di Roberta De Monticelli
Il Domani, 11 gennaio 2022
Roman Polanski ha fatto un bel film sul caso Dreyfus, che abbiamo visto in molti (versione italiana L'ufficiale e la spia). Fiumi di inchiostro, non ultimo il libro di Robert Harris da cui è tratta la sceneggiatura del film, sono stati versati su quel caso. La nostra coscienza di alcune ingiustizie paradigmatiche della nostra storia, che vedono l'odio razziale o sociale di larghe componenti della società sfogarsi su una vittima designata - un capro espiatorio - è molto acuta.
Ma perché allora è così debole, quasi inesistente, quella che abbiamo delle ingiustizie presenti, di quelle che avvengono sotto i nostri occhi distratti o indifferenti, e magari durano quanto la nostra vita, eppure continuiamo a ignorarle? È il caso della vita intera che è stata sottratta quarantacinque anni fa a Leonard Peltier, indiano americano nativo del Dakota, attivista dei diritti umani in difesa della dignità del suo popolo, nato nel 1944 e arrestato dall'Fbi nel 1974, in seguito condannato a due ergastoli per l'omicidio di due agenti e mai liberato nonostante nel frattempo - e già da una ventina d'anni - siano venuti alla luce i falsi che hanno permesso di costruire e sostenere questa accusa in assenza di qualunque prova di colpevolezza.
Esattamente come nel caso Dreyfus - salvo che qui non c'è stato alcun riscatto, alcuna catarsi. Ho ricevuto un video con cui Luisa Morgantini, una delle donne più ammirevoli per la generosità e la tenacia priva di risvolti ideologici con cui si batte da una vita contro le ingiustizie ignorate dai più, ex vicepresidente del parlamento europeo, presidente di Assopace Palestina, fra le fondatrici dell'associazione Donne in nero, lancia un ennesimo appello per la liberazione di Leonardo Peltier, che si trova facilmente su YouTube.
Chi è - Riporto qui alcune informazioni su Peltier, per la cui liberazione il parlamento europeo ha emesso già due risoluzioni, nel 1994 e nel 1999 - oltre a un recente pronunciamento nel 2021 - all'indirizzo del governo federale statunitense perché conceda la grazia a quest'uomo il cui processo Amnesty International ha denunciato come farsa giudiziaria. Sono tratte da una breve nota di presentazione dal libro autobiografico di Peltier "La mia danza del sole. Scritti dalla prigione", Fazi, 2005).
"Accusato ingiustamente dal governo americano - ricorrendo a strumenti legali, paralegali e illegali - dell'omicidio di due agenti dell'Fbi nel 1975 (un breve resoconto tecnico della farsa giudiziaria è affidato all'ex ministro della Giustizia degli Stati Uniti Ramsley Clark, autore della prefazione), Peltier, al tempo uno dei leader di spicco dell'American Indian Movement (Aim), marcisce in condizioni disumane in una prigione di massima sicurezza da quarantacinque anni.
Nonostante la sua innocenza sia ormai unanimemente sostenuta dall'opinione pubblica mondiale, nonostante una campagna internazionale in suo favore che ha coinvolto il Dalai Lama, Nelson Mandela, il subcomandante Marcos, Desmond Tutu, Rigoberta Menchù, Robert Redford (che sulla vicenda di Peltier ha prodotto il documentario Incident at Oglala), Oliver Stone, Howard Zinn, Peter Matthiessen, il parlamento europeo e Amnesty international, per il governo americano il caso del prigioniero 89637-132 è chiuso.
Non sorprende dunque che Peltier sia divenuto un simbolo dell'oppressione di tutti i popoli indigeni del mondo e che la sua vicenda abbia ispirato libri (Nello spirito di Cavallo Pazzo di Peter Matthiessen), film (Cuore di tuono di Michael Apted, per esempio) e canzoni (i Rage against the machine hanno dedicato a lui la canzone Freedom). In parte lucidissimo manifesto politico, in parte toccante memoir, questa è la straordinaria storia della sua vita, raccontata per la prima volta da Peltier in persona. Una meravigliosa testimonianza spirituale e filosofica che rivela un modo di concepire la vita, ma soprattutto la politica, che trascende la dialettica tradizionale occidentale e i suoi schemi (amico nemico, destra sinistra e così via): i nativi la chiamano la danza del sole".
