di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 14 dicembre 2020
Pensieri e memorie del capo del curdo-turco ingiustamente prigioniero nell'isola di Imrali, pubblicati in Italia. Paolo Pietroni, uno dei più grandi giornalisti che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita, un vero genio dell'informazione combinata tra scritto e immagine, mi attribuisce un merito non so quanto meritato: di saper leggere i volti degli altri, di distinguere insomma tra una persona vera e un cialtrone.
Sandro Pertini, indimenticabile presidente della Repubblica, che conoscevo da quando ero un ragazzo, mi confidava che non bisogna mai sottovalutare chi scrive dall'interno di un carcere, dove è rinchiuso per aver difeso la libertà propria e quella del suo popolo. Due pensieri fulminanti che mi hanno accompagnato mentre ricevevo, pochi giorni fa, il più gradito regalo natalizio. Un pacco, "ovviamente di libri", come mi ha detto sorridendo il portiere di casa.
Dentro il pacco le opere scritte da uno dei detenuti che rispetto e considero una vittima ingiustamente detenuta: il fondatore curdo-turco del gruppo Pkk Abdullah Ocalan, che dal 1999 è recluso superblindato sull'isola di Imrali, nel mar di Marmara. Prima condannato a morte, e poi con la sentenza tramutata in ergastolo. Mi hanno mandato, e ringrazio le "edizioni punto rosso", quattro dei suoi libri, il primo scritto quando era in libertà, gli altri scritti in carcere. libri che rivelano la profondità culturale e umana di un uomo verticale, una bella faccia come la descriverei a paolo pietroni. Lo so perché l'eroe curdo-turco Abdullah Ocalan l'ho incontrato, intervistato, osservato a lungo, quando era profugo in Libano, protetto dagli uomini della sicurezza siriana.
Uno degli incontri più vivi nella mia mente. tutto era cominciato a Beirut, in un negozio di souvenir, quando andai a comprare un pensierino natalizio. spiegai al venditore, curdo, che ero un giornalista e avrei voluto incontrare Ocalan. mi regalò il pensierino che volevo acquistare. mi chiese in che albergo ero sceso. "avrà nostre notizie". dopo un paio di giorni mi contattarono e ricevetti le istruzioni per arrivare a Zahle, nella valle della Bekaa. Vi furono alcune cose strane, nel distretto di Barelias, con passaggi da un edificio all'altro, fino a quando, accompagnato da un giornalista di Istanbul, che faceva la spola tra il presidente Turgut Ozal, uno dei più grandi leader turchi, e Ocalan, per cercare assieme una via pacifica per uscire da una guerra. alla fine, dopo essere stato bendato, mi portarono a casa di Ocalan.
Non so come, ma mi risultò subito simpatico l'uomo che, invece di riceverci (conosceva ovviamente il mio accompagnatore), era inginocchiato per terra e trafficava con la manopola di una vecchia radio. Bofonchiò poche parole, "dica al nostro amico di aspettare cinque minuti. Sta finendo la partita e forse riusciremo a vincerla". Il collega turco sorrise e poi, guardandomi, scoppiò a ridere. "Non ci crederai, ma lui è un fan forsennato del Galatasaray".
Io, sempre più sconcertato: "vuoi dire la squadra di calcio dei militari, dell'establishment, di tutti coloro che pensano che Ocalan sia un terrorista?" "Si, se ami il calcio puoi capire". Il "leader terrorista", soltanto per i turchi più creduloni e nazionalisti, si alzò sorridendo e mi tese la mano, quasi raggiante: "Grazie di essere venuto a trovarmi. Abbiamo vinto e ora sono felice. possiamo cominciare l'intervista". Trascorremmo quasi due ore a parlare di tutto: della Turchia, del Medio Oriente, dell'ignorata promessa di avere finalmente uno stato curdo, dell'assassinio di Olaf Palme, delle responsabilità degli Usa. Rispondeva direttamente alle domande, guardandomi dritto negli occhi.
