di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 26 novembre 2020
Ahmadreza Djalali è in carcere in Iran da oltre tre anni, condannato a morte per spionaggio in un processo senza testimoni e senza prove, e ora rischia di essere giustiziato. Ieri sua moglie Vida Mehrannia, che vive in Europa con i loro due figli, ha ricevuto la telefonata del marito dal carcere di Evin, a nord di Teheran: le annunciava che l'avrebbero trasferito in isolamento e che la sentenza di morte potrebbe essere eseguita a breve, che quella avrebbe potuto essere la sua ultima telefonata.
Djalali è un ricercatore iraniano esperto di medicina dei disastri e assistenza umanitaria, ha lavorato anche all'università del Piemonte Orientale di Novara, ha doppia cittadinanza iraniana e svedese: nel 2016 fu arrestato in Iran dove era tornato per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz.
Amnesty International parla di "accuse infondate" nei suoi confronti e di un processo senza garanzie di difesa. "Le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui "confessava" di essere una spia per conto di un "governo ostile". Quando ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi". Domani l'organizzazione ha indetto un presidio a Novara alle 18 per chiede il rilascio di Djalali.
Nei mesi scorsi la moglie Vida aveva chiesto aiuto anche alle autorità italiane attraverso Repubblica: "L'Italia faccia il possibile per far tornare a casa Ahmadreza, che è innocente, è ostaggio di uno scambio politico ed economico, non ha fatto nulla". Il 18 dicembre scorso 134 premi Nobel scrissero un appello alla guida suprema Ali Khamenei per la liberazione di Djalali.
Con uno scambio di prigionieri invece è stata liberata Kylie Moore-Gilbert, un'accademica britannico-australiana detenuta in Iran da due anni e condannata a 10 anni per spionaggio.
La notizia dello scambio è stata data da un sito di notizie vicino alla tv di stato iraniana: l'emittente Irib ha poi rilasciato le prime immagini della donna dopo la sua liberazione. Nel video si vedono anche i tre uomini iraniani che sono stati liberati in cambio del rilascio di Moore-Gilbert: sono avvolti nella bandiera iraniana e uno di loro è sulla sedia a rotelle.
I comunicati ufficiali dicono che i tre uomini sono imprenditori, e che erano detenuti a Bangkok, la capitale della Tailandia. Su alcuni canali Telegram legati alle Irgc, i guardiani della rivoluzione, il corpo militare conosciuto come Pasdaran, è apparsa la notizia che due dei tre prigionieri sarebbero Saeed Moradi e Mohammad Khazaei, che erano stati condannati in Tailandia nel 2012 per aver partecipato a un attentato contro l'ambasciatore israeliano a Bangkok. Moradi che all'epoca dell'attentato aveva 28 anni, perse le gambe con la detonazione di una bomba che aveva cercato di lanciare contro la polizia, ed era stato condannato a vita dal tribunale penale di Bangkok.
Negli ultimi anni l'Iran ha arrestato diversi stranieri o persone con doppio passaporto - Teheran non riconosce ai cittadini iraniani la doppia nazionalità - spesso condannabili per spionaggio ma diverse organizzazioni per i diritti umani accusano il regime di usare questa tattica per ottenere concessioni nei negoziati paralleli con i governi. Durante la tormentata detenzione, Moore-Gilbert aveva denunciato pressioni e maltrattamenti nei suoi confronti.
ansamed.info, 26 novembre 2020
Ong: "90 persone in carcere preventivo per reati opinione". In Algeria, un giornalista e un informatore algerini sono stati condannati in contumacia a un anno di reclusione e al pagamento di 550 mila dinari da un tribunale di Orano. Lo ha detto il loro difensore di fiducia, Farid Khemisti. Sad Boudour, giornalista e attivista della Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Laddh), e l'informatore Nourredine Tounsi, sono stati "condannati d'ufficio a una pena detentiva", ha detto l'avvocato sulla sua pagina Facebook, precisando che "considerando che si tratta di una sentenza in contumacia, gli imputati possono opporsi al verdetto pronunciato".
