di Valter Vecellio
Notizie Radicali, 21 gennaio 2015
Abbiamo ascoltato l'altro giorno l'appello lanciato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando ai partiti di partiti di maggioranza e opposizione, perché si sappia e voglia superare quello che ha definito uno scontro politico "ventennale", capace di produrre "uno dei più grandi macigni per la crescita". Bene, bravo. Dunque signor ministro Orlando?
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2015
Punire non solo chi arruola e addestra i terroristi, ma anche chi si mette a disposizione della "causa", chi si auto-addestra e chi organizza i viaggi all'estero dei foreign fighters. Estendere ai potenziali combattenti la possibilità di applicare le misure di prevenzione personali, tra cui il divieto di espatrio. Aumentare la pena del carcere per i reati di istigazione e apologia del terrorismo quando sono commessi attraverso il web.
di Sergio e Matteo Polisicchio
Il Garantista, 21 gennaio 2015
È legittima la sentenza che disattende la pronuncia del giudice di prima istanza se nelle more del processo interviene un mutamento giurisprudenziale riguardante norme di natura sostanziale. Questo è quanto afferma la Corte di Cassazione, sesta sezione tributaria, nella sentenza n. 174/2015 depositata il 9 gennaio 2015.
Adnkronos, 21 gennaio 2015
Parte dal profilo Facebook della militante radicale Donatella Corleo il rilancio della grazia all'ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. "In nome della madre Ida, rilancio: sì alla grazia per Totò Cuffaro" scrive Corleo che aggiunge: "Non sono stata mai una sostenitrice né una elettrice di Totò Cuffaro, ma al suo "disubbidisco" alla richiesta di grazia presentata circa un anno fa dalla madre Ida, sia pure inchinandomi, ragionevolmente commossa ed emozionata per le ragioni che l'ex presidente della Regione adduce nel suo "non voglio fatta la carità", non sono d'accordo". Cuffaro si trova oggi nel carcere romano di Rebibbia dove ha già scontato quattro dei sette anni della condanna per favoreggiamento a Cosa Nostra.
"La grazia, politicamente, - aggiunge la militante siciliana dei Radicali - non è la carità cristiana e chi, come Cuffaro cittadino-detenuto nel carcere di Rebibbia, con grazia, carità e speranza vive, "disubbidendo" alla madre e richiamando i legislatori affinché a tutti coloro che condividono il suo stato attuale siano garantiti trattamenti umani, merita attenzione e dovrebbe indurre, a chi ne ha o avrà facoltà, a rispondere alla richiesta di una madre".
www.extraquotidiano.it, 21 gennaio 2015
A firmarla i deputati della Lista Musumeci per chiedere come mai il governo regionale non abbia ancora provveduto alla nomina. Si tratta di "una figura importantissima per la riabilitazione sociale dei carcerati".
Un'interrogazione parlamentare è stata presentata all'Ars dai deputati della Lista Musumeci, Gino Ioppolo primo firmatario, Nello Musumeci e Santi Formica, per chiedere come mai il governo regionale non abbia ancora nominato il "Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e per il loro reinserimento sociale".
La carica, istituita presso la presidenza della Regione, è vacante da oltre un anno e mezzo, da quando cioè, scaduti i sette anni all'ormai ex garante Salvo Fleres, il governatore Crocetta non ha né riconfermato l'incarico, che è a titolo gratuito, né provveduto a una nuova nomina.
La legge regionale stabilisce infatti che la nomina avviene con decreto del presidente della Regione. "Ci chiediamo quali siano i motivi del ritardo - dicono i parlamentari - e se il presidente della Regione non ritenga urgente e indifferibile procedere a tutela e promozione di inviolabili diritti umani. Il Garante, osservano i deputati - oggi è una figura importantissima per la riabilitazione sociale del detenuto, visto che tra i suoi compiti rientrano la promozione e l'agevolazione dell'inserimento lavorativo, il recupero culturale e sociale, la formazione scolastica e universitaria, il sostegno alla famiglia e ai figli minorenni, la vigilanza sull'esercizio dei diritti fondamentali dei detenuti e dei loro familiari".
di Giulia Zaccariello
Il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2015
Ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l'ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. Così Giuseppe Cascio, classe 1967, si è tolto la vita all'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove era rinchiuso da tempo. È successo nei primi giorni di gennaio, almeno due settimane fa, anche se la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.
