di Melania Carnevali
Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2015
Quello della città toscana è il primo carcere in Italia ad aprirsi a questa novità. Inoltre i familiari potranno monitorare il loro stato di salute attraverso uno sportello informativo. La sanità dentro le carceri deve essere uguale a quella fuori. È partendo da questo sacrosanto principio che l'Asl di Massa Carrara ha avviato due progetti all'interno della casa di reclusione massese, facendo da apripista in Italia nel miglioramento dell'assistenza sanitaria dei detenuti.
O meglio: nel creare quelle pari opportunità in campo sanitario, tra il dentro e il fuori, che in Italia non esistono. Punto primo: i detenuti potranno scegliersi il medico di fiducia e non saranno più costretti ad avere il primo disponibile. Punto secondo: i familiari potranno monitorare il loro stato di salute attraverso uno sportello informativo; quello che forse i parenti dei vari Stefano Cucchi, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino e di tutti i strani morti "per cause naturali" sotto la custodia dello Stato avrebbero desiderato. Quello di Massa è il primo (e al momento unico) carcere in Italia ad aprirsi a questa novità.
A idearla e promuoverla sono stati Franco Alberti, responsabile del presidio distrettuale del carcere massese e Bruno Bianchi, vicedirettore sanitario dell'Asl, che chiariscono a ilfattoquotidiano.it che per uguaglianza nel diritto alla salute fra detenuti e liberi "non s'intende solo uguaglianza nell'offerta dei servizi sanitari", ma "pari opportunità nell'accesso al bene nei livelli di salute e delle particolari condizioni di vita in regime di libertà".
Prima di questo progetto, infatti, i detenuti nel penitenziario massese - come ancora nel resto d'Italia - erano costretti a farsi visitare dal medico di turno. Succedeva quindi che il medico fosse uno sconosciuto e che cambiasse ogni settimana. Mancava il rapporto di fiducia fra il medico e il paziente e, soprattutto, la continuità nella diagnosi.
"In questo modo la sanità è completamente inefficiente - spiega Alberti - perché ogni visita è come se fosse la prima. La percezione del detenuto poi è quella di una sanità repressiva e non curativa. E anche questo è un fattore che può provocare patologie". E infatti, stando alle statistiche, i detenuti hanno più bisogno di cure rispetto ad altri.
Se si guarda lo stato di salute di quelli toscani rispetto ai cittadini liberi si nota infatti che il 41% dei carcerati soffre di disturbi psichiatrici rispetto al 2,5% degli altri. O, solo per fare un altro esempio: oltre l'11% dei detenuti soffre di malattie infettive e parassitarie rispetto al 2% dei non detenuti. "Curare i detenuti - chiarisce il vicedirettore sanitario - significa rendere la loro detenzione migliore e creare un percorso di rieducazione".
I 240 detenuti del penitenziario di Massa quindi hanno potuto scegliersi il medico di fiducia fra gli 8 del presidio sanitario. Ognuno dei quali ha giorni e orari di visita stabiliti, proprio come fuori dal carcere. Per le emergenze rimane il medico di turno e ci sono poi 13 specialisti (psicologo, ortopedico, chirurgo). Per quanto riguarda lo sportello informativo: è situato in uno dei locali del carcere, sarà aperto il primo e il terzo mercoledì del mese e permetterà ai parenti (previo consenso dei detenuti) di accedere alla cartella clinica. A dare le informazioni, al momento, è il responsabile del presidio, ma in futuro ci saranno gli stessi medici di fiducia. Insomma, un modello che si spera venga emulato nelle altre carceri.
Questo, sia chiaro, prima del 2008 non sarebbe stato possibile. Prima della finanziaria del governo Prodi infatti le competenze del servizio sanitario nelle carceri erano in mano al Ministero di Grazia e Giustizia. Solo nel 2008 sono state trasferite a quello della Salute e si è creata la possibilità di portare la sanità pubblica dentro le mura del carcere. Certo, molto, quasi tutto, dipende ancora dall'amministrazione penitenziaria e dalla sua apertura a questo tipo di iniziative.
Nel caso massese l'Asl ha trovato terreno fertile, tant'è che il servizio sanitario all'interno dell'istituto penitenziario massese è una chicca, se confrontato al resto d'Italia. Dal 2002 quel carcere è diventato anche un punto di riferimento regionale per soggetti disabili autosufficienti, anche transitori, che necessitano di riabilitazione fisica e di soggetti affetti da Hiv di livello intermedio. È stata creata una palestra all'interno dell'infermeria per la riabilitazione e percorsi assistenziali per i pazienti sieropositivi. È stata fatta poi formazione del personale sanitario e penitenziario "perché curare un detenuto non è come curare un cittadino libero", chiarisce il responsabile del presidio. Certo, rimangono criticità come la palestra ridotta, le poche ore di riabilitazione, il sovraffollamento carcerario (240 detenuti con una capienza di 176 posti letto), ma quello che conta, adesso, è il buon esempio.
di Patrizia Soffientini
Libertà, 21 febbraio 2015
Carcere, sempre più dolente e ora anche "muto". Lo testimoniano i recenti episodi di autolesionismo, i tentativi di suicidio, la sospensione del giornale Sosta Forzata quando ancora nel novembre 2013 la direttrice della Casa circondariale, Caterina Zurlo, scriveva nel suo editoriale sulla pubblicazione: "Continuiamo così, nella speranza dell'ascolto ma consapevoli soprattutto dell'importanza di poterci esprimere e prima ancora riflettere e valutare in un'assoluta libertà che nessuno potrà - questa, sì - mai toglierci. Avanti tutta, a vele spiegate, Sosta Forzata!".
