di Claudia Sparavigna
Roma, 24 gennaio 2015
"Mancano poco più di due mesi alla scadenza fissata per la chiusura definitiva degli Opg, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma le Rems non decollano e non c'è nessun progetto". È questo l'allarme lanciato dall'Ispettore Ciro Auricchio, segretario regionale Ugl Polizia Penitenziaria della Campania. Nella nostra regione il problema della chiusura degli Opg non è di poco conto perché le due strutture regionali, quella di Napoli e quella di Aversa, ospitano circa 250 internati, provenienti non solo dalla Campania, ma anche da Lazio, Molise e Abruzzo, regioni che fanno riferimento a Napoli per gli Opg.
"Le leggi non sono cambiate - prosegue l'Ispettore Auricchio - quindi la Magistratura continua a mandare internati negli Opg, che alla data del 31 marzo dovrebbero cessare di esistere in favore delle residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, di cui ancora non si sa nulla". Eppure, proprio nei giorni scorsi, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è intervenuto alla Camera sollecitando tutti ad evitare ulteriori proroghe e ritardi nella chiusura degli Opg. D'altro canto, vista l'impreparazione ad affrontare il cambiamento, la Conferenza Stato Regioni vede la proroga come unica soluzione praticabile.
"Credo che per sistemare la situazione, visto che sono anni ormai che si va avanti di proroga in proroga - afferma l'Ispettore Auricchio - ci voglia un commissario ad acta che da Roma coordini la dismissione degli Opg. Per come stanno le cose adesso, si rischia di chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari senza avere una valida alternativa, questo potrebbe portare all'utilizzo di strutture private come soluzione momentanea, e sappiamo cosa significa momentaneo in Italia. In strutture esterne non c'è la possibilità di sorvegliare gli internati e non c'è nemmeno l'ufficio matricole, dove c'è personale in grado di gestire gli incartamenti giuridici".
Il timore dell'Ispettore non è infondato, visto che per legge prosciolti e provvisori non possono essere detenuti nel circuito ordinario. Anche se con lentezza, i lavori per il superamento degli Opg proseguono. Il 22 gennaio, a Roma si è svolto l'incontro al Ministero della Salute con il Sottosegretario Vito De Filippo, Presidente dell'Organismo di coordinamento per il superamento degli Opg, per fare il punto della situazione. È emerso, come già nella relazione del 2014, che la maggior parte degli internati negli Opg può essere dimessa, per cui, se regioni, Asl e Magistratura riuscissero a lavorare di concerto, la data di dismissione degli Opg potrebbe anche essere rispettata, anche se le Rems non sono pronte, garantendo assistenza socio sanitaria sul territorio. Il problema, però, è che mentre nel resto del mondo la permanenza nelle Rems e il grado di sorveglianza sono dati dal grado di pericolosità della patologia dell'internato, in Italia la permanenza all'interno degli Opg e delle future Rems dipende dalla pena detentiva per il reato commesso, così che persone socialmente pericolose potrebbero tornare libere senza la predisposizione delle adeguate misure sanitarie.
Ansa, 24 gennaio 2015
"Il governo centrale ha finalmente preso atto delle condizioni in cui versa la sanità penitenziaria. All'indomani del mio ultimo appello legato all'urgenza di un intervento per la medicina in carcere, arriva la notizia dello stanziamento di 165,424 milioni di euro, che saranno ripartiti tra le Regioni, tenendo conto della presenza degli Ospedali psichiatrici giudiziari e di Centri clinici, del numero di detenuti e dei minori a carico della Giustizia minorile".
Si dice soddisfatta Flora Beneduce, consigliere regionale della Campania e vice presidente della Commissione Affari istituzionali, che, dopo un tour nelle case circondariali, aveva denunciato "l'insufficienza di personale medico e paramedico e l'inadeguatezza o, peggio, l'assenza delle strumentazioni".
"Le difficoltà, la carenza di personale, la mancanza di strumentazioni sono problemi comuni all'intero del comparto sanitario, ma nelle carceri i problemi si acuiscono e diventano drammi che si aggiungono ad altri drammi personali - dice l'onorevole Beneduce. Non possiamo pensare che la dignità si annienti dietro le sbarre. La salute deve essere tutelata a prescindere dalla colpevolezza o meno. C'è un valore che è più alto di tutti: l'essere umano".
