di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 gennaio 2022
Nel Consiglio dei Ministri che si riunirà molto probabilmente oggi per varare il provvedimento che estende il super green pass a tutti i lavoratori arriverà anche la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e dell'ordinamento giudiziario? È la domanda che si stanno ponendo tutti gli operatori della giustizia e anche i parlamentari della Commissione giustizia della Camera che saranno chiamati a svolgere il lavoro sub-emendativo, visto che la Ministra Cartabia ha preannunciato che il suo non sarà un testo blindato, come avvenuto per la riforma del processo penale. Quello che trapela da via Arenula è che le proposte della responsabile del dicastero sono a Palazzo Chigi e che lì deve essere deciso l'ordine del giorno del Cdm. Nessuna indiscrezione invece da Piazza Colonna.
La certezza è che la Guardasigilli voglia accelerare, anche perché il provvedimento del Governo sarebbe dovuto essere sul tavolo del Cdm già prima di Natale, aveva assicurato la Cartabia dopo il secondo giro di incontri con le forze politiche. Ma poi tutto è saltato, con non poca irritazione da parte del Ministero della Giustizia. La priorità non era la giustizia ma la variante Omicron o, come ha ipotizzato qualcuno, Draghi non voleva dividere la scena con la Cartabia, anzi voleva complicarle le cose, in vista delle elezioni per la Presidenza della Repubblica, essendo entrambi i nomi nella lista dei papabili. Fino all'ultimo si è sperato in un nuovo Consiglio dei Ministri ad hoc prima della fine dell'anno per rendere nota a tutti la tanto sospirata terza gamba delle riforme della giustizia ma siamo rimasti tutti delusi. E comunque nulla esclude che la Ministra possa depositare i suoi emendamenti direttamente in Commissione Giustizia, senza passare per il Cdm qualora non ci fosse spazio per la riforma tanto attesa. In fondo non è un obbligo il passaggio a Palazzo Chigi, soprattutto in questo caso in cui i partiti avranno la possibilità di apportare modifiche al testo governativo. Comunque l'insofferenza non manca per questo ritardo. La scadenza di questa consiliatura del Csm si avvicina e per il rinnovo di Palazzo dei Marescialli si voterà tra luglio e settembre. Dopo lo scandalo Palamara, tutte le correnti dell'Anm sono d'accordo che non si può utilizzare l'attuale sistema di voto. L'idea della ministra sarebbe quella di creare un sistema maggioritario con collegi binominali, corretto con un meccanismo tipico del proporzionale: quello del miglior terzo. Sarebbe un modo per arginare lo strapotere delle correnti e scongiurare il bipolarismo. Ma si farà in tempo a varare la riforma? Il 24 gennaio ci sarà la prima votazione per eleggere il nuovo Capo dello Stato e questo potrebbe frenare di molto il lavoro parlamentare. A questo punto forse non arriveranno fuori tempo massimo i risultati del referendum sul sistema elettorale per le elezioni del Csm indetto dal Comitato direttivo centrale dell'Anm. La decisione a fine gennaio potrebbe giungere nel vivo del dibattito in Commissione. Però non c'è solo la modifica del sistema elettorale. "La riforma del Csm era in calendario in aula alla Camera per novembre 2021. Ma tutto si è bloccato perché il Governo non ha presentato nulla - ha scritto Enrico Costa su Twitter - Ma il ritardo sarà il minore di problemi, se l'esecutivo sarà timido nell'affrontare temi come responsabilità, valutazioni e fuori ruolo".
È lo stesso timore dell'Unione Camere Penali che con il presidente Caiazza nei giorni scorsi ha mostrato delusione per non essere mai stati convocati ai tavoli ministeriali a discutere delle loro proposte di riforma dell'ordinamento giudiziario a partire proprio dalle valutazioni di professionalità dei magistrati, dai fuori-ruolo, dal diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari. Comunque ieri, a proposito di un'altra riforma - quella del sistema penitenziario -, la guardasigilli, tramite il portale di notizie del Ministero, ha fatto sapere che "da gennaio il carcere sarà la mia priorità".
È questo l'impegno che ha preso con i membri della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, quando, prima della pausa natalizia ha ricevuto la relazione finale predisposta al termine dei lavori che si sono tenuti, come previsto, nell'ultimo trimestre del 2021. "Dovrò valutare le proposte contenute nella relazione che la Commissione mi ha consegnato e, sulla base di esse, elaborare con il DAP un piano di azione da proporre su tutto il territorio - ha specificato la minista -. Il carcere ha sterminati bisogni: il mio obiettivo è introdurre cambiamenti molto concreti, che incidano anzitutto a livello amministrativo allo scopo di migliorare la vita quotidiana di chi vive e lavora in carcere".
di Daniela Mainenti*
Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2022
La Procura Europea (Eppo), istituita nel 2017 sulla base di una cooperazione rafforzata tra 22 Stati membri, opera dal 1° giugno 2021 e ha lo scopo di tutelare gli interessi finanziari dell'Unione Europea. Per chiarire cosa si intenda per interessi finanziari dell'Ue occorre partire dal bilancio europeo il quale, in parte composto da contributi finanziari degli Stati membri, oggi è finanziato con risorse proprie comprendenti principalmente dazi, il contributo Iva, le multe inflitte a società che non rispettano il diritto dell'Ue e i contributi di paesi terzi ai programmi europei.
