di Barbara Cottavoz
La Stampa, 30 novembre 2020
Il caso sollevato dal vicepresidente regionale della commissione Sanità. La seconda ondata della pandemia è entrata nelle carceri in modo pesante, anche in Piemonte. Due dei cinque decessi di detenuti avvenuti in Italia risultano ad Alessandria e Saluzzo e gli operatori penitenziari piemontesi contagiati sono già 187.
Ma per loro la delibera regionale non prevede lo screening stabilito per le altre forze dell'ordine e ogni Asl si muove in solitaria: Novara esegue i tamponi gratuitamente, Torino li fa pagare. Non c'è poi un piano per monitorare le condizioni dei detenuti e infatti la commissione regionale intende visitare il carcere di Torino, che risulta la struttura più in difficoltà.
Alla fine della prima fase dell'emergenza Covid in Italia si erano registrati circa 280 detenuti e 200 operatori contagiati, il 22 novembre il loro numero complessivo era salito a 1.850. Nelle tredici carceri del Piemonte sono detenute 4.263 persone (alla data del 24 novembre) su una capienza teorica di 3.783 posti e i reclusi positivi al Covid erano 40 curati all'interno delle carceri e 2 ricoverati in ospedale a Biella. Secondo l'associazione Antigone, in questa seconda ondata sono stati registrati cinque decessi tra i detenuti italiani di cui due in Piemonte: Alessandria e Saluzzo.
Ma un vero e proprio screening di massa su chi vive e lavora negli istituti di pena non c'è, anche perché la delibera della giunta regionale del 3 novembre 2020 che prevede programmi di controlli a cura delle Asl elenca "personale della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di finanza, della Polizia municipale, dell'Esercito, dei Vigili del fuoco e degli Uffici giudiziari" e non cita la Polizia penitenziaria.
Se ne discuterà nel question time di martedì su interrogazione presentata da Domenico Rossi, vicepresidente della commissione Sanità: "Un'altra falla, l'ennesima, nel sistema per la gestione dell'emergenza Covid in Piemonte e questa volta l'allarme arriva dalle organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria. Ma manca un piano anche per lo screening dei detenuti, come invece è stato previsto per le altre comunità chiuse".
E proprio per verificare la situazione la commissione Sanità presieduta dal dottor Alessandro Stecco sta organizzando un sopralluogo con il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà: si comincia da Torino, che risulta la situazione più preoccupante. Ma anche a Novara si sono registrati momenti di tensione: per cinque giorni e cinque notti i detenuti hanno battuto le sbarre delle celle per chiedere di poter comunicare con le famiglie dopo la sospensione delle visite per l'entrata in vigore del Dpcm. La direzione ha assicurato che sarà utilizzato Skype e la protesta è rientrata, per ora.
Il Garante dei detenuti del Piemonte, Bruno Mellano, sottolinea comunque: "La comunità penitenziaria è una sola (detenuti, agenti, operatori) e dunque ben vengano gli screening ma ad essi vanno aggiunte politiche reali di decongestionamento delle strutture, in modo da poter permettere una efficace gestione degli spazi e intervenire con efficacia qualora dallo screening emergessero delle criticità importanti".
di Francesco Campi
Il Gazzettino, 30 novembre 2020
A sottolinearlo, evidenziandone le criticità, sono, in una nota inviata anche a sindaco e Prefetto di Rovigo, il coordinatore regionale della Fp Cgil Penitenziari Gianpietro Pegoraro e Franca Vanto della segreteria regionale sempre della Fp Cgil.
I sindacalisti spiegano che il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto il 23 novembre ha diramato una nota con il piano operativo per l'emergenza Covid sul quale, sottolineano, "non vi è stato confronto con le organizzazione sindacali" e che "si discosta da quanto previsto dalla circolare che prevede all'interno di ogni istituto un reparto isolamento in cui collocare detenuti appena arrestati, detenuti provenienti da altri istituti di pena e in attesa dell'esito del tampone, e detenuti positivi al Covid".
Questo piano, evidenziano Pegoraro e Vanto, "prevede diversi scenari possibili in un'ottica di progressivo peggioramento della situazione e vengono individuati i due istituti di Trento e Rovigo per contenere i detenuti positivi. Ciò significa che i detenuti positivi di altri istituti, se la sezione individuata come isolamento da Covid non riesce più a contenerli, vanno trasferiti in base alle classificazioni di pericolosità: per Trento solo detenuti e detenute a media sicurezza, mentre per Rovigo ad alta e media sicurezza".
Per rendere questo possibile, a Rovigo si individua un reparto da 34 posti, dedicato ai reclusi positivi, creando già, secondo i sindacalisti, un problema di accessi. "È diviso dall'altro reparto, il lato B, da due cancelli, ma nel mezzo vi è un'unica rotonda. Altra cosa in comune tra i due reparti sono le vie d'ingresso: poliziotti e infermieri salgono e scendono per la stessa scala, quindi ci si trova che chi svolge servizio all'interno del reparto Covid sale o scende con chi svolge servizio nel reparto non Covid".