Quale sia oggi la "temperatura" dietro le mura delle Novate lo chiediamo al garante delle persone detenute, Alberto Gromi.
La cronaca degli ultimi giorni ci consegna fatti gravi. Il sovraffollamento è superato, il disagio e la disperazione no.
"In carcere, in generale, e in quello di Piacenza in particolare i tentativi di suicidio sono molto numerosi. Piacenza ha una situazione dove l'eccellenza è la sanità, la struttura psichiatrica e psicologica di sostegno, persone con problemi psichiatrici vengono trasferite molto spesso qui e in quest'alta percentuale di detenuti con problemi psichiatrici va inquadrato il tema dei suicidi e dei tentativi di suicidio. L'autolesionismo ha altre motivazioni, viene praticato soprattutto fra detenuti di una certa cultura, come i magrebini. Anche nei loro Paesi se in un ufficio pubblico non ottengono ciò che vogliono, si tagliano. Questo dà molti problemi ai detenuti non appartenenti a quella cultura che all'improvviso si trovano la cella piena di sangue. In carcere, non va dimenticato, c'è anche un'attenzione altissima verso l'Hiv, la sieropositività. Questo crea molti conflitti".
Allora dove risiede la radice del disagio?
"Attualmente, lo confermo, non è più legato al sovraffollamento, o meglio, le celle del vecchio padiglione sono fatte per una persona, ce ne stanno due ma senza i problemi di prima, quando erano in tre e ciò era fuori dai parametri indicati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dal governo. Il problema è un altro. Voglio ricordare, a questo proposito, l'importantissima circolare del provveditore regionale sull'umanizzazione della pena, a commento della disposizione di apertura delle celle nelle carceri di media sicurezza, questa apertura c'è anche a Piacenza. Ma i detenuti vagano per ore nei corridoi, non sanno cosa fare, diventano fondamentali allora il lavoro, la scuola, la cultura e i vari corsi".
Cosa si sta facendo, in concreto?
"Bisogna chiarire che si fa una certa confusione, anche da parte del volontariato, fra intrattenimento e formazione. Tutto serve, l'intrattenimento è utile, ma è necessaria una serie di attività che responsabilizzino il detenuto, il quale è meglio venga coinvolto anziché restare in una situazione passiva. Sono necessarie attività che aiutino la riflessione e l'auto consapevolezza".
In tal senso fa molto discutere la sospensione del giornale Sosta Forzata: come la giudica, ci sono dei margini per recuperare?
"Ci sono due aspetti. Un aspetto è la lesione del diritto di espressione dei detenuti. E questo un garante lo deve affermare: è una lesione grave. Il secondo aspetto è che manca uno strumento che in termini penitenziari si dice "trattamentale", vale a dire tutta l'attività di rieducazione e socializzazione. Sosta Forzata è un giornale che, come tutti quelli che lo leggono possono constatare, riporta riflessioni e non notizie, se non raramente. Perché la redazione di Sosta Forzata lavora sulla scrittura autobiografica, consente una riflessione sulla propria vita, c'è tutta una letteratura sulla funzione terapeutica della scrittura autobiografica.
Normalmente escono tre numeri all'anno, ma tutte le settimane un gruppo di dieci o quindici detenuti - e sono pochi, il lavoro dovrebbe riguardare moltissimi detenuti - fanno una riflessione su di sé, questo li porta a prendere consapevolezza del proprio reato, non è un percorso facile. La riflessione che normalmente il detenuto fa, essendo in carcere, il suo unico obiettivo riguarda il processo, la liberazione anticipata, l'amnistia, se ci sarà o non ci sarà, il permesso-premio. E siccome non ha risposte o comunque non ne ottiene di immediate, struttura soltanto un atteggiamento di rabbia e di rivendicazione. Si sente vittima. Lui non può sentirsi vittima, ma noi lo costringiamo in questa strettoia. Ci sono altre esperienze, ad esempio una volontaria va tutte le settimane ad incontrare un gruppo particolare di detenuti, i cosiddetti protetti, i sex offender, per far emergere una riflessione".
Ma ci sono senz'altro degli equilibri e dei confini da rispettare.
"Nel carcere come nella scuola e in tutte le istituzioni totali, penso ai manicomi degli Anni 70, alle caserme, a quelle che non sono comunità volute ma costrette, si è cercato di introdurre all'interno, essendo strutture fortemente istituzionalizzate, elementi di comunità, di relazioni calde, quello che definiamo come umanizzazione. Questi due elementi convivono in equilibrio molto precario, l'istituzione continuamente tenta di prevaricare la comunità e la comunità reagisce e cerca di imporsi, di difendersi. Secondo me, bisognerebbe trovare una mediazione. Sosta Forzata è espressione della comunità del carcere, deve riprendere cercando di dialogare con l'istituzione, con l'amministrazione penitenziaria, anche magari trovando un modus vivendi concordato e previsto nei limiti del possibile: come si forma la redazione, che caratteristiche deve avere, quali i vincoli non superabili che l'istituzione pone. Rafforziamola questa esperienza, non spegniamola".
www.cittadellaspezia.com, 21 febbraio 2015
L'ex sindaco presenta il suo libro con un colloquio con i detenuti di Villa Andreino. L'avvocato Alessandra Ballerini: "La politica non deve rincorrere la pancia della gente, semmai deve elevare le coscienze". "La vera felicità non sono i soldi ma la libertà". Parole che hanno un significato ancora più incisivo, se pronunciate di fronte ad una quarantina di detenuti.
Le ha pronunciate l'ex sindaco della Spezia, Giorgio Pagano, parafrasando il presidente uruguaiano Pepe Mujica, nel corso dell'incontro in cui ha spiegato di fronte ai carcerati di Villa Andreino i contenuti del suo ultimo libro, "Non come tutti" (Edizioni Cinque Terre), attraverso di una conversazione con Alessandra Ballerini, avvocato civilista, specializzato in diritti umani e immigrazione.
