di Viviana Lanza
Il Riformista, 29 novembre 2020
Parla Domenico De Rossi: "Ma che razza di Paese è questo che costringe allo sciopero della fame per avere diritti e rispetto della Costituzione?". Domenico Alessandro De Rossi, presidente del Centro europeo studi penitenziari, lo dice dopo aver aderito alla staffetta dello sciopero della fame a sostegno della protesta iniziata lo scorso 10 novembre da Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, per sensibilizzare la politica sulle condizioni nelle carceri in questo periodo di pandemia.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2020
A edicole unificate, Roberto Saviano su Repubblica, Sandro Veronesi sul Corriere e Luigi Manconi sulla Stampa hanno scritto tre articolesse quasi identiche per unirsi per un paio di giorni allo sciopero della fame dei radicali e detenuti a favore di amnistia e/o indulto e/o altre tre misure svuota-carceri per "far uscire qualche migliaio di persone": bloccare l'esecutività delle condanne definitive (cioè lasciare a spasso i nuovi pregiudicati); estendere a tutti i condannati, senza distinzioni di reati, la detenzione domiciliare speciale del dl Ristori (cioè mandare a casa anche i mafiosi e i terroristi, saggiamente esclusi dal governo); allungare la liberazione anticipata dagli attuali 45 giorni l'anno a 75 (cioè cancellare due mesi e mezzo da ogni anno di pena da scontare).
Il tutto per scongiurare la presunta "strage" da Covid, con tanto di "condanne a morte" decise dal governo cattivo. I tre si dipingono come intellettuali scomodi, censurati ed emarginati dai media, alfieri di una battaglia che richiede "una grossa dose di coraggio": infatti occupano tre pagine sui tre principali quotidiani italiani.
Noi pensiamo che i detenuti, a parte le restrizioni previste dalla legge, debbano godere degli stessi diritti degli altri cittadini. Quindi, se davvero la situazione fosse l'apocalisse descritta dal trio, ci assoceremmo immantinente al grido di dolore. Per fortuna i dati - quelli veri, non i loro - dicono l'opposto: le carceri restano il luogo più sicuro, protetto e controllato del Paese: 5 morti da febbraio su 54.363 (contro i 29 reclusi morti in Gran Bretagna). E solo una mente disturbata può pensare di difendere i detenuti dal Covid mandandoli a casa (per chi ne ha una). Che, trattandosi di gente perlopiù povera, è di solito un ambiente altrettanto esiguo, promiscuo, sovraffollato, ma per giunta incontrollato.
Già nella prima ondata i "garantisti" all'italiana strillavano all'"olocausto" nelle carceri, accusando il ministro Bonafede di non metter fuori nessuno, mentre altri geni gli imputavano di metter fuori centinaia di boss (che poi erano tre). Risultato: 3 morti da marzo a maggio e picco massimo di 140 contagiati sui 51mila detenuti di allora. Un'inezia, in rapporto ai dati nazionali. Del resto, bastava un po' di buonsenso: contro un virus che si combatte con l'isolamento, chi è già isolato è avvantaggiato rispetto a chi non lo è; e rimetterlo in circolazione non riduce il rischio che si contagi, ma lo aumenta.
Ora che la seconda ondata è più diffusa e uniforme in tutta Italia, anche le carceri ne risentono. Sugli attuali 53.720 detenuti (dati del 24 novembre: chissà dove Saviano ne ha visti "oltre 60mila"), i morti sono 3 e i positivi 826 (l'1,5% del totale). Di questi, 772 sono asintomatici, cioè non malati (93,5%), 32 paucisintomatici curati nelle strutture carcerarie e 22 sintomatici in ospedale. Poi ci sono gli agenti penitenziari: 970 positivi su circa 36mila, di cui 871 asintomatici (90%) e 99 sintomatici (10%).
Ma sommarli ai detenuti, come fanno i tre tenori per raddoppiare i positivi in carcere, non ha senso, perché gli agenti positivi non mettono piede in carcere: 941 sono isolati in casa (97%), 19 in caserma e 10 in ospedale. Idem per il personale amministrativo e dirigenziale (72 positivi). Chi conosce i dati sul Covid (quelli veri) noterà la percentuale enorme di positivi asintomatici in carcere (93,5%) rispetto a chi sta fuori (55-60%).
Il perché è presto spiegato: in carcere chiunque entri per iniziare la detenzione ("nuovo giunto") viene sottoposto a tampone, resta isolato per 10-14 giorni e va in cella con gli altri solo dopo il secondo test negativo; per chi invece è già lì, appena si scopre un positivo scatta il tampone per tutti gli ospiti dell'istituto.
