di Mario Nasone*
strill.it, 27 novembre 2020
Il femminicidio avvenuto nel catanzarese, che segue a quello registrato a Montebello Ionico conferma proprio nella giornata dedicata alla riflessione su questo fenomeno quanto questa piaga vede ancora una sua grande incidenza nella società calabrese, da sempre ai primi posti di questa tragica graduatoria.
Il Consiglio regionale della Calabria uscente, su spinta del suo Presidente Nicola Irto, con l'attivazione dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere, ha avuto la possibilità per la prima volta di potere avere uno strumento di conoscenza nei vari aspetti che presenta la violenza sulle donne in Calabria, di potere avviare iniziative di sensibilizzazione e di formazione che hanno coinvolto forze dell'ordine, centri anti violenza, mondo della scuola, magistratura.
Un lavoro importante da continuare dalla prossima legislatura perché serve una attenzione politica verso un fenomeno che rappresenta dopo la ndrangheta, il fattore criminale più allarmante nella nostra regione che deve essere affrontato attraverso interventi non emergenziali ma strutturali. In particolare, l'approvazione di una legge regionale in grado di costruire un sistema di protezione delle donne vittime di violenza più organico, efficiente e capillare, attraverso adeguati stanziamenti nel bilancio regionale e con l'utilizzo di fondi comunitari, il rafforzamento della rete dei centri antiviolenza attivandoli in tutti gli ambiti territoriali inter-comunali attraverso la garanzia dell'accreditamento e di finanziamenti stabili; l'aumento della case rifugio secondo un criterio di densità di popolazione e di competenza dimostrabile con esperienza, l'attivazione in tutti i presidi ospedalieri dei percorsi rosa per le donne vittime di violenza con la formazione degli operatori congiunta in accordo con il dipartimento salute per l'attuazione delle linee guida aziendali come da decreto legge n° 24 pubblicato in G.U. il 30/01/2018 e la raccolta dati con i codici previsti per l'Istat, la previsioni di progetti d'intervento sui maltrattanti in particolare all'interno delle carceri e apertura in tutta la regione di Cam - Centri di assistenza maltrattanti, il potenziamento delle misure per garantire con tempestività il sostegno alloggiativo ed economico alle donne che denunciano e a quelle che escono dalla case di accoglienza per dare loro autonomia.
L'auspicio è di avere l'insediamento dell'Osservatorio regionale ad inizio legislatura prevedendo la nomina di soggetti esperti nel settore e disponibili ad un servizio gratuito e di potere contare su un potenziamento della sua azione di monitoraggio da realizzare in collaborazione con Giunta regionale, Istat, e Università della Calabria, una valorizzazione del progetto adotta la storia di una vittima di femminicidio che ha registrato larghe adesioni grazie anche alla collaborazione dell'ufficio scolastico regionale ed alle testimonianze di familiari di donne vittime di femminicidio. Servono ancora protocolli per il coordinamento degli interventi di tutti gli attori istituzionali e sociali garantendo un loro funzionamento effettivo e d in particolare che programmino l'attivazione di percorsi di formazione congiunta di tutta la rete istituzionale e sociale e progetti per i maltrattanti.
*Ex Coordinatore osservatorio regionale sulla violenza di genere
di Alessandro Mondo
La Stampa, 27 novembre 2020
"Dei 4.263 detenuti ospitati nei 13 Istituti penitenziari piemontesi i reclusi positivi al Covid al 24 novembre erano 42 in tutto: 40 gestiti all'interno del carcere e 2 ospedalizzati a Biella. Gli agenti e gli operatori penitenziari positivi erano, invece, 187. Numeri che inducono alla riflessione e preoccupano i detenuti e i loro parenti ma anche gli operatori". Lo ha dichiarato questa mattina il garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Bruno Mellano.