Un caso che va allungare una lista nera, composta di suicidi e tentativi di togliersi la vita, ma anche di gesti di autolesionismo, aggressioni e incidenti, nel peggiore dei casi mortali. Proprio mentre il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, assicura la chiusura di tutte gli ospedali psichiatrici (ne sono rimasti sei in Italia, per 780 persone), entro marzo 2015. In quest'ultimo suicidio di Reggio Emilia, a fare la differenza è stata una manciata di minuti.
Quando l'uomo si è legato la maglietta intorno al collo era sera e il personale si era appena allontanato dalla cella. Sono stati chiamati medici del 118, che però non hanno fatto in tempo a salvarlo e a rianimarlo.
Secondo Michele Malorni, segretario provinciale del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, si tratta di "sfortuna, non di sconfitta". Oggi nei sei reparti dell'Opg di Reggio Emilia sono ricoverate 142 persone (fino a qualche anno fa erano più del doppio), tutti uomini. Ma di questi sono trenta quelli sistemati nel reparto di stretta sorveglianza, guardati a vista 24 ore su 24, e sempre accompagnati negli spostamenti anche dalla polizia. "La struttura del carcere, con le inferriate e le celle, non è adatta a tutti. Alcuni di loro, quelli che si dimostrano più aperti al dialogo e più collaborativi, dovrebbero essere sistemati in ambienti diversi, dove possano essere curati e riabilitati. Vanno pensate soluzioni alternative".
Spesso, chi lavora dentro l'Opg deve gestire situazioni al limite, momenti complicati e delicatissimi. Dentro ci sono persone che non solo soffrono di disagi psichici, ma spesso hanno un passato di reati, talvolta violenti, alle spalle. Lo stress è tanto. Chi sta dentro deve far fronte a gesti di autolesionismo, occuparsi di pazienti che ingeriscono oggetti o prendono a testate le pareti della cella. Aggressioni ed esplosioni di rabbia sono all'ordine del giorno. Il Sappe da tempo chiede il superamento del sistema dell'Opg, ma anche strumenti più adatti all'interno degli istituti e maggiori tutele per gli operatori.
"Per i soggetti più pericolosi è necessaria la contenzione fisica e chimica, con i sedativi. Abbiamo bisogno di una camera di decompressione, con pareti morbide. E di un letto di coercizione per coloro che danno in escandescenza. Questo anche per il loro bene, e per tutelare gli operatori e chi lavora".
L'episodio di Reggio Emilia riapre la finestra sul caso degli Opg, una storia tutta italiana, fatta di rinvii e continue proroghe. Nel 2012, dopo che un'inchiesta dell'allora senatore, Ignazio Marino, aveva rivelato le condizioni di vita disumane all'interno degli Opg italiani, la commissione giustizia aveva dato il via libera alla chiusura definitiva entro primavera del 2013. Al posto degli Opg dovevano essere realizzati le Rems , ossia residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, in capo alle Asl regionali. Strutture di cui per ora non si vede nemmeno l'ombra. Anche perché dal 2013 a oggi, ogni anno, il termine è stato spostato di 12 mesi, con relativi promesse e annunci. L'ultimo è di pochi giorni fa. Quando il guardasigilli Orlando ha assicurato il "superamento del sistema del Opg" entro cento giorni.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 21 gennaio 2015
La struttura emiliana è in abbandono: bagni luridi, cibo in piatti sporchi, persino un ricoverato senza gambe che mangia per terra come i cani. Aveva passato la mattinata con lo psichiatra e lo psicologo, poi ha pranzato e si è accasciato a terra.
