di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 gennaio 2022
"Ci siamo recati nel carcere di Poggioreale e abbiamo notato come all'interno delle sale comuni, come la sala colloqui familiari-detenuti e nella sala di attesa, nella stragrande maggioranza dei casi né detenuti né familiari utilizzano i dispositivi di protezione individuale, quali mascherine e gel igienizzanti e non viene garantito alcun distanziamento fisico necessario".
Il Garante campano Samuele Ciambriello e il garante cittadino Pietro Ioia lanciano un nuovo allarme per accendere i riflettori sullo stato della pandemia in carcere. "A fronte di una popolazione carceraria di 2.192 detenuti, ad oggi risultano 56 detenuti e 21 agenti contagiati. Abbiamo incontrato il direttore del carcere, il comandante ed il vicecomandante, il responsabile dell'area sanitaria carceraria e quello dell'Asl Na1 - affermano i garanti - Con nostro rammarico abbiamo constatato che familiari e avvocati possono entrare nella struttura carceraria senza l'obbligo di mostrare Green pass o esito del tampone".
I garanti si dicono preoccupati e chiedono misure urgenti contro il rischio di nuovi contagi: "L'Asl - dicono - avvii concretamente una campagna di vaccinazione per le seconde e terze dosi e una campagna di sensibilizzazione per chi ancora non ha effettuato nemmeno la prima di dose di vaccino. Abbiamo ricevuto la disponibilità da parte del cappellano del carcere, don Franco Esposito, di poter allestire un hub nella cappella del carcere per procedere in maniera repentina ed efficace alle vaccinazioni. Ci auguriamo, inoltre, che Governo e Parlamento modifichino la norma che attualmente non prevede l'obbligo vaccinale per i familiari che fanno visita ai detenuti e per gli avvocati".
Infine, un appello ai detenuti: "Siano in prima persona artefici del proprio diritto alla salute, procedendo alla vaccinazione". Del resto, gli effetti della nuova ondata Covid sono inevitabilmente evidenti anche all'interno delle strutture penitenziarie. Il numero dei contagiati sale: attualmente, nelle quindici carceri della Campania, si contano 111 agenti e 198 detenuti contagiati, due dei quali ricoverati in ospedale.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 7 gennaio 2022
Lunedì si apre il dibattimento per nove imputati accusati di essere in concorso istigatori ed esecutori di danneggiamenti e lesioni aggravate, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Tra un paio di mesi saranno due anni dal giorno della rivolta in carcere innescata come effetto collaterale delle restrizioni Covid. I divieti di accesso dei familiari dei detenuti al Don Bosco per limitare la promiscuità fu la miccia che il 9 marzo 2020 portò ai disordini che ora diventano un processo.
Lunedì davanti al primo collegio del Tribunale si apre il dibattimento per nove imputati accusati, a vario titolo, di essere in concorso istigatori ed esecutori materiali di danneggiamenti e lesioni aggravate, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. In quel giorni si verificarono rivolte in simultanea come se "Radio carcere" avesse messo in onda un messaggio di chiamata alle armi ricevendo una risposta immediata, in tempo reale. Anche al Don Bosco gli animi non restarono pacifici: vennero incendiate suppellettili e masserizie. Lenzuola a fuoco, oggetti lanciati contro gli agenti. Un poliziotto della polizia penitenziaria rimase ferito. Un pomeriggio di violenza con una situazione di allarme che aveva portato all'esterno del carcere una cinquantina di agenti tra poliziotti e carabinieri. Alle 20 i rivoltosi rientrarono nelle celle.
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 7 gennaio 2022
Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2021, nel carcere di Montorio a fronte di una capienza massima di 335 detenuti, sono invece reclusi in 482. Un penitenziario, quello scaligero, che è ora stato chiuso a nuovi ingressi dopo l'esplosione di un maxi focolaio pandemico con 170 contagiati dal Covid tra detenuti e agenti. Secondo l'avvocato veronese Simone Bergamini, componente dell'Osservatorio nazionale carceri della Camera penale, "a Verona Direzione del carcere, Sanità e Polizia Penitenziaria hanno fatto il possibile contro l'epidemia interna.
Il problema è il solito e mai affrontato a livello centrale ovvero il sovraffollamento che nel 2013 ci è già valso l'infamante marchio di Paese che riserva ai propri custoditi trattamenti inumani e degradanti. Ed oggi li costringe pure a contagiarsi a vicenda vista l'immancabile promiscuità. A 9 anni di distanza la situazione è infatti ancora una volta drammatica e priva di reali prospettive di soluzione in assenza - sottolinea Bergamini - di una seria riforma dell'esecuzione penale che porti ad implementare il ricorso a misure alternati che abbattono il rischio di recidiva e contribuiscono a reinserire coloro che sbagliano nella società civile a cui pure appartengono.
di Nilo Di Modica
Il Tirreno, 7 gennaio 2022
Esercitare le mani all'arte e, perché no, anche ad un futuro lavoro, passando dai libri e dalle parole ai fatti. Questo l'obiettivo del liceo artistico, erede di uno dei più prestigiosi e antichi istituti d'arte italiani, che da ormai tre anni, a partire dall'anno scolastico 2019/20, ha attivato nella sezione carceraria "Graziani" l'indirizzo moda. Un luogo dove da tempo si lavora per allestire veri e propri laboratori, da sempre pezzo forte dell'offerta formativa del liceo Carducci (che nel complesso, fuori dal carcere, unisce liceo scientifico, artistico, classico e delle scienze umane) e che si è andata arricchendo in questo ultimo anno anche grazie ad un fondamentale contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra.