"L'iniziativa di oggi - hanno spiegato nell'introduzione Licia Vanni, responsabile dell'Area trattamentale, e Agostino Codispoti, funzionario giuridico pedagogico, che hanno organizzato l'evento - è la prima di una serie di incontri che proseguirà il mese prossimo con la presentazione di Fifty, il libro di Paolo Asti. Stiamo affrontando un periodo difficile, che vede le prigioni riempirsi delle classi più povere della popolazione. Abbiamo pensato di invitare Pagano e Ballerini perché crediamo che siano tra i pochi che hanno ancora la capacità di trasmettere un po' di fiducia".
Di fronte a una platea attenta e interessata, Alessandra Ballerini ha preso la parola per presentare l'autore: "Con Giorgio condivido alcune passioni, tra queste quella per la Costituzione e l'uguaglianza. Troppo spesso si pensa che aiutando gli ultimi si tolgano diritti agli altri, invece è fondamentale tenere salda la mira verso il principio dell'uguaglianza. Questo è uno dei concetti che emergono dalla lettura del libro".
Pagano ha quindi spiegato perché nel corso del suo mandato dedicò tanta attenzione all'avvio di attività che coinvolgessero anche i detenuti, come per il ripristino delle aiuole di Passeggiata Morin. "Per conoscere un Paese bisogna andare a vedere lo stato delle sue galere. E il carcere deve essere un momento di rieducazione", ha esordito il presidente dell'associazione Mediterraneo tenendo in mano il volume che ha come copertina la fotografia di un murale realizzato da un detenuto proprio all'interno di Villa Andreino.
"Come dice Italo Calvino ne Le città invisibili, nell'inferno in cui viviamo dobbiamo cercare ciò che non lo è. Questo è il ruolo della politica, questo è il compito della sinistra. Dobbiamo evitare il rischio di combattere una guerra tra ultimi e penultimi: non si può cercare di dare lavoro ai disoccupati togliendo diritti a chi un'occupazione ce l'ha. È chi possiede, chi è ricco che deve rinunciare a qualcosa. Ritornando alla metafora dell'inferno, ciò che non lo è, è la parte migliore di noi: il vero cambiamento è personale, prima che sociale. La vera riforma è quella della nostra vita. Nella comunità di San Benedetto - ha detto Pagano, ricordando Don Andrea Gallo - faccio notare che gli assistiti, dopo aver cambiato la loro vita, esserne ritornati padroni, diventano assistenti".
Oltre agli aspetti sociologici, nell'incontro sono stati affrontati anche temi riguardanti l'attualità italiana: "La politica - ha affermato l'avvocato Ballerini, riferendosi alle dichiarazioni di Matteo Salvini contro i soccorsi agli immigrati nel canale di Sicilia - non deve rincorrere la pancia della gente, non ne deve cavalcare le paure. Semmai deve fare il contrario: deve elevare le coscienze, deve insinuare il dubbio".
Pagano ha infine ripercorso le tappe del suo ultimo periodo da sindaco. "Nella mia vita ho sempre avuto la libertà come faro, e il potere è un elemento che la limita fortemente. Per questo rimasi al mio posto per completare il mandato invece di dare le dimissioni per andare verso la Camera dei deputati. La mia canzone è "Like a Rolling Stone", la canzone del cambiamento, della rottura. Non credevo più nel mio stesso partito che stava per trasformarsi, vedevo il degrado incipiente e ho deciso di cambiare vita, di fare attività politica dal basso. Per questo nel mio libro dico che la sinistra non può essere come tutti, deve distinguersi, anche proponendo soluzioni che possono essere impopolari. La Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi riempiono le carceri di persone che non costituiscono un reale pericolo per la società, bisognerebbe parlare di amnistia e di abolizione di queste leggi, anche se oggi sul tema della sicurezza la linea è all'esatto opposto".
Un giovane detenuto di 27 anni ha portato la sua testimonianza di immigrato: "Avevo 14 anni e navigammo per 6 ore su un gommone. Sbarcai a Lecce e presi il treno a Bari, scesi alla stazione spezzina senza conoscere nessuno. Venni affidato ai servizi sociali e oggi sono qua per scontare un errore che ho commesso: spero di avere una seconda occasione per ricostruirmi una vita. Quando partii dall'Albania il mio Paese stava molto peggio, mentre in Italia tutto sembrava andare a gonfie vele. Per quel viaggio rischioso pagai un milione di lek, l'equivalente di 700 euro".
La situazione è cambiata e oggi un giovane albanese potrebbe attraversare l'Adriatico senza doversi imbarcare illegalmente. "Oggi dall'Albania all'Italia non occorre il visto d'ingresso, per tre mesi un cittadino albanese - ha concluso l'avvocato Ballerini - può stare sul territorio italiano. La sinistra deve proporre idee rivoluzionarie, proprio come questa: 13 anni fa nessuno avrebbe pensato che la situazione sarebbe cambiata in questo modo. Perché oggi non possiamo fare una proposta simile per altri Paesi in guerra, attraverso un visto per asilo? Il viaggio aereo costerebbe meno, non ci sarebbero i rischi di due giorni e due notti di gommone, non ci sarebbero tante risorse a disposizione delle mafie e il 2014 non si sarebbe concluso con quattromila cadaveri ripescati tra le onde".
www.pisatoday.it, 21 febbraio 2015
Dalla necessità di una ristrutturazione totale della cucina all'abbandono dei lavori nell'edificio Gs1, passando per un eccessivo numero di detenuti, molti dei quali condannati per reati di droga connessi alla legge Fini-Giovanardi. Ecco cosa è emerso dalla visita di Franco Corleone.