Quindi la copertura di screening è pressoché totale, cosa che ovviamente non avviene per chi sta fuori: su 60 milioni di italiani, ogni giorno ne vengono testati 200-220 mila, spesso gli stessi che fanno il secondo tampone o più coppie di test. Il che rende ridicola la tesi del trio Saviano-Veronesi-Manconi, secondo cui si rischia il Covid più dentro che fuori. È vero il contrario: su 51mila detenuti, l'indice di positività è dell'1,5%, mentre sui 220-200 mila cittadini liberi testati al giorno è dell'11-12% (che sale addirittura al 23-24 escludendo i secondi tamponi e quelli ripetuti dagli stessi soggetti).
Il che smentisce platealmente la tesi di Saviano-Veronesi-Manconi. È falso che le carceri registrino "un tasso di infetti circa 10 volte superiore a quello, già pesante, che c'è fuori" (Veronesi), anche perché nessuno sa quanti siano i positivi fuori. Ed è falso che il governo - in particolare Bonafede e il Dap - se ne freghi per "indifferenza", "ottundimento", "paralisi", "disumanità" e sadica sete di "tortura". Anzi i protocolli finora adottati, con i test, i triage, gli isolamenti hanno circoscritto i contagi.
E il sovraffollamento endemico delle carceri (che dipende dalla carenza di posti cella in rapporto al numero dei delinquenti, non certo da un eccesso di detenuti, il cui numero è inferiore alle medie europee) è stato alleviato senza tana liberi tutti, ma con misure equilibrate: la semilibertà prolungata (chi deve rientrare la sera dorme a casa) e la detenzione domiciliare speciale (con braccialetto elettronico per i casi più gravi, esclusi mafiosi e altri soggetti pericolosi). Se i numeri cambieranno, ne riparleremo. Per ora l'unica strage in corso nelle carceri è quella della verità.
di Viviana Lanza
Il Manifesto, 29 novembre 2020
L'università Federico II è entrata in carcere per garantire il diritto allo studio, ma cosa fanno per i detenuti le altre istituzioni in Campania? C'è un burrone dopo lo studio in cella e manca un ponte tra il mondo fuori e quello dietro le sbarre. Tra i detenuti iscritti a Scienze erboristiche e scarcerati nell'ultimo anno, nessuno ha proseguito gli studi nonostante i docenti del Polo universitario federiciano abbiano dato massima disponibilità. Il problema è che spesso il mondo fuori non concede alternative e non dà concretezza a una seconda possibilità.
Chi esce di prigione torna, il più delle volte, nel proprio ambiente di origine dove l'impegno universitario viene ostacolato più che incoraggiato e dove la necessità di trovare un lavoro per vivere diventa l'unica esigenza da soddisfare. L'Italia ha il più alto numero di iscritti all'università, ma il minor numero di laureati in Europa e in carcere il diritto allo studio è garantito in 75 istituti penitenziari su 190. Ci sono 69 detenuti laureati e 514 diplomati, ma anche più di 390 analfabeti.
A Napoli il Polo universitario penitenziario della Federico II, all'interno del carcere di Secondigliano, è una delle esperienze più virtuose di sinergia tra le istituzioni università, provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e direzione dell'istituto di pena. Ed è un progetto su cui il rettore Matteo Lorito, di recente eletto alla guida dell'università Federico II, e la professoressa Marella Santangelo, responsabile del Polo, hanno promesso di continuare a investire: il Polo universitario per le detenute donne è già un progetto concreto, quello minorile rivolto ai reclusi più giovani è un'idea a cui si sta lavorando e una maggiore sinergia tra studenti fuori e dentro il carcere è uno step solo rimandato a causa della pandemia. Resta, tuttavia, il nodo legato alle opportunità una volta fuori dal carcere di cui si è discusso in occasione della Notte dei ricercatori.
Quel "ponte tra dentro e fuori" di cui parla Nello, detenuto del carcere di Secondigliano e studente in Scienze erboristiche. "Siamo studenti come altri - dice intervenendo alla Notte dei ricercatori per la prima volta aperta anche agli studenti che vivono reclusi negli istituti di pena - Uno scambio farebbe bene sia a noi sia a chi sta fuori e non conosce il carcere, per abbattere i pregiudizi che ancora ci sono sul carcere". "L'opinione pubblica ci guarda sempre con pregiudizio e la politica pensa più alle prossime elezioni che alle prossime generazioni" dice Alessandro, studente detenuto. "L'università in carcere è come una cattedrale nel deserto" osserva Diego che in cella studia Economia e Commercio.