Il finanziamento messo a disposizione dall'ente è stato utilizzato per acquistare materiale per i laboratori allestiti nella sezione carceraria, dove si è inaugurato il terzo anno dell'indirizzo, che comprende, come per i ragazzi in Borgo Santo Stefano, sede del liceo, anche una messa in pratica ed uno sviluppo empirico delle competenze acquisite sui libri.
Una cosa certo non nuova, quella dell'arte al carcere volterrano, dove ormai dal 1987 ha sede la compagnia teatrale della Fortezza. Adesso, a svilupparsi maggiormente, saranno i laboratori legati agli indirizzi specialistici del liceo artistico: il laboratorio di discipline plastiche che prende il via dal primo anno e caratterizza il biennio e quello di design e arte della moda che invece prosegue nel triennio, con uno spazio dedicato all'attività sartoriale in cui gli alunni potranno cimentarsi fra tessuti, modelli, ago e filo e macchine da cucire.
"Rimane, profondo, il ringraziamento dell'Istituto "Carducci" a tutti coloro che hanno collaborato allo sviluppo di questi spazi - sottolinea la dirigente scolastica Nadia Tani -. Un grazie particolare va alla Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra che ha contribuito in modo sostanziale a sostenere l'acquisto di materiali, dimostrando ancora una volta la sua sensibilità verso iniziative che vedono protagonista il territorio volterrano".
di Ilaria Potenza
rollingstone.it, 7 gennaio 2022
Dal carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, è nato un brand iconico che offre una seconda possibilità alle donne detenute. Siamo stati a vedere come funziona.
"Benvenuti nel nostro laboratorio". Le donne che fanno parte del progetto Made in Carcere sono al lavoro dietro la macchina da cucire. Hanno tra le mani pezzi di stoffa colorata, si danno consigli. Queste sarte sono le detenute della casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce: siamo in Puglia, in una delle carceri meglio organizzate della regione in termini di spazi e attività. Lo dice l'ultimo rapporto dell'Associazione Antigone, da cui emerge però che anche qui pesano i dati sul sovraffollamento: in questa struttura i detenuti sono 1018 per 806 posti disponibili. Le carceri italiane sono le più sovraffollate dell'Unione europea. Lo indica il report "Space" del Consiglio d'Europa: alla fine del gennaio 2020 in Italia i detenuti erano 120 per ogni 100 posti, seguiti dai 117 del Belgio.
In Italia ci sono quattro istituti penitenziari femminili (a Trani, Pozzuoli, Roma e Venezia) in cui al momento sono recluse 528 donne, su un totale di 2228 detenuti. Le restanti invece si trovano nelle 43 sezioni femminili collocate nelle carceri maschili del Paese, che presentano però diverse criticità. Come ha scritto il ministero della Giustizia nel rapporto del 2015 sulla detenzione femminile, la maggior parte delle detenute vive una realtà che è stata progettata da uomini per contenere uomini: in molti casi sono lontane dalle loro famiglie e i bisogni correlati alle necessità dei figli sono spesso disattesi. Anche l'ordinamento penitenziario disciplina la carcerazione femminile solo in due commi all'articolo 11 che fanno riferimento alla maternità. Rispetto agli uomini, le detenute hanno minore accesso alle attività lavorative: è una "discriminazione involontaria", dice sempre il ministero, causata dall'impossibilità di condividere gli spazi con altri uomini per evitare situazioni di promiscuità. Alle detenute è quindi spesso negato l'accesso alle strutture comuni per fare sport, studiare e lavorare. Sono più carcerate degli altri.
Il carcere di Lecce è costituito da due blocchi distinti in base alla condanna dei detenuti, che può essere definitiva o meno. Nel reparto femminile ci sono due piani, con una sezione ad alta sicurezza. Ci si accorge subito della vita di Borgo San Nicola dai panni stesi fuori dalle celle, in un senso di quotidianità che disorienta. "Lavoriamo ogni giorno fino all'ora di pranzo, è un impegno che ci appassiona e ci aiuta a non pensare". Rossella racconta le giornate in sartoria e parla a nome delle colleghe che nel frattempo preparano il caffè, a detta loro il migliore in circolazione.
Per raggiungere il laboratorio, chiamato "La Maison", si supera un corridoio del carcere spoglio e silenzioso. Una volta dentro, i muri sono colorati e gli scaffali sono pieni di occorrente di ogni tipo. In un angolo c'è il frigorifero che viene presentato come una conquista: "è un privilegio perché il suo utilizzo in carcere non è consentito". Al tavolo in fondo alla sala si organizzano le riunioni prima di iniziare la produzione, sulla bacheca accanto alla porta ci sono invece le fotografie con i sostenitori di Made in Carcere: in nessuna di queste manca il sorriso di Luciana Delle Donne, la fondatrice del progetto. Da manager affermata, Luciana decide di cambiare vita nel 2007 dopo aver ricevuto la proposta di dirigere un'azienda a Londra. Fonda Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro, e nasce il marchio Made in Carcere in una cella stretta dove la diffidenza si è trasformata nel tempo in fiducia reciproca e passione per una professione da imparare da zero.