"Alle criticità della sanità in carcere per i detenuti, si aggiunge lo stress di medici e paramedici, che vivono il disagio di un impegno oneroso, fisicamente ed emotivamente, e sostengono il peso psicologico di una condizione di precarietà", aggiunge. "Ora la Regione Campania si occupi del personale delle carceri e proceda alla stabilizzazione dei precari - conclude.
Credo che sia il primo passo da compiere per umanizzare e migliorare una condizione lavorativa con troppe criticità. Le risorse umane impegnate nella sanità penitenziaria dovrebbero avere la tranquillità per poter operare al meglio e garantire soccorso, cura e assistenza ai detenuti. Il rispetto e la tutela del lavoro diventano ancora più decisivi in contesti difficili, dove anche il diritto alla salute è spesso negato per carenza di personale, apparecchiature e politiche di sostegno adeguate".
Ristretti Orizzonti, 24 gennaio 2015
Desi Bruno, Garante regionale delle persone private della libertà personale, torna a porre il tema del diritto all'affettività in carcere. "La riduzione del numero dei detenuti presenti e la contestuale apertura di nuovi padiglioni detentivi - afferma - rende oggi disponibili nuovi spazi all'interno delle carceri che possono essere utilmente messi a disposizione per gli incontri - anche intimi - dei detenuti con i propri cari, soprattutto nel caso di persone che non hanno la possibilità di uscire ricorrendo ai permessi-premio".
A parere della Garante, affettività e relazioni familiari rappresentano dimensioni che vanno tenute il più possibile "fuori dal carcere", attraverso il ricorso a tutti gli strumenti che l'ordinamento penitenziario mette a disposizione. Tuttavia, esistono alcune fasce di detenuti (come gli ergastolani - specie se ostativi - e comunque le persone detenute con condanne a pene detentive molto lunghe) per le quali il ricorso ad appositi spazi riservati costituisce "l'unica alternativa percorribile".
Garantire anche a costoro la possibilità di mantenere i rapporti con i propri cari è assolutamente fondamentale, perché - sostiene Desi Bruno - "la questione diritti umani in carcere non può fermarsi al sovraffollamento. Sarebbe assolutamente riduttivo ragionare in questi termini. Occorre invece ripensare la logica dei permessi, delle telefonate e delle opportunità trattamentali nei vari circuiti differenziati".
Da questo punto di vista, la Garante esprime grande soddisfazione per il recente disegno di legge presentato in conferenza stampa al Senato il 21 gennaio scorso. L'atto (Ddl n.1587, primo firmatario il senatore Sergio Lo Giudice, co-firmatario il senatore Luigi Manconi insieme ad una ventina di colleghi di forze politiche trasversali) ripropone una proposta sostenuta nella scorsa legislatura da Rita Bernardini, attuale segretario nazionale dei Radicali italiani.
Il testo prevede colloqui più lunghi e "senza alcun controllo visivo", sottolinea Desi Bruno, in "locali idonei a consentire ai detenuti e agli internati l'intrattenimento di relazioni personali e affettive" e la possibilità per i Magistrati di sorveglianza di concedere un permesso ulteriore (in aggiunta ai cosiddetti "permessi premio" e a quelli "di necessità") "da trascorrere con il coniuge, con il convivente o con il familiare".
Infine, per i detenuti e gli internati stranieri viene introdotta la possibilità di effettuare telefonate ai propri parenti o conviventi residenti all'estero.
Oltre ai senatori proponenti e alla stessa Desi Bruno, sono intervenuti alla conferenza stampa di presentazione del disegno di legge anche Rita Bernardini, Franco Corleone (Garante dei detenuti della Regione Toscana) e Ornella Favero (direttrice della testata giornalistica "Ristretti Orizzonti" e animatrice della campagna di sensibilizzazione "Per qualche metro d'amore in più"). Per tutti, l'auspicio è quello di non privare i detenuti del proprio diritto a mantenere rapporti affettivi, garantendo incontri più frequenti e consentendo spazio e tempo per i momenti con il proprio partner, coniuge o convivente.
