di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 5 gennaio 2022
L'emergenza terrorismo è ormai la migliore scusa per muovere i lanzichenecchi anziché le truppe. Ma Mosca non va nel Sahel per combattere Al Qaeda, bensì per accaparrarsi le miniere d'oro. La prima volta che li vedemmo, una mattina d'inverno del 2014, pattugliavano l'aeroporto di Sinferopoli. A volto coperto, bocche cucite, senza mostrine. Erano russi, ma sembravano marziani. Figli di Putin, ma ufficialmente di nessuno. Guai avvicinarli. Rimasero l'espace d'un matin, senza sparare un colpo, quanto bastava per convincere gli ucraini a mollare la Crimea. Poi, com'erano venuti, scomparvero: dal nulla, nel nulla. Ma solo ora che i mercenari della "Chastnaya Voennaya Kompaniya Vagner" sono riapparsi nel deserto del Mali per sostenere la giunta golpista contro i jihadisti - dopo aver salvato in questi otto anni sanguinari dittatori come Assad in Siria e Bashir in Sudan, autocrati come Haftar in Libia e Tuadera in Centrafrica - solo adesso europei e americani (più quelli che questi) si sono decisi a sanzionare il misterioso Gruppo Wagner, i seimila uomini armatissimi che Putin usa come una guardia pretoriana.
"Sono contractor privati", dice anche stavolta il Cremlino, sottintendendo: che hanno di diverso i nostri wagneriani dai famosi soldati Usa della società Halliburton, quelli che ai tempi di Bush Jr appartenevano al suo vice Cheney e andavano in Iraq a presidiare i pozzi? L'emergenza terrorismo è ormai la migliore scusa per muovere i lanzichenecchi anziché le truppe, fare guerre senza dichiararle. E Mosca non va nel Sahel per combattere Al Qaeda, bensì per accaparrarsi le miniere d'oro e per una buona strategia, iniziata in Siria e proseguita in Libia, che la sta riportando su teatri dove negli anni 60-70 recitava da protagonista. Finora, a infastidire affari e mercenari aveva provato solo qualche giornalista russo, subito ucciso. Ormai che è tardi, ecco levarsi la protesta dell'Europa e di chi sa che non è un buon segno, se Wagner suona la sua musica. Vox clamans in deserto: a Mali estremo, questo è sicuro, nemmeno stavolta seguiranno estremi rimedi.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 5 gennaio 2022
L'attivista egiziano-palestinese, co-fondatore del Bds e volto di Piazza Tahrir, era in carcere in detenzione cautelare da due anni e mezzo. Sarà deportato in Francia, di cui la moglie è cittadina. Opaco il ruolo di Macron. Ma come per Patrick Zaki il timore è di qualche "regalia" egiziana agli alleati in cambio del silenzio sul resto delle violazioni.
"Le autorità egiziane ci hanno informato ieri dell'imminente liberazione di Ramy Shaath, di cui continuiamo a seguire la situazione con la più grande attenzione". Con poche righe, scarne, ieri il ministero degli Esteri francese proseguiva con il profilo basso tenuto in questi due anni sul caso Shaath.
Il presidente Macron ne aveva accennato all'ex generale al-Sisi poco più di un anno fa, all'Eliseo, pomposa visita da cui il presidente golpista egiziano se ne andò con al collo la Legion d'Onore e nelle orecchie la dottrina Macron: il business non può essere condizionato dai diritti umani.
Possibile che ci siano state pressioni dietro le quinte, di certo non sono state pubblicizzate. Del resto Parigi (che lo scorso maggio ha venduto 30 jet Rafale al regime egiziano per 4,5 miliardi di dollari) ha sempre sorvolato sull'omicidio di un suo cittadino, il 49enne Eric Lang, ammazzato di botte nel 2013 in una stazione di polizia del Cairo, morte per cui tre anni dopo sono stati condannati sei altri detenuti, ma su cui pesa come un macigno il dubbio di un ruolo dei poliziotti presenti (sul corpo furono trovati i segni di torture inflitte con l'elettricità).