Nessuna di loro infatti lavorava come sarta fuori dal carcere: le competenze sono state acquisite tra la creazione di un accessorio e l'altro, partecipando a corsi di formazione. Per la produzione vengono utilizzati materiali di scarto: "La nostra attività promuove un modello di economia rigenerativa che fa bene all'individuo, alla comunità e all'ambiente", spiega Luciana. Con i pezzi di stoffa donati da aziende partner del progetto si mettono in commercio accessori sostenibili e con una precisa filosofia di fondo: dagli scarti possono nascere cose ambite e belle. Si tratta di un messaggio a cui l'intera squadra tiene molto, perché aiuta a comprendere che tutti abbiamo diritto a una seconda possibilità, specie quando pesa addosso il pregiudizio di chi considera i detenuti "scarti della società".
La rigenerazione quindi non appartiene solo ai tessuti, ma anche alle persone che hanno fatto errori gravi e che all'interno del carcere costruiscono una nuova consapevolezza fatta di impegni da rispettare e di responsabilità. Per la Costituzione italiana la pena deve prima di tutto rieducare, sebbene i dati riportati dal Ministero della Giustizia dicono che in Italia la recidiva è da record, visto che 7 ex detenuti su 10 tornano a delinquere. La percentuale però precipita all'1% per coloro che in carcere hanno potuto lavorare. E lo confermano i risultati di Made in Carcere, che accoglie i lavoratori anche alla fine del periodo di reclusione.
Nello staff, attualmente composto da 40 persone tra detenuti e incensurati, sono inclusi gli "articolo 21", vale a dire coloro che ricevono l'autorizzazione dall'autorità giudiziaria competente a lavorare all'esterno durante una parte della giornata. Tra questi c'è Lucia: "Nonostante i miei errori, grazie a questa opportunità, sento di essere un esempio per mia figlia e per le altre detenute che rivedo la sera rientrando in carcere: la nostra vita non è finita e possiamo ancora trovare una ragione per essere fiere di ciò che siamo". Per quanto riguarda la retribuzione, le buste paga vengono gestite da un ufficio interno. Le lavoratrici non maneggiano direttamente i soldi, ma possono mandarne una parte a casa e usare l'altra per comprare quello di cui hanno bisogno compilando la lista una volta a settimana.
I braccialetti di Made in Carcere sono diventati iconici, li indossano i personaggi famosi e si possono vedere persino al polso di Papa Francesco. Ma il catalogo è molto vasto e accontenta le richieste di ogni cliente. "Ci teniamo a realizzare accessori che siano di ottima qualità. Al di là della missione del nostro progetto - ricorda Luciana - vogliamo essere anche competitivi nel settore della moda realizzando prodotti che siano in linea con la nostra identità". Se il marchio funziona, aumenta il lavoro per le detenute che percepiscono un regolare stipendio. Per questa ragione Made in Carcere è partner del progetto BIL (Benessere interno lordo), avviato nell'ambito del bando "E vado a lavorare" della Fondazione con il Sud. "Si deve cominciare a parlare di Bil, e non più di Pil (Prodotto interno lordo), in un'ottica favorevole al benessere comune che tenga inoltre conto della tutela ambientale" continua l'ideatrice di Made in Carcere.
In questo contesto rientrano due iniziative: la prima riguarda la collaborazione con Glovo, piattaforma italiana di consegne a domicilio. I pacchi che i rider mettono sulle spalle sono stati convertiti in nuove creazioni, il cui ricavato verrà interamente utilizzato per altri progetti di riciclo. La seconda invece coinvolge l'Università della Repubblica Dominicana, che ha scelto di trasferire l'esperienza nata a Borgo San Nicola anche nelle carceri di Santo Domingo e Rafey. Nel carcere di Lecce è stata costruita quindi una "cassetta degli attrezzi" con tutte le informazioni utili per avviare un modello di impresa sociale simile in qualunque parte del mondo, così da aumentare l'impatto sociale generato. "Vogliamo che gli altri ci imitino, perché siamo sempre più convinti che dare e darsi sia la nuova frontiera della ricchezza" ricordano le detenute, mentre sono al lavoro dietro la macchina da cucire. E la pausa caffè diventa il momento per ripensare agli obiettivi raggiunti in un anno intenso che non ha risparmiato paure e mancanze.
Anna indossa una t-shirt con una stampa: se raddrizza le spalle si vedono i sorrisi dei suoi tre bambini, li porta addosso quasi fossero un pensiero magico. La vita in carcere crea un rapporto strano con la solitudine, la esaspera o la mina imponendo la convivenza con altre storie. E non è facile, specie quando diventa un modo per fare i conti con ciò che si è commesso. A Borgo San Nicola lo stare insieme ha creato però un sistema molto particolare per risolvere i conflitti. Quando c'è un problema le donne si riuniscono in assemblea e cercano di trovare una mediazione. Lavorare al progetto Made in Carcere ha significato per Anna e per le sue colleghe una sorta di tregua dalla realtà: "Siamo felici di aver imparato un nuovo mestiere, perché quando usciremo da qui vogliamo riconquistare la fiducia di chi non crede più in noi. Per il momento ci basta aver ritrovato un po' di stima in noi stesse".