Dati condivisi - "Anche se la luce in fondo al tunnel dei contagi Covid-19 nel contesto penitenziario è ancora lontana - ha aggiunto - ora è almeno possibile ragionare su alcuni dati condivisi: il ministero della Giustizia ha reso finalmente pubblico, sul proprio sito Internet istituzionale, un dettagliato report settimanale per monitorare la pandemia negli Istituti penitenziari italiani, mentre il Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria piemontese ha attivato un monitoraggio quotidiano condiviso con le Istituzioni regionali e i sindacati di polizia penitenziaria".
L'appello - Osservando che l'assessore regionale alla Sicurezza "ha recentemente raccolto un rinnovato appello dei sindacati di polizia penitenziaria per l'inserimento degli agenti di polizia penitenziaria nella campagna di screening anti Covid prevista per le forze di polizia", Mellano ha concluso ricordando che "non si può non ricordare che la comunità penitenziaria è una sola ed è costituita da detenuti, agenti e operatori e che vanno aggiunte politiche reali di decongestionamento delle strutture, in modo da poter permettere un'efficace gestione degli spazi e della popolazione reclusa ed eventualmente intervenire con efficacia qualora dallo screening emergessero criticità importanti. La rete dei garanti continua e continuerà a vigilare".
ilfriuli.it, 27 novembre 2020
Il consigliere di Open Sinistra Fvg Honsell ha presentato un'interrogazione per capire quali siano i protocolli attivati. "Apprendo che anche nel carcere di Trieste, dopo quello di Tolmezzo, sono stati riscontrati dei casi di positività al Covid-19. Proprio nella giornata odierna ho depositato un'interrogazione su questo tema", annuncia il consigliere di Open Sinistra Fvg, Furio Honsell.
"La mia interrogazione chiede infatti all'Amministrazione regionale se ci sia intenzione di attivare dei protocolli per affrontare l'epidemia da Covid-19 all'interno del carcere di Tolmezzo e per sapere quali, e se, ci siano delle misure intraprese nelle altre case circondariali per scongiurare il ripetersi di queste drammatiche situazioni. Vedere che questa preoccupante situazione si sia estesa anche al carcere di Trieste non può che preoccuparmi sulle misure attivate per queste realtà".
Commenta così il consigliere Furio Honsell l'atto depositato nella giornata odierna e la situazione del carcere di Tolmezzo e, da oggi, quello di Trieste. "Mi auguro che la situazione a Trieste non degeneri come quella di Tolmezzo dove, da quanto si apprende dalla stampa, dei 200 detenuti 116 sono risultati positivi, ai quali si aggiungono 11 agenti ed un altro impiegato.
Circa la questione, alcuni legali rappresentanti dei detenuti hanno denunciato sulla stampa una scarsa attenzione per le normative di prevenzione e contrasto al Covid-19, una mancanza di un numero sufficiente di sezioni separate dove ospitare i detenuti contagiati ed un ritardo nel disporre i tamponi".
"A queste questioni credo sia doveroso, da parte della Giunta regionale, dare delle risposte chiare e non sottovalutare questa situazione. In questo momento così delicato, è importantissimo salvaguardare tutti i soggetti coinvolti: detenuti, agenti ma anche i numerosi operatori che regolarmente visitano le strutture perché impiegati nei progetti di rieducazione, con un occhio di riguardo a quelli più vulnerabili".
Il Messaggero, 27 novembre 2020
"Sono soddisfatto della risposta di tutto il personale della casa circondariale all'improvvisa epidemia che ha interessato questo istituto". Luca Sardella, direttore del carcere di Terni, fa il punto sul focolaio di contagio al Covid che, dal 19 ottobre, ha interessato 75 detenuti del circuito alta sicurezza. Il numero dei positivi ha raggiunto il picco l'8 novembre e oggi i detenuti rimasti positivi sono soltanto 7. Dopo le prime positività tutti i detenuti di Sabbione erano stati sottoposti a tampone rapido e per i positivi era scattato l'isolamento sanitario all'interno di sezioni detentive riconvertite per l'emergenza.