"Studiare in carcere serve ad accrescere il proprio bagaglio culturale ma rischia di essere qualcosa fine a se stesso se una volta fuori non si riesce a metterlo in pratica" commenta Sebastiano, detenuto e studente al terzo anno di Giurisprudenza. L'inserimento lavorativo è una nuova sfida. "Partendo dalle criticità di oggi si può puntare più in alto - sottolinea la professoressa Santangelo - Non devono esserci lauree di serie A e lauree di serie B". Lo studio in carcere non è solo una bella storia. "È parte della nostra missione - ribadisce il rettore Lorito. Ogni laureato per noi è importante, porta evoluzione sociale. Andremo avanti con questo progetto, abbiamo le risorse per farlo". L'obiettivo per il futuro è un ulteriore salto di qualità.
"E mandare a sistema la programmazione" aggiunge la direttrice del carcere di Secondigliano, Giulia Russo. "Lo studio in carcere è ancora a macchia di leopardo, bisognerebbe estenderlo a più istituti di pena - osserva il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello - Solo con la cultura si può garantire al detenuto il diritto a ricominciare, a ricostruire, a ricollegarsi con la società"
di Paolo Calia
Il Gazzettino, 29 novembre 2020
Quelle parole non potevano lasciarlo indifferente. Ha aspettato che qualcosa accadesse, che ci fosse un vero ravvedimento, poi ha deciso di prendere in mano la situazione. E durante un'intervista a Radio Radicale l'ex giudice Carlo Nordio è stato molto chiaro: "Sto pensando di dare le dimissioni dal ruolo di consulente della commissione parlamentare antimafia perché non me la sento di frequentare una Commissione presieduta da una persona che si è espressa come si è espressa su Jole Santelli".
Qualche ora dopo riduce lo spazio del dubbio: "Magari sono stato troppo impulsivo ad anticipare la mia decisione alla stampa. Ma ormai è presa. La confermerò anche davanti alla commissione. Se invece l'attuale presidente decidesse di lasciare il suo incarico, allora cambierebbe tutto".
Il suo obiettivo è Nicola Morra, senatore eletto tra le fila del Movimento 5 Stelle, presidente della commissione, che qualche giorno fa ha sollevato un vespaio parlando di Jole Santelli, governatrice della Calabria morta il 15 ottobre scorso per un tumore. "Il mio è un rimprovero - aveva detto Morra - sarò politicamente scorretto, ma era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c'era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia, ognuno dev'essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, perché sei grande e grosso".
Concetti ruvidi, criticati aspramente da tutti, letti come un attacco ingiustificato verso una persona fiaccata dal male ma, nonostante questo, ancora così forte da accettare la sfida di guidare una regione a dir poco difficile. Morra si era poi scusato per essere andato così oltre le righe, ma non si è dimesso dal suo incarico come invece gli veniva chiesto da più parti.
E Nordio adesso vuole andarsene, non tanto come segno di protesta, ma per rispetto. I suoi principi, la sua storia di magistrato e giudice che ha lottato a lungo contro la malavita organizzata, quasi glielo impongono. E le dimissioni non date di Morra sono un peso insopportabile: "Se Morra si debba dimettere o meno è affare della sua coscienza - sottolinea - ma io sono rimasto addolorato e sbalordito da quelle parole, insensate.
"Non potrei stare allo stesso tavolo con lui". E poi ricorda i suoi rapporti con la Santelli che, prima di prendere in mano le redini di una fetta d'Italia così complessa come la Calabria, è stata parlamentare occupandosi di Giustizia: "Quando presiedevo la commissione per la riforma del codice penale - ricorda Nordio - e frequentavo il ministero della giustizia, pur continuando a fare il magistrato a Venezia, avevo avuto rapporti molto frequenti con l'onorevole Santelli, che era sottosegretaria alla Giustizia. Era diventata quasi un'amica e la consideravo una grande professionista e una bellissima persona". E le parole corrosive di Morra lo hanno colpito: "La sua morte così drammatica e in un'età così giovane mi ha addolorato - ammette - e mi ha addolorato sentire il presidente della commissione antimafia pronunciarsi in modo cosi improprio".
Una presa di posizione così forte non poteva passare inosservata. L'eventualità che una personalità come Nordio possa lasciare la commissione Antimafia ha alzato la tensione. E dato nuova forza a chi ha già da tempo messo Morra nel mirino.