Tappa a Pisa oggi per il garante dei detenuti della Regione Toscana Franco Corleone, che nel suo tour dei penitenziari toscani, ha fatto visita al carcere Don Bosco per fare il punto sulla situazione della struttura e sulle condizioni dei detenuti.
"Secondo il direttore, per rendere vivibile il carcere Don Bosco di Pisa servirebbero 60 interventi di ristrutturazione o manutenzione. Da quello che ho visto stamani, il più urgente sarebbe senza dubbio quello della cucina, che presenta una situazione drammatica - ha esordito Corleone - le prescrizioni dell'Asl sono puntuali, ma secondo la direzione gli interventi sull'esistente non risolverebbero i problemi, per cui sarebbe necessario smantellare l'attuale cucina e realizzarne una nuova in altri locali".
La questione della mancanza di risorse e anche la questione di un loro non corretto utilizzo torna più volte nelle parole di Corleone. "Il Don Bosco è un carcere sul quale, pur non essendo vecchissimo, pesa fortemente l'inadeguatezza delle strutture - ha detto - la sezione femminile, ad esempio, che ospita 11 detenute su una capienza massima di 13, ha riaperto da poco dopo alcuni lavori di ristrutturazione per eliminare problemi idraulici. Ebbene, si sono mantenuti i servizi igienici aperti senza alcun rispetto della privacy. È l'emblema di un'amministrazione che non ha le idee chiare, che quando spende i pochi soldi a disposizione lo fa per interventi che alla fine non rispondono alle indicazioni dei regolamenti".
Un altro esempio "di uso discutibile delle risorse" è rappresentato "dall'edificio Gs1, che doveva diventare il centro clinico nazionale per i detenuti sottoposti al regime del 41bis". L'impresa, ha spiegato il garante, "ha abbandonato i lavori per mancati pagamenti e ora ci sono ovunque materiali di risulta abbandonati e arbusti che d'estate possono rappresentare un pericolo di incendio o un rifugio per i ratti.
Non so quanto sia costato questo intervento, ma adesso ci ritroviamo con una cattedrale nel deserto. Anche questo dà la misura di un'amministrazione penitenziaria cieca e irresponsabile nella chiarezza degli obiettivi e nella gestione del denaro pubblico". Svolti solo per metà anche i lavori al centro clinico del carcere, "dove oltretutto la presenza della dirigente sanitaria è ridotta perché è oberata di incarichi".
La struttura di Pisa, ha ricordato Corleone, ospita 235 persone rispetto alla capienza massima di 216. Il 30 per cento dei detenuti ha una condanna per reati di droga connessi alla legge Fini-Giovanardi. "Dovremo però approfondire - ha aggiunto - per capire se a loro carico gravino condanne per altri tipi di reato. Comunque, anche qui come ieri a Lucca, è emerso il problema del mancato inserimento presso le comunità terapeutiche dei detenuti per reati di droga. È un problema, questo, che richiede una soluzione".
Il polo universitario, che può accogliere 16 detenuti, è frequentato soltanto da 6 o 7 persone. "È una situazione del tutto simile a quella di Prato e su questo punto serve avviare una riflessione particolare per rilanciare queste strutture" ha evidenziato ancora il garante.
Corleone ha ricordato inoltre che è partito il progetto per la raccolta differenziata dei rifiuti e che sono attivi, a rotazione, 40 posti per lavori domestici interni al carcere e che solo 2 o 3 persone hanno un'occupazione fuori dal penitenziario; i semiliberi sono 16, le telefonate sono con le schede "e quindi le comunicazioni sono libere" e ci sono 5 animatori, "anche se ne servirebbero di più. Ma al solito, mancano risorse. Per nuovi animatori, che magari dovrebbero essere dei Comuni e non dell'amministrazione penitenziaria, e anche per i direttori. Il carcere di Pisa, ad esempio, non ha un vicedirettore ed è un grande limite per un carcere complesso come questo".
Corleone ha aggiunto "la grande preoccupazione" per la sicurezza rispetto alle condizioni di vivibilità: "Dall'esterno, ad esempio, non possono essere introdotti né tabacchi né trucchi. Capisco che possano esserci stati episodi di introduzione in carcere di sostanze vietate, ma questo clima di soli divieti toglie libertà e, soprattutto, non responsabilizza i detenuti".
Infine, il garante ha auspicato che rientri in funzione a pieno regime la biblioteca della sezione femminile. In questa stessa sezione, inoltre, "la cucina potrebbe essere utilizzata per fare corsi o impiantare attività per fare produzioni da vendere all'esterno. Sarebbe utile, anche perché molte detenute, in prospettiva dell'uscita, devono saper affrontare al meglio i problemi di affidamento o della sospensione di affidamento dei figli. Emerge, insomma, "un limite nell'affrontare la questione degli affetti delle persone recluse", a significare che "per molti reati sarebbero utili altre misure di pena".
www.tenews.it, 21 febbraio 2015
Concluso il dibattimento di primo grado per l'ex direttore della Casa di reclusione di Porto Azzurro: era accusato di rivelazione di segreti d'ufficio.
Si è concluso con un'assoluzione "perché il fatto non sussiste" il processo di primo grado che vedeva fra gli altri sul banco degli imputati Carlo Mazzerbo, già direttore della casa di Reclusione di Porto Azzurro, attualmente direttore delle carceri di Massa Marittima e di Gorgona. Mazzerbo, 57 anni, era stato accusato di rivelazione di segreti d'ufficio, ai sensi dell'articolo 326 del Codice Penale, per avere (nell'ipotesi accusatoria) rivelato ad alcuni agenti del carcere longonese che erano in corso delle indagini e delle intercettazioni su di loro, nell'ambito di un'inchiesta su un presunto giro di droga .
