di Grazia Coppola
extremaratioassociazione.it, 30 novembre 2020
Una panoramica sull'emergenza Covid nell'emergenza carceri. Sovraffollamento costante, assenza di spazio vitale e pandemia in corso. Ecco come l'Italia sta calpestando la Costituzione e i diritti inviolabili di migliaia di detenuti. Un'analisi sui numeri e sulle condizioni delle carceri italiane durante questa seconda ondata, a fronte del disinteresse generale e dell'assenza di seri interventi da parte del Governo.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 novembre 2020
Il responsabile dem alla Giustizia e tesoriere del partito: "A Saviano dico che tra i nostri emendamenti al decreto Ristori ci sono alcune delle proposte contenute nel suo appello". Ma su amnistia e indulto: "Non ci sono le condizioni politiche, meglio non alimentare speranze". "L'appello di Saviano sul carcere è giusto, ma questo non è il governo del 'marciscano in galera'. Tant'è che il Pd propone misure assai simili". Dice così Walter Verini, tuttora l'uomo della giustizia del Pd, ma dal segretario Nicola Zingaretti "promosso" a luglio tesoriere del partito.
di Grazia Longo
La Stampa, 30 novembre 2020
Tra le emergenze del coronavirus c'è quella delle carceri. Luoghi chiusi dove il sovraffollamento è all'ordine del giorno, alto quindi il rischio che diventino focolai di contagio. Su questo fronte, già dalla scorsa primavera, sono schierati gli esperti di Medici senza frontiere. Dottori, infermieri, professionisti di igiene con una lunga esperienza nella gestione di epidemie.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2020
In assenza di tempestiva comunicazione alle parti il dies a quo decorre dalla notificazione dell'avviso di deposito. Non incide il mancato avviso di deposito della motivazione se alla parte è stato notificato il provvedimento presidenziale che proroga il tempo entro cui il giudice deve depositare la sentenza. È quindi legittimo il deposito, oltre il termine previsto in sentenza per la redazione della motivazione, ma entro quello prorogato per il deposito.
Ed è solo a partire dal decorso di quest'ultimo che si computa il termine a impugnare e non dall'avviso di deposito avvenuto oltre il termine indicato in sentenza, ma entro quello prorogato. Così la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 33581/2020 ha confermato il superamento del precedente orientamento di giurisprudenza che aderiva a una rigida regola - secondo cui il termine per impugnare decorre dalla scadenza di quello stabilito dalla legge o fissato dal giudice, come prevede l'articolo 585 del codice di procedura penale. Veniva perciò affermato che il termine di deposito della sentenza non cambia anche se per decreto presidenziale è stata concessa al giudice una proroga per la redazione della motivazione. Da ciò veniva tratta la conseguenza che il giorno in cui inizia il decorso del tempo per impugnare non è quello del deposito aumentato dei giorni di proroga, ma quello della notifica dell'avviso di deposito della sentenza.
La Cassazione smentisce l'orientamento precedente perché - ritenendo il provvedimento presidenziale ininfluente sul termine a impugnare - si basa su una norma di procedura che infatti proprio non contempla l'ipotesi di fissazione di un termine di proroga da parte del presidente del tribunale o della corte di appello (che rispetto al processo non sono tecnicamente giudici). La norma delle disposizioni di attuazione sulla proroga presidenziale era considerata da tale orientamento pregresso idonea solo a tutelare il giudice estensore da eventuali conseguenze disciplinari. E dalla previsione della comunicazione della proroga al Csm si confermava la sua irrilevanza sui termini per impugnare.
di Barbara Ardù
La Repubblica, 30 novembre 2020
L'obiettivo è rendere le donne vittime di violenza indipendenti da un punto di vista economico. Perché tra i motivi che le incatenano alle mura domestiche c'è anche lo stato di necessità. Il memorandum è stato sottoscritto da Abi, Caritas italiana, Ente nazionale per il microcredito e Abi. Il governo ha anche istituito un Fondo che avrà una dotazione iniziale di tre milioni.
Prendere figli, se ci sono, aprire la porta e andarsene. Questo dovrebbero fare le donne vittime di violenza tra le mura domestiche. Molte però sono anche vittime della dipendenza economica dei loro partner, non lavorano. Incatenate dalla necessità. Ora però hanno una possibilità in più. Il governo ha istituito un fondo che alimenterà quello che è stato definito il "microcredito di liberta", con una dotazione iniziale di circa 3 milioni di euro. E Federcasse, Abi, Caritas italiana ed Ente nazionale per il microcredito hanno firmato un memorandum per farlo partire.