Per esempio Matteo Salvini, leader della Lega. Il numero uno del Carroccio ha preso la palla al balzo per impallinare nuovamente il senatore pentastellato: "Le vergognose parole di Morra su Jole Santelli e sui malati oncologici avrebbero dovuto provocare le dimissioni immediate del presidente della Commissione Antimafia", attacca.
Poi ci mette il carico da novanta: "Invece lui resta aggrappato alla poltrona alimentando un imbarazzo che ferisce le istituzioni e favorisce i clan. E ora rischiamo di perdere una personalità come Carlo Nordio che medita di lasciare il ruolo di consulente Antimafia. Morra è una sciagura che si fa scappare un magistrato esperto e specchiato, si dimetta immediatamente. Meno Morra, più Nordio".
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 novembre 2020
Nel mirino dei giustizialisti, dietro i "mostri" dei reati violenti, c'è in realtà il principio di rappresentanza. Scrisse una mail al Dubbio. Dopo quasi un anno e mezzo possiamo raccontarlo. L'avvocato di Rosario Greco, l'uomo alla guida del suv che falcidiò i piccoli Alessio e Simone, si vide assediato dall'indignazione dei suoi stessi colleghi.
Dopo la devastante tragedia dei due bimbi falciati a Vittoria, in Sicilia, il penalista dovette fare i conti con l'estremo auspicio di diversi esponenti dell'avvocatura ragusana, e non solo, che nessuno fosse disposto a difendere Greco. Lui, quasi con timidezza, arrivò a ringraziare il Dubbio che aveva affrontato in un articolo l'impossibilità di subordinare il diritto di difesa a qualsivoglia eccezione: "Il vostro commento, da solo, è stato sufficiente a restituirmi quella serenità professionale che parte dell'opinione pubblica e alcuni colleghi hanno cercato di mettere in discussione", scrisse.
Ebbene, la questione non riguarda solo il codice deontologico, che lascia al difensore la libertà di sottrarsi a uno specifico patrocinio. Casomai si tratta di comprendere il valore politico e civile della battaglia per il diritto di difesa, che poi è la missione straordinaria caduta sulle spalle dell'avvocatura in questo tempo paradossale.
Da anni in circola in Italia un virus, forse meno mortale di quello che speriamo venga debellato presto ma non meno devastante: il giustizialismo. Nel rifiutarlo, nel battersi affinché anche al più feroce dei "mostri" venga assicurato il diritto alla tutela in giudizio, l'avvocatura non esalta solo il valore della propria funzione: rende un solenne omaggio alla democrazia. Massacrare l'indagato o l'imputato, negare il diritto di difesa, se non di parola, al farabutto, al farabutto potente, è la malattia che delegittima la politica, e che così disarma i cittadini al cospetto di altri poteri. È, in ultima analisi, il segreto dell'anticasta. Il populismo anticasta è proprio fatto di questo: di delegittimazione preventiva della classe politica, realizzata attraverso il pregiudizio sulla sua necessaria e intrinseca disonestà.
L'intera democrazia rappresentativa: ecco il vero bersaglio. Di volta in volta condannata dal caso singolo del presunto corrotto. Poi, per estensione, l'ignominia della colpevolezza "a prescindere", che non richiede processi, è estesa anche ad altre tipologie di indagati. A persone accusate di reati che non c'entrano con la politica, la pubblica amministrazione o la corruzione.
Ma in fondo il giustizialismo panpenalista che criminalizza i presunti responsabili di omicidi, come i presunti autori di altri reati violenti, rappresenta solo un riverbero di quella caccia alle streghe tutta rivolta verso la politica e le istituzioni. Una tempesta d'odio e di ansia punitiva perfettamente in grado di spogliare le istituzioni della loro autorevolezza. Di spianare un deserto in cui sciamano altri poteri, non controllabili attraverso il principio di rappresentanza.
Nella meccanica feroce del giustizialismo, l'avvocatura è l'unico granello di sabbia in grado di far saltare l'ingranaggio. Perché l'avvocatura, con le proprie battaglie, incide sullo snodo decisivo in cui tutto il marchingegno populistico- giustizialista può finire sbriciolato: il diritto di difesa. Se spetta a tutti, non ci sono "colpevoli a prescindere", ma solo presunti innocenti. E se tutti, prima del processo, sono presunti innocenti, la menzogna della casta cattiva o dei mostri infiltrati come alieni nella comunità degli onesti cade come un castello di carte false.