L'inchiesta era partita nel 2010, e già durante il dibattimento processuale pare che fossero emersi degli elementi contradditori sulle effettive responsabilità del funzionario. Il pubblico ministero, nella sua requisitoria aveva chiesto per lui 1 anno di pena, ma nell'udienza conclusiva che si è tenuta a Livorno giovedì 19 febbraio Carlo Mazzerbo - che nell'occasione era difeso dall'avvocato Marco Talini di Livorno - è stato assolto.
"Da operatore della giustizia ho sempre avuto fiducia - ha dichiarato a caldo Mazzerbo - anche se da innocente ho avuto paura. È stato per me un periodo difficile - ha aggiunto - ma ho trovato la forza nel lavoro". Oltre a Mazzerbo sono stati assolti altri quattro imputati elbani, tra cui un agente di Polizia Penitenziaria, che erano a giudizio per altre imputazioni. Resta pendente una seconda indagine che ha come teatro il carcere longonese, riguardante le attività della Cooperativa San Giacomo.
La Nuova Sardegna, 21 febbraio 2015
Meeting internazionale dei docenti coinvolti nel progetto europeo Exchange of Methodologies.
Didattica in carcere: è il tema di cui si è discusso a Nuoro grazie a un progetto finanziato dall'Unione europea, On/off Exchange of methodologies in education of detainees, portato avanti dal Ctp dell'Istituto comprensivo n° 3 di Nuoro.
Un vero e proprio meeting internazionale, così come previsto dal progetto, che coinvolge diverse nazioni e che stavolta ha visto padroni di casa i docenti del Ctp barbaricino, nei locali dell'Europedirect, in via Manzoni, concesso dal Comune (partner del progetto, di cui è coordinatrice Raffaela Podda). Ogni insegnante ha parlato della propria esperienza nelle sedi carcerarie in cui operano e hanno operato negli scorsi anni: Casa circondariale di Macomer, Casa circondariale di Badu 'e Carros, Casa di reclusione di Mamone.
Durante la seconda giornata di lavori tutto il gruppo è entrato nella struttura di Badu e Carros e come già fatto nei meeting precedenti, ha visitato la struttura carceraria con un'attenzione particolare agli ambienti scolastici. La direttrice del carcere, Carla Ciavarella, ha illustrato il sistema penitenziario italiano e che cosa sia il percorso riabilitativo dei detenuti che un domani dovranno reinserirsi in un contesto sociale.
Il dirigente scolastico Antonio Alba, invece, ha introdotto i lavori sottolineando le notevoli difficoltà che spesso devono superare i docenti che operano all'interno di strutture detentive, considerando che il ministero della pubblica istruzione italiana non prevede particolari corsi di aggiornamento e preparazione per chi affronta un lavoro difficile e impegnativo come questo.
"On/off Exchange of methodologies in education of detainees" è un progetto finanziato dall'Unione europea che vede coinvolte sei sedi carcerarie e cinque nazioni differenti. Per l'Italia, partecipano al progetto il Ctp di Nuoro con le sedi di Badu e Carros (casa circondariale), Macomer (casa circondariale), Mamone (casa di reclusione); il Ctp di Augusta che gestisce l'istruzione nel carcere di Brucoli (Sicilia); la Spagna con la città di Almeria; il Portogallo con la città di Faro; la Francia con la città di Bordeaux e la Turchia con la città di Afyonkarahisar. Sarà quest'ultimo carcere a ospitare (a maggio) il prossimo meeting
Il progetto si occupa di didattica nelle scuole carcerarie, in particolare lo scambio di metodologie didattiche tra i diversi gruppi docenti. Durante il meeting a Nuoro i colleghi delle diverse scuole carcerarie si sono confrontati discutendo non solo delle metodologie, ma della preparazione dei docenti che operano all'interno delle carceri, della motivazione che spinge i detenuti a frequentare le aule scolastiche, della riforma che in Italia è in corso per tutta l'educazione degli adulti e di dispersione scolastica.
Dopo i lavori intorno al progetto, i colleghi stranieri hanno poi avuto l'occasione di essere accompagnati alla scoperta del carnevale barbaricino sfruttando l'appuntamento internazionale per far conoscere la Sardegna interna, non solo per le bellezze naturali, ma anche per quelle insolite e meno conosciute delle tradizioni carnevalesche.
Ansa, 21 febbraio 2015
Quattro giovani detenuti del carcere minorile di Nisida impegnati in un corso da allenatore di calcio che darà loro una prospettiva di lavoro una volta scontata la pena. È questo il progetto lanciato oggi nella sede dell'istituto penitenziario dalla Ssde (Società sportiva dilettantistica Europa) e Fondazione Milan con il patrocinio del Comune di Napoli.
I quattro giovani frequenteranno un corso di sei mesi teorico e pratico con allenatori federali grazie ad un servizio di autobus che li preleverà da Nisida per portarli nella sede della scuola in Corso Europa. "Lo sport - ha spiegato Mario Del Verme, presidente della Ssde - ha una responsabilità civile e sociale e questo progetto coniuga sport e inclusione sociale. Parteciperanno anche altri sedici ragazzi provenienti da quartieri difficili di Napoli come la Sanità e Poggioreale". Il progetto si realizza anche grazie all'impegno della Fondazione Milan che "proprio oggi compie 12 anni e li festeggia al meglio con questa iniziativa", ha detto il segretario generale Rocco Giorgianni.
