di Gabriele Laganà
Il Giornale, 14 dicembre 2020
I detenuti con una pena residua massima di 18 mesi potranno godere del nuovo "svuota carceri" temporaneo. Il provvedimento, pensato dal governo per fronteggiare la diffusione del coronavirus anche nelle strutture penitenziarie, estende fino al prossimo 31 gennaio la possibilità di usufruire del permesso premio. Eppure qualcuno fa presente che i detenuti appaiono più tutelati contro il Covid-19 di chi nelle carceri è presente perché ci lavora. E per questi ultimi non sembrano profilarsi provvedimenti ad hoc all'orizzonte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 dicembre 2020
Nella lettera al Capo dello Stato la magistratura onoraria lamenta "l'assoluto silenzio del ministero della Giustizia e delle Istituzioni". "In settembre le chiedemmo un incontro, affinché potesse ascoltare dalla voce di chi la vive quotidianamente, la condizione riservata a 5000 servitori di Stato che amministrano giustizia da lustri, che rappresentano il popolo italiano nelle aule di Tribunale, che sentenziano in suo nome, ma senza ricevere per il proprio operato che un indecoroso gettone di presenza, il cui quantum è finanche vergognoso qui ribadire". È quanto scrive la Consulta della magistratura onoraria in una lettera indirizzata al capo dello Stato nella quale lamenta "l'assoluto silenzio del ministero della Giustizia e delle istituzioni" di fronte alla protesta della categoria che sta riempiendo le piazze italiane e allo sciopero della fame intrapreso dal primo dicembre da due magistrate onorarie in servizio a Palermo.
"La situazione, causa anche la gravissima situazione sanitaria che ha colpito la Nazione, è in via di ingravescente precipitazione, poiché molti magistrati onorari sono stati attinti dal covid-19, rimanendo privi di compensi, perché pagati a giornata col summenzionato gettone, se in aula, nonché di indennizzi di malattia, loro negati come tutti gli altri diritti previsti per i lavoratori dalla nostra Carta Costituzionale, quali previdenza, ferie retribuite e maternità.
Nel corso delle ultime settimane le piazze italiane si sono riempite di toghe onorarie - si legge nella lettera - armate di rose, codici, e toghe, a chiedere un intervento d'urgenza delle istituzioni volto a comporre una vicenda che sta umiliando una componente imprescindibile del sistema giustizia e che, presto, a causa di riforme assolutamente inadeguate e irrispettose dei principi di diritto nazionale e sovranazionale, lo porterà al definitivo collasso".
"Le piazze e le Associazioni scriventi Le chiedono, signor Presidente, un intervento immediato e d'inarrivabile autorevolezza, che risulta indispensabile perché: in prima linea ci sono due donne, due magistrati onorari di Palermo in sciopero della fame dal 1′ dicembre, ciò che desta in noi forte preoccupazione e sdegno, a fronte dell'assoluto silenzio del ministero della Giustizia c delle istituzioni. Ci sentiamo ancora una volta traditi di fronte alla totale assenza di cenni alla domanda di giustizia di queste servitrici dello Stato, un'assordante indifferenza in risposta ad un gesto dettato dall'esasperazione e che ha animato i colleghi scesi in piazza, composti e fieri, vicini a chi sta mettendo a rischio la propria salute contro chi da decenni ne calpesta diritti e dignità".
I Padri costituenti, aggiunge la Consulta della magistratura onoraria, "hanno costruito la Carta Fondamentale dello Stato intorno al concetto di lavoro e la sua tutela, elevandolo a fondamento del proprio progetto politico. Le affermazioni di principio in essa contenute dovrebbero essere oggi patrimonio comune, eppure così non è per la magistratura onoraria.
Stiamo attendendo da troppo tempo un riassetto della normativa che disciplini la categoria secondo i principi di diritto nazionale e sovranazionale e le affranchi dallo stato attuale, riconoscendole la dignità connessa alle funzioni esercitate, nel rispetto anche dell'utenza che fruisce dei servizi resi.
Vorremmo che guardasse Sabrina ed Enza negli occhi, signor Presidente, occhi che parlano di un fisico devastato dalle privazioni, ma di un animo satollo di dignità. Le nostre richieste a desistere si uniscano ad una sua insigne voce, che qui invochiamo, affinché il suo intervento riempia il vuoto lasciato dall'intero panorama politico cui le colleghe si sono rivolte".