Visto che era di ottimo umore per la vittoria del Galatasaray, tornai sull'argomento calcistico. mi disse, spalancando gli occhi: "Come sta il grandissimo Paolo Rossi?" per nulla sorpreso, perché Pablito era una divinità, risposi "Mi risulta che stia benissimo". Eravamo negli anni 90. ho pensato a Ocalan, detto Apo, quando ho ascoltato la notizia della morte del Campione del mondo. Chissà se lo avrà saputo anche Apo, nel carcere di Imrali. Se l'ha saputo sono certo che sarà tristissimo, come tutti noi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 dicembre 2020
Ammanettato a terra e trascinato a bordo dell'auto dopo essere stato picchiato. Il video del nuovo arresto di Aytaç Ünsal, l'avvocato turco scarcerato temporaneamente dopo un digiuno lungo 217 giorni di sciopero della fame, è stato diffuso in rete dai quotidiani turchi. Uno spezzone lungo poco meno di 2 minuti, nel quale vengono ripresi tre uomini, stesi atterra e ammanettati e portati via dalla polizia.
Tra questi anche l'avvocato per i diritti umani, che nei mesi scorsi aveva avviato uno sciopero della fame come forma di protesta per ottenere un processo equo, assieme alla collega Ebru Timtik, morta a causa del lungo digiuno, durato, nel suo caso, oltre 230 giorni. Ünsal, praticamente incapace di muoversi a causa dei danni alle terminazioni nervose provocati dal lungo digiuno, vieni trascinato fino all'auto. Sul suo volto sono evidenti i segni delle percosse, documentati da una foto diffusa dal Peoplès Law Office.
L'accusa lanciata dal ministro dell'Interno Suleyman Solyu, lo stesso che aveva minacciato di far arrestare chiunque esponesse la foto di Ebru dopo la sua morte, è quella di aver tentato la fuga, per sottrarsi alla giustizia turca. Un'accusa respinta con fermezza dal Peoplès Law Office.
Prima di essere scarcerato dalla Suprema Corte a causa del deteriorarsi delle sue condizioni di salute, Ünsal era in prigione dal 12 settembre 2018, con l'accusa di far parte del Fronte dell'Esercito di liberazione popolare rivoluzionario, il Dhkp, riconosciuto come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'Ue. È stato accusato di "aver comunicato i messaggi dell'organizzazione ai membri catturati e di agire come corriere" e condannato a 10 anni e sei mesi da un tribunale di Istanbul il 20 marzo 2017. Il caso si basava sulla testimonianza di un testimone anonimo che è stato utilizzato dall'accusa in diversi casi, senza possibilità di contraddittorio.
Il Peoplès Law Office, in una nota, ha dichiarato che il corpo dell'avvocato turco era pieno lividi e segni delle percosse, denunciando inoltre che non gli sono state fornite le medicine necessarie. L'arresto, hanno aggiunto, è completamente contrario alla decisione della Corte Suprema, in quanto non si è ancora ripreso dallo sciopero della fame. "L'arresto di Aytaç Ünsal è illegale, poiché le cure continuano", hanno sottolineato. Inoltre non ci sarebbe stato alcun ordine da parte del Tribunale. Il governo turco è stato accusato di intimidazioni agli avvocati che rappresentano clienti associati a gruppi dissidenti. A settembre, i relatori dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa hanno espresso preoccupazione per la situazione degli avvocati in Turchia dopo quella che hanno definito "una serie di sviluppi preoccupanti".
"Gli avvocati non dovrebbero essere criminalizzati per aver esercitato la loro professione o condannati con accuse dubbie", hanno detto Alexandra Louis, relatrice generale dell'Assemblea, e Thomas Hammarberg e John Howell, i due co- relatori per il monitoraggio della Turchia. In un rapporto del 2018, l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha evidenziato "un modello di persecuzione degli avvocati che rappresentano individui accusati di reati di terrorismo, essendo associati alla causa dei loro clienti (o presunta causa) durante lo svolgimento delle loro funzioni e conseguentemente perseguiti per lo stesso reato o per il correlato attribuito al proprio cliente".
di Guido Olimpio
Coriere della Sera, 14 dicembre 2020
L'oppositore era in esilio a Parigi: cosa lo ha portato in Iraq, dove è stato preso? Forse un tentativo di "barattarlo" con due francesi. O una donna con una promessa ingannevole.