Si comprende bene quanto esso sia una parte importante del buon governo, quanto ne rappresenti la forza trainante e quanto sia un'impresa riuscire a trovare un accordo tra 27 Paesi con tante storie e identità diverse. Il bilancio dell'Alleanza, quindi, non ha solo un ruolo finanziario, ma è prima di tutto un grande atto politico. Non ha equivalente, né è paragonabile al bilancio di un Paese o di un'organizzazione internazionale e, per la natura della sua composizione, non è paragonabile al bilancio nazionale.
Sfortunatamente la frode e la corruzione hanno continuato a crescere nel corso degli anni, nonostante la creazione dell'Unità di Coordinamento Antifrode (Uclaf), dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf), dell'Ufficio Europeo di Polizia, Europol e di Eurojust per la cooperazione tra le procure nazionali, perché la loro azione è rimasta limitata e, spesso, considerata asimmetrica.
Questo è il motivo per cui l'assistenza giudiziaria in materia penale tra Stati membri è rimasta molto fragile per molto tempo. L'Ue, trovandosi senza alcun potere reale per via di una politica antifrode puramente amministrativa, ha allora deciso, con il Trattato di Lisbona, di istituire la Procura Europea che non si limita solo al semplice coordinamento tra i tribunali nazionali, ma svolge un ruolo specifico in quanto istituzione giudiziaria sovranazionale. Finora, a parte Polonia, Ungheria, Svezia, Danimarca e Irlanda, ne fanno parte 22 Stati membri per i quali, pur mantenendo per ciascuno di essi le prerogative riguardanti l'autonomia e l'indipendenza del proprio sistema giudiziario nazionale, Eppo rappresenta una grande scommessa sul futuro dell'Ue.
Essa è fondata su un elemento centrale: la fiducia reciproca. Ecco perché la cooperazione rafforzata non dovrebbe essere vista come un freno ma, piuttosto, come una nuova e più moderna forma di controllo giurisdizionale affinché la struttura a due livelli sia la più efficace possibile e si trasformi da una cooperazione parallela a una cooperazione sovrapposta. Non si tratta più di coordinare l'azione tra i procuratori nazionali, ma di creare autentici procuratori europei.
Tuttavia, gli interessi finanziari dell'Ue sono un concetto molto complesso, che la Procura Europea deve saper comprendere ed è possibile che le competenze di Eppo possano essere estese ad altri settori, oltre ai reati definiti dalla direttiva Ue 2017/1371, per esempio la politica antiterrorismo o i reati ambientali o altro ancora. Oggi, grazie allo sblocco dei fondi per l'attuale crisi sanitaria, è di molto cresciuta la sua importanza strategica e il piano di ripresa NextGenerationEu da 750 miliardi di euro rappresenta una sfida, soprattutto in tempi di crisi.
Ma la somma colossale del pacchetto di stimoli per rilanciare l'economia dell'Ue rappresenta un alto rischio di frode per via dei grandi appetiti criminali, in particolare nel campo della salute. Eppo avrà, dunque, un compito molto più delicato: dimostrando l'efficacia della sua azione, rafforzerà la fiducia reciproca degli Stati membri nei confronti dell'Ue e sarà il suo vero banco di prova. Si tratta, pertanto, di un aspetto essenzialmente politico oltre che di tutela finanziaria.
In questo risiede la sua particolarità. La Procura Europea è quindi una scommessa sul futuro e di certo non aiutano le sovrapposizioni di competenze multilivello che potrebbero registrarsi nel nostro Paese tra i procuratori europei delegati e le singole Procure, con le relative deleghe ai propri aggiunti, tra la Procura nazionale Antimafia e la stessa Eppo. Leggere, per esempio, di un procuratore europeo delegato a Milano, al momento sottoposto ad indagine nel procedimento Eni, da cui ci si dovrebbe attendere completa sintonia con la procuratrice antimafia titolare delle misure di prevenzione patrimoniali e, più in generale, con la Procura nazionale antimafia sul territorio lombardo, così esposto agli appetiti della criminalità organizzata, potrebbe far sorgere il timore, dal punto di vista del coordinamento degli apparati investigativi, su chi coordina chi e soprattutto cosa.
Ecco perché la Procura Europea, se non dimostrasse fin dall'inizio la sua efficacia che è essenzialmente politica, in quanto simbolo della decompartimentalizzazione dello spazio giudiziario europeo, rischierebbe di far dubitare gli Stati membri su questo importantissimo progetto, perché sarà più difficile riconquistarne la fiducia in seguito.