"Devo ringraziare il presidio sanitario Usl Umbria 2 nella sua interezza, a cui resta l'esclusiva competenza nell'ambito dell'emergenza sanitaria in corso, per la condivisione e il supporto della gestione emergenziale in atto. Questa epidemia ci ha colto di sorpresa - aggiunge il direttore, Sardella - eravamo organizzati per gestire una piccola sezione detentiva di soggetti positivi di quattro posti e dover rimodulare l'organizzazione e gestire un numero così considerevole di detenuti positivi ci ha costretto a profondere un impegno smisurato. Il reparto di polizia penitenziaria si è dimostrato ancora una volta all'altezza di poter gestire un'emergenza che, all'interno degli istituti penitenziari, risulta non avere precedenti".
Il direttore del penitenziario precisa che "tutto il personale che presta servizio nelle sezioni detentive dove ci sono i detenuti positivi al Covid è dotato di dispositivi di protezione individuale" e che "anche il personale del nucleo traduzioni e piantonamento che trasporta i positivi, nonché il personale che presta la propria attività presso il reparto Covid-19 dell'ospedale di Terni in servizio di piantonamento, ha in dotazione questi dispositivi utili a salvaguardare la persona da un eventuale contagio. Sento di dover nuovamente esprimere la vicinanza a tutti gli appartenenti alla penitenziaria - conclude Luca Sardella - coordinati egregiamente, anche in questa circostanza, dal comandante del reparto, Fabio Gallo e dal suo staff direttivo".
Per quanto riguarda i dati relativi al personale di polizia penitenziaria, dopo aver effettuato uno screening consistente con tampone molecolare, sono emersi 11 positivi al virus, di cui solo 3 sono ancora positivi. Arginata la diffusione del contagio. "Sono fiero di lavorare quotidianamente con questi uomini e donne del reparto di polizia penitenziaria di Terni - dice Fabio Gallo.
Stanno riuscendo, oltre i limiti umani, a superare il momento dell'emergenza sanitaria che ha interessato l'istituto con un numero considerevole di contagi. Non è facile, dal punto di vista organizzativo, conciliare le esigenze prioritarie di carattere sanitario con quelle di ordine e sicurezza che il mandato istituzionale ci impone e tenere anche conto, in tutto questo, degli affetti familiari che ognuno di noi ha. Non è facile doversi confrontare quotidianamente con l'ansia generata dal fatto di dover stare lontani dai propri affetti e il timore di contagiarsi sul lavoro portando il virus nelle proprie case. Grazie per tutto quello che avete fatto - conclude il comandante, Gallo rivolgendosi ai suoi - per quello che fate e per quello che, sono sicuro, farete".
Il Piccolo, 27 novembre 2020
Dopo i primi tre casi, tutti sintomatici, i test rapidi hanno fatto emergere nuove positività. Entro stasera saranno testati circa 300 tra detenuti e operatori. Nell'istituto secondario di primo gradoi positivi due alunni e due docenti. Il coronavirus entra nel carcere del Coroneo a Trieste: due guardie carcerarie della Casa Circondariale di via Coroneo e un infermiere sono infatti risultati positivi al Covid-19. Si tratta di casi sintomatici che si trovano in isolamento domiciliare.
Asugi ha immediatamente avviato lo screening su tutti i detenuti, il personale e i collaboratori che operano all'interno del carcere, utilizzando i tamponi rapidi per le persone più a rischio. Dai primi tamponi effettuati - 150 su 186 detenuti - sono emerse 16 positività. Si tratta di detenuti che lavorano in cucina. A loro si aggiungono altri due agenti. Entro questa sera è previsto di sottoporre a tampone circa 250-300 persone.
di Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino, 27 novembre 2020
Ciuffoletti, Altro Diritto: una vittoria? No, neanche la condanna lo sarebbe. Non chiamatela battaglia vinta. Almeno, non ancora. "Ma nemmeno un'eventuale condanna degli agenti lo sarebbe". È solo "un piccolo passo importante" dice Sofia Ciuffoletti, Garante dei detenuti di San Gimignano in qualità di presidente dell'associazione L'Altro Diritto.