Il dramma di Ruhollah Zam, giustiziato dal regime iraniano, ha avuto contorni piuttosto misteriosi. In particolare su come sia stato arrestato. L'oppositore viveva in Francia con la moglie, sapeva dei pericoli eppure è partito per l'Iraq, dove è stato rapito dai servizi e trasferito poi in Iran. Una ricostruzione sostiene che sarebbe stato convinto a compiere il viaggio da una donna, una persona che conosceva da circa due anni. L'11 ottobre 2019 arriva ad Amman in Giordania e qui è lei a dirle che è necessario spostarsi a Bagdad, uno spostamento in vista di un incontro importante. È sempre la donna a raccontargli che l'ayatollah Sistani, figura carismatica del mondo sciita e spesso in contrasto con i mullah di Teheran, è pronto a riceverlo. Forse è disposto a finanziare il movimento di Zam. E così il dissidente accetta, ma finirà nell'imboscata tesa da un'unità speciale dei pasdaran. L'entourage di Sistani ha smentito questa tesi, così come le autorità curde di Erbil, che - secondo alcune informazioni apparse sui media - sarebbe stata usata come base d'appoggio dal commando di sequestratori.
Un'altra ipotesi ha suggerito, all'epoca, un tentativo di baratto. L'esule sarebbe stato venduto dai francesi nella speranza di ottenere il rilascio di due accademici detenuti in una prigione dell'Iran. Ma lo scambio non è poi avvenuto e questa versione è finita nella "nebbia" che nasconde la verità. Nessuno può dire quanto sia fondata, magari è un depistaggio oppure no. Gli apparati di sicurezza khomeinisti esulteranno per il successo. In un comunicato parleranno di una "trappola" ben organizzata, "professionale ed elaborata", condotta con "metodi moderni e tattiche astute". Zam non è certo il primo attivista ad essere rimasto vittima di operazioni condotte all'estero dai guardiani della rivoluzione.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 dicembre 2020
Nella notte, a Palazzo Madama, si chiude la maratona delle commissioni Bilancio e Finanze sui decreti Ristori che contengono anche le nuove regole per alleggerire il peso dei detenuti nelle prigioni. Il dem Mirabelli ottiene che vada fuori fino al 31 gennaio chi ha già permessi premio e lavoro esterno. A Milano e Santa Maria Capua Vetere muoiono per il virus due agenti penitenziari.
adnkronos.com, 13 dicembre 2020
"Sono al 32mo giorno di sciopero della fame e ho perso 9,4 chili". Lo ha detto all'Adnkronos Rita Bernardini, storica leader dei Radicali, da un mese in sciopero della fame contro il sovraffollamento nelle carceri, reso ancora più drammatico dall'emergenza Covid. "A metà dello sciopero ho avuto un colpo della strega e una infezione in bocca. Diciamo che tutto sommato sto abbastanza bene".
ottopagine.it, 13 dicembre 2020
L'allarme dei sindacati della Polizia penitenziaria. Un altro poliziotto morto per il Coronavirus riaccende la preoccupazione sul contagio nelle carceri. Con i Verdi che si uniscono allo sciopero della fame di Rita Bernardini, in corso da 32 giorni, e a cui a staffetta hanno aderito 3mila persone, per chiedere misure urgenti per ridurre il sovraffollamento.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 13 dicembre 2020
Parla Giuseppe Centomani: "Le carceri, quali che siano, sono contesti pericolosi per i processi di costruzione identitaria degli adolescenti. L'esperienza della prisonizzazione è una delle poche che sovrasta la capacità di resilienza dei ragazzi e può segnare in maniera indelebile l'immagine personale". Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile di Campania, Toscana e Umbria, centra una delle questioni cruciali nel dibattito su giustizia minorile, recupero dei giovani a rischio e prevenzione della devianza minorile.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 dicembre 2020
La singolare coincidenza con la convocazione, giusto martedì 15, per l'avvio del processo telematico. Queste presenze potrebbero danneggiare il penalista favorito, Giorgio Fidelbo, e favorire i tre candidati civilisti Amendola, Sangiorgio e Salvato. Incombe il virus.
Ma i giudici della Cassazione perdono l'occasione del voto online per scegliere tra di loro la toga da mandare alla Consulta. E come non bastasse i vertici della Suprema corte convocano tutti i colleghi civilisti proprio per il 15 dicembre, in contemporanea con le giornate del voto, per dare il via al processo telematico. Occasione ghiotta, i supremi giudici civili si pigliano il token, ma votano anche, magari privilegiando i colleghi civilisti ai danni dell'unico candidato penalista. Ovviamente votano anche i giudici del penale in un grande happening a dispetto del Covid.