Le donne di Made in Carcere non sono le sole a dedicarsi al progetto, perché a pochi passi da "La Maison", una volta fuori dal reparto femminile, si entra in quella che viene chiamata "Cittadella tessile". Qui lavorano i detenuti uomini che raccolgono le materie prime, tagliano i capi e si occupano della loro distribuzione in altre carceri italiane. "Prima di avere questo impiego mi occupavo dell'orto come volontario, adesso invece riesco a contribuire alle spese della mia famiglia. Con questa occupazione io sfido il senso di colpa: voglio essere una persona diversa per i miei figli". A parlare è Paolo, uno dei ragazzi che dà il suo contributo in Cittadella. Per iniziare a lavorare si deve superare un colloquio con il responsabile di area e partecipare a un corso di formazione per utilizzare i macchinari. Ma c'è chi vuole fare anche qualcosa in più, come Mario, che oggi sa cucire dopo mesi di allenamento con ago e filo da autodidatta.
Luciana Delle Donne ha inaugurato la stagione delle sartorie sociali in Italia, un esperimento di umanità prima di ogni altra cosa: i detenuti coinvolti nell'attività arrivano in una condizione di sottomissione. All'inizio sono diffidenti, mantengono una grande distanza. Non possono credere che in carcere ci possa essere una realtà così. "Non giudichiamo e non cerchiamo colpevoli, ma solo compagni di viaggio": più che un cartello ricavato su un foglio a quadretti e affisso in bella vista sul muro del laboratorio, questo è il mantra che tutti nel carcere di Lecce conoscono.
Fa parte della tradizione che Luciana e il suo gruppo si tramandano ogni giorno da 14 anni, diventando un esempio per chi finisce nella loro orbita. Per questo il modello di Made in Carcere non rimane confinato a Lecce, ma viene esportato in altri contesti carcerari italiani come a Matera, Taranto, Trani, Bari. Il suo sistema è diventato anche una materia di studio all'Università Luiss "Guido Carli" di Roma. In un tempo che fa pesare l'urgenza di ripensare ad alternative per vivere la comunità, pensare che una soluzione arrivi da un luogo di reclusione assume un significato potentissimo: iniziare a guardare lì dove nessuno vede una possibilità, crea vantaggi esistenziali per tutti.
di Ezio Menzione
Il Dubbio, 7 gennaio 2022
"Vogliamo un giusto processo". Barkim Timtik, sorella dell'avvocata e attivista dei diritti umani che morì nelle prigioni turche dopo 238 giorni di sciopero della fame nell'agosto 2020, annuncia la sua iniziativa dopo l'ennesimo rinvio del processo a carico degli avvocati democratici.
Doveva essere l'udienza conclusiva, quella che si è svolta mercoledì scorso nell'aula bunker del supercarcere di Silivri, nella zona europea della Turchia, dove vengono giudicati, assieme ad altri colleghi, Selgiuk Kosaacli, il presidente dell'Associazione degli Avvocati Democratici (CHD), e la collega Barkin Timtik, sorella di Ebru, anch'essa esponente della stessa associazione. Un processo che li vede imputati dal 2013, un lunghissimo periodo dunque, quasi tutto passato in detenzione preventiva.
Invece, doppio colpo di scena: la Corte, finalmente, ha acquisito i documenti digitali provenienti dai Paesi Bassi che non bastarono lì a incriminare i colleghi dieci anni fa, e che invece ora la procura turca vuole porre a base dell'accusa. Avendoli ricevuti solo lunedì, la Corte ha disposto una perizia che ne trascriva il contenuto e indaghi sulle modalità con cui sono arrivati in Turchia ed entrati nel processo, proprio perché la loro origine è quanto mai dubbia e contestata dalla difesa. Il processo, conseguentemente, è stato rinviato al 23 marzo.
Nulla invece è stato stabilito circa la richiesta della difesa di sentire i testi dell'accusa (per lo più anonimi, secretati e di dubbia stabilità mentale) mai potuti sottoporre a controesame e verifica dibattimentale. Contemporaneamente, però, la Corte ha nuovamente rigettato la richiesta di rimessione in libertà dei due colleghi Serlgiuk e Barkin, anche se per lei vi è la concreta possibilità che, anche ove fosse dichiarata - ingiustamente - colpevole, la pena potrebbe rientrare nel presofferto.
A questo punto Barkin, in un intervento di pochi minuti davanti a centinaia di colleghi turchi e stranieri, ha annunciato di intraprendere lo sciopero della fame. Con lo sgomento degli astanti, che hanno visto lo sciopero della fame della sorella Ebru terminare tragicamente dopo 238 giorni di digiuno con la sua morte il 28 agosto 2020. Lo spettro della medesima fine è comparso nell'aula, anche se Barkin ha specificato che lo sciopero, in cui verrà "accompagnata" da altri due colleghi detenuti, almeno per il momento, è a termine.I motivi? La richiesta di un processo giusto secondo le regole del diritto, né più né meno. Come ha chiesto Ebru fino al giorno che è morta perché nessuno ascoltò la sua richiesta.
di Federico Rampini
Corriere della Sera, 7 gennaio 2022
I dati parlano chiaro: mortalità ridotta nonostante la scarsa diffusione dei vaccini. La protezione offerta dalla giovane età media è una certezza, forse ha contribuito l'esposizione la malaria. In mezzo a tante ragioni d'inquietudine la pandemia regala una sorpresa positiva. L'ecatombe da Covid nell'Africa subsahariana, annunciata regolarmente da quasi due anni, non è mai cominciata e forse non accadrà mai. Di Covid si muore di più in Italia che nei Paesi più poveri del pianeta, benché il loro accesso ai vaccini sia scandalosamente basso.