Edificare l'umano - A oggi Peltier è stato proposto per il premio Nobel sette volte. È ampiamente riconosciuto per il suo operato umanitario e ha ricevuto numerosi riconoscimenti nell'ambito dei diritti umani. Di recente ha ricevuto il riconoscimento 2015 Defender of Pachamama (Madre Terra) conferito dal presidente della Bolivia Evo Morales; nel 2016 il premio Frantz Fanon conferito dalla Fondazione Frantz Fanon in Francia. Ecco: dal punto di vista filosofico, cioè di chi, poverissimo di strumenti di indagine scientifica ed empirica, pensa e ragiona a mani nude, il caso Peltier pone una questione molto ardua.
C'è chi ha passato la giovinezza in carcere, ma una volta liberato è riuscito a vivere e a eternarsi nel nome delle ragioni morali per cui aveva sofferto. Pensate a Nelson Mandela, o per restare all'Unione europea, ad Altiero Spinelli. C'è chi la vita l'ha persa per quelle ragioni morali, e in cambio ha guadagnato l'eternità - pensate a Martin Luther King. Ma per noi che non sappiamo se c'è in cielo un libro della vita o no - come purtroppo sembra più probabile - è una spina dolorosa, che queste figure di grandi edificatori debbano condividere la gloria terrena con altre figure, quelle che la loro gloria, e anche quella delle loro bandiere, non hanno esitato a costruirla sulle ragioni della forza, al prezzo di molto sangue. Da Napoleone a Lenin.
Se a un uomo nato per edificare l'umano si può rubare l'intera vita, e non con la forza cieca dell'ingiustizia sociale, di cui periscono i più, ma con le armi del diritto e le insegne della Giustizia e della Libertà che aprono la Costituzione degli Stati Uniti d'America, come crederemo ancora in queste parole umane? Come sopravvivremo alla risata di scherno, diabolica, di cui cinismo della Realpolitik sta avvolgendo il mondo?
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2022
Secondo le informazioni più recenti, sono almeno 500 le persone attualmente bloccate in Bielorussia e minacciate di essere rimpatriate verso gli Stati di origine, soprattutto Siria e Iraq, col conseguente rischio di subire violazioni dei diritti umani.
Come noto, a partire dal giugno 2021 le autorità della Bielorussia hanno dato vita a un vero e proprio traffico di esseri umani, portando con propri aerei di linea migliaia di persone dal Medio Oriente con la promessa di un facile ingresso in Europa: un'azione ritorsiva contro le sanzioni introdotte dall'Unione europea a seguito delle massicce violazioni dei diritti umani seguite al contestato esito delle elezioni presidenziali dell'agosto 2020.
Lungo la frontiera tra Bielorussia e Polonia, per tutta la seconda metà del 2021, è stata una gara a chi si è comportato peggio: uomini, donne e bambini spinti da un lato e respinti dall'altro. Cani, pestaggi, lacrimogeni. Le forze di sicurezza bielorusse trasferivano i migranti dalla capitale Minsk verso una zona di esclusione circondata da filo spinato lungo i confini con Polonia, Lituania e Lettonia. Una volta lì, queste persone non potevano tornare indietro e restavano bloccate in condizioni inumane per giorni o settimane: lasciate senza cibo o con quantità minime di acqua e pane, senza rifugi né servizi igienici. Chi poteva pagare per la propria "liberazione", veniva fatto tornare indietro. Gli altri erano costretti con la violenza a entrare in Polonia, inseguiti dai cani e obbligati a passare attraverso corsi d'acqua gelati.
Questa è la testimonianza di un siriano che faceva parte di un gruppo di 80 persone trasportate da un mezzo militare verso la frontiera: "Ci hanno scaricati. C'erano una decina di soldati con quattro cani. Hanno detto che se non avessimo corso ci avrebbero picchiati e avrebbero sguinzagliato i cani. I soldati picchiavano chiunque non corresse velocemente. Dopo averci inseguiti per 200 metri sono tornati indietro, lasciandoci in mezzo alla foresta. Le famiglie erano state separate. Chi era stato morso dai cani stava sanguinando".
Nella maggior parte dei casi, le persone che avevano attraversato il confine polacco venivano immediatamente fermate e respinte dall'altro lato della frontiera, costrette a guadare i fiumi in senso inverso. Nonostante avessero espresso l'intenzione di chiedere asilo nell'Unione europea e nonostante mostrassero chiari segni delle violenze subite dal lato bielorusso, sono state vittime di una lunga serie di espulsioni di massa che hanno completamente disatteso gli obblighi di diritto internazionale e della normativa dell'Unione europea.
