ottopagine.it, 29 novembre 2020
L'allarme del Garante Ciambriello: "Nessuna tutela, non ci sono mascherine e disinfettanti". Secondo gli ultimi dati raccolti, I detenuti positivi al Covid 19 nella regione Campania sono 158 di cui 89 a Poggioreale su una popolazione di 2091 detenuti, 65 a Secondigliano su 1.186 detenuti, 3 a Benevento, 1 a Salerno.
I detenuti positivi che si trovano ricoverati presso presidi ospedalieri esterni sono 3, di cui uno in gravi condizioni. Tra polizia penitenziaria, personale amministrativo e sociosanitario ci sono 218 positivi. Il Garante delle persone private della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello dichiara: "Mentre si consuma la falsa credenza che il carcere sia il luogo più sicuro per non contagiati dal Covid 19, l'epidemia, causa sovraffollamento e promiscuità, malattie croniche e ambienti non igienizzati né sanificati, dilaga tra gli "invisibili".
"Quasi da nessuna parte dispenser nei corridoi o davanti alle celle, poche mascherine - fa sapere ancora il garante. Non vengono distribuiti ai detenuti prodotti igienico sanitari, tra i quali l'amuchina, per sanificare stanze, scale e ambienti.
C'è bisogno di darsi una svegliata, dalla politica alla società civile. Il Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria ha lasciato soli i suoi dirigenti ed operatori penitenziari. Occorrono subito provvedimenti del Governo, delle Procure e dei magistrati di sorveglianza. Il carcere non è una discarica sociale! Occorre superare l'omertà del silenzio e andare oltre le mura dell'indifferenza." conclude Ciambriello.
di Pierfrancesco Caracciolo
La Stampa, 29 novembre 2020
Parte il progetto per creare un teatro e una pizzeria all'interno del Ferrante Aporti. L'idea finanziata con il crowdfunding. Sarà un teatro di quartiere, aperto a tutti. Ma sorgerà all'interno del Ferrante Aporti, il carcere minorile in via Berruti e Ferrero, quartiere Lingotto. Sarà realizzato in un salone dell'istituto penitenziario, ampio 150 metri quadrati, con ingresso dedicato, che sarà ristrutturato e riadattato con l'aiuto dei detenuti. E saranno loro a gestirlo, quando tutto - palco, quinte, muri insonorizzati - sarà pronto.
È il progetto Wall Coming dell'associazione Aporti Aperte, che da quindici anni opera in favore dei minori ristretti. È partito a settembre, selezionato in una call di Bottom Up, il Festival dell'architettura. Per realizzarlo occorrono 80 mila euro: i primi 17 mila sono stati raccolti in due mesi con un crowdfunding completato nei giorni scorsi, cui la Fondazione per l'architettura ha dato un robusto contributo (più di 10 mila euro). L'obiettivo, Covid permettendo, è aprire il nuovo spazio entro fine 2021.
Un ponte verso l'esterno - "Vogliamo creare un ponte tra i detenuti e il mondo esterno", spiega Eleonora De Salvo, referente del progetto, che vede coinvolta la direzione dell'istituto. Si realizzerà un luogo in cui accogliere le compagnie teatrali in arrivo "da fuori", ma anche presentazioni di libri o conferenze. In cui i ragazzi del Ferrante Aporti avranno principalmente il compito di occuparsi di aspetti tecnici: le luci, il suono. Ma non solo. Grazie ai laboratori dell'associazione, i cui volontari dal 2005 propongono attività didattiche e culturali (teatro, musica, primo soccorso) all'interno del carcere, saranno gli stessi detenuti ad andare in scena.
La rieducazione - Perché chi varca l'ingresso del Ferrante Aporti "spesso si sente un emarginato, un cittadino di Serie B", spiega la direttrice dell'istituto, Simona Vernaglione. Sono ragazzi tra i 15 e i 25 anni, il più delle volte stranieri, molte volte senza famiglia o provenienti da contesti difficili. Attesi da mesi o anni di detenzione, isolati dal mondo. Soprattutto ora che, complice la pandemia, i colloqui con i parenti si fanno su skype o whatsapp: "Ma non devono sentirsi di Serie B anche quando usciranno - aggiunge -. E la chiave per la rieducazione e il reinserimento sociale è il contatto col mondo esterno".
I ragazzi del Ferrante Aporti, istituto in grado di ospitare fino a 46 detenuti (ma oggi ce ne sono una trentina), saranno coinvolti nella progettazione e realizzazione del nuovo spazio. Sarà ristrutturata quella che oggi è la "sala fumo", in cui i detenuti possono accendere una sigaretta tra sedie, tavolini e due calcio balilla. "Ma non diventerà solo un teatro", chiarisce Eleonora De Salvo, che al progetto lavora con le associazioni Artieri, Rigenerazioni, Codicefionda, Inforcoop e la Fondazione Teatro Ragazzi, con il sostegno di Monica Gallo, la garante dei detenuti della Città. "Sarà una sala polifunzionale, che nei weekend si trasformerà in una pizzeria. Sempre aperta al territorio". A gestirla saranno i ragazzi del carcere anche quando ci sarà da servire ai clienti una Margherita. E anche da prepararla: proprio accanto alla "sala fumo", nel carcere, sorge infatti il laboratorio in cui loro imparano a impastare la pizza.