La spiegazione scientifica è limpida: la giovanissima età media li protegge, quasi quanto il vaccino. È una buona notizia che non andrebbe nascosta. E non valgono sotterfugi per minimizzarla. Fanno testo le statistiche raccolte nella banca dati Our World in Data. In Italia - che purtroppo si colloca nella fascia alta della media occidentale - la pandemia ha provocato 229 morti ogni centomila abitanti, in Uganda sette decessi su centomila persone, in Nigeria due. La rassegna dei Paesi africani riserva la stessa piacevole scoperta, la mortalità varia dai 15 decessi su centomila abitanti in Gambia e Gabon, ai due del Burkina Faso. In mezzo a questi elenchi si celano molte tra le nazioni più povere del pianeta. Alle quali siamo soliti rivolgere un'attenzione tanto compassionevole quanto ideologica, distratta e stereotipata.
L'Africa, lo abbiamo deciso da tempo, deve fare notizia solo per le sue tragedie. Ci interessa in quanto epicentro della miseria e sofferenza umana, continente devastato da conflitti armati e guerre civili, nuova frontiera del jihadismo, terra di conquista per il neo-colonialismo occidentale o più di recente cinese, bacino di migranti disperati, con l'aggiunta delle prossime ondate migratorie legate alle catastrofi climatiche.
In questo scenario cupo e desolato, quando è iniziata la pandemia abbiamo "deciso" che, ovviamente, avrebbe inflitto danni assai maggiori al continente nero. È scattato il riflesso pavloviano di noi occidentali, l'automatismo umanitario del senso di colpa. Poiché i vaccini - almeno quelli che funzionano - sono prodotti in Occidente e soprattutto in America, la nuova ecatombe africana sarebbe stata l'ennesima macchia sulle nostre coscienze. Una strage provocata dall'egoismo dei ricchi. Perché non è andata così?
La disparità di accesso ai vaccini esiste; è innegabile e imperdonabile. I dati elaborati da Banca mondiale e Oxford University, riassunti in un'analisi del settimanale The Economist, dicono che nei Paesi dal reddito medio o medio-alto, cioè sopra i 4.000 dollari annui di Pil pro capite, sono già stati somministrati 160 vaccini ogni cento abitanti, cioè più di una dose e mezza a testa. Questa media include ovviamente bambini piccoli non soggetti all'inoculazione, altre persone non vaccinabili, e l'area no vax. Nei Paesi più poveri del pianeta, quelli sotto i mille dollari di Pil pro capite, i vaccini inoculati sono solo dodici ogni cento persone. Cioè meno di un decimo.
Questo conferma l'insuccesso di Covax, l'iniziativa promossa dall'Onu e dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per distribuire ovunque le immunizzazioni. Per la verità il fiasco non è solo una conseguenza dell'egoismo dei ricchi. Un ostacolo serio riguarda la distribuzione e la logistica. I vaccini più efficaci made in Usa spesso richiedono una conservazione a bassissime temperature, che è problematica in aree subsahariane dove la corrente elettrica scarseggia. Per ogni dollaro di costo del vaccino, tocca spendere altri cinque dollari nel trasporto e conservazione fino al destinatario finale. Bisogna infine fare i conti con un'area no vax che è perfino più estesa nei Paesi poveri. Nell'Africa occidentale solo il 39% della popolazione è disposta a farsi inoculare: intervengono antichi pregiudizi e diffidenze verso la medicina occidentale, o verso i governi locali che la sponsorizzano.
Ma lo scarso accesso ai vaccini non è stato così letale come si temeva. Di fronte ai dati sulla bassa mortalità, molti occidentali storcono il naso: poiché la realtà non coincide con i nostri pregiudizi, allora le statistiche devono essere false. È plausibile che i Paesi più arretrati siano meno efficienti di noi nel censire i decessi da Covid. C'è però un sistema collaudato per aggirare questa lacuna, è la misurazione delle "morti in eccesso" a cui ricorre The Economist. Lo scarto dalla media dei decessi annui, tra il 2020-2021 e l'era pre-Covid, ci dà indicazioni attendibili e sicure. Questa misurazione ineccepibile conferma che la strage africana non è mai avvenuta, anzi la pandemia è stata più benigna a Sud del Sahara.
La spiegazione sta nell'età media di quelle popolazioni: è di 20 anni, contro i 43 dell'Unione europea. La prorompente vitalità demografica, che abbiamo spesso considerato come una delle piaghe africane, in questo caso rivela un rovescio positivo.
Alcuni scienziati aggiungono una spiegazione complementare: i Paesi più esposti alla malaria potrebbero aver sviluppato anche altre forme di parziale immunità contro il Covid. Quest'ultima rimane un'ipotesi da dimostrare; mentre la protezione offerta dalla giovane età è una certezza. Anche perché del Covid muoiono più spesso persone affette da altre patologie come obesità e diabete, più diffuse in età avanzata. La giovinezza è servita da scudo, supplendo ad altre carenze africane.
In questo quadro anche l'egoismo sanitario dei Paesi ricchi è più razionale di quanto appaia: i vaccini sono andati in priorità alle zone fragili, che stavolta coincidono con le aree ricche del pianeta. Opulenza e vulnerabilità vanno di pari passo, di fronte al Covid. Anche se rimane l'eccezione meravigliosa di un Giappone ancora più vecchio di noi e tuttavia capace di mantenere una mortalità "africana" (è un complimento).
