di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Picchiate e violentate per anni, mercoledì avrà inizio il processo. Caso che a lungo ha diviso l'opinione pubblica, difficilmente avranno clemenza: la pena potrebbe oscillare fra 8 e 20 anni.
Saranno processate per omicidio premeditato le sorelle Khachaturyan che poco più di due anni fa uccisero il padre-padrone che da anni le sottoponeva, secondo il loro racconto, a incredibili violenze fisiche e sessuali.
Mercoledì prossimo, dopo numerosi rinvii, avrà inizio la procedura che porterà a dibattere davanti a una giuria popolare uno dei casi che maggiormente ha diviso l'opinione pubblica russa, visto che la violenza familiare e in particolare quella sulle donne è argomento caldissimo e che vede parti della società schierate su fronti diametralmente opposti.
Anche le autorità che hanno in mano il caso hanno avuto problemi a prendere una posizione univoca. In un primo momento, dopo che Mikhail, 57 anni, era stato trovato in una pozza di sangue sul pianerottolo di casa (colpito con decine di coltellate e colpi di martello), l'accusa aveva parlato di premeditazione. Poi il viceprocuratore generale aveva deciso di riformulare l'accusa, riconoscendo che le sorelle avevano ucciso per difendere se stesse. Alla fine, dopo pressioni da parte di ambienti legati alla Chiesa e ai settori più conservatori, nuova modifica: le Kachaturyan si erano mosse "spinte da una forte ostilità nei confronti del padre" e avevano agito con premeditazione. La possibile pena oscilla tra gli 8 e i 20 anni. Ed è bene ricordare che in Russia la percentuale di cause penali che si chiudono con il rigetto delle tesi dell'accusa è irrisoria.
Mikhail, che non aveva una vera e propria occupazione, era estremamente superstizioso e aveva riempito la casa di immagini religiose. Era stato pure in pellegrinaggio a Gerusalemme. Probabilmente per questo ancora oggi c'è chi parla bene di lui e non accetta la posizione della difesa. Secondo quanto è emerso nel corso dell'inchiesta, lui era stato già denunciato per le violenze dalla moglie Aurelia che a un certo punto era stata cacciata di casa assieme al figlio maschio Sergej. Così Mikhail era rimasto solo con le tre figlie, Angelina, Krestina e Maria che nel 2018 avevano 19, 18 e 17 anni.
Le trattava come schiave, con un atteggiamento da padrone o da antico patriarca. Impediva loro di uscire di casa e le picchiava e le violentava in continuazione. Il 27 luglio di due anni fa Mikhail era tornato a casa alterato, dopo una seduta in un centro di igiene mentale, e subito se l'era presa con le figlie, accusandole di aver sperperato dei soldi e di tenere in disordine la casa. Le aveva fatte entrare una alla volta in una stanza e aveva spruzzato loro in faccia del gas urticante. Esasperate per l'ennesima angheria, mentre Mikhail sonnecchiava su una poltrona, le ragazze avevano deciso di ucciderlo e l'avevano aggredito con un coltello e un martello.
La tragedia, che si era svolta in un appartamento nella periferia della capitale, aveva subito suscitato grande emozione nell'opinione pubblica. Anche perché proprio in quei mesi era incandescente il dibattito sugli abusi nelle famiglie. Una legge che avrebbe reso più pesanti le pene non era riuscita a passare alla Duma. Invece nel 2017 una parlamentare conservatrice, Yelena Mizulina, era riuscita a far approvare una norma per depenalizzare i reati minori commessi nell'ambito familiare. Forme di violenza che non provocano "seri danni corporali" sono puniti da allora solo con una multa di circa 300 euro e 15 giorni di "arresto".
Fino a qualche anno fa le statistiche del ministero dell'Interno fornivano un quadro terrificante della situazione nelle famiglie russe. Nel 1999 il governo inviò all'Onu un rapporto nel quale denunciava che 14 mila donne venivano uccise ogni anno fra le mura di casa.