Certo, l'avvocatura deve fare i conti con pericoli. Con minacce. Favorite dal web, dal suo linguaggio apodittico, dalla sua dialettica senza regole. Ne sanno qualcosa professionisti come quelli che a Pomezia hanno assunto la difesa dei presunti omicidi di Willy, il ragazzo morto col torace sfondato dalle botte per aver detto "ah". Quei penalisti sono stati minacciati di morte. Non sono certo i primi. E in casi simili la battaglia degli avvocati deve farsi più intensa, ed è più difficile. Perché la gravità delle accuse, e delle condotte eventualmente accertate da un processo, è carburante per i professionisti della giustizia sommaria.
Vale lo stesso nei casi in cui il penalista assiste indagati o imputati di mafia: casi in cui pure si realizza l'assurda e perfida sovrapposizione tra la figura dell'avvocato e il reato contestato al suo cliente: è l'arma letale dei giustizialisti.
Ma nelle loro mani, gli avvocati hanno un'altra arma, forse imbattibile: i secoli di civiltà dietro le loro spalle, la forza della ragione su cui si basa il principio della democrazia e del rispetto dei diritti. L'avvocatura ha la missione di restituire ai cittadini la civiltà del diritto, e con essa, in ultima analisi, il principio di rappresentanza su cui si basano le nostre democrazie, la verità delle nostre stesse vite.
Avvenire, 29 novembre 2020
Iniziativa dell'associazione Ti con Zero tra narrazione, arte e viandanze. È una questione di tempo. Rallentato, allungato, dilatato. Minuti che si trasformano in ore, giorni in mesi, anni in generazioni. Un tempo così vuoto e così lento da fermarsi. Vite immobili consumate in surplace. È quello che, tutti, oggi, un po', almeno un po', stiamo vivendo nel confinamento, nell'isolamento, nella solitudine, nella clausura. E che dà un'idea, per quanto superficiale e approssimativa, della dimensione psichica di chi viene privato della libertà.
Gabriele Benedetti, attore e autore di spettacoli teatrali (e anche televisivi e cinematografici) da trentun anni ("Meno uno, l'ultimo, rimasto sospeso, anch'esso immobile e consumato in surplace"), per obbedire ai provvedimenti contro la diffusione del Covid-19, ha tradotto la performance "live" in un video "costruito": "Il rumore del carcere è il rumore del ferro". Tema, argomento, materia: la solitudine. "Il luogo è diventato l'ex manicomio di Udine, nelle sue parti più abbandonate ma agibili, i padiglioni femminili, le celle segnate dal degrado. I testi sono quelli dei detenuti, un viaggio dentro, nel profondo, nell'intimo".
Non è nuovo, Benedetti, a lavori che scavano in chi è stato spogliato e chiuso. "Tre anni fa, nel carcere di massima sicurezza a Tolmezzo, uno spettacolo con i detenuti - ricorda -. C'erano 14 cancelli che separavano corridori e garitte. E 14 orologi che scandivano e sillabavano il tempo. I 14 cancelli aperti e subito sprangati. E i 14 orologi fermi, ma tutti a orari diversi. I 14 cancelli, con quel clangore metallico di chiavi. E i 14 orologi, muti". Ancora Benedetti: "Ai detenuti domandai che cosa volessero da quello spettacolo. La risposta all'unanimità: allegria".
"Il rumore del carcere è il rumore del ferro" è dedicato a Maurizio Battistutta: "Da volontario a garante dei diritti umani dei detenuti, fondatore dell'associazione Icaro, morto nel 2017. Lui voleva restituire dignità, rispetto, il giusto senso dello scorrere del tempo".
E fa parte di "Alla fine della città", il progetto triennale dell'associazione Ti con Zero tra narrazione, arte e viandanze, fino al 30 novembre, stavolta - causa Covid-19, in versione digitale, con video e tutorial, incontri virtuali e racconti radiofonici. Il primo anno c'è un verbo che coniuga le diverse iniziative: accendere. Accendere un gesto, un'idea, un'emozione, un registratore, un territorio. Nel caso dell'opera di Benedetti, accendere una luce.
di Franco Taverna*
Corriere della Sera, 29 novembre 2020
Il nuovo progetto di Fondazione Exodus pensato per minorenni che devono scontare una pena si sperimentare le regole di convivenza, facendo musica e teatro, camminando dalle Alpi al mare e imparando anche ad andare in barca a vela.