I passi del progetto - Il progetto, sul piano economico, è stato diviso in 4 step. Con i primi 17 mila euro sarà insonorizzata la sala e saranno coperti i finestroni con maxi tende. Operazione che - in ritardo sulla tabella di marcia causa Covid-19 - sarà completata appena i volontari potranno rientrare nel carcere, off limits da quando il Piemonte è zona rossa. A Natale scatterà la seconda raccolta fondi, per progettare e costruire pedane e sedute rimovibili: "Occorreranno 31 mila euro", spiega Eleonora De Salvo. Più avanti partiranno il terzo e il quarto crowdfunding. Uno per mettere insieme i fondi per dare visibilità al teatro, con un'insegna ad hoc e un percorso per i visitatori; l'altro per fare l'ultimo step: "Coinvolgere i ragazzi affinché diventino co-creatori degli eventi culturali".
di Stefano Bernardi
picenonews24.it, 29 novembre 2020
Il Garante dei detenuti: "Carenza di personale, videochiamate ed un nuovo progetto". La pandemia ha stravolto la nostra quotidianità, ma esistono dei luoghi in cui questi cambiamenti hanno una ricaduta estremamente più fragorosa. La Casa Circondariale del Marino del Tronto è sicuramente uno di questi. In quest'ottica, abbiamo contattato il Garante regionale dei diritti della persona, Andrea Nobili, anticipando la sua visita presso il carcere, calendarizzata per lunedì.
"Innanzitutto, ad oggi, possiamo dire che non si riscontrano casi di positività tra i detenuti - afferma Nobili -, lo stesso non lo possiamo affermare per gli operatori, che hanno una propria vita privata fuori. Qualche caso c'è stato. Il tutto viene svolto con un monitoraggio meticoloso, ma che ha comportato una compressione dei diritti dei carcerati. La casa circondariale ha al suo interno circa 130 detenuti, con 40 che provengono dal "rivoltoso" istituto penitenziario di Modena. E' anche presente, nel computo totale, una buona parte di persone di nazionalità straniera. Questo mi permette di toccare una tematica importante: la struttura di Ascoli ha la peculiarità di avere molti carcerati fuori Regione. Ciò, naturalmente, ha delle ricadute sulle visite familiari - modalità che è mutata, ma ne parleremo più avanti.
Nella struttura ascolana, da ben prima dello scoppio della pandemia, non sono più presenti i detenuti sotto regime carcerario disciplinato dall'articolo 41bis. Al tempo stesso, la struttura del Marino, fu progettata per accogliere prevalentemente quella tipologia di detenuti, guadagnandosi l'appellativo di carcere di "massima sicurezza".
Ora, quegli spazi, pensati per chi ha pochissimi "diritti", sono riservati ad un'altra tipologia di detenuti, comportando non pochi lamenti da parte degli stessi. Le disposizioni nazionali valgono anche all'interno del carcere, soprattutto quando si è chiarito che la visita, presso un Comune diverso dal proprio, ad un familiare non è motivo lecito per lo spostamento. Tutto ciò vuol dire una riduzione della fascia preposta per questo tipo di attività. Per permettere un contatto con i propri cari si è ricorsi alle videochiamate via Skype o telefono. L'unica via che potesse rispettare i dettami vigenti ed il contatto coi parenti.
Anche i vari laboratori sono sospesi. L'attività rieducativa ha sempre avuto un ruolo preminente nel regime di carcerazione, che deve tendere sempre al "reinserimento sociale", costituzionalmente garantito. Anche Ascoli, come quasi tutte le strutture nazionali, soffre per la carenza di personale. Nella fattispecie: operatori della Polizia Giudiziaria, educatori e, soprattutto, la figura dello psicologo o psichiatra. Molti dei detenuti soffrono di malattie psicologiche, meritando particolare attenzione e particolari cure".
È anche notizia recente la firma del protocollo d'intesa. Questo avrà come obiettivo l'utilizzo dei carcerati in lavori di pubblica utilità ed a bassa responsabilità. "Recentemente è avvenuta questa firma - continua Nobili -. Rispetto a questo tema specifico, deve essere riconosciuto il merito al procuratore generale Sottani, il primo a caldeggiare ed attivarsi per questo piano.