"Finora abbiamo realizzato 110 progetti con un investimento complessivo di dieci milioni di euro - ha proseguito - in Italia e nel mondo. Mettiamo lo sport a disposizione di chi è in condizione di disagio, sfruttando la forza dello sport per l'inclusione sociale. Da quest'anno mettiamo in campo programmi "nostri" in partnership con associazioni no profit e sportive. La scelta di Napoli? Abbiamo trovato un'associazione e delle istituzione locali disponibili e ci siamo impegnati qui, come abbiamo già fatto con il programma di alfabetizzazione motoria lanciata proprio a Napoli un mese e mezzo fa".
Il progetto ha trovato infatti il pieno appoggio del Comune di Napoli che, ha spiegato l'assessore allo sport Ciro Borriello, "vede opportunità di sviluppo sociale anche attraverso il calcio, che è questo che vediamo nel progetto Nisida e non quello visto ieri a Roma in occasione della partita di Europa League. Il Milan ci sostiene e fa onore al club che più ha vinto al mondo il fatto di collaborare alla crescita del tessuto sociale italiano. Per questo il Comune starà sempre al loro fianco".
www.ecodellojonio.it, 21 febbraio 2015
Andrà anche a "Il Volo", vincitore del 65esimo Festival di Sanremo il Premio realizzato dai detenuti del carcere di Rossano. Il riconoscimento, simbolico, già apprezzato dal critico musicale Dario Salvatori, sarà consegnato insieme al Premio Casa Sanremo del maestro orafo crotonese Michele Affidato. Giuseppe Greco, coordinatore per la Calabria del dietro le quinte ospitale della kermesse canora, è già a lavoro per l'edizione 2016.
Dario Salvatori, volto noto della tv e osservatore attento di tutto ciò avviene al Teatro Ariston e dintorni nella settimana dedicata alla musica italiana, ha molto apprezzato quel pianoforte in legno, curato nei piccoli particolari dai detenuti del carcere di Rossano. Salvatori - ha avuto modo di intervistarlo, Greco - si è detto riconoscente e commosso per quella voglia di riscatto che quell'oggetto cela nelle sue forme e che meriterebbe forse una maggiore attenzione. Chissà, Salvatori potrebbe decidere di venire a salutare personalmente gli ospiti della casa circondariale diretta da Giuseppe Carrà.
È solo questione di giorni per la consegna del Premio Casa Sanremo, rispetto alla data del 14 febbraio, serata in cui si è concluso il Festival. Giuseppe Greco incontrerà ed intervisterà "Il volo".
Confermato anche quest'anno dal patron di Casa Sanremo, Vincenzo Russolillo, per il coordinamento dello spazio Calabria, Greco è già a lavoro per l'edizione 2016. Casa Sanremo - dichiara Greco - è una vetrina che, al pari delle più importanti fiere e manifestazioni internazionali che raccolgono intorno a se operatori turistici e buyer, offre l'occasione alle aziende di farsi conoscere fuori dai confini regionali; ai territori di presentare il proprio patrimonio identitario, agli artisti di far conoscere il proprio talento. Eccellenza e qualità, sono le caratteristiche che hanno accomunato anche quest'anno i protagonisti Made in Calabria di Casa Sanremo. Da I Gradino 23 agli Ancia Libera, da Perla di Calabria, ai barman della Abp guidato da Massimo Toscano, dalla Tenuta Labonia alle amministrazioni comunali di Trebisacce e Crosia, dall'Eurographic alla Masseria Forciniti, dall'Azienda Agricola Zootecnica Silana di Domenica Ruffolo, al Gal Sila Greca, dal Maestro Michele Affidato a Igreco, da Pedròs allo chef Mario Lavorato del patron di Casa Sanremo Vincenzo Russolillo, fino all'interior deisgner Cataldo Formaro. La ricerca di nuove eccellenze per l'edizione 2016 è già iniziata.
di Duccio Facchini
www.altreconomia.it, 21 febbraio 2015
Da parte del governo nessuna azione per rideterminare le pene da scontare. La legge che inaspriva le pene per la detenzione di droghe è incostituzionale da un anno, ma almeno 3mila persone sono ancora detenute.
È trascorso un anno dalla dichiarazione di "illegittimità costituzionale" della legge "Fini-Giovanardi" sulle sostanze stupefacenti, ma sono almeno 3mila le persone che ne stanno ancora patendo -in carcere- le conseguenze. Breve riepilogo: è il 12 febbraio 2014 quando la Corte Costituzionale cancella (tra gli altri) anche quell'articolo "4-bis" che, parificando le droghe "leggere" alle droghe "pesanti", aveva elevato le pene per la detenzione delle prime: se prima la forbice andava da due a sei anni (con una multa da 5.164 euro a 77.468 euro), quella successiva -più punitiva- ammetteva pene da sei a venti anni (e multa da 26mila a 260mila euro).
La logica avrebbe suggerito che, tolta la norma, venisse ridiscussa la pena. Ma questo passaggio è ancora oggi negato ad almeno 3mila persone. "Almeno", visto che dati certi e aggiornati sui condannati potenzialmente interessati dalla rideterminazione della pena non ce ne sono da più di sette mesi: l'ultima dichiarazione sul punto del ministro della Giustizia Andrea Orlando risale infatti ai primi giorni di giugno 2014. Pochi mesi prima il Governo aveva deciso di rispondere alla sentenza della Corte Costituzionale attraverso il "decreto Lorenzin" (36/2014), sprovvisto però di alcuna misura automatica di "revisione" per i condannati, cui è rimasta come unico strumento l'"incidente di esecuzione", cioè avanzare una richiesta formale di rideterminazione della pena.