Lo dice però con la voce colma di soddisfazione di chi tanto ha sudato, lottato e si è impegnata in una battaglia che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata a molti "inutile". Perché il rinvio a giudizio di cinque agenti di polizia penitenziaria per reato di tortura ha qualcosa di storico: "Per la prima volta parliamo di tortura di Stato in Italia, anche
Sofia Ciuffoletti, 39 anni, laureata in Giurisprudenza all'Università di Firenze, è presidente dell'associazione L'Altro Diritto se ancora dobbiamo capire se verrà interpretata come un'aggravante o come un reato autonomo, ma soprattutto - insiste Ciuffoletti - per la prima volta i detenuti prendono consapevolezza che la loro voce può essere ascoltata in un'aula di giustizia". E questa consapevolezza glie l'hanno data loro de L'Altro Diritto, realtà che lavora su terreni come questo da oltre vent'anni.
Da otto svolge la funzione di garante nella struttura di San Gimignano e da due è in prima linea - con il professor Emilio Santoro dell'Università di Firenze prima, con Sofia Ciuffoletti dopo - su questo specifico caso di torture. "La totale sfiducia che si respirava prima nella popolazione carceraria in tema di possibile ottenimento di giustizia per casi di questo genere, rendeva l'omertà generale la normalità - prosegue - ma questo rinvio a giudizio mostra ai detenuti un orizzonte nuovo, gli dimostra che denunciare i maltrattamenti si può e che un giudice li ascolterà. La vera grande vittoria è poter andare a dibattimento per la ricerca delle responsabilità".
Per l'Altro Diritto, da quell'11 ottobre 2018, è iniziata una maratona faticosa e snervante, di cui però adesso raccolgono i frutti: "Abbiamo dovuto lavorare sodo sulla possibilità di portare in giudizio il conflitto, cosa fino ad ora tutt'altro che scontata, aiutando i detenuti a mettere per scritto le loro doglianze, spiegare loro che era possibile innescare una procedura e far sentire la propria voce, e come farlo, anche se la direttrice di allora gli diceva che possibile non era".
Quando arriverà la sentenza "sarà la prima pietra su cui fondare la futura tutela dei diritti contro la violenza in carcere. E se ci sarà condanna - riflette la presidente dell'Altro Diritto - sarà qualcosa di storico anche perché la denuncia non è scaturita da una vittima diretta delle torture, ma da altri detenuti".
Quello di San Gimignano è un carcere che in questi anni ha messo a dura prova il lavoro dei volontari. Una struttura "per tanto tempo lasciata in situazione di anomia, con un clima di tensione e violenza, senza che si sapesse bene come funzionava la catena di comando, lasciandoci senza un interlocutore stabile". Fortunatamente hanno ricevuto l'appoggio sia del Comune, che li ha scelti come garanti e li ha supportati in tante contestazioni burocratiche, sia del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
di Giovanna de Maio
ilpopolopordenone.it, 27 novembre 2020
Anche quest'anno, malgrado il protrarsi della pandemia, ha preso l'avvio il programma di prevenzione dei comportamenti illegali nelle scuole di tutta Italia. La nostra Associazione Carcere e Comunità di Pordenone è al lavoro con quattro Istituti Superiori e già per il 2 dicembre è programmato un incontro da remoto con il Liceo Luzzatto di Portogruaro.
Altri tre incontri sono previsti a Pordenone, grazie alla collaborazione degli insegnanti di religione e di Educazione Civica, materia che è stata ripristinata da quest'anno per gli istituti secondari di secondo grado. Gruppi di scout e gruppi parrocchiali si sono già prenotati per conoscere la situazione del sistema delle pene nel nostro paese e noi, del resto, non abbiamo mai tralasciato queste numerose e piccole realtà cattoliche e laiche neppure nei periodi precedenti, quando è stato possibile raggiungerle con modalità diverse.
La Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, inoltre, sta realizzando incontri su piattaforma e già l'11 novembre abbiamo partecipato al Seminario aperto a volontari ed insegnanti, dal titolo: Vendetta pubblica, il carcere in Italia, a commento ed approfondimento del libro omonimo pubblicato da Laterza, di Edoardo Vigna, giornalista, e Marcello Bortolato, magistrato.