"Ci hanno fatti salire su un camion militare. Eravamo tra 50 e 60 persone. Dopo un'ora di viaggio ci hanno lasciato nella zona di esclusione. A bordo del camion un soldato ci ha spruzzato contro il gas al peperoncino: mio figlio e mia figlia hanno pianto per oltre un'ora", ha raccontato un siriano che viaggiava con la moglie e i due figli.
Questa è invece la testimonianza di uno yazida proveniente dall'Iraq: "Dopo un'ora che eravamo entrati in Polonia ci hanno trovati. Ci hanno portato sulla riva di un fiume, sarà stato largo 10-15 metri ma era in piena e le acque erano profonde. Ci hanno spinto in acqua, chi si opponeva veniva picchiato. Anche loro avevano i cani. Le donne, i bambini e qualche adulto sono stati portati da un'altra parte. Ho visto un uomo portato via dalla corrente. Chi non sapeva nuotare rischiava di annegare".
Molte persone in contatto con Amnesty International e ancora presenti in Bielorussia, hanno riferito del rischio di rimpatrio forzato: verso la Siria e non verso gli Stati da cui erano partiti (tra cui Egitto, Libano e Turchia) a causa dei divieti di reingresso vigenti.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 11 gennaio 2022
I fatti e le cifre. La notizia è che il garante europeo per la protezione dei dati ha ordinato all'Europol, il coordinamento fra le polizie del vecchio continente, di cancellare tutte le informazioni che ha raccolto violando le leggi. E di farlo subito, immediatamente, a cominciare da quelle "vecchie" più di sei mesi. Tutte quelle, insomma, raccolte fino a luglio dell'anno scorso.
I numeri, poi. Le cifre sono allarmanti: i server dell'Europol conservano - nascondono - quattro petabyte di dati, nomi, volti, indirizzi. Tutto. Tradotto in un'unità di misura comprensibile: è come se la polizia europea avesse archiviato tre milioni di cd-rom con informazioni su un numero sterminato di persone. A loro insaputa, senza che fossero coinvolte in alcuna indagine.
E dopo la notizia e le cifre, un nome. È di un ragazzo olandese, un attivista. Si chiama Frank van der Linde. Probabilmente tutto comincia da lui, da qui. Anni fa fu fermato dalla polizia di Amsterdam mentre tentava di forzare il portone di ingresso di un palazzo disabitato, per dare un alloggio a decine di senza tetto. Bastò quel gesto perché fosse inserito in una lista di sospetti "estremisti". Qualche mese dopo quell'episodio, si trasferì, per studio, a Berlino, prima di tornare in Olanda. E qui, casualmente - consultando un fascicolo "declassificato" della polizia di Amsterdam - ha scoperto che i suoi dati erano stati segnalati anche alla polizia tedesca. Tramite l'Europol.
Siamo nel 2019. Frank chiese e ottenne che il suo nome venisse cancellato dalla "lista nera" olandese e chiese la stessa cosa all'Europol. La cui risposta aumentò le sue preoccupazioni: da Bruxelles gli dissero che non aveva diritto ad avere alcuna informazione. Senza rassegnarsi, il ragazzo si è rivolto allora direttamente a Wojciech Wiewiórowski, il supervisore di European Data Protection, il garante dei dati, insomma. Che non s'è limitato ad archiviare burocraticamente la denuncia, anche perché da tempo circolavano voci sulla raccolta illegittima di informazioni. Così, l'ente ha scritto ad Europol. Chiedendo anche una prima verifica.
Prima verifica che avrebbe già rivelato come la raccolta di dati delle polizie violasse tutti i regolamenti europei. Perché c'erano - e ci sono - dati personali di milioni di persone la cui unica colpa è quella di essere nell'elenco telefonico di un sospettato, di abitare vicino ad un fermato, di aver acquistato qualcosa in un negozio che era sotto controllo, di aver ricevuto una email. O di aver provato ad arrivare in Europa da paesi in guerra, scappando dalla fame. E milioni di altri casi, milioni di individui. Europei, cittadini del mondo, migranti, tutti schedati.
Da quella primissima indagine - tre anni fa - è cominciato un confronto istituzionale serratissimo fra il garante dei dati e l'Europol, che ovviamente ha coinvolto anche le alte sfere del governo europeo. Un confronto, meglio: uno scontro, che avrebbe dovuto restare semi riservato ma che il Guardian (che ha tirato fuori l'intera storia) è riuscito a "visionare".