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 dicembre 2020
I giudici onorari rivendicano retribuzione adeguata, tutele, ferie e previdenza. La complessa macchina della Giustizia va avanti anche grazie a loro. Eppure, la delicatissima funzione che esercitano "in nome del popolo italiano" non viene tutelata e garantita come dovrebbe dallo stesso Stato. Sono i magistrati onorari che anche a Bari hanno manifestato chiedendo "il pane ma anche le rose", al pari dei lavoratori americani dell'industria tessile nel 1912.
In cima alla lista delle rivendicazioni, c'è il miglioramento delle loro condizioni economiche e di vita, "essendo costretti a lavorare nei Tribunali in piena emergenza sanitaria, rischiando ogni giorno di ammalarci senza poter percepire nulla, neppure il misero emolumento che viene corrisposto solo in caso di partecipazione ad una udienza", lamentano. Una situazione definita "intollerabile" che ha portato tre di loro, in Sicilia, a protestare con uno sciopero della fame che va avanti da 10 giorni, al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Ieri, dunque, dinanzi alla Corte d'Appello di Bari si è tenuto un flash mob dei magistrati onorari del Distretto, provenienti dai Tribunali e dagli Uffici del Giudice di Pace di Bari, Trani, Foggia, nonché dei giudici ausiliari della Corte d'Appello, che si sono riuniti con una rosa rossa in mano, per esprimere solidarietà alle tre colleghe giudici onorari di pace palermitane. Denunciano "condizioni economiche in cui versano i magistrati onorari da oltre un ventennio" nonché la "mancanza di qualsiasi tutela giuslavoristica, privi da sempre di malattia, ferie, maternità e copertura previdenziale".
La manifestazione è stata organizzata da tutti i magistrati onorari del Distretto, Giudici di Pace, Giudici Onorari di Tribunale, Vice Procuratori Onorari e Giudici Ausiliari di Corte d'Appello, i quali "esprimono piena solidarietà e vicinanza alle colleghe palermitane in sciopero della fame e chiedono che il Governo prenda seriamente in considerazione le rivendicazioni della categoria, riconoscendo alla stessa i diritti costituzionalmente garantiti ad ogni lavoratore intervenendo con decretazione d'urgenza a risolvere l'annosa questione della magistratura onoraria", si legge in una nota.
Va ricordato che i magistrati onorari, sia pure con diverse funzioni, "da oltre vent'anni smaltiscono quasi il 60% del contenzioso civile e penale ma ad oggi, nonostante la Corte Europea di Giustizia abbia nel luglio scorso riconosciuto agli onorari la qualifica di Giudici europei e lo status di lavoratori, in Italia non godono di alcuna prerogativa giuslavoristica. Lavorano, molti di essi a tempo pieno, senza una retribuzione adeguata alla funzione, senza ferie, previdenza, assistenza in caso di malattia".
Solidarietà ai magistrati onorari è stata manifestata, tra gli altri, anche dal consigliere di corte d'appello togato, Roberto Olivieri del Castillo, e dal'avv. Giovanni Stefanì, presidente del Consiglio degli avvocati di Bari, entrambi presenti alla manifestazione barese.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 14 dicembre 2020
Calogero Mannino esce definitivamente dalla scena giudiziaria dopo trent'anni, trascinando con sé il castello di sabbia del processo "Stato-mafia", ventiquattr'ore dopo la fine dei tormenti durati sette anni per Nunzia De Girolamo.
Due imputati dal comportamento esemplare, secondo il canone di chi crede nella giustizia e nella lineare difesa dentro il processo. Pure tutti e due, e tanti prima di loro, compresi quelli che alla fine sono stati condannati, come Ottaviano Del Turco che di "giustizia" sta morendo, sono stati uccisi molto prima delle sentenze, negli anni di tortura loro erogati prima del processo e anche dal processo stesso. Nel mondo dei Predatori, che non danno scampo.
Se c'è la preda, c'è anche il predatore. Proprio come non esisterebbe la caccia se non ci fossero i cacciatori. Ma non si pensi che sia predatore solo chi tiene la propria vittima in una stanza per venti ore. Lo è anche chi tiene sotto sequestro la vita di una persona per anni, magari sette o magari anche trenta. A volte la vita si spegne prima che il predatore abbia terminato l'opera, in un'estrema forma di autodifesa, come ha fatto Enzo Tortora. Altre volte la mente e il corpo della preda si chiudono in un bozzolo di straniamento, una sorta di sedazione che tiene lontano dal dolore, come sta facendo Ottaviano Del Turco.