"Mi riscatto per il futuro" è un progetto che vedrà l'utilizzo dei detenuti per lavori di manutenzione ordinaria degli uffici, per attività di front-office, cura delle aree verdi di pertinenza delle sedi giudiziarie. È un disegno che verterà sull'attuazione piena dell'articolo 27 della Carta Costituzionale, favorendo progetti animati da uno scopo di "reinserimento sociale". Ma avrà anche una importante ricaduta sociale su chi, nel carcere, non è mai entrato".
cronacheagenziagiornalistica.it, 29 novembre 2020
Venti detenuti del reparto "Sex Offenders" del carcere di Secondigliano imbarcati sul galeone "Seizeronove" dello psichiatra Adolfo Ferraro: gli autori si sono immedesimati nel "Visconte dimezzato" di Italo Calvino in un laboratorio di lettura e scrittura creativa: "Lupus in Fabula".
Lunedì 30 novembre, alle ore 19, il "Caffè Letterario" delle Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere, presenterà in diretta streaming su Facebook il libro dello psichiatra Adolfo Ferraro "Seizeronove" - galeoni e galeotti, con l'autore. Introduce e conclude l'avvocato Fiorentina Orefice, componente del comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine Avvocati di Santa Maria Capua Verere.
Interverranno quindi la dottoressa Marinella Graziano, magistrato della Sezione Misure Prevenzione Antimafia del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere; l'avvocato Renato Iaselli, vice presidente dell'Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere; l'avvocato Francesca Della Ratta, componente del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine di Santa Maria Capua Vetere e lo scrittore e cronista giudiziario dottor Ferdinando Terlizzi. Modera l'avvocato Giovanna Barca componente del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine di Santa Maria Capua Vetere.
"Seizeronove" nasce da un laboratorio di lettura e scrittura creativa: "Lupus in Fabula", tenuto nel Carcere di Napoli Secondigliano da un gruppo di volontarie e da uno psichiatra, con venti detenuti responsabili di reati sessuali. Dopo la lettura collettiva de "Il Visconte dimezzato" di Italo Calvino si è lavorato sul testo e sui suoi personaggi, utilizzando i meccanismi della creatività, della riflessione, dello psicodramma e della scrittura.
La pubblicazione è arricchita oltre che dal Ferraro anche dagli interventi critici e metodologici di Giuliano Balbi, Maria Pia Daniele, Amalia Fanelli, Davide Iodice e Luigi Romano. Da qui l'elaborazione di una storia, prima individuale poi comune, che inevitabilmente rappresenta anche le proprie condizioni, con lo scopo di acquisire una consapevolezza che non nega e non giustifica, non è né complice e non è accusatore, ma aiuta a comprendere.
Adolfo Ferraro è autore di diverse pubblicazioni a carattere scientifico e divulgativo ("Delitti e Sentenze Esemplari" - con prefazione di Ugo Fornari - Centro Scientifico Editore, 2005; "Materiali dispersi", storie dal manicomio criminale, con prefazione di Massimo Picozzi - Tullio Pironti Editore, 2010; "Le Evasioni Possibili", Arte Reclusa, Rogiosi Editore - 2019) e si occupa di formazione come docente a contratto di Psichiatria Forense Criminologia Clinica e nei corsi di formazione e di aggiornamento del Ministero della Giustizia. È stato per molti anni Direttore dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, contribuendo al suo superamento. Vive e lavora a Napoli.
di Nello Scavo
Avvenire, 29 novembre 2020
Una partita a poker sulla pelle della povera gente con troppi interessi in gioco, dal gambero rosso all'oro nero. I negoziati però procedono senza sosta e senza clamore. È una storia di gambero rosso e di oro nero. Di ostaggi usati come bottino da mettere all'asta in una partita a poker con troppi giocatori. Dal generale Haftar che cerca un appiglio per non finire definitivamente scaricato dai protettori russo-egiziani, alla Francia che può incassare la gratitudine dell'Italia dopo anni di contrapposizione in terra libica. Da novanta giorni 18 pescatori siciliani sono prigionieri del signore della guerra Khalifa Haftar. E nel negoziato, non sapendo più a che santo votarsi, anche la diplomazia maltese si offre per dare una mano e trovare una soluzione entro Natale.
La mediazione è difficile. Ad ogni apparente punto di svolta sembra che i negoziatori debbano ricominciare daccapo. Il generale ribelle, che dopo aver fallito l'assalto a Tripoli sta tentando di riguadagnare peso, sta giocando la carta dello scambio di prigionieri, assicurando di voler riportare a Bengasi quattro libici arrestati in Sicilia cinque anni fa, condannati a 30 anni ciascuno in primo e in secondo grado a Catania per la morte in mare di 49 migranti nel 2015. Uno scambio impraticabile per l'Italia. All'inizio sembrava solo un modo per alzare il prezzo del rilascio, ma ora lo stesso Haftar è ostaggio delle sue promesse alla popolazione.