Altro problema, che aggrava una situazione già difficile per l'appunto segnalata dalla Cgil appena una settimana fa con un'apposita nota, è quello legato alla dotazione di personale. "Pieno di incertezze è il modo con cui dovrà funzionare il reparto Covid: oltre alla sua collocazione, vi è anche il problema dell'avvicendamento del personale che sarà chiamato a svolgere il proprio servizio all'interno del reparto. Avere o meno il personale è molto importante in questa delicata fase, cosa che nel piano non è presa in considerazione. Anzi, si prevede l'assegnazione nel carcere di Rovigo di ulteriori detenuti, oltre a quelli già presenti, classificati di alta sicurezza, positivi al Covid provenienti da altri carceri del Triveneto, che comporta un impiego maggiore di unità di polizia penitenziaria nei vari turni. Nel piano non esiste alcuna indicazione di come reperire le risorse umane per dare man forte al carcere di Rovigo e di assicurare i diritti al personale".
Pegoraro e Vanto proseguono spiegando che "da non perdere di vista è il numero dei poliziotti penitenziari positivi al Covid, attualmente 7, ma possono aumentare. Una situazione che incide negativamente sul buon andamento del servizio, come già incide negativamente il personale che frequenta corsi universitari, ben 19, mentre 9 fruiscono della legge 104/92 (la legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate che prevede speciali permessi di lavoro per chi assiste familiari, ndr).
Esiste anche il problema dei tamponi poiché vengono svolti con ritardo, sia al personale che ai detenuti: circa due mesi tra un tampone e l'altro. Il personale infermieristico non è garantito nell'arco delle 24 ore, come mancano apparecchiature di ventilazione. Va anche evidenziato che la struttura ospedaliera di Rovigo, rispetto altre strutture, risulta non attrezzata a contenere nel reparto Covid detenuti classificati di alta sicurezza e questo pone il problema del piantonamento".
di Claudio Lattanzio
Il Centro, 30 novembre 2020
Il numero dei contagiati è destinato a crescere: attesi i risultati di 42 test e da fare ne restano 280 Ricoverato un boss della 'ndrangheta (sorvegliato a vista), gli altri reclusi si trovano tutti in isolamento. Situazione esplosiva nel carcere di Sulmona. A creare tensione e allarme è l'alto numero di reclusi che sono rimasti contagiati dal Covid 19.
Al momento sono 16 i detenuti risultati positivi al tampone molecolare. Un numero che però sempre destinato a salire, visto che finora sono stati processati 78 tamponi su 120 somministrati. I risultati degli altri 42 test sono attesi in queste ore e dall'esito si potrebbe tracciare già una prima valutazione. Al momento la situazione sembra essere sotto controllo dopo la decisione del responsabile sanitario del carcere di isolare dal resto della struttura il reparto dove si registrano più contagi, quello dei detenuti di Alta sorveglianza, i più pericolosi.
Tutti i detenuti vengono tenuti in isolamento per 24 ore al giorno in attesa del completamento dello screening. La preoccupazione resta tuttavia altissima e i vertici del penitenziario tengono le dita incrociate nella speranza che il contagio resti circoscritto ai numeri attuali. Restano infatti ancora da sottoporre a tampone circa 280 detenuti, operazione che dovrebbe essere ultimata entro mercoledì prossimo.
Al momento un solo detenuto è stato trasportato in ospedale dopo che aveva manifestato sintomi più marcati, con difficoltà respiratorie, dissenteria e febbre alta. Si tratta di un noto boss di 67 anni della 'ndrangheta che è stato sistemato nel vecchio pronto soccorso dell'ospedale cittadino in attesa che si liberi un posto Covid in un altro ospedale della regione con uno spazio protetto adatto a gestire un detenuto di alta sicurezza. In queste ore il recluso è sorvegliato 24 ore su 24 da una squadra di tre agenti di polizia penitenziaria per turno.
Tutto è iniziato il 12 novembre, con sei operatori dell'area sanitaria positivi al tampone molecolare. Poi il 23 novembre il virus è entrato dentro le celle con il contagio accertato su 15 detenuti del reparto di Alta sicurezza. Un fronte che ha subito fatto salire alle stelle la preoccupazione perché i 15 contagi sono stati accertati solo su 38 tamponi somministrati. Poi ieri la tensione si è allentata quando è risultato positivo un solo detenuto su 40 tamponi effettuati. In tutto fino a tarda sera erano stati eseguiti 120 test molecolari.
Nelle prossime ore si procederà a somministrare i tamponi a tutto il resto della popolazione carceraria in modo di avere un quadro epidemiologico più certo per poter intervenire con più efficacia. Un lavoro certosino e non facile che sicuramente impiegherà tempo agli operatori coinvolti, che rassicurano però sulle operazioni da mettere in campo, soprattutto dopo la visita di venerdì del provveditore per l'Abruzzo e il Molise del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
Il carcere di Sulmona diretto da Sergio Romice è stato inaugurato nel 1992 e attualmente ospita circa 400 detenuti in attesa dell'ultimazione del nuovo padiglione che ne potrà contenere altri 200. Tre le tipologie di reclusi sistemate in altrettanti padiglioni contraddistinti da un colore.