E tutti gli altri? Tutti gli altri sono costretti ad aspettare. Aspettare che il finanziere che ha svegliato all'alba te e la tua famiglia finisca la perquisizione. Aspettare che dai palazzi di giustizia cessino di uscire le carte a valanga destinate a planare nelle edicole e nei tubi catodici. Aspettare che i tuoi figli possano tornare a scuola senza essere colpiti da sguardi peggiori di lame. Aspettare che i vicini di casa smettano di evitarti. E poi aspettare tutto: gli interrogatori, il rinvio a giudizio, il processo, la sentenza.
Aspettare quanto tempo e quanti processi? Calogero Mannino è stato assolto quattordici volte. Oggi ha più di ottant'anni, quando è diventato preda ne aveva cinquanta. I cinquantenni oggi vengono spesso considerati ragazzi, chi di loro è entrato nel mondo politico ritiene di avere molto tempo davanti a sé prima di pensare alla pensione: Giuseppe Conte ha 56 anni, Zingaretti 55, i due giovanotti Renzi e Salvini rispettivamente 45 e 47. Provi ciascuno di loro a chiudere gli occhi e a immaginarsi fra trent'anni. Provino a pensare di trascorrerli nel modo che abbiamo sopra descritto, con uno stress continuo che non ti fa dormire la notte, che a tratti è vera paura, perché la vittima non può che temere il suo predatore.
Predatore non è la singola persona. Predatore è il contesto. Troppo facile pensare che la perfidia di un pubblico ministero non vada mai a braccetto con un giudice delle indagini preliminari dopo essersi già coricata con un ufficiale giudiziario ed essersi poi accompagnata a un cronista giudiziario o a un direttore di giornale. Era o no predatore, per esempio, quel contesto che si era creato a Palermo quando il direttore del Fatto Quotidiano era sceso appositamente in Sicilia per "fare il guitto" con uno spettacolo teatrale offensivo e ridicolo, per mettere in berlina un imputato mentre tutti i pm cosiddetti "antimafia" erano seduti in prima fila e, come dice Mannino, parevano quasi aver tratto ispirazione, "a parte le sgrammaticature" dallo spettacolo per scrivere la requisitoria?
Era o no predatore il contesto vissuto da Nunzia De Girolamo, quando subì una registrazione clandestina nella casa di suo padre dove si svolgeva una riunione politica, in seguito guardata con sospetto, che le costò le dimissioni da ministro e poi un rinvio a giudizio e un pm d'aula che, contraddicendo il suo collega che ne aveva chiesto l'archiviazione, ha auspicato che lei dovesse passare otto anni e passa della sua vita futura all'interno di un carcere?
La storia di Calogero Mannino, che oggi del suo predatore dice "Hanno distrutto un Paese", è storia di caccia grossa. Il contesto di predazione risale addirittura ai tempi dei reati di mafia a Palermo. All'inizio si chiamava "Sistemi criminali", un fiume carsico che andò dentro e fuori dagli uffici giudiziari, basato su un teorema che vedeva insieme un gruppo eterogeneo di soggetti che andavano dalla massoneria deviata a Cosa nostra, eversione nera e corpi dello Stato, che avrebbero messo in atto un tentativo di destabilizzazione del Paese.
Storia folle che non poteva che trovare nella follia della persona più inattendibile che sia mai circolata nelle aule giudiziarie, Massimo Ciancimino, il proprio padrino, il sigillo del contesto, il processo "Stato-mafia", la Trattativa, la regina dei contesti di predazione. Il patto scellerato che nel corso di tutti gli anni Novanta avrebbe unito ai boss di Cosa Nostra persino un politico come Calogero Mannino che della lotta alla mafia aveva fatto una delle ragioni di vita.
L'ex ministro democristiano si è ribellato al progetto dei predatori di processarlo insieme ai mafiosi e ha scelto un rito alternativo e solitario. Mentre altre persone perbene venivano nel frattempo condannate in primo grado (a dimostrazione che nei contesti predatori non esistono solo i pm), lui è stato sempre assolto. E ha avuto la soddisfazione di leggere nelle motivazioni dei giudici d'appello che le indagini preliminari avevano costruito un castello fatto di "incongruenze", "inconsistenza" e "illogicità" dell'accusa.