Poi, dopo le critiche a queste statistiche della stessa Mizulina, i dati sono cambiati. Nel 2015, secondo il ministero, gli omicidi in famiglia sarebbero stati mille e le vittime femminili solo trecento. Un quadro ben diverso da quello presentato da associazioni indipendenti. Il centro Anna contro la violenza sulle donne, ad esempio, fornisce cifre più in linea con quelle ufficiali del passato: 9.600 vittime femminili ogni dodici mesi.
di Mario Giro
Il Domani, 30 novembre 2020
Il 30 novembre è la giornata mondiale delle città per la vita. La data ricorda il giorno in cui nel 1786 il Granducato di Toscana abolì la pena capitale, primo stato a farlo nella storia. Grazie al noto scritto Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria si determinò una corrente di pensiero che in Toscana giunse a ripudiare la pena di morte come strumento di giustizia.
Da quel momento inizia il lungo processo per l'abolizione giunto ora a coinvolgere la gran maggioranza dei paesi del mondo: 114 stati l'hanno abolita (8 solo per i reati comuni). Alcuni fra gli abolizionisti, tra cui l'Italia, si sono fatti promotori della campagna mondiale per la moratoria della pena capitale, primo passo in vista dell'abolizione. Hanno presentato all'Assemblea generale delle Nazioni unite una risoluzione in questo senso, e viene permanentemente rinnovata ogni due anni.
Molti stati stanno riflettendo sull'abolizione e ciò ha prodotto 28 abolizionisti de facto: sono quei paesi che non applicano la pena da tempo (talvolta da decenni) e de facto o de jure sono in moratoria. Nel corso del tempo, in particolare dal 2007, la lista dei mantenitori si è ridotta. I paesi dell'Unione europea rappresentano l'avanguardia della battaglia per l'abolizione: per aderire all'Ue infatti occorre abolire la pena capitale.
Se l'Europa è il primo continente senza pena di morte, l'Africa potrebbe divenire il secondo, soprattutto se si guarda alla sua parte subsahariana. Il dibattito in seno all'Onu è molto acceso: ciò è dovuto anche al fatto che tra i mantenitori vi sono paesi influenti come Stati Uniti, Cina, Giappone, India, Nigeria, Iran, Pakistan o i paesi arabo-islamici. Tuttavia la spinta degli abolizionisti ottiene successi anche tra questi ultimi, come si osserva dal sempre maggior numero degli stati americani che aboliscono la pena o dalla riduzione che la Cina ha recentemente fatto dei reati punibili con la pena capitale.
"Non si può insegnare a un popolo a ripudiare l'omicidio, se lo stato stesso ne fa uso", scriveva il Beccaria. Abolire rappresenta un segnale in controtendenza con lo spirito del tempo presente. Nel mondo attuale, attraversato da passioni e da violente emozioni, tutti gli aspetti della vita quotidiana sono coinvolti, anche la giustizia, la sicurezza e le pene. Come accade in politica, le percezioni su giustizia e sicurezza sono attraversate da ondate emozionali.
Processi spettacolarizzati, avvocati come star televisive, accesi dibattiti sulle sentenze, percezioni di insicurezza slegate dalla realtà dei dati: il bisogno di sicurezza appare una nuova medicina davanti allo spaesamento e alla paura. Prevale emotivamente una cultura della punizione. Il dibattito sulla pena di morte soffre di simili parossismi e qualcuno prova a rievocarla. Così come la guerra torna ad essere popolare, anche la pena di morte rischia la stessa deriva.
Terrorismo, guerre incessanti e reti criminali globali riecheggiano una diffusione sempre più ampia delle condanne a morte extragiudiziali, cioè non ufficiali. Gli stati non sono gli unici detentori del monopolio della violenza: ci sono anche le mafie e i terrorismi che in certi territori vogliono "farsi stato". Nell'incertezza torna un'idea di retribuzione simile a quella favorevole alla pena capitale. Il jihadismo contemporaneo manipola tale ragionamento tentando di convincere il mondo islamico che la sua cruenta battaglia rappresenta la legittima retribuzione per i torti subiti. Papa Francesco l'ha dichiarata sempre inammissibile (come la guerra) ma la pena di morte e la mentalità che l'accompagna rischiano di tornare in maniera ambigua, incentivate dalla paura del terrorismo.
I returnees (i foreign fighters di ritorno) incutono un terrore tale da far sembrare accettabile il venire meno di un principio fondamentale della nostra civiltà. Il terrorismo dell'Isis -pur sconfitto - ci sta forse contagiando, lasciando in eredità qualcosa di orrendo che non ci appartiene? Guerre senza nome e senza senso a cavallo tra paura e estrema difesa dell'identità, funestano il nostro mondo e nessuno se ne scandalizza più tanto.