Il giorno 23 ottobre tutti i componenti della "Carovana Pronti, Via!" di Exodus (progetto selezionato da Con i Bambini), educatori e ragazzi, si sono sottoposti al tampone dopo che nei giorni precedenti si erano manifestati alcuni sintomi preoccupanti nel gruppo. Risultato: 9 persone positive su 13. Fino a quel giorno la pandemia era un racconto pure terribile ma separato dalle nostre storie, la burrasca stava fuori, alla radio, ora improvvisamente occupava tutto in maniera confusa.
La Carovana è una avventura senza rete e l'impatto del virus faceva vacillare le poche sicurezze che come gruppo e come individui si erano conquistate nei primi tre mesi di fatica, di cambiamento di progressi personali. Come se si fosse spenta di colpo la luce ci siamo trovati investiti dal dubbio su cosa fare, ma prima ancora da un vago senso di colpa. Forte tensione e disorientamento. Nel nostro compito di educatori proviamo a darci due dritte per rimanere a galla. Per prima cosa diciamo che non si può negare la situazione, scappare o far finta di niente, serve invece saper stare nell'incertezza.
Ma anche stare nella noia, stare fermi, cosa che sembra impossibile per Andrea, che da quando era piccolo non è mai riuscito a stare al banco in classe e per questo motivo ha accumulato una serie di sospensioni. È il primo passo ed è indispensabile.
Non si può vivere trattenendo il fiato finché passi la tempesta, stare sospesi maledicendo tutto e tutti aspettando di riprendere le vecchie abitudini come crede di fare subito Jack, inseguendo una sicurezza che non esiste, cercare di trovare espedienti per cavarsela alla meglio.
Stare nell'incertezza significa saper accettare il peso del dubbio, significa non attendersi solo dagli altri la ricetta giusta su come agire. Il secondo passo consiste nel saper attraversare l'incertezza. Non si sta seduti aspettando che piova. L'incertezza si affronta camminando. E quando non si può camminare con le gambe si deve camminare con il cuore e con la testa. Qui, specialmente per i ragazzi partecipanti ma anche un po' (tanto) per tutti noi, attraversare l'incertezza vuol dire affrontare quei piccoli o grandi ostacoli interiori che ci bloccavano alcune importanti relazioni, e ci si illudeva di procedere riempiendo le giornate di impegni e di rumori.
Ma c'è Mourad che vive nella periferia di un grosso paese e che sa bene che non appena atterrato a casa gli ronzeranno intorno i suoi vecchi amici dai quali non è capace di prendere le distanze. E anche Paolo che è sempre in chat non riesce ancora a scrollarsi di dosso la maschera del bullo.
Stare in quarantena per questi "nostri" ragazzi è una prova difficile, costretti gomito a gomito con dinamiche mai risolte, gli educatori lo sanno ed è indispensabile mantenere viva una relazione positiva, essere pronti a sostenere. Ma dobbiamo affrontare i divieti, le regole, siamo tornati in Lombardia, zona rossa. Sembra tutto in salita ma rimaniamo educatori con il dovere di continuare a seminare e sperare.
*Fondazione Exodus
rovigooggi.it, 29 novembre 2020
La Fp-Cgil Penitenziari lancia l'allarme, a Rovigo in arrivo detenuti di "alta sicurezza" con il coronavirus, ma non ci sono sufficienti agenti della polizia penitenziaria, inoltre l'infermeria non ha il personale operativo h24, e non è l'unico problema.
Problema cronico di personale, accentuato da un piano operativo per la prevenzione e il contenimento emergenza sanitaria Sars - Covid-19 negli Istituti Penitenziari del Triveneto, che vede Rovigo e Trento come strutture di detenzione per i positivi.
Lo ha appreso la Fp Cgil che chiede un intervento del Prefetto e del Sindaco di Rovigo, affinché il piano non sia calato all'interno del carcere di Rovigo, senza una valutazione più approfondita da parte del Prap di Padova. Carcere che deve necessariamente avere dei locali adibiti ad infermeria, con un sistema assistenziale h24, dove all'interno degli stessi vi possono essere collocati detenuti positivi al Covid-19.
"A Rovigo i reparti non hanno una divisione netta - sottolinea Fp Cgil - come indicherebbe il protocollo anti Covid. Uno è diviso da due cancelli divisori, dove nel mezzo vi è un'unica rotonda. Altra cosa in comune tra i due reparti sono le vie d'ingresso, poiché i poliziotti e gli infermieri salgono e scendono per la stessa scala, quindi ci si trova che chi svolge servizio all'interno del reparto Covid sale o scende con chi svolge servizio nel reparto non Covid".