Il castello è ormai franato, dopo che la cassazione e lo stesso rappresentante dell'accusa hanno ridicolizzato l'estremo tentativo dei procuratori generali Fici, Barbiera e Scarpinato. I quali non avevano più argomenti per il ricorso, se non violando il principio della doppia conforme che consente, in presenza di due sentenze di assoluzione dell'imputato, alla pubblica accusa di ricorrere in cassazione solo con argomenti inoppugnabili. Ed erano quindi ricorsi a una sorta di trucco, chiedendo ai supremi giudici di dichiarare l'illegittimità costituzionale di quella legge che a loro parere legava le mani all'accusa.
Volevano il processo eterno. Se trent'anni vi sembran pochi... Vorrebbero processi eterni tutti i predatori del contesto. Ecco perché non è più sufficiente difendersi nel processo. Il processo, solo in quanto esiste, è già sofferenza e tortura. È un insieme di atti predatori che lasciano la vittima in una continua spasmodica attesa, come l'animale che se ne sta accucciato nella speranza che il cacciatore non lo veda, che il cane non ne riconosca l'odore o che arrivi una pioggia a cancellarne le tracce. È ora che si cominci a imparare a difendersi anche dal processo. Non per sottrarsi alla giustizia, ma per denunciare il Predatore. Che non è solo quello che tiene la sua vittima prigioniera in una stanza per venti ore. Ma anche quello che sequestra la tua vita per trent'anni. O anche per un solo giorno.
di Giustino Parisse
Il Centro, 14 dicembre 2020
Un semplice saluto fra detenuti in regime di 41bis non può essere oggetto di sanzione disciplinare (dall'ammonimento al divieto temporaneo di partecipare ad attività comuni). Lo ha stabilito, con un recente pronunciamento, la Corte di Cassazione, accogliendo le ragioni di alcuni detenuti all'interno del carcere dell'Aquila, condannati per gravissimi reati.
Il ricorso, in particolare, era stato presentato dal ministero della Giustizia. Già il tribunale di Sorveglianza dell'Aquila aveva annullato le sanzioni "sul presupposto che il saluto rivolto ad altro detenuto non integrasse alcuna forma di comunicazione, implicando tale nozione uno scambio di dati, stati d'animo, sensazioni, non ravvisabile nel semplice saluto".
Il ministero della Giustizia, nel proprio ricorso, ha invece sostenuto che "il divieto di comunicazione imposto ai detenuti in regime ex articolo 41bis ha la finalità di impedire i collegamenti del detenuto che vi è sottoposto, con il sodalizio criminoso di appartenenza e anche il semplice saluto, nelle sue varie forme di estrinsecazione, può celare un messaggio occulto, in quanto l'atteggiamento di riverenza o meno con il quale si esprime potrebbe significare anche una forma di sottomissione verso il soggetto al quale è rivolto, a seconda di chi per primo rivolge il saluto o a seconda anche del tipo di saluto che viene rivolto, trattandosi di forme particolari che possono assumere un preciso significato nella subcultura carceraria".
Secondo i magistrati della Corte di Cassazione, il ricorso presentato dal ministero della Giustizia è però infondato in quanto "si è in presenza di una dichiarazione di saluto rivolta dal detenuto ad altri ristretti, appartenenti ad altro gruppo di socialità e non inserita in un contesto di conversazione. Dunque", proseguono i giudici, "deve escludersi che si fosse in presenza di una comunicazione nel senso indicato, non essendovi stata alcuna trasmissione di informazioni da un individuo a un altro, ovvero un'interazione tra soggetti diversi nell'ambito della quale essi costruivano insieme una realtà e una verità condivisa. Pertanto, correttamente, il tribunale di Sorveglianza ha rilevato come tale dichiarazione doveva considerarsi di natura neutra, non potendosi in essa cogliere alcuna particolare informazione e non avendo l'atto, in definitiva, un vero e proprio intento comunicativo".
di Andrea D'Aurelio
ondatv.tv, 14 dicembre 2020
Nella struttura penitenziaria peligna, dove si è acceso uno dei più grandi focolai di questa seconda ondata, si contano altri sette detenuti positivi. Salgono a 92 i casi di Covid accertati e dovrebbe trattarsi di un dato definitivo. Per oggi infatti era attesa l'ultima tranche di tamponi svolti.
Per gli agenti penitenziari che mancavano all'appello l'esito è stato negativo mentre tra i detenuti sono emersi gli altri sette casi di positività. Se da un lato si arriva alla stabilizzazione del quadro epidemiologico, dall'altro la guardia resta alta per la situazione negli ospedali e per le eventuali richieste di cure. Al momento restano nove i detenuti ricoverati negli ospedali di Sulmona, L'Aquila e Pescara. E va ricordato che non esiste solo il Covid.