Il governo di Tripoli ne approfitta per regolare i conti con Roma, accusata di aver scelto la politica del piede in due scarpe: le trattative riservate con le milizie e i trafficanti fedeli a Tripoli, intanto cercando con Haftar il dialogo sui pozzi petroliferi; l'inutile e costoso vertice di Palermo nel 2018 e le missioni navali che non contrastano per davvero il traffico di armi destinate ad Haftar e non proteggono neanche i pescatori siciliani. Non è un caso che a perorare la causa di un plateale scambio di prigionieri, certo più imbarazzante di un qualsiasi segreto pagamento in denaro o di concessioni politiche da non sbandierare, sia proprio il vicepresidente del consiglio presidenziale di Tripoli, Ahmed Maitig. "Credo la direzione sia quella dello scambio con i calciatori libici condannati al carcere in Italia", ha dichiarato al Corriere della Sera. La polizia di Haftar, dopo avere minacciato l'incriminazione per traffico di droga a danno dei pescatori, al momento sembra avere desistito.
In gioco c'è altro. L'Italia, ha ricordato Maitig ai negoziatori di Roma, conserva un vantaggio nel giocare da mediatore nel dialogo multilaterale tra Egitto, Turchia, Grecia e Libia. Un "dialogo", viene fatto notare anche da fonti diplomatiche maltesi, "che può essere decisivo per la spartizione, l'esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti nel Mediterraneo". Non è un caso che quasi mai venga citata la Francia, le cui acquisizione energetiche e il ruolo sul campo a danno dell'Italia non sono messe in discussione. Tuttavia proprio Parigi può rivelarsi l'alleato dell'ultima ora. Haftar deve la vita ai medici militari francesi, che lo hanno salvato da un ictus. Niente di sentimentale, naturalmente. Ma uscire dall'impasse converrebbe a tutti.
La trattativa passa anche da Malta, che in questi anni ha mantenuto rapporti assidui con tutte le parti in Libia. Del resto non c'è affare o malaffare libico che non passi da La Valletta. I servizi segreti maltesi hanno buone fonti e ottime ragioni. Negli ultimi anni una nutrita schiera di fuggiaschi, avventurieri, esuli e faccendieri di entrambe le sponde hanno trovato riparto al di qua o al di là del Mediterraneo, a seconda che dovessero fuggire da Tripoli o sfuggire agli investigatori europei.
Anche in queste ore la marineria dell'isola continua a spingersi nel "mammellone", quel pescoso tratto di mare in acque internazionali che prima il dittatore Gheddafi e poi il generale Haftar hanno dichiarato unilateralmente come area esclusiva. Tuttavia a venire ostacolati sono esclusivamente i pescherecci siciliani e tunisini.
Un anno fa si era trovato un accordo. L'italiana "Federpesca" e la "Libyan military investment authority", un ente vicino all'esercito di Haftar, avevano siglato un patto. Attraverso una società maltese, che avrebbe incassato una provvigione, i pescherecci italiani avrebbero pagato una "tariffa" per ogni chilo di gambero rosso. In cambio gli armatori avrebbero potuto rifornirsi di carburante a basso costo nei porti controllati dal generale di Bengasi. Haftar ci avrebbe guadagnato due volte: il "dazio" per il pesce e le entrate per il gasolio. Su pressione del governo di Tripoli, che non vedeva di buon occhio quella concessione al nemico di Bengasi, Federpesca fu costretta a indietreggiare. Argomenti tornati sul tavolo del negoziato per far tornare a casa i 18 pescatori prigionieri entro il Natale.
veronanetwork.it, 29 novembre 2020
Sono nove anni che il Festival di Cinema Africano di Verona entra nella Casa circondariale di Montorio per vedere, insieme ai detenuti e alle detenute, accompagnato dai volontari e volontarie dell'Associazione La Fraternità, i film in concorso di una delle sezioni del Festival, quest'anno Viaggiatori & Migranti.
Sono nove anni che il Festival di Cinema Africano di Verona entra nella Casa circondariale di Montorio per vedere, insieme ai detenuti e alle detenute, accompagnato dai volontari e volontarie dell'Associazione La Fraternità, i film in concorso di una delle sezioni del Festival, quest'anno Viaggiatori&Migranti. Lo fa con la direzione artistica, esperti e registi che cambiano ogni anno, in base alla programmazione.
Quest'anno, causa pandemia, la composizione della Giuria è stata diversa: non erano presenti le due sezioni del carcere, maschile e femminile, e neanche tutti i settori. Nonostante le restrizioni si è riusciti comunque a selezionare un gruppo di giurati del settore maschile di eterogenea provenienza geografica, e seppur numericamente ristretto rispetto gli anni precedenti, ugualmente motivato.
