra fazioni, tanto estreme da darsi inconsapevolmente di gomito.
Nell'archivio di Radio Radicale c'è il documento audio della autodifesa di Burzi davanti ai giudici, che ci consegna una chiave di lettura più attuale: quella della giustizia penale costretta a decidere se l'imputato meriti o non meriti la galera sulla base di complesse valutazioni di ordine giuridico su norme amministrative non chiare neppure per consiglieri in buona fede, confuse da prassi risalenti e contraddittorie. A un certo punto, riguardo la ricostruzione di una ricevuta per un pasto da pochi euro, l'imputato si rivolge alla presidente scusandosi per la lungaggine nel raccapezzarsi, nel ricordare circostanze, facce, piatti ordinati.
"Ma per me", si giustifica, "questa è la più infamante delle accuse". Il peculato per lui era un disonore: eppure non si difese rivendicando la sua azione politica, bensì dando spiegazioni su ogni scontrino, antipasto per antipasto, convinto di non aver speso un euro a uso privato.
Non come un politico che si sente attaccato in quanto tale dalla magistratura, ma come un cittadino al quale la patente di ladro arriva per via burocratica e assume l'atteggiamento del contribuente onesto che ha ricevuto una cartella pazza. E la cartella pazza gliela manda una giustizia penale che somministra, giustamente, anni di galera per un reato infamante come il peculato ma che, una volta fissato (con fatica, stante il giudizio di assoluzione piena in primo grado) un confine tra lecito e illecito non ha armi, codici e giurisprudenza alla mano, per distinguere tra peculato e peculato. Tra il dolo di chi si compra un tagliaerba con il denaro pubblico e quello di chi offre il pranzo a un architetto per parlare del futuro urbanistico di una città. Ma lo fa coi soldi destinati ad altre spese, magari meno efficaci, magari meno "giuste".
Se, a quell'architetto, il gruppo di Burzi avesse chiesto e pagato una consulenza urbanistica, sarebbe stata rimborsabile. E così, tra un imputato accusato di aver speso 500 euro al mese per pranzi di lavoro dagli incerti contenuti e uno accusato di aver rubato ogni mese 5.000 euro pubblici per abbigliamento, biglietti per teatri e stadi, night club, benzina e manutenzione della propria autovettura, tabacchi, ferramenta, fiori, alcolici, articoli per la casa e centri estetici, per un totale di 144.000 e rotti euro, al primo sono stati rifilati tre anni di reclusione, al secondo quattro e mezzo. E se fosse questa, la vera crisi del processo penale che il suicidio di Burzi ci indica?
di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 gennaio 2022
Aspettando Godot chissà se arriverà mai al nostro cospetto la proposta governativa di riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Nel momento in cui scriviamo è stato da poco reso noto l'ordine del giorno del Consiglio dei ministri: "Decreto legge su misure urgenti per fronteggiare l'emergenza Covid-19, monitoraggio dei provvedimenti attuativi, varie ed eventuali". Augurandoci che una riforma così importante non sia stata immaginata per i ritagli di tempo, possiamo dunque dire che un'altra occasione è saltata, dopo quella di Natale. Allora si rafforza l'ipotesi che vi abbiamo condiviso ieri secondo la quale l'emendamento della ministra Cartabia potrebbe arrivare direttamente in commissione Giustizia alla Camera.
È quello che auspica l'onorevole del M5S, Eugenio Saitta, relatore del provvedimento: "A questo punto la riforma, che si fa sempre più urgente, venga portata direttamente in Commissione, soprattutto perché occorre rinnovare con una nuova legge elettorale il Csm". Dello stesso parere l'altro relatore, il dem Walter Verini: "C'è urgenza della riforma per garantire nuovi meccanismi di elezione per il Csm; quindi ci aspettiamo che nei prossimi giorni gli emendamenti della ministra arrivino in Parlamento o attraverso il vaglio di un prossimo Cdm o con la presentazione direttamente in Commissione".
Per l'esponente di Forza Italia, Pierantonio Zanettin "siamo in un ritardo talmente grande che a questo punto sarebbe opportuno trasformare la legge delega, che prevede un anno per i decreti attuativi, in una legge immediatamente precettiva. Altrimenti si rischia di fare una legge di principi che non verrà mai attuata". Ipotizzando che la riforma del sistema elettorale del Csm sia immediatamente applicabile, per Zanettin però "ci sono altri aspetti importanti che vanno modificati. Tra massimo un anno ci saranno nuove elezioni politiche e noi vogliamo arrivarci senza aver normato la disciplina sulle porte girevoli?".