Boudour è accusato in particolare per "aver minato il morale dell'esercito con le sue pubblicazioni su Facebook", "attaccato l'integrità del territorio nazionale" e "invocato alla disobbedienza civile", mentre il suo coimputato è accusato di aver intrattenuto rapporti di "intelligence con agenti di una potenza straniera e di aver divulgato segreti aziendali", secondo media locali.
I due imputati non erano presenti nemmeno al processo che si è svolto lo scorso 27 ottobre, avendo il giudice rifiutato il trasferimento dal carcere di Tounsi, detenuto da settembre ad Orano, ha precisato il Comitato Nazionale per il rilascio dei detenuti (Cnld), un'associazione che sostiene i detenuti per reati di opinione.
L'accusa aveva chiesto nei loro confronti in quell'occasione due anni di carcere. Boudour è attualmente in stato di libertà dopo essere stato rilasciato nell'ottobre 2019 dopo aver scontato un periodo di detenzione preventiva, mentre Tounsi si trova in carcere dal settembre 2020. In un altro processo per diffamazione, Tounsi è stata condannato in contumacia a sei mesi di prigione, secondo la Cnld.
Le autorità algerine da mesi prendono di mira attivisti, oppositori politici, giornalisti e utenti di Internet, aumentando il numero di arresti, procedimenti giudiziari e condanne, al fine di impedire una ripresa dell'Hirak, il movimento di protesta anti-regime, "congelato" dalla crisi sanitaria. Secondo la Cnld, circa 90 persone sono attualmente incarcerate per fatti legati alle proteste popolari in Algeria, la maggior parte per aver postato su Facebook.
di Nicoletta Cottone
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2020
Fra i 53.723 detenuti, 809 hanno contratto il virus, 16 sono ricoverati in ospedale. E fra il personale ci sono 1.042 positivi, di cui 10 ricoverati. Cinque i morti della seconda ondata.
"Con il virus che sembra dilagare, chiediamo alla comunità scientifica e a chi di competenza di calcolare l'indice di contagio (Rt) in carcere. E si impongono ulteriori urgenti misure da parte del Governo, che muovano su tre principali linee: deflazionamento sensibile della densità detentiva; rafforzamento e supporto efficace della Polizia penitenziaria; potenziamento incisivo dei servizi sanitari nelle carceri". Queste le richieste della Uilpa Polizia penitenziaria, illustrate dal segretario generale Gennarino De Fazio, legate al balzo in avanti dei contagi da nuovo coronavirus nelle carceri del Paese. E anche se il contagio rallenta, non si ferma.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 25 novembre 2020
Sono più di 1.800 i contagiati, 800 tra i detenuti e 1.000 tra il personale, soprattutto tra gli agenti di Polizia penitenziaria. Il diritto alla vita e alla salute è calpestato colpevolmente.
Susciterebbe scandalo, non diciamo indignazione, se cominciassero a morire tanti detenuti quanti furono i decessi di ospiti delle Rsa nella prima ondata della pandemia? Probabilmente no: come sono stati archiviati come tossici i 13 morti dopo le proteste di marzo e come sono stati dimenticati gli anziani (erano vecchi! comunque), così cinicamente qualcuno direbbe, o penserebbe, che ci si è liberati di delinquenti.
di Beppe Battaglia
Ristretti Orizzonti, 25 novembre 2020
Due delle tante ambiguità che accompagnano il carcere: il 41bis e il... contagio criminale. Sul 41bis si è detto e si dice di tutto e di più. La cordata dei forcaioli di mestiere è sempre lì che si strappa le vesti giurando e spergiurando (il falso) che non si tratta di tortura e che, invece, esso serve ad interrompere la comunicazione tra il carcere e fuori dal carcere.
di Renato Luparini*
Il Dubbio, 25 novembre 2020
Reparti al collasso, soglia di sicurezza ampiamente superata, personale allo stremo, capienza oltre ogni limite. Il governo non può far finta di niente e su pressione dell'Europa dovrà prendere provvedimenti impopolari per evitare la catastrofe. Non sto parlando di ospedali, sto riferendomi alle carceri.
di Giampiero Di Santo
Italia Oggi, 25 novembre 2020
Il numero dei contagiati è molto più alto rispetto al picco registrato nella prima ondata della pandemia. La maggior parte dei penitenziari lamenta la mancanza di spazi appropriati per l'isolamento dei positivi e la scarsità di servizi sanitari e assistenza medica. È dilagante la diffusione dei contagi da Covid 19 nelle carceri italiane secondo Amnesty International Italia, che esprime la sua profonda preoccupazione per la mancata "riduzione consistente della presenza numerica di detenuti negli istituti".