Scoprendo che l'Europol non ha mai risposto seriamente alle richieste di Wiewiórowski, ammettendo qualche probabile violazione delle normative, spiegando che comunque anche quegli eccessi erano e sono necessari "se si vuole prevenire il terrorismo".
Ma soprattutto l'Europol ha provato a prendere tempo. Perché? La spiegazione è semplice: da anni, il coordinamento delle polizie sollecita e aspetta nuove norme che le consentano di aggirare il rigoroso regolamento per la protezione dei dati. Nuove leggi - le vorrebbero addirittura retroattive - che le permettano di invadere la vita di chiunque e di conservarne la memoria. E a proposito basti ricordare che in piena tempesta per lo scandalo Pegasus (il software utilizzato dai governi, eletti o autoritari, per spiare giornalisti ed attivisti) la direttrice esecutiva dell'Europol, la belga Catherine De Bolle chiese il permesso di usare programmi per violare le comunicazioni criptate. Per poter leggere tutti i messaggi, di chiunque. Anche quelli di WhatsApp.
Di più: l'Europol chiede e aspetta una via per sottrarsi alle normative europee anche per quello che riguarda l'intelligenza predittiva, come si chiama, la possibilità cioè di usare l'intelligenza artificiale su quell'immenso data base per "prevenire comportamenti delittuosi delle persone". In violazione a qualsiasi diritto umano. E l'organismo delle polizie sembra già aver trovato orecchie sensibili nella politica a Bruxelles. Tanto che la commissaria per gli affari interni della Ue, Ylva Johansson - svedese, socialdemocratica, va ricordato - ha dichiarato che, insomma, va bene tutto, va bene la privacy "ma le forze dell'ordine hanno bisogno di nuovi strumenti, risorse e tempo per supportare le autorità di polizia nazionali in compiti difficilissimi". Che - non è un commento di chi scrive ma è il giudizio sempre di Wojciech Wiewiórowski - ricordano esattamente le parole usate dalla Nsa, l'agenzia di sicurezza americana, per rispondere alle accuse di Snowden. Questo il quadro. Per ora quindi non c'è un giudice ma un garante a Bruxelles. Da solo.
di Luca Kocci
Il Manifesto, 11 gennaio 2022
Il discorso ai 183 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Bergoglio contro l'uso politico dei migranti "trasformati in arma di ricatto". E a qualcuno saranno fischiate le orecchie.
"Non ci si può trincerare dietro muri e fili spinati" per respingere i migranti, "con il pretesto di difendere la sicurezza o uno stile di vita".
Papa Francesco parla agli ambasciatori dei 183 Stati che hanno rapporti diplomatici con la Santa sede - ricevuti ieri in Vaticano - e rivolge loro un nuovo appello a favore di donne e uomini "costretti ad abbandonare" i propri Paesi. Non una politica generalizzata delle porte aperte - non è mai stata la linea di Oltretevere - ma un'accoglienza possibile.
"A nessuno può essere chiesto quanto è impossibilitato a fare, ma vi è una netta differenza fra accogliere, seppure limitatamente, e respingere totalmente", dice il pontefice, che aggiunge: "Occorre vincere l'indifferenza e rigettare il pensiero che i migranti siano un problema di altri. L'esito di tale approccio lo si vede nella disumanizzazione dei migranti concentrati in hotspot, dove finiscono per essere facile preda della criminalità e dei trafficanti, o per tentare disperati tentativi di fuga che a volte si concludono con la morte". Infine, e a qualche ambasciatore presente nell'aula delle benedizioni saranno "fischiate le orecchie", Bergoglio denuncia "l'uso politico" dei migranti, "trasformati in arma di ricatto politico, in una sorta di merce di contrattazione".
Sono appuntamenti importanti quelli di inizio anno con i diplomatici, perché i pontefici si rivolgono direttamente agli Stati, indicando l'agenda dei temi che la Santa sede ritiene più importanti. Con i predecessori di Bergoglio, grande attenzione era dedicata soprattutto ai "principi non negoziabili". In realtà anche Francesco fa un richiamo al "diritto alla vita, dal concepimento sino alla fine naturale", ma i fuochi del discorso sono i temi sociali. Come l'ambiente e gli "effetti negativi del cambiamento climatico". Alla Cop26 di Glasgow "alcuni passi" sono stati fatti, ma "piuttosto deboli rispetto alla consistenza del problema", denuncia il papa, che invita i governi a darsi da fare in vista della Cop27 di novembre in Egitto, perché per la Terra "il tempo a disposizione è sempre meno".