Venne notato riverso a terra dentro la sua cella dal personale dell'Opg dove era rinchiuso e dai medici che quel giorno erano in struttura perché si stavano recando da un altro internato. Gli praticarono le prime manovre rianimatorie. Poi, chiesero l'intervento del 118. Ma nulla da fare: quel maledetto 12 gennaio del 2013, il ragazzo era morto.
È la tragica storia di Daniele De Luca, un ragazzo romano di 29 anni internato all'ospedale psichiatrico giudiziario perché era affetto da schizofrenia paranoide. Una patologia che lo rendeva violento e aggressivo. I suoi genitori non poterono altro che denunciarlo per maltrattamenti, sperando che potesse essere quello un modo per salvarlo.
E questa la vicenda giudiziaria che lo fece invece finire in comunità e ospedali psichiatrici da un capo all'altro dell'Italia, fino al suo arrivo, nell'ottobre 2012, all'Opg di Reggio Emilia. I genitori però non lo abbandonarono mai. "Lo venivamo a trovare spesso. L'ultima volta, il giorno prima della Befana" confida il padre. Il 12 gennaio 2013, però, accadde la tragedia. E stato l'esame autoptico a chiarire le cause del decesso: asfissia.
Il medico legale incaricato dalla procura, la dottoressa Barbara Collini, in sede di autopsia trovò la causa dell'asfissia: un pezzo di carne di 10 centimetri per 6. Partì un'inchiesta giudiziaria a carico dì ignoti per accertare varie responsabilità, ma un anno fa ci fa la richiesta di archiviazione alla quale i genitori della vittima si opposero. Troppe cose non quadrano. A partire proprio dalla dieta alimentare riservata a Daniele.
"Il giovane era quasi completamente senza denti e i farmaci che prendeva provocano ovviamente problemi alla masticazione e alla deglutizione - fa notare l'avvocato della famiglia Rossi Albertini. Una bistecca evidentemente non era adatta alla sua condizione. E le "Linee guida nazionale per la ristorazione ospedaliera ed assistenziale" riportano che in caso di pazienti con disturbi del genere e necessario prevedere a cibi adeguati". Ma c'è anche un altro punto oscuro da chiarire. La famiglia - attraverso una approfondita relazione redatta dal perito di parte - espone dubbi anche sulla correttezza delle manovre di soccorso prestate al giovane.
Ci si domanda come mai non si siano accorti di un pezzo di carne in gola di quelle dimensioni. Se l'avessero rimosso, molto probabilmente il ragazzo poteva essere salvato. Per far luce su tutte queste anomalie, il giudice delle indagini preliminari, un anno fa, ha respinto la richiesta di archiviazione e ha chiesto ulteriori accertamenti. Nel frattempo sono passati due anni dalla morte di Daniele, e i familiari attendono ancora giustizia e verità.
Ma in quale situazione è maturata la morte del ragazzo? In una struttura infernale e da denuncia. A dirlo è don Daniele Simonazzi, esattamente il cappellano del carcere psichiatrico di Reggio Emilia. Il sacerdote non ha peli sulla lingua e fa una descrizione allucinante della struttura: il 70% dei servizi igienici è incrostato, tubature in evidente degrado, vestiti sporchi, vetri mai puliti, mancano detersivi e saponi, viene servito il cibo nei piatti sporchi del giorno prima, per non parlare di un ricoverato senza gambe che mangia per terra ("Come i cani...").
Il perché è presto detto: "Manca coordinamento fra la parte amministrativa e quella sanitaria dell'opg - spiega il sacerdote - con accuse reciproche. Dei cinque settori in cui è diviso l'Opg, uno è seguito dagli agenti penitenziari, gli altri quattro dall'Asl, Eppure non ho mai visto i dirigenti dell'Asl venire a vedere di persona cosa accade nella struttura. Il 50% delle celle fanno schifo! Ma tanto prima o poi lo chiudono. E, senza risorse, si va avanti grazie alla buona volontà degli operatori, ma c'è tanta frustrazione fra il personale".