È in pratica lo strumento finanziario per l'emancipazione economica delle donne che hanno subito violenza e funziona sulla falsariga del microcredito sociale: un piccolo prestito per consentire a chi non può accedere a un finanziamento bancario, di uscire dalla povertà e dalla necessità. Si vuole offrire alle donne maltrattate la possibilità di garantirsi un futuro lavorando, magari mettendo su una piccola attività. La ministra delle Pari Opportunità e della Famiglia Elena Bonetti, lo aveva lanciato un anno fa in occasione della giornata internazionale della violenza sulle donne e oggi la proposta è realtà.
L'obiettivo è supportare e accompagnare le donne assistite dai centri antiviolenza in un percorso di re-introduzione nelle comunità attraverso l'emancipazione economica. "Si tratta di una iniziativa che sin dall'inizio ci ha visto convinti sostenitori - ha commentato Augusto Dell'Erba, presidente di Federcasse - per trovare una possibile soluzione a un fenomeno poco conosciuto, ma drammatico, come la non autosufficienza economica di donne vittime di violenza. Come credito cooperativo - prosegue Dell'Erba - ci attiveremo con le federazioni locali delle banche di credito cooperativo e con le capogruppo dei gruppi bancari cooperativi per individuare quanto prima i più efficaci canali di coinvolgimento delle 250 banche di credito cooperativo, casse rurali e casse Raiffeisen nel progetto".
Due i canali: il microcredito "imprenditoriale", garantito dal fondo di garanzia per le Pmi nella misura massima prevista dalla legge (ad oggi, per il 90%) e il microcredito "sociale" garantito al contrario al 100% dal Fondo di garanzia, cioè dallo Stato.
Lo schema definito nel memorandum per l'avvio del 'microcredito di libertà' prevede da parte dei centri antiviolenza una fase iniziale di selezione delle richieste avanzate dalle donne affidandole a 'tutor' specializzati individuati all'interno dell'albo gestito dall'ente nazionale per il microcredito. Sarà poi sempre il tutor a seguire l'istruttoria delle domande da sottoporre all'intermediario finanziario convenzionato prescelto dalla donna beneficiaria. Le banche e gli intermediari aderenti all'iniziativa valuteranno a loro volta la concessione del finanziamento alle migliori condizioni.
"Una donna che ha subito una violenza fisica o psicologica è una donna che pensa di non valere nulla" ha osservato la ministra Bonetti - il microcredito di libertà è "una proposta che va nella direzione opposta, quella di restituire fiducia alle donne e di tutelarle". Il Credito Cooperativo nel 2019 attraverso il Fondo di garanzia delle Pmi aveva garantito finanziamenti erogati dalle BCC per 2,5 miliardi di euro e di questi, oltre 387 milioni erano stati destinati a imprese femminili (per un totale di circa 6.937 imprese). Oggi la componente femminile nel Credito Cooperativo rappresenta il 41 % del personale BCC. In crescita la presenza femminile nei board ed ai vertici delle BCC (a dicembre 2019 erano 584 le donne amministratrici, sindaci, direttrici, vice direttrici e rappresentano il 15% del totale).
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
"Il ministro della di Giustizia dice che la caratteristica del lavoro di noi magistrati onorari è la "spontaneità dell'adesione"? E allora noi questo mese, "spontaneamente", non facciamo udienze". Parte da Palermo e Milano la protesta dei magistrati onorari (5.000 in tutta Italia), ai quali di proroga in proroga lo Stato ha di fatto subappaltato le udienze nel 50% del civile e nell'80% del primo grado del penale monocratico, benché siano pagati a cottimo 98 euro lordi a udienza e non abbiano malattia né pensione.
La mossa, soprattutto dei viceprocuratori onorari, è quella di non dare più la disponibilità per dicembre, e subito se ne vedono i contraccolpi: a Milano 16 pm togati sono stati precettati per non far saltare i processi di domani e mercoledì, e oggi il procuratore Francesco Greco ha convocato una riunione per discutere come coprire altre cento udienze nel mese, anticipando che, se necessario, egli stesso e i suoi vice faranno alcuni di questi turni.
Ma è aritmetica che, se i magistrati onorari dovessero tenere duro, molte Procure non riuscirebbero a reggere. La pandemia ha esacerbato la sensazione di essere trattati - lamentano - come "schiavi" di una "classe" inferiore, visto che, mentre i pm togati stavano in smart working a casa, le uniche udienze che per legge non si sono mai fermate sono state le convalide degli arresti o le espulsioni in materia d'immigrazione, proprio quelle mandate avanti quasi solo dagli onorari, con alto rischio di esposizione al virus ma nessuna tutela in caso di malattia.