Il Festival rappresenta da sempre un ponte verso l'esterno per chi vive il carcere, e anche l'occasione per poter esprime la propria voce con la consapevolezza che verrà ascoltata fuori da quelle mura. Quella del cinema africano è una proposta culturale unica, non solo perché offre ai detenuti la possibilità di vedere delle opere cinematografiche che provengono da un continente che spesso appartiene a chi le visiona, ma anche di essere accompagnati verso una comprensione della cinematografia da esperti e registi. La comprensione dell'opera poi si mescola a quello che spesso il film rappresenta per chi guarda e riconosce parte del proprio vissuto, avendo poi l'occasione di raccontarlo. Una possibilità di evasione dalla quotidianità verso un altrove che fa parte di sé.
Il Festival di Cinema Africano di Verona diventa così il mezzo per tornare a essere presenti in un mondo esterno che spesso non prende in considerazione chi vive dentro le carceri e, come sostiene la stessa direttrice della Casa circondariale di Montorio, Maria Grazia Bregoli, l'occasione di essere "considerati cittadini a pieno titolo", vivendo questa esperienza culturale come riscatto individuale, in cui si è protagonisti di un momento che altre giurie ufficiali ed esterne stanno vivendo.
La Giuria detenuti della Casa Circondariale di Montorio dopo aver visto tutte le 10 proiezioni dei cortometraggi e lungometraggi della sezione dedicata alla tematica delle migrazioni, Viaggiatori & Migranti, ha scritto e letto la sua motivazione dell'assegnazione del Premio "Cinema al di là del muro" al film Il mondiale in piazza di Vito Palmieri.
Per raccontare questa ricca esperienza in carcere, che ogni anno sa sorprendere gli organizzatori per l'intensità degli interventi dei partecipanti, e la scelta della Giuria detenuti della Casa Circondariale di Montorio, è stato realizzato un video visibile sul canale YouTube del Festival, AfricafestVerona.
di Annarita Briganti
La Repubblica, 29 novembre 2020
Hanno tra i sette e i novant'anni, si riuniscono in circolo e leggono per altri. In questi giorni si sono dati appuntamento in rete per decidere le prossime iniziative, come una rete telefonica per ascoltare storie. La carica dei giovani lettori ad alta voce, per gli altri, come forma di volontariato culturale. Succede nell'ambito del movimento "LaAV - Letture ad Alta Voce", una rete di circoli di lettori ad alta voce, presenti in tutta Italia, fondata undici anni fa ad Arezzo dal professore Federico Batini, docente di Pedagogia Sperimentale all'Università di Perugia, studioso degli effetti cognitivi della lettura ad alta voce. La quota associativa annuale è di 10 euro, 2 euro per i minorenni. Tutti possono aprire un circolo. Nessuno percepisce alcun compenso per le sue letture.
Su settecento volontari LaAV, dai 7 ai 90 anni, duecento sono bambine e bambini e ragazze e ragazzi e gestiscono in modo autonomo i circoli "Teen", da Milano, da Torino e dal Veneto a Roma, a Catania, alla Puglia e alla Toscana da dove è partito tutto. Come ci spiega Martina Evangelista, formatrice ed esperta di lettura, altra esponente di LaAV, i lettori ad alta voce "junior" hanno libertà totale. Possono costituire un circolo con chi vogliono, con una base minima di due, tre persone, e possono scegliere i libri che preferiscono, da leggere poi ad alta voce nelle scuole, negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle carceri e nelle altre iniziative del movimento. Così, oltre ai classici - da Gianni Rodari a J.K. Rowling - i giovani LaAV propongono anche tante opere fantasy e autori nati in rete, come la poetessa, esplosa su Instagram, Rupi Kaur.
"I più giovani/più piccoli sono equamente divisi tra donne e uomini, mentre tra gli adulti dominano le donne, e quando ci contattano, sul nostro sito o sulla nostra pagina Facebook, sono già lettori forti, curiosi di fare anche questa esperienza" dice Evangelista, che ci porta dietro le quinte dell'iniziativa.
È necessario riunirsi una volta alla settimana, di pomeriggio, dopo la scuola, o il sabato pomeriggio, magari seduti in circolo come in un gruppo di autoaiuto. Le letture, in queste riunioni, possono essere libere, qualche minuto a testa dal libro che si sta leggendo in quel momento, o a tema. Gli incontri devono durare almeno un'ora e servono anche per organizzare i turni per le missioni vere e proprie, chi deve andare dove a leggere cosa. Un format che, a causa del Covid, si è spostato in rete, usando qualsiasi piattaforma e le videochiamate per continuare le attività dei circoli Teen e dei circoli, in generale. Esisteva già una web radio letteraria, Radio LaAV, e durante il Seminario nazionale di formazione di LaAV - in formato digitale, aperto a tutti, fino a oggi sul canale Youtube di LaAV e sulla relativa pagina Facebook - sono state lanciate altre iniziative compatibili con l'emergenza sanitaria, come "LaAV in LOV (Letture Online dei Volontari)" e "Read Line". Nel primo caso si tratta di appuntamenti settimanali in streaming con letture di romanzi a puntate, in particolare di classici. Nel secondo caso è una linea telefonica per ascoltare storie. Chiamando, risponderà un volontario, compresi quelli più giovani, per letture ad alta voce sicure, dal punto di vista del virus, e più utili che mai, considerando la solitudine e l'isolamento che molti stanno sperimentando in questo passaggio della Storia.