Amnesty International cita gli ultimi dati del ministero della Giustizia, secondo i quali al 22 novembre scorso "erano 53 mila 723 le persone effettivamente presenti in carcere, a fronte di una capienza regolamentare di 50 mila 553 posti, ai quali vanno sottratti più di 3 mila posti non disponibili. Al 31 ottobre erano 33 i bambini con meno di tre anni presenti in carcere con le loro madri. La percentuale di affollamento è quindi ancora oggi superiore al 110% su scala nazionale, con picchi in alcuni istituti italiani di più del 170%.
Certo, a fine febbraio, quando l'epidemia era esplosa in tutta la sua virulenza, "il numero di persone detenute era ben superiore, con 61 mila 230 posti occupati", ma "si era avviata un'apprezzabile e doverosa tendenza al decongestionamento, con una diminuzione di 1.800 posti già alle soglie delle prime disposizioni adottate dal governo il 17 marzo, contenute nel decreto "Cura Italia", che aveva introdotto una serie di misure alternative al carcere che avevano permesso la riduzione di circa 4.500 presenze nel periodo dal 19 marzo al 16 aprile, in base ai dati raccolti dal rapporto di Antigone", sottolinea ancora Amnesty International Italia, che aggiunge: "Dal mese di luglio invece la popolazione carceraria è tornata a crescere, riducendo anche gli spazi per l'isolamento delle persone positive, a fronte di un aumento esponenziale dei contagi. Al 30 ottobre 2020 le presenze in carcere ammontavano a 54 mila 868 persone, 1.249 in più di fine luglio. E il nuovo Decreto Ristori approvato il 28 ottobre ha reintrodotto nuove misure per contenere i contagi nelle carceri sulla linea di quelle di marzo, ma con effetti più limitati e che hanno permesso ad oggi un calo di poco più di 1.100 presenze".
Numeri preoccupanti, che rendono ancora più grave l'aumento dei contagi "ormai riscontrato in più di 70 istituti penitenziari italiani. Al 22 novembre, il numero di detenute e detenuti positivi al Covid-19 era pari a 809 (di cui 27 sintomatici e 16 ospedalizzati), con già alcuni decessi registrati in varie regioni. Anche i contagi tra gli agenti e altri operatori penitenziari sono in continuo aumento, con 969 casi tra il personale della polizia penitenziaria e 73 tra il personale amministrativo e dirigenziale, secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia. In linea con l'andamento dei contagi generale, la regione Lombardia resta la più colpita a livello nazionale anche per quanto riguarda le carceri, con molte altre regioni in grande affanno". In tutto i contagi sono 1.851
Amnesty spiega che "nonostante solo alcuni istituti penitenziari rappresentino dei veri e propri focolai, il numero dei contagiati è molto più alto rispetto al picco registrato nella prima ondata della pandemia. Nel suo ultimo bollettino del 20 novembre, il Garante per i diritti dei detenuti ha segnalato che la maggior parte degli istituti lamentano la mancanza di spazi appropriati per l'isolamento delle persone detenute positive, in un contesto caratterizzato anche da scarsità di servizi sanitari e assistenza medica.
A questa situazione esplosiva si aggiunge poi l'isolamento prolungato delle persone detenute, aggravato dalla nuova sospensione delle visite esterne nelle carceri. Sulla base delle Faq del Governo infatti, nelle regioni rosse "gli spostamenti per fare visita alle persone detenute in carcere sono sempre vietati, non potendo ritenere che tali spostamenti siano giustificati da ragioni di necessità o da motivi di salute".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 novembre 2020
La mattina del 9 marzo scorso, quando il Paese stava chiudendo i battenti per la prima emergenza coronavirus e nelle carceri era già stata decisa la sospensione dei colloqui, radio e tv avevano dato la notizia di tre detenuti morti (alla fine saranno tredici) e due agenti sequestrati nei penitenziari di Modena e Pavia, mentre la rivolta montava altrove.