"Troppo spesso ci si dimentica che la carcerazione non punisce solo il detenuto, ma si riverbera in modo devastante sui familiari, in particolare sui figli. Tuttavia - prosegue la Garante regionale - per riconoscere pienamente il diritto all'affettività, è necessario poter disporre di periodi di incontro con i propri cari, liberi da controlli visivi, che impediscono di vivere con naturalezza anche le manifestazioni di affetto più semplici, come un bacio o un abbraccio, nonché di poter anche avere rapporti sessuali con il proprio coniuge o convivente. Il disegno di legge presentato si muove in questa direzione e credo, finalmente, che i tempi siano maturi per arrivare ad un suo positivo accoglimento".
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 24 gennaio 2015
Quando Fabrizio Corona è uscito dal Tribunale ha ricevuto l'applauso dei fan: ritengono che con lui siano stati troppo severi. Ma, a proposito di giustizia uguale per tutti, a uno qualunque, a parità di pena e di curriculum, riserverebbero la stessa solidarietà?
Il cumulo, non c'è che dire, fa una pena complessiva di tutto rispetto: 13 anni e due mesi ridotti a nove anni per l'applicazione della continuazione. Il curriculum che l'ha prodotto registra: estorsione, corruzione, bancarotta fraudolenta e frode fiscale, possesso e spendita di banconote false, evasione fiscale, tentata estorsione. Cui va aggiunta, senza che rientri nel computo delle pene detentive, una spericolata serie di violazioni al codice della strada, compresa la guida senza patente a ripetizione.
Se si trattasse di un uomo qualunque, italiano o magari immigrato, molti di coloro che ragionano di politica penale o criminale facendo leva sulla sicurezza, starebbero probabilmente gridando, all'estremo opposto, che bisogna buttare la chiave, ma il signore che detiene questo curriculum si chiama Fabrizio Corona e allora cambia tutto: ci sono fan che applaudono e scattano foto, che lo incitano a "non mollare", persone di spettacolo che si mobilitano per chiedere la grazia a suo favore, tanti sostenitori più o meno noti - a volte anche con fini strumentali, altre volte magari per provocazione, altre ancora per convinzione - che partecipano alle sue sofferenze, rispettabilissime, e probabilmente comuni a detenuti sconosciuti.
Sarà anche vero, come molte delle persone che solidarizzando con Corona argomentano, che l'estorsione del picciotto che chiede il pizzo al commerciante colpisce l'immaginario (e ferisce la società) in modo diverso rispetto al ricatto del paparazzo che chiede soldi al calciatore per non divulgarne immagini rubate. Ma l'estorsione resta estorsione. Il Codice penale non a caso ne modula la gravità con una pena che varia da 5 a 10 anni e, forse per la differenza di cui sopra, Corona ha preso il minimo: 5 anni appunto. Il resto è venuto accumulando altri reati e relative condanne definitive.
La sofferenza di Fabrizio Corona va rispettata, così come i suoi avvocati che fanno il loro lavoro chiedendone la scarcerazione per motivi di salute e l'affidamento a una comunità. I magistrati di sorveglianza faranno il loro valutando le perizie e decidendo di conseguenza. E andranno rispettati altrettanto.
Ma ai tanti (non a don Mazzi che si occupa di tutti per vocazione), che in questi mesi hanno eletto Fabrizio Corona a esempio ritenendo di dimostrare, tramite il suo caso, che la giustizia non è uguale per tutti (dicono che con lui hanno esagerato) bisognerebbe chiedere se sarebbero disposti alla stessa solidarietà, agli stessi incitamenti, alla stessa mobilitazione, alle stesse richieste di grazia per il primo che passa (italiano, albanese, marocchino ecc. per niente bello e altrettanto dannato), ovviamente a parità di condanna e di curriculum. Giusto per capire che cosa si intende, comunemente, per giustizia uguale per tutti.