"Come da uno studio che sta per uscire sulle riviste scientifiche di tutto il mondo, abbiamo suddiviso, con Giunti Scuola, 1.500 bambini in 7 gruppi in base al livello cognitivo di partenza, per vedere l'effetto della lettura ad alta voce. Mentre nel campione che ha continuato con la didattica "normale" sono cresciuti solo alcuni gruppi cognitivi, tra i bambini che hanno beneficiato della lettura ad alta voce sono cresciuti tutti i gruppi, indipendentemente dal livello di partenza. La lettura ad alta voce fa bene e compie un'azione democratica, perché include tutti. Sarebbe una riforma della scuola a costo zero, fornendo ai bambini e ai ragazzi, da 0 a 19 anni, un'ora di lettura ad alta voce al giorno" dichiara il professore Batini, al grido di "Io leggo per gli altri", slogan, e hashtag, del suo movimento.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 29 novembre 2020
Il Nord produttivo ha ottenuto uno sconto sulla fiducia che suona anche come un'apertura di credito, se non di dialogo, della maggioranza di governo verso le opposizioni.
Ci preoccupiamo del Natale, e manca un mese, o del cenone di Capodanno, idem, o di stabilire se rendere obbligatorio o meno il vaccino della speranza, quando il vaccino testato e validato ancora non c'è. Ci preoccupiamo meno del fatto che veniamo da settimane disperanti: per numero di contagi, ricoveri e morti. Ma appena il flagello sembra avere concesso un po' di tregua nella sua implacabile moltiplicazione, la barriera posta saggiamente dal governo al 3 dicembre, un tempo ragionevole per valutare lo stato della pandemia, ha cominciato ad aprirsi scolorando dall'oggi al domani tre regioni, Calabria, Piemonte e Lombardia, passate dal rosso relativo (i controlli nella fase di quasi lockdown non sono stati severissimi) a un arancione acceso, illuminato soprattutto dalle insegne dei negozi e dei centri commerciali.
Il Black Friday, il venerdì degli sconti, si prende una domenica insperata, e forse anche un lunedì e un martedì, il che è sicuramente un bene per i consumi ma insieme anche un rischio, non si sa bene quanto calcolato, sul fronte della guerra a un virus abilissimo a sfruttare qualsiasi crepa si apra nel nostro apparato difensivo. Tutto il resto, a parte gli studenti delle seconde e terze medie che torneranno alla scuola in presenza, resta come prima. Licei e università, bar e ristoranti, cinema, teatri e musei: continuazione di serrate difficili da motivare, specie a fronte di brecce che invece sono state concesse forse in maniera un po' frettolosa, forse nei pezzi d'Italia meno adatti all'alleggerimento dei divieti.
La Calabria fa storia a sé, ha problemi assai più urgenti di un cambio di colore sulla mappa, e tantissimi auguri al nuovo commissario alla Sanità, l'ex prefetto di ferro Guido Longo, insediato dopo tre tentativi andati a vuoto in modo sconcertante. Un bel po' differente la situazione di Lombardia e Piemonte. Sono in testa, primo e secondo posto, sia nella classifica dei nuovi positivi sia in quella generale dei contagiati e dei defunti da inizio pandemia. Se tutte le regioni, tranne Molise e Basilicata, hanno un tasso di occupazione delle terapie intensive dal 30 per cento in su, chi si aggiudica la triste vetta, con un 64 per cento di ricoverati? Lombardia e Piemonte, nell'ordine. Vero che nessuno ha regalato niente a nessuno e che i 21 parametri stabiliti per rientrare in una certa fascia di colore sono stati formalmente rispettati. Vero che il Paese è provato, anche dal punto di vista emotivo, e ogni segnale di attenuazione dell'angoscia collettiva è senz'altro utile. Ma è vero anche, purtroppo, che la seconda ondata non è affatto esaurita (4.800 decessi nell'ultima settimana) e ogni imprudenza, ogni concessione anche motivata da fini comprensibili, può tornare a infiammarla. Lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, dopo lo sciagurato liberi tutti estivo, e sulla pelle dei nostri medici e infermieri, richiamati d'urgenza in prima linea a salvare il salvabile, rinunciando spesso a salvare se stessi.
Nessuno aspira al ruolo di Cassandra. Ma lo dice con chiarezza il ministero della Salute: "Per la prima volta da molte settimane, l'incidenza dei casi è diminuita a livello nazionale, tuttavia rimane ancora troppo elevata per permettere una gestione sostenibile dell'epidemia".