A farli poi infuriare è stato i119 novembre il ministro Bonafede quando, in risposta a una interpellanza, ha detto non solo che "la distinzione tra magistrati professionali e onorari è basata sulla spontaneità dell'adesione di soggetti impegnati in altre occupazioni, e sulla precarietà e temporaneità delle funzioni esercitate", ma anche che la loro esistenza "è legata altresì alla finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della magistratura professionale".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2020
L'Ucpi suggerisce la firma di Protocolli con le Corti per assicurare il giudizio in presenza; l'opposizione mira a riformare il Dl in sede di conversione. Per la riforma dell'Appello cartolare, o "a chiamata" come è stato anche irridentemente soprannominato, scatta il pressing delle Camere Penali e di Forza Italia.
di Laura Berlinghieri
La Nuova Venezia, 30 novembre 2020
Quattro poliziotti positivi a Santa Maria Maggiore, direttrice e agente malate alla Giudecca. Clima teso dopo l'ultima protesta. Quattro agenti positivi nella casa circondariale di Santa Maria Maggiore e poi la direttrice e un'altra agente, sempre positive, nel carcere femminile della Giudecca. Il Covid torna a penetrare negli istituti penitenziari di Venezia, questa volta non interessando però i detenuti.
Ma è comunque una situazione che va ad aggravare ulteriormente il fragilissimo equilibrio delle nostre carceri. L'esempio emblematico consiste nella rivolta di mercoledì pomeriggio, quando i detenuti del carcere maschile hanno sbattuto per mezz'ora vari oggetti sulle porte e sulle inferriate, per richiamare l'attenzione degli esterni. Deflagrazione - fortunatamente, senza conseguenze - di una miccia accesasi poco prima, con le minacce (rimaste tali) rivolte da alcuni reclusi alle infermiere della struttura. Infermiere che, per questo, hanno deciso di "scioperare", posticipando di un'ora la quotidiana consegna dei farmaci.
Ignari della decisione, i detenuti hanno iniziato a protestare, costringendo gli agenti a un'affannosa corsa tra le celle e l'infermeria, nel tentativo di capire cosa fosse successo. "Se fosse stato presente lo staff dirigenziale, probabilmente tutta questa situazione si sarebbe potuta facilmente evitare", commenta Sergio Steffenoni, garante dei detenuti, in proroga fino al 15 gennaio, quando sarà nominato il successore. "Le infermiere delle cooperative fanno un lavoro complesso e sottopagato. E ora devono anche fare i tamponi. Meritano maggiore considerazione e aiuto".
Le condizioni nelle due carceri veneziane appaiono estremamente delicate. Entrambe le strutture sono momentaneamente prive delle relative guide, con la gestione che è ora nelle mani dei direttori delle carceri di Treviso e di Belluno. E poi la carenza si registra anche tra gli educatori: uno per ciascuna sede, invece dei tre che dovrebbero esserci. Questioni a cui aggiungere il ben noto problema del sovraffollamento. "Un conto è godere di una continuità, altra storia è essere perennemente in sostituzione" spiega Steffenoni, nel provare a motivare quanto accaduto mercoledì.
Ma la situazione di Venezia ripete quella delle altre realtà della regione (e non solo), con difficoltà che si ripercuotono, a effetto domino, sulle altre strutture. "Il provveditore delle carceri del Triveneto, Enrico Sbriglia, è andato in pensione sei mesi fa. Il posto è ancora vacante, ma dovrebbe presto essere coperto da una persona in arrivo da Ancona. La casa circondariale di Padova è priva del direttore, così come le carceri di Vicenza, Rovigo e Trieste. A queste condizioni è evidente che il clima sia esasperato" conclude il garante Steffenoni.
La Repubblica, 30 novembre 2020
Vito Clericò, 64 enne di Garbagnate Milanese (Milano) condannato in secondo grado all'ergastolo per l'omicidio nel 2017 dell'amica Marilena Rosa Re, promoter 58enne uccisa per soldi, fatta a pezzi e sepolta nell'orto, si è suicidato nel tardo pomeriggio di oggi nel bagno comune del carcere di Busto Arsizio (Varese).
A quanto emerso ha ingoiato sacchetti dell'immondizia fino a soffocarsi. L'uomo ha lasciato una lettera nella quale ha spiegato il suo gesto criticando l'operato della giustizia. Reo confesso dell'omicidio, Clericò mangiava poco e sosteneva di patire la detenzione.
A dare l'allarme è stato il suo compagno di cella che, non vedendolo tornare dai bagni comuni, ha pensato si fosse sentito male. Immediato l'intervento di medici e agenti di polizia penitenziaria, ma per l'uomo non c'è stato nulla da fare.