Critico per questo ennesimo nulla di fatto è anche l'onorevole di Azione Enrico Costa: "Per accelerare i passaggi si è utilizzato il disegno di legge Bonafede come testo base. Io sono stato l'unico a votare contro, auspicando un ddl proprio del governo che si sarebbe potuto già fare dallo scorso aprile. A questo punto mi sembra di rivedere il film della legge Severino, arrivata con il governo Monti quasi alla fine della legislatura con alcuni decreti legislativi. Alcune deleghe sono state esercitate, altre no. Ora ci fanno arrivare all'ultimo momento utile, quando non avremo forse più possibilità di reagire. Basterà che qualcuno remi contro la delega suo fuori ruolo, per fare un esempio, e la riforma salta. Uno dei tanti modi per disinnescare i cambiamenti che non piacciono all'Anm".
di Carmine Gazzanni
La Notizia, 6 gennaio 2022
Allarme prescrizione per reati come furti o truffe. Il problema irrisolto resta la forte carenza di organico. L'allarme arriva da Treviso ma in realtà coinvolge tutta Italia. Un messaggio chiaro che ha un altrettanto chiaro destinatario: il ministro della Giustizia Marta Cartabia. Nonostante le tante rassicurazioni sullo smaltimento dei processi, soprattutto penali, arrivate negli scorsi mesi anche grazie alle misure disposte dalla Guardasigilli (leggi l'articolo), sembrerebbe che non solo il problema non sia stato risolto, ma che anzi possa a breve peggiorare. La prescrizione dei reati, anche per processi non complessi, riguardanti ad esempio il furto e la truffa, è ormai una certezza, non più un rischio.
A denunciarlo, come detto, è stato Massimo De Bortoli, procuratore facente funzioni a Treviso (a breve arriverà il nuovo procuratore Marco Martani), magistrato che si è occupato dell'inchiesta per il crac di Veneto Banca e che già aveva lanciato l'allarme riguardante, però, per quel procedimento, molto complesso e articolato in diversi filoni. In questo caso le sue parole riguardano i processi ordinari, che toccano più direttamente gli interessi di un grande numero di cittadini. Siccome le prime udienze sono fissate ora al 2024 e quindi i dibattimenti ben che vada cominceranno nel 2025, è chiaro che la prescrizione è una realtà inevitabile.
"La barca è di fatto già affondata", ha detto senza giri di parole De Bortoli che ha scritto al nuovo procuratore generale di Venezia, Federico Prato, delineando il quadro di una giustizia ormai rassegnata, a causa di mancanza di organici che influiscono in modo pesante sui tempi della prescrizione. "In questo modo la giustizia non può funzionare. Dire che la situazione è difficile è un eufemismo", ha scritto ancora De Bortoli. "Tutti i reati cosiddetti minori che non siano per esempio omicidi, rapine, violenze sessuali, bancarotte sono destinati quasi certamente alla prescrizione, che se non scatta al primo grado arriverà con l'Appello. I giudici sono costretti a rinviare tanti processi monocratici per fare spazio a maxi processi come Veneto Banca o alle Corti d'Assise".
La relazione inviata a Venezia è eloquente e non a caso ora la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha deciso di inviare gli ispettori. Che, tuttavia, serviranno a ben poco. Il problema, infatti, è di ordine numerico, per così dire: i nodi strutturali a Treviso sono simili a quelli di tanti altri uffici giudiziari, ma non per questo meno drammatici. Mancano dirigenti e impiegati amministrativi. Mancano anche due pubblici ministeri (su 13) e solo di recente sono stati banditi i posti per coprirli, a distanza di un anno dall'allarme inviato al Consiglio Superiore della Magistratura.