O le guerre, i conflitti che si consumano "nell'indifferenza della comunità internazionale", come nello Yemen; che ancora non si risolvono dopo anni (Israele-Palestina, Siria, Africa); e che si infiammano (Ucraina, Caucaso). Colpa della crisi del "multilateralismo". Ma anche della proliferazione delle armi, fra cui quelle "nucleari", di cui non l'uso ma anche il solo "possesso è immorale". Infine la pandemia.
"I vaccini non sono strumenti magici di guarigione", ma dove è stato possibile usarli hanno funzionato, perché "il rischio di un decorso grave della malattia è diminuito". Per questo, chiede Bergoglio, bisogna garantirli anche ai Paesi impoveriti. "Le organizzazioni mondiali del commercio e della proprietà intellettuale adeguino i propri strumenti giuridici, affinché le regole monopolistiche non costituiscano ulteriori ostacoli". Ovvero liberalizzino i brevetti.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 11 gennaio 2022
Mediterraneo. Sgomberato l'accampamento nel centesimo giorno di protesta. Tende incendiate e feriti. Migranti imprigionati nel centro di Ain Zara. Le Ong: "Situazione disastrosa. Aumentare subito canali di uscita sicuri e legali".
Forze di polizia e miliziani libici hanno circondato i rifugiati allo scoccare della mezzanotte. Un'ora dopo li hanno arrestati in massa, usando violenza e armi da fuoco. È accaduto tra domenica e lunedì a Tripoli, nel centesimo giorno di protesta dei sopravvissuti ai rastrellamenti di inizio ottobre nel quartiere di Gargarish e alla detenzione nel centro di Al Mabani.
Due i presidi attaccati simultaneamente: all'ex Community day centre (Cdc) di Unhcr, chiuso definitivamente a fine dicembre, e al quartier generale della stessa organizzazione. Nel primo fino ai giorni scorsi c'erano circa mille manifestanti. Quando hanno visto gli uomini armati bloccare i due accessi della strada sono usciti dalle tende alzando gli striscioni e intonando insieme: "Evacuation, evacuation". Strenuo tentativo di resistenza.
Tra gli uomini armati e i referenti della protesta si è intavolata una trattativa: questi ultimi hanno provato a dire che avrebbero accettato il trasferimento nel campo di prigionia di Ain Zara solo se questo fosse passato sotto la gestione dell'Unhcr. Gli uomini del Dipartimento per la lotta all'immigrazione illegale (Dcim), che dipende dal ministero dell'Interno libico e da fine dicembre è guidato da Mohammed al-Khoja (accusato in passato di violenze e collusioni con i trafficanti), non hanno voluto sentire ragioni.
La tensione è salita rapidamente: i rifugiati hanno preso a urlare, i libici a sparare e incendiare le tende costruite con materiali di fortuna. Majid Terab, un ragazzo sudanese di 25 anni, è rimasto colpito da un proiettile (non è in pericolo di vita). A parte alcuni rifugiati che sono riusciti a fuggire singolarmente, tutti gli altri sono stati caricati sui bus della polizia e portati ad Ain Zara.
Stessa sorte per i circa 100 manifestanti che presidiavano il vicino centro di registrazione Unhcr: attaccati con violenza, catturati e trasferiti nella struttura detentiva, alla periferia sud della capitale libica. Tutto è avvenuto in diretta: i profili social dei rifugiati hanno rilanciato foto e video dello sgombero e poi dell'interno del centro di detenzione, strapieno e con una sezione dedicata a donne e bambini.
"Ci siamo battuti con tutta la disperazione che ci portiamo addosso. Abbiamo usato tutto il coraggio a nostra disposizione per esporci e parlare in prima persona. 100 giorni di lotta per chiedere alla comunità internazionale di trasferirci in un luogo sicuro, perché qui l'Unhcr ha dimostrato di non essere in grado di proteggerci", afferma David, uno dei manifestanti sfuggiti all'arresto. Fino a ieri sera l'Unhcr non aveva commentato pubblicamente l'accaduto. Al manifesto ha espresso "molta preoccupazione per le persone arrestate" rinnovando l'invito alle autorità libiche a "rispettare diritti umani e dignità di richiedenti asilo e rifugiati" e "liberare quelli detenuti arbitrariamente".