Marilena Re scomparve da casa nel luglio del 2017 e solo nel settembre successivo Clericò, interrogato dagli inquirenti, ammise che il suo cadavere si trovava nel suo orto. Del delitto aveva però incolpato un misterioso uomo corpulento. Successivamente, dopo aver cambiato otto volte versione, ammise di averla uccisa e poi decapitata e fatta a pezzi e di aver nascosto il corpo nel suo terreno e la testa in un campo di Garbagnate, dove fu ritrovata dagli investigatori in un sacco, tra i rovi. Movente del delitto sarebbe stata una somma di denaro non dichiarata che la vittima aveva chiesto a Clericó e a sua moglie di tenere nascosta in casa, per poi richiederla indietro.
di Alessandra Napolitano
centropagina.it, 30 novembre 2020
"I detenuti sentono la mancanza dei familiari". Nei sei Istituti penitenziari marchigiani al momento non si registrano casi di positività al Coronavirus tra i carcerati. Nelle carceri marchigiane l'impegno è massimo per evitare contagi tra i detenuti e al momento non si registrano casi di positività. Il Coronavirus mette a dura prova non solo il sistema penitenziario, ma anche gli stessi detenuti che in questo periodo di emergenza sanitaria vedono ridotte sia le possibilità di avere colloqui con i propri familiari, sia le attività trattamentali.
Il Garante regionale dei diritti Andrea Nobili, che segue scrupolosamente la situazione con costanti monitoraggi e visite, fa il quadro della situazione nelle sei carceri marchigiane: la Casa circondariale Montacuto e la Casa di reclusione Barcaglione ad Ancona, Villa Fastiggi a Pesaro, la Casa di reclusione di Fossombrone, la Casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno e la Casa di reclusione di Fermo.
Avv. Nobili, com'è attualmente la situazione sanitaria negli istituti penitenziari marchigiani?
"Al momento non si registrano casi di detenuti positivi in nessuna delle sei carceri marchigiane. Contagi sporadici, fortunatamente non gravi, si sono verificati tra gli operatori di polizia penitenziaria. Ad ogni modo, sono stati effettuati tutti i controlli necessari e non si sono determinate situazioni di trasmissione del virus all'interno degli Istituti. Il livello di attenzione è molto alto, i controlli sono rigorosi e anche recentemente gli operatori di polizia penitenziaria sono stati sottoposti a tampone. Le carceri sono luoghi da seguire con particolare attenzione perché un'eventuale diffusione del virus sarebbe davvero problematica".
Che misure vengono adottate all'interno delle carceri?
"Gli operatori di polizia penitenziaria indossano sempre la mascherina. Nella cella i detenuti non la portano in quanto hanno poche occasioni di contatto con soggetti provenienti dall'esterno. Tutti coloro che invece entrano in carcere vengono monitorati, viene fatto il controllo della temperatura. Se qualche detenuto è uscito perché magari ha avuto un permesso o ha dovuto fare delle visite mediche, al rientro viene sottoposto a controlli e messo in quarantena. Quarantena di 14 giorni e tampone anche per chi è in custodia cautelare o per chi proviene da altre carceri".
Come vivono la situazione Covid i detenuti?
"Quello che soffrono di più è la compressione delle opportunità di relazioni affettive. I colloqui con i familiari si sono fortemente ridimensionati, basti pensare che le misure del Dpcm non consentono di spostarsi dal Comune di residenza e le visite ai detenuti non sono un'eccezione, a riguardo c'è proprio una specifica Faq del Governo. È vero che è aumentata la possibilità di fare chiamate e videochiamate- prima quest'ultima opzione non era prevista- ma ciò non sostituisce il rapporto diretto con i familiari. I detenuti risentono anche della riduzione delle iniziative trattamentali".
Quali sono le criticità maggiori riscontrate nelle carceri marchigiane? "Innanzitutto le strutture penitenziarie avrebbero bisogno di manutenzione straordinaria. Ci sono edifici che accusano il logorio del tempo e non hanno spazi adeguati per la socialità. Non sempre tutto funziona: a volte manca l'acqua calda, a volte gli impianti di riscaldamento hanno dei problemi. Altre criticità sono un leggero sovraffollamento; la carenza di organico degli operatori di polizia penitenziaria e le limitate iniziative trattamentali che se già prima erano poche, ora si sono ridotte ulteriormente. A fronte poi di un numero importante di detenuti con problemi psicologici o psichiatrici mancano gli psicologi. Sarebbero necessari anche dei miglioramenti sanitari come una maggiore presenza di dentisti. Comunque, rispetto ad altre regioni le carceri marchigiane presentano difficoltà minori".
Garante Nobili, è quasi arrivato al termine del suo mandato. Ha visto dei miglioramenti in questi anni nelle carceri marchigiane?
"Non direi. Il sistema penitenziario vive una condizione molto difficile ed ha bisogno di una grande riforma. Piuttosto ho visto dei sensibili peggioramenti dovuti al fatto che il Provveditorato- l'organo di amministrazione penitenziaria- non è più presente nelle Marche ed è stato trasferito a Bologna. Inoltre, gli uffici che si occupano di esecuzione penale esterna lavorano in condizioni difficilissime perché c'è una carenza di personale importante".
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