Ristretti Orizzonti, 25 novembre 2020
Il Coordinamento Rems/Dsm e l'Osservatorio sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari chiedono un piano per le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza.
"A nome della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, nominati dai comuni, dalle province e dalle regioni italiane, vi comunico la piena condivisione dell'appello da voi rivolto alle autorità nazionali competenti, al presidente della Conferenza delle regioni e al presidente dell'Anci". È questa la risposta del Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Stefano Anastasìa, all'appello lanciato dal "Coordinamento Rems/Dsm" e dall'"Osservatorio sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, sulle Rems, per la salute mentale".
I due coordinamenti di associazioni chiedono alle istituzioni: un piano di prevenzione per la gestione della pandemia da Covid-19; la rapida dimissione degli ospiti delle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), sulla base di progetti terapeutico-riabilitativi individuali (Ptri), mediante dispositivi urgenti adottati con udienze a distanza straordinarie; strumenti per l'effettuazione regolare di videochiamate, telefonate e altre forme di comunicazione nel caso in cui, per le misure anti Covid, siano sospese o ridotte le visite; che siano garantite udienze a distanza e ridotti gli ingressi e il ricorso a misure detentive provvisorie; la riduzione dell'affollamento negli istituti di pena; una dotazione di risorse e di personale straordinarie da utilizzare per la formazione-lavoro e la creazione di percorsi d'inclusione.
Il "Coordinamento Rems/Dsm" e l'"Osservatorio sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, sulle Rems, per la salute mentale" chiedono anche la riattivazione dell'organismo nazionale di monitoraggio sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).
"Per quanto ci riguarda - risponde il Portavoce della Conferenza dei garanti territoriali, Anastasìa - in questi mesi abbiamo indirizzato il nostro impegno sulle Rems esattamente nel senso da voi indicato , quanto alla adozione di piani di prevenzione e di protocolli per la gestione della pandemia da Covid-19, alla dimissione degli ospiti per i quali il Ptri avesse già individuato una valida alternativa di continuità terapeutica , alla riduzione degli ingressi ai casi strettamente necessari, alla garanzia di attività e contatti con l'esterno, anche attraverso adeguati strumenti di videocomunicazione. Sarà nostra cura - conclude Anastasìa - la sollecitazione delle autorità territoriali di riferimento a muoversi sollecitamente, laddove non lo abbiano già fatto, nella direzione da voi indicata e da noi convintamente condivisa".
di Maria Brucale*
Il Riformista, 25 novembre 2020
Accogliendo il reclamo di un detenuto al 41bis che voleva comprare riviste pornografiche, i giudici hanno definito la sessualità un diritto soggettivo assoluto. Eppure in carcere resta negato.
La sessualità è un diritto soggettivo assoluto. Si legge nella motivazione di un'ordinanza con la quale il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto il reclamo di un detenuto al 41bis, difeso dall'avo Lorenzo Tardella, teso ad ottenere il diritto ad acquistare riviste pornografiche.
Non si può ritenere che quanto richiesto rientri nel diritto all'informazione, né che attenga alla materia della ricezione della corrispondenza. È, invece - afferma il Collegio - relativo alla tutela della dignità del ristretto che non è mai comprimibile, della sessualità e del rispetto della propria vita privata e familiare di cui all'art. 8 Cedu.
E, ancora, "uno degli essenziali modi di espressione della persona umana". Va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e inquadrato "tra i diritti inviolabili della persona che l'art. 2 Cost. impone di garantire". D'altronde il regime del 41bis o.p. prevede che il c.d. "trattamento penitenziario ordinario" sia sospeso in ragione di pregnanti esigenze di sicurezza e che le limitazioni imposte ai reclusi siano tassative e strettamente correlate alla tutela dell'ordine pubblico dalla pervasività delle mafie o così, almeno, dovrebbe essere.
Nessun limite è previsto rispetto alle riviste pornografiche e allora non c'è ragione per negarle tanto più che qualunque scritto pervenga a un ristretto in regime di rigore viene sottoposto a censura prima di essere consegnato.