I rifugiati hanno puntato il dito anche contro José Sabadell, ambasciatore dell'Unione europea in Libia, che l'8 dicembre su Twitter aveva espresso preoccupazione per la situazione fuori dal Cdc. Non per le vite dei rifugiati, ma solo per lo staff e le attività dell'Unhcr. "Chiediamo alle autorità libiche di garantire sicurezza e proteggere persone e locali" è la frase incriminata. Dopo le violenze e gli arresti di ieri ha un suono ancora più cupo.
Secondo il Norwegian council for refugees (Nrc) e l'International Rescue Committee's (Irc) sono almeno 600 le persone arrestate nel rastrellamento. "Il culmine di una situazione disastrosa deterioratasi negli ultimi mesi", ha commentato Dax Roque direttore per la Libia di Ncr.
"Quanto accaduto ricorda che la situazione di migranti e rifugiati in Libia è insostenibile e necessita di un nuovo approccio che rispetti i diritti delle persone in movimento", ha dichiarato Thomas Garofalo, omologo per Irc.
Le due grandi organizzazioni umanitarie hanno rivolto un appello alla comunità internazionale: aumenti immediatamente i reinsediamenti e gli altri canali sicuri e legali per le persone che vogliono lasciare la Libia.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 11 gennaio 2022
Nuova udienza dopo l'annullamento dei rinvii a giudizio dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani che la Procura di Roma ritiene responsabili del sequestro, le torture e l'omicidio del ricercatore italiano. Il giudice dà tempo fino al prossimo 11 aprile. Erano in tanti ieri fuori da Piazzale Clodio, al presidio della Fnsi per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni: il presidente Giulietti, l'Usigrai, c'erano i genitori di Mario Paciolla (ucciso in Colombia il 15 luglio 2020). C'erano Pif, Nicola Fratoianni e Aboubakar Soumahoro.
Tutti a portare solidarietà ai genitori e alla sorella di Giulio, mentre si svolgeva la nuova udienza davanti al gup Roberto Ranazzi, dopo l'annullamento da parte della Terza corte d'Assise di Roma, lo scorso 14 ottobre, del rinvio a giudizio dei quattro membri dei servizi segreti egiziani (il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif).
Per la Procura di Roma sono loro - a vario titolo - responsabili di sequestro di persona pluriaggravato, lesioni aggravate e concorso in omicidio aggravato. A parlare ieri è stato di nuovo il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: ha chiesto di sollecitare il governo sul silenzio egiziano intorno alla rogatoria dell'aprile 2019, in cui la Procura chiedeva l'elezione di domicilio degli indagati. Perché il nocciolo della questione è lì: il rinvio a giudizio è stato annullato perché non sarebbe possibile verificare se gli indagati sono a conoscenza del procedimento.
Il gup ha recepito le richieste della Procura: in primo luogo, ha chiesto al governo italiano di verificare se ci sono spazi per un'interlocuzione con Il Cairo e di attivarsi con l'Egitto perché risponda alla rogatoria e informi gli indagati del procedimento a loro carico. Inoltre il gup dà mandato ai carabinieri del Ros di proseguire le indagini per individuarne il domicilio. Lo potranno fare analizzando le banche dati delle forze dell'ordine, elenchi telefonici, social network, informazioni da fonti confidenziali.
C'è tempo fino all'11 aprile, data della nuova udienza in cui il Gup verificherà l'esito delle indagini dei carabinieri e quello dell'attività del governo. "Siamo soddisfatti che la nostra battaglia di giustizia possa proseguire - ha detto la legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini - Chiediamo al governo di rispondere alle istanze del giudice".
di Roberta Zunini
Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2022
La principessa Basmah libera dopo tre anni. L'ex ministro Bin Nayef, che subì torture, resta rinchiuso. Che la principessa saudita Basmah bint Saud bin Abdulaziz Al-Saud avesse timore di morire dietro le sbarre assieme alla figlia Souhoud bint Shuja Al-Sharif dopo l'arresto nel 2019 ordinato dal cugino Mohammed bin Salman - lo spietato principe ereditario che governa de facto l'Arabia Saudita - lo si era appreso l'anno scorso quando aveva potuto fare la sua prima e unica telefonata dal carcere.
Durante la chiamata a uno stretto familiare, sembra che la donna avesse fatto in tempo a dire che stava male e pertanto desiderava dare le proprie disposizioni testamentarie quando la linea si è interrotta. Nonostante sia un segreto di Pulcinella che nelle carceri saudite si faccia abbondante ricorso alla tortura e siano già morti molti prigionieri, a una esponente della popolosa famiglia reale saudita non poteva venire concesso di esplicitarlo né tantomeno rivelare di averla subita.