Insomma, dall'Eliseo non giunge voce. Eppure la prigionia di Ramy Shaath è un caso da manuale della macchina repressiva del regime di al-Sisi: attivista egiziano-palestinese figlio di Nabil Shaath (ex primo ministro palestinese), tra i volti più noti della rivoluzione di piazza Tahrir, co-fondatore del Bds Egypt, la filiale locale della campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni dello Stato di Israele, era stato arrestato nel luglio 2019 con l'accusa di sostegno a un gruppo terroristico.
Ne sono seguiti due anni e mezzo di detenzione cautelare, nessuna accusa ufficiale, nessun processo, in violazione della stessa liberticida legge egiziana che prevede un massimo di 24 mesi dietro le sbarre senza portare il detenuto di fronte a un tribunale. In mezzo, nell'aprile 2020, l'inserimento del suo nome in una lista di tredici egiziani accusati di terrorismo (con l'ovvio corollario del congelamento dei beni). Poi, lunedì sera, la svolta: Ramy Shaath è stato rilasciato. In realtà è ancora dentro: le procedure egiziane di scarcerazione sono notoriamente farraginose, spesso l'ultima forma di punizione politica. A ieri sera non era ancora "sull'asfalto", l'espressione usata dagli egiziani quando un prigioniero torna alla vita.
Di certo - o quasi - si sa che sarà deportato in Francia subito dopo il rilascio: la moglie Celine Lebrun è francese ed è nel suo paese che era dovuta tornare su ordine di deportazione delle autorità egiziane dopo l'arresto del marito. Dalla Francia ha lanciato una campagna per la sua liberazione con il sostegno della società civile e delle associazioni per i diritti umani. Della deportazione ha dato notizia l'ex deputato Mohamed Anwar el Sadat (nipote dell'ex presidente Sadat ed ex capo della Commissione diritti umani del parlamento), che negli ultimi tempi ha mediato il rilascio di alcuni prigionieri politici.
A ordinare il rilascio di Shaath, dicono fonti giudiziarie all'Afp, è stata la procura. Significherebbe che le accuse contenute nel fascicolo che lo ha tenuto in una cella per due anni e mezzo (e che la sua difesa non ha mai potuto nemmeno sfogliare) sarebbero cadute. O, forse, che il regime di al-Sisi sta optando per la liberazione di quegli egiziani la cui prigionia infastidisce la comunità internazionale. A partire dagli alleati più stretti. L'Italia e la Francia, ad esempio, che possono celebrare il rilascio (seppur a tempo) di Patrick Zaki e quello di Ramy Shaath.
In realtà cambia poco: perché 60-100mila prigionieri politici restano in carcere e perché la liberazione di una manciata di detenuti è accompagnata dall'obbligo del silenzio. Nel caso di Patrick con un processo ancora pendente; per Ramy con una deportazione dal paese per cui si batte da decenni. Un silenzio che, secondo l'agenzia Middle East Monitor, calerebbe anche sui tribunali: il ministero della giustizia egiziana avrebbe deciso di introdurre una novità per le udienze dei detenuti in attesa di processo. Da gennaio il giudice potrà, da remoto, ricorrere a tecnologie che convertono dichiarazioni orali in testi scritti. Tagliando fuori quindi gli avvocati che non avrebbero modo di sentire cosa ha da dire la procura, e viceversa. Preoccupazione anche tra le famiglie dei prigionieri: per molti, le udienze sono la sola occasione di vederli.
redattoresociale.it, 4 gennaio 2022
Nei primi due giorni del nuovo anno già 2 suicidi, un tentato suicidio e un'evasione. Di Giacomo (Spp): "La pandemia ha avuto e continua ad avere ripercussioni ancora più gravi nelle carceri". De Fazio (Uilpa Pp): "Pressoché ogni giorno, nelle discariche sociali rubricate sotto il nome di carceri succede qualcosa di grave. Il Governo intervenga!"