Questo non deve esimerci da nuovi sforzi per una diffusa distribuzione planetaria dei vaccini. Qualche scrutinio supplementare andrebbe esercitato su quelle burocrazie internazionali come l'Oms a cui deleghiamo la missione. Ma la sorpresa positiva dall'Africa racchiude una lezione per noi. Gli automatismi umanitari che ci hanno fatto velo sono, in fondo, l'ultimo retaggio neocoloniale. Per assuefazione, per pigrizia mentale, siamo allenati a pensare che tutto ciò che accade nel mondo dipende da noi. Ci consideriamo l'ombelico dell'universo e il motore della storia, anche se da tempo non lo siamo. In questo caso il "mea culpa" delle coscienze occidentali è scattato a prescindere dai fatti, e ci siamo fustigati per una tragedia mai avvenuta.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 7 gennaio 2022
I volti delle donne sono censurati con i burqa, perfino le teste dei manichinivengono segate. Scrive il filosofo Emmanuel Lévinas nel suo "Totalità e Infinito" che la vera natura del volto, il suo segreto, consista nella domanda che rivolge, che è "al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia". Il Volto è per Lévinas un appello che chiama a prendersi cura dell'esistenza di un altro che ci interroga, continuamente, e ci chiama a rapporto nell'incontro con la radicale distanza da noi.
Da quando sono tornati al potere, lo scorso agosto, i taleban hanno imposto una interpretazione progressivamente più rigida della legge islamica, vietando alle donne l'accesso all'istruzione secondaria in molte province, impedendo ai tassisti di accettarle in auto se non accompagnate da un parente di sesso maschile, ostacolando la loro presenza al lavoro nel settore pubblico, fatta eccezione per le scuole primarie e gli ospedali, e bandendo la loro presenza da posizioni di governo e amministrative. Da ultimo, pochi giorni fa, i taleban hanno ordinato ai proprietari dei negozi di Herat, terza città più popolosa del Paese, di tagliare la testa ai manichini esposti nei negozi, sostenendo che le figure dei volti femminili rappresentino una violazione della legge islamica.
Aziz Rahman, capo del Dipartimento per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, ha rivendicato la decisione in una dichiarazione rilasciata a Afp: "Abbiamo chiesto ai commercianti di tagliare la testa ai manichini perché contrari alla Sharia, se si limiteranno solo a coprire il capo con un velo l'angelo di Allah non entrerà nei loro negozi o nelle loro case a benedirli".
Il velo non basta, dice Rahman, l'immagine del volto va eliminata, distrutta. I negozianti hanno obbedito, come mostra un video diffuso sui social media, in cui un gruppo di uomini (che non si vedono) sega le teste ai manichini per poi accatastarle una accanto all'altra. Una continuazione ideale alle prime immagini che hanno segnato il ritorno dei taleban a Kabul, quelle delle vetrine dei negozi con i volti di donna cancellati dalla vernice nera secondo l'interpretazione del Corano che vieta qualsiasi riproduzione o immagine di fattezza umane. Il corpo è tabù, dice la vernice scura che li copre e li censura, il volto è tabù.
Sul volto di donna, poi, il divieto è supremo, insindacabile. Cosa c'è su quei volti che i taleban non vogliono vedere? È solo lo scandalo del corpo femminile per i codici della loro interpretazione oscurantista dell'Islam o c'è anche il segno della fragilità del loro potere? "Il volto si sottrae al possesso, al mio potere" dice Lévinas, che disegna una relazione etica a partire dal Volto.
Lévinas fonda la sua teoria dell'etica della società sul "faccia a faccia con l'altro", con un volto che abbiamo di fronte e che mai riusciremo ad afferrare per intero, riconducendolo a noi stessi. È lì che giace il presupposto delle relazioni umane, nella relazione con un Altro che nel solo atto di manifestarsi mette in crisi, è interrogativo e limite, e nel suo essere così ostinatamente, radicalmente diverso da chi guarda, sfugge al possesso, è resistente alla presa. E con la sua presenza diventa linguaggio, perché dice Lévinas, la prima parola del Volto che vedo e che mi è straniero è un'ingiunzione: "Tu non mi ucciderai" dice, non con il tuo ordine sociale, non con la tua oppressione, né con la vocazione al controllo.
Il volto resiste al possesso, resiste al potere delle armi. Puoi distruggermi ma non puoi possedermi, pare dire, non puoi appropriarti di me. Ha a che fare questo con il corpo delle donne afghane, con i loro visi di cui è impedita la vista, con le teste dei manichini così insostenibili allo sguardo da dover essere rimossi? Sì, ha a che fare anche con loro perché nell'unicità dei loro volti queste donne ricordano ai taleban che possono essere segregate ma non possedute e contemporaneamente ricordano a noi occidentali che la responsabilità verso di loro consiste nel rispetto delle differenze, non nella foga di annullarle.