La situazione di mancanza di personale nella Casa Circondariale di Rovigo, con l'assegnazione di ulteriori detenuti di "alta sicurezza" (reati gravi, ndr), positivi al Covid-19, provenienti da altri carceri del Triveneto, comporta un impiego maggiore, rispetto all'attuale, di unità di polizia penitenziaria nei vari turni di servizio peri assicurare la vigilanza.
"Da non perdere di vista è il numero dei poliziotti penitenziari positivi al Covid - sottolinea la Fp Cgil - che attualmente sono 7, ma possono aumentare. Una situazione così appena rappresentata incide negativamente sul buon andamento del servizio, come già incide negativamente il numero di personale che frequenta corsi universitari, ben 19 unità, e personale che fruisce di Legge 104/92, sono 9 unità. Sommate tutte queste situazioni e con l'aggiunta di detenuti positivi ad alta sicurezza, minando i diritti minimi del personale restante, è facile capire che non verranno sempre garantiti, anzi. Esiste anche il problema dei tamponi da far svolgere a tutto il personale del carcere, spinoso problema poiché essi vengono svolti con ritardo, circa due mesi tra un tampone e l'altro, anche per i detenuti".
Ma non è tutto. "Il personale infermieristico non è garantito nell'arco delle 24 ore. Mancano apposite apparecchiature di ventilazione qualora il paziente abbia difficoltà respiratorie. Va anche in questo caso evidenziato che l'Ospedale di Rovigo, rispetto ad altre strutture, risulta essere insufficientemente attrezzata a contenere al proprio interno reparto covid, detenuti classificati "AS". Questo pone il problema del piantonamento da parte del personale della polizia penitenziaria".
di Simona Tenentini
lamiacittanews.it, 29 novembre 2020
Sciopero della fame e scodelle contro le sbarre. I detenuti protestano contro il sovraffollamento delle carceri e l'aumento dei positivi nelle celle dove si sta tutti stipati, in spazi ristretti. Un quadro altamente preoccupante, che riguarda tutto il Lazio.
I detenuti in sciopero della fame. Di sera battono pentole e scodelle contro le sbarre della cella, per far sentire la loro protesta al mondo libero. Oppure rifiutano il cibo del carcere per urlare la loro rabbia e chiedere diritti e sicurezza contro il Covid. Che ormai ha portato a nudo il problema cronico delle carceri laziali: il sovraffollamento nelle celle. I detenuti protestano a Regina Coeli e Rebibbia, a Latina e adesso anche nel carcere di Viterbo, dove oltre alla battitura (le proteste con pentole e scodelle) stanno rifiutando il vitto e lo donano alla Caritas: accettano solo zucchero, caffè, acqua e tabacco, e due rappresentanti per ogni sezione del carcere viterbese sono entrati in sciopero della fame.
Al ministero dell'interno l'allarme è rosso: si sta tornando al punto di non ritorno di marzo, quando le proteste infiammarono le carceri del paese. In tutto sono poco più di 30 i detenuti positivi nel Lazio ma si tratta solo dei casi accertati: il timore, fondato, è che ce ne siano altri. Il virus è entrato di nuovo dentro il carcere dove la sua diffusione è facilissima. Anche le visite sono in sostanza sospese: niente volontari né familiari.
Gli occhi della polizia penitenziaria sono puntati sulle carceri più affollate: il carcere di Viterbo ha 440 posti ma 513 detenuti: difficile convivere in cella, rispettare i turni per farsi una doccia o curarsi dal medico o telefonare alla famiglia. Ed è impossibile mantenere il distanziamento.
"I detenuti manifestano in maniera non violenta - spiega il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - chiedono la riduzione del sovraffollamento: speriamo che le Camere potenzino le misure alternative. Come ha indicato il procuratore generale Salvi, occorre ridurre gli ingressi in carcere ai casi gravi e potenziare la rete di accoglienza dei detenuti con pene brevi".
es-com.it, 29 novembre 2020
La prevenzione della violenza di genere: è un diritto esigibile? La rete intersistemica - il trattamento degli autori di violenza per la riduzione della recidiva. Il prossimo 16 dicembre 2020 alle ore 14.00 è in programma la conferenza conclusiva di Conscious, il progetto per introdurre in ambito carcerario ed extra carcerario un modello di trattamento e supporto, finalizzato alla riduzione della recidiva per gli autori di abusi sessuali e violenza domestica che vede come capofila il Dipartimento di salute mentale e patologie da dipendenza della Asl di Frosinone, in partenariato con il Garante dei detenuti del Lazio, e in partnership con il Centro nazionale studi e ricerche sul diritto della famiglia e dei minori e la Wwp (European network for the work with perpetrators of domestic violence), l'organizzazione internazionale che raggruppa 64 membri in 32 paesi, impegnati nel contrasto alla recidiva. In fondo alla pagina sono indicati i link per scaricare alcuni outputs di progetto.