La storia che stiamo per raccontarvi fa parte del capitolo "i paradossi della giustizia al tempo del Coronavirus". Quando il fantasma della pandemia, ormai da mesi, ossessiona anche le toghe che si battono per fare i processi da remoto, tutti collegati in video, anche gli imputati. Mentre gli avvocati, per tutta risposta, fanno i pazzi e vogliono stare in aula. Ma dove si annida, stavolta, il clamoroso paradosso?
Ecco qua la storia. Accade in Cassazione. Sì, proprio nella culla del diritto, l'ultimo gradino dei processi prima della sentenza definitiva. Succede nel palazzo in pieno stile umbertino dove lavorano i giudici più anziani in carriera, e quindi c'è da presupporre anche i più autorevoli. Tant'è che, proprio tra di loro, vengono scelti ben tre dei 15 giudici che entrano a far parte del parterre della Corte costituzionale. E adesso, dopo la scadenza del mandato di Mario Rosario Morelli, per tre mesi presidente della Corte, la stessa Corte deve scegliere un successore. Che andrà ad aggiungersi agli altri due cassazionisti, Giovanni Amoroso, eletto nel 2017, e Stefano Petitti un anno fa.
Ovviamente parliamo di una scadenza senza sorprese, nota da sempre, perché ogni giudici costituzionale dura in carica nove anni e quindi si sa quando tornerà a casa nel momento stesso in cui viene eletto dal Parlamento, scelto dal presidente della Repubblica, oppure votato dai colleghi della Cassazione, del Consiglio di Stato, della Corte dei conti.
Ed è noto anche che c'è il Covid. Tant'è che l'Anm ha fissato con cinque mesi di anticipo il voto online per oltre 9mila magistrati. Ma la Cassazione, che ne deve portare al voto oltre 300, non lo ha fatto. Che succede allora tra martedì 15 e mercoledì 16? Toghe che superano quasi tutte i 60 anni di età sfideranno il Covid e andranno a piazza Cavour. Perché due giorni dopo, a palazzo della Consulta, i 15 giudici al completo dovranno votare per il nuovo presidente. C'è giusto il tempo, per il nuovo giudice eletto, di salire al Quirinale.
Ma è proprio qui che Repubblica vi racconta la curiosa novità. Quello che abbiamo battezzato "il paradosso". Giusto martedì 16 verso la Cassazione ci sarà un afflusso straordinario di giudici civili. Mai visto prima, perché proprio le sentenze civili nella stragrande maggioranza dei casi si svolgono da remoto e con modalità cartolari, quindi è raro di questi tempi che proprio questa categoria di giudici frequenti piazza Cavour.
Invece saranno costretti a esserci proprio martedì 15 e mercoledì 16 quando, nell'aula Berni Canani, sita al piano terra del palazzaccio, si svolgeranno le procedure per la consegna del token crittografico per il processo civile telematico nonché le procedure di registrazione, come recita una mail inviata a tutti, che singolarmente produce un elenco a partire dal nome di battesimo anziché, come sarebbe più logico, dal cognome. Segno, evidentemente, di una decisione assunta in tutta fretta dal procuratore generale della Cassazione Pietro Curzio.
Che succederà dunque martedì? È ovvio che i giudici civili convocati in massa proprio quel giorno sfrutteranno l'occasione anche per andare a votare uno dei quattro colleghi che corrono per la Corte costituzionale. Tra i quali c'è un solo penalista - Giorgio Fidelbo, considerato un fine giurista, vice capo del Massimario della Cassazione, autore anche della sentenza su Mafia capitale - considerato dai più il favorito per la Consulta proprio per il suo background giuridico. Ma ci sono anche i tre civilisti, l'avvocato generale Luigi Salvato, nella task force del procuratore generale Giovanni Salvi che ha condotto le indagini disciplinari sui colleghi coinvolti nel caso Palamara, e le colleghe Adelaide Amendola e Maria Rosaria Sangiorgio, quest'ultima al Csm per Unicost nella consiliatura 2014-2018, quando il capogruppo era proprio Luca Palamara.