*Professore Straordinario in Diritto processuale penale comparato
di Gaetano Viciconte
Il Dubbio, 5 gennaio 2022
Il problema basilare su cui il legislatore eurounitario dovrà definitivamente prendere posizione rimane quello della trasparenza dell'algoritmo su cui è strutturato il sistema. Il tema dei rapporti tra diritto e sistemi di intelligenza artificiale esce dalle valutazioni di principio per approdare all'esame dell'adeguatezza della disciplina europea di prossima emanazione e all'analisi delle pronunce giurisprudenziali nel frattempo intervenute sia in sede civile sia in sede amministrativa. La proposta di regolamento UE elaborata dalla Commissione Europea del 21 aprile 2021 è fondata sul sistema della gestione del rischio, alla stregua del Gdpr sulla tutela della privacy, ma è rimesso a un successivo atto regolamentare lo statuto della responsabilità civile per i sistemi ad alto rischio e per i casi di responsabilità aggravata. Nel frattempo, la recentissima proposta di direttiva sui riders ("on improving working conditions in platform working") formulata dal Parlamento europeo e dal Consiglio del 9 dicembre scorso propone un modello avanzato di gestione dei rapporti di lavoro mediante i sistemi di Intelligenza Artificiale, che potrebbe assumere anche il carattere di un paradigma di carattere generale.
All'articolo 6, dedicato alla gestione mediante algoritmi, si prevede l'obbligo di trasparenza dei sistemi decisionali impiegati per stabilire le condizioni di lavoro, il conferimento degli incarichi lavorativi, lo stipendio, la sicurezza, l'orario di lavoro, le promozioni e lo status occupazionale. Inoltre, all'articolo 8, si prevede la revisione umana di decisioni significative, enunciando l'obbligo di garantire per i lavoratori il contatto con una persona designata per discutere e chiarire fatti e ragioni che hanno determinato la decisione assunta nei loro confronti. A ciò può seguire la fase della richiesta di vera e propria revisione della decisione, rispetto alla quale deve intervenire una risposta motivata senza ritardo e se si riscontra una violazione dei diritti dei lavoratori, occorre rettificare la decisione o, se non è possibile, offrire un adeguato risarcimento.
Il problema basilare su cui il legislatore eurounitario dovrà definitivamente prendere posizione, rimane, tuttavia, quello della trasparenza dell'algoritmo su cui è strutturato il sistema di intelligenza artificiale impiegato. La Corte di cassazione, I Sezione civile, lo ha evidenziato in modo inequivocabile con l'ordinanza n.14381 del 25 maggio 2021, secondo cui quando ci si avvale di un algoritmo, per la valutazione oggettiva di dati personali, devono essere necessariamente resi conoscibili lo schema esecutivo in cui l'algoritmo si esprime e gli elementi considerati al tal fine. Un problema ulteriore è affrontato dal Consiglio di Stato, con la sentenza della Terza Sezione n.7891 del 25 novembre 2021, chiamato a definire l'esatta perimetrazione della nozione di "algoritmo di trattamento" nell'ambito di una procedura di gara per la fornitura di materiale sanitario. In tale pronuncia, si ribadisce come la nozione comune di algoritmo riporti alla mente "semplicemente una sequenza finita di istruzioni, ben definite e non ambigue, così da poter essere eseguite meccanicamente e tali da produrre un determinato risultato".
Tuttavia, l'algoritmo tradizionale viene utilizzato in un sistema di machine learning che si limita solo ad applicare le regole software e i parametri preimpostati, ai fini della decisione. Mentre cosa diversa sono i sistemi veri e propri di intelligenza artificiale, in cui l'algoritmo elabora costantemente nuovi criteri di inferenza tra dati, che determinano l'assunzione di decisioni sulla base di tali elaborazioni, secondo un processo di apprendimento automatico. Non c'è dubbio che il problema della trasparenza acquisirà sempre maggiore rilevanza proprio con riferimento ai sistemi di intelligenza artificiale, descritti in modo differenziale rispetto all'uso tradizionale dell'algoritmo nella suddetta pronuncia, giacché la fase del machine learning può dirsi in via di superamento, trovandoci ormai in quella della deep learning rispetto alla quale è sempre più essenziale far valere il principio di trasparenza algoritmica, per non demandare la decisione alla macchina in modo insindacabile, secondo il fenomeno del blackbox.
L'obiettivo, pertanto, è quello di rintracciare sempre la catena logica sequenziale degli strumenti di automazione, giacché le decisioni algoritmiche producono atti o fatti giuridicamente rilevanti e occorre verificare che non siano il frutto di pericolosi bias cognitivi. Abriani e Schneider nel loro libro su Diritto delle imprese e intelligenza artificiale prospettano un possibile scenario tanto verosimile quanto inquietante nel quale le persone dovranno lavorare solo per inventare modelli di business e progettare algoritmi e istituzioni per regolamentarli. Soprattutto quando arriveremo ai roboboards ovvero ai consigli di amministrazione interamente strutturati secondo processi decisionali di intelligenza artificiale.