È prevista la partecipazione dell'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, dell'assessora alle Pari opportunità, Giovanna Pugliese, il Garante dei detenuti, Stefano Anastasìa, la direttrice generale della Asl di Frosinone, Pierpaola D'Alessandro e il direttore del direttore di dipartimento di salute mentale della stessa Asl, Fernando Ferrauti, e la direttrice del carcere di Frosinone, Teresa Mascolo. A illustrare i risultati dei trattamenti realizzati presso le carceri di cassino e Frosinone, interverranno Antonella D'Ambrosi e Nicola De Rosa. Ci si potrà iscrivere entro il 15 dicembre 2020 compilando l'apposito form online. Gli organizzatori fanno sapere che durante la conferenza conclusiva sarà possibile interagire mediante la chat. Le domande saranno selezionate, per la discussione finale.
Nel corso dell'evento conclusivo saranno illustrati il modello di intervento, i risultati ottenuti e le lezioni apprese. L'obiettivo degli attuatori del progetto è quello di contribuire allo sviluppo e alla diffusione di un approccio intersistemico che sintetizzi i diversi vertici di osservazione e intervento - clinico, criminologico, socioeducativo, avviando programmi di prevenzione della recidiva delle condotte lesive e violente e stimolare il dibattito tra governo regionale e nazionale, le istituzioni carcerarie e sanitarie, i professionisti e la rete no profit, e che vengano condivise responsabilità, strategie e future iniziative europee. Guarda il video sul canale youtube dedicato: https://youtu.be/19f2lIy6WW0
Conscious Project - Conscious, co-finanziato dal programma europeo Diritti Uguaglianza e Cittadinanza, introduce in ambito carcerario ed extra carcerario, un modello di trattamento e supporto, integrando attività trattamentali, percorsi di rieducazione e reinserimento sociale nonché attività d'aggiornamento per operatori. Capofila è la ASL Frosinone, Dipartimento Salute Mentale e Patologie da Dipendenza, in partenariato con il Garante dei Detenuti del Lazio, con l'European Network for the Work with Perpetrators of Domestic Violence e il Centro Nazionale Studi e Ricerche sul diritto della Famiglia e dei Minori. Operatori di polizia penitenziaria, amministratori penitenziari, educatori, operatori Uepe, personale ASL e i rappresentanti delle istituzioni associate, hanno preso parte ad attività di formazione e capacity building, di apprendimento reciproco e all'implementazione di protocolli e metodi di lavoro. Protocolli d'intesa sono stati siglati tra gli attori della rete. Nelle attività di trattamento sono stati coinvolti detenuti sex offenders e colpevoli di maltrattamenti in famiglia detenuti presso la casa circondariale di Cassino e Frosinone, mentre un servizio esterno è attivo presso l'ASL di Frosinone per perpetrators ex detenuti o sottoposti a misure alternative segnalati all'ASL dal Tribunale di Sorveglianza o dagli avvocati.
Attraverso le attività previste nel programma di trattamento specialistico, le relazioni di sostegno e la possibilità di sperimentare modalità di giustizia riparativa con un piano di reintegrazioone sociale, gli autori di reato potranno acquisire strumenti concreti per la gestione del proprio comportamento ed un migliore controllo degli impulsi violenti riducendo il rischio di commettere nuova violenza.
Il progetto prevede, tra l'altro, la realizzazione di un impact assessment economico-finanziario derivante dall'applicazione del modello al contesto locale e uno studio sulla replicabilità a livello europeo. Un gruppo di esperti sta valutando l'impatto degli interventi previsti in termini di riduzione del rischio di recidiva per i detenuti trattati.
Un ampio network europeo rappresentato da WWP En e la Regione Lazio svolgono l'attività di comunicazione e disseminazione dei risultati del progetto che ha visto già lo svolgimento di 3 infodays, 1 networking meeting, 2 conferenze, 1 workshop internazionale. Core del progetto è la replicabilità del servizio trattamentale a beneficio dei detenuti/perpetrators nonché la continuazione dei trattamenti anche al di fuori del carcere.
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