Nel frattempo ancora rimane il dubbio - e più passa il tempo diventa sempre più concreto - se gli Opg verranno chiusi entro il 31 Marzo. La legge parla chiaro: o le regioni provvedono a chiudere le strutture entro tale data, oppure arriva il commissariamento. Ma si potrebbe prospettare anche una terza ipotesi che creerà forte imbarazzo alle istituzioni e al futuro presidente della Repubblica: l'ennesima proroga. Nel frattempo gli internati continuano a vivere negli Opg. Abbandonati, prigionieri e non di rado lasciati morire.
La Gazzetta di Reggio, 21 gennaio 2015
Sono sei gli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia, più noti come Opg. Uno dei sei si trova a Reggio Emilia. Da anni, si parla della chiusura di queste strutture, del tutto inadeguate a gestire in modo adeguato i reclusi. A fine marzo ci sarà l'ennesima scadenza e, con ogni probabilità, l'ennesimo rinvio.
Una volta chiusi, i "manicomi criminali" - perché di questo si tratta - dovrebbero lasciate spazio alle Rems, residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Ogni Regione è chiamata a creare e gestire le proprie Rems, per gestire in loco gli ex reclusi. I quali, di fatto, passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni. Una serie di gravissimi fatti accaduti all'Opg di Reggio Emilia ha riacceso i riflettori su questa vergogna d'Italia, che qui proviamo a raccontarvi.
"È da due anni che mio figlio è morto. Io aspetto ancora di sapere la verità e che venga fatta giustizia". Michele De Luca, 52 anni, è il padre di Daniele: un ragazzo di 29 anni di Roma quartiere Tor Bella Monaca, internato all'Opg di Reggio e morto in cella il 12 gennaio 2013 soffocato da un pezzo di bistecca.
È una storia dolorosa quella che racconta l'uomo. La storia di un padre e di una madre, che per anni hanno dovuto fare i conti con la difficile malattia del figlio: una schizofrenia paranoide che era capace di farlo diventare violento, aggressivo. Una lotta quotidiana che li aveva esasperati al punto che un giorno la donna, all'ennesima aggressione, aveva denunciato il figlio per maltrattamenti. Sperando che potesse essere quello un modo per salvarlo. È questa la vicenda giudiziaria che lo fece invece finire in comunità e ospedali psichiatrici da un capo all'altro dell'Italia, fino al suo arrivo, nell'ottobre 2012, all'Opg di Reggio. I genitori però non lo abbandonarono mai.
"Lo venivamo a trovare spesso. L'ultima volta, il giorno prima della Befana" confida il padre. Quel maledetto 12 gennaio 2013, però, successe qualcosa. È il legale della famiglia, l'avvocato Flavio Rossi Albertini, a raccontare: "Daniele viene notato riverso a terra dentro la sua cella da personale dell'Opg e medici che sono quel giorno in struttura perché si stanno recando da un altro internato. Gli praticano le prime manovre rianimatorie. Poi, chiedono l'intervento del 118".
Fu il personale medico di Reggio Soccorso a rilevare che Daniele aveva un primo pezzo di carne in bocca e a rimuoverlo. Poi, nonostante i tentativi di rianimazione, il 29enne morì. È stato l'esame autoptico a chiarire le cause del decesso: asfissia. E il medico legale incaricato dalla procura, la dottoressa Barbara Collini, a rilevare e a rimuovere in sede di autopsia un "bolo carneo in regione sovraglottica": un pezzo di carne, dunque, la bistecca del pasto appena consegnato, di dimensioni 10 centimetri per 6.
L'inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti, coordinata dal sostituto procuratore Valentina Salvi, un anno fa è arrivata a una richiesta di archiviazione. A cui, però, il legale della famiglia si è opposta. "Per noi esistono invece più profili di responsabilità" evidenzia l'avvocato Rossi Albertini.
A partire da una questione: la dieta alimentare riservata a Daniele. "Il giovane era quasi completamente senza denti e i farmaci che prendeva provocano ovviamente problemi alla masticazione e alla deglutizione - fa notare - Una bistecca evidentemente non era adatta alla sua condizione. E le "Linee guida nazionale per la ristorazione ospedaliera ed assistenziale" riportano che in caso di pazienti con disturbi del genere è necessario prevedere a cibi adeguati". In modo, dunque, che non rischino di soffocare solo per colpa di un grosso pezzo di bistecca.