Occorrerà, tuttavia, sempre tener presente, per parafrasare un altro libro pubblicato di recente da Kate Crawford, che i sistemi che si definiscono tali, in realtà, non sono né intelligenti né artificiali e che il controllo umano non potrà mai essere abbandonato. Certamente, si può aggiungere, il controllo umano è essenziale in ambito giuridico, giacché il diritto non può essere ridotto a mera computabilità.
di Luca D'Auria*
Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2022
Il 2022 si apre, per l'ennesima volta, con una notizia vertiginosa proveniente dalla Cina. Ma non si tratta di un nuovo virus o di qualche altra variante terrificante di Covid. Per certi versi è qualcosa di più sconvolgente, o meglio, qualcosa che va a toccare in modo decisivo la storia dell'uomo. Qualcosa che pone delle questioni talmente complesse e profonde su "chi siamo" (come esseri umani) che può produrre solamente due reazioni opposte tra loro: il rifiuto secco e sdegnato o la riflessione non acritica ma costruttiva.
La notizia è la seguente: in Cina è stato realizzato un magistrato robot. Viene messo in soffitta o al museo delle cere il pubblico ministero in carne e ossa, fatto di ragione e coscienza e viene sostituito da una macchina. Per ora la scelta è ricaduta solamente sul magistrato d'accusa, chiamato a valutare quali processi portare a giudizio e quali archiviare; ma c'è da scommettere che, tra qualche tempo, anche il giudice umano (o meglio, per citare Nietzsche, "umano troppo umano") sarà un ferrovecchio, magari un oggetto da collezione.
Quanto al terzo protagonista del processo, cioè l'avvocato, la questione non si pone. Napoleone, già il 18 brumaio, appena preso il potere, aveva ordinato di "tagliare la lingua agli avvocati". In Cina "il penalista" è una figura dello Stato. Da noi, anche al giorno d'oggi, l'avvocato rischia spesso di divenire uno strumento per assicurare il rispetto (formale) del contraddittorio. Per questo è assai più interessante riflettere sull'idea che il "togato" sostituito sia il magistrato.
Provo a spendere alcune riflessioni, posta una premessa. La scelta asiatica del magistrato robot deve essere affrontata senza infingimenti: l'ideologia occidentale antropocentrica non può accettarla. "La giustizia deve restare umana" sostengono spesso i magistrati e ciò nell'idea neoilluminista che la coscienza umana assicuri la migliore performance possibile o comunque garantisca quella più affidabile e giusta. Bacone avrebbe classificato questo assunto come un idolo (nello specifico un "idolum theatri") capace di predeterminare la cognizione e costringere il pensiero dentro percorsi definiti e chiusi. È necessario provare a smontarla, quanto meno per comprendere se è un pensiero affidabile o puramente dogmatico.
Da qualche anno mi interrogo e scrivo sul rapporto tra le nuove forme di tecnologia (su tutte l'intelligenza artificiale) e il fare giustizia. Ho affermato che, in un mondo in cui l'interazione tra uomo e macchina investe tutti i campi dell'agire (si pensi, tra i più rilevanti, alla medicina e alla chirurgia) la giustizia non può negare ogni dialogo con la tecnica e ciò perché farebbe perdere alla giurisdizione stessa il suo ruolo di regolatore e guida della società (le cui componenti non accetterebbero di essere regolamentate e giudicate da un sistema non al passo coi tempi). Ma c'è molto di più. La scelta di affidare la giustizia all'intelligenza artificiale impone una domanda radicale: perché l'uomo, dotato di ragione e coscienza, dovrebbe essere sostituito da un insieme di chip in silicio? Per di più questi chip sono solamente in grado di simulare (probabilmente anche malamente) la ragione e la coscienza umana e non hanno nessuna autonomia decisionale, ma rispondono ad un algoritmo meccanico.
Quindi: perché sostituire un umano studioso e coscienzioso con un algoritmo meccanico? È esattamente quello che sostengono i "laudatores" della giurisdizione umana. Le scienze cognitive, eredi del più profondo pensiero filosofico, sono in grado di abbattere l'antropocentrismo illuminista che vuole l'essere umano (e dunque anche il magistrato) un individuo libero proprio perché dotato di coscienza e ragione.
In realtà la libertà umana è, assai probabilmente, molto più simile a quella descritta da Platone nel Fedro o dalla psicanalisi: un "daimon" che rappresenta "un altro" irriducibile alla propria coscienza e alla propria ragione. È libertà di essere ciò di cui non si ha coscienza e ragione (ma che rappresenta l'essenza più intima, nascosta e profonda del sé). La libertà umana, in poche parole (anche se molto provocatorie) non è quella di giudicare bene ma di giudicare "senza ragione" e "senza coscienza". Abbattendo l'accoppiata di coscienza e ragione come alleati della libertà umana, si può realmente comprendere come agisce il cervello e dunque cos'è il diritto, che funzione ha e, di conseguenza, perché l'intelligenza artificiale può rappresentare una sfida con cui la giurisdizione deve confrontarsi.