Condannare a morte intere città non ha provocato forti manifestazioni di sdegno, il never again di un tempo. L'uomo del presentiamo è schiacciato dalle proprie preoccupazioni e si arrabbia solo per sé stesso. Davanti alla vendetta dei "dannati della terra", si invocano soluzioni armate: un'idea micidiale di reciprocità. Quasi nessuno dice apertamente di volere la guerra ma si seminano dappertutto le sue premesse: discorsi d'odio, insulti, ricerca del nemico, stigmatizzazioni.
Dal sottosuolo dei peggiori sentimenti riemerge un sentimento di vendetta e ritorsione: occhio per occhio. L'inasprimento generalizzato delle politiche poliziesche, giudiziarie e penitenziarie che si osserva attualmente risente di una trasformazione del carattere giudiziario degli stati, decuplicandone la rete penale dappertutto. È in atto una svolta punitiva in tutte le civiltà. Se qualche anno fa ad esempio il fatto che le carceri in Italia fossero sovraccariche creava almeno disagio nella pubblica amministrazione, oggi alcuni politici se ne fanno vanto.
Allo stesso modo in molti paesi le migrazioni e il Covid hanno provocato l'instaurarsi di una gestione dell'insicurezza sociale che tende a dimenticare o addirittura a criminalizzare la povertà. Nell'era del lavoro frammentario e discontinuo e della crisi del welfare, la regolamentazione della vita quotidiana non passa più attraverso la figura materna e disponibile dello stato-previdenza ma si poggia su quella virile e autoritaria dello stato-giudice e sulla cultura del merito e della punizione. Lo notiamo con l'aumento vertiginoso della popolazione carceraria in certi paesi o con la privatizzazione delle carceri in atto in altri.
Lo osserviamo nelle annose polemiche tra sanità pubblica e privata. Si istituzionalizza il divergente, lo si isola perché non "produttivo": quindi non vale la pena occuparsene. La gestione politica degli eventi è divenuta la gestione degli stati d'animo. La maggioranza dei cittadini si adegua se le istituzioni o i leader divengono più aggressivi, la gente segue. D'altra parte nella globalizzazione tutti sono più soli (in occidente anche più vecchi) e reagiscono in maniera allarmata. I muri sono il risultato di tale necessità rabbiosamente espressa o difesa.
Si murano le frontiere, le vie di uscita o di entrata, si dividono le città, si separano i quartieri e ciascuno va all'ossessiva ricerca di quelli uguali a sé, che paiono più rassicuranti. Allo stesso tempo, si abbandona l'idea della riabilitazione in carcere o dei diritti umani per tutti.
Figlie di un clima punitivo, emergono le culture del sospetto, del complotto, dell'interminabile ricerca di sicurezza. In tale clima ci si potrebbe chiedere perché insistere nuovamente sulla pena di morte. Davanti al terrorismo non sarebbe il caso di parlare d'altro?
Perseverare contro la pena di morte è invece il modo per opporsi ad ogni cultura di morte, sia essa istituzionale che non. È un modo per contrastare ogni scorciatoia punitiva e per riaffermare quanto la pena capitale rappresenti la disumanizzazione a cui resistere. Si tratta infatti di una pena irreversibile che assomiglia troppo alla vendetta perché basata sulla reciprocità con il male. La nostra civiltà del diritto non può cedere alla tesi della legittimità della ritorsione.
La giornata mondiale delle città per la vita è un'iniziativa della Comunità di Sant'Egidio in alleanza con molte realtà associative che lottano contro la pane di morte nei paesi mantenitori, nei corridoi della morte e nelle carceri di tutti i continenti. Nella serata del 30 novembre le città aderenti (ad oggi 2.363) sono invitate ad illuminare un monumento significativo della propria storia. A Roma viene tradizionalmente illuminato il Colosseo, un tempo teatro delle condanne a morte. Quest'anno sarà illuminato anche il parlamento europeo. La scelta delle città permette di coinvolgere amministrazione comunali degli Stati mantenitori. È un gesto simbolico che accompagna il lavoro diplomatico e di dialogo nei confronti degli stati mantenitori per affermare ovunque la cultura della vita.
ansa.it, 30 novembre 2020
Una rivolta violenta è scoppiata in un carcere di massima sicurezza in Sri Lanka: finora sono otto le vittime e 55 i feriti. All'interno della struttura, dove è scoppiato il caos per un'ondata di contagi di Covid-19, sono stati uditi alcuni spari. La struttura di Mahara, appena fuori dalla capitale Colombo, è stata circondata da centinaia di agenti mentre all'interno le guardie tentano di ripristinare l'ordine. I detenuti si sono scontrati con le guardie ieri e nella notte hanno appiccato il fuoco alle cucine e preso in ostaggio, per un po' di tempo, due agenti.