Ma nel provvedimento di favore - che peraltro è stato impugnato dall'autorità amministrativa che vuole negare anche il diritto alla fantasia ed è, pertanto, in attesa del vaglio della Cassazione - si coglie un aspetto davvero struggente e in patente distonia con il dettato costituzionale e con i diritti fondamentali. Si legge nell'ordinanza che la tutela di quel diritto fa sì che debba essere concesso al reclamante di acquistare le riviste a luci rosse perché possa vivere la sessualità sia pur astratta; la possibilità di visionare fotografie erotiche consentirebbe, secondo il tribunale, di migliorare la vita privata del "detenuto sottoposto al regime differenziato per il quale l'orizzonte espressivo della sfera sessuale si riduce ad una dimensione effimera e sublimata".
È sconcertante l'affermazione che esista un diritto assoluto e costituzionalmente garantito e, al contempo, che ci sia una tipologia di detenuti che non possono fruirne. La Costituzione non ammette che ci sia una carcerazione che estromette un ristretto dai diritti fondamentali. Ma a tranquillizzare su una censura di diseguaglianza c'è il dato che nessun detenuto vive in carcere la sessualità. È un diritto insopprimibile soppresso.
Strano, no? Eppure l'affettività intima è fuori dagli istituti di pena. È un beneficio per i pochi che dal carcere possono uscire a godere di un permesso premio, magari dopo molti anni di carcerazione. A volte mai. Il desiderio, la spinta naturale, l'istinto sono negati, spezzati, spenti. Il sesso fa parte dell'uomo, della sua essenza.
Trascende l'istintualità, è sostanza di uomo. Il carcere strappa all'uomo la sua individualità, comprime, forza, brutalizza la sua natura. La Corte Costituzionale già nel 1987, poi nel 2012, ha parlato di "una esigenza reale e fortemente avvertita" che "merita ogni attenzione da parte del legislatore". Il concetto è assai semplice. Se la pena mutila un diritto fondamentale della persona è inumana e degradante, non rieduca ma si limita a punire, non restituisce alla società ma annichilisce e spegne la linfa vitale di una persona.
Nel tentativo di riforma dell'ordinamento penitenziario sostanzialmente non andato a buon fine, le commissioni incaricate avevano steso le norme per attuare, finalmente, il diritto all'affettività immaginando locali adeguati nei quali permettere incontri privati e sottratti al controllo. Numerose le difficoltà (a chi riconoscere il diritto? Alle coppie di fatto, alle persone sposate, a chi può dimostrare, anche con scambi epistolari, una frequentazione stabile, ai legami omosessuali? Associarlo a un buon comportamento intramurario?
Come contenere il rischio che si consumino abusi?) e le resistenze riscontrate (l'opposizione dei sindacati di polizia penitenziaria che tuonavano "carceri come postriboli", un sentire comune che relega il sesso alla dimensione ludica e peccaminosa inconciliabile con l'istanza punitiva della reclusione) ma il limite insuperabile risiedeva nella formula contenuta in legge delega di invariabilità finanziaria che non consentiva neppure di immaginare la costruzione di spazi idonei a fare fruire di un diritto l'intera popolazione detenuta.
Il tema è oggi in commissione giustizia al Senato tradotto in una legge presentata dalla regione Toscana che tende a rafforzare il diritto all'affettività ipotizzando colloqui prolungati in apposite unità abitative dentro gli istituti penitenziari, le c.d. "stanze dell'amore". In un tempo in cui le carceri sono blindate, le attività trattamentali e formative sospese, gli affetti esclusi, sembra più che mai utopia.
Eppure ai nostri detenuti, che ormai da febbraio vivono una pena quanto mai afflittiva con le restrizioni della pandemia, nell'endemico e soffocante sovraffollamento, senza potersi proteggere da un virus che impone il distanziamento - mentre Rita Bernardini da110 novembre è in sciopero della fame invocando a gran voce un provvedimento di amnistia sorretta da un migliaio di persone tra liberi e ristretti - serve subito un segnale di speranza.
*Avvocato
- Il Dap avvia procedure anti-telefonini a tappeto nelle carceri di tutta Italia
- Vivere la speranza dell'Avvento nelle carceri
- La violenza maschile che cresce in pandemia
- La polizia a fianco delle donne, ma ora tocca alla comunità sostenere le vittime
- "Il Codice rosso funziona: le donne sono meno sole"