L'iniziativa legislativa dell'esecutivo vide come co-relatore il senatore di maggioranza del "Gruppo Area Popolare (Nuovo Centrodestra, Udc)" Carlo Giovanardi, padre della norma bocciata dalla Consulta. Una scelta emblematica che secondo Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del diritto presso l'Università di Perugia nonché presidente dell'associazione "Società della Ragione" - che più di ogni altra si è battuta per raggiungere il traguardo storico della sentenza della Consulta sulla "Fini-Giovanardi", rende tutt'ora "difficile immaginare che dal punto di vista legislativo e non solo, questo esecutivo possa prendere iniziative particolarmente significative".
Tra loro, ad esempio, la convocazione di una nuova Conferenza nazionale sulle politiche antidroga, che, pur prevista dalla legge con cadenza triennale, è ferma alla quinta edizione risalente al marzo 2009 (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio competente, Carlo Giovanardi). La continuità è segnata anche dal contenuto della "Relazione sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia" a cura del Dipartimento politiche antidroga presso la presidenza del Consiglio, presentata dal ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi - referente del Governo in materia - e trasmessa alle Camere nel settembre 2014.
La relazione ricalca infatti l'impostazione di tutte le precedenti - e contestate - versioni redatte quando la guida del Dipartimento era in capo a Giovanni Serpelloni (che ha lasciato nella primavera 2014), che dell'ex ministro Carlo Giovanardi ha sempre condiviso approccio e modalità in tema di droghe. Le parole "leggere" e "pesanti" non compaiono mai, a differenza di un paragrafo dedicato al "monitoraggio online dei rave party illegali" (ne sarebbero stati censiti 139 tra il 2010 e il 2014).
Non un riferimento agli effetti della normativa smentita dalla Consulta, che ha rappresentato al contrario una fonte del "flusso informativo" della Relazione riproposta al Parlamento: come se nulla fosse intervenuto. E del resto nulla è intervenuto nell'interesse di chi sta scontando quella che la Società della Ragione, Antigone, il Cnca, la Cgil e il Forum droghe hanno definito una "pena illegittima". Chi ha provato a intervenire, non essendo mai stato nominato il Garante nazionale dei detenuti, è stato il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Toscana, Franco Corleone: "Ho invitato tutti i colleghi garanti a inviare formalmente delle lettere ai procuratori della Repubblica per sollecitarli a esaminare gli incidenti di esecuzione, inoltrandomi successivamente notizie degli esiti. Qualche risposta c'è stata, ma nulla di straordinario purtroppo".
Tra le (poche) risposte c'è stata quella del garante istituito dal Comune di Milano, Alessandra Naldi, che all'inizio del dicembre scorso ha inviato alla Procura generale presso la Corte d'Appello di Milano una richiesta sul modello di Corleone. "Alla data attuale - si legge nella nota di replica del 17 dicembre 2014 della Procura - sono pervenute [...] circa 51 richieste di rideterminazione della pena delle sentenze irrevocabile di condanna [...]. La Corte di Appello di Milano ha accolto tali istanze circa nel 20% dei casi ed ha rideterminato la pena delle predette sentenze".
Il numero degli incidenti di esecuzione presentati in tutta la Lombardia è ancora oscuro, così come per il resto delle Procure del Paese. A Corleone sono arrivate altre due segnalazioni, quelle di Firenze e Napoli. "A Napoli - spiega il garante dei detenuti della Toscana - la Procura presso il Tribunale ha esaminato 233 casi di incidente di esecuzione, mentre a Firenze, che ha fatto in proprio una ricerca sui fascicoli, gli incidenti di esecuzione in materia di droga erano 400, 44 dei quali relativi alle droghe leggere. E solo in 7 casi si è proceduto alla rideterminazione della pena".
"Purtroppo brancoliamo nel buio - racconta Stefano Anastasia. Non possiamo che predisporre modelli preconfezionati per richiedere di avviare la procedura dell'incidente di esecuzione, affidandoli poi ai garanti, alle associazioni e ai familiari. Quello che chiediamo da tempo al Governo - prosegue - è di inviare una segnalazione puntuale alle Procure affinché si attivino autonomamente per verificare i casi da valutare e su cui decidere.
E, infine, segnalare il caso agli interessati, che il più delle volte non sono nemmeno a conoscenza dell'esistenza di questo diritto, non potendo contare su una continuità di assistenza legale anche in carcere. Eppure basterebbe poco, considerando il fatto che sia il ministero della Giustizia sia l'amministrazione penitenziaria hanno tutti i nominativi dei condannati per violazione dell'articolo sulle droghe, anche leggere, e per la quale si ritrovano in carcere. Potrebbero, cioè, scrivere agli utenti informandoli dell'avvenuto.
A un anno di distanza il rischio concreto però è che quelle pene illegittime siano state in buona parte scontate, ingiustamente". Chi potrebbe e dovrebbe chiarire gli obiettivi del Governo è il ministro competente (Boschi), che, attraverso il suo ufficio stampa, ha però fatto sapere di non poter rispondere alle domande di Altreconomia per i "troppi impegni parlamentari e istituzionali". La riforma della legislazione sulle droghe non è in agenda.
La Sessione speciale delle Nazioni Unite sulle droghe (Ungass) fissata nel 2016, intanto, si avvicina e l'Italia rischia di presentarsi con un impianto normativo risalente in alcune parti al 1990 (la cosiddetta legge "Iervolino-Vassalli"). E con la consapevolezza di aver fatto scontare una pena illegittima ad "almeno" 3mila persone.
Una legge fuoriluogo
"Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali". Era questo l'incipit del decreto 272/2005 - poi convertito in legge nel febbraio 2006 - da cui prese le mosse la "Fini-Giovanardi". Il cui risultato più tangibile è stato quello di produrre detenzione: a dimostrarlo, anche nel 2014, è stata la quinta edizione del "Libro bianco" sulla normativa a cura di Fuoriluogo.it.