Nel settore verde vengono custoditi i detenuti di Alta sicurezza, ex 41bis, e se ne contano circa 150. Nel settore blu sono reclusi gli As3, sicuramente più tranquilli degli altri, in particolare si tratta di associati di mafia e se ne contano circa 240. Nel settore giallo, ex sezione femminile, sono sistemati i collaboratori di giustizia e ne sono una quindicina, in un reparto che ne potrebbe contenere una ottantina.
Il Gazzettino, 30 novembre 2020
Il senatore Riccardo Nencini, presidente della commissione Cultura, ha proposto una interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia Bonafede. Tiene conto del fatto che già dal 2000 il ministro Fassino e il sindaco Fabio Baratella avevano pianificato che con il trasferimento del carcere fuori dal centro di Rovigo, si sarebbe creata la possibilità di realizzare una vera cittadella della Giustizia con l'allargamento delle competenze del Tribunale di Rovigo a diversi comuni del Basso padovano.
Ricorda anche, tuttavia, che già nel 2017 è stato proposto all'amministrazione della città il trasferimento del carcere minorile di Treviso nella sede in cui esisteva il vecchio carcere e che era situata in adiacenza al Tribunale. Nel frattempo questo aveva accorpato le competenze di altri quaranta comuni della Bassa padovana ed era distribuito in diverse sedi sparse in altre cinque zone della città.
L'interrogazione ricorda, inoltre, che nonostante tutto ciò è stata bandita una gara per la realizzazione del carcere minorile impedendo, di fatto, la logica e organica unificazione del Palazzo di Giustizia con il suo allargamento verso l'area della vecchia Casa circondariale. Ricorda al ministro, infine, che già il consiglio comunale di Rovigo aveva approvato alla unanimità l'esigenza di consentire l'ampliamento del Palazzo di Giustizia con un netto diniego alla realizzazione del carcere minorile in quel contesto. Chiede, inoltre, se il ministro non ritenga opportuno e doveroso prevedere un intervento finalizzato a interrompere il trasferimento dell'istituto penitenziario minorile da Treviso.
Partito socialista italiano, Federazione di Rovigo
di Francesco Gastaldi
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Medici senza frontiere: 9% di detenuti positivi. In squadra sono due, un infermiere per i servizi sanitari e un esperto di igiene, più (nei primi giorni) un'epidemiologa. Arrivano in carcere, lo visitano, incontrano la direzione. Poi fanno formazione: a guardie penitenziarie e portavoce dei detenuti indicano le regole per proteggersi dal Covid. Infine i colloqui con i carcerati.
C'è chi li ascolta con attenzione, fa domande. C'è chi invece mostra insofferenza e chi nega l'evidenza, rifiutando perfino la mascherina. "Pochissimi per la verità, la maggior parte è ben informata sui rischi del virus", affermano Federico Franconi e Mario Ferrara, il team che Medici Senza Frontiere ha inviato nelle strutture penitenziarie lombarde per arginare i focolai della seconda ondata.
Non si occupano direttamente dei malati, ma di prevenire il contagio in strutture complesse e diverse tra loro: "Molti pensano che il carcere, come struttura di isolamento, sia meno permeabile al contagio ma non è così", spiegano Franconi e Ferrara. "Le case circondariali sono ambienti "porosi" - aggiunge l'epidemiologa della Ong, Silvia Mancini - per lo scambio che avviene fra interno ed esterno, soprattutto da parte del personale. Sovraffollamento e scarsa areazione sono fattori che alimentano il rischio di diffusione".
Il problema è stato più eclatante durante la prima ondata, con rivolte e proteste, ma il Covid ha colpito di più durante la seconda. Sono 267 i detenuti nelle carceri lombarde attualmente positivi (la metà nei due hub Covid di San Vittore e Bollate), più 368 casi tra il personale secondo i dati messi a disposizione dal garante regionale Carlo Lio.
Quasi una struttura colpita su due e circa il 9 per cento di sintomatici. I ricoverati, al momento, sono una decina. L'intervento di Msf - gli esperti si sono fatti le ossa con Ebola in Africa e Medio Oriente - è ora concentrato nelle carceri periferiche. A Lodi, il 19 novembre, è esploso un focolaio con trenta positivi (dieci detenuti e venti agenti) e a Busto Arsizio sono 22 i detenuti contagiati con un decesso "sospetto" nei giorni scorsi.
"Ma anche altre carceri come Como e Pavia presentano situazioni complesse", aggiungono. Msf stavolta insiste soprattutto sulla prevenzione: "Zone di disinfezione, zone filtro, circuiti, regole ferree su vestizione e disinfezione degli ambienti ma anche videochiamate per incontrare i parenti e limiti all'ora d'aria. Inoltre - rincara la Mancini - vanno fatte valutazioni costanti del rischio, monitoraggio incessante e individuazione precoce, seguiti da isolamento dei soggetti colpiti e tracciamento dei contatti". Nelle carceri abbassare la guardia è un pericolo: "Sono luoghi più a rischio per problemi cronici - afferma il garante regionale Lio - come il sovraffollamento che tuttora viaggia in media tra il 25 e il 3o per cento in più rispetto alla capienza. Serve un intervento riformatore".
di Serena Riformato
Il Domani, 30 novembre 2020
All'ombra della legge di Bilancio e dei provvedimenti prenatalizi, il cosiddetto decreto Migranti verrà approvato oggi pomeriggio alla Camera con un voto blindato dalla fiducia. A quel punto, il già annunciato ostruzionismo del centrodestra potrà solo di poco allungare i tempi con una lunga sequela di ordini del giorno da discutere in aula.