Il diritto è un algoritmo "ante litteram", volto proprio a togliere (la vera) libertà all'uomo. L'uomo cantato del "daimon", dell'inconscio soggettivo e collettivo e del sistema neurale automatico deve essere guidato per mano, non può "liberamente" decidere di altri uomini. Il diritto non vuole che l'uomo-giudice sia libero, perché l'uomo libero si trasforma, inevitabilmente, in un individuo nietzschiano, cioè "umano troppo umano". L'uomo libero compone opere sublimi, ma il fare giustizia non deve essere un'opera sublime, ardita, sconvolgente. Deve solamente essere giusta in base a regole astratte e artificiali che l'uomo ha costruito come sovrastruttura per rispondere ai propri bisogni contingenti.
Due anni fa stava arrivando dalla Cina la pandemia che ha sconvolto gli ultimi 24 mesi della nostra vita. Oggi è in arrivo un "virus" molto più devastante, che è in grado di cancellare un paio di millenni di costruzione culturale. È un "virus" capace di abbattere la nostra idea di uomo e il suo simbolo più antropocentrico: la modalità umana di giudicare gli umani. Buon 2022 dal futuro postpandemico.
*Avvocato e docente di Diritto
di Antonio Andreotti
Corriere del Veneto, 5 gennaio 2022
Il cantiere al via da lunedì fino a maggio. "Abbiamo perso una grande occasione grazie alla precedente amministrazione comunale di poter avere la Cittadella giudiziaria attigua all'attuale Tribunale". Gianpietro Pegoraro, segretario regionale della Fp-cgil Agenti penitenziari, commenta così l'imminente partenza dei lavori del cantiere per la conversione in carcere minorile dell'ex Casa circondariale in via Verdi. Ci sono già i cartelli stradali che indicano il divieto di sosta per i parcheggi a striscia blu, sul lato destro di via Mazzini, fino al 31 maggio prossimo. Previsto che l'opera sia conclusa entro il 2024.
"La collocazione del carcere minorile a Rovigo - afferma Pegoraro - è stata decisa senza consultare i sindacati. Inoltre lo spostamento da Treviso a Rovigo causerà un danno agli utenti poiché l'istituto penale minorile era già radicato nel Trevigiano dove sono avviate molte attività. Come sigla sindacale abbiamo chiesto alla direzione del Centro giustizia minorile un incontro per conoscere come avverrà il trasferimento del personale e in quali modi".
A fine 2020 il ministero per le Infrastrutture con decreto ha aggiudicato l'appalto per la realizzazione del carcere minorile per il Triveneto all'associazione temporanea di imprese (Ati) "Nidaco costruzioni Srl-ici impresa costruzioni industriali Spa". L'ati, che ha sede nel comune molisano di Venafro (Isernia), si è aggiudicata l'appalto offrendo un ribasso del 21,050 per cento per un importo finale di 8 milioni e 615.276 euro. Il bando di gara per trasformare in istituto penale per i minori i circa 2 ettari occupati dall'ex carcere era da 11,2 milioni di euro.
di Luca Monaco
La Repubblica, 5 gennaio 2022
Malato di tumore, è rinchiuso in una cella al secondo piano del reparto G9 nel carcere di Rebibbia. La protesta del garante dei detenuti. "E rischia anche di essere contagiato dal Covid".
"Sembra uno zombie - sospira la Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni - è sconvolto, farfuglia parole sconnesse, indossa gli stessi vestiti dal giorno in cui è entrato e non si ricorda se gli abbiano mai fatto la visita medica".
Che per lui, a meno di ulteriori follie della Giustizia, significherebbe finalmente poter tornare a casa. Invece, a 87 anni, malato di tumore, Bruno è rinchiuso in una cella al secondo piano del reparto G9 nel carcere di Rebibbia. Tutto questo nonostante l'età avanzata, nonostante il Covid, nonostante una serie di malattie gravi.
"Non parliamo di un mafioso né di un delinquente incallito - aggiunge Stramaccioni - far entrare in carcere una persona di 87 anni, in piena pandemia, sapendo che bisogna rispettare la quarantena e il distanziamento è un'assurdità, specie in una struttura già sovraffollata".