Nel 2013 (ultima rilevazione), su 59.390 ingressi negli istituti penitenziari per ogni tipologia di reato in Italia, il 30,56% era riferibile alla "detenzione di sostanze illecite" (l'articolo 73 del D.P.R. 309/1990 riformato in senso punitivo dalla Fini-Giovanardi). Tutto ciò ha comportato che nel 2013 i ristretti per droga rappresentassero il 37,3% dell'intera popolazione detenuta. Una stretta legislativa che non ha riguardato però il grande traffico di sostanze stupefacenti (previsto all'art. 74 del Dpr 309/1990): erano solo 810 i detenuti per "associazione finalizzata al traffico illecito" contro gli oltre 17mila per la "sola" detenzione.
Altro capitolo è quello dei Servizi per le tossicodipendenze (Sert), costretti a fare i conti con un aumento dell'utenza pari al 23% dal 2006 ad oggi, a fronte però del blocco degli operatori chiamati a farvi fronte. Per la Funzione Pubblica Cgil, infatti, la media nazionale vede 154 utenti per medico, 213 per psicologo, 148 per infermiere, 273 per assistente sociale e 300 utenti per educatore. Personale che quando è stato trasferito o pensionato è stato sostituito nel 48 % dei casi da operatori con contratti atipici.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 21 febbraio 2015
Ora è ufficiale, la Grecia abolirà i centri di identificazione ed espulsione. In particolar modo sarà abolito il famigerato Cie di Amygdaleza, in cui - secondo i media ellenici - negli ultimi giorni i poliziotti si sarebbero organizzati in veri e propri squadroni del terrore per picchiare e torturare gli immigrati.
A confermarlo, sono stati i ministri dell'Immigrazione e della Protezione dei cittadini del nuovo governo Tsipras. Con un comunicato stampa i due ministri hanno anche annunciato altre misure che portano a un radicale cambiamento della politica ellenica verso gli immigrati, facendo seguire subito i fatti a quello che era il programma politico di Syriza illustrato durante la recente campagna elettorale. L'abolizione dei Cie avverrà in maniera graduale.
Le prime azioni punteranno con una scrematura: saranno rilasciati tutti i minori non accompagnati, le donne incinte, i bambini, gli anziani, i malati, le vittime di tortura, le famiglie, i disabili e tutte le categorie più vulnerabili di persone finora detenute.
Coloro che presenteranno problemi di salute, saranno trasferiti in ospedali e strutture sanitarie; inoltre ci sarà la liberazione immediata di tutti i richiedenti asilo e l'abolizione della decisione ministeriale - presa dal precedente governo greco nel 2014 - che permetteva la detenzione nei centri per un periodo superiore ai 18 mesi, aspetto questo che è contrario alle direttive europee in materia; inoltre, per gli immigrati irregolari detenuti nei Cie per più di 18 mesi, ci sarà il conseguente rilascio.
Il passo successivo del governo ellenico sarà la costruzione di una vera e propria l'alternativa ai cie, proponendo l'obbligo di firma in un commissariato di polizia o l'obbligo di dichiarare la propria residenza. Le stesse misure alternative si potranno applicare, secondo la nota dell'esecutivo di Atene, anche ai sans papiers che da ora in avanti vivranno nel paese. Ma non finisce qui.
Il governo Tsipras si prepara a cancellare l'operazione Xenios Zeus, il durissimo piano di intervento della polizia messo a punto dal governo di Antonis Samaras - duramente contestato da Amnesty International e molte altre organizzazioni umanitarie - per combattere l'immigrazione illegale.
Xenios Zeus è stato per molte ong uno dei più violenti interventi contro gli immigrati mai messo in atto in Europa. Il protocollo è stato messo a punto dal vecchio esecutivo di Samaras per coprirsi le spalle a destra nei momenti in cui Alba Dorata viaggiava attorno al 10% nei sondaggi e dava in sostanza mano libera alle forse dell'ordine per bloccare, identificare e trattenere cittadini stranieri. Ordini che tradotti sul campo, si sono trasformati in diversi episodi "di abusi impuniti da parte della polizia", come ha scritto Amnesty International in un rapporto dello scorso aprile
Un esame delle operazioni tra aprile 2012 e giugno 2013 dell'organizzazione umanitaria ha raccontato di oltre 120mila persone fermate e identificate spesso in modo piuttosto brusco su basi puramente razziali. "Le forze dell'ordine sono state usate in modo indiscriminato dalle autorità - aveva detto all'epoca Jezerca Tigani, direttore di Amnesty per l'Europa - Invece di mantenere l'ordine si sono accaniti su gruppi vulnerabili di persone. E le loro azioni non sono state monitorate e perseguite".
Ricordiamo anche che il neo vice ministro della Protezione del cittadino e dell'ordine pubblico - che corrisponde al ministro degli interni nostrano - ha anticipato che la sua prima azione politica sarà la completa abolizione del carcere di tipologia c, una sorta di 41 bis in salsa greca, la detenzione di rigore nei confronti dei detenuti accusati o condannati definitivamente per terrorismo, ma anche dei prigionieri comuni per reati di grave entità.
Queste azioni di governo rischiano però di aprire qualche focolaio di tensione con Anel, il partito di destra - quindi non assolutamente sensibile a queste tematiche - che garantisce a Syriza la maggioranza in Parlamento. Ma non è detto che non trovino voti tra i moderati di centro sinistra per tradurre in legge questi loro intenti di carattere umanitario e di rafforzamento dello stato di diritto.
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