Il 2022 è iniziato male e i sindacati di polizia penitenziaria sono già sul piede di guerra. Con il suicidio per impiccagione di un detenuto presso la Casa Circondariale di Vibo Valentia, preceduto di circa ventiquattr'ore da quello registrato nel penitenziario di Salerno, sale a due la tragica conta dei morti di carcere nei primi due giorni dell'anno 2022. E il bilancio sarebbe ancora peggiore se un altro detenuto che aveva tentato la stessa terribile sorte non fosse stato soccorso in tempo dalla Polizia penitenziaria presso la Casa Circondariale di Genova Marassi. A questo, si aggiunge l'evasione di sabato di un pericoloso detenuto dalla Casa Circondariale di Vercelli.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 gennaio 2022
Si impiccano due detenuti: uno a Salerno e l'altro a Vibo Valentia. Nuovamente positivi i reclusi al carcere duro del penitenziario milanese. L'anno 2022 comincia male per le carceri italiane. Due suicidi e nel contempo il Covid entra nuovamente nel 41 bis del carcere milanese di Opera, infettando diversi detenuti. Il primo suicidio a pochi muniti dall'inizio del nuovo anno, è avvenuto nel carcere di Salerno. Aveva recentemente compiuto 28 anni e il suo fine pena era a settembre del 2023.
di Luca Cereda
vita.it, 4 gennaio 2022
Il report di Antigone sull'anno appena chiuso. Spesso mancano anche docce, acqua calda e lo spazio minimo vitale previsto alla legge. E il Covid ha accentuato i problemi preesistenti nei penitenziari italiani. Il 2021 è stato un anno di attesa per quanto riguarda il sistema penitenziario italiano. Colpito e sconvolto dal Covid-19 nel corso del 2020, quello che l'associazione Antigone - tra 30 anni attenta alle dinamiche in carcere - ha potuto verificare nel corso di quest'anno è stato un tentativo di ritorno alla normalità che, purtroppo, non in tutti gli istituti è stato tale e non in tutti con la prontezza necessaria.
elivebrescia.tv, 4 gennaio 2022
"Fate Presto, fate presto, fate presto. Non c'è più tempo. Appello rivolto a Parlamento e Governo. Subito un decreto!" È questo il messaggio di denuncia di Rita Bernardini. Con un'incitazione ripetuta tre volte, perché la situazione - già grave prima e in presenza del Covid-19 lo è ancora di più - pare essere veramente critica.
Rita Bernardini è stata deputata dei Radicali dal 2008 al 2013 - ora è Membro del Consiglio Generale del Partito Radicale - ed è Presidente di "Nessuno Tocchi Caino" (Una Lega internazionale per l'abolizione della pena di morte nel mondo e in generale per la lotta contro la tortura).
garantedetenutilazio.it, 4 gennaio 2022
Tra le misure dell'emergenza Covid-19: licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà, durata straordinaria dei permessi premio, detenzione domiciliare
Palazzo Chigi a Roma, sede del governo italiano. Nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana del 25 dicembre 2021 è stato pubblicato il decreto legge 24 dicembre 2021, n. 221, "Proroga dello stato di emergenza nazionale e ulteriori misure per il contenimento della diffusione dell'epidemia da Covid-19", che comprende le proroghe anche delle misure per le carceri fino al 31 marzo 2022 (licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà, durata straordinaria dei permessi premio, detenzione domiciliare).
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 gennaio 2022
Con una "mossa a sorpresa", il decreto Milleproroghe estende ben oltre la fine dello stato d'emergenza (fissata al 31 marzo prossimo) il ricorso alle camere di consiglio da remoto nel processo penale: potranno essere adottate per l'intero 2022. Scelta contestata da penalisti e Cnf: "Perché il doppio binario solo per la giustizia? Così la collegialità va a farsi benedire".
L'Unione Camere penali lancia l'allarme: se è vero che il governo ha prorogato lo stato d'emergenza sanitaria fino al 31 marzo 2022, tuttavia lo stesso esecutivo "consente ai magistrati di tenere le camere di consiglio da remoto fino al 31 dicembre 2022, senza far più riferimento al rischio di contagio". Da qui l'appello dei penalisti alle forze parlamentari affinché "sia posto rimedio all'ennesima violazione delle regole del processo accusatorio".