Ma la famiglia attraverso una approfondita relazione redatta dal perito di parte, il dottor Natale Mario di Luca, espone dubbi anche sulla correttezza delle manovre di soccorso prestate al giovane. "Come è possibile che non si siano accorti di un pezzo di carne in gola di quelle dimensioni? Senza la sua rimozione ogni tentativo di rianimazione si è rivelato vano: non passava aria. Noi riteniamo che non tutto sia stato svolto correttamente" conclude Rossi Albertini.
Il giudice per le indagini preliminari, un anno fa, ha respinto l'archiviazione rimandando al pubblico ministero ulteriori accertamenti: chiarire chi dovesse decidere la dieta alimentare dell'internato, un approfondimento sulle linee guida alimentari e ha chiesto di sentire il personale del 118 intervenuto. "Ho pensato anche di venire a Reggio, di incatenarmi. Son due anni che aspettiamo la verità. Per Daniele e per gli altri ragazzi internati" conclude il padre.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 21 gennaio 2015
"È sempre sbagliato attribuire genericamente colpe ai magistrati. Ma l'ingiusta detenzione non può essere considerata un aspetto fisiologico del processo", dice l'avvocato Attilio Belloni, presidente della Camera penale di Napoli, che commenta i dati sul record di richieste di indennizzo, 308 in un anno, di cui 146 accolte, costate allo Stato 4,2 milioni di euro.
Avvocato Belloni, dunque lei non è d'accordo con il presidente dell'ottava sezione penale della Corte di Appello, Giuseppe De Carolis, convinto che l'ingiusta detenzione non sia una "patologia", ma piuttosto "una falla del sistema "?
"Credo che il problema vero sia rappresentato dall'abuso della custodia cautelare. Quello che doveva essere uno strumento eccezionale, è diventato un'anticipazione della pena che viola il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Non lo sostengono solo gli avvocati, ma anche Papa Francesco: "La carcerazione preventiva - ha detto il Pontefice - costituisce un'altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di illegalità". Ecco perché sollecitiamo una riforma".
Di che tipo?
"Vanno introdotti limiti legali rigidi, in modo da ridurre sensibilmente la discrezionalità del giudice nell'applicazione delle misure cautelari. Basti pensare che un'alta percentuale di ordinanze viene annullata o riformata dal Riesame. Questo abuso, inoltre, contribuisce in maniera determinante al sovraffollamento e al trattamento disumano dei detenuti: al 31 dicembre 2014, su 7188 reclusi negli istituti della Campania, 1383 sono in attesa di giudizio di primo grado. In questo modo, la partita si gioca tutta nella fase cautelare, a discapito della inviolabilità della persona e della centralità del dibattimento".
Che pensa della volontà del di introdurre nuove norme in materia di responsabilità civile dei magistrati?
"L'avvocatura penale è favorevole a una riforma, sia pure in forma indiretta, come peraltro impone l'Unione Europea".
Ma così non si rischia di condizionare negativamente la giurisdizione?
"Purtroppo l'attuale sistema ha dimostrato di non funzionare. Dall'approvazione della legge Vassalli a oggi sono state emesse solo nove condanne per responsabilità civile dei magistrati. E non basta l'indennizzo per ingiusta detenzione a garantire il cittadino dagli errori".
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 21 gennaio 2015
Le nuove norme non prevedono la custodia cautelare per i reati sotto i 3 anni. Risultato: la lotta al crimine diventa quasi impossibile. Serve la flagranza. Se non lo beccano nella casa, già svaligiata o da ripulire, con gli arnesi del mestiere non c'è giustizia che tenga.