Il provvedimento che modifica i decreti Sicurezza dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini arriverà però non prima della settimana prossima al Senato dove, fanno sapere dal ministero per i Rapporti con il parlamento, lo attende un altro probabile giro di fiducia. La motivazione ufficiale è quella consueta: i tempi stretti, strettissimi prima della scadenza del decreto, il 20 dicembre. Una ventina di giorni per chiudere la partita a Palazzo Madama già ingolfato dai decreti Ristori. Cinque stelle divisi Anche se nessuno lo dice ufficialmente, l'ennesima questione di fiducia ha un'altra utilità, tutta politica.
Contenere, e possibilmente nascondere sotto il tappeto, l'insofferenza di una parte del Movimento 5 stelle che considera il nuovo testo sull'immigrazione troppo morbido. La frattura si è resa visibile durante i lavori della commissione Affari costituzionali alla Camera. In due occasioni, più diventi deputati Cinque stelle hanno presentato emendamenti identici alle proposte del centrodestra.
Il primo voleva eliminare l'articolo del decreto che consente di convertire alcune tipologie di permessi di soggiorno in permessi di lavoro, il secondo puntava a reintrodurre la confisca e il sequestro delle navi Ong, com'era previsto dal secondo decreto Sicurezza. Sono stati entrambi bocciati dalla maggioranza in commissione, ma alcune voci di malcontento potrebbero tornare a farsi sentire oggi pomeriggio in aula.
O ancora peggio al Senato, dove i numeri di Partito democratico e Movimento 5 stelle sono sempre più ballerini. "Darò la fiducia al governo, non al provvedimento - dice Alvise Maniero, deputato Cinque stelle fra i firmatari degli emendamenti "dissidenti" - non so alla fine in quanti voteranno contro, ma penso che molti nel Movimento non siano contenti di questo decreto che riapre i confini indiscriminatamente".
Sotto traccia, va in scena l'ennesimo inciampo sulla collocazione politica di una forza di governo che non vuole dirsi né di destra né di sinistra e in cui, ciclicamente, qualcuno rimane con il mal di pancia. "Non c'è stata una sintesi all'interno del Movimento - dice Maniero - il decreto è solo il risultato della volontà del Pd e di quei parlamentari Cinque stelle da sempre vicini alle loro posizioni".
Dopo più di un armo, il secondo governo Conte ha rispettato la promessa di rivedere i decreti Sicurezza, su cui pesavano i rilievi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il nuovo testo introduce la protezione speciale, simile alla protezione umanitaria cancellata da Matteo Salvini, ripristina il sistema di accoglienza diffuso e ridimensiona le multe alle Ong. Si allargano le possibilità di convertire i permessi di soggiorno in permessi di lavoro.
I richiedenti asilo potranno nuovamente essere iscritti all'anagrafe dei comuni italiani, cancellando così il divieto introdotto dal primo decreto Sicurezza e ritenuto incostituzionale a luglio 2020 dalla Consulta. Cos'è cambiato alla Camera Il decreto è stato modificato dalla commissione Affari costituzionali in quella che sarà probabilmente la forma definitiva.
I tempi per ottenere una risposta alla domanda di cittadinanza, innalzati a quattro anni dal primo decreto Sicurezza, sono stati riportati a due (erano tre in una versione iniziale del decreto). Un'altra novità significativa introdotta dalla commissione riguarda il cosiddetto decreto Flussi, il provvedimento con il quale l'esecutivo stabilisce ogni anno le quote di ingresso dei cittadini non comunitari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro.
Il governo non dovrà più rispettare il tetto dell'anno precedente nel caso non emanasse un nuovo decreto entro il 30 novembre. E con un emendamento delle due deputate Laura Boldrini e Barbara Pollastrini si impedisce esplicitamente l'espulsione di un migrante che nel Paese di origine sia a rischio per motivi legati al suo orientamento sessuale o all'identità di genere.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera della natalità, vanno verso un inverno della fertilità. Molti Paesi poveri sono indirizzati verso un'ulteriore crescita. Juan Antonio Perez III stima che, a causa della pandemia, quest'anno nelle Filippine nasceranno 214 mila bambini in più di quelli prevedibili prima dei lockdown: almeno un milione e 900 mila. Perez è il direttore esecutivo della Commissione sulla Popolazione e sullo Sviluppo di Manila e considera che tra le 400 e le 600 mila filippine siano uscite dal programma di pianificazione familiare nei mesi scorsi: non hanno avuto accesso ai farmaci e agli strumenti contraccettivi che il governo distribuisce. In Italia, invece, il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto pochi giorni fa che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila nel 2019 a 408 mila quest'anno e a 393 mila nel 2021.