Vediamo bene cosa è successo, tramite proprio una nota dell'Ucpi: "Con il decreto legge n. 221 del 24 dicembre, per quanto attiene alla materia penale, si è intervenuti solo prorogando le discipline emergenziali che riguardano licenze, permessi premio e detenzione domiciliare. Evidentemente il ministero ci ha ripensato", si osserva nella nota, "ed ecco che, con l'articolo 16 del decreto Milleproroghe non solo tutte le norme di emergenza della legislazione civile, penale, amministrativa, contabile, tributaria e militare sono state prorogate ma la solita "manina", neppure tanto nascosta, questa volta ha disvelato il vero intendimento che è quello di assecondare i desiderata di una parte di Anm".
Il problema dunque qual è? La norma, spiega ancora il comunicato dell'Ucpi, ha il significato di "rendere stabile la disciplina che tra l'altro consente ai giudici di decidere da remoto, prescindendo dal rischio pandemico, perpetuando una disciplina dalla quale la riforma Cartabia ha inteso allontanarsi e peraltro prevedendo un periodo transitorio per la messa a regime del processo telematico".
Per tutto questo gli avvocati penalisti "denunziano l'evidente ennesimo attacco alle garanzie ed alle prerogative difensive, questa volta perpetrato strumentalizzando la pandemia per individuare un termine di proroga privo di qualsiasi collegamento con l'emergenza sanitaria. L'appello è alle forze parlamentari che hanno a cuore i principi del giusto processo affinché, in sede di conversione, si ritorni quantomeno a limitare il ricorso alle norme emergenziali del processo al generale termine del 31 marzo 2022 previsto per l'emergenza nazionale".
Il provvedimento dovrà essere convertito entro il 28 febbraio, ma già produce i suoi effetti, anche se la disciplina non si applica alle udienze fissate per gennaio, specifica l'Ucpi. È l'avvocato Eriberto Rosso, che dell'Unione è segretario, a chiedersi: "Quali atti si possono consultare e condividere in una camera di consiglio composta da tre giudici fisicamente lontani tra loro? Quali fascicoli sono a disposizione dei singoli magistrati? È evidente che, organizzata così, la collegialità è ridotta a un simulacro, che peraltro non aggiunge alcuna efficienza al processo. Il processo d'appello", dice ancora al Dubbio l'avvocato Rosso, "ordinariamente si risolve in una udienza, anzi, in una udienza sono chiamate e trattate più cause.
Il vero problema sono i tempi morti, gli anni impiegati perché un fascicolo raggiunga la Corte d'appello dal Tribunale e, poi, le singole sezioni. E ancora: un conto è se il difensore ritiene di non dovere sviluppare oltre il contraddittorio argomentativo rispetto all'atto di impugnazione, altro è prevedere che la procedura di appello sia meramente cartolare. Le istituzioni europee chiedono all'Italia di limitare i tempi per la celebrazione dei processi, non certo le garanzie. Smaterializzare la camera di consiglio non serve a rendere più rapido il processo, semplicemente a renderlo meno equo. Il Dl proroga la modalità esclusiva di deposito tramite portale telematico ben oltre l'emergenza e senza tenere minimamente conto delle tante critiche e delle indicazioni degli operatori, quando la delega Cartabia indica invece la necessità di un regime transitorio".
La preoccupazione dell'Ucpi è condivisa anche dall'avvocato Giovanna Ollà, coordinatrice della Commissione diritto penale del Cnf: "Premetto che gli avvocati penalisti non sottovalutano affatto il rischio legato all'innalzamento dei contagi da covid. Tuttavia, quello che però è oggettivamente strano è che mentre lo stato d'emergenza viene prorogato fino al 31 marzo 2022, e già qualcuno ha sollevato dubbi sulla legittimità di questa ennesima proroga, per il sistema giustizia viene usato un doppio binario che oltrepassa di gran lunga lo stesso stato d'emergenza. In una camera di consiglio da remoto", ricorda la consigliera Cnf, "la collegialità è limitata, affievolita: durante una crisi pandemica possiamo accettare questa modalità, ma non può divenire la regola generale. Noi, come Consiglio nazionale forense, abbiamo sempre evidenziato il rischio di stabilizzazione di provvedimenti emergenziali".