Italpress, 24 gennaio 2015
In Emilia Romagna nelle carceri si produce miele. Da 7 anni i detenuti della Casa circondariale di Piacenza, producono tra i 200 e i 250 chili di miele, all'interno di un progetto dell'Associazione Provinciale Apicoltori Piacentini. Nel 1996 ha preso per la prima volta avvio, in Italia, un progetto pilota destinato alla realizzazione di un corso di formazione professionale in apicoltura, rivolto ai detenuti delle case circondariali e realizzato grazie alla collaborazione tra il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia e la Fai - Federazione apicoltori italiani.
"La Fai - raccontano Roberto Pinchetti e Riccardo Redoglia, presidente e vicepresidente dell'Apap, Associazione Provinciale Apicoltori Piacentini legata a Coldiretti - ci ha incaricato di svolgere i corsi nelle carceri di Piacenza, Modena e di Castelfranco Emilia". Il progetto è continuato negli anni e nel 2014 sono entrati in produzione 538 alveari, con una media di 14 alveari per ogni carcere coinvolto.
A Piacenza il progetto è iniziato nel 2007. "Il miele rimane all'interno del carcere perché i detenuti stessi lo richiedono. L'etichetta è suggestiva e richiama un famoso film sulla vita in carcere, "Le api della libertà". "Il nome fu scelto dai primi corsisti: negli anni la produzione è stata variabile, ma sempre tra i 200 e i 250 chili. Due corsisti - racconta Redoglia - una volta usciti dalla prigione, sono rimasti in questo ambiente: uno fa l'apicoltore per una cooperativa di Brescia, ed un altro che era falegname, costruisce anche arnie".
Il miele serve anche per sfuggire dalla routine del carcere. "L'esperienza è positiva - commenta Pinchetti - vediamo che i detenuti apprezzano il fatto di convivere con le api e le arnie. A Castelfranco Emilia, i detenuti si occupano, oltre alla gestione delle arnie, anche di curare diverse serre, i cui prodotti vengono destinati anche alla vendita al pubblico". Si producono mieli di tarassaco, di acacia, di tiglio, di castagno, di erba medica, di girasole, di melata, e il miele millefiori. L'Italia produce soltanto il 50% del miele, tra l'altro di alta qualità, che viene consumato e l'altra metà viene importata. L'apicoltura ha un futuro e ha anche effetti benefici sull'ambiente, rivitalizza le aree di collina e le api hanno un ruolo fondamentale nella difesa dell'ecosistema.
di Moreno D'Angelo
www.nuovasocieta.it, 24 gennaio 2015
Si chiama "farina nel sacco". Pane, grissini, pizza e anche pasticceria di alta qualità che arrivano dal forno della Casa circondariale Lorusso e Cutugno. Prodotti che da sabato 24 gennaio saranno acquistabili presso il punto vendita di via Massena 11.
Molto soddisfatto Alessandro Fioretta, presidente della cooperativa Ecosol, da tempo impegnato in progetti che uniscono impegno sociale e produzioni di alta qualità. Progetti in cui i detenuti possono iniziare percorsi di formazione professionale, affiancando panettieri professionisti, per poi essere regolarmente assunti. "È da dieci anni che siamo impegnati nelle carceri nella gestione della cucina per i detenuti e nella produzione del cibo per un servizio catering esterno con la cooperativa Liberamensa".
Il progetto è partito da zero, con vari e complessi passaggi per la costruzione del capannone, il bando per l'acquisto dei macchinari e da sei mesi è in marcia quest'idea di produrre del pane di altissima qualità che domani vedrà finalmente l'avvio dei punti vendita all'esterno del carcere.
Oltre che per i successi sul piano della produzione gastronomica di prodotti di qualità, Fioretta precisa: "Si tratta di importanti iniziative che fino a ora hanno coinvolto circa 200 detenuti. Un'opera preziosa di reinserimento misurabile dal dato della recidività che scende al 10% tra chi finisce la detenzione imparando un mestiere mentre è drammatico il dato dell'85% di detenuti che una volta usciti ritornano dietro le sbarre".