Filippine e Italia illustrano una realtà generale: la Covid-19 sta radicalizzando anche la demografia. I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno verso un inverno della fertilità; molti Paesi poveri, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati verso una stagione se non di baby-boom almeno di ulteriore crescita rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi. In Occidente e nelle Nazioni avanzate il periodo 2020-2021 segnerà un gradino all'ingiù che a lungo potrebbe mantenere più bassa del dovuto la tendenza demografica già negativa. Negli altri Paesi potrebbe vedere messo sottosopra l'impegno di molti governi nella pianificazione familiare e portare a ondate di aborti non ufficiali, a nascite premature, a un aumento della mortalità infantile.
All'inizio della circolazione del virus in Europa, tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, tre demografi italiani - Francesca Luppi, Bruno Arpino, Alessandro Rosina - hanno utilizzato dati del Rapporto Giovani dell'Istituto Giuseppe Toniolo per stabilire come le persone tra i 18 e i 34 anni hanno reagito alla pandemia quando si tratta di maternità e paternità. E li hanno poi confrontati con pari età di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tra gli italiani che prima del virus avevano intenzione di procreare, il 26% era deciso ad andare avanti con il progetto, il 38% intendeva rinviarlo, il 36% aveva deciso di abbandonarlo. Tra i cinque Paesi, la quota di abbandoni degli italiani era decisamente la più alta: 14% tra i tedeschi, 17% tra i francesi, 29% tra gli spagnoli, 19% tra i britannici; i quali preferivano mantenere l'obiettivo o si limitavano a posporlo.
"Abbiamo continuato a studiare la situazione - dice Francesca Luppi. A ottobre la quota degli italiani decisa ad abbandonare è calata di qualche punto, mentre è aumentata quella di chi rinvia". Le persone hanno preso maggiore confidenza con la pandemia, commenta la demografa, sono forse meno ansiose ma il dubbio se diventare genitori o meno resta forte. "Ora, non è tanto il timore del virus in sé a frenare la decisione di avere figli - sostiene Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano. È il clima di incertezza economica e sociale a influire sui programmi di vita e in molti casi anche sui rapporti interni alla coppia".
Dati ufficiali su cosa stia accadendo nel mondo a causa della pandemia ovviamente non ci sono: la gran parte dei bambini concepiti lo scorso marzo nascerà in dicembre e solo nei prossimi mesi si potrà quantificare la tendenza. Al momento si possono fare previsioni. La Brookings Institution stima che l'anno prossimo negli Stati Uniti nasca mezzo milione meno di bambini di quanti sarebbero nati senza la pandemia. Uno studio britannico prevede un calo del 15% dei nati in America tra novembre 2020 e il prossimo febbraio.
Il minor numero di nuove nascite, il maggior numero di morti e il rallentamento dell'immigrazione potrebbe portare al tasso di crescita della popolazione Usa più basso da cento anni. Il Giappone è in una crisi demografica endemica (un abitante su quattro ha più di 65 anni) e le gravidanze sono scese dell'11% tra marzo e maggio: il governo è così preoccupato da avere alzato il contributo ai nuovi nati a 600 mila yen (4.800 euro) e da avere introdotto i trattamenti della fertilità nell'assistenza sociale. L'Australia calcola un chiaro calo delle nascite, così come altri Paesi sviluppati del Pacifico: Singapore promette tremila euro a chi avrà un figlio nei prossimi due anni.
È che nei momenti d'incertezza le persone preferiscono non programmare il futuro. La crisi dell'economia, l'aumento della disoccupazione, le cattive prospettive che i giovani ritengono di avere sono alla base della crisi demografica che si annuncia. A questo si aggiunge la difficoltà ad accedere alla fertilizzazione in-vitro durante i lockdown, una procedura che, per esempio negli Stati Uniti, ogni anno porta a più di 80 mila nascite.
In teoria, lo stesso dovrebbe valere per i Paesi poveri o a medio sviluppo, soprattutto tra le popolazioni che abitano le città. In realtà, il caso delle Filippine non è unico. In India, lo scorso maggio 25 milioni di coppie non hanno potuto accedere ai contraccettivi, calcola la Foundation for Reproductive Health Services di Delhi.
E durante i lockdown le cliniche Marie Stope International - i maggiori fornitori di servizi di pianificazione familiare non statali in India e Nepal - hanno dovuto chiudere. In Indonesia, dieci milioni di donne in aprile e durante i confinamenti non hanno avuto accesso alla contraccezione. Il Gutmacher Institute ha calcolato che, in 132 Paesi a reddito basso o medio, un calo del 10% dell'utilizzo dei servizi di controllo delle nascite a causa delle restrizioni Covid-19 provocherebbe più di 15 milioni di nascite non volute: il problema è che gli operatori "sulla frontiera" dicono che la quota di donne senza accesso a questi servizi in certi casi arriva all'80%.