"Sono stati soccorsi e ricoverati in ospedale", ha dichiarato il portavoce della polizia, Ajith Rohana. "La situazione è sotto controllo", ha aggiunto. Intanto seicento agenti, inclusi duecento commando della polizia, sono stati dispiegati lungo il perimetro. Non è ancora chiaro, tuttavia, se le autorità carcerarie abbiano ripreso il controllo dell'intero complesso. Le carceri dello Sri Lanka hanno visto settimane di disordini poiché il numero di casi di Covid-19 all'interno delle strutture ha superato i mille. Due detenuti sono morti a causa della malattia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Quando, dopo un mese di silenzio, il 24 novembre ha squillato il telefono nell'abitazione di famiglia a Stoccolma, Vida Merhannia ha ascoltato parole che non avrebbe mai voluto ascoltare. Suo marito, lo scienziato in Medicina dei disastri di passaporto iraniano e svedese Ahmadreza Djalali, l'ha avvisata che lo stavano trasferendo in isolamento, che l'esecuzione della condanna a morte sarebbe stata imminente e che quella avrebbe potuto essere l'ultima telefonata.
Vida ha immediatamente avvisato Amnesty International, gli amici e colleghi e i giornalisti ed è partita l'ultima disperata campagna per salvare la vita a un innocente, un imparziale uomo di Scienza, arrestato il 26 aprile 2016 e condannato a morte in via definitiva per spionaggio contro l'Iran per non aver voluto spiare per l'Iran. Djajali è l'ennesima vittima della reazione di Teheran alle politiche ostili occidentali promosse e portate avanti dagli Usa e dai governi alleati: negli ultimi quattro anni sono stati tanti gli iraniani con doppio passaporto arrestati per spionaggio o minaccia alla sicurezza nazionale. L'Università del Piemonte Orientale, presso la quale Djalali trascorse un periodo di ricerca, è mobilitata; i premi Nobel hanno rilanciato l'appello del 2019 e così sta facendo Amnesty International, la cui petizione online sta per raggiungere le 200.000 adesioni solo in Italia.
L'hashtag #saveahmadreza sta circolando ovunque, le pagine dei social si stanno riempiendo di candele accese. Le autorità iraniane dovrebbero approfittare dell'esperienza di Djajali e affidargli la guida delle politiche di contrasto alla pandemia da Covid-19, che sta colpendo pesantemente il paese. E invece sembra avviarsi a metterlo a morte. Il recente omicidio del capo del programma nucleare iraniano, con le successive accuse di Teheran a Israele, rischiano di avviare una reazione di cui l'innocente Djajali potrebbe essere la prima vittima.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Da novanta giorni sono sotto sequestro ma per loro nessuno si mobilita. Eppure siamo gonfi di indignazione, di vibrante protesta per la scandalosa detenzione in Egitto dello studente Patrick Zaki.
Da novanta giorni, non da due, ma da novanta, diciotto pescatori di Mazara del Vallo sono sotto sequestro con accuse vaghe e incomprensibili in Libia dalle milizie di Haftar. Insomma sono ostaggi, catturati e usati come merce di scambio con l'Italia. Ma l'Italia non ha alcuna intenzione non dico di scambiare alcunché, ma di prendere in considerazione l'idea stessa di una trattativa per liberare diciotto nostri connazionali nelle grinfie di bande armate cui è difficile riconoscere dignità statale. Colpa di un governo palesemente inadeguato come quello italiano, certamente, senza una leadership, un minimo di peso internazionale, uno straccio di profilo che possa incutere rispetto. Ma colpa anche di un'opinione pubblica silente, indifferente, messa a tacere da un misto di fatalismo, di disattenzione, di assuefazione.