Tornando alla qualità del pane prodotto, dentro il carcere torinese questa è figlia di un approccio che prevede la lievitazione naturale con l'uso di lievito madre e non chimico e l'utilizzo di farine pregiate prodotte in modo artigianale da un mulino a pietra tradizionale della Val Maira.
Anche mangiando una pizza si può entrare in contato con la difficile realtà carceraria che è prima di tutto una realtà di persone. In questo progetto si è riusciti a sposare discorsi di qualità delle materie prime, ricerca, formazione e occupazione. Certamente un gran risultato che è marciato nonostante la mannaia dei tagli che mette in discussione la sopravvivenza di questi importanti laboratori. L'appuntamento è per sabato in via Massena 11 , dove sono previsti assaggi per tutti.
di Simona Pacini
Il Gazzettino, 24 gennaio 2015
L'episodio al centro di una delicata indagine: un fatto analogo era già stato denunciato qualche anno fa. Ieri l'incidente probatorio. Violenza dietro le sbarre. Un trans detenuto nel carcere bellunese di Baldenich ha denunciato una guardia carceraria. Sull'episodio, al centro di una delicata della procura di Belluno, vige il più assoluto silenzio. Ieri pomeriggio, in camera di consiglio, così come stabilito dalla procedura penale, si è tenuto l'incidente probatorio.
La presunta vittima dovrebbe essere stata messa a confronto con l'agente di polizia penitenziaria perché potesse riconoscerlo e confermare così che era proprio lui l'autore delle violenze sessuali denunciate. Alcuni anni fa il carcere bellunese fu scosso da un altro episodio simile. Un trans allora denunciò una guardia per contatti sessuali. La prova allora fu un sacchettino nel quale la "vittima" aveva conservato lo sperma dell'agente che si approfittava di lui.
Ristretti Orizzonti, 24 gennaio 2015
L'istituto penitenziario Bassone di Como con il Centro Servizi per il Volontariato intende promuovere la partecipazione delle associazioni e dei cittadini perché propongano e realizzino attività dedicate ai detenuti. Per questo le organizzazioni di volontariato, le associazioni e i singoli volontari sono invitati a partecipare ad un incontro di presentazione della proposta mercoledì 4 febbraio 2015 alle ore 18.00 nella sede del Csv in via Col di Lana 5 a Como. Sarà presente Giovanbattista Perricone, responsabile dell'area educativa della struttura detentiva.
La struttura penitenziaria spesso è percepita come entità diversa e separata dal territorio mentre, nel concreto, ne è parte integrante e ne è profondamente correlata. Di più, è altresì uno spaccato della stessa società: la realtà esterna si riverbera all'interno dell'istituto con le stesse problematiche e fatiche. È necessario operare perché la comunità senta come parte di sé anche una verità sociale come quella del Bassone, affinché l'inclusione delle persone a fine pena nel loro ritorno sul territorio sia meno difficoltosa. Il volontariato è l'elemento che può creare questo legame e può costruire un vero e profondo dialogo con la società.
Alcuni volontari operano già all'interno: alcuni si occupano delle prime necessità, altri di offrire accoglienza e ascolto, altri ancora donano spazi trattamentali e occasioni di interesse ricreativo/culturale (per es. corso di inglese, yoga, ballo, spettacoli teatrali, incontri su temi filosofici, ecc.). Queste azioni contribuiscono a vivere meglio e più proficuamente la detenzione: se la sentenza ne dà la ragione, la ricerca del significato e delle possibilità di riscatto personale sono affidate agli interventi rieducativi e alla capacità della persona di costruirsi un percorso utile e positivo.
Moltissimo dipende dalle occasioni che vengono offerte loro ed è in questo ambito che le opportunità proposte dai volontari possono fare la differenza. I volontari possono contribuire ad una visione costruttiva della pena attraverso attività che spaziano dal puro svago, che ha lo straordinario valore di stemperare le tensioni, ad attività rieducativo/formative per porre le basi di una professionalità spendibile in futuro, ad iniziative culturali che aiutano la riflessione su se stessi e la propria vita.