La demografia dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. La demografia dei Paesi poveri è più articolata ma in molti Paesi l'alto numero delle nascite e i cattivi servizi sanitari mantengono alta la mortalità delle madri durante il parto e quella infantile. La pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: inverno della fertilità al Nord, stagione sempre calda al Sud.
di Carlo Crosato
Left, 30 novembre 2020
È un manifesto dello Stato di diritto e del garantismo il nuovo libro di Luigi Manconi e Federica Graziani, "Per il tuo bene ti mozzerò la testa". Un manuale di resistenza contro il giustizialismo morale, il populismo penale e la retorica securitaria che avvelenano un clima sociale già molto stressato. Impopolare, spesso incompreso, sempre impegnativo, il garantismo è una delle prospettive cardine dello Stato di diritto.
Tanto prezioso quanto complesso, a esso frequentemente si preferisce il più semplice giustizialismo, capace di appagare l'urgenza di riscatto e sicurezza ma anche di minare le giuste tutele che a ogni cittadino, anche quello più fragile e quello che ha sbagliato, devono essere assicurate. Non è dunque superfluo tornare a insistere una volta di più su tale valore, ricalcando per un breve tratto il percorso di "Per il tuo bene ti mozzerò la testa" (Einaudi), libro pungente e riflessivo firmato da Luigi Manconi, sociologo e già presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, e Federica Graziani, ricercatrice in filosofia e letteratura e attivista dell'associazione A buon diritto.
Proponendo casi concreti, che hanno certamente sollecitato le emozioni e le riflessioni di tutti noi, i due autori infatti impegnano il lettore in un autoesame per comprendere il proprio livello di rispetto dei diritti, e per apprendere il valore spesso trascurato delle garanzie. Manconi e Graziani liberano il garantismo dall'immagine distorta di privilegio da salotto.
Un'immagine diffusa dai vari autoeletti paladini della giustizia o, meglio, fautori del populismo penale, che considerano tutti colpevoli fino a prova contraria, e al tentativo di reinserire il reo in un clima di pacifica convivenza preferiscono la soddisfazione della sete di vendetta. Quella garantista non è impresa facile, considerata la semantica che circonda la pena, come afflizione fisica che il giusto infligge al reo al fine di ristabilire l'ordine perturbato dalla colpa.
La retorica securitaria, indifferente ai numeri in calo dei crimini nel nostro Paese, si affianca a prospettive che osservano l'amministrazione pubblica con spirito persecutorio: irrompe nella vita quotidiana un'immagine irreale del mondo, che spaventa e che giustifica una stretta sui diritti di tutti. Si approfitta dello scontento per proporre le soluzioni facili del giustizialismo e del securitarismo; rare sono le occasioni per comprendere come tali scorciatoie siano le condizioni per replicare, più che per risolvere, lo scontento e l'ingiustizia. Sebbene questo sia un fenomeno che germina in uno scenario politico e mediatico perverso, ciò che esso mobilita è tutto un senso comune, che stritola la dimensione solidale, dialogica, polemica, ed esalta la percezione di tranquillità che deriva dal mettere alla porta chiunque si palesi appena sospetto.
Obiettivo critico centrale del volume è il populismo penale, l'illusione che ogni problema sociale possa essere risolto attraverso lo strumento della legge; e di una legge utilizzata come una clava, a colpi di proibizione e obbligo, a colpi di processi che radiografano l'individuo fino al midollo, fino a che non si sarà finalmente trovato modo di portarlo in carcere.
Ma a coronare l'obiettivo critico dei due autori c'è l'iter extra-giudiziario perfettamente rodato, che accompagna l'iter giudiziario con la chiacchiera, gli scoop, l'infamia: il giustizialismo morale, che degrada la morale a strumento di lotta tribale. Il garantista prende le distanze da queste storture non per favorire privilegi o trattamenti benevoli ai propri alleati, alla propria parte; egli, anzi, procura giustizia a sé e ai propri amici garantendo le giuste tutele innanzitutto agli avversari o a quegli "indifendibili" che maggiormente ecciterebbero un'atavica risposta vendicativa, oppure all'emarginato che, rappresentando l'anomalia destabilizzante, sarebbe (ed è!) ben più facile spingere oltre la soglia del carcere.
E, come ne "I miserabili" di Hugo l'irreprensibile ispettore Javert è alla fine salvato dal Jean Valjean che ha inseguito per l'intero libro, il garantista si spende anche per tutti i giustizialisti che scorrazzano fra politica, giornali e le piazze in cui furoreggia la folla. "Per il tuo bene ti mozzerò la testa" è un manifesto del garantismo, delle tutele incondizionate dei diritti e delle garanzie, di una postura le cui ragioni sono spesso confuse con connivenza e complicità.
Questo libro è anche un'occasione per prendere contatto con la complessità della vita collettiva, per educarsi a una pratica di confronto equo nei confini dello Stato di diritto, entro cui all'immigrato e a Matteo Salvini deve essere riservato medesimo trattamento. In questo libro si trovano strumenti per affrontare con equanimità la lotta politica, senza abbattere l'avversario, ma di certo senza venir meno a convinzione e fermezza.
Questo libro, infine, è un'occasione per conoscere ambienti come quello delle carceri, cui è dedicato l'ultimo capitolo: luoghi che, lontani dal centro città, con alte mura, grate e filo spinato, generano l'idea di essere il "fuori" della società, ma che a ben vedere sono legati con l'interno della società da una specie di nastro trasportatore.