Perché la gestione sia sostenibile, secondo esperti super partes come Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler di Trento, i nuovi casi al giorno dovrebbero stare in una forbice compresa tra i 5 mila e i 10 mila al massimo. La scelta di allentare la guardia, oltretutto in zone tormentatissime dal virus, avviene con quasi il triplo dei contagi quotidiani (poco sotto la soglia dei 30 mila) e con più di 800 decessi nelle ventiquattr'ore.
Non era meglio aspettare che la curva di decrescita si consolidasse? Non conveniva, se l'interesse è quello di rimettere quanto prima in sicurezza il Paese, resistere ancora un po' alle pressioni dei presidenti di Regioni forti, a loro volta pressati dai territori di competenza a rimettere in moto la macchina dei consumi? La Lombardia garantisce circa il 20 per cento del Pil nazionale, con 60 mila imprese soltanto nel comparto delle vendite al dettaglio. La paura diffusa che i guasti da coronavirus possano inceppare la locomotiva d'Italia non ha bisogno di avvocati difensori, né partitici né amministrativi, per essere compresa e tenuta nel conto che merita. Stesso discorso per Piemonte e Veneto, con percentuali differenti d'incidenza ma con la stessa fretta di recuperare la competitività e il lavoro perduto.
Il Nord produttivo ha ottenuto uno sconto sulla fiducia che, al netto dei parametri su cui molto di discute, suona anche come un'apertura di credito, se non di dialogo, da parte della maggioranza di governo verso le opposizioni (Lombardia e Veneto, Lega; Piemonte, Forza Italia), in continuità con le prove di cooperazione andate a buon fine con il voto congiunto sullo scostamento di bilancio. Sconto sulla fiducia che però non è stato concesso all'industria dello spettacolo e della cultura, e nemmeno a quella parte fondamentale rappresentata dal mondo dell'istruzione, almeno dalle medie in avanti. Uno slalom tra nuovi permessi e vecchi divieti non facile da decifrare, e forse neanche da spiegare. E questo, insieme al fantasma di ricadute nel baratro da cui stiamo faticosamente emergendo, è il rischio maggiore delle variazioni cromatiche di questi giorni: che la gente non capisca, che passi il principio che la clausura è finita o stia finendo, che il virus venga dato in estinzione, e sarebbe la seconda e imperdonabile volta, quando è invece ancora molto presente e altrettanto attivo.
Il futuro della nostra Nazione non passa tanto da un rimpasto di governo né da altre alchimie della politica e dei politici. Il nostro futuro passa attraverso la consapevolezza che l'ora più buia non è terminata e che qualsiasi compromesso, qualsiasi ambiguità, qualsiasi scelta che non metta come priorità la protezione degli italiani dal nemico virus, è destinata ad avere conseguenze rilevanti. Abbiamo sbagliato una volta. Ne paghiamo un prezzo, umano ma anche economico, salatissimo. Sappiamo che il virus continuerà a riprovarci. Concedergli altri vantaggi, oltre che irresponsabile, sarebbe un suicidio civile.
La Repubblica, 29 novembre 2020
Il Covid in carcere vissuto dai detenuti di Bari. L'Università di Bari ha realizzato un cortometraggio la cui sceneggiatura è basata sul materiale raccolto nell'ambito del progetto 'Spazi Aperti' che, in collaborazione con l'Università degli studi di Brescia, ha coinvolto oltre 100 detenuti del solo carcere di Bari.
Durante l'iniziativa, promossa per "La notte Europea dei ricercatori", è stata creata una bacheca virtuale con indirizzi di posta elettronica messi a disposizione dalle carceri e dai dipartimenti universitari di Bari e Brescia coinvolti. Studenti, docenti, personale amministrativo e famigliari del corpo universitario hanno poi inviato alla casella mail diversi contenuti, come scritti, disegni, foto, poesie e pensieri.
L'obiettivo del progetto, attivato nel mese di aprile 2020 con l'esperienza "L'università va in carcere", era proprio quello di creare una via di comunicazione tra chi è privato della libertà perché in carcere e chi non può uscire di casa a causa delle restrizioni imposte per contrastare la diffusione del coronavirus.
Il cortometraggio si è sviluppato sulla base delle risposte date dai carcerati agli stimoli degli universitari. La regia e la sceneggiatura sono state curate dalla professoressa Claudia Attimonelli. https://video.repubblica.it/edizione/bari/il-covid-in-carcere-vissuto-dai-detenuti-di-bari-prigionieri-della-nostre-paure-e-della-solitudine/371985/372590?ref=search
di Coordinamento Campagne Rete Italiana Pace e Disarmo
Il Manifesto, 29 novembre 2020
Secondo i dettagli della Legge di Bilancio attualmente in discussione in Parlamento nel 2021 l'Italia spenderà oltre 6 miliardi di euro per acquisire nuovi sistemi d'armamento: cacciabombardieri, fregate e caccia torpedinieri, carri armati e blindo, missili e sommergibili. Una cifra complessiva che è in forte aumento rispetto agli ultimi anni, e che deriva dalla somma di fondi diretti del Ministero della Difesa e di quelli messi a disposizione dal Ministero per lo Sviluppo Economico.