E il punto è che Treviso non rappresenta in questo un unicum. Secondo i dati disponibili sul sito istituzionale del Csm, infatti, la pianta organica dei magistrati dovrebbe contare 10.433 togati, ma risulta una scopertura di 1.343 unità. Nel dettaglio mancherebbero 989 magistrati giudicanti (su un totale in pianta di 7.814) e 354 magistrati requirenti (su 2.619 che dovrebbero essere in totale). Uno dei distretti più "preoccupante" è Roma: qui in totale dovrebbero operare 602 magistrati tra requirenti e giudicanti ma ne mancano all'appello ben 121. Il 20%. Né va meglio in località dove il presidio dovrebbe essere una priorità. Un esempio? Reggio Calabria: i magistrati requirenti - e dunque coloro che effettivamente conducono le indagini - dovrebbero essere 66, ma sono operativi in 54. Dodici in meno (il 18,8%) che si fanno sentire.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 gennaio 2022
Giunge notizia, rivelata da Repubblica, che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria ha messo agli atti del processo d'appello ' ndrangheta stragista, il fatto che il boss Nino Gioè avrebbe voluto collaborare con la giustizia. Ufficialmente si sarebbe suicidato in carcere di Rebibbia la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. Ora, con questi nuovi atti, si farebbe largo l'ipotesi che in realtà sarebbe stato ucciso, simulandone il suicidio. Subito prende piedi di nuovo l'ipotesi dei servizi segreti deviati, addirittura - nell'articolo de La Repubblica - spunta il nome del "protocollo farfalla". Ma cosa c'entra con il 1993, quando è assodato che parliamo di una operazione di intelligence fallimentare effettuata tra il 23 giugno 2003 ed il 18 agosto 2004? Un miscuglio di suggestioni che prestano il fianco alla tesi della "ndrangheta stragista", molto simile al teorema trattativa Stato- mafia, ma integrata con la componente calabrese.
I motivi del perché è morto - Che sia possibile un suicidio simulato, non è una ipotesi peregrina. Non è un caso che i collaboratori con la giustizia, in carcere vanno protetti e messi in sezioni isolate dai mafiosi. A maggior ragione uno come Antonio Gioè. Infatti era situato in una cella singola, seppur nello stesso braccio dove era recluso Totò Riina. Gioè era coinvolto nella strage di Capaci e catturato dalla Dia nel marzo del 1993. Il 29 luglio dello stesso anno fu trovato suicida nella cella del carcere di Rebibbia, impiccato alle sbarre coi lacci delle sue scarpe. Emersero subito delle perplessità e i sospetti manifestati, e non solo dagli investigatori, sulla spontaneità del suicidio di Gioè, e l'ipotesi tra le altre formulate che il suicidio fosse stato determinato in Gioè dal timore di poter rivelare i nomi dei partecipanti alle stragi e da maltrattamenti subiti durante la detenzione da esponenti delle forze dell'ordine, per estorcergli rivelazioni utili alle indagini, nel contesto di una gestione arbitraria dei detenuti, avallata da taluni settori investigativi.
Come si evince dalle risultanze processuali, Gioè, prima della cattura, era stato intercettato mentre parlava di progetti di uccisione degli agenti del carcere di Pianosa e di un attentato al Palazzo di giustizia di Palermo. Attraverso di lui, gli investigatori avevano individuato il commando della strage di Capaci. In un interrogatorio del 10 settembre ' 96, fatto congiuntamente dai Pm delle Procura di Palermo, Caltanissetta e Firenze, il pentito Giovanni Brusca è stato sentito pure sul suicidio di Gioè, e nel rispondere ne dipingeva una personalità autodistruttiva, accennando al fatto che spesso Gioè faceva discorsi su delle sue letture riguardanti casi di suicidio con metodi particolari di avvelenamento, per non essere costretti a parlare. Quindi Brusca non aveva avuto dubbi che Gioè si fosse effettivamente suicidato in carcere. Il dubbio, quindi, rimane.
Aveva infranto le regole di Cosa Nostra - Ma non finisce qui. Gioè, prima di morire, ha lasciato una drammatica lettera. "Stasera sto trovando la pace e la serenità che avevo perso circa 17 anni fa. Ero diventato un mostro e lo sono stato - scriveva - fino a quando ho preso la penna per scrivere queste due righe, che spero possano servire a salvare degli innocenti e dei plagiati, che solo per mia mostruosità si ritroveranno coinvolti in vicende giudiziarie". Il boss avrebbe infranto nel modo peggior le regole di Cosa nostra, parlando dei segreti della mafia tramite il suo telefonino intercettato, senza però rendersi conto di essere controllato dagli investigatori. Da qui le "minacce" a lui e ai suoi familiari, le "pressioni" di cui deve essere stato oggetto forse anche in carcere che lo avrebbero spinto al suicidio. Gioè, infatti nella lettera, parlava delle "moltissime fandonie" dette "per millanteria" e registrate dalle forze dell'ordine, tentando di scagionare dalle sue accuse alcuni boss.