Come e più di altre situazioni di marginalità, senza che ce ne accorgiamo il carcere degrada i diritti dei cittadini liberi senza nemmeno sfiorarli, limitandosi semplicemente a svilire la vita dei cittadini privati della libertà, e preparando così le condizioni di accettabilità per soprusi contro chiunque. Ambienti chiusi che alcune e poco visibili realtà associative, come Antigone, A buon diritto, il Partito Radicale, Nessuno tocchi Caino, hanno il merito di aprire; e rispetto ai quali anche il libro di Graziani e Manconi concorre a farci prendere coscienza contro la nevrosi giustizialista.
di Dario Basile
Corriere Torino, 30 novembre 2020
Il rapper Rico Mendossa dalla strada e la condanna ai progetti di volontariato. In molti hanno intravisto una correlazione tra l'assalto al negozio Gucci di via Roma dello scorso ottobre e il desiderio di alcuni giovani di periferia di emulare gli idoli del rap e della trap, che nei loro video sfoggiano i capi firmati come simbolo del riscatto sociale e del successo.
Eppure, nel rap non ci sono solo cantanti che sventolano banconote appoggiati a una Lamborghini. Quel linguaggio musicale può anche servire a veicolare dei messaggi positivi e aiutare i ragazzi a tirarsi fuori dai margini. Ne è convinto Gabriele Stazzone Manazza, in arte Rico Mendossa, il rapper di Barriera di Milano che, grazie al contratto con un'importante etichetta milanese, si sta affermando sulla scena nazionale. Mendossa nel suo nuovo singolo "10100", in uscita in questi giorni, mette in musica i problemi delle periferie torinesi pur cantando che "Torino non è Gomorra".
In molti hanno intravisto una correlazione tra l'assalto al negozio Gucci di via Roma dello scorso ottobre e il desiderio di alcuni giovani di periferia di emulare gli idoli del rap e della trap, che nei loro video sfoggiano i capi firmati come simbolo del riscatto sociale e del successo. Eppure, nel rap non ci sono solo cantanti che sventolano banconote appoggiati a una Lamborghini. Quel linguaggio musicale può anche servire a veicolare dei messaggi positivi e aiutare i ragazzi a tirarsi fuori dai margini.
Ne è convinto Gabriele Stazzone Manazza, in arte Rico Mendossa, il rapper di Barriera di Milano che, grazie al contratto con un'importante etichetta milanese, si sta affermando sulla scena nazionale. Mendossa nel suo nuovo singolo "10100", in uscita in questi giorni, mette in musica i problemi delle periferie torinesi pur cantando che "Torino non è Gomorra". Non è una storia facile la sua. Come in un volume a fumetti, i tatuaggi che ricoprono il suo corpo (a partire da un'enorme Mole Antonelliana impressa sulla schiena) sembrano raccontare la sua travagliata biografia.
I problemi incominciano a dodici anni, quando il padre se ne va di casa. La madre, ritrovatasi da sola, passa le giornate a lavorare per poter crescere i due figli. Rico è attratto dalle sirene della strada e dalle bande di quartiere, così finisce per sfogare la sua rabbia nel modo sbagliato. Negli anni della sua gioventù in Barriera iniziano ad arrivare i primi ragazzi arabi e non mancano gli scontri con quei nuovi arrivati. Ma, superata la diffidenza iniziale, quei giovani di quartiere, diventano amici. Nella proverbiale solidarietà della strada conta ciò che fai e non da dove vieni. Finite le scuole medie, Mendossa intraprende una strada sbagliata: prima la piccola criminalità e poi la tossicodipendenza. Quegli anni sono per lui un incubo e, per combattere i suoi fantasmi, durante le notti insonni mette in versi la sua rabbia e le sue paure.
Quelle poesie saranno una via di uscita da quella realtà perché diverranno i testi delle sue canzoni. Inizia a cantare il rap e poi apre uno studio di registrazione in Barriera di Milano. Si concretizza così anche il suo impegno con i ragazzi del soprattutto stranieri, grazie a progetti musicali che servono a tenerli lontani dalla strada. Due anni fa Mendossa mette in rete una canzone dedicata al suo idolo, il calciatore Franck Ribéry.
Nel video si vedono dei ragazzi che giocano nei campetti accerchiati dai palazzoni di periferia. Mendossa canta: "Giocando per le strade, abbiamo le menti più grosse e allenate. Insieme alle facce tagliate. Come chi? Mmmh, Ribéry". Il fuoriclasse francese è colpito positivamente dal filmato e, oltre a ripostarlo sui suoi canali social, decide di contattare il cantante torinese. Nasce così un'amicizia. A Ribéry, già impegnato in progetti benefici per i ragazzi delle banlieue, piace discutere con Mendossa dei problemi dei giovani dei quartieri popolari. E, per suggellare la loro amicizia, accetta anche di partecipare a un nuovo video di Mendossa, "Franck", sempre a lui dedicato.