Se la principessa e la figlia ora hanno potuto lasciare la prigione di massima sicurezza di Al-Ha'ir, vicino alla capitale Ryad, molti tra donne, attivisti, oppositori politici e membri della stessa casa regnante rimangono in carcerazione preventiva. Le purghe in ambito familiare del giovane Mohammed bin Salman, diventato noto per essere il mandante del raccapricciante omicidio del dissidente Jamal Khashoggi, erano iniziate nel 2017 poco dopo la sua designazione a ereditare le redini del Paese dopo la morte del padre, il vecchio e malato re Salman.
Ma, fin da subito, Mbs aveva preso il comando della potenza del Golfo e allo scopo di consolidarlo ed evitare congiure di palazzo aveva mandato le sue guardie nelle lussuose dimore di parenti e dignitari affinché venissero arrestati per corruzione e rinchiusi in hotel a 5 stelle fino a quando non avessero restituito il ricavato delle tangenti bilionarie. Che, secondo l'allora neo reggente, avrebbero incassato grazie al loro ruolo in ambito politico.
Quando gli incaricati delle Nazioni Unite avevano chiesto ai sauditi il motivo della carcerazione di Basmah e della figlia, la risposta era suonata surreale: la prima aveva tentato di viaggiare illegalmente fuori dal regno, mentre la ragazza era accusata di un crimine informatico non specificato. Insomma: per le donne, sempre e comunque il carcere duro, per gli uomini della famiglia quasi sempre residenze lussuose e super lussuose. Certo non si può affermare che ritrovarsi chiusi in una gabbia dorata cancelli il rischio di venire torturati sia fisicamente sia psicologicamente.
L'esempio più eclatante è la vicenda del predecessore di Mbs. Il principe Mohammed bin Nayef, figlio del precedente monarca Abldullah, e pertanto cugino di primi grado di Mbs, è l'ex ministro degli Interni che il principe Mohammed ha estromesso dalla carica di principe ereditario nel 2017 per rivendicare il titolo per se stesso. Dopo la sua rimozione, Mohammed bin Nayef è stato messo agli arresti domiciliari fino a marzo 2020, quando è stato arrestato e detenuto. All'inizio della detenzione, Mohammed bin Nayef è stato tenuto in isolamento, privato del sonno e sospeso a testa in giù per le caviglie, secondo due persone informate sulla sua situazione, che hanno parlato in condizione di anonimato. Lo scorso autunno è stato trasferito in una lussuosa villa all'interno del complesso che circonda il palazzo del re Al-Yamamah a Ryad, laddove ancora si trova.
L'ex futuro re è in isolamento totale, senza neanche una televisione o altri dispositivi elettronici e può ricevere solo poche visite molto brevi da parte dei familiari più stretti. Il gracile Nayef sembra abbia subito danni permanenti alle caviglie a causa del trattamento subito in carcere e non può più camminare senza il bastone. Il governo non ha presentato accuse formali contro di lui né ha spiegato il motivo per cui è detenuto. Anche uno dei suoi fratelli rimane in prigione. Altri uomini blasonati e dell'entourage reale sono ancora privati della libertà.
Si tratta dell'ex ministro dell'Economia, Adel Faqih, e del veterano ministro di Stato ed ex ministro delle Finanze, Ibrahim Assaf, nonché importanti uomini d'affari tra cui l'uomo più ricco del Paese, il principe Waleed bin Talal, e i leader di alcune delle più note aziende e società di media, alcune delle quali erano strettamente associate agli ex re e ai loro parenti stretti, tra cui il direttore dell'emittente MBC, Waleed al Ibrahim, che aveva resistito ai tentativi di MbS di acquistare l'azienda.
di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2022
Collegamenti da remoto per le indagini e le sentenze: "Così si ledono i diritti degli imputati. Scelte del governo illogiche". Collegamenti da remoto durante le indagini preliminari, i detenuti che seguono le udienze dei loro processi in videoconferenza, camere di consiglio fuori dalle mura dei tribunali. Le norme per i processi decise dal governo Conte durante la prima ondata di contagi Covid saranno valide per tutto il 2022. È quanto stabilito nel milleproroghe firmato da Mario Draghi alla fine dello scorso anno. Con tanto di irritazione da parte della categoria degli avvocati che gridano alla violazione della sacralità del processo e dei diritti dei loro assistiti.
di Sara Occhipinti
altalex.com, 10 gennaio 2022
In arrivo a gennaio un nuovo protocollo di intesa tra Consiglio Nazionale Forense e Garante dei detenuti per tutelare i vulnerabili (detenute madri e minori) e i migranti. Dopo l'esperienza del primo Protocollo di intesa sottoscritto nel 2017, il Presidente del CNF Maria Masi e il Garante dei diritti dei detenuti, Mario Palma, annunciano, con una nota congiunta (testo in calce), l'intenzione di rinnovare la reciproca collaborazione istituzionale.