Le associazioni e le organizzazioni che già svolgono nella loro attività ordinaria azioni di formazione, svago, sport o percorsi culturali possono declinarle nella dimensione dell'Istituto detentivo di Como: è una sfida ma anche una grande possibilità per sviluppare e far crescere la propria mission.
Quale che sia l'attività proposta, i detenuti - anche attraverso i volontari - ricominciano ad entrare in relazione con il mondo aldilà delle sbarre, respirano "l'aria del territorio", si concentrano su un tema e spesso riempiono il vuoto della solitudine carceraria che interrompe i legami, toglie autonomia e lascia spesso nell'incertezza del futuro. Da un punto di vista economico, inoltre, il volontariato consente di avviare per i detenuti attività che l'istituto, altrimenti, non sempre è in grado economicamente di offrire.
Inoltre, il valore di una nuova e costruttiva relazione con persone che con gratuità si rendono disponibili, non è certamente quantificabile in termini economici ed è sicuramente insostituibile. L'esperienza insegna che quando un istituto è isola, corpo a sé stante, le sue difficoltà vengono comunque riversate su quello stesso territorio che lo ha escluso. Se invece le attività e le azioni finalizzate all'inclusione funzionano, le persone al termine della loro condanna riescono a gestire al meglio la loro nuova vita sociale.
Chiedere il coinvolgimento dei volontari e in particolare delle organizzazioni e associazioni aiuta a rendere più consapevole anche la cittadinanza della necessità di rendersi accogliente. Nell'incontro previsto per il 14 gennaio al Csv si cercherà di costruire percorsi e proposte efficaci: sarà l'occasione per comprendere le necessità dell'Istituto, i bisogni e i vincoli del contesto e, nel contempo, cominciare a immaginare quali risorse le organizzazioni e associazione del territorio posso offrire. L'invito è aperto a tutti: prenotazioni al numero 031.301800 e via email a
di Patrizio Gonnella (Presidente dell'Associazione Antigone)
Il Manifesto, 24 gennaio 2015
Iqbal Muhammad ha da poco compiuto cinquantasette anni. Il 20 settembre del 2014 viene arrestato e portato nel carcere romano di Rebibbia. Che ha fatto? Diciannove anni fa - non diciannove giorni fa né diciannove mesi fa ma addirittura diciannove anni fa - era stato coinvolto in un traffico internazionale di droga. Era il lontano 1995 quando Iqbal Muhammad viene condotto in carcere con l'accusa di avere violato la legge sulle droghe. Viene detenuto in custodia cautelare per undici mesi, poi ne trascorre cinque agli arresti domiciliari, infine recupera la libertà. Una libertà incondizionata durata diciannove anni.
Il tempo passa e il processo procede tragicamente e pericolosamente lento. Per ben due volte la Cassazione annulla la sentenza di condanna rinviando gli atti alla Corte d'Appello. Iqbal Muhammad nei diciannove anni intercorsi tra il fatto commesso e la condanna ricevuta non ha mai avuto problemi con la giustizia. Si è impegnato come volontario presso alcune Parrocchie romane. Ha cresciuto una figlia. La giustizia nei suoi confronti si è bendata gli occhi. Lo ha inchiodato per sempre a un fatto di diciannove anni prima. Ora Iqbal Muhammad è in galera dove deve scontare nove anni e quattro mesi di carcere.
Possiamo chiamare questa giustizia? Questa è macelleria. Le arretratezze culturali della giustizia penale sono state fotografate in modo impietoso ieri dal primo presidente della Suprema Corte di Cassazione in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. La relazione del giudice Santacroce contiene analisi e proposte che in parte coincidono con quelle di Antigone. Non male! In sequenza ha ricordato come non sia superato ancora il sovraffollamento delle carceri, come andrebbe trovata una via meno repressiva per affrontare la questione complessa delle droghe, come andrebbe introdotto il delitto di tortura nel codice penale. Sono stati questi i tre temi su cui Antigone, insieme a tante altre organizzazioni di società civile, ha raccolto decine di migliaia di firme nella lunga e entusiasmante campagna per le tre leggi di iniziativa popolare per la giustizia.