Nel frattempo, però, la giustizia fa il suo corso e a ottobre arriva per Mendossa una condanna per fatti accaduti dodici anni fa, quando aveva diciott'anni. I giudici gli infliggono una pena di due anni e undici mesi per rissa con lesioni aggravate, più rapina. È per lui un colpo al cuore.
Decide di raccontare ai suoi fan la sua esperienza giudiziaria su Instagram e dice: "Un vero ragazzo di strada cerca di aiutare gli altri. Tutti questi gangsta che continuano a sventolare soldi sui social non vi porteranno da nessuna parte. Cercate di costruirvi un futuro il prima possibile, perché questo vuol dire essere uomini".
Mendossa dovrà scontare a casa della madre gli arresti domiciliari dalle dieci di sera alle sette del mattino. Ma è riuscito a ottenere la messa alla prova, grazie al suo impegno da volontario nel progetto "Laboratorio Rap Terapeutico", nato dall'intuizione dell'artista rapper torinese Marco "Zuli" Zuliani, a seguito dell'incontro con Don Domenico Cravero. Dal 2016 ad oggi il Laboratorio Rap ha coinvolto circa 1.600 ragazzi, provenienti da contesti molto diversi di tutto il territorio della città metropolitana di Torino.
Racconta Zuliani: "Svolgiamo i nostri laboratori di rap in contesti svantaggiati e incontriamo ragazzi di centri diurni, educative territoriali, minori a rischio. Grazie a questo genere di musica riusciamo a coinvolgere dei giovani che, diversamente, sarebbero difficilmente avvicinabili".
Lo scopo dell'attività è quello di rendere protagonisti i ragazzi. I brani realizzati vengono poi diffusi online attraverso un digital store dell'associazione. I giovani cantano le loro storie: l'esclusione sociale, la rabbia, la timidezza. Aggiunge Zuliani: "Noi promuoviamo il rap come la narrazione del sé. Perché quando riesci a raccontarti ti metti in relazione con gli altri. In qualsiasi contesto di difficoltà sociale ed economico c'è sempre un potenziale ed è importante che non vada sprecato".
di Marc Lazar
La Stampa, 30 novembre 2020
I rapporti dei francesi con la loro polizia sono stati raramente del tutto sereni. Ancora meno da qualche anno. Le manifestazioni dei gilet gialli nel 2018 e nel 2019, spesso di una rara violenza, sono state duramente represse. Incidenti ricorrenti e talvolta drammatici oppongono i giovani delle periferie alle forze dell'ordine.
In questi ultimi giorni dei video che mostrano la brutalità estrema esercitata da quattro poliziotti, proferendo anche insulti razzisti, su un produttore nero di musica, hanno suscitato un'emozione considerevole nel paese. Il presidente della Repubblica in persona ha condannato quest'"aggressione inaccettabile" e tre di questi poliziotti sono stati messi in carcerazione preventiva. Sabato, a Parigi, alla fine di un'imponente manifestazione, convocata per protestare, fra le altre cose, contro le "violenze della polizia", scontri sono scoppiati fra alcuni gruppi di estremisti e le forze dell'ordine. E queste hanno ferito seriamente un fotografo.
La Francia sarebbe malata della sua polizia? In effetti lo si può pensare. A condizione di restare ragionevoli. Da un lato, la popolazione ne diffida sempre più. I giovani, soprattutto nei quartieri più difficili, si sentono discriminati dalle forze dell'ordine e le temono. Il dialogo sul campo fra la polizia e i cittadini si ritrova a un punto morto: ognuno sospetta dell'altro. Attivisti di estrema sinistra come pure numerosi gilet gialli soffiano su questi fuochi e sviluppano un vero odio della polizia, come lo dimostrano lo slogan "tutti detestano la polizia" e l'ingiunzione che rivolgono sistematicamente ai poliziotti ("suicidatevi"), sapendo che la polizia nazionale ha registrato 59 suicidi nel 2019 (il 60% in più che nel 2018).
Da parte loro, i poliziotti si preoccupano di questo disgusto, dei rifiuti a obbedire sempre più numerosi, del livello crescente di violenza nei loro confronti durante le manifestazioni e in certe zone urbane (in particolare dove c'è il traffico di droga), degli insulti e delle minacce sui social, se non di aggressioni fino nei loro domicili, che li obbligano spesso a nascondere ai vicini la propria attività professionale e a consigliare ai figli di non rivelare la loro professione. Tuttavia, attenzione a non tirare conclusioni affrettate. La maggioranza dei francesi sostiene la sua polizia, che li protegge dalla delinquenza e dalla minaccia terroristica. C'è, però, la necessità di ricostruire una relazione di maggiore fiducia fra le forze dell'ordine e i cittadini.
Fiducia? Questa è la parola chiave. Perché quello che succede con la polizia è solo il sintomo di un fenomeno più generale. Tutte le inchieste dimostrano l'esistenza di un contrasto impressionante fra un livello molto alto di soddisfazione privata e una sfiducia generalizzata nei confronti di tutte le istituzioni politiche e pubbliche, al pari dei loro rappresentanti. La Francia del 2020 è felicità privata e sfiducia pubblica. Preoccupante per lo stato della democrazia francese.
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