I due relatori ci hanno accompagnato a comprendere temi che vanno controcorrente come l'importanza delle misure alternative. Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ha portato una testimonianza molto intensa sul dolore delle vittime e dei carnefici di suo padre, che lei stessa ha voluto incontrare e su come il dolore e gli anni del carcere non siano una risposta che può restituire alcunché alle vittime.
Il secondo seminario, aperto a chiunque voglia partecipare è fissato per il 24 novembre dalle ore 17 alle 18.30 su Zoom e verterà sulle misure alternative al carcere: La messa alla prova e i lavori di pubblica utilità: la pena dentro la società. Interviene il magistrato Marco Bouchard, la giornalista Carla Chiappini ed un ragazzo impegnato nei lavori di pubblica utilità. Su facebook si trova il profilo della Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia e ci si può registrare come partecipanti.
Un ulteriore evento consigliato è quello organizzato dall'associazione Extrema Ratio e Antigone Emilia Romagna. Il tema sarà quello dell'affettività nelle carceri la cui privazione comporta una sofferenza ulteriore oltre alla mancanza di libertà. È previsto per il 30 novembre, con il titolo: Carcere: riforma o abolizione? I relatori saranno Marco Ruotolo, ordinario di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Roma 3; Marcello Bortolato, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze; Francesca Vianello, associata di Sociologia Giuridica della Devianza di Padova; e Livio Ferrari. Garante dei detenuti di Rovigo, Movimento No Prison.
L'attenzione di studenti, insegnanti e cittadini sulle questioni che riguardano la grande ferita sociale delle carceri italiane si va estendendo e trova interlocutori prestigiosi e competenti negli stessi operatori della Magistratura italiana. Ci auguriamo che il dibattito ed il confronto con le diverse culture giuridiche possa giungere ad una sintesi che consenta di fare un passo avanti nel panorama del sistema delle pene nel nostro paese e della gestione delle carceri.
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2020
Il Garante dei detenuti del Comune di Oristano, Paolo Mocci ha espresso in una nota la sua preoccupazione per l'incremento dei casi di Covid tra i reclusi e il personale di Massama.
"Il contagio all'interno del carcere di Massama ultimamente riflette in modo amplificato il trend in crescita registrato nella città e nel territorio provinciale di Oristano. In pochi giorni i casi di positività si sono moltiplicati, superando i casi registrati nella primavera scorsa. Allora non vi erano stati casi di contagio tra il personale, ma oggi purtroppo non è così. La diffusione del virus tra il personale di Polizia Penitenziaria crea un importante disagio. Infatti, le varie attività dei detenuti sono gestite dagli agenti, i quali, in numero ridotto e già esiguo rispetto alle necessità, non riescono a venire incontro alle esigenze, impedendo la normale attività quotidiana didattica e rieducativa. Nella prima ondata di diffusione del Virus, tutte le attività erano state sospese, chiaramente per l'inesperienza degli operatori a gestire la nuova situazione.
Oggi, però, che gli interventi legislativi hanno dato le necessarie indicazioni, appare difficile indicare una data a partire dalla quale le lezioni potranno riprendere. Le caratteristiche abitative dell'Istituto non garantiscono le distanze tra i detenuti e gli operatori. Le aule sono poche e di ridotte dimensioni. I detenuti iscritti quest'anno sono aumentati e purtroppo non è possibile garantire la didattica a tutti. La didattica in remoto, sarebbe una valida soluzione. Ma la zona adibita a scuola non è raggiunta dalla linea internet".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 novembre 2020
I presunti pestaggi nel carcere di San Gimignano sarebbero avvenuti l'11 ottobre del 2018. Rinviati a giudizio quattro agenti penitenziari. Nel nostro Paese è il primo rinvio a giudizio per reato di tortura commesso dai pubblici ufficiali. Parliamo dei presunti pestaggi avvenuti nel carcere toscano di San Gimignano l'11 ottobre del 2018. Il giudice dell'udienza preliminare di Siena ha rinviato a giudizio quattro agenti penitenziari in servizio accusati di aver esercitato una inaudita violenza nei confronti del detenuto tunisino Meher. Nello stesso tempo condannato a 4 mesi un medico per omissioni d'atti di ufficio, perché non avrebbe visitato il detenuto quando era semi nudo e dolorante in cella di isolamento.