Nella lettera, Gioè aggiunse anche questo: "... dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell'andare a tentare di recuperare il credito ha consegnato all'editore una tessera dello stesso creditore, il che adesso mi rendo conto che quest'ultimo fosse un infiltrato: mio fratello non lo ha incontrato ed il figlio gli ha detto che il padre era ricercato. Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo". Ed è qui uno dei nodi dove si inserisce una delle tesi che entrò nel processo trattativa Stato- mafia. È la meno conosciuta, ma dove hanno costruito l'ennesimo castello di carta: la trattativa Gioè - Paolo Bellini sulle opere d'arte.
Paolo Bellini avrebbe deviato verso il teorema trattativa - Quest'ultimo è un personaggio ambiguo, dove è difficile distinguerlo tra la millanteria e la credibilità. Nato nel 1953, aveva un passato di estremista nei gruppi emiliani di Avanguardia Nazionale, oltre che una serie di reati alle spalle, che lo avevano portato per anni in latitanza in Sudamerica (dal 1976) ed in prigione in Italia. In carcere - sotto il falso nome di Roberto da Silva - Bellini era entrato in confidenza con Gioè, cosa che gli aveva consentito di operare informalmente come contatto tra le forze dell'ordine e la Mafia a partire dal 1993. Suggestioni a parte, le risultanze processuali indicano che l'ex ros Mario Mori svalutò l'importanza di Bellini, considerandolo non in grado di potere fronteggiare da infiltrato quei mafiosi, i quali avrebbero potuto sospettare di lui e ucciderlo subito. In effetti, come ampiamente spiegato da Brusca, e anche da Gioacchino La Barbera, loro stessi e Gioè per primo (pensiamo a quel passaggio della lettera), sospettarono dal primo istante che Bellini fosse un infiltrato, che volesse farli catturare o che avesse comunque doppie mire. Anche gli ufficiali della DIA di Roma, cui pure lo stesso Bellini era andato a rivolgersi, chiedendo per la sua missione in Sicilia trecento milioni di lire in cambio, non la reputarono di interesse.
In realtà, emerge l'ipotesi che le dichiarazioni rese da Bellini, soprattutto quelle successive al dibattimento davanti alla Corte d'Assise di Firenze, sui suoi dialoghi con Gioè sulla trattativa con persone potenti di Roma, non rivestirebbero di alcuna credibilità. Perché? Le dichiarazioni dello stesso Bellini al Pm ed alla Corte d'Assise di Firenze, paleserebbero che l'idea di colpire i monumenti (stragi mafiose del 1993) fu abilmente suggerita proprio da Bellini a Gioè. Nella sentenza della corte d'assise di Firenze, emerge che anche Brusca, in tutto sul punto riscontato, ne fu diretto testimone. La verità, come sempre, è quella più semplice. Anche se mal si incastra con taluni infiniti teoremi giudiziari.
La sigla "Falange Armata" usata dai mafiosi per depistare - Inventata in ambienti carcerari, tanto che inizialmente appariva con il nome "Falange armata penitenziaria", è stato sempre Brusca - durante l'interrogatorio del 96 - a rilevare che quella sigla erano stati rivendicati gli attentati di Firenze e Milano, per depistare - diceva- deviando i sospetti sulla matrice delle bombe. Spiegava al riguardo che in precedenza anche durante discorsi fatti di tra lui e Gioè, si parlava di depistaggio, ragion per cui era portato a ritenere che al momento delle stragi del '93 Bagarella avesse utilizzato la sigla Falange Armata. Gli sembrava di ricordare di avere sentito Bagarella pronunciare quella sigla allorché facendo una battuta di spirito, dopo una delle stragi aveva detto che erano stati i terroristi, pronunciando proprio l'espressione Falange Armata.