E c'è davvero da domandarsi perché. Perché la sorte di diciotto pescatori non ci muova a un minimo di solidarietà. Guardiamo la notizia, non ne veniamo toccati, la prendiamo come una noiosa incombenza. Siamo gonfi di indignazione, di vibrante protesta per la scandalosa detenzione in Egitto dello studente Patrick Zaki, conosciuto all'Università di Bologna, e facciamo bene a protestare, a firmare appelli, a richiamare l'attenzione su questo sopruso.
Ma perché niente, il nulla assoluto, il mutismo illimitato sui diciotto pescatori. Facciamo sentire il nostro plauso quando qualche cooperante, o qualche giornalista, viene liberato dopo lunghe e onerose trattative, ma del destino di diciotto pescatori sequestrati non ci importa niente, come se l'umanità di diciotto sconosciuti non ci riguardasse, o ci riguardasse molto meno, o fosse meno "di tendenza" occuparsene, protestare, chiedere la loro liberazione. E questa volta nemmeno l'opposizione di destra, un tempo combattiva e indignata per i due marò prigionieri in India, sembra commuoversi. Come se fossero italiani di un'Italia minore, appartenenti a una categoria troppo umile per alimentare la nostra coscienza morale incostante, spaventosamente ipocrita, di un'ipocrisia così incistata nel nostro modo strabico di vedere le cose che forse nemmeno riusciamo a rendercene conto. Perché i pescatori non contano niente, non fanno opinione, non invitano alla mobilitazione. E se ne stanno lì, sotto sequestro da novanta giorni, nel silenzio del mondo.
di Elena Loewenthal
La Stampa, 30 novembre 2020
In un mese superati i 2000 suicidi. Più delle vittime del coronavirus dall'inizio della pandemia. L'incremento maggiore è tra le donne. L'esperta: "Qui non c'è stato un vero lockdown l'impatto della pandemia è minimo". Sebbene il dolore non sia una questione di genere ma soltanto di anime, il fatto che siano soprattutto donne suscita sgomento: in Giappone solo nell'ultimo mese sono morte più persone suicide che per il Covid in tutto l'anno corrente, 2153 contro 2087. E a togliersi la vita sono state soprattutto donne, di età diverse. In ottobre il tasso di suicidi femminili in Giappone è aumentato dell'83% in rapporto allo stesso mese dell'anno scorso, mentre gli uomini che hanno rinunciato volontariamente alla vita sono "soltanto" il 22% in più, nello stesso schema temporale.
Il Giappone, proprio uno fra i Paesi al mondo che ha retto meglio la tempesta della pandemia. "Non abbiamo neanche avuto un vero e proprio lockdown, l'impatto del Covid nella nostra vita è stato minimo, se paragonato a molte altre nazioni" spiega, anzi non si spiega Michiko Ueda, docente alla Waseda University di Tokyo, esperta di suicidi. È vero, questo Paese è da sempre funestato da un alto tasso di rinunce volontarie alla vita, ma è anche la nazione dove da tempo si fa più trasparenza statistica su questi dati. Però osservare, calcolare, stimare non significa affatto capire. Meno che mai quando si tratta di ritenere la vita talmente dolorosa e difficile da non sopportarla più.
Che cosa passi nella testa e nel cuore di chi prende una decisione (decisione?) del genere è impossibile saperlo. Ma questi dati giapponesi inquietano, sembrano quasi incredibili anche se sono reali come i numeri che esprimono. E il fatto che siano aumentati di così tanto i suicidi femminili dovrà, deve assolutamente dirci qualcosa. Non basta rifugiarsi nella (fittizia il più delle volte) convinzione che le donne siano più fragili. Anzi, forse c'è nel loro campo visivo emotivo una prospettiva più ampia, uno sguardo che si spinge un poco più in là, alla generazione futura cui poter dare o negare la vita. Forse, la depressione femminile ha sempre un che di esogeno, oltre che endogeno. È sempre anche un poco, come dire, transitiva: per questo, sotto la cappa della pandemia, in Giappone si è moltiplicata tanto di più.