Questa notte infatti è un detenuto è stato trasportato in ospedale con ambulanza del 118 in seguito a un improvviso malore. Per lui si è resa necessaria una consulenza neurologica. Non sono permesse quindi distrazioni di sorta. L'amministrazione penitenziaria ha posto in essere tutte le misure di contenimento del contagio, agevolate anche dal trasferimento dei primi quattordici detenuti no Covid in altre strutture.
di Benedetta Moro
Il Piccolo, 14 dicembre 2020
L'emergenza Covid non molla la presa in due delle cinque carceri del Friuli Venezia Giulia: ieri, a causa del coronavirus, è morto all'ospedale Maggiore di Trieste un detenuto di 71 anni dell'istituto di massima sicurezza di Tolmezzo. Il primo decesso in regione fra i detenuti, dopo quasi tre settimane di ricovero per polmonite.
E il carcere di Trieste, a causa del focolaio scoppiato a fine novembre, secondo i dati del sindacato Uil-pa della Polizia penitenziaria, si posiziona primo in Italia per numero di positivi in rapporto ai reclusi. Nonostante le prime negativizzazioni, restano infatti ancora 78 (63 uomini e 15 donne) i positivi ai test, tutti asintomatici, su circa 170 detenuti.
Cui si aggiungono 15 guardie penitenziarie, di cui una ricoverata sotto ossigeno sempre all'ospedale Maggiore. Resta ancora difficile individuare l'origine del virus, che si è diffuso a macchia d'olio, infettando all'inizio solo una ventina di persone. Una situazione critica, a tal punto che tra il sovraffollamento (177 ospiti al 30 novembre su una capienza di 136) e l'emergenza, per isolare i detenuti sono stati occupati perfino gli spazi del cappellano.
A Tolmezzo la situazione interna sta invece tornando alla normalità: da 50 positivi ieri si è passati a 16 su 202 detenuti mentre i 20 agenti di polizia penitenziaria prima positivi sono ora tutti negativi. Secondo i dati aggiornati al 10 dicembre e diffusi dal sindacato Uilpa, dopo Trieste ci sono il carcere di Sulmona con 73 positivi su 391 detenuti, Bologna con 60 su 731 e Monza con 57 su 585. In totale sono una ottantina gli istituti colpiti su 190 con 1.017 contagiati su 53.294 persone dietro le sbarre - su una capienza di 50.568 posti -, di cui solo una novantina è sintomatica e la metà è ricoverata in ospedale. "Dobbiamo prendere spunto da questa crisi per ripensare il sistema carcerario", commenta il Garante regionale dei diritti della persona Paolo Pittaro, traendo anche spunto dall'appello nazionale di docenti di Diritto e di Procedura penale a sostegno di Rita Bernardini, storica leader dei Radicali, da un mese in sciopero della fame contro il sovraffollamento nelle carceri.
Altro capitolo riguarda poi la polizia penitenziaria. Sono 852 i positivi su 37.153 dipendenti. Meno coinvolta invece la categoria del personale amministrativo: 72 positivi su 4.090. A Trieste sono rimasti in servizio un centinaio di agenti, mentre 15 sono positivi. E proprio sull'organizzazione impostata per gestire il Covid ha da ridire il segretario regionale Uil-pa Polizia penitenziaria Alessandro Penna. "Si poteva fare meglio, adibendo dei piani puliti, adesso invece tutti sono a rischio". E aggiunge: "Ringrazio il personale, che ha rinunciato al congedo e alle ferie natalizie per andare incontro all'emergenza. Grazie anche a loro i detenuti mantengono i contatti WhatsApp con i parenti, anche il giorno di Natale".
A questo proposito interviene anche il segretario regionale Uil-pa Lorenzo Schiavini: "Sono solidale con il personale della polizia penitenziaria". Sull'eventuale "mala gestio" la direttrice Romina Taiani, che dovrebbe essere sostituita dal 7 gennaio dal vicedirettore di Padova, che già dirige da settembre il carcere di Pordenone, si limita a dire: "Il focolaio è importante, ma la situazione è sotto controllo. Lavoriamo in stretta sinergia con la sanità penitenziaria e stiamo registrando le prime negativizzazioni con i detenuti positivi separati da quelli negativi".
di Lucia Cappelluzzo
bergamonews.it, 14 dicembre 2020
Alcuni detenuti della Casa circondariale bergamasca, hanno voluto condividere con Bergamonews i loro desideri per il Natale 2020.