Già nel 2020, con i decreti Ristori e Ristori bis, si prevedeva che nei procedimenti civili e penali le deliberazioni collegiali in camera di consiglio potessero essere assunte mediante collegamenti da remoto. La misura fu stigmatizzata da subito dall'Ucpi e la norma, come disse il presidente Caiazza, è stata "totalmente disapplicata in diverse Corti d'appello, come quelle di Roma, Catania, Milano, Messina, che hanno assunto posizioni comuni con le Camere penali territoriali rifiutando la possibilità della camera di consiglio da remoto".
"A Roma la camera di consiglio da remoto non è mai partita - ci conferma il presidente dei penalisti capitolini Vincenzo Comi -. Proprio la fermezza delle nostre convinzioni ha consentito alla Camera penale di Roma di ottenere nel 2020, sotto la presidenza di Cesare Placanica, un protocollo con la Corte d'Appello secondo il quale, "nel riconoscere le forti preoccupazioni che il rischio di una normativa emergenziale possa tradursi in una irreversibile lesione dei principi del giusto processo", si era esclusa ogni ipotesi di camera di consiglio da remoto nei processi di secondo grado. Quel protocollo, di cui siamo molto orgogliosi, ha poi generato la disapplicazione della norma a livello nazionale: la camera di consiglio da remoto rappresenta una scelta inutile e grave, dalle conseguenze dannose per il processo penale. Per un magistrato consapevole è una diminutio della efficienza del processo. Non è un problema di assolvere o condannare, ma di dare il peso giusto al processo".
adnkronos.com, 4 gennaio 2022
Ufficio processo è rivoluzione copernicana ma pone molti interrogativi e problemi, palazzi inadeguati e serve formazione. "La magistratura ha il dovere di evidenziare, sin da ora, che le condizioni di lavoro, l'organico effettivo dei giudici, l'attuale, anche se finalmente in via di superamento, carenza del personale amministrativo, rendono, in molti uffici ed allo stato attuale, probabilmente impossibile il raggiungimento dell'obiettivo nazionale sotteso all'innovazione dell'Ufficio per il Processo". A sottolinearlo, in una nota, è il coordinamento di Area democratica per la Giustizia. "Un'occasione imperdibile o un'innovazione faticosa ed inutile?", si chiede il gruppo elle toghe progressiste, che afferma di avvertire la "necessità di scrivere per rappresentare al ministro, al Csm, all'Avvocatura i rischi di scorciatoie pericolose".
"Siamo allo soglie di una rivoluzione copernicana nel modo di svolgere il nostro lavoro; siamo stati investiti da un compito complesso ed arduo, al quale non ci vogliamo sottrarre ma che possiamo affrontare soltanto ottenendo chiare risposte alle numerose problematiche ed interrogativi che pone", evidenzia Area, spiegando che "non è stato ancora chiarito come l'obiettivo di riduzione dell'arretrato e dei tempi del processo, stabilito per ora su scala nazionale, verrà distribuito tra i diversi uffici. Si tratta di un'operazione tanto complessa quanto necessaria, considerata la differenziata distribuzione dell'arretrato e l'attuale diversificata durata del processo nelle diverse realtà giudiziarie".
"Tutti i palazzi di giustizia presentano carenze edilizie e già ora non sono adeguatamente capienti a contenere il numero di persone che vi lavorano: con l'arrivo di centinaia di addetti all'Ufficio per il Processo la situazione non può che peggiorare", denuncia il gruppo, ritenendo "urgente che siano adottati tutti gli interventi necessari sia a recuperare i nostri Palazzi di Giustizia sia ad adeguarli alle nuove necessità". Così come la formazione "dovrà essere non solo iniziale, ma affiancare l'intero periodo di lavoro".