Ricordiamo che la sigla viene usata dalla mafia, in terra siciliana, fin dal 1992: parte dall'omicidio di Salvo Lima, attraversa quello del maresciallo Guazzelli (due omicidi che, come si evince dal verbale di Teresi del 1992, erano legati a mafia appalti), passa da Capaci a via D'Amelio, fino ad arrivare alla strage dei Geogofili e alle bombe a Roma e Milano. Da dove l'hanno presa in prestito? Apparve nei notiziari italiani nel 1990, con la sigla "falange armata penitenziaria" che ha rivendicato l'omicidio dell'educatore del carcere di Opera, in provincia di Milano, Umberto Mormile. Da lì, la fantomatica sigla viene usata da chiunque, perfino ragazzini hacker, per rivendicare qualsiasi omicidio. Anche dalla mafia.
di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 6 gennaio 2022
Vanno riscritte le regole sull'ordine giudiziario: perciò è difficile immaginare al Colle una toga in servizio. Mattarella resta la scelta ideale. L'alternativa? Un ex magistrato.
La partita del Quirinale è strettamente avvinta a quella sulla giustizia. Non era mai successo prima che la scelta del candidato alla più alta magistratura dello Stato fosse così intimamente collegata alla visione che il nuovo inquilino del Colle dovrà esprimere sui problemi della giustizia italiana. Certo non si può dimenticare che ai tumultuosi ultimi mesi della presidenza di Francesco Cossiga il picconatore sia poi seguita la scelta di un ex-magistrato allo scranno più alto delle istituzioni repubblicane (Oscar Scalfaro), con tutte le obiettive ricadute che quella elezione ha avuto sulla vita politica del paese e sulla stessa sorte della magistratura italiana in piena Tangentopoli e con la successiva crisi "giudiziaria" del primo governo Berlusconi da gestire.
Quella del presidente dell'Antimafia Nicola Morra, ossia l'idea di candidare un magistrato di punta delle procure al Colle più alto, è di sicuro una provocazione, ma che non può essere archiviata puramente e semplicemente come fosse una boutade lanciata lì prima della contesa elettorale del 24 gennaio. Ha un radicamento nel paese, nella parte più sedimentata della sua coscienza e della sua percezione etica della Repubblica, la convinzione che la gravità del tempo esiga il ricorso alle migliori energie della Nazione. Una sorta di Up patriots to arms che periodicamente misura la sofferenza della democrazia italiana e richiama alla mente il mito di Cincinnato destinato a salvare Roma in una grave emergenza. Se questa può essere la traiettoria di quella, pur autorevole, nomination alla presidenza, allora il segnale deve giungere forte e chiaro, soprattutto a quanti puntano a soluzioni pasticciate o a scorciatoie francamente impraticabili: l'ora esige una scelta assoluto rilievo.
Ma torniamo alla questione principale, ossia quella dell'inscindibile correlazione che le elezioni del 2022 pongono tra lo scranno quirinalizio e quello di palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura. Sarebbe irragionevole non constatare che molte delle forze politiche in campo, e chiamate al voto di gennaio, hanno tra le proprie fila leader o elementi comunque di primo piano pesantemente acciaccati da vicende giudiziarie di un certo rilievo. Ancora sarebbe vano negare che spira nel paese e nelle sue istituzioni un'aria - come dire - quanto meno scettica, se non ostile, nei confronti della magistratura italiana che rischia di essere chiamata, nel tempo a venire, a un drammatico redde rationem dopo l'affaire della procura di Roma. La posizione del Quirinale sarà decisiva per affrontare questo snodo.
Le parole spese dal presidente Mattarella il 24 novembre scorso nell'intervento al decennale della Scuola superiore della magistratura di Scandicci non potevano essere più chiare e più dure. La magistratura italiana deve essere rifondata eticamente e lo snodo delle regole per la composizione del Csm e per regolare le carriere delle toghe è un punto irrinunciabile. Su questo crinale sono praticamente tutti d'accordo e questo non solo, ovviamente, sbarra la strada alla nomina di un qualsiasi magistrato in servizio alla carica di presidente della Repubblica, ma impone al candidato che voglia avere l'atout di un ampio consenso avanti alle Camere riunite un preciso assetto politico in materia di giustizia. Il tema è particolarmente delicato, perché se è pur vero che sono in corsa candidati segnati da una irriducibile avversione al mondo delle toghe, è anche certo che l'alta funzione di rappresentanza di tutte le istituzioni repubblicane che compete al Presidente imporrà la scelta di una figura equilibrata e capace di rassicurare tutti sul fatto che la strada delle riforme sarà ordinata e non diventerà una sorta di imboscata vendicativa contro la magistratura italiana.