Se torniamo con la mente alle feste dell'anno scorso, mai avremmo immaginato che solo dodici mesi dopo il Natale sarebbe stato pieno di paure, divieti, rinunce e distanze. E mai avremmo immaginato di rimpiangere le consuete tradizioni, sempre uguali anno dopo anno. Il 2020, più di tutto, ci ha insegnato a essere forti, resilienti e coraggiosi.
Abbiamo superato la più terribile delle tempeste e, nonostante le difficoltà e la tristezza nel cuore, riusciremo a sopravvivere e a rendere particolare un Natale più silenzioso, sottotono e meno gioioso. Speranze di un Natale diverso si insinuano anche negli animi forzatamente abituati a non credere nell'isola che non c'è. Gli animi di chi si trova dietro le alte sbarre del carcere di Bergamo. Alcuni detenuti della casa circondariale bergamasca, infatti, hanno concesso a loro stessi di credere in qualcosa, di provare a sognare mettendo nero su bianco desideri e speranze per il Natale 2020. E hanno voluto condividerli con Bergamonews.
"Un altro Natale, un altro anno che finisce, sto pensando a qualche buon proposito per un 2021 che sembra non arrivare più. La verità è che dopo tanti giorni di pensieri, brutte copie gettate nel cestino, devo fare pace con me stesso, mettendo a nudo la parte di me che in queste feste diventa sempre più fredda. Dopo cinque anni qui, il mio grande desiderio è che il prossimo anno sia davvero il mio buon anno nuovo, un anno di novità, ripresa e di un ritorno alla vita normale, alla possibilità di riscattarmi davanti a persone che credevano e che credono tutt'ora che io mi sia perso per strada", scrive un detenuto. Per qualcuno però è troppo difficile, doloroso, provare a sperare, convinto ormai che si tratti di utopia.
"Non ce la faccio, mi dispiace. É il secondo anno di fila che passo il Natale qui, purtroppo. Posso solo dire che in questo momento sono nel letto e penso a un sacco di cose della mia vita".
Nel buio più profondo e nell'avvicinarsi del momento più carico di nostalgia dell'anno, le persone incarcerate a Bergamo si preparano al Natale peggiore, consapevoli che, per colpa del Covid, non potranno nemmeno ricevere le visite di parenti e amici. Allora si aggrappano al ricordo di persone care e di quelle anime rare che le hanno aiutate a sopravvivere a tutto questo.
Primo fra tutti, don Fausto Resmini, il sacerdote dei poveri e cappellano del carcere stroncato dal Coronavirus, che è stato sempre molto vicino alla quotidianità dei detenuti.
"Questo Natale sono triste. Sento una strana sensazione, perché il Natale mi fa ricordare il mio amico Don Fausto, portato via dal Covid. Penso a lui e a quanto di buono ha fatto per me".
Su tutto, ovviamente, è il desiderio di libertà a emergere tra le righe di fogli scritti con cura nei momenti più bui della mente di un detenuto che deve affrontare ogni giorno i fantasmi di affetti abbandonati, di pentimenti e di strazianti strappi nella memoria, immaginando una vita che poteva essere, se solo quel giorno non fosse andato come è andato o se qualcuno fosse intervenuto per arrestare un ciclo senza fine di scelte sbagliate e deviate.
"Ho sempre desiderato una casa mia dove avrei potuto aspettare che ritornassero da scuola i miei bambini, che avrebbero riempito l'ambiente con la loro gioia e il loro disordine. E questo è il mio grande desiderio per questo Natale: tornare in quella casa e rivedere i miei figli. In questo momento sto male a causa della nostalgia per i miei affetti, famigliari, parenti, amici e persone care. Non c'è un attimo del giorno e della notte che io non pensi a loro, e poi ci sono i ricordi che mi causano un dolore immenso".
Desiderio di poter finire la pena e di poter finalmente tornare a casa dai propri famigliari, con la promessa solenne che mai più ricadranno nel baratro, perché ora hanno davvero capito cosa hanno perso. "Esistono cose nella vita per cui vale la pena di lottare sino alla fine. I miei figli. Tornerò da loro e, un giorno, spero tanto presto, potrò finalmente mangiare di nuovo a tavola con loro. Mi mancano terribilmente. E il mio unico desiderio sono loro".
di Luisa Bove
chiesadimilano.it, 14 dicembre 2020
Diocesi e Caritas hanno messo a disposizione appartamenti per scontare la pena sul territorio, dopo che il rischio contagio aveva fatto sospendere gli incontri con i familiari. Limitati anche gli accessi ai volontari, "ma grazie a loro è la società a entrare in carcere", rileva Ileana Montagnini, responsabile Area carcere e giustizia di Caritas ambrosiana.