Il destino delle donne afghane ha a che fare col potere degli uomini, col potere espresso dai taleban sulla nuova società afghana che vogliono costruire, ma ha a che fare anche con la responsabilità nell'affrontare conflitti che l'Occidente ha smesso di combattere faccia-a-faccia, come se l'atto del vedere, di affrontare il Volto di chi si vuole oppresso o sconfitto, fosse la costante di ogni guerra, ideologica o militare. Le guerre contemporanee non sono più, ormai da tempo, combattute contro qualcuno che si rischia di uccidere, ma contro sagome che sembrano non avere vita, sono combattute a una distanza che tutela lo sguardo, le sagome si muovono ma non possono guardarci, non possono imporre la violenta, radicale, rivendicazione dello sguardo e gli eserciti, indirizzando droni e armi di precisione contro di loro, non se ne sentono responsabili.
Dove finisce la responsabilità? Esattamente dove dovrebbe iniziare, sull'ingiunzione che il volto reclama. Combattere senza guardare in faccia il nemico significa sottrarsi a quell'epifania che dice, come le donne coperte dal burqa, Non uccidere, tu non mi ucciderai.
Dovremmo, prima di sentirci responsabili dei destini delle donne afghane, essere desiderosi di conoscere il volto che vorrebbero mostrare - non quello che noi vorremmo vedere - una volta alzato il burqa - e rispettare la loro alterità dai taleban ma anche la loro alterità da noi. L'altro è una ferita nella nostra compiutezza, sia quando tentiamo di combatterlo, sia quando tentiamo di accoglierlo. L'altro ci ferisce perché ci mostra, noi ci sentiamo feriti perché vederlo ci inchioda alla responsabilità che abbiamo di accoglierlo, o di combatterlo.
Per questo dovremmo, prima di sentirci parti in conflitto, tentare di conoscere il volto delle società che consideriamo antagoniste, affrontare, sempre, la responsabilità del faccia-a-faccia. È difficile guardare in faccia il nemico che si uccide, talvolta intollerabile, così come è difficile guardare il volto di un essere umano che chiede aiuto, e rivendica una presenza di libertà con il proprio volto "differenza irriducibile che inquieta e che risveglia".
lostrillonedipuglia.it, 7 gennaio 2022
Si conclude l'8 gennaio la prima parte dell'ottava edizione del progetto "Caffè ristretto", uno dei primi caffè letterari a livello nazionale sviluppato all'interno del carcere di Bari, ideato da Teresa Petruzzelli e realizzato insieme a Mariangela Taccogna docente del 1 Cpia Bari, finanziato dall'assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Bari al Cpia 1 di Bari, ente realizzatore del progetto.
Al momento conclusivo del percorso sviluppato all'interno del penitenziario minorile "Fornelli" parteciperanno l'assessore alla Politiche Giovanili del Comune di Bari, Paola Romano; Nicola Petruzzelli direttore IPM "N. Fornelli" di Bari, il preside del Cpia di Bari prof.ssa Giovanna Griseta, il capo della Polizia Penitenziaria IPM Bari dott.ssa Antonella Mavella, i rappresentanti del Gruppo S(lega)menti, Gruppo di volontariato culturale che hanno collaborato al progetto.
Attraverso 20 ore di laboratori di lettura, scrittura, presentazioni di recenti pubblicazioni, workshop, incontri con addetti ai lavori in ambito sociale e culturale, gli organizzatori hanno accompagnato i detenuti in un percorso di formazione e rieducazione attraverso l'arte, parlando di legalità, inclusione sociale e intercultura. E lo stesso faranno nelle prossime settimane all'interno della Casa Circondariale "F. Rucci" di Bari.
Ospiti di questa ottava edizione del progetto l'associazione culturale (S)Lega- Menti (Libri, Memoria e Libertà) a cui sono stati completamente affidati gli incontri con i ragazzi dell'IPM. Gli incontri nella casa circondariale, invece, saranno tenuti dallo scrittore Francesco Loseto (Con le chiavi in tasca - Florestano edizioni), dalla scrittrice Francesca Palumbo (Hai avuto la mia vita - Besa editore), da Raffaele Diomede, presidente della comunità per minori Chiccolino e autore del libro "Si può nascere ancora" (Palomar), dal musicista-scrittore Marco Antonio Esposito autore del libro di poesie "Prima di spegnersi" (Eretica edizioni) e dall'editore Cristiano Marti per la casa editrice Giazira (L'editoria come impegno civile).
"Ancora una volta, anche in questa edizione del progetto, è stata ribadita l'importanza del valore formativo delle attività culturali ed artistiche nonché il dialogo, l'osmosi tra fuori e dentro le mura. "Caffè ristretto", infatti, vuole essere un intervento educativo strutturato, coordinato e coerente per un percorso di osmosi culturale e artistica tra il dentro e il fuori, che coinvolge docenti, scrittori, giornalisti, operatori culturali, artisti. Un'agorà aperta al confronto, diretto e attivo, su temi e problematiche generati dalla letteratura che si fondono con il bisogno connaturato all'uomo di una dimensione sociale che sia orientata anche all'espressione del proprio mondo interiore" spiega Teresa Petruzzelli. "La situazione carceraria necessita, infatti, di interventi educativi strutturati e non estemporanei, coordinati e coerenti in un percorso di riabilitazione che sia quanto più stabile possibile. E siamo per questo estremamente felici di aver potuto proseguire anche quest'anno il nostro percorso, considerando anche che sono stati gli stessi detenuti a farci capire che raccordare le esigenze, i bisogni, e le propensioni di tutti: dalla parola scritta, alla lettura, al teatro, alla cinematografia, li aiuta nel loro percorso di riabilitazione".
di Giulia Torlone
Venerdì di Repubblica, 7 gennaio 2022
Alla prima convocazione si sono presentate in più di sessanta. E non saltano un allenamento. Sono le detenute-giocatrici dell'Atletico Diritti. Che a Rebibbia sognano una nuova vita.