"Parliamo di una importante pronuncia - spiega a Il Dubbio l'avvocato Michele Passione, parte civile per conto del Garante Nazionale delle persone private della libertà -, perché per la prima volta un reato di tortura viene sottoposto ad un vaglio di merito per condotte di pubblici ufficiali, questo perché la convenzione Onu ratificata dall'Italia consegna il particolare disvalore in fatto di reato quando commesso da pubblici ufficiali. Se lo Stato si dimostra inaffidabile - osserva sempre l'avvocato Passione - è giusto che venga perseguito con un reato specifico qual è la tortura. Importante che il Garante e varie associazioni siano state in questa vicenda processuale accanto ai detenuti per non farli sentire soli".
Soddisfatte le difese di parte civile - Raggiunte da Il Dubbio anche le difese di parte civile per conto dell'Associazione Yairaiha e del detenuto, testimone dei fatti, che denunciò l'accaduto a San Gimignano tramite una lettera spedita all'associazione e che il nostro giornale ha pubblicato per la prima volta. "Oggettivamente un diverso risultato - spiegano le avvocate Caterina Calia, Simonetta Crisci e associazione Yairaiha -, alla luce degli elementi emersi dalle indagini, era difficilmente ipotizzabile. Le denunce sporte dai detenuti, le convergenti dichiarazioni delle persone sentite, la mole delle intercettazioni nonché le immagini tratte dai video di sorveglianza potevano avere una lettura unica e chiara. Il dato positivo è rappresentato, in ogni caso, dal fatto che in questa fase le richieste di accusa sono state interamente accolte ed il rinvio a giudizio è avvenuto per tutti gli imputati e rispetto a tutti i capi di imputazione.
Il dibattimento potrà ancora meglio evidenziare come l'uso della violenza ingiustificata abbia integrato il reato di tortura. A nostro parere, l'uso della violenza, fisica e psicologica, da parte di appartenenti alle forze dell'ordine in servizio, nei confronti di una persona privata della libertà personale ed alla completa mercé delle figure che dovrebbero occuparsi non solo della sua sorveglianza ma anche della sua sicurezza, è una circostanza in grado di produrre uno stato di terrore ed afflizione, difficilmente descrivibile, anche in chi non viene immediatamente fatto oggetto dei medesimi ripetuti e brutali atti, ma assiste agli stessi come gli altri ristretti nella sezione di isolamento del carcere di San Gimignano".
Il detenuto sottoposto a un trattamento inumano e degradante - Ciò che sarebbe accaduto, tra l'altro supportato in parte anche dalle telecamere di video sorveglianza in servizio a San Gimignano, è ben descritto dalla pubblica accusa. Gli agenti avrebbero provocato al detenuto Meher acute sofferenze fisiche e psichiche sottoponendolo ad un trattamento inumano e degradante, abusando dei poteri o comunque violando i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto, con il pretesto di doverlo trasferire da una cella ad un'altra "con condotte di violenza - sottolinea la procura -, di sopraffazione fisica e morale e comunque agendo con crudeltà e al solo scopo di intimidazione nei confronti del medesimo Meher e degli altri detenuti in isolamento". Secondo l'accusa, il fatto sarebbe stato commesso attraverso una pluralità di condotte di violenza fisica, violenza psichica, ingiuria e gratuita umiliazione, avvalendosi della forza intimidatrice correlata al numero elevato di concorrenti.