Anche se lo scoprissero a distanza di tempo, bene che vada il ladro verrebbe denunciato, a meno che non sia un autore seriale e allora servirebbero indagini mirate e un'ordinanza di custodia cautelare chiesta da un sostituto procuratore e firmata da un gip. Procedure lontane dalla velocità di assicurare una risposta a chi si ritrova la casa sottosopra e la propria intimità violata.
Impennata di furti. Dal 2009 al 2013 in Toscana i furti sono cresciuti del 60 per cento (da 11.993 a 19.203). Un boom esponenziale a cui si sono agganciati i dati su denunce e arresti: le prime schizzate a un più 106 per cento e i secondi al 129 per cento. Un fenomeno che avanza in progressione geometrica.
"Liberi" di delinquere. Possono muoversi con la ragionevole certezza di non finire in carcere lo scippatore, il piccolo pusher, il truffatore di basso cabotaggio o chi spacca i finestrini delle auto per qualche spicciolo.
Il copione. Entrano, senza manette, scortati dai carabinieri e si siedono accanto all'avvocato d'ufficio. In silenzio ascoltano la triangolazione di interventi tra pm onorario, legale e giudice. Arrestati per un furto su un'auto e processati per direttissima, due giovani marocchini dopo aver passato la notte nella cella di sicurezza della caserma arrivano in Tribunale. In una manciata di minuti il giudice convalida il fermo costato ai militari ore di appostamenti e un inseguimento concluso con qualche frizione fisica.
Poi tocca al pm prendere la parola e chiedere la misura cautelare più idonea per i fermati. Quindi l'avvocato invoca i termini a difesa e il giudice aggiorna l'udienza per il dibattimento fissato di lì a qualche mese. Nel frattempo i due arrestati tornano liberi con il solo obbligo di firma. Fine della direttissima con i due marocchini che stringono la mano al legale, salutano i carabinieri che il giorno prima li avevano arrestati e si avviano in perfetta solitudine all'uscita del Tribunale: pronti a rubare di nuovo. Due detenuti in meno, così non si affolla il carcere, due ladri in più sulla strada Scene ordinarie nelle aule dove si celebrano le direttissime per quei reati di allarme sociale, dallo scippo al furtarello sull'auto o allo smercio di droga.
Senso di frustrazione. "Di fronte a un simile scenario è inutile negare il senso di frustrazione della magistratura che si affianca a quello provato dalle forze dell'ordine". Antonio Giaconi, vice procuratore capo a Pisa, restituisce con efficacia lo stato d'animo dei protagonisti, a tutti i livelli, della battaglia quotidiana contro chi infrange il codice penale.
"Come cittadino e come magistrato mi sento di dare la totale solidarietà alle persone vittime di furti o di reati in genere - aggiunge. Di contro non posso che evidenziare l'aspetto di un quadro normativo attuale che rende estremamente difficoltosa l'adozione di misure cautelari in carcere per la cosiddetta microcriminalità".
La "svuota carceri". Con la consueta sintesi giornalistica è stata ribattezzata "svuota carceri". Di fatto la legge 92 del 2014, da un lato riduce gli ospiti dei penitenziari e dall'altro mostra il volto indulgente dello Stato verso chi commette reati. Il testo prevede il divieto di custodia cautelare in cella in caso di pena non superiore ai 3 anni. Tradotto: se il giudice ritiene che all'esito del giudizio la pena irrogata non sarà superiore ai 3 anni, per esigenze cautelari potrà applicare solo gli arresti domiciliari.
La norma non vale però per i delitti ad elevata pericolosità sociale (tra cui mafia e terrorismo, rapina ed estorsione, furto in abitazione, stalking e maltrattamenti in famiglia) e in mancanza di un luogo idoneo per i domiciliari. Viene ribadito invece il divieto assoluto del carcere preventivo e dei domiciliari nei processi destinati a chiudersi con la sospensione condizionale della pena. E c'è da dire che tanti fascicoli sono spariti grazie all'abrogazione della parte della Bossi-Fini che prevedeva il reato di ingresso illecito in Italia. L'arresto viene mantenuto per gli immigrati che rientrano nel nostro Paese dopo un provvedimento di espulsione, ma non più come clandestini tout court.
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