Fin dai primi mesi dell'emergenza Covid, in breve tempo Diocesi di Milano e Caritas ambrosiana hanno messo a disposizione 30 posti letto per ospitare detenuti di San Vittore, Bollate, Opera, Lecco, Varese e Busto Arsizio, che ora finiscono di scontare la loro pena sul territorio.
La situazione era già insostenibile prima della pandemia, perché a fine gennaio nelle regioni italiane, in particolare quelle col maggior numero di istituti di pena come la Lombardia, si registrava un sovraffollamento nelle carceri circa del 130%.
"Il rischio contagio ha fatto mettere in atto misure molto pesanti, soprattutto la limitazione, se non la sospensione dei colloqui con i familiari per motivi di sicurezza sanitaria - spiega Ileana Montagnini, responsabile Area carcere e giustizia di Caritas ambrosiana e presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia della Lombardia. Questo ha innescato una serie di
rivolte che ha coinvolto anche San Vittore. Poi la situazione si è evoluta in più sensi".
In che senso?
Da una parte, grazie anche alle sollecitazioni del mondo del volontariato, sono state attuate misure per colloqui a distanza con l'utilizzo di nuove tecnologie e incrementati i contatti telefonici. Le circolari ci sono e auspicano l'utilizzo di Skype in ogni istituto; purtroppo, però, non tutti sono riusciti ad attrezzarsi nell'immediato. Dall'altra, il Prap (Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria) di Milano e il Tribunale di sorveglianza hanno subito cercato nel privato sociale la possibilità di far uscire dal carcere quelle persone che, in termini di legge e grazie anche all'introduzione di norme legislative recenti, potevano ottenere la misura alternativa, avendo un residuo penale dai 18 ai 36 mesi.
Quindi sono state trovate soluzioni concrete?
Questo sì, ma il problema è sociale. Quello che ripetiamo da anni è che ci sono persone che non riescono a far valere i propri diritti, non per ragioni giuridiche, ma perché non hanno un'abitazione dove poter scontare la detenzione domiciliare o l'affidamento provvisorio. Mesi fa Tribunale e Prap erano ben disposti, quindi la Caritas ambrosiana è stata interpellata sull'urgenza di reperimento alloggi. Noi sappiamo che in Lombardia ci sono catene virtuose di associazioni che insieme partecipano a bandi regionali, ma poi la tempistica e l'iter burocratico rallentano l'avvio dei progetti e la possibilità di accogliere le persone in uscita, nonostante la disponibilità immediata delle associazioni.
Quindi è intervenuta la Caritas ambrosiana...
Esatto. Non per sostituirci alla rete virtuosa che esiste e ai doveri delle istituzioni, ma per la particolare emergenza. Abbiamo dato la disponibilità di 30 posti suddivisi tra appartamenti nella zona del Milanese, altri nel Varesotto e una struttura più grande a Lecco, Villa Aldè, che ha potuto accogliere fino a 20 persone. A marzo avevamo chiesto di segnalarci gli ospiti, quindi abbiamo allestito rapidamente appartamenti e comunità e in aprile abbiamo avviato le prime accoglienze, tuttora in corso, perché le persone non hanno concluso il percorso penale in pochi mesi. Il nostro intervento è stato urgente anche perché la Regione Lombardia si era rifiutata di mettere a bando una somma cospicua di denaro (900 mila euro) messa a disposizione da Cassa ammende per le misure alternative. Questo rifiuto ha ulteriormente rallentato la possibilità di costruire progetti, poi avvenuta attraverso il Prap lombardo, e a oggi, dicembre 2020, il progetto non è ancora partito.
In tutto questo anche il mondo del volontariato penitenziario ne ha risentito?