La tortura però in Italia non è ancora un crimine. La legislazione sulle droghe è ancora ispirata a logiche proibitive e punitive, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che ha quasi cancellato la Fini-Giovanardi. Il sovraffollamento è meno grave di un anno fa ma ancora persiste a causa di resistenze nella maggioranza di governo. Affinché però la riforma della giustizia possa dirsi piena e non parziale - oltre a quanto detto dal giudice Santacroce - andrebbe approvato un nuovo codice penale che mandi in soffitta il codice Rocco risalente all'era fascista. Un codice nuovo, autenticamente liberale e democratico, che riduca il numero di reati, abbassi le pene, abolisca l'ergastolo, rinunci al doppio binario e introduca la riserva di codice (una clausola che impedisca la proliferazione di nuovi delitti sull'onda delle emergenze).
Affianco a una riforma di questo genere ben si accompagnerebbe un provvedimento universale di amnistia-indulto (quello per cui si batte incessantemente e coraggiosamente Marco Pannella) che consentirebbe al sistema della giustizia di ripartire senza intoppi. Il Parlamento non sembra però avere particolari slanci di progresso. Nei prossimi giorni le Camere saranno impegnate nell'elezione del Presidente della Repubblica. Speriamo sia un o una Presidente che come il precedente metta al centro la questione della dignità umana dei detenuti. Abbiamo già una lista di cose da chiedergli. Due per tutte: la nomina di un garante delle persone private della libertà esperto e indipendente. La grazia per Iqbal Muhammad.
Ansa, 24 gennaio 2015
La Corte Suprema degli Usa ha deciso di riesaminare la costituzionalità delle nuove combinazioni di farmaci per l'iniezione letale che alcuni Stati utilizzano per le esecuzioni. La Corte Suprema degli Usa ha deciso di riesaminare la costituzionalità delle nuove combinazioni di farmaci per l'iniezione letale che alcuni Stati utilizzano per le esecuzioni.
La decisione è stata presa in seguito al ricorso di tre condannati a morte in Oklahoma. L'Alta Corte, che proprio la settimana scorsa ha permesso l'esecuzione di un detenuto con lo stessa combinazione di farmaci, dovrà decidere se l'uso del cocktail viola il divieto della Costituzione Usa di infliggere punizioni crudeli.
In particolare, i giudici hanno deciso di verificare se il sedativo midazolam possa essere utilizzato nelle esecuzioni a seguito dei timori che non produca un profondo stato comatoso e di incoscienza. Dovranno inoltre assicurarsi che il detenuto non sperimenti un dolore intenso e inutile quando gli vengono iniettati altri farmaci per ucciderlo.
La decisione giunge otto giorni dopo che la Corte Suprema si si è rifiutata di bloccare l'esecuzione di un detenuto in Oklahoma dove viene usato lo stesso tipo di cocktail. Oltre al midazolam viene utilizzato un farmaco per paralizzare il detenuto e un terzo per bloccarne il cuore. Il caso alla Corte Suprema sarà probabilmente discusso ad aprile con una decisione attesa per la fine di giugno.
Corte Suprema Usa esaminerà casi di 3 condannati
La Corte Suprema degli Stati Uniti esaminerà il caso di tre detenuti rinchiusi nel braccio della morte che contestano - in quanto incostituzionale perché rischia di causare sofferenze e dolore - l'uso di determinati farmaci nel cocktail usato per le esecuzioni con l'iniezione letale. La Corte aveva precedentemente deciso di non posticipare l'esecuzione di 4 detenuti in Oklahoma, una delle quali è stata eseguita il 15 gennaio: Charles Warner è stato il primo la cui esecuzione è stata portata a termine nello Stato americano dopo quella che nell'aprile 2014 si risolse in un'agonia di tre quarti d'ora per il condannato, Clayton Lockett.
- Stati Uniti: settantenne scagionato dopo 40 anni di carcere, era innocente
- Arabia Saudita: il buco nero dei diritti umani, tra decapitazioni e frustate
- Un disegno di legge per proteggere l'affettività dei detenuti
- Finalmente una proposta di legge sull'affettività in carcere
- Giustizia: che cosa si può fare per abolire il carcere