La meta comune che unisce l'impegno dell'avvocatura e del Garante è rappresentata dalla tutela della dignità dell'essere umano nella delicata fase della privazione della libertà personale conseguente alla pena. È avvertita con urgenza, da entrambe le parti, la necessità di promuovere ogni azione finalizzata a preservare il principio di rieducazione e riabilitazione della pena.
iltorinese.it, 10 gennaio 2022
Esplodono i focolai di Covid nelle carceri del Piemonte, ad Asti e Torino sono state individuate le situazioni più preoccupanti. "Alle Vallette sono 56 i detenuti contagiati (tutti asintomatici) e 9 gli agenti, con un aumento del 122% di contagi negli istituti di pena italiani in 10 giorni che dimostra la pericolosità di una situazione che era stata più volte denunciata", sottolinea il sindacato di polizia penitenziaria Osapp.
Un problema questo che si accompagna soprattutto al sovraffollamento delle carceri più volte denunciato dal sindacato polizia penitenziaria e da esponenti di 'Nessuno Tocchi Caino', Associazione Marco Pannella di Torino e segreteria del Partito Radicale. Proprio due di loro, Mario Barbaro (Segreteria Partito Radicale) e Sergio Rovasio (Presidente Associazione Marco Pannella di Torino), scenderanno in campo a fianco di Rita Bernardini (Presidente di Nessuno Tocchi Caino) per chiedere di "Fare presto nel ridurre la 'congestione' di corpi nelle carceri".
In una lettera di agosto 2021 indirizzata al presidente della Regione Alberto Cirio e all'assessore alla Sanità Luigi Icardi i militanti chiedevano di intervenire per limitare il più possibile alcune carenze: i militanti ponevano l'attenzione sul carcere Lorusso-Cotugno elencando i problemi riscontrati in ambito sanitario che si vanno ad aggiungere al sovraffollamento del carcere e alle condizioni di detenzione che, per gli scriventi, non rispettano le normative italiane ed europee.
"Ridurre la popolazione carceraria" - L'urgenza oggi è quella di ridurre la popolazione carceraria con provvedimenti del Governo e del Parlamento, sostengono Mario Barbaro e Sergio Rovasio che aggiungono: "Purtroppo le notizie che ci giungono non fanno che confermare l'aggravarsi della situazione. Al Carcere di Torino la situazione è drammatica così come abbiamo più volte evidenziato: sovraffollamento (quasi 1.400 detenuti su 1.060 posti di capienza regolamentare), presenza di topi e blatte e gravi carenze sanitarie, solo per citare alcuni punti. Ora si aggiunge la denuncia da parte dell'Osapp, il Sindacato di Polizia Penitenziaria, sui focolai di covid che avanzano prepotentemente all'interno dei penitenziari e che esprime preoccupazione per le carceri piemontesi".
Annunciato lo sciopero dalla fame - L'Associazione Marco Pannella di Torino sarà a fianco di Rita Bernardini (Presidente di Nessuno Tocchi Caino) che riprenderà lo sciopero della fame a partire dalla mezzanotte del 10 gennaio 2022 per "aiutare Governo e Parlamento a far presto per ridurre la 'congestione' di corpi nelle carceri italiane. La coraggiosa iniziativa di Rita Bernardini è un'iniziativa di amore nei confronti del diritto e della democrazia. Fare presto è un imperativo", dicono Mario Barbaro e Sergio Rovasio.
"Comunichiamo dunque che a partire dalla mezzanotte del 10 gennaio ripartirà l'iniziativa di sciopero della fame a staffetta (una persona al giorno, ndr) da parte dei militanti dell'Associazione Marco Pannella di Torino. Scriveremo nuovamente al Presidente della Regione Piemonte Cirio e all'Assessore alla Sanità Icardi affinché venga messa in campo da subito ogni iniziativa volta ad alleviare la situazione insostenibile presente nelle carceri del Piemonte", concludono.
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