Moltissimo, perché l'articolo 17 dell'Ordinamento penitenziario prevede che la società civile, composta quasi esclusivamente da persone volontarie, entri negli istituti penali. Inizialmente i volontari non hanno potuto entrare per ragioni di sicurezza sanitaria e questo ha comportato una sospensione di tutte le attività, alcune addirittura paragonabili alla scuola, perché neppure i docenti hanno potuto proseguire con le lezioni. Bloccare il contatto con la società esterna significa non garantire quel fondamentale principio costituzionale che è la rieducazione. Nei mesi estivi c'era stata una ripresa, ma in ottobre è scattato un ulteriore blocco. Come Caritas ambrosiana e come Conferenza regionale volontariato giustizia diciamo: attenzione che non si instauri un meccanismo di ritorno alla poca attività, ai pochi volontari, agli orari e alle persone contingentate. I volontari devono entrare perché è la società che entra nel carcere. Benissimo tutte le precauzioni (mascherina, distanza...), anche perché nella seconda ondata il carcere è stato colpito ancora di più, con decessi anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, e questo è grave e dolorosissimo, però dobbiamo trovare una soluzione. Le tecnologie ci vengono incontro, quindi come i nostri figli hanno fatto scuola a distanza, anche i detenuti devono poterlo fare.
Il Gazzettino, 14 dicembre 2020
Prima vittima del Covid-19 in un carcere del Friuli Venezia Giulia. Nel reparto di Terapia intensiva dell'ospedale di Cattinara, a Trieste, venerdì è morto Mario Coco Trovato, 71 anni, fratello minore del boss della ndrangheta Franco Coco Trovato, di cui era diventato l'erede dopo la sua cattura e la condanna all'ergastolo.
Il 71enne era in regime di 41bis a Tolmezzo. Si era contagiato a fine novembre, quando nella struttura di massima sicurezza è entrato il virus. Inizialmente aveva colpito 118 su 200 detenuti. Dopo un picco di 155 malati, fra cui molti erano asintomatici, adesso la situazione comincia a migliorare. I negativi la scorsa settimana sono saliti a 147 e oggi probabilmente la direttrice Irene Iannucci riceverà l'esito dei tamponi effettuati nella giornata di venerdì. I positivi dovrebbe essere rimasti circa una ventina.
Per Trovato - come per altri quattro detenuti che stanno scontando pena a Tolmezzo - si era reso necessario il ricovero in ospedale. Il 24 novembre era stato accolto in pronto soccorso a Tolmezzo, l'indomani a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni, era stato trasferito a Trieste. Altri due detenuti sono stati invece trasportati a Verona. Dei cinque accolti in ospedale perché avevano contratto la polmonite o avevano difficoltà respiratorie, due sono stati dimessi e sono tornati nella struttura carceraria tolmezzina.
Trovato doveva scontare una pena a definitiva a 15 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso (era stato arrestato nell'aprile 2014 nell'ambito dell'inchiesta Metastasi in Lombardia, dove il boss operava a Lecco). Aveva preso il posto del fratello ormai confinato al 41bis, si era reso protagonista di estorsioni e spedizioni punitive, aveva tessuto alleanze con altri esponenti della criminalità organizzata e attraverso uomini di fiducia si era infiltrato nel municipio di Lecco. Il 71enne era in buone condizioni di salute. Era uno sportivo e in carcere a Tolmezzo si alzava sempre presto al mattino per fare attività fisica. Subito dopo il contagio, le sue condizioni si sono aggravate rendendo necessario il ricovero in ospedale.
Nelle strutture carcerarie da marzo si presta molta attenzione per evitare i contagi. Ma i detenuti usano le stesse docce, dormono in cella spesso sovraffollate e mantenere le distanze diventa impossibile. A Pordenone e a Udine, nonostante si tratti di case circondariali vecchie e con spazi limitati, non ci sono state criticità.
A Tolmezzo, dove i contagi hanno interessato anche una trentina di persone tra il personale dell'amministrazione penitenziaria, la situazione sta rientrando. A Trieste, nel Coroneo, ha contratto il Coronavirus circa un centinaio di persone tra detenuti e guardie penitenziarie. Sul caso di Tolmezzo era stata inviata da parte di un legale del Foro di Udine una lettera al ministero della Giustizia, al ministero della Salute, al Dap e al Garante nazionale delle persone private della libertà. Si puntava il dito contro la gestione medica all'interno della struttura in merito al ritardo con cui sono stati sottoposti ai tamponi quei detenuti che avevano i sintomi del Covid: febbre, tosse, raffreddore, mal di testa. Questo avrebbe messo a rischio tutti quegli utenti - avvocati, insegnanti e gli stessi operatori penitenziari - che per ragioni di lavoro accedono al carcere.
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