Romano di San Paolo, una moglie e due figli, Bruno il 14 dicembre è stato condannato dalla corte di Cassazione a cinque anni di reclusione. Il giorno dopo è arrivato l'ordine di esecuzione della pena: la polizia è andata a prenderlo a casa e l'ha portato al commissariato Colombo, dove ha dovuto trascorrere la notte in attesa che venisse assegnato a un carcere. Il 16 dicembre è entrato a Rebibbia, dove è rimasto in quarantena fino a Capodanno. "Il 17 dicembre ho presentato subito istanza per mandarlo a casa - spiega l'avvocato Mario Miano - il 20 l'ufficio di Sorveglianza ha chiesto al carcere una istruttoria sanitaria per accertare le sue condizioni di salute. L'ultima volta che abbiamo parlato in videochiamata, il 29 dicembre, era ancora in quarantena e non era stato visitato. Da Rebibbia non si riesce più ad avere notizie sul suo stato di salute".
Il reato per il quale è stato condannato l'87enne non prevede misure alternative al carcere. Bruno è diabetico, ha avuto un tumore al pancreas e a ottobre gli è stato trovato un nudulo di 7 millimetri al polmone sinistro. Il giorno prima della condanna aveva fatto la biopsia al Regina Elena, adesso è in carcere, senza telefono, non sa il risultato.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 5 gennaio 2022
La giudice dà ragione al ricorso presentato da Asgi stabilendo un principio innovativo. Il Tribunale di Roma ordina il rilascio del visto umanitario a due cittadini afghani in pericolo, ma il ministero degli Esteri tergiversa e cerca di evitarlo. La vicenda nasce da un ricorso firmato dalla legale dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) Nazzarena Zorzella per conto di due persone, fratello e sorella, che nel "paese degli Aquiloni" rischiano la vita: sono reporter, hanno lavorato per la Tv, frequentato l'università americana e collaborato con diverse Ong. "La loro posizione di giornalisti, il loro coinvolgimento con il mondo occidentale li rende particolarmente esposti all'azione repressiva del nuovo governo afghano", si legge nell'ordinanza firmata il 21 dicembre scorso dalla giudice Cecilia Pratesi.
La pronuncia stabilisce un principio innovativo: mentre le autorità statali hanno "mera facoltà" di rilasciare i visti umanitari in presenza delle circostanze che li giustificano, per il giudice dei diritti fondamentali si tratta di un'"attività doverosa" quando gli viene presentata una "posizione di rischio specifico, imminente e attuale" con la richiesta di un provvedimento che possa evitare danni irreparabili. L'ordinamento, infatti, attribuisce al giudice il compito di adottare misure d'urgenza per proteggere chi non può attendere i tempi delle procedure ordinarie del diritto.
Per questo Pratesi ha ordinato il rilascio dei visti a territorialità limitata (Vlt) definiti dall'articolo 25 del codice dei visti Schengen. Si tratta di documenti che permettono l'ingresso nel Paese che li rilascia, senza possibilità di muoversi in altri Stati. A settembre 2021 Asgi aveva inviato una lettera, firmata dal presidente Lorenzo Trucco, al ministro degli Esteri Luigi Di Maio (5S) chiedendo, "stante la gravità della situazione", a Kabul di utilizzare i Vlt per proteggere i familiari di afghani presenti in Italia e in generale chi temeva ripercussioni per la propria vita.
La stessa richiesta è stata avanzata specificamente per i due giornalisti, sostenuta dalla disponibilità di una cittadina italiana ad accoglierli. Dal ministero degli Esteri, però, non sono arrivate risposte e quindi la palla è passata al al tribunale. "L'ordinanza è chiara, ma quando ho chiesto al ministero di darle esecuzione mi è stata fatta la controproposta di accedere ai corridoi umanitari. Quel canale, però, non è compatibile con l'urgenza dei due ragazzi di lasciare il Pakistan, paese in cui sono fuggiti ma dove rischiano di essere fermati e rimpatriati perché le autorità di Islamabad non rilasciano visti di ingresso", afferma Zorzella.
Dopo aver incassato il rifiuto della via dei corridoi umanitari, il ministero degli Esteri si è detto disponibile a rilasciare i visti ma solo a patto che sia provato "un percorso di accoglienza in Italia strutturato, stabile, duraturo e con copertura finanziaria". "Pretese inaccettabili perché fingono di ignorare non solo che già una cittadina italiana ha offerto la propria disponibilità a ospitare i due giovani afghani, ma anche che ogni richiedente asilo, nel momento in cui diventa tale, ha diritto all'accoglienza pubblica se privo di risorse proprie ed è un obbligo dello Stato renderlo effettivo", scrive Asgi in un comunicato.
Il 30 dicembre Zorzella ha depositato un nuovo ricorso presso il Tribunale di Roma per chiedere di indicare le modalità esatte di esecuzione del provvedimento disposto nove giorni prima. L'udienza è attesa per metà gennaio. In ogni caso l'ordinanza della giudice Pacelli è potenzialmente utilizzabile anche da altre persone che presentino una posizione specifica di rischio e potrebbe rivelarsi uno strumento prezioso per mettere al sicuro altre vite.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 gennaio 2022
Rigettato il ricorso del ministero della Giustizia all'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, che ha sancito il diritto del detenuto di acquistare gli stessi generi alimentari accessibili a chi è in media sicurezza. La sospensione delle regole ordinarie al 41 bis mira ad evitare che gli esponenti dell'organizzazione in stato di detenzione, sfruttando l'ordinaria disciplina trattamentale, possano continuare a impartire direttive agli affiliati in stato di libertà. Ma non sono giustificabili regole che delineano un regime carcerario "più duro" rispetto a quello ordinario, se non risultano necessarie agli scopi di prevenzione cui la misura è finalizzata.