Il campo di cemento, i muri col filo spinato. Da un lato gli spalti, dall'altro finestre con le inferriate da cui qualcuno sbircia, incita, fa il tifo. Ogni sabato alle tre del pomeriggio, dal 2018, su questo campetto gioca la squadra femminile di calcio a cinque di Rebibbia. La prima in Italia formata da sole detenute. Le partite si disputano sempre in casa, perché uscire dal carcere a molte non è permesso.
"Sono una leonessa, un giorno qui dentro è un giorno di guerra" ci racconta Alessandra, giocatrice, in cella da dieci mesi. "Non è facile stare dietro alle sbarre, giocare a pallone è il nostro unico momento di svago. E la vittoria è uscire di qua con un'altra testa". La squadra è l'Atletico Diritti, nata su iniziativa dell'associazione Antigone, che da anni monitora le condizioni carcerarie, e di Progetto Diritti, Onlus che offre assistenza legale. Una partecipazione così grande e immediata ha stupito persino gli organizzatori. È bastato un avviso in bacheca e l'indomani c'erano più di sessanta iscritte.
"Avevamo già all'attivo una squadra di calcio, una di cricket e una di basket tutte maschili" racconta Susanna Marietti, presidente di Atletico Diritti e coordinatrice nazionale di Antigone. "Abbiamo introdotto il calcio in un istituto penitenziario femminile per dare un segnale di rottura e abbattere lo stereotipo per cui le donne in carcere siano destinate solo al cucito, alla sartoria o al teatro. Oggi possiamo dire che uno sport tipicamente maschile è diventato l'attività caratterizzante di Rebibbia". La formazione non guarda al tipo di reato, perché si è voluto offrire a tutte l'opportunità di usare il calcio per recuperare valori spesso disattesi: rispetto dell'avversario, senso del gruppo, sana voglia di vincere. L'avere pescato le giocatrici dal circuito di media sicurezza (da cui sono esclusi i reati associativi), ha comportato un campionato solo interno, ma ha dato una possibilità a tutte. "Il primo giorno abbiamo diviso le ragazze per squadra, in campo, dicendo solo: "Questa è la palla, giocate".
Erano totalmente spiazzate, continuavano a chiedere quali fossero le regole da rispettare" ricorda Alessia Giuliani, funzionaria giuridico-pedagogica ed educatrice di Rebibbia. La questione delle regole è sempre molto dibattuta: per le detenute è un'imposizione meramente burocratica, per gli agenti del carcere l'unico modo per far funzionare un istituto con 320 donne, il più grande d'Europa. "È difficile spiegare a una persona che viene da abbandoni scolastici, che vive in assenza di modelli familiari sani, il rispetto delle norme.
Perché le confondono con la punizione" continua Giuliani. "Lo sport ti aiuta a capire che la regola è funzionale alla vittoria, e una volta abituata a rispettarla su un campo da calcio, riportarla all'esterno diventa semplice". I risultati si vedono: le ragazze della squadra sono quelle che non hanno rapporti disciplinari interni alla sezione e non saltano neanche un allenamento senza giustificazione. Per Bianca, 26 anni e in carcere da tre, giocare nell'Atletico Diritti significa liberarsi dai dolori. Ha i capelli biondi, un inconfondibile accento del Brasile e per lei la squadra è "una famiglia, con tutte le sue stranezze".
La formazione è eterogenea: italiane, rom, tunisine, ognuna con il suo personale approccio allo sport. Carolina Antonucci, l'appassionata allenatrice della squadra, non nega le difficoltà che la detenzione comporta anche in campo. "Le ragazze che sono qui hanno spesso problemi legati alle dipendenze e le terapie per contrastarle influiscono sul loro umore e comportamento" racconta. "Ci sono giorni in cui ci alleniamo dopo colloqui tra detenute e familiari che non sono andati bene, in cui l'enorme sofferenza di chi è rinchiusa qui si fa sentire. E non posso aspettarmi che sul campo diano il meglio di sé. Accettare problemi e mancanze è quello che un allenatore qui deve imparare a fare".
Sul piccolo campo di Rebibbia i problemi personali diventano di squadra, così come vittorie e sconfitte. "Quante volte abbiamo gioito e sofferto insieme. Vedere le ragazze piangere per una sconfitta mi ha dato la dimensione di quello che stiamo facendo, di come l'Atletico Diritti per loro sia sinonimo di libertà" conclude Antonucci. Durante il lockdown dello scorso anno la capitana della squadra ha incontrato papa Francesco e a breve la formazione verrà ricevuta dal presidente della Camera, Roberto Fico. Le partite, al momento, sono sospese per poter rifare il campo in modo da renderlo idoneo per l'iscrizione della squadra a un torneo federale.
L'idea è quella di riprendere al più presto con un triangolare in cui parteciperà la rappresentativa delle giornaliste. Che l'Atletico Diritti sia un progetto riuscito lo dimostrano anche le decine di detenute che, a pochi giorni dal termine della pena, chiedono di poter restare nel gruppo. Proprio in questi giorni due di loro usciranno, ma da settimane bussano alla porta dell'educatrice di Rebibbia con la stessa domanda: "Dottore, lo troviamo un modo per poter restare in squadra?".
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