Non sarebbe male, a proposito, attendersi qualche precisa presa di posizione anche sulla direzione del Csm che, sinora, è stata sempre rimessa a un vice di estrazione parlamentare, come imposto dalla Costituzione. Una più ravvicinata presenza del Presidente della Repubblica ai lavori del Csm e una sua più condizionante azione sui gangli operativi dell'organo di autogoverno, potrebbe avere un'importante funzione di stimolo per tutti i membri di palazzo dei Marescialli e potrebbe rendere ancora più autorevole la voce del suo vice. D'altronde in questo 2022 si avrà anche il rinnovo del Csm e si apre una finestra irripetibile per l'eventuale incardinarsi di nuove prassi di rilevanza costituzionale sin dal primo funzionamento del nuovo organo elettivo. Certo la conferma di Mattarella risolverebbe appieno il problema, poiché la strada è stata tracciata e non resterebbe che darvi attenzione e attuazione. Diversamente il range delle opzioni non è molto ampio e qualche ex magistrato non sarebbe poi così distante dalla cifra di rassicurazione che il momento impone.
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 6 gennaio 2022
A Verona, purtroppo, si tratta di un "déjà vu": contagi da Covid in carcere, era già accaduto durante la prima ondata e sta succedendo di nuovo. Riesplode l'allarme-virus all'interno del penitenziario scaligero dove sarebbe stato individuato un mega focolaio che fa registrare - stando alle stime diffuse dai sindacati - ben 170 casi di positività:140 tra i reclusi, i restanti 30 tra gli agenti.
A confermare l'estrema "gravità della situazione" è il dato che si ricava a palazzo di giustizia da cui filtra la notizia che, per il momento e finché la situazione dei contagi in carcere non tornerà sotto controllo e al di sotto dei livelli di guardia, non saranno possibili nuovi accessi a Montorio: nel caso di arresti, dunque, andranno condotti in penitenziari diversi da quello veronese.
A denunciare la nuova emergenza pandemica in atto nel carcere scaligero è Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria autore di un durissimo comunicato stampa: "Complice la variante Omicron, dilagano i contagi da Covid-19 nel Paese e nelle carceri italiane, dove i positivi al virus fra i detenuti sono circa 900 su scala nazionale e circa un migliaio quelli fra gli operatori, con focolai di vastissime proporzioni, come presso la Casa Circondariale di Verona, dove - ha lanciato l'allarme il sindacalista senza mezzi termini - secondo le nostre informazioni sarebbero circa 140 fra i reclusi e una trentina fra la Polizia penitenziaria gli affetti da Coronavirus".
La nota diramata dalla sigla sindacale diretta da De Fazio prosegue lanciando critiche pesanti alla politica: "Il governo, con il decreto festività, ha varato nuove misure per stadi, cinema, teatri e trasporti, conclamando la sostanziale inerzia in tema di politiche penitenziarie, nulla ha sinora previsto per le carceri, al di là di un obbligo vaccinale per gli operatori, la cui efficacia contro la variante Omicron sembra peraltro ridotta. Non è riGreen pass (neppure quello semplice) a utenza, avvocati e visitatori, fra cui detenuti e rispettivi familiari che si recano a colloquio, e non vi è dotazione di mascherine FFP2, le quali non sono obbligatorie; insomma, niente di niente".
Per queste ragioni, conclude il comunicato diffuso dalla Uilpa, "auspichiamo che il governo vari specifici provvedimenti in tal senso e, non ultimo, che si appresti a promuovere un pacchetto di norme specifiche per affrontare la complessiva emergenza penitenziaria, che è ormai di dimensioni straripanti".
Cifre alla mano, neppure durante la prima ondata pandemica del 2020 il carcere di Verona aveva fatto contare così tanti casi di positività al virus: basti pensare che nell'aprile del 2020, quando il Sars-Cov-2 era entrato per la prima volta anche a Montorio, dai tamponi effettuati dall'Usl scaligera erano emersi 27 detenuti positivi e altri 17 tra gli agenti della polizia penitenziaria. Il problema venne preso subito sul serio, tant'è che l'esercito aveva provveduto a sanificare gli ambienti della casa circondariale. Ma ora a Montorio è di nuovo emergenza.
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