Rigettato il ricorso del ministero della Giustizia - Questo è, in sostanza, l'assunto della recente sentenza della Cassazione numero 47394, che ha rigettato il ricorso del ministero della Giustizia all'ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Perugia, la quale ha sancito il diritto del detenuto al 41 bis di procedere all'acquisto degli stessi generi alimentari previsti per i detenuti di media sicurezza. Accade che il 17 settembre scorso, il tribunale ha rigettato il reclamo proposto dall'amministrazione penitenziaria, avverso il provvedimento con cui il Magistrato di sorveglianza di Spoleto, con ordinanza in data 1 luglio 2019, aveva accolto il reclamo presentato da Nunzio Di Lauro, sottoposto al 41 bis, in ordine all'acquisto di generi alimentari suscettibili di cottura, inclusi nel modello 72, e alla previsione di due fasce orarie per la cottura dei cibi, comprese tra le ore 11:00 e le 14:00 e tra le ore 16:30 e le 19:00.
Il Magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva accolto la richiesta del detenuto al 41 bis - In particolare il Magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva accolto la richiesta con cui si sanciva il diritto del detenuto di procedere all'acquisto degli stessi generi alimentari previsti per i detenuti di media sicurezza e di provvedere a cucinare con modalità identiche, senza previsione di fasce orarie differenziali. Non era, invero, all'indomani della sentenza della Corte costituzionale (nr. 186/2018) giustificabile l'esistenza di un elenco di beni distinto e più ristretto, rispetto a quello in uso nelle sezioni ordinarie.
Ricorre per Cassazione il ministero della Giustizia, rilevando che il divieto di acquisto di cibi presso le sezioni, per il detenuto al 41 bis, si rendeva vieppiù rilevante alla luce della circostanza che detto detenuto non poteva acquistare beni accrescendo il carisma o il suo status idoneo potenzialmente a creare posizioni di potere all'interno della struttura.
La Cassazione, invece, elogia l'ordinanza del magistrato di sorveglianza, specificatamente nella parte in cui sancisce il diritto all'acquisto dei generi alimentari. I giudici ritengono importante ribadire che il 41 bis configura testualmente il contenuto del regime differenziato in termini di "sospensione", totale o parziale, nei confronti di determinati detenuti, dell'applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti dall'ordinamento penitenziario che possano porsi in contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza. La norma giustifica espressamente tale eccezionale sospensione, e le restrizioni che ne derivano, con la motivata "necessità di ripristinare l'ordine e la sicurezza".
La Cassazione ha sancito che il tribunale di sorveglianza abbia motivato in modo adeguato e corretto - L'istituto è strettamente funzionale "al conseguimento del fine suddetto", con la conseguenza - evidenza la sentenza della Cassazione -, che, "laddove l'intervento non scaturisca dalla necessità di perseguire e consolidare suddette finalità preventive, il trattamento ordinario dovrebbe riespandersi". La Cassazione ha sancito che il tribunale di sorveglianza abbia motivato in modo adeguato e corretto in punto di diritto quanto al rigetto del reclamo proposto dall'Amministrazione in merito alla limitazione dei generi alimentari acquistabili al sopravvitto, ritenendola ingiustificata, poiché non funzionale alle finalità dell'istituto.
Il giudice di merito, infatti, ha osservato che l'argomentazione svolta dall'Amministrazione circa la finalità - perseguita dalla previsione di una lista di prodotti alimentari più contenuta rispetto a quella destinata ai detenuti ordinari - di prevenzione del rischio che all'interno delle sezioni del circuito differenziato si possano manifestare, anche attraverso il possesso di determinati generi alimentari, posizioni affermative di uno status da parte dei detenuti più facoltosi, non sia affatto fondata ma, al contrario, appaia inutile e immotivatamente vessatoria rispetto alle ordinarie regole. In particolare, il Tribunale ha precisato che il detenuto è allocato in cella singola, e al massimo può scambiare i prodotti alimentari acquistati con i componenti del proprio gruppo di socialità e, pertanto, sono da escludere eventuali manifestazioni di supremazia o carisma criminale paventate dall'Amministrazione, anche perché gli alimenti contemplati al sopravvitto in genere non sono prodotti di lusso, né particolarmente costosi.