Per la Campagna Sbilanciamoci! e la Rete Italiana Pace e Disarmo si tratta di una scelta inaccettabile. "Mentre siamo impegnati a trovare risorse per la Sanità e l'Istruzione pubblica ci troviamo a sprecare 6 miliardi di euro per prepararci alla guerra - sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! - ma la sfida realmente importante oggi è un'altra: quella alla pandemia, quella affrontata quotidianamente negli ospedali che non hanno abbastanza posti di terapia intensiva o medici ed infermieri a sufficienza. Quella per un'istruzione di qualità per tutti, mentre invece più di 10.000 scuole hanno strutture che cadono a pezzi e non rispettano le normative di sicurezza".
Le due organizzazioni della società civile italiana sottolineano ancora una volta, come già fatto durante la prima fase della pandemia, che negli ultimi anni le spese militari sono andate aumentando mentre la Sanità pubblica è stata definanziata e le risorse per l'Istruzione pubblica sono ad un livello più basso della media europea. Purtroppo questa tendenza sembra essere confermata anche per il 2021, se il Parlamento non deciderà di modificare la proposta di budget avanzata dal Governo.
Nel 2021 il solo bilancio del Ministero della Difesa prevedrebbe infatti al momento un aumento di 1,6 miliardi (quasi tutti per spese investimento) arrivando ad un totale di 24,5 miliardi di euro. Se non è poi facile valutare con precisione la spesa complessiva di natura prettamente militare (ai fondi della Difesa vanno aggiunti quelli di altri dicasteri mentre vanno sottratte le funzioni non militari) è invece più semplice delineare il quadro delle risorse destinate all'acquisto di nuove armi: analizzando i capitoli specificamente legati all'investimento troviamo poco oltre i 4 miliardi di euro allocati sul Bilancio del Ministero della Difesa e circa 2,8 miliardi in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, a cui vanno aggiunti i 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d'arma pluriennale. Ciò porterebbe dunque ad un totale di ben 6,9 miliardi che probabilmente è una sovrastima (nei Documenti Pluriennali di programmazione il Ministero della Difesa esplicita la cifra di 5,9 miliardi) ma che ci consente di confermare la nostra valutazione di 6 miliardi spesi nel 2021 per nuove armi. Risorse che peraltro vengono decise e destinate in un quadro di opacità e mancanza di trasparenza: nei documenti del DDL di Bilancio non vengono infatti fornite informazioni di dettaglio sui sistemi d'arma acquisiti, esplicitate dalla Difesa solo a mesi di distanza. Si chiede dunque ai Parlamentari di votare al buio.
Per questo Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo avanzano a tutte le forze politiche la proposta di una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti: 6 miliardi da destinare alla Sanità e all'Istruzione in un momento di emergenza ed estrema necessità come quello che stiamo vivendo. È questa la scelta di cura di cui oggi ha bisogno realmente l'Italia, e di cui hanno bisogno soprattutto i cittadini che stanno drammaticamente soffrendo questa crisi. Da oggi dunque parte una nuova mobilitazione, con iniziative online e materiali informativi, che punterà a far crescere la pressione dell'opinione pubblica sulle forze politiche.
"L'analisi che abbiamo potuto realizzare preoccupa e pone ancora una volta il quesito sulle priorità della spesa pubblica nel nostro Paese - evidenzia Sergio Bassoli a nome della Rete Italiana Pace e Disarmo - Mai come in questo momento tutti siamo chiamati a fare sacrifici ed agire in modo responsabile e solidale per contrastare il contagio ed uscire al più presto dalla pandemia con meno danni umani, sociali ed economici possibili e consapevoli che il debito pubblico peserà come un macigno negli anni a venire. La moratoria di un anno per sospendere l'acquisto di nuovi sistemi di arma è un atto dovuto all'Italia, a chi lotta quotidianamente per salvare le vite, a chi ha perso il reddito e forse domani il lavoro, a chi è costretto a chiudere la propria attività. Ogni euro speso deve rispondere alla coscienza del Paese. Chiediamo al Governo e al Parlamento di essere anche loro pienamente responsabili e sospendere queste spese oggi insostenibili".
Cosa ci difende meglio oggi dalla pandemia? Un nuovo cacciabombardiere o 500 posti di terapia intensiva in più e 5mila infermieri e dottori che potrebbero essere assunti per tre anni con gli stessi soldi? Per noi è chiaro: più Sanità ed Istruzione, meno armamenti!
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