Basta avere un po' di esperienza di come funzionano le elezioni per la Consulta in Cassazione per sapere che i giudici del settore penale tendono a votare per un loro collega e i civilisti fanno altrettanto. È vero altresì che i penalisti, costretti ad udienze in presenza, frequentano di più il palazzo. Ma nel nostro caso siamo di fronte a una vera e propria convocazione nominativa di tutti i civilisti che, dovendo prendere il token, ma anche votare, faranno tutto martedì 15. Quando, in barba alle paure per il Covid, la Cassazione di solito deserta improvvisamente si ripopolerà.
A questo punto una domanda sorge spontanea: perché non ci si è organizzati per votare online? Ad esempio con la società Eligo cui si rivolge l'Anm che pure "abita" al sesto piano del medesimo palazzo e che con quella società sabato 5 dicembre ha eletto il neo presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, anche lui giudice della Cassazione? Sarebbe stato facile, ma ovviamente avrebbe dovuto esserci una legge, quantomeno un decreto legge, a stabilirlo e quindi a consentire la scelta. E i contenitori giuridici per farlo c'erano, da ultimo i due decreti legge Ristori che già contengono capitoli ad hoc sulla giustizia al tempo del Covid. Forse non ci si è pensato in tempo. Oppure non ci si è pensato proprio. Anche se corre l'indiscrezione che un estremo tentativo per pubblicizzare i nomi dei candidati, ad esempio sulla home della Cassazione, si sia infranto sulla inevitabile constatazione che, al di là dei candidati, tutti possono votare per tutti, anche per i giudici ormai in pensione.
di Fabio Amendolara
La Verità, 13 dicembre 2020
In arrivo un secondo svuota-carceri infilato nel dl Ristori. Esteso fino al 31 gennaio il permesso premio per i condannati con pena residua massima di 18 mesi. Il nuovo svuota-carceri temporaneo pensato dal governo giallorosso per contrastare l'emergenza Covid estende fino al 31 gennaio il permesso premio per i detenuti con una pena residua massima di 18 mesi. Si tratta, stando alle stime del ministero della Giustizia, di 3.00o detenuti a fine pena e di 2.000 che già escono dal carcere (per rientrarvi la sera) in quanto hanno ottenuto misure di semilibertà.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 13 dicembre 2020
La Corte di Cassazione è stata molto chiara, anzi, aspra, con la Procura generale di Palermo che aveva presentato un ricorso contro Mannino senza capo né coda. Ha chiesto: ma se non avete in mano niente, perché avete fatto ricorso? Mannino è stato perseguitato dai Pm siciliani per circa 25 anni. Accusato di aver trescato con la mafia. Indizi zero, prove sottozero, fatti nessuno. Ora finalmente è fuori. Altri sono ancora dentro, perché c'è un gruppetto di Pm ossessionato dal sospetto che ci fu una trattativa fra stato e mafia, e che non molla.
Sebbene ormai siano una decina le Corti che, in svariati processi, hanno detto che questa trattativa non ci fu, che Mannino è innocente, che è innocente il generale Mori, che è innocente Nicola Mancino, che è innocente il professor Conso che la congettura di Ingroia e Di Matteo è nient'altro che pura e inconsistente congettura. Nulla da fare, loro insistono. E fanno strame della verità storica, dei fatti, e soprattutto delle persone. Purtroppo non c'è nessuno in grado di fermarli. L'indipendenza della magistratura è diventata un "Moloch" che non ha più niente a che fare con i valori legati all'idea dell'indipendenza di giudizio: si è trasformata in un privilegio degenerato, che produce una somma inaudita di potere incontrollato e del tutto incontrollabile.
Pura sopraffazione. Che corrompe lo stato di diritto. Un gruppo di Pm può tenere in pugno la vita delle persone - e anche dello Stato - per anni e anni, senza che nessuno possa muovere un dito per ristabilire la giustizia. E se poi viene sconfitto, comunque non avrà una frenata di carriera, ma probabilmente nuove promozioni. Oggi festeggiamo l'assoluzione di un servitore dello Stato e di un politico che ha sempre combattuto la mafia, come Calogero Mannino. Però ci chiediamo: usque tandem? Fino a quando la magistratura terrà in ostaggio e torturerà la giustizia?
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