La Cassazione quindi rigetta la parte del ricorso relativo al diritto dell'acquisito dei generi alimentari, mentre annulla con rinvio solo la parte riguardante l'orario di cottura dei cibi. In quest'ultimo caso, la scelta amministrativa di vietare di cucinare al di fuori di alcune fasce orarie potrebbe essere giustificata in funzione delle esigenze di ordine e disciplina interne.
La Stampa, 5 gennaio 2022
Ad Asti non si realizzerà il nuovo padiglione per circa 120 detenuti. A renderlo noto, questa mattina, il garante piemontese Bruno Mellano. Nel 2019 Asti erra risultata tra le città destinatarie del provvedimento, "ma - ha spiegato Mellano - dopo due anni di iniziative e battaglie, siamo riusciti ad ottenere di non farlo, anche data la struttura stessa del carcere di Asti che è di massima sicurezza" Ad Asti in realtà servono nuovi spazi ma non si sa quanto dei 48 milioni di budget che si aggiungono ai 132 di fondi complementari - fondi mai visti prima - arriveranno per il carcere locale. "Servono nuovi spazi soprattutto per gli incontri - rimarca la garante di Asti, Paola Ferlauto -. Lo scorso anno dieci detenuti si sono diplomati in Dad". La dottoressa Elena Tamietti, direttore distretto Asl e referente medicina penitenziaria, ha fatto il punto sulla situazione Covid in carcere. Attualmente i positivi sono 107, il 35% della popolazione carceraria e sono tutti asintomatici o paucisintomatici. Dodici i positivi tra gli agenti (che sono a casa). Ad Asti sono 39 i detenuti non vaccinati. La copertura è dell'80%.
di Francesco Lommi
luce.lanazione.it, 5 gennaio 2022
L'obiettivo di questa iniziativa è creare all'interno delle carceri una cultura dell'accoglienza e del sostegno, supportando sia la fase di detenzione sia quella successiva del reintegro in società. Il rugby è uno tra gli sport più antichi della storia. Come spesso accade, vedi per esempio la boxe, queste discipline, apparentemente dominate dalla forza bruta e dall'aggressività, vengono definite "nobili": per quanto sul rettangolo di gioco, come sul ring, volino colpi pesanti, la correttezza, la lealtà e la sportività rimangono valori imprescindibili. A differenza di quanto accade in molti altri sport, magari anche per natura meno di "contrasto".
Ecco dunque che il progetto "Rugby oltre le sbarre", un'iniziativa che interessa tre istituti penali milanesi, quello Minorile Beccaria di Milano, la Casa di Reclusione di Milano e la Casa Circondariale di Milano San Vittore, assume un significato chiaro.
Sotto l'esperto occhio del Rugby Milano, i detenuti mettono alla prova la gestione dell'aggressività e della rabbia su un sistema di regole tecniche, ma soprattutto etiche. Condivisione, appartenenza e sostegno sono le parole chiave dell'iniziativa che si integrano con due dei pilastri di SpecialMente, il programma di responsabilità sociale d'impresa del Gruppo Bmw in Italia, cioè l'inclusione sociale e l'intercultura.
L'obiettivo è quello di creare all'interno delle carceri una cultura dell'accoglienza e del sostegno, supportando - con il gioco di squadra del rugby - sia la fase di detenzione, sia quella del reinserimento in società. In particolare Freedom Rugby, all'interno dell'Istituto di pena Minorile Beccaria di Milano, è stato il progetto apripista di "Rugby oltre le sbarre" che ha coinvolto i ragazzi dai 15 ai 22 anni in attività come giornate dello sport, camp multisport settimanali all'interno del penitenziario, la produzione di un documentario, visite al Centro Sportivo Curioni durante le partite della Prima Squadra e partite in esterna presso lo stesso centro.
Con il Rugby Bol al Carcere di Bollate sono invece stati coinvolti centinaia di detenuti dai 18 ai 50 anni. Il nome della squadra - Barbari di Bollate - è stato scelto dai detenuti stessi, per mettere in risalto due concetti apparentemente antitetici come la diversità e l'inclusione. Il gruppo, infatti, è eterogeneo sotto diversi punti di vista: anagrafico, di provenienza, culturale e penale. Le attività comportano un pieno contatto fisico durante allenamenti e partite, una vera rarità all'interno del carcere.
Si chiama invece Ronin la squadra del Carcere di San Vittore che fa capo al reparto La Nave, una sezione dedicata alla cura di detenuti-pazienti che presentano dipendenze da sostanze stupefacenti e alcoliche. I detenuti che manifestano sufficienti motivazioni hanno la possibilità di intraprendere un percorso guidato di cura e responsabilizzazione, fin dall'inizio della custodia. Perché nella vita, come nello sport, non è mai troppo tardi per recuperare.
- Sondrio. Dal carcere al reinserimento con l'agricoltura di montagna
- Libri. "Ero un bullo. La vera storia di Daniel Zaccaro"
- Firenze. Debutta "One Man Jail": teatro e tecnologia come ponte tra carcere e città
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