Perché il Covid-19 ha scoperchiato tante cose. Quasi tutto, in fondo. Ha disorientato l'umanità ai quattro angoli del mondo, liberando dietro lo sciame virale un senso di incertezza così profondo che non si riesce neanche a dargli un nome. È una sensazione nuova per molti di noi, forse per quasi tutti. Se c'è un'unica cosa che sappiamo tutti molto meglio di prima, è il sapere di non sapere, come diceva Socrate millenni fa. Non sapere quello che ci può aspettare dietro l'angolo dello spazio e del tempo. Tutto il mondo è stato posto di fronte a questa abissale ignoranza che riguarda la vita - quella vita che prima ci pareva tutto sommato abbastanza saldamente incanalata in un futuro prevedibile.
Il virus ci ha dimostrato che malgrado tutto non siamo troppo dissimili da quell'uomo delle caverne che al calar del buio si spaventava e sperava - solo sperava perché di certezza non ne aveva - che giungesse una nuova alba. Abbiamo sì il progresso dalla nostra, e la fiducia in una scienza che avanza giorno per giorno e che ci metterà al sicuro. Ma questa così nitida percezione della nostra incertezza ce la porteremo dietro, almeno per un bel pezzo di strada.
E forse è proprio questa la falce che ha mietuto così tante vite femminili in Giappone, in quest'ultimo dannato mese malgrado il virus sia, almeno lì, sotto controllo. Quella falce è la paura del tempo che verrà, la depressione abissale che viene quando tutto diventa nero, anzi grigio - dietro e davanti a sé. In Giappone è ancora un tabù parlare della propria solitudine, ammettere di non starci comodi.
"Non è cosa di cui si possa chiacchierare in pubblico, e nemmeno con gli amici o i parenti", racconta Koki Ozora, uno studente universitario che insieme a un gruppo di volontari a marzo scorso ha avviato una linea d'ascolto attiva 24 ore su 24 sul disagio mentale e in questo periodo riceve centinaia di chiamate al giorno. Migliaia di storie che raccontano di una sofferenza apparentemente inspiegabile, legata a stretto filo con la pandemia e i suoi effetti a larghissimo spettro.
di Glauco Giostra
Avvenire, 29 novembre 2020
L'emergenza Covid, i nuovi appelli e ciò che non si è voluto fare. Disinnescare in modo sano la bomba-virus nelle carceri": era il titolo dato a un mio articolo apparso su queste pagine nel marzo scorso. Se lo richiamo non è perché esprimesse una speciale lungimiranza: si limitava soltanto a constatare che vi erano le premesse di un dramma prossimo venturo e a indicare qualche possibile frangiflutto da predispone per arginare almeno in parte lo tsunami in arrivo. L'ho voluto ricordare per denunciare ancora una volta il deprecabile andazzo italico di intervenire soltanto a tragedia avvenuta, anche quando questa fosse ampiamente prevedibile.
di Liana Miella
La Repubblica, 29 novembre 2020
Il Garante dei detenuti: "Giusta la preoccupazione di chi vede prigioni troppo affollate, ma attenzione a non illudere chi sta dentro con promesse di sconti impossibili". "Nelle carceri l'emergenza c'è, ma attenzione a non illudere i detenuti su sconti impossibili". Il Garante dei detenuti, Mauro Palma, è un costante "viaggiatore nelle prigioni". Incurante del Covid, tra un tampone e l'altro, percorre la penisola detenuta. E a Repubblica dice: "Da sempre le misure a favore di chi sconta una pena sono sempre impopolari, chi le decide però non può essere troppo sensibile alle polemiche".
di Daniela De Robert
garantenazionaleprivatiliberta.it, 29 novembre 2020
Qualche doveroso numero del sistema penale - Nonostante i numeri della diffusione del contagio in carcere siano - giustamente - resi noti dal Ministero della giustizia sul proprio sito, non vogliamo deludere coloro che affidano a questa nostra più o meno settimanale pubblicazione l'informazione sull'andamento della diffusione del virus: oggi le persone detenute positive sono 882 e sono distribuite in 86 Istituti (sul totale di 192 strutture penitenziarie).
di Giulio Isola
Avvenire, 29 novembre 2020
Campagna dei Radicali sui rischi del sovraffollamento. Ma anche polemiche per le possibili scarcerazioni. I "ristretti" dovrebbero essere distanziati. La contraddizione tra prigioni e contagi è palese fin nei termini, e non a caso alcuni militanti radicali stanno praticando da giorni lo sciopero della fame "per chiedere al governo e al Parlamento di prendere misure adeguate affinché il Covid- 19 non dilaghi ulteriormente nelle carceri".