Pugni, minacce e insulti - Secondo quali modalità avrebbero commesso la tortura? Si sarebbero riuniti volontariamente in 15 unità, fra ispettori, assistenti e agenti, presso il reparto isolamento, dietro invito degli Ispettori e per poi dirigersi - tutti previamente indossando guanti di lattice - presso la cella di Meher. Gli agenti, cogliendolo di sorpresa, avrebbero preso per le braccia il detenuto che usciva dalla cella munito degli accessori per fare la doccia e lo avrebbero brutalmente sospinto verso il corridoio, facendogli anche perdere le ciabatte. Uno degli imputati, un assistente capo, facendosi largo tra i colleghi, gli avrebbe sferrato un pugno sulla testa. Poi lo avrebbe gettato a terra, circondandolo (in modo tale da creare una sorta di parziale schermo rispetto alle telecamere) e colpendolo con i piedi in varie parti del corpo. Il pubblico ministero poi sottolinea che l'agente avrebbe minacciato il detenuto che gemeva e gridava per la violenza che stava ricevendo. Lo avrebbe ingiuriato con frasi del seguente tenore: "Figlio di puttana!", "Perché non te ne torni al tuo paese"; "Non ti muovere o ti strangolo", "Ti ammazzo" e al tempo stesso avrebbe urlato contro tutti i detenuti presenti nel reparto: "infami, pezzi di merda, vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano!". Non solo, avrebbe rialzato da terra il detenuto e continuato a spintonarlo per farlo camminare per poi, di nuovo, gettarlo a terra.
Tutto qui? No, Altri due agenti penitenziari, nel frattempo, avrebbero immobilizzato Meher mentre si trovava a terra, tenendolo rispettivamente per il braccio e per collo, ponendolo con la faccia a terra. Sempre l'assistente capo gli sarebbe montato addosso con il suo peso ponendogli un ginocchio sulla schiena all'altezza del rene sinistro.
Lo avrebbe poi fatto rialzare togliendogli i pantaloni, per poi iniziare di nuovo a trascinarlo, mentre un altro agente lo avrebbe afferrato nuovamente per la gola e sempre l'assistente capo gli avrebbe torto un braccio dietro la schiena, per poi trascinarlo nella nuova cella. Ma non si sarebbero esaurite qui le violenze. Assieme ad altri cinque poliziotti, l'assistente capo avrebbe continuato a picchiarlo con schiaffi e pugni all'interno della cella di destinazione, per poi lasciarlo lì semi nudo e senza fornirgli coperte e il materasso della branda, almeno fino al giorno seguente.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 novembre 2020
Continua la collaborazione tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia e Roma Capitale per il reinserimento di persone provenienti dal carcere. Ha preso il via nei giorni scorsi un nuovo programma che offre a persone sottoposte a provvedimenti restrittivi della libertà opportunità di formazione tramite tirocini presso associazioni e cooperative convenzionate.
I destinatari del progetto, curato dal Dipartimento Turismo, Formazione e Lavoro di Roma Capitale, sono stati individuati attraverso i Centri di Orientamento al Lavoro e dalla Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà, Gabriella Stramaccioni.
I tirocinanti saranno impegnati prevalentemente in attività artigianali, di piccola edilizia, giardinaggio e manutenzione del verde. La serie di percorsi sperimentali basati su lavori di pubblica utilità - svolti cioè a titolo di volontariato - è stata avviata nel 2017 con un accordo tra Dap e Roma Capitale, rinnovato in seguito con protocolli operativi. In attività di manutenzione del verde pubblico e di ripristino del manto stradale sono state complessivamente impegnate 130 persone, cui andranno ad aggiungersi a breve altri 35 detenuti della casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso impiegati nei parchi e nelle ville della città.
Il nuovo progetto si differenzia dai precedenti perché si svolge secondo la formula dell'apprendistato retribuito: a questo scopo sono stati, infatti, destinati 100.000 euro, utili al finanziamento di tirocini trimestrali che prevedono 30 ore di lavoro settimanale, cui far corrispondere una retribuzione di 600 euro mensili.
"I percorsi di riabilitazione professionale sono una risposta alle difficoltà di inclusione incontrate da chi sconta una pena detentiva - ha dichiarato la sindaca Virginia Raggi. Restituire una prospettiva esistenziale attraverso il lavoro, aiuta a reinserire in società persone motivate a crescere e migliorare, sottraendole a criminalità ed emarginazione. Miglioramento e possibilità di riscatto per i singoli, quindi, ma anche attività benefiche e utili all'intera città".
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