Infine, "è forte il rischio che, a fronte degli obiettivi di risultato richiesti, e non preceduti da un prudente studio di fattibilità, i magistrati, già sottoposti da tempo a ritmi produttivi molto elevati, sviluppino una tendenza alla standardizzazione impropria delle decisioni. Ne discenderebbe una inaccettabile diminuzione della qualità della giurisdizione, che diventerebbe forse più rapida, ma sicuramente più ingiusta, chiuderebbe ogni spazio all'evoluzione della giurisprudenza in tema di difesa dei diritti, creerebbe insoddisfazione e conflitto sociale".
di Luca Fazzo
Il Giornale, 4 gennaio 2022
Il deputato Enrico Costa (Azione): "Le correnti dell'Anm rifiutano un controllo sulla qualità". Un'altra tragedia che forse si poteva evitare, un altro caso che porta a chiedersi se gli errori dei magistrati sono destinati a restare sempre senza sanzioni. La morte del piccolo Daniele Paitoni solleva temi sui quali Enrico Costa, deputato di Azione! e membro della commissione Giustizia, si batte da sempre.
Possiamo dire che la giustizia è l'unica industria italiana dove non esiste il controllo qualità?
"Purtroppo sì. Non sono io a dirlo, sono le cifre. Ho chiesto al ministro Cartabia i dati sui pareri che i consigli giudiziari forniscono sui magistrati in occasione delle richieste di avanzamento. Bene, il 99 per cento ricevono parere positivo. Le pare un dato verosimile? Sono tutti bravi? A questo si aggiunge un altro dato sulla irresponsabilità di fatto che hanno sul piano disciplinare: il 98,5 per cento delle segnalazioni viene archiviato direttamente dalla Procura generale della Cassazione. Che controllo di qualità è possibile con numeri simili?".
Sta dicendo che chi sbaglia non paga mai, o quasi mai?
"Esatto. Per garantire standard di qualità più alti basterebbe un fascicolo personale del magistrato che raccolga le sue performance: quante sentenze ha emesso e quante ne sono state annullate, quanti arresti ha chiesto e non ottenuto, quanti fascicoli ha lasciato prescrivere, quanti imputati ha mandato a giudizio per processi nati morti. Invece ci si basa sui convegni cui ha partecipato, sulla disponibilità verso i colleghi, la gentilezza con gli avvocati. Tutte cose importanti, eh, ma il controllo di qualità è un'altra cosa. Se ho arrestato uno che era innocente deve restare nel mio fascicolo. Se ho sbagliato prognosi, e ho liberato uno che poi ha ucciso ancora, deve restare anche questo".
C'è in giro una sorta di sciatteria nella gestione dei fascicoli processuali?
"Io parlerei soprattutto di burocratizzazione. Il magistrato di ogni ruolo è diventato un burocrate colpito quotidianamente da una gragnola di fascicoli e la conseguenza è una analisi superficiale. Va a finire che in buona parte dei casi il lavoro del pubblico ministero lo fa la polizia giudiziaria, lui si adegua perché non ha il tempo né gli strumenti".
Però quando a un fascicolo tengono davvero investono tempi e risorse in quantità: basti pensare al processo infinito al povero Angelo Burzi.
"È chiaro che c'è un doppio binario, da una parte i fascicoli qualunque e quelli su cui per un motivo o per l'altro si vogliono tenere i riflettori accesi. Mi piacerebbe analizzare su quali processi le Procure fanno ricorso se l'imputato in primo grado viene assolto. Ci sono i processi che vengono abbandonati e ci sono quelli che invece vengono portati avanti fino all'ultimo ricorso possibile. E tra questi ci sono quasi sempre i processi ad alto impatto mediatico, i fascicoli ai quali il pm si affeziona, e in cui non riesce ad accettare l'idea di venire smentito da una sentenza di tribunale. Ci sono casi di pm che per continuare a sostenere l'accusa si fanno spostare in altri uffici, o restano in uffici di cui non fanno più parte. Sono i processi ad alta visibilità. O magari quelli dove il pm ha fatto arrestare l'indagato durante le indagini preliminari e vuole evitare che ottenga il risarcimento per ingiusta detenzione".
Che rimedi ci sono? Ogni volta che si parla di valutarli per davvero i magistrati insorgono.
"Un sistema di valutazione reale della performance dei magistrati sarebbe nell'interesse di tutti tranne che delle correnti dell'Anm. Perché a quel punto si saprebbe chi è il migliore candidato a una certa promozione, a una data carica. E il potere delle correnti tracollerebbe".
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